Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu.

Nel 2018 la costruzione di nuovi insediamenti è stata del 9% al di sopra della media. 19.346 unità abitative sono state costruite nell’ultimo decennio sotto il PM Netanyahu Il 70% delle costruzione sono in “Insediamenti isolati” English version Peace Now – 14 maggio 2019 Immagine di copertina: Mappa della costruzione degli insediamenti durante il decennio di…

via Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu. — Notizie dal Mondo

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‘Gennaio rosso’: proteste dei popoli indigeni in tutto il Brasile

31 gennaio 2019

 

A un mese dalla sua entrata in carica, in Brasile e nel mondo sono in corso proteste contro le politiche anti-indigene del nuovo presidente Jair Bolsonaro.

Con i loro cartelli, i manifestanti chiedono “Fermiamo il genocidio degli Indiani brasiliani” e “Bolsonaro: proteggi le terre indigene”.

Le proteste sono guidate dall’Associazione dei Popoli Indigeni del Brasile APIB nell’ambito della campagna “Sangue indigeno ¬ non una goccia in più”, nota anche come “Gennaio rosso”.

continua ‘Gennaio rosso’: proteste dei popoli indigeni in tutto il Brasile — Notizie dal Mondo

Xylella, Ue conferma la tesi del M5s: “Api a rischio col pesticida scelto dal governo Gentiloni”. E sul decreto legge dà ragione a Diem25

La conferma ai pericoli dell’Imidacloprid, già bocciato dall’Unione europea insieme ad altri due pesticidi, è arrivata da Bruxelles in risposta a un’interrogazione presentata dall’eurodeputata del Movimento 5 stelle Rosa D’Amato. L’esecutivo Ue ha anche dato ragione al movimento Diem25 di Yanis Varoufakis che aveva chiesto il blocco del decreto, ritenuto illegittimo perché mai notificato alla Commissione.

“Rischi per le api in caso di usi esterni dell’Imidacloprid“, il pesticida che il governo Gentiloni ha scelto per combattere la diffusione della Xylella in Puglia. È questo l’allarme lanciato dalla Commissione europea in risposta a un’interrogazione presentata dall’eurodeputata del Movimento 5 stelle Rosa D’Amato il 23 aprile scorso. Un pericolo, quello derivante dall’Imidacloprid, confermato dalle relazioni dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare.

“Le autorità italiane erano tenute a presentare dati di conferma per gli usi ancora consentiti” del pesticida, si legge nella risposta di Bruxelles, “inoltre era previsto un riesame dei nuovi dati scientifici relativi ai rischi per le api derivanti dall’uso di Imidacloprid entro due anni”. Riesame che non ha impedito al precedente esecutivo guidato da Paolo Gentiloni di emanare il “decreto Martina“, che porta il nome dell’ex ministro all’Agricoltura e attuale segretario reggente del Pd e che prevede l’obbligo di utilizzare i insetticidi nella Puglia meridionale. Su questo, il movimento Diem25 fondato da Yanis Varoufakis ha presentato un esposto chiedendo il blocco del decreto, ritenuto illegittimo perché mai notificato a Bruxelles. Un vero e proprio paradosso, se si pensa che nell’aprile scorso l’Unione europea (con il voto favorevole dell’Italia) ha vietato l’uso di tre insetticidi dannosi, fra cui l’Imidacloprid, proprio perché ritenuto dannoso per le api.

“Le nostre denunce sono state confermate”, ha dichiarato l’eurodeputata D’Amato. “Questo pesticida è nocivo per le api e di conseguenza comporta gravi rischi per l’agricoltura e l’economia del territorio. La vicenda dimostra ancora una volta come, fin dal principio, le autorità italiane si siano piegate alle lobby dei pesticidi – continua la pentastellata – Abbiamo più volte denunciato i rischi connessi all’uso intensivo di queste sostanze, oggi i fatti e la stessa Efsa ci danno ragione. Serve un cambiamento di paradigma per affrontare davvero la crisi dell’agricoltura e dell’economia pugliesi, concentrando le misure per combattere la xylella sulla promozione di trattamenti e coltivazioni biologiche. Il nuovo governo rimedierà agli errori del precedente”, ha concluso D’Amato.

La risposta dell’Ue all’esposto di Diem25 – Nella serata del 5 giugno un portavoce dell’esecutivo Ue ha fatto sapere che “le autorità italiane avrebbero dovuto notificare alla Commissione europea l’inserimento di un pesticida soggetto a restrizioni nell’elenco delle sostanze potenzialmente utilizzabili contro la cicala vettore della xylella fastidiosa contenuto nel decreto del febbraio 2018 sulle misure di emergenza contro il batterio”. Una conferma di quanto sostenuto da Diem25 e dall’associazione The Good Lobby nell’esposto presentato alla Commissione. Il portavoce ha poi aggiunto che l’esecutivo “è a conoscenza del fatto che nel decreto ministeriale in questione l’imidacloprid è elencato tra le sostanze che potrebbero essere usate” contro l’insetto vettore. “Tuttavia – prosegue – questo utilizzo richiederebbe innanzitutto un’autorizzazione specifica da parte delle autorità italiane, che non è stata ancora emessa, pertanto il suo uso è vietato. Esiste inoltre l’obbligo per le autorità italiane di notificare la misura alla Commissione”.

 

Sorgente: Xylella, Ue conferma la tesi del M5s: “Api a rischio col pesticida scelto dal governo”. E sul decreto legge dà ragione a Diem25 – Il Fatto Quotidiano

Basta allevamenti intensivi: torniamo al passato

di Dan Barber – Durante gli ultimi 50 anni abbiamo pescato nei mari nello stesso modo in cui abbiamo raso al suolo le foreste. La distruzione è stata tremenda.

Il 90% dei grandi pesci, quelli che ci piacciono così tanto, come i tonni, gli halibut, i salmoni, i pesci spada si sono ridotti drasticamente di numero. Non c’è rimasto quasi nulla. Così, ci piaccia o meno l’acquacoltura, l’allevamento di pesci, diventerà parte del nostro futuro. Ci sono un sacco di argomenti contrari. Gli allevamenti di pesci inquinano (per lo meno la maggiore parte di essi) e sono inefficienti.

Scopro che c’è finalmente un’azienda che cerca di allevare nel modo giusto. Sono famosi per fare allevamento in mare aperto, senza inquinare. In pratica sono così lontani dalla costa che i gli scarti vengono diluiti, non concentrati. Inoltre la qualità rimane egregia.

Li chiamo e gli chiedo cosa diano da mangiare a questi pesci?

“Proteine sostenibili”, mi risponde. Ma di preciso cosa sono le proteine sostenibili? Scopro cosi che sono mangimi vari, come qualche alga, alcuni mangimi a base di pesce, ma anche “Pezzi di pollo. Per esempio le penne, pelle, ossa, scarti vari, seccati e processati a mangime. Ovviamente non tutta la dieta e cosi, ma un abbondante 30%.

Ma che cosa c’è di sostenibile nel dare ai pesci del pollo da mangiare?

Così tutto finì. Mi capitò anni dopo di recarmi in un ristorante nel sud della Spagna. Mangiai un pesce fantastico. Incredibile. Cosi chiesi da dove proveniva. Mi diedero l’indirizzo di un allevamento che si trovava sulla costa. Li andai a trovare e mi fecero fare un giro dell’immenso allevamento su una piccola barca. Mi accompagnava il propietario.

Non vedevo recinti, vasche, nulla. Ma solo un grande ed immenso ambiente naturale. Come in un safari acquatico. Cosi chiesi alla mia guida cosa rendeva il suo pesce così buono. Lui mi indicò le alghe. Cominciò cosi a raccontarmi di come il loro sia un sistema così ricco che i pesci mangiano esattamente ciò che mangerebbero in un ambiente selvatico. La biomassa delle piante, il fitoplancton, lo zooplancton, è tutto questo che nutre i pesci. Il sistema è così in salute che si auto-rinnova completamente. Non ci sono mangimi.

Avete mai sentito parlare di un allevamento che non dà da mangiare ai suoi animali?

Poi girammo l’angolo e vedemmo una scena tra le più incredibili. Migliaia e migliaia di fenicotteri rosa. Un vero tappeto rosa che si perdeva a vista d’occhio.

“Quello è il successo”, disse. “Guarda le loro pance, sono rosa. Stanno banchettando”

Ero completamente confuso.

“Sì”, disse. “Perdiamo circa il 20% del pesce e delle uova di pesce per via degli uccelli. L’anno scorso su questa proprietà c’erano 600mila uccelli più di 250 specie. Oggi è diventato il più grande e uno dei più importanti santuari privati per gli uccelli in tutta l’Europa.”

Ma una popolazione rigogliosa di uccelli non è l’ultima cosa che vorresti nel tuo allevamento di pesci?

Ma loro non allevavano in modo estensivo, non in modo intensivo. Era un network ecologico. I fenicotteri mangiano i gamberi. I gamberi mangiano il fitoplancton. Così, tanto più è rosa la pancia dei fenicotteri tanto migliore è il sistema.”

Ok, allora riassumiamo.

C’è un allevamento che non dà da mangiare ai suoi animali e che misura il suo successo in base alla salute dei suoi predatori. Un allevamento di pesci, ma anche un santuario per uccelli. A proposito, quei fenicotteri non dovrebbero nemmeno esserci. Fanno il nido in una città lontana 150 miglia dove le condizioni del suolo sono migliori per la costruzione dei nidi. Ogni mattina, volano per 150 miglia e arrivano all’allevamento e ogni sera, si fanno altre 150 miglia per il ritorno.

Tornammo al campo base e mangiammo il loro pesce. La pelle era deliziosa. A me di solito non piace la pelle del pesce. Non mi piace abbrustolita, non mi piace croccante. È quel sapore acre, come di asfalto. Non la cucino quasi mai. Eppure, quando l’ho assaggiata non sapeva per niente di pelle di pesce. Aveva un sapore dolce e pulito era come dare un morso all’oceano.

Bene. Il proprietario mi spiegò che la pelle dei pesci è come una spugna. È l’ultima difesa prima che qualsiasi cosa entri nel corpo del pesce. Si è evoluta per trattenere le impurità. E poi aggiunse “Ma la nostra acqua non ha impurità.”

Ok. Ma l’acqua che fluisce in quell’allevamento viene dal fiume Guadalquivir che è un fiume che porta con sé tutte le cose che i fiumi tendono a portare oggigiorno contaminanti chimici scarichi di pesticidi. E quando scorre lungo il sistema e ne esce l’acqua è più pulita di quando è entrata. Il sistema è così in salute, che purifica l’acqua.

Quindi un allevamento che è letteralmente un impianto di purificazione dell’acqua e non solo per quei pesci ma anche per me e per voi. Perché quando l’acqua esce, se ne va nell’Atlantico. È una goccia nell’oceano, lo so ma io le do il benvenuto.

Quello di cui adesso abbiamo bisogno è una concezione radicalmente nuova dell’agricoltura, nella quale il cibo abbia davvero un buon sapore e non solo un bell’aspetto. In tutto questo periodo l’industria agricola ha semplicemente pensato di nutrire più persone in modo più economico.

Volete nutrire il mondo? Iniziamo a chiederci: come faremo a nutrire noi stessi? O meglio, come possiamo creare le condizioni che consentano a ogni comunità locale di nutrire se stessa?

 

Translated by Giovanni Masino

Reviewed by Enrico Battocchi

Sorgente: Basta allevamenti intensivi: torniamo al passato | Il Blog di Beppe Grillo

Caporalato, la “filiera sporca” dell’ortofrutta: migranti sfruttati e lavoratori derubati degli 80 euro di Renzi

Stamattina, nella sala stampa della Camera dei deputati, Terra!Onlus, l’associazione antimafia daSud e Terrelibere.org hanno presentato il secondo rapporto #FilieraSporca: “La raccolta dei rifugiati. Trasparenza di filiera e responsabilità sociale delle aziende”. Nel dossier vengono spiegate le cause del caporalato nell’anno in cui si registrano oltre dieci morti nei campi e centinaia di migliaia di braccianti, stranieri e italiani, sfruttati per la raccolta dell’ortofrutta. Lavoro schiavile che passa anche per l’utilizzo di migranti richiedenti asilo, come quelli del Cara di Mineo ma anche tramite l’uso di lavoratori nostrani. I promotori della campagna #FilieraSporca hanno illustrato un quadro inquietante. La crisi economica ed etica del settore agrumicolo sostanzialmente scarica il peso sui lavoratori, italiani e migranti, mettendo sul mercato prodotti sotto costo.

La Spada di Damocle della grande distribuzione, produttori “strozzati”
La scomposizione del prezzo delle arance elaborata nel rapporto dimostra come il settore agrumicolo abbia scaricato tutto il peso della crisi economica sui lavoratori. Un chilo di arance per il mercato del fresco viene pagato al produttore tra i 13 e i 15 centesimi, di cui solo 8-9 vanno ai lavoratori, fino a scendere a 3-4 per i braccianti in nero, che arrivano a 2 per gli stagionali di Rosarno. Il prodotto al supermercato invece viene venduto a 1,10-1,40 euro, di cui il 35-50% è costituito dal ricarico della grande distribuzione organizzata (Gdo). Numeri ancora peggiori per le arance da succo. Un litro di succo d’arancia al supermercato costa 1,80-2 euro, ma è un prezzo imposto dal mercato, perché, anche con i miseri margini di guadagno della produzione, il prezzo minimo reale dovrebbe essere almeno 2,70 euro al litro. Il sottocosto lo pagano i lavoratori sfruttati e i consumatori che bevono succo tagliato con concentrato proveniente dall’estero, più economico e spacciato come italiano: l’industria di trasformazione delle arance fattura 400 milioni l’anno ma si comprano agrumi italiani per soli 50 milioni. Nel contempo per il succo c’è stato un aumento vertiginoso di importazioni da Egitto, Marocco e Spagna, oltre che dal Brasile. Discorso opposto per quanto riguarda l’export nostrano che è passato dalle 344.009 tonnellate del 2009-2010 alle 250.622 tonnellate del 2014-2015.

Nel rapporto si descrive anche il ruolo distorto delle Organizzazioni dei produttori (Op) che invece di assolvere alla loro funzione di aggregazione dei piccoli per bilanciare la forza dei grandi, sono loro stesse a fagocitare il mercato aumentandone le opacità: soprattutto al Sud sono diventate un escamotage di poche grosse aziende per accaparrarsi le terre e accedere ai fondi pubblici.

Questionario sulla trasparenza per le multinazionali, rispondono solo in quattro
#FilieraSporca ha inviato un questionario sulla trasparenza di filiera a 10 gruppi presenti in Italia: Coop, Conad, Carrefour, Auchan – Sma, Crai, Esselunga, Pam Panorama, Sisa Spa, Despar, Gruppo Vegè e Lidl. Le risposte sono pervenute solo da quattro di loro: Coop, Pam Panorama, Auchan – Sma e Esselunga. Conad ha spiegato di “non essere molto interessata a questo tipo di operazioni”. La Coop inoltre risulta il distributore di arance e derivati a marchio più trasparente.

Nel questionario si è chiesto alle aziende di indicare la lista dei fornitori e dei subfornitori di arance in Sicilia e in Calabria, di conoscere come viene gestito il trasporto della merce dai magazzini siciliani alle piattaforme della distribuzione, di specificare la politica dei prezzi adottata e di indicare quali sono le politiche aziendali e di certificazione mirate a verificare la condotta dei fornitori nei confronti dei lavoratori.

Le aziende del settore si riprendono gli 80 euro di Renzi
Se 1,4 milioni d’italiani sono stati costretti a ridare i famosi 80 euro mensili di Renzi allo Stato, molti lavoratori del settore, pur avendone diritto, non li hanno neanche visti. Lo denuncia nel rapporto #FilieraSporca Rocco Anzaldi del Flai (Federazione Lavoratori AgroIndustria) Cgil, spiegando come ormai, negli ultimi tempi, sia diventata una prassi per le aziende riprendersi il bonus Irpef introdotto da Renzi nel 2014. Una prassi talmente consolidata, denuncia il sindacato di categoria, che per evitare che quei soldi finissero nelle tasche delle aziende, i lavoratori hanno sottoscritto dei moduli di rinuncia al bonus, richiedendone poi solo successivamente il conguaglio in sede di dichiarazione dei redditi.

Un aspetto sconcertante che dimostra come i problemi lungo la filiera ormai non riguardano solo l’utilizzo di lavoratori stranieri che in qualche modo ne costituiscono l’ultimissimo anello, come, perfino, i centinaia dei richiedenti asilo del Cara di Mineo (uno dei più grandi centri europei per rifugiati in provincia di Catania) che ogni mattina alle 8, in sella alle biciclette comprate per 25 euro direttamente all’interno del Cara, escono per cercare lavoro negli agrumeti circostanti.

Appello al governo: “Andare oltre le politiche repressive e investire sulla prevenzione partendo da una legge sulla trasparenza”
“Chiediamo un incontro urgente al ministro delle Politiche Agricole, Maurizio Martina, è arrivato il momento che la politica agisca sulla prevenzione del fenomeno, rendendo trasparente la filiera – ha sottolineato Fabio Ciconte, direttore di Terra!Onlus e portavoce della campagna #FilieraSporca – qualsiasi provvedimento repressivo, per quanto necessario, sarà insufficiente a contrastare un fenomeno che riguarda tutti, grande distribuzione, imprenditori agricoli, commercianti e braccianti, stranieri e non, che pagano il prezzo più alto di una filiera che non funziona”.

“Tra i legami con Mafia Capitale e lo sfruttamento del lavoro, il Cara Mineo è il simbolo del fallimento delle politiche sull’accoglienza – ha aggiunto la deputata di Sel-Si Celeste Costantino, componente della commissione parlamentare Antimafia – serve un impegno maggiore del governo per superare i ghetti, ridare dignità al lavoro e togliere spazio alle mafie che creano e insieme cavalcano la crisi del settore”.

Sorgente: Caporalato, la “filiera sporca” dell’ortofrutta: migranti sfruttati e lavoratori derubati degli 80 euro di Renzi – Il Fatto Quotidiano

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