L’ex-ministro della Difesa israeliano ammette che Israele ha mentito sui tunnel di Hezbollah

Israele-MEMO. L’ex-ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, ha ammesso giovedì che gli ufficiali israeliani hanno mentito per anni sull’esistenza di tunnel di Hezbollah al di sotto del confine tra Libano ed Israele.

Parlando con la radio dell’esercito israeliano, Ya’alon ha affermato che gli ufficiali hanno mentito sui tunnel per anni prima di decidere di eseguire un’operazione per distruggerli, all’inizio di questa settimana.

“L’abbiamo fatto per ingannare l’altro lato”, ha dichiarato Ya’alon alla radio dell’esercito. “Esiste un’esagerazione nel modo in cui [l’operazione] è stata presentata, e spero che questo non ci ferisca”, ha aggiunto.

Per quanto riguarda le osservazioni precedenti, rilasciate nel 2016, quando aveva affermato che non c’era “nessun tunnel” a nord, Ya’alon ha dichiarato: “I miei commenti di due anni fa […] erano una bugia al fine di preservare la sicurezza dello stato“.

Tuttavia, egli ritiene che esista un’esagerazione per quanto riguarda l’operazione in corso.

Le osservazioni di Ya’alon sono state ampiamente riportate dai media israeliani, ma ha insistito sul fatto che “nessuno dei tunnel ha raggiunto le comunità in cui la gente ha affermato di aver sentito di scavare”.

Israele ha lanciato la sua operazione nelle prime ore di martedì, dichiarando la città di Metulla – situata sul confine israelo-libanese, non lontano dalle Alture del Golan – una zona militare chiusa. Si pensa che l’operazione potrebbe durare per diverse settimane, e Israele sostiene che il tunnel sotto Metulla è uno dei molti.

Traduzione per InfoPal di F.H.L.

thanks to: Infopal

Advertisements

Attivisti israeliani costruiscono altare per sacrifici di animali a Gerusalemme

Gerusalemme occupata-PIC. Alcuni attivisti ebrei, che sperano di vedere il Monte del Tempio costruito al posto della moschea al-Aqsa, hanno inaugurato un nuovo altare, questo lunedì, nella Gerusalemme occupata, il quale si dice sia destinato ad essere posto sul monte dopo la rimozione della moschea, e sarà usato per offrire sacrifici di animali.

Secondo il quotidiano Haaretz, questi attivisti, che si stanno preparando per un tempio ricostruito ricreando alcuni degli antichi strumenti usati durante rituali nei templi, hanno praticato, nell’ultimo decennio, l’offerta di sacrifici nei giorni precedenti alla Pasqua.

Lunedì, gli attivisti hanno voluto usare l’altare, ma si sono dovuti “accontentare” di realizzare soltanto una parte del rituale, perché la municipalità israeliana di Gerusalemme ha rifiutato di permettere loro di tagliare la gola ad un animale in un luogo pubblico.

“Alla fine, ci sarà un altare più grande, ma per ora abbiamo questo, e nel momento in cui verranno aperti i cancelli saremo pronti a portarlo nel Monte del Tempio”, ha dichiarato l’attivista Shimshon Elboim al quotidiano.

Finora le sessioni hanno incluso l’uccisione di animali e l’offerta dei loro cadaveri su un altare temporaneo costruito in legno, in un’area vicino al muro occidentale della moschea.

Lunedì, gli attivisti hanno voluto eseguire il rituale dopo aver ricevuto un permesso dalla polizia, ma il consulente legale del comune ha respinto la richiesta per l’uccisione di un animale in un luogo pubblico al di fuori dalle mura della Città Vecchia, quindi la pecora destinata a questo scopo è stata portate in un altro luogo per il rituale.

“Quello che dobbiamo ancora fare è risvegliare la gente”, ha affermato Elboim. “I progressi sono lenti ma sicuri, e se le autorità lo permetteranno, domani potremo fare tutto il servizio”.

 

thanks to: Agenzia stampa Infopal

La Siria denuncia i massicci saccheggi di reperti antichi da parte di Stati Uniti e Francia

La Siria denuncia i massicci saccheggi di reperti antichi da parte di Stati Uniti e Francia

La Siria denuncia il ruolo degli Stati Uniti, Francia e curdi nel massiccio saccheggio del patrimonio archeologico nel nord del territorio e dei suoi alleati.

Le truppe Usa, Francia e le cosiddette ‘Forze Democratiche siriane’ (FDS) stanno conducendo “scavi illegali” nella città di Manbij ha avvertito il direttore della Direzione Generale delle Antichità e dei Musei di Siria, Mahmud Hamud, citato dall’agenzia di stato siriana SANA.

Hamud ha spiegato che i militari stranieri ed i loro sostenitori locali stanno utilizzando varie squadre tecniche per scoprire un territorio ricco di reperti antichità nelle località di Um al-SARJ vicino Manbij.

Le truppe guidate dagli Usa, aggiunge l’agenzia, stanno portando operazioni appena simili nel “vecchio mercato” e altri siti storici nella provincia settentrionale di Aleppo ora controllata da milizie curde supportate da Washington.

“Gli scavi, saccheggi e rapine si verificano anche nelle tombe archeologiche ad est della città di Manbij”, ha aggiunto Hamud, sostenendo che queste operazioni sono una grave violazione della sovranità siriana e delle convenzioni e standard internazionali.

“Speriamo che l’esercito siriano restituisca presto pace e sicurezza in tutte quelle aree, perché è l’unica forza in grado di proteggere la nostra eredità”, ha aggiunto il funzionario.

Hamud ha anche messo in guardia su un aumento di scavi archeologici in aree controllate da organizzazioni terroristiche nella provincia di Idlib, così come nella regione di Afrin, nord di Aleppo, dominato da gruppi armati sostenuti dalla Turchia.

Fonte: SANA – FOTO Reuters
Notizia del:

Rete sionista gestiva turismo sessuale per pedofili in Colombia! Molteplici arresti, sequestrati beni e valori per decine di milioni di dollari!

Certe “elette” attività suscitano la riprovazione e l’intervento persino dei peggiori e più corrotti narco-regimi filo-yankee dell’America Latina.

Le forze dell’ordine in Colombia hanno smantellato una rete di 12 cittadini dell’entità illegale sionista che gestivano una rete di traffico sessuale minorile insieme a due colombiani. L’ufficio del Procuratore Generale della Colombia ha dichiarato che otto dei sospettati sono stati arrestati, compresi sei sionisti.

Il presunto anello per il traffico sessuale forniva ai viaggiatori di Tel Aviv “pacchetti turistici” che includevano prostitute minorenni, che ricevevano tra 200.000 pesos ($ 63) e 400.000 pesos ($ 126) in cambio di servizi sessuali.

Tra le accuse contro i membri del gruppo di trafficanti ci sono omicidio, cospirazione, traffico di esseri umani, traffico di minori, produzione di droga, fornitura di servizi di prostituzione e riciclaggio di denaro. Il leader del ‘clan’ era Mor Zohar, riferiscono i media in Colombia, mentre uno degli arrestati è un poliziotto colombiano.

L’ufficio del Procuratore Generale ha dichiarato che durante l’inchiesta sono stati sequestrati 150 miliardi di pesos ($ 47,3 milioni) tra valori e immobili, compresi alberghi, ostelli e altre attività legate al turismo.

L’indagine è iniziata dopo l’omicidio del sionista Shai Azran a Medellin nel giugno 2016. La polizia in Colombia sospetta che l’assassino sia Assi Ben-Mosh, un altro sionista di 44 anni che ha operato in Colombia dal 2009. Ben-Mosh è stato arrestato in 2003 nei Paesi Bassi con l’accusa di guidare una rete internazionale di traffico di droga.

Le autorità colombiane monitorarono le attività di Ben-Mosh nella nazione sudamericana e scoprirono che possedeva un hotel a Santa Marta, l’Hotel Benjamin, e offrì “pacchetti turistici” e feste organizzate in cui la droga e il sesso sarebbero stati venduti – in collaborazione con Zohar.

La rete è sospettata di operare in un certo numero di città in Colombia, tra cui la capitale Bogotà, Medellin, Cartagena e Santa Marta.

thanks to: Palaestina Felix

Come darsi la zappa sopra i piedi e perdere le elezioni

I deliri di Salvini in Israele

I deliri di Salvini in Israele

“Sono appena stato ai confini nord col Libano, dove i terroristi islamici di Hezbollah….”. Questo capolavoro di geopolitica è parte di uno pseudo comunicato pubblicato su Twitter dal ministro degli interni (e degli esteri?) del governo italiano.

I “terroristi” islamici di Hezbollah sono coloro che hanno evitato che l’Isis e i fratelli di Al-Qaeda prendessero possesso della Siria. Insieme all’Iran e all’intervento russo chiaramente. Ma il ruolo degli Hezbollah è stato decisivo. Sappiamo, del resto, qual è la posizione sulla Siria di Salvini e il suo sostegno all’ideologia wahabita, responsabile anche del massacro in Yemen, è in linea del resto con il suo asservimento totale al regime di Israele. Regime che Salvini ha il coraggio di definire“il baluardo di democrazia in Medio Oriente”. Su quest’ultima frase non scriviamo nulla per non offendere ulteriormente la vostra intelligenza.

Essendo la prima visita di un esponente del governo Conte nei territori occupati di Palestina, attendiamo presto prese di distanze immediate. Il silenzio assenso ai deliri di Salvini sarebbe imperdonabile.

P.s. Dopo la visita di Salvini in Israele gli Hezbollah avranno sicuramente iniziato a tremare di paura….

Notizia del:

Le campagne sioniste contro il BDS non intimidiscono

Gli avvenimenti iniziati il 30 Marzo 2018 con la Grande Marcia del Ritorno in Palestina mostrano chiaramente che le minacce e l’uso della forza nonché la violenza indiscriminata, spesso mirata, dell’esercito sionista non servono ad ottenere concessioni dai palestinesi. Quello che è stato concepibile con l’ANP non si è mostrato possibile con la Resistenza. Inoltre…

via Le campagne sioniste contro il BDS non intimidiscono — Palestina Rossa – diamo voce alla Sinistra e alla Resistenza palestinese

RAPPORTO DA TEHRAN SOTTO LE SANZIONI AMERICANE (English version available)

 di Diego Siragusa

Conoscevo la storia dell’Iran contemporaneo, almeno dal colpo di stato contro Mossadeq fino a oggi, e, soprattutto, avevo seguito con passione  la vicenda della rivoluzione popolare contro lo scià Reza Pahlevi. L’invito rivoltomi dall’Università di Tehran, per un incontro tra addetti ai lavori sul tema del DECLINO DELL’EGEMONIA USA E LE VOCI DI RESISTENZA, non mi ha trovato impreparato. I miei interlocutori conoscevano i miei lavori, libri e articoli, e, in particolare, il mio impegno accanto alla resistenza palestinese a cui l’Iran postrivoluzionario ha sempre dato il proprio sostegno.

A causa di un ritardo dell’aereo partito da Milano Malpensa, ho perso a Doha, in Qatar, la coincidenza per Tehran. Trascorro la notte in un lussuoso albergo e, alle 5 del mattino, ritorno in aeroporto per raggiungere Tehran con un altro volo. Durante il viaggio rivedo la mia relazione di circa 20 minuti sul tema che mi era stato proposto.

All’aeroporto Komeini mi aspetta una persona che, per riservatezza, chiamo Hossein. Molto gentile, mi prende la valigia, mi conduce in hotel e sarà il mio accompagnatore fisso per 5 giorni. Mi promette che, in serata, mi porterà a visitare la MILAD TOWER che domina su tutta la città.

Sapevo alcune notizie su questa torre, alta 435 metri, grazie al mio amico Fabrizio Cassinelli, giornalista dell’ANSA, autore di un pregevole libro che ho recensito nel mio blog: L’iran svelato. Fabrizio racconta la storia della fornitura degli ascensori che fu affidata a una ditta italiana per il valore di 9 milioni di euro. Purtroppo, a causa delle sanzioni imposte all’Iran dagli Stati Uniti, col consenso gregario degli stati europei, l’Italia perse questa fornitura importante. Subentrò una ditta tedesca la quale, richiamata all’obbedienza atlantica dalla signora Merkel, dovette, pur essa, soccombere. Conclusione: una ditta giapponese si aggiudicò la fornitura.

Hossein è orgoglioso della Milad Tower. “L’abbiamo costruita noi iraniani – mi dice – . Tra diversi progetti che sono stati presentati, il migliore era il nostro.”

(I vari progetti di torre)

Ha ragione ad essere orgoglioso, in effetti, il progetto realizzato è il migliore. La torre accoglie diverse sale espositive con opere d’arte e installazioni con manichini di silicone creati con notevole verosimiglianza che riproducono personaggi emeriti della storia persiana: poeti, scienziati, scrittori, atleti, uomini politici e personaggi del clero sciita.

Tehran è una città abitata da circa 8.600.000 persone. Pulita e ben ordinata. Niente scritte sui muri, niente spazzatura. La manutenzione dei viali, dei parchi e dei giardini è costante. Le grandi arterie stradali l’attraversano facilitando il traffico che, verso le ore 17, diventa piuttosto intenso. Osservo che un grande boulevard è dedicato a Nelson Mandela e all’Africa. Hossen mi informa che c’è una grande strada dedicata a Bobby Sands, il militante nordirlandese membro della Provisional Irish Republican Army, morto il 5 maggio 1981 dopo uno sciopero della fame condotto ad oltranza per protesta contro il regime carcerario cui erano sottoposti i detenuti repubblicani. Ne parla con orgoglio Hossein, come per dirmi che l’Iran è vicino ai combattenti dell’indipendenza.

Nella città, spesso in prossimità degli incroci stradali, vi sono delle nicchie col ritratto di ufficiali e soldati semplici morti da martiri durante la guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, combattuta dal settembre 1980 all’agosto 1988.

Da quasi 40 anni gli Stati Uniti, e i loro più fedeli alleati, tentano di mettere l’Iran in ginocchio con le sanzioni ma ottenendo deboli risultati. I negozi della città sono pieni di merci, la motorizzazione estesa, rarissimi i mendicanti. L’hotel che mi ospita è lussuoso ed efficiente. Nei ristoranti, spesso affollati, non manca nulla. La Russia, la Cina, l’India, la Corea del Sud e altri paesi si sono sostituiti all’occidente vanificando in buona parte gli effetti delle sanzioni. In questi giorni, il presidente Trump suona le trombe del ripristino duro delle sanzioni che Obama aveva attenuato. Avverto una certa preoccupazione alla quale gli iraniani reagiscono con l’orgoglio e manifestazioni di resistenza. In ogni caso l’ONU ha redarguito le sanzioni in generale ma, soprattutto quelle che riguardano i pezzi di ricambio degli aerei e del macchinario sanitario. L’ONU mette in guardia dal rischio di mettere a repentaglio la sicurezza dell’aviazione civile e di colpire le strutture sanitarie pubbliche che usano macchine sofisticate nelle loro attività terapeutiche. Ma il presidente Trump se ne infischia e prosegue nella sua attività di demolitore di ogni forma di dialogo.

Sabato 4 novembre  

(L’ingresso dell’abitazione di Komeini)

Al mattino visita al quartiere Jamaran, famoso perché qui vi abitò l’imam Komeini. Hossein, che è molto religioso e devoto dell’imam, mi conduce dentro la casa del simbolo della rivoluzione iraniana. Komeini viveva in poco spazio, semplicemente, mangiava pochissimo e in questa modesta casa ricevette il presidenye sovietico Michail Gorbačëv. Al piano inferiore c’è un piccolo museo con molti ritratti e cimeli dell’imam. Mi colpisce la foto di Komeini assiene a mons. Hilarion Capucci, amico mio e indimenticabile combattente della causa palestinese.

(Komeini e mons. Capucci)

Subito dopo, Hossein mi porta a visitare L’EBRAT MUSEUM, un edificio costruito come prigione, progettato da ingegneri e disegnatori tedeschi nel 1932 per ordine di di Reza Shah. L’edificio fu terminato nel 1937 con una struttura per impedire qualsiasi forma di fuga. Le pareti sono insonorizzate per annullare all’esterno le urla dei prigionieri torturati. Hossen mi presenta al direttore del Museo che mi accompagna nella visita mostrandomi tutte le celle, i cimeli dei prigionieri, la squallida sala delle docce, le stanze della tortura con manichini che mostrano le varie tecniche di supplizio a cui i prigionieri furono sottoposti. In alcune salette si proiettano dei cortometraggi con interviste alle vittime sopravvissute alla detenzione e alle torture che raccontano le violenze subite. Anche i rappresentanti del clero sciita entrarono e sostarono  in questa prigione: gli ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari e Taleghani.

Gli aguzzini dello scià non risparmiarono nemmeno le donne. Lungo i corridoi osservo le centinaia di fotografie delle detenute, alcune coi segni in volto delle percosse. Questo era il regno della spietata polizia segreta, la famigerata SAVAK addestrata dal MOSSAD, l’altrettanto famigerato servizio segreto israeliano. Uno dei capi della SAVAK, Parviz Sabeti, fuggì in Israele con la sua famiglia all’inizio della rivoluzione e poi si trasferì negli Stati Uniti. E’ ancora vivo, si chiama Peter Sabeti e fa il costruttore edile a Orlando in Florida. Diversa fu la sorte del Direttore della SAVAK, il generale Nematollah Nassiri, che fu arrestato e giustiziato con un processo sommario assieme a 438 agenti.



Domenica 4 novembre

Al mattino è prevista una grande manifestazione per ricordare il 39esimo anniversario dell’assedio dell’ambasciata americana a Tehran e l’ostaggio dei diplomatici. Decine di pullman hanno portato i manifestanti nelle piazze. Sorprendente è il muro perimetrale della ex ambasciata: uno spazio immenso riservato a Sua Maestà gli Stati Uniti d’America che con lo scià Reza Pahlavi oggettivamente controllavano l’Iran permettendo alle corporations americane e inglesi enormi profitti con l’estrazione del petrolio che Mossadeq aveva nazionalizzato, sottraendolo alla Anglo-Iranian Oil Company, e destinando i profitti al popolo iraniano. Un caso da manuale di imperialisno fase suprema del capitalismo, per dirlo con Lenin.

(Mossadeq)

Appena nominato Primo Ministro, Mossadeq mantenne le promesse, sciolse l’Anglo-Iranian Oil Company e costituì la National Iranian Oil Company. Per ritorsione la Gran Bretagna congelò i capitali iraniani che erano in gran parte nelle sue banche, rafforzò la presenza militare nel Golfo Persico, attuò un blocco navale che impediva l’esportazione di petrolio e dispose un embargo commerciale. La questione divenne competenza del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Mossadeq si recò a New York per difendere il suo Paese e ottenne una vittoria diplomatica sull’Inghilterra. Proseguì il suo viaggio in America con una visita a Washington dove incontrò il Presidente Truman. Per la sua vittoria all’ONU fu proclamato “Uomo dell’anno 1951” dalla rivista “Time”.

A causa della crisi economica e delle resistenze alle sue riforme per modernizzare il Paese, Mossadeq fu abbandonato da molti suoi alleati, e, in particolare, dal clero sciita guidato dall’Ayatollah Kashani. Grandi latifondisti e religiosi, che gestivano immense proprietà, si allearono contro Mossadeq che, nell’agosto del 1953, fu destituito con un colpo di stato militare favorito da un’operazione dei servizi segreti americani e britannici, denominata “Operazione Aiace”. Il ruolo degli Stati Uniti nella crisi è considerato tra le cause della radicalizzazione della rivoluzione islamica, che raggiunse l’apice nella crisi degli ostaggi dell’Ambasciata americana.

(L’ingresso della ex ambasciata americana a Tehran)

Le strade e le piazze attorno alla ex ambasciata sono piene di gente con cartelli su cui si legge “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, ABBASSO GLI STATI UNITI, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.Vedo tantissime donne e ragazze che indossano il chador il quale, abolito dallo scià, era diventato per contrasto uno dei simboli della rivoluzione su sollecitazione del clero sciita che lo volle reintrodurre.


Sul chador occorre fare chiarezza. E’ stato utilizzato sulla stampa occidentale, anche con alcune ragionevoli motivazioni, per attaccare l’Iran e gli aspetti più retrivi della religione islamica verso le donne. Questa usanza di nascondere le donne, in Medioriente, è molto antica e ne parlò persino Plutarco nella sua opera Vite Parallele. Oggi solo le donne anziane, sia quelle delle zone urbane sia quelle delle zone agricole, e quelle che praticano la  religione in modo tradizionale, indossano il chador. La grande maggioranza, invece, preferisce il ruwsari, il foulard variamente colorato e disegnato.

(Donne col chador e col foulard)

Osservo che le donne sono presenti in modo notevole nelle attività produttive e nei servizi pubblici. Le giovani generazioni manifestano un alto grado di istruzione, hanno consuetudine con la lingua inglese e conoscono il resto del mondo tramite la televisione.
Mentre mi portava in hotel, Hossein mi ha chiesto di parlargli di Roma, poi, cambiando discorso, mi ha confessato che gli piace il calcio e lo pratica. “Quand’ero giovane – mi dice – mi piaceva Paolo Maldini.”

(Il generale Mohammad Ali Jafari)

Sul palco degli oratori si alternano vari personaggi. Il Gen. Mohammad Ali Jafari, il comandante in capo della Guardia rivoluzionaria paramilitare iraniana, ha fatto un discorso in cui ha promesso che l’Iran “può superare questa guerra economica e il fallimento del progetto di sanzioni è imminente”.

“Mr. Trump! – ha gridato – Non minacciare mai l’Iran perché i gemiti delle forze americane spaventate di Tabas si possono ancora sentire”, ha detto Jafari, riferendosi alla missione americana fallita per salvare gli ostaggi conosciuta come Operazione Artiglio dell’Aquila (Operation Eagle Claw).

Riscuote un certo successo un grande cartello che mostra il generale Qassem Soleimani mentre tiene al guinzaglio Trump e Netanyhau, i nemici mortali dell’Iran. “Generale, – recita il cartello – puoi contare su noi studenti.” Soleimani è un mito, è molto popolare, è la mente della difesa nazionale, l’uomo che dirige le operazioni in Siria. Serio, intelligente, taciturno, preparatissimo, è nel mirino dei servizi segreti avversari.

Mentre ci sono le elezioni di medio-termine, che potrebbero cambiare i rapporti di forza nel Congresso americano, Trump fa l’energumeno dichiarando: “Le sanzioni stanno arrivando”, in Iran si risponde con l’immagine di Qassem Soleimani che replica: “Mi batterò contro di te”.

Al telefono un amico mi chiede come va l’economia. Non lo so. Non ho conoscenze sufficienti. So soltanto che ho cambiato 100 euro per 16.000.000 di rial. Sì, avete letto bene: 16 milioni. Il panorama politico e la dislocazione delle classi? Non mi sono ancora occupato di questi argomenti e sbaglierei a formulare giudizi. Chi conosce l’Iran molto meglio di me mi dice che le riforme sono necessarie e vitali, che il processo di espansione della democrazia e della partecipazione non è rinviabile, che vi è una opposizione annidata tra le classi agiate e occidentalizzate che hanno come modello il liberismo occidentale e gli USA. Soprattutto non è ammissibile una repubblica confessionale, teocratica, come Israele che si è autoproclamato lo stato di soli ebrei.

Hossein si avvicina a una giornalista della TV nazionale che sta raccogliendo una serie di interviste. Non so cosa le abbia detto e come mi abbia presentato. La giovane giornalista si avvicina e mi chiede una intervista mentre il cameraman mi inquadra. La conversazione è tutta in inglese. Le domande riguardano la manifestazione, le sanzioni, il ruolo di Obama e quello di Trump, la presenza iraniana e russa in Siria come muro contro la strategia di dominio totale di Israele e dell’imperialismo americano in Medioriente. Mi pernetto di concludere l’intervista esortando gli iraniani a resistere e dichiarandomi favorevole alla loro bomba atomica utile per annullare la minaccia di Israele, già potenza nucleare.

Alle ore 19, ora locale, il telegiornale ha mandato in onda varie interviste, tra cui la mia, ma solo per circa 8 secondi.

 

Lunedì 5 Novembre

Inaspettatamente, gli amici iraniani mi fanno una sorpresa: visita agli studi televisivi di HISPANTV e PRESSTV.  HISPANTV è un canale televisivo iraniano appartenente all’IRIB (la radiotelevisione pubblica) che trasmette in lingua spagnola. Questo canale, creato il 21 dicembre 2011 per rafforzare i legami del governo iraniano con i paesi dell’America Latina, trasmette notiziari, film e programmi di carattere politico. PRESSTV è una rete televisiva in lingua inglese che trasmette informazione 24 ore su 24. Il canale è di proprietà della IRIB, l’Islamic Republic of Iran Broadcasting, ovvero la compagnia di stato dell’Iran responsabile dei media.



Mi presentano i capi redattori che mi illustrano la loro attività dichiarandomi la loro disponibilità alle collaborazioni esterne. Siccome rilascio abitualmente interviste alla radio iraniana in Italia PARSTODAY, mi sembra di aver capito che sono disponibili a ospitare miei commenti o interviste.

La giornata si conclude con un incontro serale col prof. Foad Izadi che mi ha invitato a questo incontro. E’ famoso in Iran e i suoi commenti politici alle varie televisioni, soprattutto  a RUSSIATODAY, possono essere visti tramite Youtube. Ha studiato negli Stati Uniti e mi invita per un prossimo convegno di studi. Auspica da parte mia articoli, commenti, interviste e libri sull’Iran.

Poche ore dopo, partenza per l’aeroporto Komeini e ritorno a casa. Hossein mi accompagna, paziente, mite e gentilissimo. Mi aiuta a portare la valigia sul nastro trasportatore e mi segue  fino al metal detector. “You are my brother” – mi dice salutandomi, sei mio fratello. “Sì, Hossein, anche tu sei mio fratello”.

ENGLISH VERSION

I knew the history of contemporary Iran, at least from the coup against Mossadeq until today, and, above all, I had followed with passion the story of the popular revolution against the Shah Reza Pahlevi. The invitation sent to me by the University of Tehran, for a meeting between experts on the theme of the DECLINE OF USA EGEMONY AND THE VOICES OF RESISTANCE, did not find me unprepared. My interlocutors were familiar with my work, books and articles, and, in particular, with my commitment alongside the Palestinian resistance to which post-revolutionary Iran has always given its support.

Due to a delay of the plane that left from Milan Malpensa, I lost the connection to Tehran in Doha, Qatar. I spent the night in a luxurious hotel and, at 5 am, return to the airport to reach Tehran with another flight. During the trip, I reviewed my 20-minute report on the subject that was put to me.

At Komeini Airport I have a person who, for confidentiality, I call Hossein. Very kind, he takes my suitcase, takes me to the hotel and will be my permanent companion for 5 days. He promises me that, in the evening, he will take me to visit the MILAD TOWER that dominates the whole city.

I knew some news about this tower, 435 meters high, thanks to my friend Fabrizio Cassinelli, journalist of ANSA, author of a valuable book that I reviewed in my blog: L’iran svelato. Fabrizio tells the story of the supply of lifts that was entrusted to an Italian company for the value of 9 million euros. Unfortunately, because of the sanctions imposed on Iran by the United States, with the gregarious consent of the European states, Italy lost this important supply. A German company took over and, having been called to Atlantic obedience by Mrs. Merkel, it had to succumb as well. Conclusion: A Japanese company won the supply.

Hossein is proud of the Milad Tower. “We Iranians built it,” he says. Among the different projects that were presented, the best was ours. “

He’s right to be proud, in fact, the project realised is the best. The tower hosts several exhibition rooms with works of art and installations with silicone mannequins created with remarkable verisimilitude that reproduce characters from Persian history: poets, scientists, writers, athletes, politicians and characters of the Shiite clergy.

Tehran is a city inhabited by about 8,600,000 people. Clean and tidy. No writing on the walls, no trash. The maintenance of the avenues, parks and gardens is constant. The main roads cross it, facilitating the traffic which, around 5 p.m., becomes quite intense. I note that a large boulevard is dedicated to Nelson Mandela and Africa. Hossen informs me that there is a great road dedicated to Bobby Sands, the Northern Irish militant member of the Provisional Irish Republican Army, who died on 5 May 1981 after a hunger strike conducted to the bitter end in protest against the prison regime to which Republican prisoners were subjected. Hossein speaks proudly about it, as  to tell me that Iran is close to the fighters of independence.

In the city, often near the road junctions, there are niches with portraits of officers and ordinary soldiers who died as martyrs during  the war against Iraq led by Saddam Hussein, which was fought from September 1980 to August 1988.

For almost 40 years the United States, and its most loyal allies, have been trying to bring Iran to its knees with sanctions but with weak results. The shops of the city are full of goods, the motorization extended, very rare beggars. The hotel that houses me is luxurious and efficient. Restaurants are often crowded and nothing is missing. Russia, China, India, South Korea and other countries have replaced the West and the effects of sanctions have largely disappeared. These days, President Trump is playing the trumpets of the hard restoration of the sanctions that Obama had eased. I feel some concern to which the Iranians react with pride and manifestations of resistance. In any case, the UNO has reproached the sanctions in general but, above all, those concerning spare parts for aircraft and medical equipment. The UN warns against endangering the safety of civil aviation and affecting public health facilities that use sophisticated machines in their therapeutic activities. But President Trump gives a damn and continues his activity as a demolisher of all forms of dialogue.

Saturday 4 November 

In the morning visit to the Jamaran district, famous because here lived the imam Komeini. Hossein, who is very religious and devoted to the imam, leads me into the house of the symbol of the Iranian revolution. Komeini lived in little space, he simply ate very little and in this modest house he received the Soviet president Michail Gorbačëv. On the lower floor there is a small museum with many portraits and memorabilia of the imam. I am surprised by the photo of Komeini with Msgr. Hilarion Capucci, my friend and unforgettable fighter of the Palestinian cause.

Immediately after, Hossein takes me to visit the EBRAT MUSEUM, a building built as a prison, designed by German engineers and designers in 1932 by order of Reza Shah. The building was finished in 1937 with a structure to prevent any form of escape. The walls are soundproofed to cancel out the cries of tortured prisoners. Hossein introduces me to the director of the Museum who accompanies me on my visit showing me all the cells, the relics of the prisoners, the squalid room of the showers, the rooms of torture with mannequins that show the various techniques of torture to which the prisoners were subjected. In some rooms, short films are shown with interviews with victims who survived detention and torture that tell the violence suffered. Representatives of the Shiite clergy also entered and stayed in this prison: the Ayatollah Ali Khamenei, Rafsanjani, Ali Rajaee, Beheshti, Motahari and Taleghani.

The Shah’s torturers did not spare the women either. Along the corridors I observe the hundreds of photographs of the inmates, some with signs on the faces of the beatings. This was the reign of the ruthless secret police, the infamous SAVAK trained by MOSSAD, the equally infamous Israeli secret service. One of the leaders of SAVAK, Parviz Sabeti, fled to Israel with his family at the beginning of the revolution and then moved to the United States. He’s still alive, his name is Peter Sabeti, and he’s a building contractor in Orlando, Florida. The fate of the Director of SAVAK, General Nematollah Nassiri, was different. He was arrested and executed in a summary trial together with 438 agents.

Sunday 4 November

In the morning, a large demonstration is scheduled to commemorate the 39th anniversary of the siege of the American embassy in Tehran and the hostage of the diplomats. Dozens of buses took the protesters to the squares. Surprising is the perimeter wall of the former embassy: an immense space reserved for His Majesty the United States of America which, with the Shah Reza Pahlavi, objectively controlled Iran, allowing the American and British corporations enormous profits with the extraction of the oil that Mossadeq had nationalized, taking it away from the Anglo-Iranian Oil Company, and allocating the profits to the Iranian people. A textbook case of imperialist supreme phase of capitalism, to say it with Lenin.

As soon as he was appointed Prime Minister, Mossadeq kept his promises, dissolved the Anglo-Iranian Oil Company and formed the National Iranian Oil Company. In retaliation, Britain froze Iranian funds that were largely in its banks, strengthened its military presence in the Persian Gulf, implemented a naval blockade that prevented the export of oil and ordered a trade embargo. The matter became the responsibility of the United Nations Security Council. Mossadeq travelled to New York to defend his country and won a diplomatic victory over England. He continued his trip to America with a visit to Washington where he met President Truman. For his victory at the UN he was proclaimed “Man of the Year 1951” by the magazine “Time”.

Because of the economic crisis and resistance to his reforms to modernize the country, Mossadeq was abandoned by many of his allies, and, in particular, by the Shiite clergy led by Ayatollah Kashani. Large landowners and religious, who ran huge properties, allied against Mossadeq who, in August 1953, was dismissed by a military coup favoured by an operation of the American and British secret services, called “Operation Ajax”. The role of the United States in the crisis is considered one of the causes of the radicalization of the Islamic revolution, which reached its peak in the crisis of the hostages of the American Embassy.

The streets and squares around the former embassy are full of people with signposts on which you can read “DOWN WITH U.S.A. –  DOWN WITH ISRAEL, VICTORY TO ISLAM”, DOWN WITH ISRAEL, ABBASSO ISRAELE, VITTORIA ALL’ISLAM.I see many women and girls wearing the chador which, abolished by the Shah, had become by contrast one of the symbols of the revolution at the instigation of the Shiite clergy who wanted to reintroduce it.

The chador needs to be clarified. It has been used in the western press, even with some reasonable motives, to attack Iran and the more remunerated aspects of the Islamic religion towards women. This custom of hiding women in the Middle East is very old and even Plutarch spoke about it in his work Parallel Lives. Today only elderly women, both in urban and agricultural areas, and those who practice religion in the traditional way, wear chadors. The vast majority, however, prefer the ruwsari, the scarf variously colored and drawn.

I note that women are very much involved in productive activities and public services. The younger generations have a high level of education, are familiar with the english language and know the rest of the world through television.
While he was driving me to the hotel, Hossein asked me to talk to him about Rome, then, changing the subject, he confessed to me that he likes football and plays it. “When I was young,” he says, “I liked Paolo Maldini.”

On the stage of the speakers, various characters take turns. Gen. Mohammad Ali Jafari, the commander-in-chief of the Iranian paramilitary Revolutionary Guard, made a speech in which he promised that Iran “can overcome this economic war and the failure of the sanctions project is imminent”.

“Mr. Trump! – cried – Never threaten Iran because the moans of the scared American forces of Tabas can still be heard,” said Jafari, referring to the failed American mission to rescue hostages known as Operation Eagle Claw.

A large sign showing General Qassem Soleimani holding Trump and Netanyhau, Iran’s deadly enemies, on a leash is a certain success. “General,” says the sign, “you can count on us students.” Soleimani is a myth, he is very popular, he is the mind of the national defense, the man who directs operations in Syria. Serious, intelligent, taciturn, well-prepared, he is in the sights of the opposing secret services.

While there are medium-term elections, which could change the balance of power in the U.S. Congress, Trump plays the energetic declaring: “Sanctions are coming,” in Iran people answered with the image of Qassem Soleimani who replies: “I will fight against you.”

On the phone, a friend of mine asks me how the economy is going. I don’t know. I don’t know. I don’t have enough knowledge. All I know is that I changed 100 euros for 16,000,000 rials. Yes, you read right: 16 million. The political landscape and the relocation of the classes? I have not yet dealt with these issues and would be wrong to make judgments. Those who know Iran much better than me do tell me that reforms are necessary and vital, that the process of expanding democracy and participation cannot be postponed, that there is an opposition between the wealthy and westernised classes that have Western liberalism and the USA as their models. Above all, a confessional, theocratic republic such as Israel, which has proclaimed itself the state of Jews only, is not acceptable.

Hossein approaches a national TV woman journalist who is collecting a series of interviews. I don’t know what he said to her and how he introduced me. The young woman journalist approaches me and asks me for an interview while the cameraman frames me. The conversation is all in english. The questions concern the demonstration, the sanctions, the role of Obama and that of Trump, the Iranian and Russian presence in Syria as a wall against the strategy of total domination of Israel and American imperialism in the Middle East. I would like to conclude the interview by urging the Iranians to resist and by declaring myself in favour of their atomic bomb, which is useful for cancelling the threat of Israel, which is already a nuclear power.

At 7 p.m., local time, the television broadcast various interviews, including mine, but only for about 8 seconds long.

Monday 5 November

Unexpectedly, Iranian friends surprise me: visit to the television studios of HISPANTV and PRESSTV.  HISPANTV is an Iranian television channel belonging to the IRIB (public radio and television) that broadcasts in Spanish. This channel, created on 21 December 2011 to strengthen the Iranian government’s ties with Latin American countries, broadcasts news, films and political programmes. PRESSTV is an English-language television network that broadcasts information 24 hours a day. The channel is owned by IRIB, the Islamic Republic of Iran Broadcasting, Iran‘s state media company.

They introduce me to the chief editors who explain their work to me and declare their willingness to collaborate externally. Since I usually give interviews to the Iranian radio station PARSTODAY in Italy, it seems to me that I understand that they are available to host my comments or interviews.

The day ended with an evening meeting with Prof. Foad Izadi who invited me to this meeting. He is famous in Iran and his political comments to various television stations, especially to RUSSIATODAY, can be seen through Youtube. He studied in the United States and invites me to an upcoming study conference. He hopes, on my part, production of articles, comments, interviews and books about Iran.

A few hours later, departure for the Komeini airport and return home. Hossein accompanies me, patient, gentle and kind. He helps me carry my suitcase on the conveyor belt and follows me to the metal detector. “You are my brother”, he says to me. “Yes, Hossein, you are my brother too.”

thanks to: Diego Siragusa

Efficacia della Cupola di ferro d’Israele, l’80% dei razzi palestinesi lo penetra

Tra crescenti tensioni tra Israele e numerose fazioni militanti palestinesi, il territorio israeliano è stato oggetto dell’attacco da parte di 300 missili che colpivano indiscriminatamente i centri popolati israeliani. Un missile anticarro armato palestinese colpiva un autobus israeliano, ferendo un soldato, mentre i maggiori attacchi coi razzi provocava vari feriti leggeri, ma erano inefficaci. La natura estremamente primitiva delle capacità missilistiche palestinesi, paragonate a fuochi d’artificio potenziati da alcuni analisti, ne limita seriamente l’efficacia, mancando di carico utile e accuratezza, non hanno un impatto considerevole anche se usati in grandi quantità. Tuttavia, gli attacchi potrebbero aver rivelato la debolezza chiave delle difese israeliane, che potrebbero essere sfruttate da altri avversari del Paese dalle capacità missilistiche molto più sofisticate. Esempi includono il KN-02 Toksa coreano schierato e il P-800 russo schierati dalla Siria.
Israele fa grande affidamento sul suo sistema missilisitoc terra-aria Iron Dome per difendere lo spazio aereo da razzi a corto raggio come quelli lanciati dalla Striscia di Gaza, ma le capacità della piattaforma furono sottoposte a serie domande in diverse occasioni, in particolare affrontando la più competente capacità missilistica in caso di possibile guerra con la Siria o Hezbollah, che lancerebbero missili balistici e da crociera avanzati di Russia e Corea democratica, artiglieria a razzo e altri sistemi dai diversi calibri che minacciano più dei razzi schierati a Gaza. Tuttavia, il 12 novembre, la Cupola di Ferro intercettò circa il 20% dei razzi: sessanta su trecento. Come è spesso accaduto in passato, le scarse capacità dei razzi palestinesi fecero sì che l’incapacità del sistema di difendere i centri popolati israeliana non venisse mai seriamente considerata, dati i danni molto limitati causato dagli attacchi.
Iron Dome entrò in servizio nel 2011, sviluppato congiuntamente da Israel Aerospace Industries e Rafael Advanced Defense Systems. Ogni piattaforma può schierare 20 missili intercettori, ognuno dal costo di circa 40000 dollari, molto più di un razzo palestinese. Attualmente vengono utilizzate 10 batterie di intercettori Iron Dome, con altre cinque programmate. Secondo quanto riferito, il sistema d’arma dovrebbe essere esportato in Arabia Saudita nel prossimo futuro, probabilmente in risposta al fallimento del sistema statunitense Patriot nel proteggere il regno arabo dagli attacchi missilistici yemeniti, anche se la Cupola di Ferro dovrà dimostrarsi migliore. Data la sofisticazione delle capacità missilistiche di Hezbollah in particolare, notevolmente ampliatesi dalla guerra della con Israele nel 2006, il fatto che le capacità di Iron Dome possano essere messe in discussione dagli attacchi con razzi estremamente primitivi, indica lo stato della sicurezza israeliana in una eventuale guerra futura.

thanks to: Aurorasito

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Military Watch 13 novembre 2018

ONU adotta sette risoluzioni a favore della causa palestinese

https://i2.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2018/11/1-40.jpg

New York, PIC – Venerdì notte, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato, con la quasi totalità dei voti, sette risoluzioni a favore della causa palestinese.

Fonti palestinesi hanno affermato che l’Assemblea Generale ha sostenuto con 161 voti una risoluzione per fornire assistenza internazionale ai palestinesi. Un’altra risoluzione, sui diritti dei rifugiati palestinesi secondo il diritto internazionale, è stata appoggiata da 155 membri.

Per quanto riguarda la terza risoluzione, sul ruolo dell’UNRWA, 158 paesi hanno votato a favore, 5 hanno votato contro e 7 si sono astenuti.

Una risoluzione riguardante la proprietà dei palestinesi è stata sostenuta da 155 membri, ed un’altra, che considera illegale la costruzione di colonie nei territori palestinesi, ha ottenuto l’approvazione di 153 membri.

La sesta risoluzione discute le violazioni dei diritti umani da parte di Israele e ha vinto i voti di 153 paesi, mentre la settima risoluzione, sul diritto del popolo palestinese di godere della protezione internazionale, ha ricevuto 154 voti a favore.

thanks to: InfoPal

L’acqua potabile contaminata di Gaza fa diffondere la “Sindrome del Bambino Blu”

https://i2.wp.com/www.infopal.it/wp-content/uploads/2018/11/gaza-children-water-DOP.jpg

Al-Jazeera, Imemc. Di Il medico con le occhiaie e la barba incolta entra nel reparto pediatrico dell’ospedale Al-Nassar nella città di Gaza. E’ un giovedì sera, quasi il fine settimana. Il reparto è deserto e stranamente silenzioso, si sente solo il lamento occasionale di qualche bambino.

In ogni letto, separato dall’altro con una tenda, si assiste alla stessa scena: un bambino è sdraiato, collegato a tubi, a fili e ad un generatore, mentre una madre siede accanto come un testimone silenzioso.

Il dott. Mohamad Abu Samia, direttore di Medicina pediatrica dell’ospedale, scambia alcune parole sommesse con una delle madri, poi solleva dolcemente la vestaglia del bambino rivelando una cicatrice dovuta ad un intervento chirurgico al cuore, lunga quasi quanto la metà del suo corpo.

Il posto-letto successivo è occupato da una bambina che soffre di una grave malnutrizione. E’ sdraiata immobile, con il suo piccolo corpo collegato ad un respiratore. Dato che l’elettricità a Gaza funziona solo per quattro ore al giorno, la bambina deve stare qui dove i generatori la possono mantenere in vita.

“Abbiamo troppo lavoro -, afferma sopraffatto il medico -. I bambini soffrono di disidratazione, vomito, diarrea, febbre”. La percentuale altissima di pazienti con diarrea, il secondo più importante killer al mondo di bambini fino ai cinque anni, è sufficiente per far scattare l’allarme.

Ma negli ultimi mesi il dott. Abu Samia ha assistito ad un brusco aumento di gastroenteriti, malattie renali, cancro pediatrico, marasma – una malattia dovuta a grave malnutrizione che compare nei bambini –  e alla “sindrome del bambino blu”, un disturbo che rende labbra, viso e pelle bluastre, e sangue color cioccolato.

Fino ad ora, ha affermato il medico, vedeva “uno o due casi” di sindrome del bambino blu ogni cinque anni. Ora accade il contrario – cinque casi all’anno.

A chi gli chiede se ha a disposizione studi sui quali basarsi che sostengano la sua affermazione, dice: “Viviamo a Gaza, in una situazione di emergenza… Abbiamo solo tempo di mitigare il problema, non di effettuare delle ricerche”.

Tuttavia, le cifre del ministero della Sanità palestinese supportano le conclusioni del medico. Esse mostrano un “raddoppiamento” dei casi di diarrea, arrivata ormai a livello epidemico, così come i picchi dell’estate scorsa di salmonella e persino di febbre tifoidea.

Riviste mediche indipendenti e specializzate hanno documentato, inoltre, l’aumento della mortalità infantile, dell’anemia ed una “dimensione allarmante” nell’arresto della crescita tra i bambini di Gaza.

Uno studio della Rand Corporation ha rivelato che la cattiva qualità dell’acqua è una delle principali cause di mortalità infantile a Gaza.

In parole semplici, i bambini di Gaza stanno affrontando un’epidemia mortale di proporzioni tali che non si erano mai viste in precedenza.

“Tanta sofferenza. E’ una questione di vita o di morte”, dice il dott. Abu Samia.

Le cause di questa crisi sanitaria sono da ricercare in vari fattori, ma gli esperti di medicina concordano su quello che ritengono essere uno dei principali colpevoli: l’acqua potabile di Gaza è scarsa e contaminata, a causa dell’assedio economico di Israele, del suo ripetuto bombardamento di infrastrutture idriche e fognarie e di una falda acquifera in pessime condizioni e di scarsissima qualità, e che, pertanto, il 97% dei pozzi di acqua potabile di Gaza è al disotto degli standard minimi di salute per il consumo umano.

Il dott. Majdi Dhair, direttore della Medicina di prevenzione del ministero della Sanità palestinese, riferisce di un “enorme incremento” delle malattie trasmesse con l’acqua che afferma siano “collegate direttamente all’acqua potabile” e alla contaminazione con le acque fognarie non trattate che vanno a finire, senza alcuna depurazione, direttamente nel Mediterraneo.

Una visita presso il campo rifugiati densamente abitato di Shati’ (o “Spiaggia”) di Gaza aiuta a spiegarne il motivo. Qui, 87.000 rifugiati con le famiglie al seguito – scacciati dalle loro case e villaggi nel 1948 durante la creazione di Israele – sono racchiusi in mezzo chilometro quadrato in strutture di blocchi di cemento, di fianco al Mediterraneo.

“Acqua ed elettricità”? Dimenticatevele, afferma Atef Nimnim che vive con madre, moglie e due generazioni più giovani – 19 Nimnim in tutto – in una piccola abitazione di tre stanze, a Shati’.

L’acqua dell’acquedotto di Gaza che esce dai rubinetti è troppo salata, quasi nessuno a Gaza la beve ancora. Per l’acqua potabile il figlio quindicenne di Atef carica bidoni di plastica su una sedia a rotelle e le porta in una moschea, dove li riempie, “per gentile concessione di Hamas”.

La maggior parte delle famiglie, anche nei campi rifugiati, spende fino a metà del modesto reddito che ha a disposizione nell’acqua desalinizzata proveniente dai pozzi non regolamentati di Gaza. Ma anche questo sacrificio ha un costo.

Contaminazione fecale.

I test dell’Autorità Palestinese per l’Acqua dimostrano che fino al 70% dell’acqua desalinizzata consegnata da un piccolo esercito di camion privati, ed immagazzinata nei contenitori situati sopra ai tetti del campo, è soggetta a contaminazione fecale.

Anche microscopiche quantità di E.Coli possono far sviluppare gravi crisi sanitarie.

La ragione di questo, come spiega Gregor von Medeazza, esperto dell’UNICEF per l’acqua e le infrastrutture igieniche di Gaza, è che maggior tempo l’E.Coli rimane nell’acqua, più “inizia a svilupparsi” e quindi la situazione non fa che peggiorare. Ciò provoca la diarrea cronica, che a sua volta può portare alla scarsa crescita nei bambini di Gaza, come ha documentato di recente una rivista medica britannica. Uno degli effetti, aggiunge von Medeazza, è sullo “sviluppo cerebrale” con un “effetto rilevabile sul QI” dei bambini affetti.

Gli alti livelli di salinità e di nitrati presenti nella malridotta falda acquifera di Gaza, sovra-pompata talmente male da farvi confluire anche acqua di mare – sono alla radice di molti dei problemi sanitari presenti a Gaza. Elevati livelli di nitrati provocano ipertensione e malattie renali, e sono legati direttamente all’incremento della sindrome del bambino blu. Malattie collegate all’acqua, come la diarrea infantile, salmonella e febbre tifoidea, sono provocate dalla contaminazione fecale –  sia dall’acqua desalinizzata immagazzinata sui tetti che dai 110 milioni di litri di liquami grezzi o scarsamente trattati che ogni giorno finiscono nel Mediterraneo.

A causa dell’elettricità che resta staccata per 20 ore al giorno, l’impianto fognario di Gaza è praticamente inutilizzabile, pertanto i liquami arrivano direttamente al mare attraverso lunghe tubature, 24 ore al giorno per 7 giorni, proprio in una spiaggia che si trova a nord della città di Gaza. Nonostante ciò, durante l’estate i bambini continuano a nuotare lungo tutte le spiagge di Gaza.

Nel 2016 Mohammad Al-Sayis, 5 anni, ingoiò acqua di mare contaminata dalle acque reflue, ingerendo batteri fecali che gli provocarono un’infezione fatale al cervello. Mohammad è stato il primo bambino deceduto accertato a Gaza causato dai liquami.

A peggiorare le cose, i missili e le granate israeliane hanno danneggiato o distrutto le torri e le condutture dell’acqua, pozzi ed impianti di depurazione causando danni stimati in circa 34 milioni di dollari. Ciò ha ulteriormente paralizzato la fornitura di acqua pulita e sicura, facendo peggiorare la catastrofe sanitaria di questo luogo. Un impatto ancora maggiore deriva dal blocco economico di Israele, che il dott. Abu Samia ritiene diretto responsabile della dilagante malnutrizione presente a Gaza.

Le gravi carenze di acqua ed elettricità, assieme all’aumento della povertà, hanno danneggiato i livelli nutrizionali, afferma il dott. Abu Samia.

“Sta colpendo i bambini”.

Prima dell’assedio, dice, non aveva nessun paziente malnutrito.

Ora gli capita frequentemente di visitare bambini con malattie dovute alla malnutrizione.

“Stiamo vedendo bambini che soffrono di marasma” – una grave malattia nutrizionale. “Negli ultimi due anni è sempre di più in aumento”.

Gli abitanti di Gaza ricordano molto bene le ciniche parole del ministro israeliano Dov Weissglas pronunciate nel 2006, quando ha tristemente paragonato il blocco ad “un incontro con un dietologo… Dobbiamo farli diventare più magri, ma non troppo da farli morire”.

Gaza diverrà inabitabile dal 2020.

A parte le centinaia di morti dovute ai razzi, missili e proiettili durante le ultime tre guerre scatenate contro Gaza, ora i bambini si ammalano e muoiono anche a causa delle acque contaminate e per le malattie infettive da esse causate.

“L’occupazione e l’assedio sono i principali ostacoli al miglioramento della salute pubblica nella Striscia di Gaza”, ha riportato uno studio del 2018 su Lancet, che parla di “effetti significativi e deleteri sull’assistenza sanitaria”.

Senza un maggiore intervento da parte della comunità internazionale, ed in tempi brevi, le associazioni umanitarie avvertono che Gaza diverrà inabitabile dal 2020 – a mala a pena poco più di un anno da ora.

Il mancato intervento urgente comporterà “un enorme collasso”, dice Adnan Abu Hasna, il portavoce dell’UNRWA a Gaza, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, alla quale l’amministrazione Trump ha recentemente tagliato tutti i finanziamenti degli USA.

In caso contrario Abu Hasna aggiunge che, in meno di due anni, “Gaza non sarà più un posto vivibile”.

E comunque, vivibile o no, la grande maggioranza dei due milioni di abitanti di Gaza non ha altro posto dove andare. Molti di loro stanno semplicemente cercando di vivere la vita nel modo più normale possibile in circostanze estremamente anomale.

Nel crepuscolo di una notte d’estate, su uno sperone di roccia e terra nel mezzo del porto di Gaza, cinque di quei due milioni di persone cercano di godersi qualche minuto di tranquillità.

Attorno ad Ahmad e Rana Dilly ed ai loro tre bambini, il porto si riempie di vita. I pescatori tirano a riva le loro reti. I bambini si mettono in posa per scattare dei selfie su blocchi di cemento distrutti e tondini di ferro – resti di un ormai passato bombardamento.

Rana versa succo di mango; Ahmad insiste nel voler distribuire alcuni wafer al cioccolato.

“Tu stai con i Palestinesi”, sorride, respingendo quelli che li rifiutano.

I loro tre bambini piccoli sgranocchiano le patatine.

La famiglia Dilly ha gli stessi problemi che hanno molte altre famiglie di Gaza.

Ahmad, che lavora come cambiavalute, ha dovuto ricostruire il suo negozio nel 2014 dopo che un missile israeliano lo aveva distrutto.

Come molti altri gazawi, anche questa famiglia deve fare i conti con l’acqua salata che esce dai rubinetti e con i rischi intrinseci delle malattie dovute all’acqua rifornita dai camion sulla quale fanno affidamento. Ma questi problemi sono niente se confrontati con il loro desiderio di sentirsi al sicuro e di poter godere di fugaci momenti di vita come una famiglia normale.

“So che la situazione è orribile, ma io desidero solo che i miei figli possano usufruire di qualche piccolo cambiamento di volta in volta” afferma Ahmad. “Voglio che vedano qualcosa di diverso, voglio che la mia famiglia si senta al sicuro”.

In lontananza echeggia il rumore di un’esplosione. Ahmad si ferma per un breve momento, poi lo ignora.

Aggiunge “Sono venuto qui al mare per dimenticarmi di tutto il resto”.

Traduzione per InfoPal di Aisha Tiziana Bravi

La 1ª parte dell’articolo è reperibile qui.

thanks to: Infopal