Europa/Africa: il bacio della morte

Nel semestre italiano di presidenza dell’Unione Europea (UE) e con Federica Mogherini, Alta Rappresentante per la politica estera e di sicurezza, nonché vicepresidente della UE, l’Europa ha dato il ‘bacio della morte’-così scrive Le Monde Diplomatique- all’Africa, forzandola a firmare gli Accordi di Partenariato Economico (EPA). “O firmate gli EPA- ha detto la Commissione Europea ai paesi ACP(Africa, Caraibi, Pacifico) o sarete sottoposti a un nuovo regime di tassazione delle vostre esportazioni .” E lo ha fatto , come promesso, entro il 1 ottobre 2014. E’ gravissimo che l’Europa l’abbia fatto in un momento così difficile per il continente nero, soprattutto con i paesi dell’Africa occidentale minacciati dalla tragedia di Ebola, con la zona saheliana dal Mali al Sudan in subbuglio, con il Corno d’Africa in guerra e con il Sud Sudan e il Centrafrica in guerra civile.

E’ incredibile che in questo clima, la UE abbia forzato l’Africa sub-sahariana ad arrendersi. Il primo gruppo a capitolare è stata l’Africa Occidentale,quella che più si era opposta agli EPA. Il 10 luglio, i sedici paesi della Africa occidentale, che rappresentano il 38% del commercio globale UE-ACP, per un totale di 38 miliardi di euro, hanno firmato.

Il 15 luglio si sono chiusi i negoziati con sei paesi (Botswana,Lesotho, Mozambico, Namibia, Sudafrica e Swaziland) dell’Africa Australe.Il 21 settembre hanno capitolato i cinque paesi dell’Africa Orientale (Burundi, Kenya, Rwanda, Tanzania, Uganda). Non hanno ancora firmato i paesi del Corno d’Africa, il Sud Sudan e il Centrafrica, sconvolte da conflitti e guerre.Gli altri paesi dei Caraibi e del Pacifico avevano già capitolato prima.

“Sotto la spada di Damocle del 1 ottobre-scrive S.Squarcina su Nigrizia – si può affermare che il grosso degli EPA sono stati siglati con praticamente l’insieme degli ACP.”

Per capire quello che è avvenuto, dobbiamo ricordare che le relazioni commerciali tra UE e paesi ACP erano regolati dalla Convenzione di Lomè(1975-2000) e poi di Cotonou (2000-2020), con la clausola che i prodotti ACP- prevalentemente materie prime- potessero essere esportati nei mercati europei senza essere tassati. Questo però non valeva per i prodotti europei esportati nei paesi ACP, che dovevano invece sottostare a un regime fiscale di tipo protezionistico. Ora la UE chiede ai paesi ACP  di eliminare le barriere protezionistiche in nome del libero scambio, che sono frutto delle spinte neoliberiste di Bruxelles. Con gli EPA infatti le nazioni africane saranno costrette a togliere sia i dazi che le tariffe oltre ad aprire i loro mercati alla concorrenza. La conseguenza sarà drammatica per i paesi ACP: l’agricoltura europea(sorretta da 50 miliardi di euro all’anno) potrà svendere i propri prodotti sui mercati nei paesi impoveriti. I contadini africani, infatti,, (l’Africa è un continente al 70% agricolo) non potranno competere con i prezzi degli agricoltori europei che potranno svendere i loro prodotti sussidiati. E l’Africa sarà ancora più strangolata ed affamata in un momento in cui l’Africa pagherà pesantemente per i cambiamenti climatici.

L’Europa ha vinto, gli impoveriti hanno perso. Ma non possiamo arrenderci, né demordere perché ci vorrà tempo per la ratifica e l’entrata in vigore degli EPA. Ci vorranno molti anni prima che i singoli EPA entrino in vigore. Infatti i singoli EPA dovranno essere ratificati da tutti i parlamenti UE e ACP interessati dai singoli accordi di partenariato. Bruxelles farà di tutto per chiudere il processo di ratifica entro il 2020, quando si dovrà procedere al rinnovo della Convenzione di Cotonou. A questo bisogna aggiungere che gli ACP faranno di tutto per rallentare la ratifica degli EPA. “La Commissione ha lasciato intendere-scrive J. Berthelot su Le Monde Diplomatique – che potrebbe rinviare la data limite per la ratifica al 1 ottobre 2016. La battaglia non è finita.”

Per questo chiediamo a tutti coloro che si sono impegnati in questa campagna contro gli EPA e a tutti coloro che vorranno aggregarsi a non demordere, ma di continuare a premere sui nostri parlamentari, sulla Commissione Europea, in primis sull’Alta Rappresentante per la politica estera della UE , Federica Mogherini, perché si rendano conto della profonda ingiustizia perpretata, tramite questi Accordi contro i popoli più impoveriti del Pianeta.

Siamo infatti persuasi che questi Accordi siano profondamente ingiusti perché in un’Africa già così debilitata, questi Accordi costituirebbero un colpo mortale per l’agricoltura africana, in particolare per l’industria della trasformazione e della lavorazione dei prodotti agricoli, che può e deve arrivare a sfamare la propria gente. Inoltre l’eliminazione dei dazi doganali nei paesi  ACP , che costituiscono una bella fetta del bilancio statale , metterebbero in crisi gli stati ACP.

Non è concepibile che una potenza economica come la UE non abbia una seria politica estera verso i paesi più impoveriti, soprattutto verso il continente a noi più vicino, l’Africa, oggi il continente più schiacciato.

Ci appelliamo a tutti quei gruppi, associazioni, reti, istituti missionari che hanno già lavorato contro gli EPA a riprendere a martellare i nostri deputati a Bruxelles.

Non possiamo non ascoltare l’immenso grido dei poveri. E’ in ballo la vita di milioni di persone,ma è anche in ballo il futuro stesso della UE.

Napoli, 21 novembre 2014

Alex Zanotelli

thanks to: Peacelink

Petrolieri nella nebbia

Mentre tentava di mettere le mani sul più antico parco nazionale africano, la compagnia petrolifera britannica Soco International e i suoi subappaltatori hanno corrotto, finanziato ribelli armati e beneficiato del clima di paura e violenza promosso dalle forze di sicurezza governative.

Le malefatte di una delle principali imprese a controllo pubblico del Regno Unito sono denunciate da un rapporto pubblicato da Global Witness, basato su registrazioni segrete raccolte nella Repubblica democratica del Congo, raccolte da cineasti inglesi e da questi passate all’associazione britannica.

Le registrazioni sono state effettuate nel corso delle riprese per un lungometraggio sui monti Virunga, ma solo una parte di esse sono state montate nel documentario, in uscita il prossimo novembre. Il materiale include registrazioni audio e video di un investigatore nominato dal tribunale, oltre alla testimonianza di attivisti delle comunità locali e all’intervista alla giornalista freelance francese Mélanie Gouby.

Tra i casi più inquietanti, un ufficiale dei servizi segreti congolesi che offre migliaia di dollari a un ranger del parco per spiare il guardiano principale del Parco Nazionale del Virunga, Emmanuel de Mérode, per colpa della Soco. Poi un alto funzionario della Soco ammette di aver finanziato i ribelli. E quindi un deputato della regione, che ammette di aver ricevuto i pagamenti mensili dalla Soco per fare pressione politica in favore dell’impresa.

Gli attivisti locali e i guardaparco che hanno criticato le operazioni di Soco sono stati arrestati, e in alcuni casi picchiati o feriti da soldati e agenti dei servizi segreti intenti a favorire l’ingresso della Soco nella regione. Alcuni di questi casi sono descritti nel rapporto di Global Witness, mentre altri sono stati e documentati da Human Rights Watch lo scorso giugno. Non ci sono invece prove del fatto che le forze di sicurezza abbiano agito su ordini della Soco.

La Soco non è ancora riuscita a trovare il petrolio nel parco. In seguito della campagna sostentata dagli attivisti, l’impresa lo scorso giugno si è impegnata a non “intraprendere o commissione esplorativa o qualsiasi altra perforazione all’interno del Parco Nazionale del Virunga, a meno che l’Unesco e il governo della RDC concordano sul fatto che tali attività non siano incompatibili con il suo status di Patrimonio Mondiale”. La furbesca posizione della Soco lascia aperta l’opzione della declassificaizone del parco per poterne sfruttare il petrolio. Secondo un articolo del Times, il vice direttore della Soco Deputy CEO Roger Cagle avrebbe sostenuto che il Congo e l’Unesco potrebbero accettare di ridisegnare i confini del parco dei Virunga.

“La Soco minaccia più antico parco nazionale africano con un progetto petrolifero segnata da corruzione, intimidazione e violenza”, ha dichiarato Nat Dyer di Global Witness. “I fondi pensione e altri investitori devono esigere che Soco chiuda le esplorazioni nei Virunga”.

La Soco nega le accuse avanzate dal rapporto, dicendo affermando di non tollerare né essere compie di tolleranza verso la corruzione o altre attività illegali, e che le tangenti a guardaparco “non sono mai stati né saranno mai essere ammesse dalla Soco”. L’impresa ha dichiarato di essere attivamente impegnata nella tutela dei diritti umani e che è pronta a indagare se vi siano casi di irregolarità.

Global Witness chiede ai soci della Soco – tra cui la Aviva, la Legal & General e la Chiesa riformata britannica, di premere sull’impresa affinché ponga fine alle esplorazioni nel Parco Nazionale Virunga e venga aperta una commissione un’inchiesta indipendente sulle attività della Soco in Congo. La commissione dovrebbe esaminare le accuse di corruzione, di pagamenti segreti e l’arresto e l’intimidazione degli oppositori da parte delle forze di sicurezza congolesi che supportano la Soco.

thanks to: Salvaleforeste

Il Parco Nazionale dei Virunga è l’habitat di un quarto dei 880 rimanenti gorilla di montagna rimasti al mondo, oltre a un numero di specie di uccelli e di mammiferi più alto di qualsiasi altro parco nazionale africano.

De Merode, capo guardiano del parco dei Virunga, lo scorso aprile è sopravvissuto a un tentativo di omicidio. Il ranger è stato pugnalato allo stomaco e al torace da uomini armati, poco dopo aver consegnato una relazione sulle attività di Soco al pubblico ministero della regione. Le autorità congolesi stanno indagando sul rapporto di De Merode, che aveva suscitato l’ostilità di molti gruppi che intenzionati a sfruttare il parco, dai ribelli ai bracconieri di elefanti ai sostenitori dei progetti di esplorazione petrolifera. La Soco ha condannato l’attacco e sostiene che collegamento della Soco a questo crimine è del tutto infondato.

Il caso di de Merode è un duro monito sui pericoli che affrontano i guardaparco dei Virunga, dove 130 ranger sono stati uccisi dal 1996.

Renzi, portaborse di Eni e Finmeccanica

di Alex Zanotelli
Mentre arrivava in Senato  il disegno di legge sulla Cooperazione allo sviluppo, il presidente del Consiglio Matteo Renzi partiva per il suo viaggio in Africa . Un viaggio emblematico che ci aiuta a capire come leggere il nuovo disegno di legge sulla cooperazione. Ritengo che sia la nuova legge come il viaggio di Renzi  possano essere riassunti in una sola parola: business/affari.

Infatti  Renzi è partito alla volta dell’Africa con una folta delegazione di manager di imprese italiane, guidata dal viceministro allo Sviluppo economico, Carlo Calenda. Presente nella delegazione anche Alessandro Castellano,  direttore della Sace (Società per i servizi assicurativi del commercio estero), per assicurare gli investimenti all’estero delle imprese italiane, con seicento milioni di euro a disposizione delle ditte che investono nell’Africa subsahariana. Ma tra i prestigiosi nomi  della delegazione spiccava l’Eni , la potente compagnia petrolifera ben piazzata nei tre stati visitati da Renzi: Mozambico, Congo Brazzaville e Angola.

Il 19 luglio l’arrivo a Maputo, capitale del Mozambico, non a caso scelta come prima tappa del viaggio di Renzi.  Infatti nel 2011  l’Eni ha scoperto nella provincia di Cabo del Gado un giacimento off-shore di due miliardi e mezzo di metri cubi di gas, capaci di soddisfare i bisogni energetici delle famiglie italiane per i prossimi trent’anni. Renzi ha detto che l’Eni investirà 50 miliardi di dollari in Mozambico. «Uno dei più grandi investimenti al mondo sul gas», ha detto Calenda. In Mozambico operano già oltre 90 imprese italiane. «Il governo intende fare del Mozambico il test su come si affronta un mercato in Africa» ha detto ancora il viceministro, «e intende farne il centro della sua attività».

È chiaro che gli investimenti andranno a beneficio delle imprese italiane, poco o nulla andrà a beneficio del popolo mozambicano. È questo l’aiuto allo “sviluppo”?

Nella seconda tappa, il 20 luglio, Renzi arriva a Brazzaville, capitale del Congo, dove l’Eni è ben piazzata per l’estrazione del petrolio. Renzi firma un altro accordo con il governo congolese per un giacimento di petrolio off-shore.

Terza tappa: il 21 luglio Renzi raggiunge Luanda, capitale dell’Angola, tra le nazioni più ricche di risorse dell’Africa. Anche qui l’Eni è presente, fin dal 1961. Renzi apre al governo angolano la scatola di Pandora delle imprese italiane. Il messaggio di Renzi è chiaro: è venuto in Africa per fare affari. E i soldi della Cooperazione italiana servono spesso a sostenere le imprese nostrane con appalti all’estero che spesso hanno ben poca utilità per le popolazioni locali.

Infatti mentre le élites borghesi al potere, con le quali il governo italiano si accorda, diventano sempre più ricche , il popolo diventa sempre più povero.

Trovo molto grave che il viaggio di Renzi sia stato organizzato quasi in funzione dell’Eni che, in Africa, ha sulla coscienza un grave crimine ambientale: il disastro ecologico del Delta del Niger. Nonostante le proteste e le lotte del popolo Ogoni che vive in quella regione, nonostante la costante pressione dei movimenti ambientalisti nostrani, i vari governi italiani (da Berlusconi a Renzi), non hanno mai voluto affrontare l’argomento. Ho lavorato personalmente per l’invio di una Commissione parlamentare nel Delta del Niger, ma il ministero degli affari esteri ha negato il permesso.

Ritengo altresì grave la presenza di Finmeccanica nella delegazione che ha seguito Renzi. In un continente dilaniato da guerre e guerriglie, come può l’Italia presentarsi vendendo altre armi? Come ha potuto il governo italiano inviare la portaerei Cavour per il periplo dell’Africa, esibendo la nostra migliore produzione di armi ai governi africani? Non si può dare con una mano l’aiuto per la lotta contro la fame nel mondo, e con l’altra offrire armi.

Inoltre, non è con questo tipo di “cooperazione” che risolveremo il dramma delle migrazioni. Nonostante Renzi a Maputo abbia detto che «serve ciò che stiamo facendo in Mozambico»,  è proprio il tipo di “sviluppo” promosso dal presidente del consiglio che forza la gente a fuggire dalle zone rurali per ammucchiarsi nelle baraccopoli o a imbarcarsi sui barconi della “speranza”. È proprio il nostro Sistema economico-finanziario, del quale Renzi è un paladino, che ridurrà l’Africa a essere per tre quarti non abitabile (per il surriscaldamento) e forzerà almeno duecento milioni di africani a fuggire, secondo i dati Onu.

Non è questa la strada della cooperazione, della solidarietà, del futuro per noi e per loro.

Lo scrivo come missionario, inviato dalla mia gente africana a convertire la “tribù bianca”. La missione continua.

Napoli 23 luglio 2014

 

thanks to: nigrizia

AFRICA !

 

INVICTUS

Dal profondo della notte che mi avvolge,
buia come il pozzo più profondo che va da un polo all’altro,
ringrazio gli dei chiunque essi siano
per l’indomabile anima mia.

Nella feroce morsa delle circostanze
non mi sono tirato indietro né ho gridato per l’angoscia.
Sotto i colpi d’ascia della sorte
il mio capo è sanguinante, ma indomito.

Oltre questo luogo di collera e lacrime
incombe solo l’Orrore delle ombre,
eppure la minaccia degli anni
mi trova, e mi troverà, senza paura.

Non importa quanto sia stretta la porta,
quanto piena di castighi la vita.
Io sono il padrone del mio destino:
io sono il capitano della mia anima.

 

 

Invictus è una poesia scritta dal poeta inglese William Ernest Henley (1849-1903). Il titolo proviene dal latino e significa “mai sconfitto”. Fu composta nel 1875 e pubblicata per la prima volta nel 1888.
La poesia è citata nel film del 2009 Invictus – L’invincibile di Clint Eastwood. Viene infatti usata da Nelson Mandela (Morgan Freeman) prima per alleviare gli anni della sua prigionia durante l’apartheid e poi per incoraggiare il capitano della squadra sudafricana di rugby François Pienaar (Matt Damon).

IN ISRAELE C’E’ L’APARTHEID di Shulamit Aloni (ministro dell’educazione nel governo di Yitzhak Rabin, lavora in Yediot Aharonot, il più grande quotidiano israeliano. Questo articolo è stato pubblicato l’8 gennaio 2007 dal Ynet in ebraico, ma non dal Ynetnews in lingua inglese. E’ stato tradotto in inglese da Sol Salbe, giornalista australiano, i cui commenti sono tra parentesi)

Il nostro autocompiacimento di ebrei è talmente forte che non riusciamo a vedere neppure quello che succede sotto i nostri occhi. Consideriamo semplicemente inconcepibile che le vittime assolute, gli ebrei, possano commettere cattive azioni. E tuttavia lo Stato di Israele pratica una sua particolare forma di apartheid, assai violenta, nei confronti della popolazione autoctona palestinese. L’attacco mosso dalla lobby ebraica nord americana contro l’ex presidente Jimmy Carter è perché ha avuto l’audacia di dire una verità da tutti conosciuta: col suo esercito, il governo israeliano pratica una forma brutale di apartheid nei territori occupati. Il suo esercito ha trasformato tutte le città e i villaggi palestinesi in campi di detenzione chiusi e recintati da reti metalliche. Tutto ciò per tenere d’occhio i movimenti della popolazione e renderle la vita difficile. Israele impone anche un coprifuoco totale tutte le volte che i coloni, che si sono illegalmente impossessati delle terre dei Palestinesi, celebrano i loro giorni di festa e fanno le loro sfilate. E come se non fosse sufficiente, i generali comandanti della regione emanano con frequenza ordini, regolamenti, istruzioni e regole (si sa, sono i “signori della terra”).

RISERVATO AGLI EBREI
Ad oggi hanno requisito nuove terre per costruire strade “riservate agli ebrei”. Strade bellissime, strade larghe, strade bene asfaltate, illuminate tutta la notte: Tutto ciò sulle terre rubate. Quando un Palestinese imbocca una di queste strade, il suo veicolo viene confiscato e lui cacciato. In una occasione sono stato io stesso testimone dell’incontro tra un autista e un soldato che ne controllava le generalità prima di sequestrare il veicolo e mandare via il suo proprietario. “Perché?”, ho domandato al soldato. “E’ un ordine, questa è una strada riservata agli ebrei”, ha risposto. Gli ho chiesto dove fossero i cartelli stradali con questa indicazione. La sua risposta è stata stupefacente: “E’ nella responsabilità (del conducente non ebreo) di saperlo. Inoltre che cosa vuole che facciamo? Mettere un cartello e lasciare che un reporter o un giornalista più o meno antisemita faccia una foto che dimostri al mondo che qui c’è l’apartheid?” Perché sì, qui c’è l’apartheid. E il nostro esercito non è affatto “l’esercito più morale del mondo”, come dicono i comandanti. Per provarlo basta solo dire che ogni città, ogni villaggio è diventato un centro di detenzione, che ogni via di accesso è stata chiusa, bloccando le strade principali. E come se non fosse sufficiente vietare ai Palestinesi di circolare sulle strade asfaltate “riservate agli ebrei” ma costruite sulle loro terre, i comandi militari hanno ritenuto necessario infliggere un nuovo colpo agli autoctoni sul loro proprio territorio con una nuova regola ingegnosa: i militanti per i diritti dell’uomo non potranno più trasportare i Palestinesi. Il maggiore generale Naveh, considerato un patriota ineguagliabile, ha emesso un nuovo ordine, con decorrenza 19 gennaio, che vieta di trasportare i Palestinesi senza autorizzazione. L’ordine specifica che gli israeliani non sono autorizzati a portare Palestinesi in un veicolo israeliano, salvo esplicita autorizzazione relativa sia all’autista che al passeggero palestinese. Naturalmente questo ordine non si applica a coloro che lavorano per i coloni, ad essi sono concesse tutte le autorizzazioni perché possano continuare a servire i “signori della terra”, i coloni

CAMPAGNA INGIURIOSA
Possibile che quell’uomo di pace che è il presidente Carter si sia veramente sbagliato quando ha affermato che in Israele vige l’apartheid? Forse ha esagerato? I dirigenti della comunità ebraica nord americana non conoscono la Convenzione internazionale per l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale del 7 marzo 1966, firmata anche da Israele? Gli ebrei nord americani, che hanno lanciato una grande campagna di ingiurie contro Carter per avere – secondo loro – diffamato il carattere di Israele e la sua natura democratica e umanista, non conoscono la Convenzione internazionale per la soppressione e la punizione del delitto di apartheid del 30 novembre 1973? L’apartheid vi è definito come un delitto internazionale che si realizza, tra l’altro, attraverso l’utilizzazione di diversi strumenti giuridici per dominare differenti gruppi razziali, che siano tali da privare le persone dei loro diritti umani. La libertà di movimento non è forse uno di questi diritti? Nel passato i dirigenti della comunità ebraica nord americana erano ben consapevoli del significato di queste convenzioni. Attualmente, non si capisce per quale ragione, si sono convinti che Israele sia autorizzata a violarle. Che sia accettabile uccidere civili, donne e bambini, vecchi e genitori coi loro figli. Che sia permesso di rubare la terra ad una intera popolazione, distruggere i suoi raccolti e metterla in gabbia come animali in uno zoo. D’ora in poi gli israeliani e i volontari delle organizzazioni umanitarie internazionali non potranno più aiutare una donna palestinese in pericolo di vita e trasportarla in ospedale. I volontari di Yesh Din (un gruppo israeliano che difende i diritti dell’uomo, ndt) non potranno accompagnare al commissariato di polizia un palestinese che sia stato derubato e picchiato per sporgere denuncia. (I commissariati di polizia si trovano al centro degli insediamenti dei coloni). C’è qualcuno che può pensare che questo non sia apartheid? Jimmy Carter non ha certo bisogno di me per difendere la sua reputazione che i responsabili della comunità filo-israeliana hanno tentato di insozzare. La difficoltà sta nel fatto che la loro infatuazione per Israele ne deforma i giudizi e impedisce loro di vedere quello che succede sotto i loro occhi. Israele è una potenza occupante che opprime da 40 anni una popolazione autoctona che avrebbe invece diritto alla propria sovranità ed indipendenza, vivendo in pace con noi.

PUNIZIONE COLLETTIVA
Dovremmo ricordarci che abbiamo anche noi realizzato violentissimi atti terroristici contro un governo straniero quando anche noi volevamo costruire il nostro stato. E la lista delle vittime è considerevole. Noi ci limitiamo a non riconoscere al popolo palestinese i diritti dell’uomo. Non solo gli rubiamo la libertà, la terra e l’acqua, ma infliggiamo una punizione collettiva a milioni di persone ed anche, con una frenesia dettata dalla vendetta, distruggiamo le centrali elettriche che servono un milione e mezzo di civili. Che restino dunque al buio e muoiano pure di fame! Gli impiegati non possono ricevere il salario perché Israele trattiene 500 milioni di shekels che appartengono ai Palestinesi. E dopo tutto questo, restiamo “candidi come la neve”. Perché è chiaro che non c’è alcuna colpa nelle nostre azioni, non c’è alcuna discriminazione sociale, non c’è alcun apartheid. E’ una invenzione dei nemici di Israele. Bravi i nostri fratelli e sorelle degli Stati Uniti! La vostra abnegazione è molto apprezzata. Ci avete lavato questa brutta macchia. Ora possiamo avanzare con passo più spedito, mentre maltrattiamo in tutta sicurezza la popolazione palestinese, utilizzando “l’esercito più morale del mondo”.

thanks to: InvictaPalestina

TURISMO E SVILUPPO: VERTICE ALLE CASCATE VITTORIA

L’introduzione di un visto unico che valga per tutta l’Africa o quantomeno per alcune delle sue macro-regioni è uno dei temi sul tavolo dell’Assemblea generale dell’Organizzazione mondiale del turismo (Unwto) che si è aperta ieri sera ai piedi delle Cascate Vittoria, al confine tra Zimbabwe e Zambia.

La necessità di favorire lo spostamento dei visitatori da un paese all’altro riducendo al massimo gli ostacoli di carattere burocratico è stata sottolineata da Robert Mugabe e Michael Sata, presidenti rispettivamente di Zimbabwe e Zambia, i paesi che ospitano insieme la ventesima sessione dell’Assemblea generale dell’organizzazione dell’Onu. “Ci preoccupa molto – ha detto Mugabe – che nonostante le sue grandi risorse naturali e culturali a oggi l’Africa conti su appena il 4% delle rendite generate dal turismo mondiale”. Secondo i due presidenti, e come ha sottolineato lo stesso segretario generale di Unwto Teleb Rifai, il turismo può e deve essere uno strumento al servizio dello sviluppo economico e sociale dei popoli.

Alla sessione dell’Assemblea generale, riferisce l’agenzia di stampa di Harare New Ziana, stanno partecipando i delegati di 124 paesi. Incontri e dibattiti proseguiranno fino a venerdì. L’ultima sessione dell’Assemblea si era tenuta nel 2011 in Corea del Sud; il prossimo paese ospitante dovrebbe essere scelto tra Cambogia e Colombia.

viaTURISMO E SVILUPPO: VERTICE ALLE CASCATE VITTORIA | Misna – Missionary International Service News Agency.