La scoperta di armi chimiche degli Stati Uniti in Siria è la prova che l’Occidente sostiene i terroristi

Alcuni paesi si impegnano, da un lato, verbalmente per il diritto internazionale, ma da un altro armano i terroristi con sostanze vietate, ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo.

La scoperta di armi chimiche di produzione statunitense e britannica in Siria è la prova che i paesi occidentali, direttamente o indirettamente sostengono i terroristi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Russia.

“È giunto il tempo in cui, dopo diversi anni di guerra in Siria, è stato portato alla luce ciò che è stato discusso molte volte in tutti i livelli”, ha dichiarato la portavoce nel corso di un programma della radio russa Vesti, e citata da TASS.

“Sì, è così. I paesi occidentali e le potenze regionali hanno fornito direttamente o indirettamente sostanze tossiche vietate ai ribelli,ai terroristi ed estremisti che sono sotto il loro comando nel territorio della Siria”, ha spiegato Zakharova, aggiungendo si sommano ad altre forme di assistenza, comprese le armi, il denaro e il supporto informatico.

Dopo citato anche una serie di fatti e fornito prova confermate da esperti internazionali, la portavoce ha aggiunto che i paesi responsabili per il sostegno al terrorismo “verbalmente sono impegnati a rispettare i principi democratici e del diritto internazionale, ma in realtà forniscono tutto il necessario per gli estremisti affinché sostengono la loro lotta armata nel territorio sovrano della Siria. “

L’ONU come testimone

Zakharova ha sottolineato che le Nazioni Unite hanno ricevuto molti di queste prove, ed sono state testimone di alcune delle discussionisu questo argomento.

“Alcuni di questi dati sono stati comunicati alle Nazioni Unite, e sono stati discussi nel corso di negoziati bilaterali, per esempio, tra gli Stati Uniti e la Russia”, ha precisato la portavoce.

Da parte sua, il rappresentante permanente della Russia presso l’ONU, Vasili Nebenzia ha sostenuto che la fornitura di agenti tossici per le forze ribelli in Siria costituisce una violazione della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche.

Sostanze proibite

Ieri,il vice ministro degli esteri siriano, Faisal Mekdad, aveva dichiarato che nella parte orientale di Damasco sono state trovate “bombe a mano e munizioni per lanciagranate” dotate di gas irritanti tossici CS e CN, realizzato da aziende statunitensi e inglesi.

Fonte: Tass

Notizia del: 17/08/2017

 

 

Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione

di Giuseppe Acciaio

I primi di agosto sono stati diffusi alcuni documenti ufficiali attestanti che gli USA riforniscono l’Ucraina con armi letali (www.southfront.org/documents-confirm-the-us-already-delivered-lethal-weapons-to-ukraine-exclusive).  Quello che sconvolge di più è la loro destinazione, non vengono adoperati per garantire la sicurezza nazionale, ma vanno direttamente alle unità militari della Guardia Nazionale che si sono distinte durante i combattimenti per la loro eccessiva crudeltà, come ad esempio il reggimento di Azov – composto esclusivamente dai neonazisti e mercenari.

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione PSRL-1 (vale a dire RPG-7 Sovietico modificato). Le armi sono state consegnate all’Ucraina nell’aprile di questo anno.

Questo contratto fu la risposta al governo di Kiev per le numerose richieste di Juvelin americano – missile terra-aria spalleggiabile. Tali richieste sono state rese note durante la visita negli USA del parlamentare ucraino Andrey Parybij. Purtroppo Juvelin è un giocattolo troppo costoso per lo stato Ucraino rispetto al semplice PSRL-1, la differenza è notevole: un solo missile terra-aria spalleggiabile costa 100 000 $ rispetto agli economici PSRL-1 dove la fornitura dei 100 pezzi è costata al bilancio ucraino solo 544000 $. La mossa astuta sia per l’economia che per la sicurezza ucraina, poiché l’arrivo di Juvelin veniva subito notato, invece PSRL-1 sono identiche ai RPG-7 Sovietici senza destare troppi sospetti sulla loro provenienza.

La cosa più bizzarra è che tutto ciò accadde sullo sfondo delle discussioni accese al Congresso americano proprio sulla questione Ucraina, e probabili forniture delle armi letali “per la difesa della democrazia” (quelle non letali vengono fornite già da moltissimo tempo).

Già nei primi giorni di agosto, il Pentagono ha ufficialmente dichiarato le proprie intenzioni al Congresso sull’esito positivo della proposta di fornitura delle armi letali. Il capo della Commissione sulla difesa John McCain ha insistito personalmente sulla loro approvazione, egli è ben noto per la sua ostilità contro la Mosca sul territorio post-sovietico.

Tuttavia questa confusione è servita a distrarre l’opinione pubblica, le forniture sono già in atto da tempo. Le armi americane sono dirette nelle mani dei nazionalisti, come quelli del reggimento dellAzov, i quali sono disposti a continuare la guerra in Donbass nonostante tutti gli accordi di pace sottoscritti.

Alcuni degli esperti occidentali si sono espressi sull’argomento, dichiarando che le forniture sono state fatte sulla commissione dell’amministratore di Barack Obama, per compromettere la posizione del neoeletto presidente Trump, poiché all’epoca si supponeva che egli cercava di ristabilire i rapporti con la Mosca.

Adesso, dopo l’approvazione delle nuove sanzioni e la nomina del “falco” nella persona di Kurt Volker (ex dipendente di McCain) e la sua nomina come l’inviato speciale del presidente degli USA in ucraina, portano via l’ultima speranza sulla risoluzione della crisi ucraina.

Washington e Kiev vogliono risolvere il conflitto delle repubbliche del Donbass con la forza.

Come possiamo ben vedere le relazioni degli USA con la Corea del Nord e dell’Iran, questo metodo sembra l’unico adoperato da Trump.

 

Notizia del: 19/08/2017

 

Sorgente: Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.
This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.

The Lebanese army has discovered a weapons cache left behind by defeated militants from the Jabhat Fateh al-Sham terror group, formerly known as al-Nusra Front, in the northeast of the country.

The Lebanese National News Agency (NNA), citing an unnamed official from Lebanon’s General Directorate of General Security, reported on Friday that a patrol of the intelligence agency had found an ammunition and missile cache in Wadi Hamid Valley east of the border town of Arsal, without providing further details.

However, Reuters quoted an unnamed security source as saying on Friday that the cache contained at least a surface-to air missile (SAM) and a number of US-made TOW anti-tank missiles as well as plenty of other types of shells and rockets.

The following photos of the cache were provided by the security source.

On July 29, commanders of Lebanon’s Hezbollah resistance movement said the group had successfully concluded a week-long military offensive against al-Nusra on the outskirts of Arsal and the adjacent town of Flita in Syria, seizing land in the rugged, mountainous area and killing about 150 terrorists.

This photo taken on August 17, 2017, during a tour guided by the Lebanese army shows soldiers holding a position in a mountainous area near the eastern village of Ras Baalbek during an operation against terrorists. (Via AFP)

In August 2014, the al-Nusra and Daesh Takfiri terrorist groups overran Lebanon’s northeastern border town of Arsal, killing a number of Lebanese forces. They took 30 soldiers hostage, most of whom have been released.

Since then, Hezbollah and the Lebanese military have been defending Lebanon on the country’s northeastern border.

Friday’s development come as the Lebanese army has been targeting Daesh hideouts along the Syrian border over the past several days, regaining more areas from the terror group. It also comes after Syria accused the US and the UK of supplying chemical weapons to terrorists in the country.

Sat Aug 19, 2017 2:19AM

Sorgente: PressTV-Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

White cop punching black man repeatedly

http://PressTV.com/Default/Embed/532179

A dashcam video of a traffic stop, which shows a white cop punching a black man, contradicts what Ohio police have previously said about the August 12 incident in Euclid.

The video shows the officer with a history of disciplinary issues repeatedly punching Richard Hubbard III after his car was stopped by police officers who then ordered him to get off the vehicle.

His car was pulled over on suspicion of having a suspended driver’s license, according to the initial statement from police in the Cleveland suburb of Euclid.

The statement also added that he refused orders given by Officer Michael Amiott to “face away,” after he got out of the car.

However, the video obtained this week in a public records request shows that Amiott did not give Hubbard even a chance to comply, Hubbard’s attorney said Friday.

“Your own two eyes and common sense can lead to only one reasonable conclusion as to the propriety of the level of force used for a basic traffic stop and whether or not my client had a chance to comply,” attorney Christopher McNeal said.

Almost a second after Amiott gave Hubbard the order, the video shows the officer grabbing Hubbard’s arms and wrestled him to the ground in the middle of a street.

Amiott is shown bashing Hubbard’s head against the pavement several times and then starting to punch him in the head more than a dozen times while Hubbard is trying to defend himself.

His girlfriend, who jumped out of the car to calm down the officers, told them that Hubbard is unarmed.

The 25-year-old man was finally handcuffed with the help of another officer and then taken to jail.

Later, he was examined and then released but was charged with resisting arrest and driving with a suspended license, police said.

The police union that represents Amiott said they “stand with Officer Amiott,” expressing hope that “people will not rush to judgment, but rather will understand the literally-split-second decision and response required of our police and will let the administrative review process play out.”

Meanwhile, the American Civil Liberties Union of Ohio and the Cleveland branch of the NAACP issued a statement saying they are “profoundly concerned.”

“We are appalled by the brutality seen in these videos,” ACLU Executive Director J. Bennett Guess said. “This behavior underscores a disturbing pattern of extreme use of force by police in our state and across our nation.”

US police have been criticized, on numerous occasions, for brutally treating people of color, including African Americans and so far there have many mass protests against police brutality across the country.

Sorgente: PressTV-Video: White cop punching black man repeatedly

Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi

Le sostenza chimiche tossiche trovate nei depositi dei terroristi provengono da USA e Regno Unito ha dichiarato il vice ministro della Siria, Faisal Mekdad in una conferenza stampa a Damasco.

“Tutti i proietti e le granate trovate, armati con sostanze chimiche tossiche CS e CN, sono state prodotte dalla compagnia “Federal Laboratories” in USA… Mentre le sostanze chimiche al loro interno dalla “Cherming Defence UK” (UK) e dalla “NonLethal Technologies” (USA)” ha detto Mekdad.

I depositi dei terroristi contenenti questi armamenti sono stati trovati ad Aleppo e nelle periferie orientali liberate di Damasco.

Mekdad ha ricordato che secondo il quinto articolo della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, queste possono essere usate solo nelle sommosse e nei disordini, e non in guerra.

“Quindi possiamo affermare con certezza che gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché i loro alleati nella regione, violano la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, dando supporto alle organizzazioni terroristiche sul territorio siriano. Essi hanno fornito ai guerriglieri non solo armamenti convenzionali ma anche quelli illegali” ha aggiunto Mekdad.

Il rappresentate ufficiale del Ministero degli esteri della Russia, Maria Zakharova ha commentato questa dichiarazione. “Ecco a voi tutto l’impegno per il diritto internazionale e per il trionfo della democrazia. Nascondendosi dietro le foto dei bambini uccisi, forniscono armi chimiche ai terroristi, al limite dell’assurdo” ha scritto sulla sua pagina Facebook.

In precedenza la coalizione capeggiata dagli USA contro lo Stato Islamico non han registrato uso di armi chimiche da parte dei guerriglieri, nonostante abbiano accusato Damasco di questo.

Le autorità siriane a loro volta hanno sottolineato di non aver mai usato armi chimiche contro civili o terroristi, e che l’arsenale di armi chimiche del paese è stato portato via dal paese sotto il controllo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC).

Sorgente: Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi – Sputnik Italia

VACCINI – UN PARERE SCIENTIFICO. Società Italiana di Psico neuro endocrino immunologia

LA POSIZIONE DELLA SIPNEI SULLA LEGGE SUI VACCINI E SUL DIBATTITO ANCORA IN CORSO

Abbiamo atteso a prendere una posizione, sia come Società scientifica sia come singoli, perché, a nostro avviso, s’è infiammato un dibattito di scarso valore scientifico, tendenzioso e, a tratti, estremamente violento. La responsabilità della bagarre è di chi rifiuta i vaccini tout court con motivazioni extra-scientifiche (“è l’industria che condiziona il governo”) e, talvolta, schiettamente antiscientifiche (“I vaccini causano solo danni alla salute”), ma, lo diciamo con rammarico, è anche di chi avrebbe dovuto collocare la discussione pubblica su un terreno pacato, razionale e confortato da prove. Istituzioni scientifiche, professionali e singole personalità, con l’amplificazione dei media, hanno dato una pessima prova, adottando un atteggiamento paternalistico, dogmatico e, a un tempo, di allarme sociale, bollando con marchio d’infamia tutti coloro che, anche in sede professionale e scientifica, hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini (efficacia, dinamica, costi-benefici etc.), fino al punto da sottoporre a procedimento disciplinare, conclusosi con la radiazione dagli Albi, alcuni medici critici.

Non condividiamo questo comportamento e invitiamo le istituzioni scientifiche e professionali, i docenti e gli operatori a svolgere con misura e rigore il loro insostituibile ruolo di autorevoli e indipendenti agenzie di informazione scientifica al servizio della collettività.

Segnaliamo inoltre che, nel furore della polemica, alcuni esponenti dell’Accademia hanno diffuso una visione della scienza di stampo dogmatico, con il risultato paradossale, a nostro avviso, di produrre un rafforzamento, invece che un indebolimento delle convinzioni di tipo anti-scientifico presenti nella popolazione.

In questo modo, è stato prodotto un danno enorme alla diffusione della cultura scientifica del nostro Paese, che già soffre di ritardi storici a livello di massa. Non si difende e non si diffonde la cultura scientifica adottando il modello medievale dell’“ipse dixit”, dell’autorevolezza della cattedra, bensì mostrando la bellezza del metodo scientifico, che è uno dei migliori esempi di pensiero critico, dialettico, democratico, aperto e, per queste caratteristiche, dotato di grande forza persuasiva.

Solo una scienza che ottenga i suoi risultati adottando una procedura trasparente e che li condivida con la società tutta, è in grado di conquistare la partecipazione convinta dei cittadini alle proposte di politica sanitaria che ispira. È comunque un dato oggettivo che i vaccini siano una risorsa di prevenzione sanitaria assolutamente preziosa. La storia mondiale delle malattie infettive lo dimostra con forza, con il debellamento di malattie importanti come il vaiolo, la poliomielite e la difterite. Altri vaccini non ancora disponibili (come ad esempio quelli per la malaria e per l’AIDS) sono oggetto di intensa ricerca e sarebbero altamente auspicabili.

 UN’ANALISI CRITICA DELLE PROCEDURE E DELLE DECISIONI POLITICHE SUI VACCINI

La decisione governativa di estendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni che, in una prima fase, è stata scagliata come un diktat sulla società, minacciando di estendere ai genitori critici le stesse pene inflitte ai medici critici e cioè la sospensione della potestà genitoriale, anche nella versione modificata uscita dal dibattito parlamentare, che pur ha tagliato le unghie al furore della Ministra della salute, a nostro avviso, non regge ad un esame ravvicinato dei dati e delle premesse su cui si fonda.

 I dati

La premessa su cui si fonda la decisione governativa è che saremmo in presenza di forti rischi per la collettività essendosi pericolosamente abbassati i tassi di copertura vaccinale, che non garantirebbero la cosiddetta “immunità di gregge”. I dati portati a sostegno riguardano la diffusione del morbillo nel nostro Paese, che nello scorso anno e nell’anno in corso sarebbero a livelli eccezionalmente alti. La serie storica dei dati degli ultimi anni e il suo paragone con paesi europei simili, pur senza sottovalutare l’andamento dell’infezione, non confermano l’eccezionalità dell’attuale diffusione del morbillo. Al 16 luglio 2017 (ultimo dato disponibile al momento della redazione di questo documento) si sono registrati 3672 casi1 , in tutto il 2013 i casi sono stati di meno (2258), ma nel 2011 sono stati di più (4671). C’è da notare che il massimo della copertura vaccinale si è registrato tra il 2008 e il 2012. In Francia nel 2011 ci sono stati quasi 15.000 casi di morbillo con una copertura vaccinale superiore al 90% e ad oggi il morbillo è endemico in molti paesi europei tra cui Germania, Belgio, Svizzera, Francia, Polonia, Romania e altri.

Non risulta che Francia, Germania, Svizzera, Belgio abbiano introdotto l’obbligatorietà della vaccinazione MPR (Morbillo Parotite Rosolia), pur essendo attivamente impegnati nel controllo della diffusione di questi agenti infettivi.

L’immunità di gregge

La premessa scientifica, su cui si fonda la decisione dell’estensione dell’obbligatorietà vaccinale, che è costituita dalla cosiddetta “Immunità di gregge”, secondo cui “è necessario raggiungere il 95% della copertura vaccinale per ottenere l’effetto gregge” e cioè la protezione totale della popolazione, presenta molte falle. In primo luogo, i vaccini non sono tutti uguali. Ci sono vaccini per patologie che non sono trasmissibili da soggetto a soggetto, come il tetano (ad eccezione del caso rarissimo della trasmissione madre-neonato). Quindi il vaccino antitetanico non genera immunità di gregge essendo l’agente infettivo non trasmissibile per contagio interindividuale. In secondo luogo, ci sono vaccini, che, sia per la bassa immunogenicità (che quindi causa una quota rilevante di vaccinati che non rispondono) sia per la scarsa durata dell’immunizzazione anche nei responders, non sono in grado di bloccare la trasmissione dell’agente infettivo. Al riguardo, un esempio molto studiato è il vaccino acellulare contro la pertosse, che presenta un elevato numero di non responders, la cui efficacia negli stessi responders svanisce già dopo 2-3 anni dalla vaccinazione2 . Ma anche il caso del morbillo, che pure ha un’elevata trasmissibilità e che stimola una forte risposta anticorpale, non consente di concludere che una copertura vaccinale del 95%, che è quella indicata per il cosiddetto “effetto gregge”, possa bloccare la trasmissione virale, come dimostrano alcuni casi riportati in letteratura.

Per esempio: la Cina, che ha una copertura vaccinale del 97%, segnala ancora focolai di morbillo 3 ; il Belgio, dove un recente focolaio di morbillo è intervenuto in Vallonia, una zona del Paese ad elevata copertura vaccinale (superiore al 95%) 4  . Emblematici gli esempi del Portogallo 5 e della Repubblica Ceca. In Portogallo il recente focolaio si è manifestato in regioni ad altissima copertura vaccinale, dopo 12 anni di scomparsa dei casi di morbillo, al punto che nel 2015 e 2016 il Portogallo era stato dichiarato libero dal morbillo. Interessante, al riguardo, segnalare che sono state infettate sia persone non vaccinate sia persone vaccinate, con due o più richiami per MPR o singolo.

Stessi fenomeni si sono registrati negli Stati Uniti d’America che, dal lontano 2000, erano stati dichiarato liberi dal morbillo e che invece registrano casi di morbillo sia in non vaccinati che in vaccinati6 . Così come in Corea, dichiarata libera dal morbillo nel 20147 . Questi dati pongono interrogativi sia sull’effetto gregge (i non vaccinati in questo caso non sono stati protetti dal gregge vaccinato) sia sull’efficienza e sulla durata della protezione immunitaria offerta dal vaccino antimorbillo. Al riguardo, esemplare è il caso della Repubblica Ceca, che ha introdotto la vaccinazione antimorbillosa nel 1969. Uno studio recente8 mostra che solo la quota della popolazione ante-vaccinazione (con più di 50 anni di età) ha una presenza di anticorpi specifici (IgG) che riguarda praticamente tutte queste classi di età (>96%). Queste persone non vaccinate avevano incontrato l’agente infettivo, sia manifestando che non manifestando il quadro sintomatologico del morbillo, ma registrando tutte un’immunizzazione naturale, persistente nel tempo. Le persone vaccinate invece, presentavano un’immunizzazione che oscilla tra il 61 e il 75%: quindi nei trentenni e quarantenni, vaccinati per il morbillo nell’infanzia, 3-4 persone su 10 non producono una risposta adeguata all’infezione. Insomma, anche il vaccino antimorbillo, con gli anni, tende a perdere la sua efficacia, come dimostra l’altro dato di questa ricerca relativo alla classe di età 18-29 anni che mostra sieropositività dell’81%, che poi viene perduta nel tempo.

Questo fondamentalmente perché l’immunizzazione naturale, a differenza di quella indotta dal vaccino, causa una stimolazione immunitaria prolungata nel tempo9,10 , che consente al linfocita B di adattare il recettore con la massima affinità per l’antigene, selezionando una popolazione di cellule B memoria a lunga vita, capaci di rispondere in modo rapido ed efficace al successivo incontro con l’agente infettivo.

Sempre riguardo alla vaccinazione antimorbillo, segnaliamo un dato che meriterebbe una riflessione specifica: in tutti i focolai identificati in Europa e in USA, c’è sempre una quota di bambini infettati con meno di un anno di vita, un’età a rischio, in cui ancora non è raccomandata e praticata la vaccinazione antimorbillo. Il bambino, in questo periodo critico, può ricevere una protezione dalla madre che gli trasmette i suoi anticorpi antimorbillo. Il fatto è che le donne immunizzate naturalmente trasmettono una quantità di anticorpi nettamente superiore a quella delle donne vaccinate. La differenza della presenza di anticorpi anti morbillo, in bambini nati da madri che hanno subito il contagio rispetto ai nati dalle vaccinate, è netta e rintracciabile per lo meno fino all’età di 5 mesi. Quindi, donne che, nella loro infanzia, si sono vaccinate contro il morbillo potrebbero non trasmettere un’adeguata protezione anticorpale ai propri figli nel primo anno di vita, a differenza delle donne che hanno contratto un’immunizzazione naturale11 . Infine, in aggiunta agli argomenti sopra indicati, occorre registrare che l’informazione che è stata

, sulle percentuali di copertura vaccinale necessarie per raggiungere il cosiddetto “effetto gregge”, è assolutamente parziale e quindi, sostanzialmente, non veritiera. Secondo fonti ufficiali (Organizzazione mondiale della sanità e Istituto Superiore di Sanità), le coperture vaccinali critiche per l’immunità di gregge sono altamente variabili: il fatidico 95% viene indicato solo per il morbillo. Come abbiamo già notato, questa soglia non garantisce in modo assoluto l’effetto gregge, ma è bene sapere che per la poliomielite, le istituzioni citate danno come copertura necessaria 80-86%; per la parotite 75-86%; per la rosolia 83-85%; per l’ Hemophilus infl. B il 70%12,13 .

 CONCLUSIONE SULLA LEGGE.

Pur scontando il fatto che,  se attorno al bambino non immunizzato per un certo agente infettivo esistono numerose persone non immunizzate, la probabilità del bambino stesso di contrarre quell’infezione sono maggiori, da qui non si può trarre la conclusione dell’obbligo per 10 vaccini, che, da quanto argomentato, si mostra non solo inopportuna, ma anche infondata sul piano scientifico, poiché lo Stato può chiedere alla persona (o al suo tutore) la violazione della libertà individuale, riguardo alla propria salute, se dimostra che le misure obbligatorie servono a scongiurare un rischio collettivo riferito ai singoli vaccini proposti. Da quanto abbiamo scritto, è errato mettere tutti vaccini sullo stesso piano: alcuni di loro non producono alcun “effetto gregge”, altri conferiscono un’immunità che deperisce nel tempo. Ma per proporre una strategia vaccinale all’altezza delle conoscenze attuali, occorre prendere in esame altre problematiche.

PROBLEMATICHE RELATIVE AI VACCINI E AI LORO EFFETTI IMMEDIATI E DI LUNGO PERIODO

Come abbiamo visto, il grado di efficacia dei vaccini è molto variabile, dobbiamo tenere presente altresì che nessun vaccino è mai completamente sicuro. È una verità elementare, che, se si nega, si fa offesa alla scienza e al buon senso e, al tempo stesso, non si convincono i refrattari alle vaccinazioni, che anzi dalla negazione dell’evidenza traggono maggior forza. Gli effetti avversi delle vaccinazioni sono un dato di fatto. Le revisioni della letteratura più affidabili dimostrano che gli effetti avversi gravi ci sono e soprattutto che gli studi sulla sicurezza di vaccini come il trivalente MPR pre e post-marketing sono largamente inadeguati14 . Anche in Italia, pur scontando un sistema di sorveglianza che è un eufemismo definire scarsamente efficiente, le segnalazioni all’AIFA di effetti avversi, successivi alle vaccinazioni, nel 2014 sono state 8.873, di cui una quota (con diverse centinaia di casi) classificata grave (con alcuni decessi). Secondo il Rapporto dell’AIFA15 , il vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia (MPR) ha un tasso di segnalazioni di effetti avversi gravi tra i più alti: 201 su 100.000 dosi per un totale di 479 casi nello scorso anno, la cui quota maggioritaria spetta all’abbinamento del trivalente con il vaccino contro la varicella (MPR+V oppure MPRV). Tuttavia, anche l’esavalente ha un tasso elevato di segnalazioni gravi: 166 ogni 100.000. Ora, a fronte di questi numeri, ci pare temerario escludere in modo categorico ogni correlazione causale con i vaccini, come fa l’AIFA nel Rapporto citato, anche in considerazione della scarsa propensione, soprattutto dei medici di riferimento, i pediatri, alla segnalazione, aggravata dall’ assenza di un sistema di sorveglianza strutturato, capillare e affidabile. Tuttavia, ci preme segnalare un aspetto più di fondo, che è stato trascurato o banalizzato nel dibattito pubblico e che invece attiene alla salute della popolazione in tutte le fasce di età: gli effetti dei vaccini sul sistema immunitario del bambino.

I vaccini e il sistema immunitario infantile

Un paradosso dell’attuale scienza dei vaccini è che, mentre da un secolo ferve la ricerca farmacologica sui singoli prodotti, con innovazioni che danno risposte sempre più articolate e diversificate, l’oggetto di questi farmaci è sostanzialmente negletto: pochissimi e recenti sono gli studi sul sistema immunitario del bambino e sull’impatto che i vaccini hanno sul suo sviluppo.

Tutti concordano sul fatto che il sistema immunitario del neonato non è come quello dell’adulto e che, per raggiungere un assetto simile, deve attraversare un processo di maturazione non breve. Ma perché è diverso da quello dell’adulto? Dove stanno le principali criticità? Secondo studi molto recenti16, la principale diversità non starebbe tanto nella composizione cellulare del sistema immunitario neonatale, quanto nel mantenimento dell’assetto precedente alla nascita, l’assetto fetale. In gravidanza, infatti, è essenziale che sia il sistema immunitario materno che quello fetale adottino una posizione di tolleranza reciproca, con il fine di mandare a compimento la gravidanza, che potrebbe essere compromessa da una iperreattività immunitaria verso antigeni non self costituiti da tessuti (madre-bambino) che sono geneticamente parzialmente diversi. A questo fine, oltre che in quello materno, anche nel sistema immunitario fetale abbondano le cellule regolatrici e cioè di moderazione della risposta immunitaria (T regolatori in primis, ma, a livello placentare, anche cellule della linea mieloide) e si struttura un particolare assetto dei linfociti T: depressione del circuito Th1 a favore del circuito Th2. Questo assetto fetale permane anche nei successivi mesi dopo la nascita. Ricordiamo che il circuito Th1 è molto infiammatorio ed è particolarmente efficace verso le infezioni virali, mentre il circuito Th2 è meno infiammatorio (soprattutto in presenza di un forte circuito regolatorio) ed è più attivo verso le infezioni batteriche. Quindi, il sistema immunitario delle prime fasi della vita è naturalmente collocato sul Th2 e deve ancora maturare un efficiente circuito Th1. Che effetti hanno le vaccinazioni su questo assetto neonatale? La letteratura scientifica ci dice che l’alluminio, l’adiuvante più utilizzato non solo nei vaccini per l’infanzia, ma anche per quelli dell’adolescente (come il vaccino contro il Papilloma Virus, HPV), ha un documentato effetto Th217 . A questi effetti di aggravamento dello squilibrio fisiologico neonatale, prodotti dall’alluminio, occorre aggiungere gli analoghi effetti del vaccino MPR, che, di per sé, ha un effetto di ritardo della maturazione del Th1 con persistenza del Th2 18 . Attualmente, pur con tutte le incertezze che sono parte integrante della scienza, che per l’appunto non è dogmatica, la comunità degli immunologi e dei ricercatori pediatri concorda nel relazionare l’iper-reattività del Th2 alla comparsa di allergie, sia di tipo respiratorio (asma, bronchiti, riniti) sia tipo cutaneo e gastrointestinale19 . Squilibrio immunologico che può favorire l’insorgenza nel tempo anche di altre patologie a dominanza Th2, di tipo infettivo, autoimmune e neoplastico. In particolare, questi effetti negativi vengono amplificati in neonati pretermine, in quelli nati con un parto cesareo, nei non allattati al seno, che, in vario grado, presentano uno squilibrio del microbiota, anch’esso in formazione, che ormai sappiamo essere deciso nella costruzione di un sistema immunitario pienamente competente20

PER UNA BUONA POLITICA DI PREVENZIONE PRIMARIA DENTRO CUI PREVEDERE UN USO RAZIONALE ED EFFICIENTE DELLE VACCINAZIONI

I vaccini, nelle diversità di efficacia e protezione sopra delineata – che pertanto, a nostro avviso, richiedono una riformulazione dei programmi di loro utilizzo evitando la scorciatoia autoritaria dell’obbligo generalizzato – sono farmaci che possono essere di grande utilità, se collocati all’interno di un robusto quadro di politiche di prevenzione primaria applicate alle prime fasi della vita. Quello che proponiamo è un salto su qualità nella prevenzione a partire dallo studio delle prime fasi della vita, sapendo che una serie di misure in gravidanza e dopo la nascita possono porre su nuove basi non solo la salute del bambino, ma anche la suscettibilità alle stesse infezioni, verso cui ad oggi non c’è protezione, tra cui non solo il morbillo (la cui vaccinazione è prevista non prima dei 12 mesi di età), ma anche il temibile Virus respiratorio sinciziale, causa di patologie respiratorie anche gravi del neonato e che ha come effetto un ulteriore squilibrio del sistema immunitario neonatale in senso Th2. Il fumo in gravidanza e/o negli ambienti dove vive il neonato, la dieta infiammatoria della donna gravida e che allatta, l’uso di antibiotici in gravidanza, durante il parto e nel neonato, con conseguente disbiosi materna e infantile, il tipo di parto (se vaginale o cesareo), l’inquinamento dell’ambiente di vita, le condizioni di stress causate da incertezza e povertà economica della famiglia, sono tutti potenti fattori di alterazione del sistema immunitario infantile. È illogico, sotto il profilo scientifico (ma forse logico per istituzioni troppo adese all’industria e alle corporazioni professionali), destinare somme ingenti al finanziamento di un inedito e iper-esteso obbligo vaccinale e non intervenire in modo organico sulla protezione della gravidanza, sulla promozione sistematica dell’allattamento al seno, sulla drastica riduzione dei parti cesarei (che in tutto l’Occidente riguardano circa un terzo delle nascite, con alcune regioni italiane, tra cui Campania, Sicilia e Lazio con percentuali ancora maggiori) anche mettendo in campo risoluti interventi restrittivi a livello del servizio sanitario nazionale, sul sostegno psicologico ed economico alla famiglia che ha avuto un bambino. Vaccinazioni. Conoscere e rispettare la diversità.

Non solo i vaccini sono diversi tra loro in termini di utilità sociale, ma anche i bambini sono diversi tra loro, talvolta in modo rilevante. La genetica e l’epigenetica ci dicono che ogni individuo è un essere peculiare e che questa peculiarità è di grande rilievo quando il nuovo essere si forma nel corso del tempo, prima e dopo

la nascita. Del resto, la medicina più avanzata si sta orientando sulla personalizzazione della cura, che si gioverà dei progressi in campo genetico ed epigenetico. Di questo cambio di paradigma, che mette al centro la variabilità umana, dovrà tenere conto anche la politica vaccinale. Basti pensare alle nascite prima del tempo, che sono in crescita in tutto l’occidente. L’Italia sembra particolarmente colpita dal fenomeno, con oltre 40.000 bambini che ogni anno, secondo l’OMS, nascono prima della trentasettesima settimana di gestazione. Il sistema immunitario e il microbiota di questi bambini, soprattutto se nati con un cesareo e non allattati al seno, sono particolarmente squilibrati in senso allergico e infiammatorio21. Nei programmi vaccinali, non ha alcun senso scientifico trattare questi bambini prematuri come se fossero nati a tempo. L’effetto probabile delle vaccinazioni potrebbe essere quello di alterare ulteriormente il sistema immunitario. Da qui la necessità di programmi ad hoc per questi bambini che dovrebbero essere seguiti e studiati personalmente da un pediatra competente sull’assetto del sistema immunitario infantile e sugli effetti dell’ambiente e dei farmaci in soggetti prematuri. Ma pensiamo che in linea generale ogni bambino andrebbe studiato adeguatamente dal proprio pediatra prima di essere inviato a un programma vaccinale, che dovrebbe tenere conto delle sue peculiarità e della sua storia clinica e di vita. Ciò rimanda a politiche vaccinali flessibili e che ripensino

l’uso delle formulazioni multiple, sia perché, come abbiamo argomentato, non tutti i vaccini hanno la stessa utilità sociale, sia perché non ci risultano studi controllati, che valutino gli effetti epigenetici della formulazione multipla sul sistema immunitario infantile. Per esempio, sappiamo che l’alluminio e alcuni vaccini hanno l’effetto epigenetico di demetilare i geni che comandano la produzione di cellule Th2, favorendone l’espansione22. Che effetti epigenetici hanno 6 vaccini insieme, seguiti a breve da 4 vaccini insieme? Sotto questo profilo, la “tesi” che non c’è alcun problema a somministrare diversi antigeni insieme, poiché il bambino ogni giorno incontra centinaia di antigeni senza danno, ci sembra non regga ad un esame anche non troppo approfondito, poiché il solo buon senso ci consente di comprendere che gli antigeni multipli, che immettiamo con i vaccini, non sono banali, ma componenti di aggressivi agenti infettivi, che è alquanto irreale incontrare tutti insieme in natura. Il fatto è che nessuno fino ad ora, a nostra conoscenza, ha prodotto dati certi sugli effetti delle formulazioni multiple sul sistema immunitario del neonato e dell’infante. Del resto anche il Parlamento ha previsto l’uso dei vaccini monodose reclamando, contro la granitica convinzione della Ministra della salute, la supremazia del legislatore sulle necessità produttive dell’industria. Il tema dei rapporti delle Istituzioni pubbliche con le industrie produttrici di farmaci, che sta avvelenando la discussione sui vaccini e sulla farmacologia in generale23 , richiede una discussione più ampia, che in varie sedi come SIPNEI abbiamo affrontato e che affronteremo ancor più nel prossimo periodo. Restando al tema vaccinazioni, pensiamo che servirebbe molto alla scienza e alla ricostruzione di un rapporto di fiducia con ampie fasce della popolazione, l’istituzione di una Commissione di valutazione e controllo sui vaccini indipendente e cioè composta da ricercatori, scienziati ed esperti di politica sanitaria che non abbiano legami con l’industria e con le associazioni professionali, spesso molto adese all’industria. Una Commissione sul modello della Task Force statunitense che si occupa di valutazione delle politiche preventive (USTFP), senza legami con l’industria e con le corporazioni professionali. Occorre cioè proteggere la società dalle infezioni, ma anche dagli interessi di parte. In questo quadro, siamo contrari alle vaccinazioni obbligatorie (in linea con tutti i paesi europei più avanzati e da alcuni anni in Veneto, con ottimi risultati), bensì proponiamo una riorganizzazione delle politiche vaccinali, che a livello statale dovrebbe selezionare le priorità epidemiologiche e, a livello territoriale, dovrebbero avere come perno il pediatra, che ha in cura fin dalla nascita il bambino, che verrebbe inserito in finestre di opportunità vaccinale, anche utilizzando i vaccini monodose, in base alle caratteristiche del bambino. Del resto, i genitori dei bambini in età da vaccino, già si sono spontaneamente mossi in questo senso. Come ha documentato la USL 20 di Verona, in un contesto senza obbligo vaccinale come quello veneto, se si controlla la popolazione a 14 anni di età, si nota che, per la poliomielite, la copertura è al 95,51% e, per il morbillo, è al 94%24 .

Siamo convinti che una politica di promozione attiva, centrata sulla flessibilità dei programmi vaccinali, nel quadro di politiche di protezione della gravidanza e di promozione della salute dell’infanzia, permetterebbe un salto in avanti nella prevenzione primaria, da sempre trascurata nel nostro Paese, e porrebbe su basi nuove le relazioni tra cittadini e scienza e tra curati e curanti.

 Il Consiglio direttivo nazionale della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia

Roma 29.07.2017

Francesco Bottaccioli presidente onorario, professore a contratto nella formazione post- laurea delle Università dell’Aquila e di Torino

Mauro Bologna presidente, professore ordinario di Patologia generale, Università dell’Aquila

David Lazzari past-president, membro dell’Esecutivo nazionale dell’Ordine degli psicologi, direttore del servizio di psicologia clinica dell’Azienda ospedaliera S. Maria di Terni

Marina Risi vice-presidente, professoressa a contratto nel Master in PNEI Università dell’Aquila

Franco Cracolici responsabile del comitato di coordinamento delle sezioni territoriali SIPNEI, medico responsabile nel Servizio di medicina integrata dell’Ospedale di Pitigliano (GR)

Letizia Ferrante psicologa psicoterapeuta, responsabile del coordinamento delle sezioni SIPNEI del meridione d’Italia

Massimo Fioranelli professore associato di Fisiologia, Università G. Marconi, Roma

 Andrea Minelli professore associato di Fisiologia, Università di Urbino

Elisa Paravati neuropsicologa, responsabile del coordinamento delle sezioni SSIPNEI del nord Italia

 

(Per le note che corredano questo parere scientifico,  rimando alla pagina del SIPNEI, http://sipnei.it/wp-content/uploads/2017/07/SIPNEI-SULLA-LEGGE-SUI-VACCINI.pdf

Sorgente: VACCINI – UN PARERE SCIENTIFICO. Società Italiana di Psico neuro endocrino immunologia – Blondet & Friends

Il punto di vista della Cina sul Venezuela

Raúl Zibechi

Conoscere i criteri che usa la potenza emergente sull’America Latina, e in particolare sul Venezuela, è sommamente importante giacché raramente i loro mezzi di comunicazione lasciano intravedere le opinioni che circolano nel governo cinese. Il 1° agosto la rivista cinese  Global Times ha pubblicato un esteso editoriale intitolato “Venezuela un microcosmo dell’enigma latinoamericano” (goo.gl/ksmY77).

Il Global Times appartiene all’organo ufficiale del Partito Comunista della Cina, Quotidiano del Popolo, ma si focalizza su temi internazionali e le sue opinioni hanno maggiore autonomia del media che lo patrocina.

L’articolo analizza le recenti elezioni dell’Assemblea Costituente mostrando un certo sostegno al progetto ma, allo stesso tempo prendendo le distanze. Riserva le sue maggiori critiche alla Casa Bianca, dicendo che “Washington si preoccupa solo di prendere il controllo del continente, come suo cortile posteriore, e non è interessata ad aiutarli”.

Evidenza che gli obiettivi degli Stati Uniti consistono nella “eliminazione di Maduro e nella distruzione dell’eredità politica di Chávez”, ma precisa anche che tutti i governi di sinistra del continente hanno una relazione “scomoda” con Washington.

Secondo il Global Times, “senza un’industrializzazione pienamente sviluppata, le economie latinoamericane dipendono in gran misura dalle risorse”, ragione per cui molti paesi presentano forti spaccature sociali e di ricchezza, come succede in Venezuela, dove i contadini e i poveri urbani appoggiano il governo mentre la classe media ricca sostiene l’opposizione.

Finora non ci sono novità. Ma a questo punto comincia un’analisi che svela le posizioni del governo cinese. “Il sistema politico che hanno adottato dall’Occidente non è riuscito ad affrontare questi problemi”, spiega il Global Times.

La rivista, pertanto, dice che “indipendentemente da chi vinca, il Venezuela avrà difficoltà a vedere la luce alla fine del tunnel. Le divisioni sociali non possono essere risolte, e l’intervento degli Stati Uniti non si fermerà. Il Venezuela può essere trascinato in un prolungata battaglia politica”. Con totale trasparenza, la dirigenza cinese pensa che il paese si incammini verso maggiori conflitti.

In secondo luogo, sostiene che il Venezuela sia un “importante socio della Cina”. Difende le relazioni di cooperazione “indipendentemente da chi governa il paese”, perché “il commercio con la Cina sarà utile ai venezuelani”. Per quello stimano di mantenere delle relazioni fluide e strette che “in Venezuela trascendono gli interessi di partito”.

I cinesi aprono l’ombrello e avvertono che le relazioni non sono subordinate ai governi di turno, ossia, che sono di lunga durata e non rinunceranno a quelle anche se cadrà il governo di Nicolás Maduro.

Il terzo punto è chiave: “Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo.

Alla fine, sostiene che la presenza della Cina in America Latina “non ha una motivazione geopolitica”, cosa anche troppo dubbia, ma afferma anche che la “Cina non interferirà nel processo politico del Venezuela o di qualsiasi altro paese latinoamericano”, qualcosa che finora è completamente vero.

Anche se circospetta, l’analisi cinese rivela tre questioni centrali. La presenza cinese nella regione è giunta per rimanere, è chiaro che c’è un conflitto con gli Stati Uniti, e non interferiranno nelle relazioni destra-sinistra, perché -anche se lo negano- la loro presenza è di carattere strategico.

In un altro momento, bisognerà riflettere sul “sistema politico” che la Cina propone, indirettamente, ai paesi amici del mondo che, evidentemente, non assomiglia alle democrazie elettorali di tipo occidentale.

Le relazioni della Cina con la regione abbracciano una vasta gamma di temi, dagli investimenti economici fino agli accordi militari e ai crescenti legami culturali con l’apertura di centinaia di centri di studio di lingua cinese. In vari paesi sono state installate industrie, in particolare di montaggio e costruzione di automobili, fatto che amplia i loro investimenti focalizzati in un prima fase sulle materie prime.

Richiama l’attenzione la potenza delle relazioni economiche. La Cina è  uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue (goo.gl/8iuAR7).

Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso dei suoi investimenti sono destinati ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture.

Gli investimenti più notevoli sono stati destinati al terminal marittimo della petrolchimica Pequiven e all’impresa mista Sinovensa, costituita da PDVSA e dalla Compagnia Nazionale Cinese del Petrolio, creata dopo la nazionalizzazione della Faglia Petrolifera dell’Onirico, nel 2007. Grazie ai 4 miliardi di dollari investiti dalla Cina, la Sinovensa è passata dal produrre 30 mila barili quotidiani di petrolio a 170 mila barili (goo.gl/9QDaCp).

L’ultimo prestito importante si è registrato nel novembre del 2016, con 2,200 miliardi di dollari nel settore petrolifero, per portare nei prossimi anni la produzione sino-venezuelana a 800 mila barili quotidiani (goo.gl/MZE7nZ).

Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro.

4 agosto 2017

La Jornada

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Raúl Zibechi, “La mirada de China sobre Venezuela” pubblicato il 04-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/04/politica/017a1pol#texto] ultimo accesso 12-08-2017.

Sorgente: Il punto di vista della Cina sul Venezuela «

Are Jews White?

In his latest radio segment Rabbi Yaakov Shapiro brings down compelling arguments on the topic “Are Jews White?”.
Here is a summary of the Rabbi’s show. In case you missed it you can listen to the recording below.

Tune in December 22nd from 9:30-10pm to Rabbi Shapiro’s latest segment “Is Jerusalem the Jewish Capital?” live on WSNR 620 AM or by calling 616-597-1984.

“Are Jews White?” with Rabbi Yaakov Shapiro

Recently, in Texas, a “Rabbi” representing Hillel (a Zionistic Jewish campus organization) lost an argument with a Neo-Nazi… about Judaism. Richard Spencer, the leader of the National Policy Institute (a USA-based white supremacist organization) was giving a speech about his desire for the United States to become a white supremacist nation, one that excludes Black people, Jews, Mexicans, and any other racial minority.

The “Rabbi” stood up in the middle of Spencer’s speech and said to him: “You are teaching radical exclusion, I teach radical inclusion, let’s learn Torah together.”. Spencer quickly replied: “Do you really want radical inclusion in the State of Israel? Be honest… Jews have continued to exist because of radical exclusion; they refused to intermarry with the gentiles. I respect that, you have a culture and that is what I want for my people (white people)”. The “Rabbi” stumbled and did not have a rebuttal for Spencer.

Basically what Richard Spencer argued was that the State of Israel does not want Jews to be a minority. They want to have a Jewish majority to keep their culture “pure”. If you believe that there should be a Jewish state in Israel then why can’t the white supremacists have a WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant) state over here? The Jewish people are their model as they have succeeding in creating a State for themselves.

The “Rabbi” did not have an answer for Spencer. The next day he told reporters that he simply isn’t an experienced debater. He squashed his argument in 30 seconds- The Neo-Nazi destroyed the “Rabbi’s” argument using a coherent argument.

The Rabbi was not actually talking to the Neo-Nazi about Judaism- he was talking about Zionism. Jews and Nazis agree on one thing: Israel represents the Jews and the Jews are a religion/nation/race. What does Israel have to do with Torah Judaism? The Jews did not create the state, the Zionists did. Jews are members of a religion – Zionists are members of a political movement. When one of Rabbi Shapiro’s student’s was in law school, a professor said that in Israel they allow torture. A religious, Jewish student argued that torture is against Judaism. Everyone was confused and thought that Israeli law is Jewish law. It’s not.

Many articles have been written recently by various Zionists claiming that the Jewish people are not white- they are an ethnicity called Jewish. The truth is that Jews are not an ethnicity, you can’t convert to an ethnicity. Jews can be Black, White, Asian, etc. The Jewish people are only a people because of the Torah. If we didn’t have the Torah we wouldn’t be Jews. The only reason we exist as Jews is because of our religion. For thousands of years this is how the Jewish people understood themselves.

Then came the Zionists who said that the Jewish people are not a religion. They wanted to be atheists but we still want to be “Jews”. Herzl had an idea that in order to fix the Jews he will convert all the Jews to Christianity. He quickly realized that it was easier to assimilate then to stage a mass coversion. Assimilation didn’t work because the non-Jews persecuted them anyway, even though they weren’t religious. When the assimilated saw that it didn’t work, they came up with Plan-B: Zionism.

Zionism means that Jews are going to become a nation with a culture. However, Torah Jews don’t have a culture, there are all kinds of different Jewish cultures. Yemenite Jews, Hungarian Jews, Moroccan Jews, etc. We don’t even have a common language as most Jews do not speak biblical Hebrew. The only thing that we have in common is our religion. We don’t even have a common land as we are in exile.

The founders of Zionism created a language, which is a national characteristic (Ivrit) because they wanted to create a culture. They created a land- “Israel”. They rewrote Jewish history and said they are now the real Jews; the nation of Israel.

Many people (Zionists included) don’t realize that you can’t be an atheist Jew just like you can’t be an atheist Muslim or Christian. However, if you asked an atheist what makes you a Jew they may say “I’m a national Jew” – do you live in Israel “no” they what makes you a Jew? “Well I’m an ethnic Jew” but there are Chinese Jews. Jews have no ethnic characteristics. There are Zionists that say Judaism is a tribe. That can’t be though because tribal affiliations go by the father. But if that’s the case then why does Judaism go through the mother?

The Nazis also wanted the Jews to be a race, not a religion. Nazis are racist antisemites and they want to exclude Jews from their countries. They view them as an ethnic minority. The Zionists and the antisemites have common ground. They say that Judaism is a race. Torah authorities say that those who believe in Jewish Nationalism are idol worshippers. You could even eat kosher, put on tefillin, you are still an idol worshipper. It’s a terrible thing. The nazis where nationalists. We learned how horrible it is because of the Jews who were the victims of this. It is treason against the Jewish people and Hashem (G-d) to believe in Jewish nationalism. The Zionists rewrote history.

When the Zionists started their movement they changed the definition of Judaism. Unfortunately both the Rabbi in Texas and Neo-Nazi Richard Spencer believe in the concept as Jews as a nation.

At the end of the day this is what we have: this new neo-Nazi movement wants to take over the United States and exclude Jews and other minorities. Never mind that the movement is disgusting, the idea that Jews are not white, but are a specific nationality is a racist idea and a Zionist idea. Neo-Nazis quote that in the 1700’s, the beginning of the United States, only free white people were allowed to immigrate. They fail to mention that Jews were included in the founding fathers definition of free white people.

thanks to: True Torah Jews

The Business of Anti-Semitism

Every good marketer will tell you that one of the first steps in selling a product is convincing a prospective buyer of their need for a product and/or service. If the consumer feels no lack in living without this particular object, then the entire impetus to buy is lost. Selling a country to people is no different. With a nation such as “Israel”, whose international reputation leaves much to be desired, they must create an impetus for people to take them seriously on the world stage. The answer – immigration. Though many libels have been directed at the Jewish People throughout their history, idiocy has not been one of them. If there is mass immigration to “Israel” by educated Jews from stable countries then, so the logic goes, there must be something to it. Now another problem rears its ugly head. How does one create an incentive on the other side? How do you persuade Diaspora Jews to move to such a…ummm…peaceful country?

Luckily for those in the Israeli immigration business, there is a solution. Media exposure. By adding their commentary to every minor incident that could possibly be interpreted as anti-Semitism, they create a feeling of uneasiness in Jews everywhere. A recent example is Israeli Knesset member Isaac Herzog’s (Zionist Union Party) statement last week where he expressed outrage, “… over the wave of anti-Semitic incidents and threats in the United States and said Israel should be preparing for the worst – a wave of Diaspora Jews fleeing to the Jewish state. I call on the government to urgently prepare and draw up a national emergency plan for the possibility of waves of immigration of our Jewish brothers to Israel.” Translation to Diaspora Jews: “you’re in grave danger, come over to us before it’s too late!” A decent impetus if there ever was one. Buy or die.

Isaac Herzog is only following tradition. The architect of the Zionist Dream/Nightmare, Theodor Herzl, wrote:

“It would be an excellent idea to call in respectable, accredited anti-Semites as liquidators of property. To the people they would vouch for the fact that we do not wish to bring about the impoverishment of the countries that we leave. At first they must not be given large fees for this; otherwise we shall spoil our instruments and make them despicable as ‘stooges of the Jews.’ Later their fees will increase, and in the end we shall have only Gentile officials in the countries from which we have emigrated. The anti-Semites will become our most dependable friends, the anti-Semitic countries our allies.” (The Complete Diaries of Theodor Herzl. Vol. 1, pg. 83-84)

“Israel’s” first prime minister, David Ben-Gurion, proudly preserved Herzl’s tradition. In an April, 1963, New York Times article he claimed that,

“Jews are in truth a separate element in the midst of the peoples among whom they live – an element that cannot be completely absorbed by any nation – and for this reason no nation can calmly tolerate it in its midst.” Delightful.

When those waiting for an excuse to release a bit of pent-up anti-Jewish feeling strike, then their point is authenticated and they take to the stage to trumpet their premonition of imminent disaster. The cycle becomes ever more vicious till many Jews feel no other alternative than to immigrate. As one French couple, Yohan and Yael Sahal, who moved several months ago to the West Bank settlement of Brukhin, said, “There are terror attacks and anti-Semitism in Paris as well, so it’s better to be in your own land, where at least you’ll have someone to protect you. If you have to be afraid, then at least you should be afraid somewhere that’s your home.” With “Israel” having a violent death rate over 9 times greater than France, the Sahal’s claim that there is “someone to protect you” falls a little flat. Not so strangely, the recent rise in French Jewish immigration to the Zionist State was followed by a sharp rise in anti-Semitic activity in France as a result of “Israel’s” Gaza offensive, Operation Protective Edge. As an aside, the worst year in terms of violent incidents against Jews around the globe in the last two decades was 2009, directly following Operation Cast Lead.

With the anti-Semitism stew bubbling away on the burner, what is the next step? Step in Nefesh B’Nefesh. No can deny that organizations such as Nefesh B’Nefesh are among a select group of marketers. When they recently held their annual “Israel” Mega Event in Manhattan, they drew a larger than ever crowd of more than 1,500, all interested in leaving the hazardous environment of America for the safe shores of “Israel”, where one can live in peace without constantly fearing for ones life (insert sarcasm). The NYC Mega Event isn’t the only one. Nefesh B’Nefesh plans to hold events this year in Toronto, Montreal and Los Angeles.

The constant media exposure which insinuates that the terms “Israel” and “Jew” are somehow synonyms only fortifies the position of both Zionists and Anti-Semites.

Our Sages knew for thousands of years that keeping a low profile is the best defense against bigotry. Over-exposure only gives license to those seeking an excuse to wreak havoc. Out of sight out of mind. True Torah Jews wishes to say this:

Just as our forefathers throughout the long years of our exile wished only to unassumingly serve G-d, so this is our wish. We don’t wish to be headlines on the worlds newspapers or top stories on the evening news. And we don’t wish to be associated in any way, shape or form with the State of “Israel” and their yes-men. This is the sentiment of the hundreds of thousands of Anti-Zionist Jews throughout the world. To “Israel” – leave us alone.

thanks to: True Torah Jews

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST
Article by Rabbi Gedalya Liebermann – Australia
——————————————————————————–

“Spiritually and Physically Responsible “

From its’ inception, many rabbis warned of the potential dangers of Zionism and openly declared that all Jews loyal to G-d should stay away from it like one would from fire. They made their opinions clear to their congregants and to the general public. Their message was that Zionism is a chauvinistic racist phenomenon which has absolutely naught to do with Judaism. They publicly expressed that Zionism would definitely be detrimental to the well being of Jews and Gentiles and that its effects on the Jewish religion would be nothing other than destructive. Further, it would taint the reputation of Jewry as a whole and would cause utter confusion in the Jewish and non-Jewish communities. Judaism is a religion. Judaism is not a race or a nationality. That was and still remains the consensus amongst the rabbis.

We were given the Holy Land by G-d in order to be able to study and practice the Torah without disturbance and to attain levels of holiness difficult to attain outside of the Holy Land. We abused the privilege and we were expelled. That is exactly what all Jews say in their prayers on every Jewish festival, “Umipnay chatoenu golinu mayartsaynu” – “Because of our sins we were expelled from our land”.

We have been forsworn by G-d “not to enter the Holy Land as a body before the predestined time”, “not to rebel against the nations”, to be loyal citizens, not to do anything against the will of any nation or its honour, not to seek vengeance, discord, restitution or compensation; “not to leave exile ahead of time.” On the contrary; we have to be humble and accept the yoke of exile.

(Talmud Tractate Ksubos p. 111a).

To violate the oaths is not only a sin, it is a heresy because it is against the fundamentals of our Belief. Only through complete repentance will the Almighty alone, without any human effort or intervention, redeem us from exile. This will be after G-d will send the prophet Elijah and Moshiach who will induce all Jews to complete repentance. At that time there will be universal peace.

THE UNHEEDED CRY

All of the leading Jewish religious authorities of that era predicted great hardship to befall humanity generally and the Jewish People particularly, as a result of Zionism. To be a Jew means that either one is born to a Jewish mother or converts to the religion with the condition that he or she make no reservations with regard to Jewish Law. Unfortunately there are many Jews who have no inkling whatsoever as to the duties of a Jew. Many of them are not to blame, for in many cases they lacked a Jewish education and upbringing. But there are those who deliberately distort the teachings of our tradition to suit their personal needs. It is self understood that not just anyone has the right or the ability to make a decision regarding the philosophy or law of a religion. Especially matters in which that person has no qualification. It follows then that those individuals who “decided” that Judaism is a nationality are to be ignored and even criticized. It is no secret that the founders of Zionism had never studied Jewish Law nor did they express interest in our holy tradition. They openly defied Rabbinical authority and self-appointed themselves as leaders of the Jewish “nation”. In Jewish history, actions like those have always spelled disaster. To be a Jew and show open defiance of authority or to introduce “amendment” or “innovation” without first consulting with those officially appointed as Jewish spiritual leaders is the ideal equation to equal catastrophe. One can not just decide to “modernize” ancient traditions or regulations. The spiritual leaders of contemporary Judaism better known as Orthodox rabbis have received ordination to judge and interpret matters pertaining to the Jewish faith. These rabbis have received their rights and responsibilities and form a link in the unbroken chain of the Jewish tradition dating all the way back to Moses who received the Torah from Almighty G-d Himself. It was these very rabbis who, at the time of the formation of the Zionist movement, foresaw the pernicious outcome that was without a doubt lined up. It was a man possessing outstanding Judaic genius, and a level of uncontested holiness who enunciated the Jewish stance regarding Zionism.

This charismatic individual, the Rebbe of Satmar, Grand Rabbi Joel Teitelbaum, did not mince any words. Straight to the point he called Zionism “the work of Satan”, “a sacrilege” and “a blasphemy”. He forbade any participation with anything even remotely associated with Zionism and said that Zionism was bound to call the wrath of G-d upon His people. He maintained this stance with unwavering bravery from the onset of Zionism whilst he was still in Hungary up until his death in New York where he lead a congregation numbering in the hundreds of thousands. Grand Rabbi Teitelbaum, scion to a legacy of holy mystics and Hassidic Masters unfortunately had his prediction fulfilled. We lost more than six million of our brothers, sisters, sons and daughters in a very horrible manner. This, more than six million holy people had to experience as punishment for the Zionist stupidity. The Holocaust, he wept, was a direct result of Zionism, a punishment from G-d.

IT IS COMMON KNOWLEDGE THAT ALL THE SAGES AND SAINTS IN EUROPE AT THE TIME OF HITLER’S RISE DECLARED THAT HE WAS A MESSENGER OF DIVINE WRATH, SENT TO CHASTEN THE JEWS BECAUSE OF THE BITTER APOSTASY OF ZIONISM AGAINST THE BELIEF IN THE EVENTUAL MESSIANIC REDEMPTION.

But it doesn’t end there. It wasn’t enough for the Zionist leaders to have aroused the wrath of G-d. They made a point of displaying abysmal contempt for their Jewish brothers and sisters by actively participating in their extermination. Just the idea alone of Zionism, which the rabbis had informed them would cause havoc, was not enough for them. They made an effort to pour fuel on an already burning flame. They had to incite the Angel of Death, Adolf Hitler. They took the liberty of telling the world that they represented World Jewry. Who appointed these individuals as leaders of the Jewish People?? It is no secret that these so-called “leaders” were ignoramuses when it came to Judaism. Atheists and racists too. These are the “statesmen” who organized the irresponsible boycott against Germany in 1933. This boycott hurt Germany like a fly attacking an elephant – but it brought calamity upon the Jews of Europe. At a time when America and England were at peace with the mad-dog Hitler, the Zionist “statesmen” forsook the only plausible method of political amenability; and with their boycott incensed the leader of Germany to a frenzy. Genocide began, but these people, if they can really be classified as members of the human race, sat back.

“No Shame”

President Roosevelt convened the Evian conference July 6-15 1938, to deal with the Jewish refugee problem. The Jewish Agency delegation headed by Golda Meir (Meirson) ignored a German offer to allow Jews to emigrate to other countries for $250 a head, and the Zionists made no effort to influence the United States and the 32 other countries attending the conference to allow immigration of German and Austrian Jews. [Source]

On Feb 1, 1940 Henry Montor executive vice-President of the United Jewish Appeal refused to intervene for a shipload of Jewish refugees stranded on the Danube river, stating that “Palestine cannot be flooded with… old people or with undesirables.” [Source]

Read “The Millions That Could Have Been Saved” by I.DombIt is an historical fact that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that: a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

The Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

The answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments: a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees. b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war. c) No ransom will be paid This response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

These treacherous Zionist leaders betrayed their own flesh and blood. Zionism was never an option for Jewish salvation. Quite the opposite, it was a formula for human beings to be used as pawns for the power trip of several desperadoes. A perfidy! A betrayal beyond description!

In 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved. The same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

The British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

On December 17, 1942 both houses of the British Parliament declared its readiness to find temporary refuge for endangered persons. The British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany. This motion received within two weeks a total of 277 Parliamentary signatures. On Jan. 27, when the next steps were being pursued by over 100 M.P.’s and Lords, a spokesman for the Zionists announced that the Jews would oppose the motion because Palestine was omitted. [Source]

On Feb. 16, 1943 Roumania offered 70,000 Jewish refugees of the Trans-Dniestria to leave at the cost of $50 each. This was publicized in the New York papers. Yitzhak Greenbaum, Chairman of the Rescue Committee of the Jewish Agency, addressing the Zionist Executive Council in Tel Aviv Feb. 18 1943 said, “when they asked me, “couldn’t you give money out of the United Jewish Appeal funds for the rescue of Jews in Europe, I said NO! and I say again, NO!…one should resist this wave which pushes the Zionist activities to secondary importance.” On Feb. 24, 1943 Stephen Wise, President of the American Jewish Congress and leader of the American Zionists issued a public refusal to this offer and declared no collection of funds would seem justified. In 1944, the Emergency Committee to Save the Jewish People called upon the American government to establish a War Refugee Board. Stephen Wise testifying before a special committee of Congress objected to this proposal. [Source]

During the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizman, the first “Jewish statesman” stated: “The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important”. Weizman’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation “One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

And then, after the bitterest episode in Jewish history, these Zionist “statesmen” lured the broken refugees in the DP camps to remain in hunger and deprivation, and to refuse relocation to any place but Palestine; only for the purpose of building their State.

In 1947 Congressman William Stration sponsored a bill to immediately grant entry to the United States of 400,000 displaced persons. The bill was not passed after it was publicly denounced by the Zionist leadership. [Source]

These facts are read with consternation and unbearable shame. How can it be explained that at a time during the last phase of the war, when the Nazis were willing to barter Jews for money, partly because of their desires to establish contact with the Western powers which, they believed, were under Jewish influence, how was it possible one asks that the self-proclaimed “Jewish leaders” did not move heaven and earth to save the last remnant of their brothers?

On Feb. 23, 1956 the Hon. J. W. Pickersgill, Minister for Immigration was asked in the Canadian House of Commons “would he open the doors of Canada to Jewish refugees”. He replied “the government has made no progress in that direction because the government of Israel….does not wish us to do so”. [Source]

In 1972, the Zionist leadership successfully opposed an effort in the United States Congress to allow 20,000-30,000 Russian refugees to enter the United States. Jewish relief organizations, Joint and HIAS, were being pressured to abandon these refugees in Vienna, Rome and other Europiean cities. [Source]
The pattern is clear!!! Humanitarian rescue efforts are subverted to narrow Zionist interests.

There were many more shocking crimes committed by these abject degenerates known as “Jewish statesmen”, we could list many more example, but for the time being let anyone produce a valid excuse for the above facts.

Zionist responsibility for the Holocaust is threefold.

1. The Holocaust was a punishment for disrespecting The Three Oaths (see Talmud, Tractate Kesubos p. 111a).

2. Zionist leaders openly withheld support, both financially and otherwise, to save their fellow brothers and sisters from a cruel death.

3. The leaders of the Zionist movement cooperated with Hitler and his cohorts on many occasions and in many ways.

Zionists Offer a Military Alliance with Hitler

It would be wishful thinking if it could be stated that the leaders of the Zionist movement sat back and ignored the plight of their dying brothers and sisters. Not only did they publicly refuse to assist in their rescue, but they actively participated with Hitler and the Nazi regime. Early in 1935, a passenger ship bound for Haifa in Palestine left the German port of Bremerhaven. Its stern bore the Hebrew letter for its name, “Tel Aviv”, while a swastika banner fluttered from the mast. And although the ship was Zionist owned, its captain was a National Socialist Party (Nazi) member. Many years later a traveler aboard the ship recalled this symbolic combination as a “metaphysical absurdity”. Absurd or not, this is but one vignette from a little-known chapter of history: The wide ranging collaboration between Zionism and Hitler’s Third Reich. In early January 1941 a small but important Zionist organization submitted a formal proposal to German diplomats in Beirut for a military-political alliance with wartime Germany. The offer was made by the radical underground “Fighters for the Freedom of Israel”, better known as the Lehi or Stern Gang. Its leader, Avraham Stern, had recently broken with the radical nationalist “National Military Organization” (Irgun Zvai Leumi – Etzel) over the group’s attitude toward Britain, which had effectively banned further Jewish settlement of Palestine. Stern regarded Britain as the main enemy of Zionism.

This remarkable proposal “for the solution of the Jewish question in Europe and the active participation on the NMO [Lehi] in the war on the side of Germany” is worth quoting at some length:

“The NMO which is very familiar with the goodwill of the German Reich government and its officials towards Zionist activities within Germany and the Zionist emigration program takes the view that: 1.Common interests can exist between a European New Order based on the German concept and the true national aspirations of the Jewish people as embodied by the NMO. 2.Cooperation is possible between the New Germany and a renewed, folkish-national Jewry. 3.The establishment of the Jewish state on a national and totalitarian basis, and bound by treaty, with the German Reich, would be in the interest of maintaining and strengthening the future German position of power in the Near East.

“On the basis of these considerations, and upon the condition that the German Reich government recognize the national aspirations of the Israel Freedom Movement mentioned above, the NMO in Palestine offers to actively take part in the war on the side of Germany.

“This offer by the NMO could include military, political and informational activity within Palestine and, after certain organizational measures, outside as well. Along with this the “Jewish” men of Europe would be militarily trained and organized in military units under the leadership and command of the NMO. They would take part in combat operations for the purpose of conquering Palestine, should such a front be formed.

“The indirect participation of the Israel Freedom Movement in the New Order of Europe, already in the preparatory stage, combined with a positive-radical solution of the European-Jewish problem on the basis of the national aspirations of the Jewish people mentioned above, would greatly strengthen the moral foundation of the New Order in the eyes of all humanity.

“The cooperation of the Israel Freedom Movement would also be consistent with a recent speech by the German Reich Chancellor, in which Hitler stressed that he would utilize any combination and coalition in order to isolate and defeat England”.

(Original document in German Auswertiges Amt Archiv, Bestand 47-59, E224152 and E234155-58. Complete original text published in: David Yisraeli, The Palestinian Problem in German Politics 1889-1945 (Israel: 1947) pp. 315-317).

On the basis of their similar ideologies about ethnicity and nationhood, National Socialists and Zionists worked together for what each group believed was in its own national interests.

This is just one example of the Zionist movements’ collaboration with Hitler for the purpose of possibly receiving jurisdiction over a minute piece of earth, Palestine.

And to top it all up, brainwashing!

How far this unbelievable Zionist conspiracy has captured the Jewish masses, and how impossible it is for any different thought to penetrate their minds, even to the point of mere evaluation, can be seen in the vehemence of the reaction to any reproach. With blinded eyes and closed ears, any voice raised in protest and accusation is immediately suppressed and deafened by the thousandfold cry: “Traitor,” “Enemy of the Jewish People.”

Source for paragraphs marked “[Source]”: The Wall Street Journal December 2, 1976

The data presented on this page was prepared by AJAZ.

thanks to: True Torah Jews

Yom HaShoah In “Israel” – The Art Of Fabrication

Holocaust Remembrance Day is a national holiday in “Israel”, one replete with official ceremonies which are, of course, sufficiently solemn. “Never again!” is liberally sprinkled like confetti at a parade. Officials stand by with folded hands at memorial sites looking, again, sufficiently solemn.

In truth, “standing by with folded hands” is precisely what the nascent State of “Israel’s” first leaders did before, during and after the dark years of World War II. The only difference is that then they weren’t passively standing at memorials, they were accomplices at crime scenes.

Yom HaShoah is, at best, a limp attempt at salving the collective guilty conscious of the Zionist Establishment and, at worst, a blatant and cumbersome piece of propaganda. Someone must have forgotten to tell the “Israeli” government. Fiction needs to be plausible.

Though pontificating might somehow satisfy this writer’s outrage at “Israel’s” presumption to commemorate the suffering of European Jewry, their own words should be adequate condemnation.

American rabbi Abraham Jacobson once said,

“’How many times have we heard the impious wish uttered in despair over the apathy of American Jews to Zionism that a Hitler descend upon them? Then they would realize the need for Palestine.”
(New Palestine. Abraham Jacobson)

When the only way to convince someone of your political views is mass murder by proxy, you’re on very shaky ground indeed.

“Israel’s” first president, Chaim Weizmann, sympathized (so to speak),

“The only dignified and really effective reply to all that is being inflicted upon the Jews of Germany is the edifice erected by our great and beautiful work in the land of Israel.”
(Weizmann – Last of the Patriarchs, p. 182)

Considering saving the Jews of Germany and other European countries was apparently neither dignified nor effective.

Perhaps one of the most unabashed statements was made by Enzo Sereni, a World War II era, prominent Italian Zionist and co-founder of Kibbutz Givat Brenner.

“We have nothing to be ashamed of in the fact that we used persecution of the Jews in Germany for upbuilding of Palestine.”
(Zionism Today)

Rabbi Michoel Ber Weissmandel, of blessed memory, a Slovakian rabbi who almost single-handedly saved thousands of Jews during the Holocaust, wrote a letter in 1942(?) to the Jewish Agency in Switzerland pleading for money to stop transports of Czech Jewry to the gas chambers in Auschwitz. Nathan Schwalb, then serving as the Agency’s representative in Zurich, had this to say:

“As to the cry that comes from your country, we must be aware that all the nations of the Allies are spilling much blood and if we do not bring sacrifices, with what will we achieve the right to sit at the table when they make the distribution of nations and territories after the war? And so it would be foolish and impertinent on our side to ask the nations whose blood is being spilled for permission to send money into the land of their enemies in order to protect our own blood. Because only through blood will the land be ours. As to yourselves – members of the group – you will get out, and for this purpose we are providing you with funds by this courier.”

The Temple of Zionism requires “sacrifices” be brought to its altar.

In 1948, Rabbi Weissmandel published his “10 Questions to The Zionists”. Below are his questions.

1. IS IT TRUE that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that:
a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and
b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and
c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

2. IS IT TRUE that the Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

3. IS IT TRUE that the answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments:
a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees.
b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war.
c) No ransom will be paid.

4. IS IT TRUE that this response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

5. IS IT TRUE that in 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved.

6. IS IT TRUE that the same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

7. IS IT TRUE that during the height of the killings in the war, 270 Members of the British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany.

8. IS IT TRUE that this offer was rejected by the Zionist leaders with the observation “Only to Palestine!”

9. IS IT TRUE that the British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

10. IS IT TRUE that during the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizmann, the first “Jewish statesman” stated:

“The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important.”

Weizmann’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation,

“One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

thanks to: True Torah Jews

‘100s of Israeli troops desert military service’

A report has revealed that hundreds of Israeli soldiers have abandoned their duties without permission, and are intent not to return in a show of disapproval of the military conscription policies of the Israeli regime.

The Hebrew-language news website Walla reported on Saturday that 300 Israeli troops had left or remained absent from their units over the past week.

The report added that Israeli military officials have leveled charges against 60 soldiers, who have been dropped from their unit rolls and listed as deserters.

The report came as the Israeli military announced earlier this year that suicide was the main cause of death among Israeli soldiers, and that 15 troopers – all of them male – had taken their own lives last year.

The army added that four soldiers were killed in the course of military operations, nine in on-base accidents, seven in off-duty car accidents and six died from illness or other medical reasons.

Another 43 soldiers were seriously hurt during the course of 2016.

Most of the soldiers injured or killed were conscripted troops. A smaller portion were career soldiers, and a handful were reservists who were in service at the time of their deaths, the Israeli army said.

Sorgente: PressTV-‘100s of Israeli troops desert military service’

Gaza: Donne incinte ed i loro neonati contaminati da metalli pesanti legati agli attacchi israeliani

La rivista scientifica British Medical Journal  Open ha pubblicato uno studio svolto a Gaza su 502 donne in gravidanza al momento degli attacchi israeliani del 2014. Questo lavoro riporta un alto tasso di contaminazione nei capelli in metalli pesanti nelle donne esposte agli attacchi e  in proporzione nei i capelli dei loro bambini.

5 Agosto 2017, Paola Manduca, Prof. Genetics
Genoa, Italy

I metalli pesanti utilizzati durante le guerre, contengono elementi tossici, teratogeni e cancerogeni. Essi sono noti come perturbatori endocrini. Essi sono resistenti nell’ambiente, si accumulano nel corpo, ed i loro effetti sugli esseri viventi persistono ancor più se questi metalli pesanti non vengono rimossi dall’ambiente (armi, schegge, missili, rovine contaminate …). Ricercatori italiani, finlandesi e di Gaza hanno dimostrato che la contaminazione da metalli pesanti è un fattore di rischio  a lungo termine per la salute delle donne incinte e dei loro bambini.

Questi ricercatori hanno analizzato la quantità di 23 tipi di metalli nei capelli delle donne  di Gaza, che erano in stato di gravidanza durante l’estate del 2014, e in quelli dei bambini a cui hanno dato luce più tardi, e trovato che queste erano superiori al contenuto dei metalli nei capelli di donne al di fuori di zone di guerra.

Essi hanno anche studiato la trasmissione in utero metalli pesanti, così come la possibilità che l’assunzione fosse dovuta a fattori diversi ed estranei alla guerra.

Lo studio ha usato spettrometria con plasma-massa (ICP-MS) e sono stati fatti confronti con gruppi esposti agli agenti chimici domestici e agricoli.

I risultati mostrano un carico in metalli pesante significativamente più alto per le donne esposte ad attacchi militari, proporzionale ma piu basso nei loro neonati che però sono più frequentemente colpite da difetti congeniti o nati prematuramente.

E’ stata raccolta testimonianza e poi documentata con visite in loco,  la frequenza di esposizione ad attacchi militari delle donne; circa il 70% delle madri, sono state coinvolte in attacchi, il che suggerisce una alta contaminazione  di tutta la popolazione.

Gli autori raccomandano “monitoraggio, biomonitoraggio e sorveglianza nel tempo  su questo tema di ricerca di interesse pubblico” per il quale, fanno notare, “non siamo in grado di sapere se c’è anche il rischio di effetti transgenerazionali”.  Difetti congeniti sono stati osservati più frequentemente nei nati da madri esposte ad attacchi militari in Iraq e a Gaza (dopo gli attacchi nel 2008-2009).

Gli autori della ricerca sono Paola Manduca, Safwat Y Diab, R Qouta Samir Nabil Albarqouni, Raiija-Leena Punamaki, con la collaborazione di Fabrizio Minichilli, e Fabrizio Bianchi per l’analisi statistica.

Articolo integrale.

Documento completo in inglese, formato PDF.

Invictapalestina ringrazia tutti coloro che partecipando alla nostra iniziativa del 2014, ci hanno permesso di contribuire al finanziamento della ricerca con 500 euro.

thanks to: invictapalestina

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

FILE PHOTO © Rodi Said / Reuters

The Syrian foreign ministry has, in correspondence to the United Nations, accused the US-led coalition of new atrocities against its civilians. It includes an attack on hospital in Raqqa and the use of “internationally banned white phosphorus munitions” against the Syrian people.

Renewing its calls to “immediately dissolve” the coalition which Damascus considers illegitimate, the ministry wrote two letters; one addressed to the UN Secretary General and the other to the Chairman of the UN Security Council, Syria’s state news agency SANA reported Sunday.

Citing the ministry statement, the report said the military alliance led by Washington had bombed residential neighborhoods and civilian houses, as well as destroying a national hospital in Raqqa, where the coalition is extensively backing the fight against the Islamic State (IS, formerly ISIS/ISIL) terrorist group.

Damascus also claimed the coalition had violated international humanitarian law by deploying white phosphorus munitions in its attacks which targeted “innocent Syrian people in the provinces of Raqqa, Hasaka, Aleppo, Deir Ezzor and other Syrian cities,” SANA reported.

Such actions represent war crimes and crimes against humanity, the agency cited the ministry as saying in its communication to the UN.

Syria renews its call to immediately dissolve the coalition which was established outside the framework of the UN and without requesting permission from the Syrian government,” the statement added.

Responding to the allegations, the coalition said it “routinely conducts strikes” on IS terrorists in Raqqa and also uses white phosphorus in its operations, the US Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve (CJTF–OIR) acknowledged in an emailed statement to RT.

However, its deployment of the weapons is not against international norms, the joint task force claimed.

In accordance with the law of armed conflict white phosphorus rounds are used for screening, obscuring, and marking in a way that fully considers the possible incidental effects on civilians and civilian structures,” the CJTF–OIR statement read.

It added that allegations of civilian casualties are being assessed and will be published in a monthly civilian casualty report.

On Saturday, a new series of attacks by the US-led coalition resulted in more civilian deaths in Raqqa, SANA reported. At least 43 civilians were reportedly killed and dozens more injured after airstrikes hit residential neighborhoods in the Syrian city, the news agency said. Mostly women, children and the elderly were among the victims, SANA added.

In its latest assessment of civilian casualties from airstrikes in Iraq and Syria released earlier this week, the US-led coalition claimed 624 people were “unintentionally killed” since the start of the campaign against IS in the region in 2014.

However, the UK-based Airwars group which monitors airstrikes and civilian casualties in Iraq, Libya and Syria based on open-source reports and military figures, contradict this claim. It suggests the civilian death toll in the bombing campaign is much higher. The data collated by the group indicates that more than 4,350 civilians have been killed in US-led military operations since June 2014.

thanks to: RT

A cross sectional study of the relationship between the exposure of pregnant women to military attacks in 2014 in Gaza and the load of heavy metal contaminants in the hair of mothers and newborns

PDF

  1. Paola Manduca1,
  2. Safwat Y Diab2,
  3. Samir R Qouta3,
  4. Nabil MA Albarqouni3,
  5. Raiija-Leena Punamaki4

Author affiliations

  1. DISTAV, University of Genoa, Genova, Italy
  2. Al-Quds Open University-Gaza Branch, Gaza, Gaza Strip, Palestine
  3. Islamic University of Gaza, Gaza, Palestine
  4. University of Tampere, School of Social Sciences and Humanities/Psychology, Tampere, Finland
  1. Correspondence to Prof. Paola Manduca; paolamanduca@gmail.com

Abstract

Objective Metal contamination of humans in war areas has rarely been investigated. Weaponry’s heavy metals become environmentally stable war remnants and accumulate in living things. They also pose health risks in terms of prenatal intake, with potential long term risks for reproductive and children’s health. We studied the contribution of military attacks to the load of 23 metals in the hair of Palestinian women in the Gaza Strip, who were pregnant at the time of the military attacks in 2014, and their newborns. We compared the metal load in the mothers with values for adult hair from outside the war area (RHS) as the reference. We investigated heavy metals trans-passing in utero, and assessed if the heavy metal intake could derive from sources unrelated to the war.

Design Cross sectional study.

Participants and setting Cross sectional convenience sample of 502 mothers delivering in the Gaza Strip and their newborns.

Main outcome measured Measure of the load of heavy metals in mother and newborn hair by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS). Comparison of metal loads with the reference RHS, between groups with different exposures to attacks and house/agriculture chemicals, and between mothers and newborns. Data for birth registry and for exposures to war and other known risk factors were obtained at interview with the mothers. Photographic documentation of damage from military attacks was obtained.

Results The whole cross sectional convenience sample had a significantly higher load of heavy metals than the reference RHS. Women exposed to military attacks had a significantly higher load of heavy metals than those not exposed; the load in newborns correlated positively with the mothers’ load. No significant difference was found between users/non-users of house/agriculture chemicals. No other known confounder was identified.

Conclusions High heavy metal loads in mothers, reflected in those of their newborns, were associated with exposure to military attacks, posing a risk of immediate and long term negative outcomes for pregnancy and child health. Surveillance, biomonitoring and further research are recommended. Implications for general and public health are discussed.

This is an Open Access article distributed in accordance with the Creative Commons Attribution Non Commercial (CC BY-NC 4.0) license, which permits others to distribute, remix, adapt, build upon this work non-commercially, and license their derivative works on different terms, provided the original work is properly cited and the use is non-commercial. See: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/

Strength and limitations of this study

  • The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome.

  • A general limitation of this type of study is that the risks posed in the long term by the intake of multiple heavy metals are still largely unknown in humans, and in particular during pregnancy.

  • The size of the sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposure, is not large enough to accurately study the negative outcomes at birth (birth defects and preterm) due to their low frequency.

  • A strength of the study is the inclusion of a relatively large cross sectional convenience sample of participants, allowing for subgroups of exposure, suitable in size for statistical analysis.

  • An important point was the inclusion of analyis of newborn hair in for metal load. .

  • Verification by in loco visits the recall of exposure of women on an objective basis gives additional strength to the study.

  • Development of a questionnaire and of procedures that allowed information to be obtained on various habits and different potentially risky environmental exposures, -allowing to exclude some more likely potential confounders.

  • The analysis of microelements and metals not associated with weaponry provided an internal control for the analytic results.

Introduction

Women and children are highly vulnerable during periods of war and military attacks, as well as in the aftermath of war, because of the possibility of the long term effects of war related environmental changes on reproductive and infant health. Accumulation in human bodies of toxicants and heavy metal teratogens found in the remnants of war occurs, that, coupled with their long persistence in the environment, suggests a considerable risk for health.1–6 The effects of toxicants, teratogens and carcinogens related to heavy metals have been found in embryos at concentrations lower than in adults.7 8 During the first trimester of pregnancy, major morphogenetic events occur, and is the period of highest sensitivity of the embryo to external effectors. Apart from the mutational risks posed by some of the heavy metals, there is compelling evidence of their prevalent epigenetic mechanisms of action.8–15 Heavy metals act as endocrine disruptors,8 and their interference with gene expression causes disturbances in various metabolic and hormonal pathways.9 The epigenetic mechanisms are an essential part of the current understanding of the developmental origin of health and disease.11–15 Reports show that heavy metals accumulate in specific body compartments and can be released during pregnancy.9 12–15 However, relatively little is known about the kinetics, modalities and accumulation of heavy metals in compartments of the human body. Also, not much is known about the following phenomena: the effects of human subjects’ concurrent intake of multiple toxic metals, the kinetics of the passage of heavy metals through the placenta and the critical concentrations that affect the embryo and fetus.

In addition to the risks posed by acute exposure, persistence of heavy metals in the environment may cause people to be continually exposed which, combined with the accumulation of heavy metals in different compartments of the body, adds to the concerns about the long term negative effects on health. The long term effects of metals via epigenetic mechanisms can occur in mothers, fetuses exposed in utero and in breastfed infants and children; these effects could even be transgenerational.10–13 16 17

Military attacks are a source of heavy metal input in war zone environments, and may influence the health of the population and affect the outcomes of pregnancies.4 16 The prevalence of birth defects increased in areas heavily exposed to military attacks in Iraq,18 and in Gaza after the Israeli military operation of Cast Lead in 2008–200919 and since the implementation of air delivered weapons in attacks.20 Previous research in Gaza also showed that women’s exposure to military attacks (courtesy of the database of the United Nations’ mine action team) correlated with a higher incidence of progeny with birth defects.20 21 Hair analysis for metal load of infants born prematurely or with birth defects to mothers who experienced military attacks revealed in utero contamination of the babies. The heavy metal load in these newborns was higher than that of normal newborn babies for teratogens (mercury and selenium) in babies with birth defects and for toxicants (barium and tin) in premature babies.22 Together, the data show an association of the damage to newborn health with maternal exposure to attacks, and the trans-placental passage of wartime heavy metal remnants from exposed mothers to their progeny in utero.

Three major wars, with their complex consequences for the environment, may have been the single most influential determinant of change in the living conditions and in the demography of Gaza from 2008 to 2014. The context of the current study is the aftermath of the 2014 Israeli military operation ‘Protective edge’ in Gaza, which lasted for 55 days and had massive effects on civilian life. This operation left widespread structural destruction,23–28 with physical remnants of war, including components of weapons, shrapnel and missiles, as well as environmentally stable chemical elements and contaminated ruins, throughout the area.29 The weapons used in these attacks were documented by the United Nations and other reputable sources, and included missiles, mortars, explosive devices and bombs of various sizes, with or without penetrator heads. The content of heavy metals in each weapon differed, and each had a different range of spread, from metres to hundreds of metres or more.23–29 The Israeli government does not make available a list of weapons used, and all data are directly from United Nations’ agencies and independent witnesses on the ground. Removal of explosive war remnants and the debris of demolition began only 6–8 months after the end of hostilities and involved the creation of open air deposits and the reuse of materials from demolished structures. No transfers of debris could be conducted outside the area of the Gaza Strip.29 Thus any contamination due to the 2014 war remained in the local environment from the time of the attacks throughout the period of our study.

The aim of the study was to investigate whether there were changes in the metal load of a representative segment of the female population after military attacks, particularly with respect to heavy metal contaminants with known teratogen, toxicant and carcinogenic effects, which could pose long term risks for health because of their stability in the environment and tendency to accumulate in the human body. We investigated the extent of exposure to attacks in a cross sectional convenience sample of women who had been in their first trimester of pregnancy during the attacks in the summer of 2014 and who entered one of four major maternity hospitals in Gaza for delivery. The correlation between maternal contamination and their newborns’ was also investigated.

Methods

Participants

Participants were 502 mothers who were in their first trimester of pregnancy during the 2014 war on Gaza and who delivered between late January and March 2015 in one of four maternity wards: Al-Shifa (n=202), Al-Awda (n=100), Al-Nasser (n=100) and Al-Aqsa (n=100). All participants were residents in one of four Gaza Strip governorates. There were no exclusion criteria at enrollment; no participant data were discarded after the interviews, and all donated hair samples were analysed.

Procedures

One midwife in each hospital registered all the deliveries occurring during her work shift and obtained the participants’ written informed consent for participation in the study. The midwife collected the hair samples from mothers and newborns. The midwife also administered a face to face interview with the mothers, following a prepared questionnaire.20–22 This included the standards of European and US birth registers and was integrated previously to include the health history of the extended family (to the second degree), and questions about environmental exposure, including the mothers’ recollections of their exposures to military attacks and a variety of potentially risky habits. This questionnaire was thus an apt tool for the surveillance of changes in reproductive health, including of the inherited component of newborn congenital diseases, and it was useful for establishing correlations with major environmental changes in Gaza. The Palestinian Health Research Council and the Helsinki Committee for Ethical Approval approved the study. The Research Board in the Islamic University of Gaza, Palestine, reviewed and approved the research tools and procedures. Mothers’ recollections of their exposures to attacks were corroborated with objectively documented damage to their dwellings, if the women reported the attacks occurring while they were at home.

Measures

In the present study, the metal load in the hair of mothers and newborns was determined by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS) using the methodology recommended by the International Atomic Energy Agency (IAEA) for testing human exposure to environmental metals.30 We analysed women’s and newborns’ hair for the metal components of weaponry already identified in 2009 at weapons’ wound sites in the bodies of victims of attacks.6 We had also detected these metal components contaminating the hair samples of 65 of 95 children tested 1 year after the attacks of Cast lead (Manduca, unpublished data). We also found some of these metals contaminating the hair of newborns in 2011.21 22 Finally, we tested 23 metals, including known weapon components and war remnants, such as lead (Pb), barium (Ba), mercury (Hg), arsenic (As), zinc (Zn), cadmium (Cd), tin (Sn), uranium (U), tungsten (W) and aluminium (Al). As an internal control, we also measured other metals and microelements that have biological relevance but are not weapons related.

We compared the metal load of thecross sectional convenience sample of Gaza women with values for adult hair from outside the war area (RHS).31 We analysed whether the metal loads in mothers were correlated with those in newborns.

Heavy metal concentrations are expressed as ppm (parts per million). Maternal hair (4 cm) was taken nearest to the scalp at the nape of the neck, which reflected environmental exposure during the last 4–5 months of pregnancy and the eventual release of metals previously accumulated in the body. Hair from newborns reflected the accumulation of metals through life in utero.

All hair was preserved in plastic bags until the moment of analysis, according to the recommendations of the IAEA, in the Pacific Rim Laboratory, ISO/Tec 17 250 accredited (Canada). Analytical procedures were performed according to previous protocols.19 In brief, 0.2 g of washed hair was added to 2 mL of HNO3 and 2 mL of H2O2, heated to 85°C for 2 hours and added at room temperature to 6 mL of water. Samples were run in Agilent 7700. The limits of detection (ppm) were: aluminium (Al) and iron (Fe) 0.4; magnesium (Mg), copper (Cu), lead (Pb), manganese (Mn) and titanium (Ti) 0.04; barium (Ba), cobalt (Co) and chromium (Cr) 0.02; arsenic (As), cesium (Cs) and molybdenum (Mo) 0.001; cadmium (Cd) and uranium (U) 0.0001; mercury (Hg) 0.0004; nickel (Ni) 0.15; selenium (Se) 0.22; tin (Sn) and tungsten (W) 0.03; strontium (Sr) 0.01; vanadium (V) 0.002; and zinc (Zn) 0.3. Experimental values below the limits of detection for each metal were considered equal to 0 0 for the purposes of statistical analysis, which was conducted using median values. Commercial analytical standards of hair for calibration purposes were run in parallel (NCS ZC 81002b and NCS DC73347a; China National Analysis Centre for Iron and Steel).

Exposure to military attacks

The variable exposure of women to military attacks was indicated by self-reporting and verified by photographic documentation. Women responded ‘yes’ or ‘no’ to five questions: whether their own house was bombed during the 2014 war, whether the house next door was bombed during the 2014 war, whether they were inside their home at the time of the attack, whether they were displaced afterwards and whether they found spent ammunition inside their dweling. Based on these answers, they were grouped according to their ‘proximity of exposure to attacks’. The concept of proximal exposure was formulated on the realisation that attacks very often involved the spread of weapons’ parts to adjacent houses. The term ‘proximally exposed” was used to identify women whose homes or neighbouring homes were attacked. The proximally exposed group was divided into two subgroups according to their continuous habitation in the places where the attacks occurred: women who remained in or next to the house that had been bombarded or shelled, and women who moved elsewhere at some time after the attack. Creation of these subgroups reflects the concern that women with ongoing residence at the locations of the attacks might have had different exposures to war remnants than those who had moved. This concern was, ultimately, unfounded. A third group included women who had no recollection of any exposure. In October 2015, we visited the women in subgroups 1 and 2 and photographically documented the damage that had occurred during the military attacks on their dwellings.

Exposure to potential civilian sources of metal contamination

We tested whether other known potential sources of contamination by heavy metals correlated with the mothers’ distribution of metal load. Women were asked about their own use of agricultural substances (pesticides, herbicides, fungicides) and generic household chemicals of unknown composition, their consumption of three main types of medicines and of three prenatal prevention supplements, their use of three available sources of water for drinking and cooking, their frequency of eating fish and their history of smoking. For statistical analyses, a dichotomy variable was formed with 1=women reporting the use of agricultural and household chemicals and 2=non-users.

Statistical methods

The metal loads (ppm) found in the hair of mothers, reported as median values and interquartile ranges, were statistically compared. The first analysis involved the 95th percentile values of the whole cohort and of each exposure group compared with those values for the hair from adults of both sexes from areas unaffected by war (RHS, Germany, by Micro Trace Minerals, MTM; USA by Trace Minerals International, TMI).31 No equivalent reference was available for the newborns’ metal load. The second analysis compared the metal loads within the cross sectional convenience sample between groups proximally exposed and unexposed to military attacks. The third analysis compared the metal loads between users and non-users of agricultural and household chemicals.

In analysing the findings in this study, quantile regression analysis was used because it allowed for the modelling of any percentile or quartile of the outcome, represented in this study by metal distribution, including the median. Furthermore, the Shapiro–Wilk and Pearson’s χ2 normality tests showed that metal concentrations were not normally distributed, and log transformation did not lead to satisfactory results. Quantile regression analysis has the advantage of being more robust against outliers in the outcome variables than least squares regression (linear) and, as a semi-parametric tool, it avoids assumptions about the parametric distribution of the error process.

The relationships between 23 metal concentrations and exposures to military attacks were analysed by multiple quantile regression models, least absolute value models (LAV or MAD) and minimum L1 norm models.32 The quantile regression models, fit by QREG STATA COMMAND, express the quantiles and the conditional distribution as linear functions of the independent variables which, in this case, are exposure and any confounders. Spearman correlations were used to identify the associations between mothers’ and newborns’ metal concentrations. All analyses were performed using STATA v.13.

Results

In this sample, median age of the women was 26.9±5.92 years (range 16–52), and 2.5% of participants were younger than 18 years. Of the 502 women, 26.7% were carrying their first pregnancy during the war, and the majority (88.8%) worked at home. Prenatal care efforts, including consumption of iron, vitamins and folic acid, were undertaken by 89% of women. A total of 29% reported a diagnosis of anaemia while 0.5% reported a diagnosis of diabetes. The prevalence of preterm delivery was 1.5%; the prevalence of low birth weight (<2.5 kg) was 2.3%. Of the infants in the study, 4.5% were born with birth defects, and all were born alive, although one baby died in the minutes after birth.

Figure 1A shows the percentages of participants residing in each of the four governorates and whether they were displaced after the military attacks. Information about the exact locations of displacement was not available. Figure 1B shows that 32.4% of women reported weapon hits directly on their own house and 14.7% found war remnants inside the dwelling. Among women whose houses were directly hit (n=163), 63% (n=103) were inside the house during the military attack (Figure 1C). Thus a fifth (20.4%) of all women were in their own home  under the attack, and almost half (46.6%) of these found war remnants, generally shrapnel and shells, inside their houses. In addition, 11.9% of the women whose houses were not directly hit reported that weapons remnants reached the interior of their home from military attacks to neighbouring buildings, suggesting a wide radius of the spread of fragments from the blasts.

Figure 1

-C Localization of the mothers during attacks. (A) The residence of the 502 mothers. In black those residing in late 2015 in the same place as during the attacks in gray those displaced afterwards. (B) Left column, percentage of women in the 502 cross sectional convenience sample that reported that their own housing was hit directly and right column, those that found parts of ammunitions in their house. (C) Percentage of women that were inside their house under the attack .

In October 2015, 78 women of the 103 whose homes were hit while they were inside were contacted, and the damage to 49 homes was recorded (in photographs) in order to objectively document the military attacks. Figure 2A shows the number of the visited homes whose damages were photographed ; of these 63% still exhibited the damage from the attacks.  Ten houses were totally destroyed, 15 exhibited major damage and 24 displayed minor damage (Figure 2B and Figure 1 in the online supplement).

Figure 2 A-B

Reported attacks on the housing of the women in the cross sectional convenience sample (n=502). (A) Seventy eight of the 103 women who experienced a direct attack on their house while they were inside it were visited in October 2015. The damages that were still visible were documented by photography. (B) Damages observed  classified according to their impact on the structure.

Subgroups for personal exposure to military attacks were generated in order to investigate associations between the load of metals in women’s hair and their proximity to the military attacks. Figure 3 shows the distribution of the two proximally exposed and the unexposed subgroups. Of the 502 women in this study, 55.9% (n=282) belonged to the subgroup of women who were exposed to an attack and who remained in the same house, where weapon remnants were likely to be present, during the following months of their pregnancy. Subgroup 2, composed of women who were exposed to attacks and who had moved away from the bombed or shelled home, included 12.3% (n=61) of participants. Subgroups 1 and 2 compose what we named the “proximally exposed” women and were the 68.2% of the cross sectional convenience sample. Approximately one-third (31.7%, n=159) of the women belonged to subgroup 3, who reported not having been under or next door to military strikes and were therefore considered unexposed. Photographic evidence confirmed the damage to the houses of 25 women in subgroup 1 and of 24 women in subgroup 2.

 

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

” data-icon-position=”” data-hide-link-title=”0″>Figure 3 A-D

Figure 3 A-D

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

Metal load in mothers and newborns

Supplementary Table 1 (see online supplementary Table 1) shows the descriptive values of the metal load, as determined by ICP-MS, for the 23 metals investigated in the hair of mothers and newborns, both for the whole group and for subgroups of exposure to military attacks. In general, the mothers’ metal loads were higher than the newborns’. Spearman correlations of the metal load between the mothers and newborns for the whole sample (Table 1) showed significant (p<0.05) positive correlations for all metal loads, except for Cu and Sn, and a negative correlation for Ba. These data indicate trans-placental passage of toxicants Cr, Cs, Mo, Ni, Sr, Pb and V, and teratogens Hg, U and W.

Table 1

Correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Spearman analysis of the correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Values of p<0.05 are enhanced in yellow for the positive correlations for Mg, Cr, Cs, Hg Mo, Ni, Sr, U, V and W.  The correlation is negative for Ba. Values are reported in ppm

Table 2

Comparison of the metal load of the mothers in the cross sectional convenience sample and in subgroups 1, 2 and 3 with that of reference ranges of standards from areas not involved in the war. Comparison of the 95th percentile of metal load in the wholesample and in subgroups 1–3 with that of standards from areas not involved in wars. Confidence intervals are shown. Results with 95th percentiles significantly higher than the reference value are enhanced in light blue and in bold. Values are reported in ppm. Subgroups 1 and 2 are mothers ‘proximally exposed’ to attacks and subgroup 3 those that reported no exposure

The metal load comparison to a reference standard (RHS) from areas unaffected by war (Table 2) shows the comparison of the 95th percentile of the metal load for the mothers with that of RHS. In the whole sample and in each subgroup, the load of toxicants (Al, Fe, Ba, Mn, Ni, Pb, Sr and V), teratogens (Hg, U and W), carcinogens (As, Cd and Co), and of Mg and Zn was significantly higher in the hair of women in all groups of the Gazacross sectional convenience sample than in the reference group RHS. The load of Cs, Cu, Mo, SE, Sn and Ti did not significantly differ from what was found in the reference group, RHS.

Proximal exposure to military attacks and metal load

To examine whether there is an association between proximal exposure to military attacks and metal load, the median values of the subgroups were analysed by multiple quantile regression models. Results showed that both subgroups of proximally exposed women had significantly higher loads for the majority of metals than the unexposed subgroup. For the sake of clarity, Table 3 does not include the following metals which were detected at the same level in all samples as in RHS, and thus unrelated to differences in anthropogenic activities of any kind in the samples and the reference: Cs, Cu, Mo, Se, Sn and Ti. This analysis confirms that proximal exposure is associated with a higher load of contamination for most metals, with an exception for U, with the highest load in subgroup 3. Specifically, subgroups 1 and 2 together showed significantly higher metal loads than subgroup 3 for Al, Mg, Mn, Ba, As, Zn and V. Subgroups 1 and 2 showed significant differences between them: subgroup 1 was highest for Ba and V; subgroup 2 for Cr, Sr and W. Measured loads of Fe, Hg and Pb were higher in the three subgroups than in RHS but did not differ among the subgroups.

Comparison between the newborns groups for metal load showed that the newborns in subgroup 2 had a significantly higher load of contaminants for most metals, except for Hg and Zn. Yet, children in subgroup 3 had a significantly higher load for Al than newborns in subgroup 1.

Regarding exposures to environmental chemicals from civilian sources and potential confounders, the study showed high homogeneity in the women’s sample for exposure to most of the potential risk factors. For 84% of the women, it was common to use multiple sources for drinking water, and 87% of the women resided far from industrial plants (figure 3B and C). All of the women used a combination of the five food sources (UNRWA, Egyptian, Israeli and Turkish imports, and local). Less than 5% of women engaged in potentially risky habits, such as smoking, using hair dye or consuming medicines (not shown), and most of the women (90%) ate fish, a potential source of mercury, less than or equal to once per month. These putative risk factors do not seem relevant to the differences in the distribution of the metal load found between the women proximally exposed to military attacks and unexposed women.

Table 3a

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers from different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the first column of each panel has significantly higher load (p<0,05) than the one in the second column of the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with subgroups 2+3

Table 3b

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Table 3c

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with 2+3

Table 3d

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Figure 3D shows that 76.3% (n=352) of women reported non-use of household and agricultural chemicals, whereas the 109 women classified as users reported using pesticides (n=82), herbicides (n=9) or other household chemicals (n=18). The chemicals were identified according to their function rather than their chemical composition and were studied only from the point of view of their potential contribution to the load of heavy metals in hair. Table 4 compares the median quantiles between user and non-user groups, showing no significant differences (p >0.3 for all analyses) among these subgroups in the load for all 23 metals. It is possible, then, to rule out the possibility that the use of these products contributed to the heavy metal contamination.

Table 4

Comparison of metal load between mothers according to their use of house–agricultural chemicals. Subgroups are not users-subgroup 1 (n=352) or users subgroup 2 (109), of any of the chemicals listed in figure 3D . Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘use of chemicals’. There was no significant difference for the load of all metal tested (p > 0,3) between the two groups

Discussion

Principal findings

The study is the first to document the number of civilian subjects in the population who were exposed in 2014 to military attacks in Gaza. The women in this cross sectional convenience sample experienced, in 32.4% of cases, a direct hit to their private dwellings and, in 63% of these cases, the attacks occurred while the women were inside their homes. The women’s recollections were supported by photographic documentation of the reported damage which verified its extent. Hits including those on neighbouring buildings (proximal exposure) were reported by almost 70% of the women.

The study examined the load of heavy metals in the hair of this cross sectional convenience sample  of women who were all pregnant during the war in Gaza in 2014. Hair samples were collected when the women delivered during the winter of 2014 and the spring of 2015. We found a positive correlation between a high load of toxicants (Ba, Al, V, Sr and Cr), a teratogen (W) and a carcinogen (As) in women’s hair and their proximity to military attacks in 2014.

We also found that there was a higher load in the entire cross sectional convenience sample of Gaza women in comparison with the hair samples from individuals in areas unaffected by war (RHS), regardless of their recent exposure to attacks. The high load was for heavy metals already detected as war remnants from previous attacks in 2009 (toxicants such as Al, Fe, Ba, Mn, Cr, Ni, Pb, Sr and V; teratogens such as U and W; and carcinogens such as As, Cd and Co).

There was, instead, no difference in the cross sectional convenience sample of Gaza women, regardless of their reported exposure to the attacks in 2014, in comparison with the metal load in the hair of adults of both sexes from the areas unaffected by war (RHS) for the concentration of microelements (Cu, Se and Mo) and a few other metals (Cs, Sn and Ti). Moreover, anthropogenic sources not arising from military attacks were excluded as confounders. These data confirm that the source of toxicant, teratogen and carcinogen contaminants was anthropogenic and associated with military attacks. We also showed that there was trans-placental passage for heavy metals from mothers to their newborns.

Limitations of the study

The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome because there is no recent ‘time zero’ for anthropogenic, heavy metal weapons related contamination in Gaza since the first aerial attacks in 2004. Military attacks and restrictions on people’s movement have become a prominent structural factor in the past 10 years. All participants in this study were present and residentially stable during three military operations in 6 years (Cast lead in 2008–2009, Pillar of cinder in 2012 and Defensive edge in 2014) and were likely exposed during that time and continuously thereafter to heavy metal war remnants that were environmentally stable. Even so, as the results highlight, this study was able to identify the contribution of heavy metals from the military attacks in 2014, establishing a significantly higher metal load in the hair of the women proximally exposed to these attacks. The composite background of war related heavy metal contaminants in the entire cross sectional convenience sample reflects the local history of attacks and had no bearing on the conclusions when we compared women exposed to those not exposed in 2014.

A general limitation of this type of study is that the knowledge about the effects of in-body interactions resulting from intake of more than one heavy metal is limited. It is difficult to anticipate the extent of the long term risk for human health and, in particular, for future pregnancies or infant development. Although we reported preliminary findings about incidence of birth defects and prematurity outcomes for the whole cross sectional convenience sample, this study was not designed to identify potential correlations between negative phenotypes in the newborns and heavy metal load. The size of this sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposures, is not large enough to generate accurate values for the incidence of negative birth outcomes, which have relatively low frequency in the population, or to establish the association of a high load of heavy metals with those outcomes.

Strengths of the study

The use of a questionnaire specifically designed to include local issues and administered via face to face interviews with women by their midwives allowed for the evaluation of the potential impact on the load in heavy metals of women’s habits and exposures to sources of potential contamination other than military attacks. The questionnaire confirmed the rarity of other habits that could potentially lead to heavy metal exposure and to quantify as very low the geographical nearness to common anthropogenic sources of heavy metals in Gaza. The survey thus helped to verify and exclude a role for many potential confounders in the mothers’ heavy metal load. A further strength of the study was the inclusion, as an internal control, of the testing of the concentration of microelements and metals not associated with weaponry. These did not differ in concentrations from the RHS reference, for both the exposed and not exposed groups.

This is the first investigation involving a sample with a relatively large number of participants, enlisted without exclusions, and which also includes newborn babies, where the load of 23 heavy metals was measured in participants’ hair. The size of the cross sectional convenience sample allows subgroups to be used according to exposure to environmental factors, where even the subgroups were of suitable sizes for statistical analyses of the differences in median concentrations of contaminants. In addition, this is probably one of the first studies where women’s recollections, in this case regarding their exposure to military attacks, was verified objectively by photographic documentation.

Interpretation

Heavy metal contamination as a hidden legacy of military attacks in 2014

The contamination by heavy metals associated with the exposure to recent military attacks is a hidden factor that has, until now, never been fully documented, even though it constitutes a risk for the health of the population. The frequency of women’s exposure to the attacks in 2014 in a home setting was very high, about 70%, demonstrating the local’s saying that there was ‘no place to hide’ for the population of Gaza at that time. The women exposed to attacks had significantly higher loads of heavy metals than women not exposed. As only about a quarter of women were primipara, three-quarters of the women had children who were similarly exposed to the military attacks. The extent of the attacks on civilians in 2014 was thus likely to have produced heavy metal contamination in a wide sector of the population.

The fact that the highest contaminant loads was found in the women exposed to attacks were in those not exposed involved various toxicants, teratogens and carcinogens (Ba, Al, V, Sr, Cr, W and As) , could not be foreseen a priori and illustrates the complexity of the contamination. Yet, this finding is compatible with the reports by various sources25 27 about the use of many different types of ammunitions in this military operation.

We excluded some relevant sources as potential contributors to the heavy metal load detected in the cross sectional convenience sample. Chemicals used in agriculture and in the household did not impact on the metal loads when the entire sample was compared with references, or in proximally exposed women versus those not exposed. All other known factors considered are unlikely to be confounding. This is consistent with the known limited other anthropogenic sources of heavy metals in Gaza (like refineries and metal and chemical industries) and with the reduction in gasoline consumption for all uses, which was severely restricted due to the economic blockade in place since late 2012. Exposure to the 2014 attacks was the only factor that we could detect as contributing to the personal contamination of the participants by heavy metals.

Historical contamination by other war remnant heavy metals and their persistence in the environment

Besides the identification of a high load of heavy metals, which we specifically traced to exposure to the military attacks in 2014, we found that all the participants had levels significantly higher than controls from outside areas affected by war (RHS) of other war remnant heavy metals, such as U, Hg, Cd, Co, Fe, Ni, Pb, V, Mn, Cd and Co. Previous reports had shown their delivery in Gaza by weaponry; teratogens Hg and Cd and toxicants Pb and Fe were delivered by weapons in the 2008–2009 war.6 A high load of Hg was reported in newborns of mothers exposed at that time to bombing and to attacks with white phosphorus ammunitions.17–20 High loads of Al, Fe, Cd, Hg and U were detected in the hair of children tested 1 year after the 2008–2009 attacks (unpublished, Manduca).

The presence of concentrations higher than those found in the reference group (RHS) for heavy metals introduced previously by weaponry in Gaza in the entire cross sectional convenience sample of women that we have tested in 2015 confirms that these elements have persisted in the environment for years and suggests that the whole population may have been chronically intaking these metals.

Implications of chronic exposure to heavy metals and their in-body accumulation

Chronic exposure to heavy metals before the attacks in 2014 complicates the contribution of the attacks in 2014, and involves also diverse types of heavy metals. Yet, the heavy metals detected previously, as well those recently detected as deriving from the 2014 attacks, are known for their teratogenic, toxicant and carcinogenic properties. They are risk factors for non-communicable diseases and for reproductive health. On the one hand, the environmental stability of heavy metals makes it possible for their chronic intake from the environment by individuals. On the other hand, these metals, after intake into the body, are not excreted rapidly and accumulate in organs where they can continue to induce somatic epigenetic changes. If there is a threshold for their action , they can reach the critical concentrations capable of causing negative biological effects over time and can therefore affect health even at a time distant from that of intake, and pathological and phenotypic endpoints of their effects could  be delayed.

A variety of negative effects in time affecting the physiology of individuals, as well as an increase in non-communicable diseases, were reported in association with heavy metal exposure. Unfortunately, very little knowledge is available to date on the kinetics of the deposition of each heavy metal in the body and of its release from each specific organ of deposition, and these unanswered questions require further investigation. Among the various potential long term negative effects associated with heavy metal intake, we here only discuss  some of the concerns regarding reproductive health, for which some information in humans is available, as well as the role of teratogens of some of the heavy metal contaminants.

Exposure to attacks, heavy metal load and long term implications for reproductive health

We have mentioned the limits of this study in investigating the association of the metal load with phenotypes at birth. The present study is a first step in this direction. Nonetheless, the finding of an increase in birth defects and preterm births, compared with the incidence registered in 2011, is a concern.21 We can anticipate that our data on a widercross sectional convenience sample would register significant increases in birth defects and preterm births by the year 2016 (Manduca et al, submitted 2016). In other post-war settings, the association between exposure to attacks and negative reproductive outcomes was reported.18 In Gaza, by retrospective pedigree analysis,20 an increase in birth defects was reported starting in 2005, after the newest air delivered weapons were first used. Between 2006 and 2010, i.e. before and after the Cast lead operation in 2009, there was a significant increase in birth defect in infants,19 a rise which was continuing in 2011 (Manduca, unpublished). In Gaza was reported in 2011 association between the exposure to attacks and the contaminant load in newborn hair for specific teratogens, if the infant was born with a birth defect, or toxicants, if the infant was born preterm.22 There is thus some evidence of the potential negative impact on the outcomes of pregnancies due to the intake of heavy metals during wars.

There was also limited previous evidence that most of the heavy metals pass through the placental barrier, as we here documente, and accumulate in the hair during fetal life. However, the critical levels of heavy metals capable of negatively impacting on the human embryo and fetus are unknown, and little is known about the kinetics and modalities of trans-placental transfer of each individual heavy metal over time.

We have reported that newborn babies in this cross sectional convenience sample have lower heavy metal loads than mothers, but our present knowledge does not allow for a conclusion of whether this is reassuring for their future health as infants. Delayed effects were reported for in utero exposure to attacks among children as increased rates of chronic illnesses, developmental problems and growth impairments.7–10 12–16 Our data on newborn contamination are only an initial contribution to the needed research to investigate whether a high maternal load of weapons related metals and in utero exposure of the baby can predict physical, cognitive, emotional and psychological development in the infant. We are presently addressing this issue with a longitudinal assessment.

Other long term exposures to heavy metals that could harm the infant’s development may occur because of the transmission of heavy metals from the mother through breastfeeding.

A high load of some heavy metals can interfere with the mother’s future capability to bring a pregnancy to term, resulting in premature deliveries or negative effects on their next babies’ health.11 29 Mobilisation during pregnancy of metal previously accumulated in the mother’s body is likely to occur in pregnancies remote in time from their intake, and the return of stored heavy metals into the lymphatic and vascular circulation may have delayed effects on reproductive health.21 22 There is evidence that different heavy metals accumulate preferentially in different compartments of the body (eg, bone for lead, strontium and uranium; brain for mercury, cadmium and aluminium; kidney for cadmium, mercury, chrome, lead and plutonium), and that from these organs, the metals can be mobilised during subsequent pregnancies, via organ and tissue remodelling, and the development of the placenta, but the extent and details of these mobilisations are largely unknown.

Generalising the meaning of the study

The results of this study illustrate that in Gaza, a specific high load of heavy metals is associated for all the women in the cross sectional convenience sample with the exposure to military attacks in 2014, and widespread contamination for many heavy metals was associated with the use of weaponry in previous attacks. These evidences support the possibility of immediate and long term risks for health posed by weapons associated heavy metals and war remnants. They suggest that the risks posed by the war remnants are diffuse, may not be limited to reproductive health and may also affect the frequency of pathologies such as cancers, male sterility, immunity and endocrine disorders, thus interesting all sexes and ages, as the insurgence of these pathologies can be influenced by heavy metal exposure and is noticeable that they are reported by medical sources, on the rise in Gaza.8–11

The contamination documented in the cross sectional convenience sample by potential effectors of non-communicable diseases suggests new investigative lines in studying their ethology.

The relevance of the local context needs to be underlined as the it  was the first determinant that made our research possible. There are factors in the Gaza Strip that aided conducting human studies which would hardly be possible elsewhere: good medical structures, collaborative communities with stable composition and residences, and stagnating or restricted industrial production (although imposed by the siege and negative for the well-being of the people), independent documentation from international observers of timing of attacks and of kind of weapons used , and consulting help for environmental issues. The collaborative context also allowed the development of a questionnaire suitable for further surveillance of health.

To fully understand the implications for health of these findings we need future studies involving a variety of professional aptitudes. Research is needed on the fate of heavy metals in the human organism, particularly in relation to the release from the mother’s organ during remodelling in pregnancies. Additionally, researchers should explore the mechanistic aspects of the molecular action of each heavy metal, and longitudinal studies can identify and verify the endpoints of diseases over time. Currently, knowledge of all of these matters is limited. Given that the weaponry used in many of the current military operations in other countries is often manufactured by the same firms as the weaponry used in Gaza, our observations may be relevant in designing studies in other settings.

Conclusions

The long term effects on health due to contamination by remnants of war containing heavy metals needs consideration in association with other long term effects of war on populations, including the trauma of war and war related economic and structural damage.

Surveillance at birth, bio-monitoring and the study of outcomes of maternal and newborn health must be maintained as stable programmes, as they provide the most sensitive first sentinels for studies of the sequelae of anthropogenic contamination and can provide alerts about increases in damaging health conditions. They also provide solid information intrinsic to prospective data collection. Surveillance at birth is relatively easy to implement, and its outcome informs the general risks for the population and helps tailor public health interventions and preventive procedures.

Retrospective and longitudinal investigations should be undertaken to investigate the effects of heavy metal contamination on non-communicable diseases

Further research on the long term health damage caused by exposure to heavy metals is needed. Additionally, plans for family counselling, prevention and remediation should be developed. These efforts require the support of the scientific community and the involvement of an array of professionals from different disciplines. Our studies provide a background for others to be implemented in other settings where, in similar fashion as in Gaza, general health may be threatened by hidden remnants of war in the present and for the next generations.

In summary, in Gaza, contamination by heavy metals that persist in the environment and their continuing accumulation in individuals are ongoing risk factors for a variety of health outcomes in the aftermath of war.

Supplementary Material

Supplementary material 1

Supplementary Material

Supplementary Table 1

Acknowledgments

Fabrizio Minichilli, researcher, and Fabrizio Bianchi, Research Director Unit of Environmental Epidemiology, Institute of Clinical Physiology, Pisa, Italy, provided significant support in the statistical analysis.

References

  1. 1.
  2. 2.
  3. 3.
  4. 4.
  5. 5.
  6. 6.
  7. 7.
  8. 8.
  9. 9.
  10. 10.
  11. 11.
  12. 12.
  13. 13.
  14. 14.
  15. 15.
  16. 16.
  17. 17.
  18. 18.
  19. 19.
  20. 20.
  21. 21.
  22. 22.
  23. 23.
  24. 24.
  25. 25.
  26. 26.
  27. 27.
  28. 28.
  29. 29.
  30. 30.
  31. 31.
  32. 32.

View Abstract

Footnotes

  • Contributors Contributorship statement. PM developed the questionnaire used to collect the data, directed the analytical work and elaboration of the data with statisticians, wrote the manuscript, and prepared the figures and reference list. SYD directed the organised field work in three hospitals, and the follow-up objective assessment of damages, and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. NMAA directed the organised field work in one hospital and contributed to the definition of the work and review of the manuscript. SRQ partecipated in the planning of the study and review of the manuscript. R-LP launched the idea of the study and participated in the planning of the work and first draft and review of the manuscript. All contributed authors had access to and revised the data.

  • Competing interests None declared.

  • Patient consent Yes.

  • Ethics approval The Palestinian Health Research Council and the Helsinki C’ommittee for Ethical Approval approved the study, and the Research Board of the Islamic University of Gaza, Palestinine, reviewed and accepted the research tools and procedures. The women provided written informed consent for their own and their newborns’ participation.

  • Provenance and peer review Not commissioned; externally peer reviewed.

  • Data sharing statement Extra data can be accessed via the Dryad data repository at http://datadryad.org/with the doi:10.5061/dryad.kr846.

Request permissions

If you wish to reuse any or all of this article please use the link below which will take you to the Copyright Clearance Center’s RightsLink service. You will be able to get a quick price and instant permission to reuse the content in many different ways.

Venezuela, una giovane donna alla guida dell’Assemblea Costituente. Il popolo ha votato per la pace

Venezuela, una giovane donna alla guida dell'Assemblea Costituente. Il popolo ha votato per la pace

 

 
Ieri, tra slogan e danze, un fiume di rosso e bandiere ha accompagnato i 545 costituenti in Parlamento. Da un confronto che si preannuncia lungo e che potrebbe innervare l’Anc nella società bolivariana “in modo permanente”, nascerà la Carta Magna n. 27 nella storia della Repubblica

di Geraldina Colotti

Onesimo contro el Cimarron. Si può anche leggere così la presa di posizione del Vaticano contro l’Assemblea Nazionale Costituente. Lo schiavo che ritorna contro lo schiavo fuggiasco delle comuni libere e ribelli che, nella Haiti di Toussaint Louverture interroga i principi di “Liberté, égalité, fraternité”: com’è possibile “che la nostra schiavitù sostenga la libertà dell’Europa”?

Onesimo di Bisanzio, poi santificato, era uno schiavo del ricco Filemone, già convertito al cristianesimo da Paolo di Tarso i cui precetti cercava di applicare. Dopo aver rubato, Onesimo scappò a Roma per fuggire alla punizione. Lì si incontrò con Paolo, in carcere in attesa del giudizio dell’imperatore. Si mise al suo servizio.

Paolo, benché amasse Onesimo “come un figlio”, decise di rispettare le leggi romane sulla schiavitù e di rimandarlo dal padrone: al quale scrisse la famosa Lettera a Filemone. Gli chiedeva di accogliere lo schiavo pentito “come un fratello” perché sarebbe stato “utile” a entrambi, alla religione e al sistema sociale (utile è infatti il significato greco di Onesimo).

Il messaggio di Bergoglio all’interno del Vaticano rispetto al Venezuela, arriva fino a questo punto. Il figlio del falegname, invece, dice al ricco: “Vendi tutto e seguimi”. Ma il giovane di buona famiglia scuote la testa e se ne va triste “perché aveva molte ricchezze”. I comunisti, invece, fanno le rivoluzioni per rovesciare i rapporti di forza tra le classi e costruire qualcosa di simile al messaggio del Cristo originario: anche camminando a fianco dei cristiani conseguenti, ma senza subirne l’egemonia.

La questione – per i cultori del “forse di qua ma forse anche di là” – sta in questi termini anche in un paese come il Venezuela, laico per costituzione eppure intriso della cultura della “pace e dell’incontro”. Incontro da pari a pari. Pace con giustizia sociale: per conseguirla, bisogna lottare. Per difenderla, bisogna battersi, decidere, scontentare, lasciarne alcuni per strada mantenendo comunque uno spiraglio aperto. Il chavismo ha deciso di “distruggere lo Stato borghese” incamminandosi verso il socialismo: guidato dal “potere originario”, quello popolare, che gli ha dato mandato pieno con oltre 8 milioni di voti.

Ieri, tra slogan e danze, un fiume di rosso e bandiere ha accompagnato i 545 costituenti in Parlamento. Da un confronto che si preannuncia lungo e che potrebbe innervare l’Anc nella società bolivariana “in modo permanente”, nascerà la Carta Magna n. 27 nella storia della Repubblica.

La giunta direttiva è guidata da una giovane donna, la ex ministra degli Esteri Delcy Rodriguez. Primo vicepresidente, il professor Aristobulo Isturiz (afrodiscendente), secondo Isaias Rodriguez, ex Procuratore generale e attuale ambasciatore del Venezuela in Italia, poeta e fine conoscitore della cultura europea.

“Votando per la Costituente – ha detto Delcy Rodriguez – il popolo ha inviato molti messaggi. Il primo è quello di esigere la pace. Il secondo è che, se le destre non prendono il cammino della pace, dev’essere garantita la giustizia”. Lo ha detto rivolgendosi al Padre Numa Molina, gesuita e amico personale del papa Bergoglio, presente alla cerimonia. Ieri una sentenza del Tsj ha sollevato dall’incarico la Fiscal General Luisa Ortega.

In una seguitissima trasmissione giovanile, Zurda Conducta, sono stati presentati vari video sulle violenze delle destre – ormai ridotte a pochi focolai nei quartieri bene della capitale – e anche uno che evidenzia la corruzione ai massimi livelli decisionali del Ministerio Publico che Ortega ha diretto: la zuffa di due alti funzionari per la spartizione di una tangente.

 

Ortega avrebbe cambiato casacca per evitare le sanzioni Usa alle proprietà e alle società gestite negli Stati uniti dalla sua famiglia. Dopo il suo “pronunciamento critico” nei confronti del chavismo, infatti, il suo nome non è comparso fra quelli a cui Trump ha imposto nuove sanzioni finanziarie, in primis il blocco dei beni e dei visti negli Usa. Beni che gli altri leader chavisti hanno smentito di avere, denunciando l’azione di discredito condotta “dall’impero”. Le sanzioni colpiscono però soprattutto l’istituzione che i “puniti” dirigono, come il Consejo Nacional Electoral, e le società che hanno rapporti commerciali con l’istituzione.

Una pressione che potrebbe spiegare la fuga e le affermazioni di Antonio Mugica, rappresentante di Smartmatic, l’impresa che fornisce il sistema informatico elettorale. Un’impresa diventata leader del settore che risulta finanziata da George Soros. Dopo aver smentito se stesso e centinaia di osservatori internazionali che hanno definito il sistema elettorale venezuelano a prova di frodi, Mugica ora si è aggiunto al coro di quanti, dagli Usa all’Europa, passando per il Vaticano, vogliono invalidare l’Anc accusando i Cne di frodi.

“La verità si può verificare, le ceneri no”, ha chiosato Isaias Rodriguez riferendosi al “plebiscito” dell’opposizione, organizzato il 16 luglio fuori dalla legalità e dal Cne e per il quale le destre hanno sostenuto di aver ricevuto oltre 7 milioni di voti. Poi hanno bruciato le schede “per motivi di privacy”.

I costituenti hanno giurato “di essere liberi, sovrani e indipendenti”: per Bolivar e per Chavez. “Di lottare per rompere le catene che schiavizzano il popolo, fedeli, leali e conseguenti anche a costo della vita”. Bill Nelson, senatore dello Stato della Florida, negli Usa, ha applaudito il Dipartimento del Tesoro della Casa Bianca per le sanzioni imposte a Maduro e ha chiesto di sospendere completamente le importazioni di petrolio dal Venezuela.

In un incontro con i media comunitari internazionali, si sono analizzati i meccanismi dell’informazione manipolata, mettendo a confronto la stessa foto di prima pagina, pubblicata contro il Venezuela dai più grandi quotidiani privati di mezzo mondo lo stesso giorno. Un “cartello mediatico” che opera per rendere invisibile il popolo venezuelano, ha detto il ministro della Comunicazione, Ernesto Villegas, in una intervista a Rt: “In Venezuela – ha affermato – si sta producendo una mega fake news, si sta sperimentando una ricetta ucraina rafforzata”. Le immagini che amplificano i fatti più cruenti servono a riattizzare le violenze “quando le manifestazioni si stanno estinguendo”.

L’opzione violenta o quella elettorale? Il cartello di opposizione – Mesa de la Unidad Democratica (Mud) – si azzuffa: vi sono quelli che vogliono agire su più tavoli, gli oltranzisti delle “guarimbas” e i più concilianti, che intanto vogliono pensare alle elezioni regionali, e poi alle comunali e alle presidenziali. Altro paio di maniche sarà però scegliere un candidato che metta d’accordo tutte le infuocate correnti di potere.

 

Notizia del: 05/08/2017

La Rai mente sapendo di mentire

Oggi, il Televideo RAI ha pubblicato una notizia totalmente falsa sul Venezuela.

Ultim’ora delle 22:15 del 4 agosto 2017, il Televideo della RAI scrive che a Caracas c’è altissima tensione dopo l’insediamento dell’Assemblea Costituente. E prosegue: “La Guardia Nazionale Bolivariana ha lanciato gas lacrimogeni contro un gruppo di oppositori che ha organizzato una imponente manifestazione davanti al Parlamento“.


Più avanti, continua: “Tutta l’area è blindata e le forze di sicurezza impediscono la protesta“.


Innanzitutto, all’autore della nota mi viene da chiedere: “La manifestazione c’è stata o non c’è stata? E’ stata dispersa dal lancio dei lacrimogeni della “Guardia Nazionale Bolivariana” o l’area era blindata?” Chi ha scritto la nota, prima di tutto dovrebbe essere più chiaro: non può fare una affermazione e subito dopo, nella stesa nota, fare un’altra affermazione che smentisce la prima!

La stessa notizia, o meglio la stessa “fake news” è ribadita da Televideo nella parte dedicata agli esteri (pagina 150 e seguenti). Nella pagina 151, pubblicata alle 23:40, quindi una ora e 25 minuti dopo l’Ultim’ora si riporta, testuali parole: “All’esterno, imponente manifestazione degli oppositori“.

Io ero davanti al Parlamento venezuelano nel momento dell’insediamento della Costituente e nelle ore successive e posso testimoniare che le affermazioni di Televideo sono totalmente infondate; non c’è stata nessuna manifestazione dell’opposizione davanti al parlamento.

Si tratta di una notizia falsa, anzi una triplice falsità: prima di tutto nel centro di Caracas, all’ovest e nella gran parte della città non c’era tensione, ma era tutto tranquillo; davanti al Parlamento c’era tantissima gente allegra, tutti sostenitori della Costituente e non c’era nessuna manifestazione imponente degli oppositori; e per finire, non c’è stata nessuna repressione e nessun lancio di bombe lacrimogene come afferma Televideo, per la semplice ragione che non c’erano manifestazioni di opposizione né imponenti, né microscopiche davanti al Parlamento.

Una manifestazione degli oppositori c’è stata, ma nella zona dei quartieri ricchi, nell’est di Caracas, che non ha avuto nessun effetto sul resto della città.

Nel video dell’Agenzia AVN, l’installazione della Costituente all’interno del Parlamento ed immagini delle manifestazioni popolari all’esterno. Non si vedono disordini

Le immagini di Telesur trasmesse in diretta dalla Piazza Bolivar di Caracas

Durante gran parte del giorno sono stato a “passeggiare” con mia moglie nel centro di Caracas. Abbiamo assistito all’ingresso dei deputati eletti alla Costituente ed alla imponente partecipazione popolare che ha accompagnato gli eletti; poi abbiamo continuato la passeggiata, arrivando alla Piazza Diego Ibarra, a meno di cento metri dal Parlamento, dove abbiamo visto il recente inaugurato “Parco acquatico” per il diletto dei bambini (ho postato anche un video in youtube); abbiamo mangiato pure un gelato in una gelateria italiana e siamo passati nuovamente dal Parlamento, che si trova ad un angolo della centralissima Piazza Bolivar.



Quindi sono stato nelle vicinanze del Parlamento prima, durante e dopo l’insediamento dell’Assemblea Costituente e posso asserire senza timore di essere smentito da nessun giornalista o funzionario di Televideo RAI che non c’è stata nessuna manifestazione di opposizione e meno che meno lancio di bombe lacrimogene.

https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2017/08/908bc-04_08_2017_2bfolla2bdavanti2bal2bparlamento_altro2bangolo.jpg?w=600
https://newsoftheworldnews.files.wordpress.com/2017/08/bdca0-04_08_2017_2bfolla2bdavanti2bal2bparlamento.jpg?w=640&h=427

Il parlamento venezuelano circondato da una folla di sostenitori della Costituente


Conati di violenza, comunque con una partecipazione sempre più ridotta da parte degli oppositori, ci sono stati nell’est di Caracas, come accennato sopra. L’opposizione è sempre più spaccata ed una parte consistente ha deciso di abbandonare le manifestazioni violente di questi ultimi mesi per partecipare alle elezioni.

Il Venezuela viene accusato di essere una dittatura, ma è una strana dittatura dove si vota molto spesso (22 o 23 elezioni negli ultimi 18 anni) e l’opposizione vince anche: ha vinto le ultime elezioni parlamentari del 2015, vinse un referendum costituzionale, ha eletto governatori, sindaci, consiglieri regionali, comunali.

Il 30 luglio si è votato per la Costituente e fra qualche mese, quando termineranno i lavori ci sarà un referendum per l’approvazione definitiva della nuova costituzione; poi si dovranno eleggere tutti i poteri. Il Presidente della Repubblica al momento di attivare la Costituente ha rimesso il mandato a disposizione. In ogni caso l’elezione del Presidente è prevista per l’autunno del 2018. 

Intanto quest’anno ci sarà l’elezione dei governatori degli stati e lunedì saranno presentati i candidati. Molti partiti di opposizione hanno deciso di abbandonare la via della violenza e partecipare ai vari processi elettorali che ci saranno nei prossimi mesi.

Anche le grandi imprese sembrano decise ad abbandonare la guerra economica, uno dei fattori che ha inciso sulla scarsità di beni nel mercato venezuelano, accanto alla crisi economica generale, alla caduta del prezzo del petrolio ed altri. Molte imprese hanno prima ridotto e poi sospeso totalmente l’attività produttiva o distributiva per incrementare la scarsità di beni nel mercato ed alimentare il malessere della popolazione verso il governo; i grandi media privati hanno avuto il compito di diffondere l’idea che la causa della scarsità era da attribuire solamente all’inefficienza del governo.

La multinazionale Colgate, per esempio, poche ore fa ha annunciato che riattiva la produzione dei suoi prodotti, in particolare del dentifricio, prodotto che negli ultimi mesi era introvabile in Venezuela.

Quindi la situazione del Venezuela sta decisamente cambiando, nel senso che si sta riducendo il clima di violenza e settori dell’opposizione hanno deciso di partecipare alle elezioni, cercando di conquistare il potere per la via elettorale. A quanto pare alcuni media, come la RAI non hanno capito che c’è una nuova situazione in Venezuela. Per esempio, nell’Ambasciata spagnola, o meglio nella residenza dell’Ambasciatore spagnolo in Venezuela, con la mediazione dell’ex capo del Governo spagnolo, José Luis Rodríguez Zapatero, è stata portata avanti una trattativa, rimasta segreta fino a ieri, fra governo e MUD, ossia l’opposizione. Con questa trattativa l’opposizione o parte dell’opposizione alla fine è stata convinta ad abbandonare la violenza e partecipare alle elezioni. L’esistenza di questa negoziazione è stata rivelata ieri (3 agosto) dal giornalista Kico Bautista.

Intanto, proprio il 3 di agosto l’Ambasciata spagnola a Caracas è stata oggetto di un attentato con bombe molotov. Chi c’è dietro questo attentato? Qualcuno che non era d’accordo con queste trattative?

Ricapitolando la situazione in Venezuela sta cambiando ed a quanto pare alcuni media, come la RAI, non si sono ancora resi conto di questo cambiamento in atto e continuano ad attaccare il Venezuela con notizie false, come questa di una imponente manifestazione dell’opposizione davanti al Parlamento.

La RAI, come tanti altri media italiani, è impegnata da anni a manipolare le informazioni riguardanti il Venezuela. Tra le tante fake news della RAI, ricordo che qualche anno fa, nella puntata di “Italia chiama Italia” trasmessa da RAI International il 5 di ottobre del 2011 e dedicata interamente alla violenza in Venezuela, intitolata appunto “Venezuela violento”, la conduttrice di quel programma, Benedetta Rinaldi, parlò di seimila omicidi al giorno solo a Caracas! Chiunque, facendo un semplice calcolo matematico, poteva rendersi conto che si trattava di una bugia bella grossa, di un tentativo di manipolare e disinformare, di un tentativo di screditare il Venezuela. Se in una città di 3 milioni di abitanti, come Caracas o Roma, ci fossero 6.000 omicidi al giorno la città rimarrebbe senza popolazione dopo meno di un anno e mezzo. E’ semplice matematica!

thanks to: attilio folliero

“La Oscura Causa”: un documentario sul Venezuela

 

“La Oscura Causa”: un documentario sul Venezuela

Questo mio documentario non è un lavoro circostanziale. Continuerà ad avere un senso finché gli Stati Uniti persisteranno nell’idea di abbattere la Rivoluzione Bolivariana in atto in Venezuela, nell’obbiettivo di impadronirsi del petrolio e delle altre risorse naturali.

Nel 1902, l’Inghilterra, la Germania ed altre nazioni europee vollero conquistare il Venezuela. Gli argomenti e le pratiche di destabilizzazione di quell’epoca lontana sono quasi le stesse di quelle di oggi.

Questo documentario è basato su interviste a studiosi venezuelani che, con un linguaggio semplice e didattico, ci raccontano una storia che i grandi media insistono a nascondere o tergiversare.

Versione con sottotitoli in italiano:

 

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

thanks to: Hernando Calvo Ospina

Pressenza

Rete No War sul Venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

 

Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

In Italia il governo, i parlamentari, i media, accodandosi agli Stati uniti e sulla base di fonti del tutto di parte, hanno prese di posizione inaccettabili rispetto al Venezuela. Matteo Renzi accusa Maduro di «distruggere libertà e benessere di un popolo che muore di violenza e di fame». Una volta di più, con la loro ingerenza, i politici e i media occidentali rischiano di rendersi responsabili di una nuova tragedia.
Gentiloni, Renzi, Trump & C.: per voi il popolo venezuelano è rappresentato dall’oligarchia di destra e dagli incendiari di esseri umani? Da oltre 100 giorni, gruppi dell’oligarchia bruciano vive persone, uccidono, distruggono beni comuni, mettono a ferro e fuoco i quartieri, usano armi, provocano scontri con la polizia, rifiutano il dialogo.
La situazione del Venezuela non è facile, anche a causa di una guerra economica evidente oltre che del retaggio di cento anni di estrattivismo. Ma come potete dire che l’opposizione – dei ricchi – vuole pace e pane?
Come potete considerare “oppositori perseguitati” due golpisti di lunga data come Ledesma e Lopez, che non hanno  mai condannato i crimini contro l’umanità compiuti dagli squadroni dell’opposizione nei mesi scorsi
Come potete parlare di “dittatura” in un paese dove si vota continuamente? Il 30 luglio, i venezuelani si sono recati in massa a eleggere un’Assemblea costituente, dopo oltre cento giorni di violenze istigate e perpetrate dall’oligarchia. Ma l’Italia ha già detto che non riconoscerà la Costituente.

Rete No War si dissocia dal governo e dai politici italiani. Come  piccolo gruppo attivo contro gli inferni provocati dai paesi dell’Asse della guerra Nato-Golfo, abbiamo un debito di riconoscenza con il Venezuela e gli altri paesi del gruppo Alba (Cuba, Bolivia, Nicaragua, Ecuador): attivi in tutte le sedi contro le guerre di aggressione e le destabilizzazioni messe in atto dall’ asse della guerra Nato-Golfo.

 
Rete No War Roma

Sorgente: Pressenza – Rete No War sul venezuela: ci dissociamo dai paesi guerrafondai

Partnership tra Sunshine4Palestine e la European Physical Society

Partnership tra Sunshine4Palestine e la European Physical Society
(Foto di Sunshine4Palestine)

Ha compiuto un nuovo, importante step il progetto “Science4People. Sulle ali della scienza per superare ogni confine” che la ong italo-anglo-palestinese Sunshine4Palestine ha avviato a febbraio in Cisgiordania con la formazione di un gruppo di lavoro (sezione Science4People Bethlehem) sui temi della scienza e dell’energia green, costituito da giovani studentesse della Bethlehem University. La European Physical Society, infatti, ha deciso di affiancare e rafforzare il lavoro del gruppo dando vita alla collaborazione tra la ong e la società europea. Questa partnership ha visto la costituzione della sezione EPS “Science4People Young Minds” di Betlemme, prima sezione Young Minds aperta in Medio Oriente. Le sezioni EPS-Young Minds sono formate da studenti, dottorandi e post-doc delle facoltà scientifiche al fine di collaborare tra di loro e con l’EPS per la realizzazione di attività di outreach, di divulgazione, di organizzazione di seminari e workshops, nonché di networking, che mirano alla promozione della fisica e all’autonomia del gruppo.
La sezione in Cisgiordania è presieduta dalla studentessa Randa-Al-Obayyat e composta da altri 4 elementi, che continueranno a realizzare interventi di divulgazione scientifica in Palestina.

Questo step succede ad altre due fasi, che si sono svolte nei mesi passati.

Febbraio 2017: il team di fisici di Sunshine4Palestine dà avvio al progetto Science4People nell’università cisgiordana. Il progetto si sviluppa in più fasi nell’arco di una settimana: un gruppo di studentesse della Bethlehem University, dopo essere stato introdotto ai temi degli sviluppi contemporanei della fisica e della comunicazione scientifica, insieme al team di Sunshine4Palestine organizza una serie di esperimenti con materiali di facile reperibilità, che presentano, supervisionati dal team S4P, ad un pubblico di studenti dai 6 ai 18 anni del territorio, che per l’occasione hanno invaso il laboratorio universitario.

Aprile 2017: il gruppo di giovani scienziate raccolte nella neocostituita sezione Science4People Bethlehem inizia a replicare in totale autonomia gli esperimenti nelle classi delle scuole primarie del territorio, esponendo alla scienza i giovanissimi attraverso un approccio ludico, insegnando, ad esempio, a fabbricare una piccola batteria con materiale di scarto, a costruire la propria piccola lampada, a vedere la scienza come un percorso da intraprendere per risolvere i problemi quotidiani, lì, in Palestina, dove le condizioni di vita sono complesse, anche a causa della scarsità di accesso all’elettricità e all’acqua potabile.

“Siamo orgogliosi ed onorati di iniziare una collaborazione con l’EPS, che rappresenta una crescita del progetto e l’apertura ad un network europeo di scambio dei nostri studenti – afferma Barbara Capone, ricercatrice in Fisica e presidente di Sunshine4Palestine. Con la nostra ong promuoviamo e realizziamo progetti innovativi che favoriscono il dialogo interculturale attraverso lo sviluppo sostenibile, la scienza e l’istruzione. In questo contesto si situa Science4People, il primo progetto di divulgazione scientifica in Palestina, che proseguiremo nel tempo lì e in altri paesi. Siamo contenti di vedere l’entusiasmo che anima le studentesse universitarie nel proseguimento del progetto sul territorio”.

“Science4People” è stato reso possibile grazie a fonti di finanziamento indipendenti: ad un crowdfunding avvenuto sulla piattaforma Eppela, alla vendita di merchandising tramite il sito Worth Wearing, al contributo del collettivo studentesco Roter Vektor Physik di Vienna e agli studenti della THINK conference (Vienna), ai proventi di un concerto di solidarietà del quale sono stati protagonisti Giorgio Tirabassi e la sua band al Teatro Tor Bella Monaca a Roma. Il progetto è stato inaugurato nel giardino del locale romano Monk a settembre con un laboratorio di esperimenti green per bambini.

www.sunshine4palestine.com

Sorgente: Pressenza – Partnership tra Sunshine4Palestine e la European Physical Society

Tutto quello che devi sapere sull’Assemblea Costituente in Venezuela (e il mainstream ti ha censurato)

Il presidente Nicolás Maduro ha convocato un’Assemblea Nazionale Costituente. In cosa consiste l’inaspettata mossa del governo venezuelano?

di Nazareth Balbás – RT

«Convoco il potere costituente originario del popolo, è il momento, questo è il cammino. Non ci hanno lasciato alternative», ha dichiarato il presidente Nicolás Maduro.

La possibilità di una Costituente, già ventilata qualche settimana fa, si è concretizzata nel corso della massiccia mobilitazione del chavismo per la Festa dei Lavoratori nel centro di Caracas. In parallelo, l’opposizione ha organizzato un’altra giornata di proteste contro il presidente, cercando di giungere – senza permesso e senza successo – fino alla sede del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ), ubicata nella stessa zona dove si trovava la marcia pro-governativa.

L’escalation di violenza nelle strade, prodotto degli appelli allo scontro dell’opposizione, così come delle reiterate accuse a Maduro di essere un «dittatore», hanno creato uno scenario dove l’obiettivo è legittimare  il carattere democratico del «potere costituente originario» per risolvere la congiuntura politica. Ma in cosa consisterà questo processo?

Qual è l’obiettivo dell’Assemblea Nazionale Costituente?

Secondo l’articolo 327 della Costituzione, il popolo venezuelano – depositario del potere costituente – può convocare un’Assemblea Nazionale Costituente per «trasformare lo Stato, creare un nuovo ordinamento giuridico e redigere una nuova Costituzione».

Maduro può convocare un’Assemblea Nazionale Costituente?

Sì. Secondo l’articolo 348 della Costituzione Bolivariana, il presidente ha la facoltà di convocarla.

L’opposizione può partecipare all’Assemblea Nazionale Costituente?

Sì. Tra 200 e 250 costituenti, di qualsiasi segno politico, saranno eletti a scrutinio diretto, universale e segreto per formare un assemblea, incaricata di redigere il nuovo testo costituzionale.

Cosa succede adesso?

Una volta annunciato il processo, dev’essere approvato il decreto di convocazione dell’Assemblea Nazionale Costiuente. Il presidente Maduro lo ha firmato lunedì notte.

Che ruolo gioca il Consiglio Nazionale Elettorale?

Il Potere Elettorale deve verificare che la convocazione sia sta effettuata correttamente.

Cosa accadrà all’Assemblea Nazionale?

Il Parlamento cesserà le sue funzioni, dal momento che l’Assemblea Costituente sarà incaricata di legiferare.

Il testo costituzionale sarà sottoposto a votazione?

Sì, tutto quello che sarà deciso dall’Assemblea Costituente sarà sottoposto all’approvazione del popolo.

Quale organismo può opporsi alle decisioni dell’Assemblea Costituente?

Quanto approvato dall’Assemblea Nazionale dev’essere coerente con la Costituzione vigente. Se, per esempio, viene proposto un articolo che introduce la pena di morte, questo entra in contraddizione con i principi dell’attuale Costituzione, pertanto può essere attivato l’articolo 350 che abilita il Tribunale Supremo di Giustizia a decidere sulla questione.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Fonte: RT
Notizia del: 30/07/2017

Sorgente: Tutto quello che devi sapere sull’Assemblea Costituente in Venezuela (e il mainstream ti ha censurato) – ALBA LATINA – L’Antidiplomatico

Venezuela: in otto milioni alle urne sfidando le violenze della destra

Nella giornata dedicata al voto per l’Assemblea costituente, barricate, omicidi, minacce e guarimbas di Mud e gruppi paramilitari per far prevalere l’astensione. Il paese rischia di trasformarsi in una Siria latinoamericana. Forte il rischio di un intervento militare statunitense o colombiano giustificato da ragioni umanitarie.

di David Lifodi

Più di otto milioni di venezuelani, su un elettorato di circa 19, ieri si sono recati al voto per eleggere l’Assemblea costituente. Difficile capire cosa accadrà adesso. La percentuale dei votanti, il 41,5%, non è altissima. Probabilmente, per mettere a tacere l’opposizione, la partecipazione elettorale avrebbe dovuto essere senz’altro maggiore, ma, al tempo stesso, considerando che la Mesa de Unidad Democrática (Mud) ha fatto di tutto, dalle barricate alle minacce, passando per gli omicidi mirati e gli assalti ai seggi, pur di far prevalere l’astensionismo, otto milioni di persone alle urne non sono nemmeno un risultato da disprezzare. Chi si è recato a votare lo ha fatto consapevole che avrebbe potuto mettere a repentaglio la sua vita. Il paese risulta diviso a metà, ma, aldilà delle immagini televisive che mostrano solo ed esclusivamente scontri e violenze e non le lunghe file ai seggi per votare, si teme un’ulteriore salto di qualità da parte di Stati uniti e opposizione “democratica”, che da giorni invocano la cosiddetta “Ora 0”, leggi rovesciamento del governo bolivariano.

Un aspetto su cui in pochi si sono soffermati nella giornata di ieri è stato il rifiuto di riconoscere la validità delle elezioni, a prescindere, da parte di stati quali Colombia, Messico, Argentina, Brasile, Perù. Si tratta di paesi che sono politicamente vicini agli Stati uniti e sostenitori della dottrina Usa della “sicurezza democratica”, quindi non sorprende che abbiano avallato la votazione farsa promossa due settimane fa dalla Mud e ritengano irregolare a priori quella per la Costituente. È stato lo stesso direttore della Cia, Pompeo, ad annunciare recentemente che stava lavorando con Messico e Colombia per aiutare i venezuelani a liberarsi di Maduro. Da tempo, per la sua posizione strategica, lo stato venezuelano del Táchira, al confine con la Colombia, si è trasformato in un campo militare privilegiato per le operazioni della destra neofascista e dei paramilitari colombiani, i quali stanno dando man forte alla Mud per spazzare via la rivoluzione bolivariana. È da questo stato, non a caso, che sono partiti la maggior parte di attacchi e sabotaggi condotti da gruppi paramilitari allo scopo di “trasformare il Venezuela in una nuova Siria e lo stato di Táchira in una nuova Aleppo”, come ha dichiarato il ministro della difesa venezuelano Vladimir Padrino López. Il presidente colombiano Juan Manuel Santos, nonostante abbia ricevuto il Nobel per la Pace (immeritato) per i negoziati (in fase di stallo) con la guerriglia delle Farc, si è trasformato, al tempo stesso, in facilitatore delle campagne della destra venezuelana e si è già proposto per eventuali operazioni di assistenza umanitaria. Sotto questa copertura, la stessa che più volte è servita per giustificare gli interventi degli Stati uniti in altri paesi, Santos ha sposato in pieno la causa dell’operazione Venezuela Freedom-2, sponsorizzata dal Pentagono. Non solo. Il legame tra uno dei leader della Mud, Henrique Capriles (governatore dello stato di Miranda) e Santos è tale che tra gli uomini vicini al presidente e, al tempo stesso, consulente dell’opposizione venezuelana, c’è Germán Medina, già collaboratore dell’ex presidente colombiano Uribe e sostenitore di Capriles nel 2013, quando quest’ultimo fu sconfitto alle presidenziali da Maduro. Tra coloro che appoggiano la Mud anche Jorge Quiroga, vecchio esponente dell’estrema destra boliviana, e Vicente Fox, ex presidente messicano alfiere di primo piano del neoliberismo.

Le immagini di ieri, che hanno mostrato volutamente un paese nel caos e in preda di scontri, testimoniano comunque che in Venezuela è in corso un colpo di stato permanente e continuato. Del resto, è stato uno dei dirigenti più oltranzisti della Mud, Freddy Guevara, ad invocare modalità di guerra non convenzionali promosse dagli Stati uniti e ad augurarsi uno scenario simile a quello libico o siriano. Fa parte di questo piano il tentativo di paralizzare la società civile venezuelana tramite l’utilizzo di una violenza totale e indiscriminata contro i civili. Lo stesso numero di morti di questi ultimi mesi, che ha raggiunto purtroppo la cifra di circa 120 persone, è stato acriticamente imputato al governo bolivariano. In realtà, come ha evidenziato Luis Hernández Navarro su La Jornada, i gruppi di incappucciati che hanno messo a ferro e a fuoco Caracas e definiti frettolosamente come esponenti dei colectivos, appartengono in realtà a organizzazioni paramilitari vicine all’opposizione. Ad alcuni sostenitori del chavismo hanno appiccato il fuoco, come accaduto a maggio al giovane Orlando José Figueras, altre persone sono state aggredite con pietre e bastoni pur non essendo militanti bolivariani e in alcuni casi sono stati gli stessi “ribelli” a morire o a provocarsi gravi ferite utilizzando ordigni atti a devastare o a incendiare edifici pubblici. Sempre Navarro ha definito i membri dell’opposizione come apprendisti tropicali dell’Isis ed ha sottolineato come la maggior parte delle vittime della Mud siano afrodiscendenti, segnale della trasformazione della destra venezuelana in una sorta di versione sudamericana del Ku Klux Klan. Anche in occasione dei disordini e delle violenze di ieri, si è parlato di morti e feriti, ma in pochissimi hanno evidenziato che tra gli omicidi compiuti nella giornata del voto a morire è stato un candidato alla Costituente fatto fuori in casa propria da uomini armati a seguito di un’irruzione. Tutto ciò non per fare una macabra conta di morti da attribuire all’una o all’altra fazione, ma per mostrare il livello di intossicazione della comunicazione a proposito di quanto sta accadendo in Venezuela, paese vittima di una feroce guerra mediatica.

È stato lo stesso dissidente della Mud, Enrique Ocha Antich, ad ammettere che l’opposizione punta a creare un potere parallelo a quello istituzionale, allo scopo di far crescere la già forte polarizzazione sociale che da anni sta attraversando il paese e giustificare un intervento di potenze straniere mascherato da motivazioni umanitarie. La destra venezuelana ha compiuto un salto di qualità: sotto le bandiere della non violenza e della battaglia per la democrazia, veicolate da una stampa embedded, ha promosso in realtà le peggiori azioni, a partire dagli incendi dei magazzini dove erano conservati alimenti di prima necessità per i quartieri popolari all’insegna di quella che Luis Hernández Navarro definisce “pedagogia del fuoco”. Peraltro,  quella bolivariana è una dittatura ben strana, visto che gli oppositori possono permettersi di assaltare basi militari, supermercati, ministeri e molto altro senza che la Guardia nazionale bolivariana non faccia nient’altro se non difendersi. Lo stesso Leopoldo López, il leader del partito di ispirazione fascista Voluntad Popular, lo scorso 8 luglio ha ottenuto gli arresti domiciliari e, quando è uscito di prigione, dove in molti avevano diffuso la voce che fosse stato torturato, è sembrato in realtà in ottima forma, tanto da mostrare  un fisico da vero e proprio culturista.

La crescita esponenziale della violenza politica, unita a tentativi sistematici  e quotidiani di destabilizzazione, non permette al governo bolivariano di poter avere un futuro roseo in un paese oggettivamente diviso. Sia detto provocatoriamente, ma l’unico motivo per augurarsi la fine della rivoluzione bolivariana, sarebbe quello di vedere all’opera, con funzioni di governo, un’opposizione divisa su tutto, accomunata solo dall’odio contro il chavismo, ma senza uno straccio di programma. Nel caso in cui questa eventualità, tutt’altro che scontata, si verifichi, è probabile l’apertura di uno scenario non troppo dissimile a quello honduregno, all’insegna della repressione indiscriminata. In quel caso la stampa internazionale griderà ugualmente tutto il suo sdegno? La risposta, purtroppo, è scontata.

L’immagine è di Vincenzo Apicella

Professore dell’università ebraica: ogni “colono” è un terrorista

“Per definizione, ogni colono è un terrorista”, afferma il dottor Amiram Goldblum che in un post su Facebook attacca l’ex capo del Consiglio di Yesha.

 

 

David Rosenberg, 17/07/17 10:22

 

Un professore dell’Università Ebraica di Gerusalemme ha dichiarato che tutti gli ebrei che vivono in Giudea e Samaria sono terroristi e ha accusato Israele di essere uno stato di apartheid.

 

Amiram Goldblum, ricercatore e docente del dipartimento di chimica medicinale dell’università, ha sfidato gli ebrei che vivono in Giudea e Samaria, scrivendo in un post di Facebook venerdì che proprio per la loro residenza nel cuore della storica isola ebraica, qualsiasi israeliano che vive oltre Il confine pre-1967 è un “terrorista”.

 

“Per definizione, ogni colone è un terrorista”, ha scritto Goldblum.

 

Il professore ha anche preso di mira un ex capo del Consiglio di Yesha (Judea e Samaria), Shlomo Filber, che precedentemente ha diretto il Ministero delle Comunicazioni, definendolo   “terrorista,   bugiardo e criminale”.

 

“Come qualcuno che è stato colonizzatore e direttore generale del Consiglio di Yesha, è stato responsabile di crimini contro l’umanità [e fatti collegati] direttamente ai reati contro il popolo palestinese e dovrebbe quindi essere sottoposto a processo da parte del tribunale internazionale dell’Aja “.

 

“Israele deve iniziare a purificarsi da personaggi sporchi come Shlomo Filber e il suo emblema”.

 

Filber è stato accusato della scomparsa di documenti della società di telecomunicazioni Bezeq durante illuso incarico come Direttore Generale del Ministero delle Comunicazioni.

 

La scorsa settimana su internet non è stata la prima sfida di Goldblum in controversie politiche. All’inizio di quest’anno, Goldblum definì  Benzi Gopstein l’attivista anti-assimilazione  come “neo-nazista”.

 

Nella pagina Facebook di Goldblum è presente una mappa dello Stato d’Israele, con le parole ” West Bank Apartheid sotto il controllo israeliano”.

 

Nel 2015, Goldblum ha paragonato il creatore di un video virale che critica le ONG di sinistra con Julius Streicher, fondatore ed editore del settimanale violentemente antisemita Der Stürmer.

 

“Ma sembra che sia comunque un legame, naturalmente non genetico”, ha scritto Goldblum. “Sono entrambi delle mele particolarmente marce sull’albero umano, entrambi sono istigatori spregevoli, entrambi servono organizzazioni fasciste e private. C’è una piccola differenza: Streicher ha creato l’ideologia, Klughaft unisce ideologia e prostituzione”.

 

“Non so se Klughaft viaggiasse per studiare i metodi di Streicher nel quotidiano più spregevole mai pubblicato nella storia umana, ma non c’è dubbio che sta avanzando in questa direzione: forse Streicher appare nei sogni di Klughaft?”

 

In passato, Goldblum ha lavorato come portavoce dell’organizzazione radicale di Peace Now, membro del consiglio di amministrazione del Fondo New Israel. Nel 2013, Goldblum correva per la Knesset con il partito di sinistra Meretz.

 

Il mese scorso, un altro professore dell’università ebraica è stato criticato per  aver paragonato Israele alla Germania nazista.

 

Ofer Cassif, membro del dipartimento di scienze politiche dell’università ebraica, ha avvertito che Israele è “su un pendio scivoloso verso il fascismo”.

 

“Non c’è molto da argomentare”, ha aggiunto Cassif. ”

 

“Sono sicuro che se fossimo seduti … all’Università di Friburgo nel 1933, e ci fosse  un professore che osasse dire le cose che ho detto io, anche lì, alcuni  studenti  avrebbero detto “Beh, questo è un tuo pensiero”. Ragazzi, no, non lo è. Solo perché qualcosa è troppo forte da sentire  non è accettata come opinione.”

 

 

thanks to: trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.israelnationalnews.com/News/News.aspx/232574

Perché l’Europa sta finanziando i torturatori israeliani?

Ali Abunimah – 27 giugno 2017, Electronic Intifada

Un gruppo di importanti esperti di diritto internazionale è arrivato alla conclusione che l’Unione Europea sta finanziando illegalmente i torturatori israeliani e deve smettere [di farlo].

Essi affermano che il programma “LAW-TRAIN” viola le norme UE e le leggi internazionali perché uno dei partecipanti, il ministero della Sicurezza di Israele, “è responsabile o complice di torture, di altri crimini di guerra e contro l’umanità.”

“LAW -TRAIN” è iniziato nel maggio 2015 con l’apparente intento di “armonizzare e condividere tecniche di interrogatorio tra i Paesi coinvolti per affrontare le nuove sfide della criminalità transnazionale.”

E’ finanziato attraverso un programma di ricerca dell’UE chiamato “Horizon 2020”, che ha anche destinato milioni di dollari all’industria bellica israeliana.

Uso massiccio della tortura

“LAW -TRAIN” coinvolge l’università israeliana di Bar-Ilan, il ministero della Sicurezza pubblica israeliano, l’università cattolica di Lovanio in Belgio, il ministero della Giustizia belga, la Guardia civile, polizia paramilitare, spagnola e la polizia rumena. Il suo comitato consultivo include Cornelia Geldermans, un pubblico ministero olandese.

Originariamente era stato coinvolto anche il Portogallo, ma lo scorso anno si è ritirato in seguito alla crescente opposizione dell’opinione pubblica nei confronti del ruolo di Israele nel programma UE.

E’ previsto che “LAW -TRAIN” prosegua fino all’aprile 2018 e che metà dei suoi quasi 6 milioni di fondi vadano ai partecipanti israeliani.

“L’uso della tortura da parte degli investigatori israeliani è stato ampiamente documentato dalla stampa internazionale ed israeliana e confermato da ricercatori internazionali e dagli stessi investigatori israeliani,” ha affermato Michel Waelbroeck, l’autore del parere giuridico e uno dei membri dell’Istituto di Diritto Internazionale [istituto con sede in Belgio che intende formulare principi giuridici generali atti a preservare la pace e l’armonia nel mondo, ndt.]. “Nel giugno 2016 la commissione dell’ONU contro la tortura ha denunciato l’uso della tortura da parte di Israele e le tecniche illegali e violente durante gli interrogatori da parte della sua polizia e del personale penitenziario.”

L’opinione è sostenuta da 25 esperti di diritto internazionale e giuristi, compresi gli ex- inquirenti per i diritti umani dell’ONU Richard Falk e John Dugard, e da Laurens Jan Brinkhorst, un ex vice-primo ministro olandese ed ex-direttore generale della Commissione Europea.

Israele presenta un elenco ampiamente documentato di torture, anche contro bambini, ed ha sistematicamente evitato di fare indagini su denunce di abusi.

Finanziamento illegale

A febbraio centinaia di docenti universitari ed artisti belgi hanno sollecitato il proprio governo a porre fine all’appoggio a favore di “LAW-TRAIN” e nel parlamento europeo sono state sollevate obiezioni sul progetto.

Organizzazioni dei diritti umani di Palestina Belgio e Spagna hanno anche scritto ai funzionari dell’UE esprimendo preoccupazione in merito all’appoggio ad organismi israeliani impegnati nella tortura. Dato che l’opposizione contro “LAW-TRAIN” è aumentata, la Commissione Europea, il potere esecutivo dell’UE, ha realizzato una valutazione da parte di “una commissione di esperti indipendenti” che ha concluso che il programma ha dimostrato “una rispondenza da buona ad eccellente” con le leggi dell’UE, compresa la “Carta dei Diritti Fondamentali” europea.

Ma gli esperti di diritto affermano che il parere ignora le regole fondamentali dell’UE che vietano di finanziare individui o organizzazioni impegnati in “gravi comportamenti professionali illeciti” come la tortura.

Gli esperti legali hanno concluso che, poiché il ministero della Sicurezza pubblica di Israele è “responsabile di gravi e continue violazioni” del divieto europeo ed internazionale riguardo alla tortura, il finanziamento dell’UE è illegale.

Ma, lungi dal prendere provvedimenti per chiedere conto ad Israele delle torture, Carlos Moedas, il direttore di ricerca dell’UE, recentemente ha visitato Israele per celebrare la sua partecipazione a”Horizon 2020″.

Proteste in Francia

Mentre importanti funzionari dell’UE si stringono in un abbraccio con il regime di occupazione, apartheid e colonialismo di insediamento israeliano contro i palestinesi, i cittadini europei stanno continuando a chiedere di porre fine a tale complicità.

Sabato attivisti del BDS Francia hanno portato la loro protesta di fronte al padiglione dell’industria bellica israeliana Elbit Systems al Paris Air Show [Salone internazionale dell’aeronautica e dello spazio di Parigi-Le Bourget, una delle manifestazioni internazionali più importanti di presentazione di materiali aeronautici e spaziali, ndt.].

In un video si possono vedere i contestatori che si stendono a terra e esibiscono un cartello che denuncia il fatto che Israele sperimenti le sue armi sui palestinesi.

I manifestanti hanno chiesto un embargo sulle armi, la fine della cooperazione militare con Israele e il sostegno alla campagna per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.

Elbit è una delle principali fabbriche di droni che Israele ha utilizzato per uccidere civili palestinesi. E’ stata incaricata dall’amministrazione Obama di fornire tecnologie per la sorveglianza lungo il confine tra USA e Messico.

Elbit ha anche notevolmente beneficiato di finanziamenti dell’UE.

(traduzione di Amedeo Rossi)

thanks to: zeitun.info

Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu

BASI SEGRETE USA IN SIRIA Andolu

Pentagono ha espresso forte preoccupazione dopo che l’agenzia di stampa di stato turca, Anadolu, ha rivelato la localizzazione di tutte (o molte) postazioni e basi delle forze militari statunitensi nel nord della Siria. L’agenzia Anadolu ha pubblicato lunedì un rapporto dettagliato sulla posizione delle strutture militari e in alcuni casi persino il numero degli effettivi statunitensi che cvi sono schierati.

Anadolu ha aggiunto che le basi – 2 aerodromi e 8 basi avanzate (FOB) – sono utilizzate per sostenere il Partito dell’Unione democratica (Pyd) e il suo braccio armato, le Unità di Protezione Popolare (Ypg) che costituiscono la struttura portante delle Forze Democratiche Siriane (FDS), movimento sostenuto da Washington che combatte l’Isis e sta liberando Raqqa inglobando anche milizie tribali arabe.

La dettagliata infografica pubblicata da Anasdolu rivelava inoltre che 200 militari delle forze speciali USA e 75 francesi operano sul fronte di Raqqa da un avamposto situato una trentina di chilometri a nord della capitale dello Stato Islamico per il 30% liberata dalle milizie delle FDS.

Washington e Ankara hanno da tempo rapporti molto tesi a causa dell’iniziativa statunitense di sostenere le FDS che Ankara teme possano costituire un’entità autonoma curda nel nord della Siria a ridosso dei confini con la Turchia.

La Turchia, che considera l’Ypg un “gruppo terroristico” alleato del PKK.  Il portavoce del Pentagono, il maggiore Adrian Rankine-Galloway, ha dichiarato che la diffusione di “informazioni militari sensibili” espone le forze della Coalizione a rischi non necessari e potrebbe potenzialmente compromettere le operazioni contro lo Stato Islamico.

170717-gutman-syria-special-forces-tease_df8hky

“Anche se non possiamo verificare in modo indipendenti le fonti che hanno contribuito a questo articolo, saremmo molto preoccupati se responsabili di un alleato Nato mettessero di proposito a rischio le nostre forze diffondendo informazioni sensibili”, ha detto il portavoce. “Abbiamo già espresso questi timori al governo della Turchia”, ha sottolineato pur rifiutandosi, per ragioni di sicurezza, di chiarire se le informazioni diffuse dall’Anadolu fossero veritiere.

Le autorità di Ankara hanno negato qualsiasi coinvolgimento nella pubblicazione.

“Non si tratta di informazioni fornite dal nostro governo”, ha assicurato in una conferenza stampa, Ibrahim Kalin, portavoce del presidente Recep Tayyip Erdogan.

“L’agenzia Anadolu ha scritto queste informazioni basandosi sulle proprie fonti” ha detto il portavoce aggiungendo che “siamo stati informati di questo articolo dopo la sua pubblicazione”.

Resta in ogni caso difficile credere, specie con il rigido controllo sui media in vigore in Turchia, che Anadolu abbia potuto ottenere e pubblicare delicate infiormazoni di carattere militare senza che il governo ne fosse informato.

 

Foto: Anadolu e Getty Images

Sorgente: Le basi segrete Usa in Siria svelate dall’agenzia turca Anadolu – Analisi Difesa

La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani

 

maxresdefault

(aggiornato il 22 luglio ore 13,20)

La Cia avrebbe deciso di mettere fine al programma di sostegno ai ribelli siriani che combattono contro il presidente Bashar Assad: lo riferisce il Washington Post ricordando che questo programma avviato quattro anni fa ha avuto solo un impatto limitato, in particolare dopo l’ingresso nel conflitto delle forze armate russe al fianco delle truppe fedeli al regime di Damasco.

Il programma di aiuti statunitensi ha firnito in questi anni fondi, supporto logistico, addestramento e armi, inclusi missili anticarro Tow (nella foto), ai ribelli cosiddetti “moderati”.

Il presidente Donald Trump avrebbe preso la decisione di fermare il programma circa un mese fa, dopo un incontro con il capo della Cia, Mike Pompeo, e il suo consigliere per la sicurezza nazionale, il generale H. R. McMaster, riferisce il Washington Post.

La Casa Bianca e la Cia non hanno voluto commentare l’articolo ma il WP ritiene che l’eliminazione di questo programma di sostegno ai ribelli siriani riflette l’interesse del presidente degli Stati Uniti “di trovare modi per lavorare con la Russia”, così come il “riconoscimento dei limiti di influenza di Washington” in quel conflitto che pare ormai vinto da Assad e dai suoi alleati russi e iraniani.

Questa decisione giunge dopo che Stati Uniti e Russia hanno negoziato un cessate il fuoco nel Sud-Ovest della Siria, che copre parte della zona dove operano alcune delle formazioni di ribelli sostenute da Washington.

L’interruzione del programma della Cia è stato confermato il 21 luglio dal generale Tony Thomas, comandante delle forze speciali americane, chiarendo – nel corso di una conferenza ad Aspen, Colorado – che “non si è trattato in alcun modo di una concessione alla Russia” ma di una decisione presa “credo, sulla base di una valutazione della natura del programma, e di ciò che stiamo cercando di realizzare”.

Foto TYT via Youtube

Sorgente: La CIA chiude il programma di sostegno ai ribelli siriani – Analisi Difesa

Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?

Una notizia diffusa della giornalista Stefania Maurizi, sempre informata e rigorosa, su Repubblica online di ieri[1], sul segreto imposta dalla US Air Force e dal Joint Chiefs of Staff è indubbiamente degna di nota ed inquietante, ma il risalto che ha avuto su certi organi di stampa[2] appare a mio parere un po’ strumentale. Soprattutto a fronte del risalto enormemente minore che è stato dato – con ritardo e accompagnato da riserve – dello storico Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpan) stabilito il 7 luglio scorso a conclusione dei negoziati all’Onu, approvato da 122 Stati, quasi 2/3 terzi degli Stati membri dell’Onu.

Intanto, di che cosa si tratta? È (o dovrebbe essere) a tutti noto che gli Usa schierano in Italia (e in altri paesi europei, ma in numero minore) bombe termonucleari B-61 a gravità, che addirittura stanno ammodernando con lo sviluppo della testata B-61-12 con un programma del costo di $ 10 miliardi. Questo schieramento viene “giustificato” in base al nuclear-sharing (condivisione nucleare) della Nato, con l’affermazione, sia pure pretestuosa, che esso sia autorizzato dal Trattato di Non Proliferazione (Tnp) del 1970.

Sorgente: Pressenza – Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?

Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni
(Foto di http://www.survival.it)

Lo scorso 2 giugno quasi 250 abitazioni del popolo Jumma, gli abitanti indigeni delle Colline Chittagong del Bangladesh, sono state rase al suolo dal fuoco appiccato da alcuni coloni bengalesi dopo il ritrovamento del corpo senza vita di un motociclista bengalese, Nurul Islam Nayon. La popolazione locale ha accusato gli Jumma del decesso. L’incendio che ha causato la morte di un’anziana donna che è rimasta intrappolata in casa per Survival International è avvenuto mentre “l’esercito e la polizia sono rimasti a guardare e non sono intervenuti quando i coloni che protestavano contro la morte del signor Nayon si sono scatenati, dando fuoco alle case degli Jumma e ai negozi in tre diversi villaggi”.

Il governo del Bangladesh ha trasferito per più di 60 anni coloni bengalesi nelle terre degli Jumma che sono passati dall’essere praticamente i soli abitanti delle Hill Tracts a essere, oggi, una minoranza. Il 4 giugno la polizia e l’esercito hanno violentemente disperso una protesta pacifica degli jumma nata per chiedere che i piromani fossero consegnati alla giustizia. Per questo Survival ha lanciato un appello perché i responsabili dell’incendio e della morte di Nurul Islam Nayon siano consegnati alla giustizia ed ha sollecitato il governo del Bangladesh “affinché indaghi con urgenza sul ruolo delle forze di sicurezza durante l’attacco ai tre villaggi e durante la conseguente protesta pacifica”.

Ma la violazione dei diritti dei popoli indigeni non è una prerogativa solo del Bangladesh. Un’inchiesta istituita dai parlamentari brasiliani che rappresentano gli interessi di grandi allevatori e agricoltori ha appena pubblicato un rapporto in cui si chiede la chiusura del Dipartimento agli Affari Indiani (Funai) perché è ormai diventato “ostaggio di interessi esterni” e chiede che decine dei suoi funzionari vengano perseguiti per aver appoggiato quelle che definisce “demarcazioni illegali dei territori indigeni”. Ad oggi il Funai ha già subito grossi tagli al suo bilancio, che hanno portato alla riduzione di molte delle squadre responsabili della protezione dei territori delle tribù incontattate lasciando alcuni dei popoli più vulnerabili del pianeta alle mercé di taglialegna e sicari armati e senza scrupoli. “Negli ultimi cinque mesi, il Funai ha cambiato tre presidenti. All’inizio di questo mese il secondo presidente, Antonio Costa, è stato destituito” per aver criticato il Presidente Temer e Osmar Serraglio, il Ministro della Giustizia, ha ricordato Survival, affermando che “non solo vogliono eliminare il Funai, ma anche le politiche pubbliche come la demarcazione della terra [indigena]”. Le conclusioni del rapporto sono state accolte con indignazione e incredulità sia in Brasile che fuori. “Uccidere il Funai equivale a uccidere noi, i popoli indigeni – ha affermato Francisco Runja, un portavoce Kaingang – è un’istituzione cruciale per noi, per la nostra sopravvivenza, per la nostra resistenza, ed è una garanzia per la demarcazione dei nostri territori ancestrali.” Mentre per lo sciamano e portavoce Yanomami Davi Kopenawa “Il Funai è rotto… è già morto. Lo hanno ucciso. Esiste solo di nome. Un bel nome, ma non ha più il potere di aiutarci”.

Ma il presente ed il futuro dei popoli indigeni non è costellato solo di brutte notizie. Anni di lotte e rivendicazione dei propri diritti hanno portato in questi mesi anche ad importanti successi. Un caso esemplare è quello dei Boscimani che lo scorso 11 maggio hanno ricordato il ventesimo anniversario dallo sgombero dalle loro terre, nel cuore della Central Kalahari Game Reserve (CKGR), al campo di reinsediamento di New Xade, rinominato dai Boscimani “luogo di morte”. Fu la prima di un’ondata di sfratti effettuati dal governo del Botswana, determinato ad aprire le loro terre ancestrali all’estrazione dei diamanti e al turismo. Per molti osservatori, il trattamento disumano che il governo ha riservato ai Boscimani ricorda il regime di apartheid del vicino Sud Africa, dove le comunità nere venivano sistematicamente sfrattate dalle loro case per essere spostate in baracche sovraffollate alle periferie delle città. Nel 2006, però, i Boscimani che furono sfrattati dalla riserva nel 2002 hanno vinto uno storico processo presso la Corte Suprema del Botswana, grazie anche al sostegno di Survival International, che ha stabilito che questo popolo era stato sfrattato illegalmente e aveva il diritto di vivere e cacciare nella riserva. “Finalmente centinaia di Boscimani stanno lasciando gli odiati campi di reinsediamento e ritornano a casa” ha spiegato Survival, e anche se non sono rare le violenze e le torture da parte dei guardaparco quando esercitano il loro diritto alla caccia, “oggi è chiaro che i Boscimani non sono bracconieri, ma cacciano per sopravvivere, senza minacciare in alcun modo la fauna locale”.

All’inizio di giugno, con una decisione senza precedenti, anche la Corte Africana per i diritti dell’uomo ha stabilito che il governo del Kenya ha violato i diritti degli Ogiek, una tribù di cacciatori-raccoglitori che vive nella Foresta Mau, nella Rift Valley in Kenya, sfrattandoli ripetutamente dalle loro terre ancestrali. Il tribunale, dopo che gli Ogiek avevano citato in giudizio il governo per la violazione del loro diritto alla vita, alla terra, alla proprietà, allo sviluppo e alla non-discriminazione, ha riscontrato che il Governo ha violato sette articoli della Carta Africana e ha ordinato di prendere “tutte le misure del caso” per rimediare alla violazione. Il caso era stato sollevato per la prima volta otto anni fa dall’Ogiek Peoples Development Program (OPDP), il Centro per lo Sviluppo dei Diritti delle Minoranze (CEMIRIDE) e dal Gruppo Internazionale per i Diritti delle Minoranze. “Per gli Ogiek, è una svolta storica. La questione dei loro diritti territoriali è stata finalmente affrontata e il caso gli ha dato più forza. Il governo ha ora l’opportunità di restituire loro la Foresta di Mau e la loro dignità di popolo Ogiek” ha dichiarato Daniel Kobei, direttore dell’OPDP. La speranza è che quest’ultima sentenza costituisca un importante precedente per altri casi legati ai diritti territoriali indigeni, non solo in Africa.

 

Alessandro Graziadei

Sorgente: Pressenza – Diritti dei popoli indigeni: tra negazioni e riabilitazioni

La manipolazione dell’informazione. La vera storia dell’attentato all’ambasciata israeliana in Giordania.

Non c’è stato nessun attentato all’ambasciata israeliana in Giordania. E nessuno ha tentato di accoltellare la guardia della sede diplomatica ad Amman. Lo riferiscono giornali locali e i familiari di una delle vittime giordane, Bashar Hmarneh, medico ortopedico di fama appartenente ad una famiglia che conta nel tessuto sociale giordano. Colpito da vicino mentre cercava di soccorre l’altra vittima, Mohammed al Jauadeh, falegname freddato per un semplice sospetto dalla sicurezza israeliana.

La storia, raccontata da testimoni, rivela che Mohammed si trovava in quel luogo in quanto, contattato dal medico, era andato a montare una camera da letto in un appartamento che si trova nello stesso palazzo dove c’è la residenza dell’ambasciatore israeliano.
Mohammed non sapeva di essere vicino alla residenza diplomatica. Terminato il suo lavoro ha chiamato il padre, dicendogli di aver finito e che quindi sarebbe tornato a casa. All’uscita è sorpreso di vedere un addetto alla sicurezza, il quale, armato, lo fissa negli occhi e gli chiede cosa avesse nella cassetta degli attrezzi. Nasce un battibecco fra i due e l’uomo della sicurezza spara due colpi e lo uccide. Il medico, sentiti i colpi, corre verso Mohammed cercando di prestargli i primi soccorsi, e di nuovo la guardia spara anche contro il medico, il quale, ferito gravemente, muore in ospedale.
In seguito le forze dell’ordine giordane intervengono, assediano la sede diplomatica, chiedendo la consegna della guardia che ha sparato. La procura giordana apre un’inchiesta, sollecitata dalla pressione popolare, che rivendica giustizia per i due cittadini giordani.
Il primo ministro Netanyahu ha telefonato all’ambasciatrice israeliana e ai responsabili della sicurezza, rassicurando che l’agente non può essere interrogato in quanto gode dell’immunità stabilita dagli accordi reciproci stabiliti tra le parti.
Il responsabile della sicurezza israeliana si trova in queste ore ad Amman alla ricerca di un compromesso, che possa salvare capra e cavoli. Netanyahu, immerso nei suoi problemi personali con i tribunali israeliani per le accuse di corruzione e pressato dalla situazione incandescente a Gerusalemme, si trova ad affrontare proprio ora una difficile situazione con la Giordania, che ha la tutela sui luoghi sacri dell’islam in Gerusalemme.
Il Re della Giordania, Abdallah II, anche lui preso tra due fuochi, cioè la pressione popolare da una parte e la sovranità dello Stato dall’altra, non può permettersi che la sicurezza israeliana possa aprire il fuoco per un semplice sospetto uccidendo due suoi cittadini. Ovviamente non può e non vuole rompere le relazioni con Israele. Si troverà un compromesso?

Sorgente: 26-7-17_manipolazione-Informazione

Vaccini: ferma condanna da parte di Ferdinando Imposimato

l 24 Luglio 2017, in occasione della manifestazione del Movimento per libera scelta in materia di salute, è intervento a Roma, nella Piazza di Montecitorio, il Presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione, Ferdinando Imposimato.

Il Presidente ha dichiarato che con questo decreto legge si sta commettendo un gravissimo reato, lesivo della dignità delle persone, della loro salute e dei loro diritti, riconosciuti dalla nostra Costituzione e dalla Convenzione Internazionale dei Diritti dell’Uomo.

Imposimato ha invitato tutti ad opporsi a questo decreto legge, in quanto criminale e illegale, oltre che illegittimo. Ha esortato a fare disobbedienza civile, perché nostro diritto e dovere fermare la prepotenza e la violenza contenuti nel dl proposto da Beatrice Lorenzin. Ha invitato esplicitamente a fare resistenza perché mai, dalla fine della guerra in poi, si era veduto tale livello di arroganza e di illegittimità. Ha confermato che la Corte Costituzionale, già nel 2014, aveva sottolineato che quando si parla di diritti della salute non si possono fare decreti, che non sono consentiti dalla nostra Costituzione, che in materia di salute è possibile procedere solo per legge ordinaria, mai per decreto legge.

Ha dichiarato, inoltre, che si batterà personalmente con tutto il suo pool, contro questo decreto, attraverso il quale – ha ribadito più volte – si sta commettendo un grave crimine, che essi saranno in prima linea, procedendo ad aprire indagini, chiedendo tutte le verifiche del caso, denunciando l’omissione di atti d’ufficio relativo alla secretazione dei dati relativi alle migliaia di casi per reazione avversa ai vaccini, che procederanno a fare ricorso al TAR, impugnando l’illegittimità del decreto Lorenzin, ciò in tutte le sedi ufficiali.

Ha affermato infine che, in una vita intera di lotta dedicata alla difesa della legalità, mai si era visto prima il malaffare che si è raggiunto con questo decreto.  Ha concluso esortando tutti a non avere paura, a non arrendersi, sostenendo che non sono fuori legge coloro che stanno lottando affinché sia riconosciuto il sacrosanto diritto garantito dalla Costituzione – ovvero la piena libertà di scelta in tema di salute – bensì fuorilegge sono coloro i quali, in accordo con una multinazionale farmaceutica come la Glaxo (condannata in tutto il mondo per violazione delle norme penali, delle norme sulla salute, delle norme civili), stanno imponendo questo decreto, definendolo immondo, col quale stanno commettendo un reato grave, un tremendo abuso ai diritti delle persone, mettendo a rischio la salute dei bambini, e agendo contro la Costituzione della nostra Repubblica.

Sotto il  video documento dell’intervento del Presidente onorario aggiunto Ferdinando Imposimato:

Sorgente: Pressenza – Decreto Vaccini: ferma condanna da parte di Ferdinando Imposimato

Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

CAIRO, July 23, 2017 (WAFA) – Secretary-General of the League of Arab States Ahmed Aboul Gheit Sunday said that the Israeli government is playing with fire and starting a major crisis with the Arab and Muslim worlds.

Aboul Gheit said all the recent Israeli measures in al-Aqsa Mosque compound indicate that Israel is attempting to enforce new facts and change the status quo in the Old City, something that is unacceptable and is a red line that Israel should not bypass.

“Israel is pushing the region into a very dangerous curve by adopting policies and measures that are not only targeting the Palestinians, but provoking the feelings of every Arab and Muslim,” said his spokesman Mahmoud Afifi.  

Aboul Gheit said that the past days proved that security considerations are not the real motive behind the recent Israeli actions in Jerusalem’s Old City and al-Aqsa. Everyone is aware of the gravity of Israel’s plans to change the city’s Arab and Islamic identity.”

He called on the international community, primarily the United States, to intervene to compel the Israeli government to maintain the status quo at the holy compound.

Aboul Gheit also called on the international community, primarily the United States, to shoulder their responsibilities and compel the Israeli government to maintain the status quo of Jerusalem.

Israeli police closed the mosque nine days ago for Muslims following an attack that left three Palestinians and two Israeli policemen dead.

The mosque was reopened on Sunday after metal detectors were installed; a move Palestinians said they will not accept because it changes the status quo at the mosque.

Since then, Palestinian Muslims have been holding the daily prayers outside the gates, insisting they will not enter it for worship until the metal detectors are removed.

Israeli soldiers and Israeli settlers have killed a number of Palestinians, injured and arrested hundreds in East Jerusalem and the West Bank since the installation of metal detectors.

A.D/M.N/M.H

Sorgente: Arab League: Israel is playing with fire in Jerusalem

Gli ebrei odiano Israele

2017-06-24-01-29-44

Nel cuore di Gerusalemme esistono ebrei che non riconoscono lo stato di Israele, che si rifiutano di servire nell’esercito e che considerano il sionismo una ideologia perversa, supportano attivamente la causa palestinese e si rifiutano di pregare al Muro del Pianto. Sono i Neturei Karta, letteralmente “I Difensori della Città”. Raramente capita di vederli al di fuori della loro roccaforte: il quartiere ebraico ultra-ortodosso di Mea Shearim. Ufficialmente a nessuno è impedito l’ingresso, ma più mi addentro nel quartiere più i volti si fanno sospettosi, gli sguardi sempre più ostili, qualcuno mi urla qualcosa in Yiddish (gli ebrei anti-sionisti si rifiutano di parlare in Ebraico, lingua che utlizzano soltanto per pregare). I Neturei Karta rappresentano soltanto una piccola percentuale all’interno della galassia ultra-ortodossa presente in Israele, ma senz’altro sono tra quelli che negli ultimi anni hanno ottenuto maggiore visibilità. Molti di loro collaborano e hanno contatti diretti con esponenti di Hamas e Hezbollah oltre che aver supportato alcune delle teorie negazioniste dell’ex-presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. A Mea Shearim i soldati dell’esercito israeliano sono il nemico numero uno. Sono palestinesi infatti le uniche bandiere che sventolano appese ai balconi, sulle porte delle case fatiscenti la scritta in inglese “Jews are not Zionists”. All’interno della variegata società israeliana la comunità ultra-ortodossa inizia a rappresentare un serio problema per lo stato. Essi infatti non svolgono nessuna attività lavorativa e occupano le loro giornate studiando testi religiosi ma ricevono comunque sussidi da uno stato che non riconoscono. Oltre a questo evidente paradosso, che ha scatento contro di loro le ire degli strati più laici della popolazione, il numero degli haredi sta aumentando esponenzialmente. Secondo un recente studio, condotto dal centro israeliano di statistica, la media di figli per donna all’interno della comunità ultra-ortodossa ha raggiunto quota 7.5. IMG_20170624_092855_673 A Mea Shearim gli Haredi non possiedono computer né televisioni, non conoscono nulla di ciò che accade nel mondo. Quello che sanno lo apprendono tramite i pashkevilim, i grandi manifesti informativi che tappezzano i muri del quartiere. Alcuni di questi, firmati proprio dal movimento Neturei Karta invitano i giovani Haredi a “colpire” (senza specificare come) le donne soldato. Rav Meir Hirsch, il loro leader ci accoglie in casa con un sorriso nascosto dalla folta barba bianca. Porta un lungo abito nero, un cappello nero e una spilla con la bandiera palestinese appuntata sul petto. Rabbino Hirsch, chi sono i Neturei Karta? Il Movimento Neturei Karta è nato ufficialmente nel 1935 ma in realtà l’ideologia antisionista è iniziata già nel 1917 quanto fu siglata la dichiarazione di Balfour. Gli ebrei ortodossi di Gerusalemme si opposero strenuamente alla dichiarazione di Balfour perchè la creazione di uno stato ebraico avrebbe messo in pericolo l’ebraismo ortodosso (e la venuta del messia ndr). Nel 1935, mio nonno Aharon Katzenellenbogen fondò il movimento Neturei Karta. Neturei Karta è una parola in aramaico, significa “difensori della città”. Difendere la città dal sionismo dilagante. Per fare questo non usiamo armi. La nostra è una difesa ideologica. Con quali modalità portate avanti questa lotta? Lo facciamo tramite eventi pubblici, conferenze, manifestazioni, e incontri insieme a diversi leader politici nel mondo. Vogliamo che a tutti risulti chiaro ed evidente che il sionismo e l’ebraismo sono due idee opposte e contrarie. Qual’è la differenza fondamentale tra voi e gli altri ebrei haredi? In generale tutti gli Haredi sono contrari al sionismo, ma i Neturei Karta pensano che sia indispensabile agire attivamente contro questo male. Questa è la vera grande differenza. Alcuni Haredim però hanno creato un partito (lo SHAS ndr.) per dare una rappresentanza politica a queste idee. Cosa pensa di questa iniziativa? Siccome Israele ormai esiste, alcuni Haredim pensano che sia giusto combatterlo dall’interno. Noi siamo totalmente contro ogni forma di collaborazione politica col governo sionista. Non prendiamo soldi e non partecipiamo alle elezioni del parlamento. Non parliamo nella loro lingua, non serviamo sotto il loro esercito. Da parte nostra non facciamo nulla che possa legittimare l’esistenza di uno stato sionista. Quindi voi non prendete soldi dal governo come invece fanno altri haredi? Assolutamente no! non prendiamo nulla. E allora come fate a sopravvivere? Se non lavorate, con quali attività riuscite a mantenervi? Mandiamo persone a raccogliere fondi nei paesi stranieri. Esistono diverse personalità molto ricche all’estero che ci appoggiano. In questo modo riusciamo a sopravvivere. 2017-06-24-01-28-00 Quali sono i fondamenti teologici del vostro pensiero? È scritto nel Talmud in Ketubot nel foglio 111: Dio fece giurare al popolo ebraico che durante la diaspora non avrebbero sovvertito l’ordine delle nazioni del mondo. In alcun modo avrebbero creato un nuovo stato. La vera Israele verrà ricostituita soltanto quando arriverà il Messia. Non si può in nessun modo accelerare la sua venuta. Per questo noi siamo contrari al sionismo, è la Torah stessa ad essere contraria. Il sionismo non viene per unire, ma per strappare il popolo ebraico dalle sue radici profonde e trasformarlo in un nuovo popolo diverso da quello originale. Un nuovo popolo che non ha nulla a che fare con le sue radici religiose. Voi siete acerrimi nemici dell’esercito e contrastate in maniera molto forte la leva obbligatoria. Il governo però ha varato nuove leggi che agevolano l’ingresso degli ultra-ortodossi nelle forze armate. Molti giovani haredi iniziano ad arruolarsi… Per quanto riguarda l’arruolamento recente di alcuni haredi posso dirti che per noi chiunque si arruola diventa automaticamente un laico. Ti posso assicurare che non vi è alcun Haredi nell’esercito. Non sono Haredi, nemmeno se pregano e digiunano. Anche se porta i Peyot e gli TziTzit (i boccoli laterali e l’abito con le frange, tipici degli ebrei più ortodossi, ndr.), questo non fa di lui un ebreo credente. Quali sono i vostri rapporti con i movimenti palestinesi? Oggi sembra che tra Fatah e Hamas si sia ormai arrivati allo scontro aperto, voi da che parte vi schierate? Noi non siamo un ente politico ma un’entità ideologica. Per questo siamo in contatto sia con Hamas che con Fatah, non giudichiamo le loro questioni interne, ci interessa la lotta comune che portiamo avanti contro Israele seppur con diverse modalità. Noi supportiamo attivamente la battaglia dei palestinesi per la liberazione di questa terra. Noi stessi ci sentiamo a tutti gli effetti palestinesi. Riteniamo che il sionismo non abbia alcun diritto di governare su questa terra. L’idea di due stati per noi non ha nessun senso. Deve esserci una sola Palestina per entrambi i popoli. Voi ritenete che la Shoah sia stata architettata dai sionisti? Oggi se provate ad andare allo Yad Vashem vi raccontano che sionisti hanno salvato il popolo ebraico. Mentre invece hanno collaborato per sterminare parte del loro stesso popolo. Il leader dei sionisti ungheresi quando iniziò l’Olocausto disse: “Solo con il sangue potremo avere un nostro stato. Quanti più ebrei verranno uccisi nella Shoah, tanto più sarà facile ottenere uno stato”. E poi aggiunse “una vacca sul suolo israeliano per noi vale più di 1000 ebrei in Ungheria”. Queste sono accuse molto forti. Molto simili a quelle espresse dall’ex presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Che cosa risponde a chi vi accusa di negazionismo? Bisogna innanzitutto dire una cosa: gli iraniani non hanno mai negato che la Shoah sia avvenuta. Noi anni fa organizzammo una conferenza insieme con le autorità iraniane per analizzare l’Olocausto in maniera critica. Sono stati i sionisti a dire che la conferenza aveva il solo scopo di negare l’Olocausto. Questa è l’unica vera arma che i sionisti possono usare contro gli iraniani per metterli in cattiva luce agli occhi del mondo: accusarli di negazionismo. La cosa che fa sorridere è che in Iran oggi abitano più di 30.000 ebrei che hanno un uguaglianza completa nei diritti. Anche più dei musulmani! Ha subito qualche pressione o minaccia da parte dello stato a causa di queste sue idee estreme? Sempre! Sono anni che vengo sorvegliato e minacciato. Dopotutto, io e gli altri Neturei Karta siamo in guerra contro lo stato Sionista. Passando all’attualità. Qual’è l’idea che vi siete fatti della situazione oggi in medio oriente anche rispetto alla Guerra in Siria e al terrorismo? Sono stati i sionisti a creare il problema dell’odio anti-ebraico nel mondo musulmano. La verità è sono loro il primo gruppo terrorista del medio oriente. Chi conosce un po’ di storia sa che coloro che per primi hanno sviluppato l’idea del terrore sono stati proprio i sionisti. Durante il mandato britannico hanno messo delle bombe al King David Hotel e compiuto numerosi attentati. E poi parlano degli arabi come fossero terroristi! Loro sono stati i maestri del terrorismo! Hanno insegnato al mondo come si fa il terrorismo! Come quando nel 1948 hanno preso i bambini palestinesi di Deir Yassin e li hanno trucidati nei modi più orrendi. Ma la situazione oggi è ben diversa dall’epoca del mandato… Assolutamente no! Oggi la cosa si è solo istituzionalizzata anche grazie al supporto degli Stati Uniti che forniscono ai sionisti le armi più sviluppate e micidiali per continuare a fare terrorismo in tutto il mondo ma in modo diplomatico. Allora sono tutti terroristi, sia i sionisti che i palestinesi che accoltellano civili e militari qui a Gerusalemme… Noi condanniamo sempre gli atti di violenza, ma riteniamo che i palestinesi non siano “terroristi”, per noi sono combattenti per la libertà. 2017-06-24-01-45-16 Cosa pensa invece della situazione dei cristiani perseguitati in medio oriente? Crede che anche dietro questo odio ci sia una macchinazione sionista? Non ho nessun dubbio che si tratti di una invenzione sionista e americana. Per raggiungere i loro obiettivi gli israeliani vogliono mettere gli uni contro gli altri. Vogliono creare una Guerra di religione che non esiste. Ma nel Corano esistono passaggi in cui è evidente l’odio verso I cristiani e verso gli ebrei… Questo non è vero! Ho letto il Corano e non esiste nessun versetto in cui si dice questo. Non c’è scritto nulla contro ebrei e cristiani. È previsto che paghino una tassa in quanto “popoli del Libro” ma non c’è scritto da nessuna parte che tutti devono convertirsi all’Islam. Riesce a prevedere una fine al conflitto tra Israele e Palestina? Secondo lei in quale modo avverrà questo? Io l’ho anche scritto al segretario generale dell’ONU Ban Ki Moon. Per prima cosa l’ONU deve inviare qui un contingente internazionale che protegga I diritti del popolo palestinese contro l’occupazione sionista. Ma se si vuole essere razionali non bisogna coprirsi gli occhi e dire che va tuto bene. Bisogna a tutti I costi eliminare il governo sionista e riconsegnare la terra ai suoi legittimi proprietari cioè I palestinesi. Questa è la vera soluzione. In che modo pensa che si debba eliminare il governo sionista? Non avete detto di essere contro la violenza? Non serve la violenza! L’ONU deve cancellare la risoluzione con cui ha permesso la creazione dello stato di Israele. È come quando si fa un contratto…se posso fare una firma posso anche cancellarla. Gli ebrei che vivono qui potranno tranquillamente vivere insieme ai palestinesi come prima della creazione dello stato ebraico. Come può pensare che questo sia possibile? Certo che è possibile, il problema è che il mondo non guarda o non vuole vedere quello che avviene in Palestina. Il mondo parla, parla e non agisce. Nessuno fa nulla di concreto per risolvere questo problema. Ultima domanda. Lei non ha mai visto il muro del tempio pur abitando a poche centinaia di metri questo. Quanto desidera andare a pregare nel luogo simbolo del giudaismo? Moltissimo! Ma per via dell’occupazione non posso farlo. Quando qualcuno prega al muro del Tempio dovrebbe provare gratitudine. Io non posso provare questo sentimento, non posso dire grazie a chi ha occupato il mio paese.

thanks to: GLI OCCHI DELLA GUERRA

Sono stati gli Stati Uniti a decidere di intodurre i vaccini obbligatori in Italia

(Foto di TorinoToday)

L’Italia sarà capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale e guiderà nei prossimi cinque anni le campagne vaccinali nel mondo. È quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto alla casa bianca, Washington, 26 settembre 2014.

Sentiamo la necessità di esprime il nostro parere sul decreto Lorenzin e sull’obbligo vaccinale da questo previsto.

Ci teniamo a premettere che non siamo contro i vaccini, e che sappiamo perfettamente che in alcune condizioni socio-sanitarie, questi si rendono necessari ed hanno aiutato il progresso e lo sviluppo umano. Noi stessi abbiamo partecipato, come volontari, in paesi dei continenti africano e asiatico, e sappiamo per esperienza diretta di cosa stiamo parlando. All’epoca già grandi e vaccinati.

Tuttavia, almeno attualmente, l’Italia ed il resto d’Europa non si trovano, dal punto di vista socio-sanitario, nelle condizioni in cui versavano quei paesi.

Scriviamo questa lettera diretta a chi vorrà ascoltarci perchè siamo contro il decreto Lorenzin. Evidenziamo che il tema non è : “vaccini si vaccini no” ; ma è vaccini Come ?Quando e Quali?

Come genitori siamo preoccupati delle conseguenze sulla salute dei nostri figli, e come cittadini crediamo che un trattamento sanitario obbligatorio sia una misura non giustificata e lesiva dei diritti alla persona.

Nessuno, infatti, può obbligare ad assumere un farmaco contro la propria volontà.

I vaccini sono farmaci, e come tali hanno pro e contro,  controindicazioni e avvertenze, e finché esista qualche tipo di rischio non si può obbligare un genitore a vaccinare il proprio figlio, quando per di più non è previsto alcun tipo di analisi pre-vaccinale.

Il decreto Lorenzin, approvato  dal Consiglio dei Ministri il 19 maggio scorso, porta da 4 a 12 il numero delle vaccinazioni obbligatorie per i bambini dai zero ai sei anni.

Rende obbligatorie 12 vaccinazioni: antidifterica, antitetanica, antipoliomielitica e antiepatite virale B (già obbligatorie), anti-pertosse, anti-meningococco B e C, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella e il vaccino contro l’Haemophilus influenzae. Il tutto, secondo il calendario vaccinale, nei primi 15 mesi di vita.

Se il bambino non avrà tutte le vaccinazioni richieste non potrà essere iscritto all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia. A questa limitazione, per chi non farà vaccinare i bambini si aggiunge anche una sanzione di 7.500 euro.

L’Italia sarà capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale e guiderà nei prossimi cinque anni le campagne vaccinali nel mondo. È quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto alla casa Bianca, Washington, 29 settembre 2014.

Questo invece che onorarci ci preoccupa , nessun paese ha mai fatto sulla popolazione quello che è previsto oggi sui nostri figli. Chi ci garantisce che questi Signori sappiamo quali saranno gli effetti sulla massa visto che non ci sono dati perché fin ora nessuno prima degli Italiani lo ha sperimentato sulla propria pelle?

Ci pare evidente che una legge di questo tipo mina in profondità la Libertà di Cura ed il Diritto all’Istruzione ed è lesiva dei diritti umani.

Molti giuristi in Italia l’hanno già definita anticostituzionale.Ma nonostante tutto Il Presidente della Repubblica in data 7 giugno 2017 ha firmato il decreto.

Osserviamo un vuoto formativo, informativo e culturale che però non può essere riempito da una coercizione, da un obbligo, misura violenta e poco adatta a creare coscienza su un argomento così delicato.

Non capiamo la motivazione di tutti i vaccini in elenco e la tempistica del calendario vaccinale.

Il Ministero della Salute, che non ha informato i cittadini delle motivazioni evidentemente emergenziali di una campagna vaccinatoria così imponente, ci dovrebbe adesso illustrare i motivi per cui dovremmo sottoporre a vaccinazione un bimbo di tre mesi, ad esempio per:

– il tetano: è una malattia infettiva ma non contagiosa, e per la quale non è valida neanche la scusa dell’immunità di gregge: un bimbo a tre mesi non si arrampica sui reticolati, si presuppone non sappia camminare aspettiamo almeno che sia in grado di farlo.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/tetano/tetano.asp

– la rosolia: la maggior parte delle popolazione non sa nemmeno di averla avuta. Riportiamo di seguito un link del portale epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità dove si dice chiaramente che: […] “In un numero elevato di casi, i sintomi della rosolia possono passare inosservati”. […] Di solito benigna per i bambini, diventa pericolosa durante la gravidanza perché può portare gravi conseguenze al feto”.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/rosolia/rosolia.asp

– l’epatite B: la sua trasmissione è parenterale, ed è quindi quasi impossibile che un bimbo di tre mesi possa venirne a contatto. La vaccinazione potrebbe essere prevista solo in alcuni casi.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/rosolia/epatite.asp

-il meningocco B , vaccino è sottoposto dall’AIFA a monitoraggio addizionale, siamo sicuri che vada bene per una vaccinazione di massa?

http://www.agenziafarmaco.gov.it/content/medicinali-sottoposti-monitoraggio-addizionale

http://www.assis.it/il-vaccino-antimeningococco-b/

 
Siamo contro questo decreto che dal punto di vista giuridico fa acqua da tutte le parti, ed è inutile riportare qui tutti gli articoli che verranno violati. Ricordiamo solo in questa sede che, ragionando con il buon senso, va da sè che non si può far firmare ad un genitore il consenso informato e allo stesso tempo obbligare ad un trattamento sanitario: o l’una o l’altra cosa!

Senza entrare però troppo nei meriti scientifici, nelle questioni mediche e nei tecnicismi giuridici, semplicemente come cittadini di questa società civile, come genitori e come Persone, portiamo avanti la nostra lotta nonviolenta nella prospettiva futura del bene comune e reclamiamo il diritto ad avere:

Vaccini puliti, liberi dai metalli pesanti. Che la ricerca vada verso una migliore qualità! Il mercurio è stato già eliminato nel 2016 adesso tocca all’alluminio e tutti gli altri inquinanti!

Anamesi accurata e analisi pre e post-vaccinali. La Medicina sta andando sempre di più verso una visione ad personam: anacronistico è pensare ed agire in termini di “massa”.

Una farmacovigilanza attiva al servizio della popolazione.

Una maggiore chiarezza da parte dei medici e degli operatori sanitari sui rischi e sugli effetti collaterali dei vaccini. Un impegno in tal senso dei pediatri di base.Si è generato un clima di caccia alle streghe con la radizione del Dott. Miedico e del Dott. Gava: chi non è d’accordo è fuori dall’ordine? Questo è antidemocratico !

Criteri meno stringenti che tengono conto dei casi singoli e delle criticità personali, se ad esempio una famiglia non ha necessità di mandare il bimbo al nido o alla materna nel primo anno di vita non capiamo il motivo dell’obbligo.

Libertà di cura: in un paese democratico e anti fascista, è nostro dovere persuadere il governo ad andare in questa direzione.

Nessuna speculazione economica sulla salute pubblica. Scienza e Legge libere da padroni e interessi economici: perchè solo così avanzerà il superamento del dolore nella società umana.

Infine ma non meno importante siamo contro questo decreto perché:

 Consideriamo l’essere umano come valore massimo al di sopra del denaro, dello Stato, della religione, dei modelli e dei sistemi sociali. 

Diamo impulso alla libertà di pensiero. 

Propugnamo l’uguaglianza di diritti e l’uguaglianza di opportunità per tutti gli esseri umani. 

Riconosciamo e incoraggiamo la diversità di costumi e di culture. 

Ci opponiamo ad ogni discriminazione.


Consacriamo la giusta resistenza ad ogni forma di violenza fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale, psicologica e morale.

Date voce alla nostra voce

Alessandra Rinaldi, Saverio Ragonesi, Federica Fratini, Romina Savio, Stefano Santini

thanks to: Pressenza

 

Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis”

Migliaia di persone sono scese in piazza a Tehran per omaggiare le vittime dei brutali attentati terroristici che hanno colpito la città.  “Morte all’Arabia Saudita”. “Morte agli Stati Uniti”. I cori pià frequenti. Del resto, i leader della Repubblica islamica hanno accusato Washington e Riad di supportare gli attacchi che hanno ucciso 17 persone.

 

Questo venerdì, il leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha sostenuto come gli attentati aumenteranno solo l’odio dell’Iran verso gli Stati Uniti e i suoi “tirapiedi” come l’Arabia Saudita. L’attacco “non intaccherà la determinazione della nazione iraniana e il risultato sarà quello di aumentare l’odio verso il governo degli Stati Uniti e i suoi tirapiedi nella regione come l’Arabia Saudita“, ha dichiarato partecipando ai funerali. Lo riportano i media nazionali.

Durante il funerale, il Presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani ha definito gli Stati Uniti la versione “internazionale” dell’Isis. Larijani ha anche accusato Washington di scambiare democrazia con i soldi, in riferimento alle immense vendite di armi che il paese ha pattuito con l’Arabia Saudita.

La Guardia Rivoluzionaria dell’Iran ha sostenuto in un comunicato che ci sia l’Arabia Saudita dietro gli attacchi terroristici a Teheran. “Quest’attacco terrorista avviene una settimana dopo l’incontro tra il presidente degli Usa (Donald Trump) e i leader sauditi che supportano i terroristi. Il fatto che lo Stato Islamico abbia rivendicato prova che sono coinvolti negli attentati“, si legge nella nota, citata da Reuters.
In precedenca il Generale Hossein Salami, vice comandante della Guardia rivoluzionaria, aveva promesso ritorsioni per l’attacco. “Non c’è alcun dubbio che avremo vendetta per gli attacchi di oggi a Teheran, sui terroristi, sui loro compari e su chi li sostiene”, ha dichiarato. Lo riporta l’agenzia Mehr.

 

 

Notizia del: 09/06/2017

Sorgente: Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis” – World Affairs – L’Antidiplomatico

I morti di Teheran non valgono un hashtag

Diciassette morti, quaranta feriti, e nessuno con la matitina spezzata nel taschino. Nessuno con la bandierina del paese colpito come sfondo del proprio profilo social. Nessuno con l’hashtag, anche se patetico. Nessuna insulsa dimostrazione di solidarietà, di quelle che costano un clic. Improvvisa sobrietà? No, semplice indifferenza. L’indifferenza di chi non vede i morti di Teheran come morti su cui vale la pena esprimere un cordoglio, benché vittime dello stesso terrorismo che colpisce Londra, Berlino e Parigi. L’indifferenza di chi non crede che i morti di Teheran meritino nemmeno il conformismo da social-network. E infatti quei morti sono morti sbagliati, anticonformisti, contraddittori. Sono morti musulmani.

Sono morti che ci dicono che l’Iran non è uno stato terrorista, ma che subisce la violenza del terrorismo. Sono morti che ci dicono che i musulmani non sono nemici, ma che i nemici sono coloro che strumentalizzano la religione per finalità politiche. Sono morti che ci agitano un’amara verità: il nostro universale sentimento di solidarietà, non è poi così universale. La nostra empatia ha precisi limiti geografici e culturali. Ma come si può provare empatia per uno “stato canaglia”? E invece no, l’Iran non è uno stato canaglia. L’Iran non finanzia il terrorismo internazionale. Ma lo subisce, come è tristemente ovvio che sia per un paese in prima linea contro il sedicente Stato Islamico, impegnato militarmente più di ogni altro campione della libertà occidentale. Un impegno di cui non si parla mai, perché l’Iran è cattivo e non può far parte dei “nostri” eroi.

Come non sono nostri i suoi morti, perché sono morti musulmani, e non sono nostri i morti di Baghdad e di Kabul, migliaia senza nome, in pezzi per le strade, dilaniati dall’ennesimo attentato suicida di cui i nostri illuminati giornali nemmeno danno notizia. E così la bella società civile, quella che sono tutti “sciarlì“, quella che ama specchiarsi nei suoi profili digitali, non versa la pavloviana lacrimuccia. Le bombe fanno piangere solo se esplodono nelle democrazie occidentali, evidentemente.

Diciassette morti, quaranta feriti, e la coscienza europea – sublime, illuminata, superiore – non registra sussulti. Almeno fino alla prossima deflagrazione in piazza, quando il sismografo della nostra anima si agiterà quel tanto che serve a farsi belli, e un hashtag laverà via ogni male.

Sorgente: I morti di Teheran non valgono un hashtag – East Journal

Biafra, punto su indipendenza, IPOB e Nnamdi Kanu

Abbiamo contattato Ace Nnorom, un docente britannico di diritto pubblico e internazionale, per capire quali sono le ragioni della nuova fiamma secessionista per ripristinare la Nazione del Biafra. Il sig. Nnorom  racconta a Pressenza Italia la crisi che c’è all’interno di IPOB e parla anche di Nnamdi Kanu e il suo Business Partner Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor.
Signor Nnorom, grazie per aver accettato il nostro invito a fare questa intervista con Pressenza Italia. Puo parlarci un po di sé in modo che i nostri lettori abbiano un’idea chiara su chi sia e del suo ruolo nel movimento secessionistico del Biafra.
Una correzione: Il movimento del Biafra non è una secessione ma è un movimento per il restauro del Biafra. Mi chiamo Ace Nnorom sono un cittadino britannico maa di origine biafrana. Non ho nessun passaporto della Nigeria. Non sono un nigeriano. I miei genitori sono del Biafra. Mio padre ha combattuto durante la guerra del Biafra e poi è immigrato in Camerun dove sono nato. Attualmente sto lavorando per aiutare a restaurare la Nazione del Biafra. Sto aiutando i popoli indigeni del Biafra perché io stesso sono un biafrano.
 
Grazie per aver chiarito la questione “secessione”. Puo dirci alcuni elementi della storia del Biafra, della sua gente e delle relazioni con la Gran Bretagna e la Nigeria?
La storia del Biafra è molto semplice. Prima dell’arrivo degli europei, l’arrivo degli Inglesi in Nigeria per essere precisi, il Biafra era una nazione indipendente. Poi Frederick Lugard mise insieme Biafra, Oduduwa (Yoruba) e Arewa (Hausa) e ha formato la Nigeria odierna. Il Biafra comprende i seguenti stati: Rivers State, Cross River, Akwa Ibom, Ebonyi, Imo, Anambra, Abia, Enugu, Bayelsa, Delta, Efik, Ibibio, Annang, Ejagham, Eket, Ibeno e Ijaw.
Con questo lei vuole dire che il Biafra non è degli Igbo? Perché in Italia, quando parliamo di Biafra, pensiamo subito alle persone di origine Igbo.
No! Il Biafra non è soltanto degli Igbo. La stessa parola ‘Biafra’ è  un nome Ijaw. Il nome è stato dato da un uomo di origine Ijaw e non Igbo. Quando si guarda la mappa del 1885 del Biafra (Nigeria orientale) si ha: Abor, Aba, Owerri, Umuahia, Olu, Ikote, Ekpene, Uyo Eket, Calabar, Ogoja oji, River, Akwa, Oka, Onitsha, Innewi, Okigwe, Anan, Abakiliki, Yenegua, Warri, Asaba and Ugheli.
 
Il 30 maggio 2017 è stato il giorno della commemorazione del cinquantesimo anniversario dalla guerra e genocidio del Biafra. Perché dopo 50 anni dalla guerra civile stiamo ancora parlando di Biafra?
Come vi ho detto fin dall’inizio, Biafra è una Nazione che esiste all’ombra della Nigeria. In Nigeria ce la stessa situazone e motivi che hanno causato la guerra, cioè ingiustizie, discriminazioni, persecuzione e uccisioni brutali dei biafrani; io la chiamo pulizia e sterminio etnico. Ora abbiamo anche i pastori Fulani che uccidono i biafrani in Biafra. Uccidono anche i non-biafrani come nel Benue State. I biafrani sono discriminati sul lavoro, vengono continuamente uccisi dagli Hausa-Fulani e la polizia nigeriana e il governo non possono fare nulla. Le ingiustizie in Nigeria contro i popoli del Biafra sono così gravi che i biafrani non vedono alcun modo di sopravvivere e vogliono che il Biafra sia restaurato. Ecco perché dopo 50 anni stiamo ancora parlando del Biafra. Non siamo contenti sotto la Nigeria e chiediamo alla comunità internazionale di aiutarci. Nel 1914, quando ci fu l’unificazione della Nigeria, Frederick Lugard disse che dopo 100 anni dal 1914 la “fusione” della Nigeria poteva essere sciolta. Il contratto di unione di 100 anni è scaduto a gennaio 2014. Ora vogliamo la nostra libertà e il nostro paese, il Biafra.
Nnorom, molti analisti internazionali e organizzazioni per i diritti umani temono una nuova guerra civile. Hanno ragione di preoccuparsi?
Non devono preoccuparsi di una nuova guerra perché non ci sarà nessuna guerra. La guerra si è verificata solo perché la comunità internazionale ha consigliato la Nigeria in quel senso. La Nigeria sta ricevendo consigli da parte delle Nazioni Unite e del Regno Unito perché la Gran Bretagna appoggia la Nigeria come paese unico e indivisibile e questo è sbagliato. I biafriani stanno continuando in modo molto pacifico di cercare di stabilire una nazione e questa volta stanno lavorando con una “road map” che li porterà alle Nazioni Unite e verso un Referendum monitorato dall’ONU e altre nazioni. Non ci è stata data la possibilità di scegliere di stare in Nigeria nel 1914. Ora è il momento di darci quella scelta attraverso un referendum monitorato dalle Nazioni Unite. Se ci sarà qualche guerra sarà una guerra forzata contro i biafrani. I biafrani sono persone che amano la pace.
Che relazioni c’e tra il popolo del Biafra e i nigeriani?
 
I biafrani continuano a fare affari in Nigeria, ma quello che bisogna capire è che la gente nigeriana è un po strana in questa loro aggressività verso i biafrani. I biafrani dicono solo che non vogliono far parte di questo paese chiamato Nigeria. Abbiamo avuto la nostra nazione. Abbiamo dichiarato la nostra indipendenza nel 1960.
La Nigeria è uno Stato multietnico, come molti stati africani,  questa multietnicità viene riconosciuta politicamente? Ci sono leggi che proteggono le minoranze in Nigeria?
 
Secondo la tua prospettiva esterna Nigeria dovrebbe essere uno Stato multietnico. In Nigeria la multietnicità non può funzionare proprio come il modo in cui non si possono mescolare acqua e olio insieme. A causa delle discriminazioni e del razzismo contro i biafrani da parte dei nigeriani, specialmente nel nord, non c’è modo che la Nigeria possa essere un felice stato multietnico.  I Nigeriani non credono nella comunità multietnica. La Nigeria è un oggetto, una giungla. Ecco perché Nnamdi Kanu ed i suoi seguaci hanno deciso di chiamare la Nigeria uno Zoo. E con l’elezione di Muhammado Buhari tutto è peggiorato.
Voglio chiederti qualcosa visto hai citato Buhari, l’attuale Presidente della Nigeria. Quando Goodluck Jonathan era presidente della Nigeria, lui ha ignorato completamente la lotta per restaurare Biafra, ma perché con Buhari tutto è diverso? Pensi che Buhari ha contribuito a rendere più popolare la lotta del Biafra?
 
Bisogna capire che Jonathan non ha ignorato la lotta del Biafra. Nella vita la gente ha il proprio interesse e le proprie ambizioni. Penso che Jonathan non sapesse cosa fare perciò ha deciso di rimanere come ipresidente della Nigeria invece di aiutare il suo popolo, i biafrani; perché lui è  biafrano.
 
I media italiani e le ONG erano molto pro con la lotta del Biafra. Ci sono molti articoli provenienti dall’Italia e hanno aiutato con la consapevolezza del Biafra agli italiani. Ora però alcuni giornalisti e ONG in Italia non si fidano piu di IPOB sotto la guida di Nnamdi Kanu perché dopo diverse indagini hanno scoperto cose sul movimento, hanno detto che c’è troppo fanatismo malato e culto della personalità.  Quali sono le tue opinioni in merito?
Beh, quello che devi sapere è che IPOB non è sotto una leadership. Ci sono molti gruppi che combattono e lavorano per il restauro del Biafra. Nnamdi Kanu ha pilotato il nome IPOB. IPOB sta per popoli indigeni del Biafra. IPOB appartiene a tutti i cittadini del Biafra. Tutti dalla regione inferiore del Niger sono persone indigene. Ma ci sono persone che hanno ascoltato ciò che Nnamdi Kanu stava dicendo sulla Radio Biafra London (RBL) e credono che Nnamdi Kanu sta parlando per loro e dice le cose che loro non sono in grado di dire. E quando lo ascoltano alcuni di loro diventano pazzi, eccentrici e talmente felici da credere che lui sia loro. Nnamdi Kanu è solo una persona e per lui stesso definirsi leader “supremo” non va bene. Non esiste nessuno come il leader supremo nella nostra terra Biafra e cultura. I biafrani sono repubblicani. Nnamdi Kanu è di origine Igbo e anche in Igboland non c’è niente come il leader supremo. Magari Nnamdi Kanu uscendo dalla prigione di recente è forse stato toccato nel senso che il suo stato mentale in realtà non può essere conosciuto poiché lui consente alle persone di inchinarsi davanti a lui e chiamarlo “Re, Dio, Salvatore e Supremo”. All’interno di IPOB nessuno riconosce Kanu come un leader supremo. Abbiamo molti capi in IPOB. Il gruppo che coordina IPOB ora è conosciuto come DOS (Direzione dello Stato) e il capo del DOS è sig Uchenna Asiegbu. DOS è come il parlamento del Biafra. Poi abbiamo  Radio Biafra International (RBi) che è diversa da Radio Biafra London (RBL) di Nnamdi Kanu. Radio Biafra Londra (RBL) dove Nnamdi Kanu propagava è di proprietà di Nnamdi Kanu e Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Radio Biafra Londra (RBL) è un’attività privata il quale il 75% della quota di RBL appartiene a Nnamdi Kanu e il 35% appartiene al suo partner e vice Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Quella radio è un’attività privata di  Nnamdi Kanu e Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Nnamdi Kanu e Mefor e la loro Radio Biafra London (RBL) propagano bugie, notizie false, discorsi di odio e assassinio di personaggi anche su Facebook. L’unica radio dei biafrani che lavora per il restauro del Biafra ora è Radio Biafra International (RBi) perché i biafrani sono sparsi in tutto il mondo e per questo RBi li rappresenta tutti. In IPOB/DOS e RBi nessuno è un leader. I cittadini del Biafra sono uguali agli occhi di Dio, quindi non c’è niente come il leader supremo nella nostra lotta e in IPOB.
 
La ringrazio per aver messo un po di luci e chiarimenti sulla crisi in IPOB. Infine lo scopo del movimento pan-africano era quello di stabilire l’indipendenza tra le nazioni africane e promuovere l’unità tra tutti i popoli neri del mondo. Il movimento  è iniziato nel XIX secolo ma è stato rafforzato da diverse conferenze tenutesi a Londra tra il 1900 e il 1923. Cosa ne pensa del movimento pan-africano? Possono aiutare il vostro movimento?
Il pan-Africanismo non è mai stato forte ed ha sempre favorito e allargato i confini coloniali. Il Pan-fricanismo non ha mai combattuto per l’autodeterminazione dei popoli indigeni, quindi non vedo come possa aiutare a restaurare Biafra. A mio parere il movimento Pan-Africano è spesso controllato da maestri coloniali.
 

Sorgente: Pressenza – Biafra: Ace Nnorom fa il punto su indipendenza, IPOB e Nnamdi Kanu

Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Nonostante l’impegno preso con il TNP, l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari.

La scena della folla presa dal panico in piazza San Carlo a Torino, con drammatiche conseguenze, è emblematica della nostra situazione. La psicosi da attentato terroristico, diffusa ad arte dall’apparato politico-mediatico in base a un fenomeno reale (di cui si nascondono però le vere cause e finalità), ha fatto scattare in modo caotico l’istinto primordiale di sopravvivenza. Esso viene invece addormentato col black-out politico-mediatico, quando dovrebbe scattare in modo razionale di fronte a ciò che mette in pericolo la sopravvivenza dell’intera umanità: la corsa agli armamenti nucleari.

Di conseguenza la stragrande maggioranza degli italiani ignora che sta per svolgersi alle Nazioni Unite, dal 15 giugno al 7 luglio, la seconda fase dei negoziati per un trattato che proibisca le armi nucleari. La bozza della Convenzione sulle armi nucleari, redatta dopo la prima fase negoziale in marzo, stabilisce che ciascuno Stato parte si impegna a non produrre né possedere armi nucleari, né a trasferirle o riceverle direttamente o indirettamente.

L’apertura dei negoziati è stata decisa da una risoluzione dell’Assemblea generale votata nel dicembre 2016 da 113 paesi, con 35 contrari e 13 astenuti.

Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – hanno votato contro.

Hanno così espresso parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea.

Tra i paesi che hanno votato contro, sulla scia degli Stati uniti, c’è l’Italia. Il governo Gentiloni ha dichiarato, il 2 febbraio, che «la convocazione di una Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, costituisce un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare».

L’Italia, sostiene il governo, sta seguendo «un percorso graduale, realistico e concreto in grado di condurre a un processo di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile», basato sulla «piena applicazione del Trattato di non-proliferazione, pilastro del disarmo».

In che modo l’Italia applica il Tnp, ratificato nel 1975, lo dimostrano i fatti. Nonostante che esso impegni gli Stati militarmente non-nucleari a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente», l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari (almeno 50 bombe B-61 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), al cui uso vengono addestrati anche piloti italiani.

Dal 2020 sarà schierata in Italia la B61-12: una nuova arma da first strike nucleare, con la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando. Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, l’Italia, formalmente paese non-nucleare, verrà trasformata in prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia.

Che fare? Si deve imporre che l’Italia contribuisca al varo del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari e lo sottoscriva e, allo stesso tempo, pretendere che gli Stati uniti, in base al vigente Trattato di non-proliferazione, rimuovano qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12.

Per quasi tutto il «mondo politico», l’argomento è tabù. Se manca la coscienza politica, non resta che ricorrere all’istinto primordiale di sopravvivenza.

Articolo pubblicato su Il Manifesto del 6 giugno 2017

Sorgente: Pressenza – Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

Le organizzazioni pacifiste denunciano le proposte che cambiano faccia all’UE: il complesso militare-industriale è “in cammino” anche a Bruxelles.

Oggi la Commissione Europea ha diffuso a Bruxelles i dettagli riguardanti nuovi piani e decisioni che andranno a favorire l’industria degli armamenti, sgretolando i limiti del proprio mandato a riguardo delle questioni legate alla difesa. Ciò aprirà la strada a nuovi affari a favore di un complesso militare-industriale europeo già largamente influente sulle politiche nazionali.

Le organizzazioni e gli esperti delle organizzazioni pacifiste riunite nella rete ENAAT (European Network Against Arms Trade) alzano la propria voce per mettere l’opinione pubblica in guardia a riguardo di questo ulteriore tentativo della Commissione UE di banalizzare la produzione di armi ed estendere insidiosamente il proprio ambito di competenza sulla difesa: “Queste proposte non porteranno maggiore pace e sicurezza, ma sicuramente andranno ad incrementare i profitti dell’industria militare spingendo ulteriormente la corsa al riarmo globale” commenta Wendela de Vries dell’organizzazione olandese Stop Wapenhandel.

I nuovi fondi UE per l’industria bellica rendono più opachi gli ambiti di competenza della Commissione UE

La proposta legislativa della Commissione UE prevede in particolare di allocare a favore dell’industria a produzione militare 500 milioni di euro di fondi in più rispetto a quanto già previsto dal “Defence Action Plan” del Novembre 2016. Il denaro verrà recuperato da linee di bilancio non spese nel biennio 2019-20. “E’ particolarmente preoccupante che la politica della Commissione Europea ora si focalizzi nello spostare somme di denaro non spese sull’industria delle armi, piuttosto che tentare di migliorare i programmi di intervento già previsti” commenta Ann Feltham della campagna britannica CAAT. Parallelamente pochissimi fondi sono destinati ad ambiti cruciali per la Pace, come ad esempio il programma UE per i diritti umani o gli interventi per le prevenzione e risoluzione dei conflitti condotti da attori locali della società civile che ricevono solamente 6 milioni di euro all’anno dall’Unione.

Secondo le previsioni i fondi a disposizione delle aziende armate andranno addirittura ad aumentare dal 2021 con un contributo previsto di 1,5 miliardi di euro annui. Recenti documenti interni delle istituzioni europee hanno svelato come la Commissione Europea abbia tenuto decine di incontri con i rappresentanti delle industrie belliche: “Queste nuove proposte non sono nell’interesse dei cittadini europei – sottolinea Bram Vranken dell’organizzazione belga Vredesactie – ma solo a beneficio di un industria che sta fornendo la benzina per il fuoco dei conflitti armati in tutto il mondo”.

La Commissione propone eccezioni alle regole di austerità di bilancio per la spesa in armi

La bozza di proposta illustrata oggi a Bruxelles prevede inoltre che eventuali contributi volontari da parte degli Stati Membri a questo fondo UE siano considerati al di fuori del Patto di Stabilità imposto dall’Unione Europea ai propri Paesi. In altre parole tali fondi non sarebbero considerati nel conteggio del limite di debito al 3% (sul PIL) che tutte le Nazioni UE sono tenute a rispettare. “E’ davvero scioccante che mentre i cittadini europei stanno ancora pagando il prezzo delle misure di austerità nella propria vita quotidiana la spesa comunitaria in armamenti venga considerata investimento che merita un trattamento speciale e al contrario l’educazione, la salute, la spesa sociale, la difesa dell’ambiente solo dei pesi problematici” commenta Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo.

L’Unione Europea ha un ruolo critico nell’affrontare le maggiori sfide e i numerosi problemi dell’epoca attuale. Il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare e la crescente disuguaglianza su scala globale sono solo alcune tra le principali. Ma questi problemi non saranno mai risolti da un maggiore investimento in armamenti. Al contrario, una spesa militare sempre più alta significa in automatico meno denaro a disposizione per poter affrontare tali sfide in maniera sostenibile.

Una linea di azione guidata dall’industria senza una visione politiche che non produrrà alcun risparmio

Una politica di difesa non dovrebbe mai essere un obiettivo di per sé stessa, ma solo uno strumento a disposizione di una politica estera. “Finché mancherà una politica estera comune dell’Unione, qualsiasi difesa di dimensione europea sarà prematura. E le difficoltà sperimentate nel raggiungere un accordo anche solo su un punto basilare e minimale come quello di un centro di comando congiunto, a dieci anni dai Trattati di Lisbona, dimostra drammaticamente e ancora una volta l’assenza di volontà politica in tal senso, ed anche la mancanza di fiducia tra gli Stati Membri” sottolinea Laetitia Sedou dell’ufficio ENAAT di Bruxelles.

Senza una leadership politica, ciò che rimane è solo un piano di azione industriale. Il risultato pratico è una sere di proposte che vanno solamente a favorire le compagnie produttrici di armi e le loro opportunità di esportare armamenti sofisticati anche al di fuori dell’UE. Il tutto con fondi pubblici comunitari. “Non ci sarà alcun tipo di risparmio, nemmeno su questo aspetto – commenta Jordi Calvo Rufanges del Centre Delas – poiché i paesi UE membri della NATO si stanno indirizzando verso una crescita della propria spesa militare e il contributo dell’Unione sarà solo ulteriore aggiunta rispetto alla spesa nazionale. Oltretutto, quale Stato accetterà di vedere smantellato il proprio sistema di produzione armiero a vantaggio di quello del vicino?”

Questa nuova proposta della Commissione Europea sulle questioni della difesa non sarà solo un grande spreco di denaro pubblico, ma favorirà la crescita dell’instabilità globale senza contribuire in alcun modo a “difendere” l’Europa.

_________________________________

Ulteriori e più approfondite informazioni si possono trovare sul sito di Rete Disarmo > www.disarmo.org e nella sezione apposita del sito ENAAT > http://new.enaat.org/european-union/enaat-documents-and-interesting-links-related-to-the-eu

Su Facebook è attiva la campagna https://www.facebook.com/noEUmoney4arms

Reference ulteriori sulla questione

European military industry: EU, give us 3.5 billion euros for military research

http://www.euractiv.com/section/security/opinion/mon-eu-should-give-more-funds-to-peace-not-subsidise-the-arms-industry/?nl_ref=19904567

http://www.euractiv.com/section/global-europe/opinion/how-the-arms-industry-is-staging-a-european-coup/

http://www.euractiv.com/section/defence-policy/opinion/eu-defence-policy-ready-for-psychiatric-treatment/

La Rete europea ENAAT (The European Network Against Arms Trade) è stata fondata nel 1984 e coinvolge gruppi ed individui che vedono nell’incontrollato commercio di armamenti una minaccia per la pace, la sicurezza, lo sviluppo. La Rete è composta da 14 organismi, campagne, gruppi di ricerca nazionali di 13 Paesi europei differenti, e da 3 organizzazioni internazionali europee.

Sorgente: Pressenza – Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste

È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro

di Oleg Gromov
All’inizio dell’anno il quotidiano austriaco «Der Standard» ha pubblicato i risultati della ricerca dell’istituto austriaco WIFO sulle perdite economiche dei paesi Ue che nel 2014 hanno introdotto le sanzioni contro la Russia. Il committente della suddetta ricerca era il Ministero delle Finanze Austriaco. Nonostante il minuzioso lavoro degli esperti i risultati della ricerca sono passati inosservati dai mass-media Europei.  È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro.

 

«Der Standard» riporta che gli economisti di WIFO per la prima volta sono riusciti a separare le sanzioni dagli altri fattori, come ad esempio la diminuzione del prezzo del petrolio. L’articolo riporta i dati dei diversi paesi, in base ai quali risulta che più di tutti ha sofferto l’economia tedesca: le perdite del PIL ammontano a sei miliardi di euro, vale a dire 97 mila posti di lavoro. In base alle dimensioni del danno provocato dalle sanzioni al primo posto si colloca  Germania e la seguono cosi in ordine: Francia, Polonia, Italia e Repubblica Ceca. Ad esempio in Austria, paese che ha svolto la ricerca, le esportazioni in Russia per l’anno 2015 sono diminuite quasi del 40%, a confronto con l’anno precedente perdendo circa 550 milioni di euro e 7 mila posti di lavoro.

 

Gli esperti che hanno svolto la ricerca, si sono basati sui dati del 2015.  A seguito delle estensioni delle misure restrittive introdotte da UE, le relazioni economiche continuano drasticamente a diminuire.  I ricercatori di WIFO hanno previsto che i paesi UE avranno una perdita economica mensile di 3 miliardi di euro, vale a dire 45 mila posti di lavoro. Le preoccupazioni degli esperti non sono stati presi in considerazione dai leader di UE, a dicembre dello scorso anno l’applicazione delle sanzioni è stata prolungata fino al 31 luglio 2017.

 

Una ricerca simile è stata svolta anche in Francia e i suoi risultati sono impressionanti.  Gli esperti del centro analitico francese (CEPII) hanno valutato le perdite dei paesi che si trovano all’ovest del conflitto diplomatico con la Russia, prendendo in considerazione il periodo che va da dicembre del 2013 fino al mese di giugno 2015, e i numeri parlano chiaro, la perdita economica subita è di 60,2 miliardi di dollari, 82,2% dei quali non è legata ai prodotti agroalimentari, sull’import dei quali la Russia ha introdotto l’embargo perdendo così  10,7 miliardi di dollari e sulla vendita dei altri prodotti  49,5 miliardi di dollari. Ciò significa che una gran parte di esse è dovuta non all’embargo russo ma alle sanzioni introdotti dall’Occidente. L’analisi dei dati forniti dalle aziende francesi ha messo in evidenza che grazie alle sanzioni la probabilità dell’esportazione dei loro prodotti in Russia si è ridotta notevolmente. A CEPII ipotizzano che questo è legato all’aumento dei costi logistici e ai problemi con i finanziamenti delle operazioni economiche: grazie alle sanzioni il commercio con la Russia per le aziende occidentali è diventato più costoso.

 

Secondo i calcoli del centro di ricerca francese nel campo dell’economia internazionale 37 paesi hanno perso i profitti   per sostenere l’embargo commerciale contro la Russia per un totale costo totale di 60,2 miliardi di dollari. La Germania ha perso più di 832 milioni $ al mese,  qualcosa come il 27% di tutte le perdite, in termini di costi ha sofferto più degli altri paesi membri.

Altri grandi attori geopolitici hanno subito perdite minori: USA – 0,4%, Francia – 5,6%, Gran Bretagna – 4,1%.

La Germania dopo l’introduzione delle sanzioni contro la Russia annualmente perde più di 1 % del PIL. Questo dato è stato fornito dall’eurodeputato tedesco Marcus Pretzell durante una sua intervista, nella quale egli considerava una tale politica inaccettabile, perché va a danneggiare i propri interessi, a suo parere la revoca delle sanzioni contro la Russia doveva essere fatta già “ieri”. Il parlamentare tedesco ha sottolineato che la maggior parte dei vincoli economici e finanziari hanno colpito l’industria automobilistica tedesca, dal momento che proprio la Russia era il suo maggior esportatore.

 

Anche i leader politici tedeschi sono consapevoli che è inopportuno continuare questa guerra economica contro la Russia; come ad esempio il premier della Baviera Horst Seehofer, dal momento dell’introduzione delle sanzioni ha regolarmente visitato Mosca, dove ha avuto numerosi incontri con i leader russi per difendere gli interessi del business bavarese. Il capo della Sassonia Stanislav Tillich si schiera per “porre fine alle sanzioni economiche nei rapporti con la Russia” e spera che “il dialogo con la Russia si ripristina, e le questioni politiche dove ci sono le divergenze vengono ben presto chiariti”.

 

Anche se le ricerche svolte e i pensieri alternativi dei politici europei non hanno causato alcuna reazione dei mass-media nazionali.

 

La guerra sanzionatoria contro la Russia viene ancora considerata da alcuni paesi europei come necessaria. In questo contesto è esemplare la risposta data dai rappresentanti del Ministero dell’Economia e del Lavoro tedesco al giornalista di Deutsche Welle riguardante i risultati delle ricerche dell’istituto austriaco: “Noi non abbiamo rilevato questi dati, e le ricerche degli altri paesi non  possiamo commentare… noi non abbiamo effettuato questo tipo di studi … Non possiamo di sicuro valutare la qualità delle ricerche che riportano questi numeri che debbano essere trattati con molta cautela”.

 

Lo scorso novembre 5 esperti che si occupano delle questioni economiche tedesche hanno presentato alla cancelliera A. Merkel una relazione di cinquecento pagine sulla situazione economica con le proposte dell’abbassamento dei rischi in base alle prognosi di sviluppo per l’anno 2017. “Zeit der Veränderung” – il tempo dei cambiamenti è il nome dato alla relazione.  Tuttavia non c’è stato alcun cambiamento significativo nei rapporti con uno dei partner economici né tantomeno si prevede la regolamentazione dei rapporti con la Mosca.  Il direttore del centro di ricerca Professore Christoph Schmidt ha aggiunto, che gli esperti non hanno effettuato alcun rilevamento dei dati in prospettiva di cancellazione delle sanzioni, dato che essi “non possono produrre alcun cambiamento notevole all’economia né tanto meno modificare l’assetto generale”.

 

In questi tre anni, dopo aver perso migliaia di posti di lavoro e 6 miliardi di euro delle potenziali entrate, privarsi di un mercato di 140 miliardi per i tedeschi è una cosa da niente? Una dichiarazione del genere da parte degli illustri economisti può essere dovuta solo ai due fattori –  o non sono abbastanza preparati per il posto che occupano, oppure sono interessati a non rendere noti i dati reali prodotti dalle politiche sanzionatorie tedesche.

 

Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste – World Affairs – L’Antidiplomatico

Ma perché del missile lanciato da Israele sul Mediterraneo non interessa a nessuno?

Mentre il mondo guarda il dito (la Corea del Nord), Israele ha lanciato nella mattina di oggi un missile nelle acque del Mediterraneo. Lo riporta il principale quotidiano del paese ‘Haaretz‘. L’aviazione israeliana ha poi confermato attraverso le reti sociali, specificando che si tratta di un sistema di propulsione.

Testimoni riferiscono che il lancio sia partito dalla base di Palmachim, vicino la costa mediterránea, e che il missile ha  lasciato una scia visibile per diversi chilometri. Lo riporta Press TV.

Sugli obiettivi che abbiano mosso il regime di Tel Aviv ad effettuare questo lancio non ci sono al momento certezze, così come sull’esito del test. La propulsione a razzo è spesso progettata per il lancio di sistemi potenti come i satelliti e i missili balistici.  Allo stesso tempo, il sistema può essere utilizzato per la creazione di missili terra-terra o per i missili terra-aria come gli Arrow.

Notizia del: 29/05/2017

Amnesty International e il Venezuela: una lettera critica al portavoce italiano R. Noury

Signor Riccardo Noury,
Portavoce e responsabile della comunicazione di Amnesty International Italia

con grande rammarico e preoccupazione apprendiamo come la sua organizzazione sia tornata a prestare il fianco all’offensiva delle destre contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. In un nuovo rapporto intitolato ‘Ridotti al silenzio con la forza: detenzioni arbitrarie e motivate politicamente in Venezuela’, Amnesty accusa le autorità venezuelane «di aver intensificato la persecuzione e le punizioni nei confronti di chi la pensa diversamente, in un contesto di crisi politica in cui le proteste che si susseguono in tutto il paese hanno dato luogo a diverse morti e a centinaia di ferimenti e arresti».

Si tratta di una ricostruzione falsa, tendenziosa e che getta ulteriore benzina sul fuoco delle violenze provocate da chi cerca, per la terza volta (2002 e 2014 i precedenti), di esautorare un governo legittimo con la violenza e con il terrorismo sulle strade.

I dirigenti dell’opposizione venezuelana hanno innescato una spirale di odio ormai sfuggito anche al loro stesso controllo. Gruppi di violenti – fascisti e mercenari con un tariffario preciso perlopiù – applicano con un’organizzazione paramilitare omicidi (che poi i media trasformano in “morti per la brutale repressione del regime”), rapine e devastazioni, oltre a veri e propri atti di terrorismo contro ospedali infantili, linciaggi in piazza, blocco di strade e distruzioni di edifici pubblici.

Se la situazione non fosse così grave per il futuro del Venezuela, suonerebbero quasi comiche le parole di Erika Guevara Rosas, direttrice per le Americhe della sua organizzazione, che arriva a parlare di una «campagna diffamatoria sui mezzi d’informazione nei confronti di oppositori politici». Siamo oltre il farsesco.

Quale sarebbe, signor Noury, secondo Lei la reazione di un qualunque governo occidentale se i dirigenti dell’estrema destra del paese scendessero in piazza a coordinare le azioni dei violenti, spesso armati, come fatto da Freddy Guevara di Voluntad Popular? Il Partito estremista e violento di Gilbert Caro e Stelcy Escalona, che citate nel vostro rapporto. Il dirigente e la militante del partito guidato dal golpista Leopoldo Lopez, sono stati fermati di ritorno dalla Colombia e trovati in possesso di un fucile FAL calibro 7,62 mm, di proprietà della Forza Armata Nazionale Bolivariana con il numero di serie cancellato; un caricatore con 20 cartucce; 3 stecche di esplosivo C4. Ci sembra quanto meno arduo prendere le difese di chi viene trovato in possesso di un vero e proprio arsenale.

Quale sarebbe, signor Noury, secondo Lei la reazione di un qualunque governo occidentale se uno dei leader dell’estrema destra del paese in un’intervista alla BBC, certamente non un organo che può essere additato di simpatie con l’attuale governo venezuelano, invitasse testualmente l’esercito e la polizia del paese a compiere un colpo di stato non obbedendo più agli ordini dello Stato? E’ quello che ha fatto recentemente Julio Borges, altro leader della destra venezuelana.

Come nel caso di Honduras, Haiti, Paraguay e Brasile, in Venezuela è in corso un nuovo tentativo di “golpe morbido”. E i mezzi di comunicazione, purtroppo, si sono posti al servizio dei grandi interessi economici e politici, con l’intento di screditare il governo venenzuelano attraverso notizie false che servono a provocare il deterioramento generale del paese. “Quello che mi spaventa di più del Venezuela è l’opposizione, o una gran parte di essa. Credo che ci sia un clima di radicalizzazione che si è trasformata in irrazionale e che nel lungo periodo finisca per favorire la destra. Questo è molto pericoloso dato che c’è Trump negli Stati Uniti. Siamo ormai abituati alla retorica della difesa della democrazia, dei diritti umani, contro le armi di distruzione di massa. E dopo arriva sempre il terribile intervento armato degli Stati Uniti. Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all’interventismo. La radicalizzazione e quello che sta facendo Almagro nell’OSA è un pericolo, non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente”. Sono le parole illuminanti di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay.

Ecco, signor Noury, perché la sua organizzazione ha deciso di fare da “sponda all’interventismo”? Prevenire le guerre di aggressione, come le tante che l’Occidente ha condotto in questi decenni, è un modo sicuro per evitare oceani di dolore e il disfacimento di interi paesi, che poi costringe a moltiplicare le organizzazioni addette all’emergenza umanitaria, bellica e post-bellica. Per prevenire le guerre occorre anche combattere le menzogne che le favoriscono, perché creano il pretesto. Quando – e solo ogni tanto – le menzogne sono smascherate, è troppo tardi e un paese è già distrutto.

Le ripetiamo, signor Noury: perché la sua organizzazione ha deciso di fare da sponda all’interventismo contro il Venezuela aiutando a creare il “pretesto”? Dopo ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Siria… la sua organizzazione non ha già visto troppi morti e sofferenza nel mondo prodotti dalla furia cieca dell’ingerenza occidentale?

E, per concludere, Signor Noury, non provate rimorso nei confronti delle famiglie delle vittime riunite nel ‘Comitato vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuato’ che Lei, adducendo come motivazione la mancanza di tempo, ha rifiutato di incontrare l’anno scorso quando erano in visita in Italia? Sa signor Noury, quelle persone erano la testimonianza viva di quella violenza terrorista che oggi, come nel 2014, si ripete in Venezuela con gli stessi strumenti e protagonisti.

23 maggio 2017

Primi firmatari:

Adolfo Pérez Esquivel – Premio Nobel per la pace 1980. Carcerato e torturato dalla dittatura argentina.
Gianni Vattimo – Filosofo
Frei Betto – Teologo della liberazione brasiliano
Pino Cacucci – Scrittore
Gianni Minà – Giornalista e scrittore
Alessandra Riccio – Docente universitario e giornalista
Maïté Pinero – Giornalista 
Giorgio Cremaschi – Ex leader del sindacato Fiom 
Luciano Vasapollo – Docente universitario. Capitolo Italiano della Rete di Intellettuali in difesa dell’umanità

Adesioni:

Javier Couso – Europarlamentare 
Eleonora Forenza – Europarlamentare
João Pedro Stédile – Economista, Movimento dei Senza terra, Brasile 
Mariela Castro Espín, Direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale di Cuba (CENESEX), Cuba
Carlos Aznárez – Giornalista, Resumen Latinoamericano, Argentina
James Petras – Professore emerito di sociologia alla Binghamton University, Stati Uniti
Emir Sader – Professore emerito di sociologia, Brasile
John Pilger – Giornalista, Australia
François Houtart – Docente universitario, Teologo, Sociologo, Belgio
Juan Melchor Roman – Docente, direzione politica nazionale CNTE, Messico
Andre Vltchek – Scrittore e documentarista, Libano
Christopher Black – Avvocato di diritto penale internazionale, Canada
Peter Koening – Economista (ex Banca Mondiale), Svizzera
Anita Leocadia Prestes – Storica e Docente universitaria, Brasile
Rev. Raúl Suárez – Reverendo battista, Direttore del Centro Memoriale Martin Luther King Jr, Cuba
Ricardo Rodríguez – Scrittore, Spagna
Quim Boix – Segretario generale della UIS (Unión Internacional de Sindicatos) de Pensionistas y Jubilados (PyJ), Spagna 
Richard Moretto – Sindaco di Sautel, Francia
Sergio Medina – Fotografo, Cineasta, Svizzera
Céline Meneses – La France Insoumise
Pepe Escobar – Saggista, analista geopolitico, Brasile
Valerio Evangelisti – Scrittore
Luciano Andrés Valencia – Scrittore e storico, Spagna
Leonidas Vatikiotis – Giornalista, documentarista, Grecia
Duci Simonovic – Filosofo, Serbia
Juan José García Del Valle – Giornalista, Spagna
Lucy Rodriguez Gangura – Sociologa, Spagna
Guido Piccoli – Giornalista e scrittore, Italia
Ana Corbisier – Sociologa, Brasile
José Luis Livolti – El MCL,movimiento campesino liberacion, Argentina
Randy Alonso Falcón – Giornalista, direttore di Cubadebate e del programma televisivo Mesa Redonda, Cuba
Ida Garberi – Giornalista, Cubainformacion, Cuba
Carlo Amirante – Già professore di diritto costituzionale, Italia
Fabio Marcelli – Dirigente dei Giuristi democratici, Italia

Notizia del: 02/06/2017

Sorgente: Amnesty International e il Venezuela: una lettera critica al portavoce italiano R. Noury – Notizia del giorno – L’Antidiplomatico

Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nello Yemen

Sempre più devastanti gli effetti dell’aggressione saudita sostenuta dagli USA contro il paese più povero del mediterraneo orientale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF hanno lanciato l’allarme sulla grave situazione sanitaria nello Yemen, affetto da una terribile epidemia di colera.

Dalla fine di aprile, lo Yemen è immerso in una grave crisi umanitaria e sanitaria a causa della seconda epidemia di colera che colpisce il paese da meno di un anno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, circa 570 persone sono morte di colera, mentre il numero di potenziali pazienti è aumentato a 70.000.

Il portavoce dell’OMS, Tarik Jasarevic ha dichiarato che stanno cercando di aumentare la loro risposta all’epidemia con 150 mila vaccini per via endovenosa, una trentina di nuovi centri per il trattamento della diarrea e con 67 tonnellate di materiale medico.Inoltre, ha chiesto l’aiuto internazionale per affrontare questa emergenza.

Inoltre, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, UNICEF, ha avvertito che il colera si sta diffondendo in maniera incredibilmente veloce nello Yemen, e il dramma dei bambini sta diventando un disastro.

Secondo stime dell’OMS, milioni di yemeniti vivono in zone a rischio di trasmissione del colera, macerie e distruzione causata dai bombardamenti dell’Arabia Saudita, e il blocco totale imposto contro lo Yemen che impedisce l’arrivo di farmaci nel paese.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nella Yemen – World Affairs – L’Antidiplomatico

Comunicato di Marwan Barghouthi dopo la fine dello sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi

Marwan Barghouthi, leader palestinese imprigionato e membro del Comitato centrale di Fateh ha rilasciato una nuova dichiarazione pubblica, la sua prima dalla sospensione dello Sciopero per la Libertà e la Dignità. Questa la traduzione in inglese:

Prima dichiarazione del leader Marwan Barghouthi dopo il successo dello sciopero per la libertà e la dignità

In nome di Dio, misericordioso
Al nostro grande popolo, il popolo della lotta e del sacrificio
Al nostro popolo della rivoluzione e dell’Intifada
Ai figli delle nazioni arabe e musulmane
Ai popoli liberi della terra

Amici e amanti della pace e della giustizia ovunque. I prigionieri palestinesi nelle carceri e nelle celle sotterranee del nemico sionista hanno sostenuto uno sciopero della fame senza limiti dal 17 aprile alla sera del 28 maggio. In questo sciopero nazionale i prigionieri hanno portato avanti il più prolungato sciopero collettivo, un momento epico nella storia del movimento dei prigionieri nel corso di 50 anni.
Nonostante l’amministrazione carceraria abbia usato una repressione brutale e il terrore indiscriminato contro lo sciopero, in stile Gestapo, col trasferimento di tutti coloro che erano in sciopero dalle loro prigioni secondo modalità inedite e centinaia siano stati posti in isolamento, speciali unità repressive ( Matsada, Dror, e Yamaz) conducevano raid ed ispezioni durante tutti i 42 giorni di sciopero.
I carcerieri hanno proceduto al trasferimento dei prigionieri in sciopero in condizioni durissime e brutali nel tentativo di indebolire e fiaccare la loro determinazione, confiscando ogni loro bene personale, inclusa la biancheria. I prigionieri sono stati privati di tutto il materiale ad uso sanitario ed igienico, la loro vita è stata resa durissima e sono state diffuse vergognose falsità e bugie. Ciononostante la determinazione dei prigionieri è stata senza precedenti rispetto ad altre azioni condotte dal movimento dei prigionieri palestinesi e la repressione israeliana non è riuscito a spezzare la loro volontà. Di questo momento storico ed eroico, sono stato testimone, ed è con grande orgoglio, che saluto la grande fermezza di coloro che sono stati in sciopero della fame. E saluto con grande reverenza i martiri, le loro famiglie, e tutti coloro che si sono sollevati, sono stati feriti e incarcerati nel corso di questa battaglia per la libertà e dignità della Palestina.

Vorrei anche rendere omaggio al grande popolo della nostra pura Palestina, dal fiume al mare, e a coloro che sono in esilio e nella diaspora. Li ringrazio per il loro grande sostegno e per gli enormi sforzi che hanno sostenuto per la causa dei prigionieri e del loro sciopero, che ha riportato la causa palestinese alla ribalta del panorama politico internazionale. Allo stesso tempo, saluto i popoli arabi, islamici e amici del mondo per il livello di solidarietà e partecipazione con cui ci hanno sostenuto.

E saluto tutti coloro che hanno partecipato a campagne sui media locali e internazionali, nonché gli avvocati, il sindacato dei medici, il Ministero dell’istruzione, la società dei prigionieri palestinesi e la Commissione per gli affari dei prigionieri ed ex prigionieri, sottolineando che la battaglia per la libertà e la dignità della Palestina è parte integrante della lotta per la libertà, l’indipendenza, il ritorno, il rovesciamento del regime di apartheid in Palestina e la fine dell’occupazione.

Nonostante il governo del terrore che regge il regime di apartheid di Israele abbia attaccato lo sciopero della fame in un fallito e disperato tentativo di nascondere i suoi crimini, questo non ha intimidito e non ha rotto la loro volontà di ferro. Non sono riusciti a dissuaderci dal combattere questa battaglia con determinazione e convinzione, portando così avanti una saga epica ed eroica. I prigionieri sono stati in grado di raggiungere un certo numero di risultati sul piano umanitario, il primo dei quali è il ripristino della seconda visita mensile dei familiari, che era stata sospesa quasi un anno fa, così come sono riusciti ad affrontare problemi annosi riguardanti le condizioni della vita quotidiana, tra cui le condizioni delle donne detenute, dei bambini prigionieri, dei malati, il problema del “bosta” e dei trasferimenti, il problema della “mensa”, la possibilità di introdurre abbigliamento, nonché la formazione di un comitato di alti funzionari del servizio carcerario per proseguire il dialogo con i rappresentanti dei prigionieri nei prossimi giorni, per continuare a discutere tutte le questioni, nessuna esclusa.

Alla luce di questo e con l’avvento del mese sacro del Ramadan, abbiamo deciso di sospendere lo sciopero e di continuare in queste discussioni con il servizio carcerario, dopo avere però sottolineato che siamo pronti a riprendere lo sciopero se il servizio carcerario non rispetterà gli impegni presi coi prigionieri.

In questa occasione, porgo le mie più vive congratulazioni ai prigionieri eroici per la loro fermezza e per avere conseguito risultati di umanità e di giustizia, con un omaggio speciale ai detenuti del carcere di Nafha, che ha avuto un ruolo da protagonista per il successo di questo sciopero e il raggiungimento di questa grande vittoria. Rendo omaggio anche ai prigionieri che hanno scioperato nelle carceri del Negev, Ofer, nella infermeria della prigione di Ramla, di Ashkelon, Gilboa, Megiddo, Ramon e alle donne e bambini detenuti, infine ai prigionieri del carcere di Hadarim e a tutti coloro che hanno partecipato negli altri centri di detenzione e nelle altre carceri: io tengo le loro mani nelle mie e bacio la loro alta fronte.

Ancora, con la nuova unità e partecipazione che si sono espresse in questo sciopero nazionale, il più lungo e feroce nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi, si è determinato un punto di svolta nel rapporto tra i prigionieri e i meccanismi dell’amministrazione penitenziaria. D’ora in poi e dopo oggi, non permetteremo qualsiasi infrazione ai risultati raggiunti e ai nostri diritti. Di più, questa battaglia ci da la forza per ricostruire e unificare il movimento dei prigionieri nelle sue varie componenti, come preludio alla formazione di una leadership nazionale unificata nel prossimi mesi. E in preparazione della battaglia per ottenere il riconoscimento dei prigionieri rinchiusi nei sotterranei dell’occupazione israeliana come prigionieri di guerra e prigionieri della libertà, e per la piena applicazione della terza e della quarta convenzione di Ginevra.

Per il nostro grande popolo, mentre rinnovo il mio omaggio ai martiri della battaglia per la libertà e la dignità, invito il presidente palestinese Abu Mazen, la leadership dell’OLP e le varie fazioni islamiche e nazionali a compiere il loro dovere nazionale di lavorare per liberare e far guadagnare la libertà ai prigionieri. Ancora una volta, metto in guardia contro qualsiasi ripresa dei negoziati prima di richiedere la liberazione completa di tutti i prigionieri e detenuti. Esprimo il mio speciale ringraziamento a tutte le istituzioni e organi che lavorano per i prigionieri, soprattutto alla Commissione per i prigionieri, presieduta dal fratello di lotta Issa Qaraqe, alla Società dei prigionieri palestinesi e al fratello di lotta Qaddoura Fares, alla Alta Commissione per gli affari dei prigionieri, alla Campagna internazionale e popolare per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, condotta dall’avvocata e militante, la signora Fadwa Barghouthi.

Gloria ai nostri martiri virtuosi
Libertà ai prigionieri per la libertà
Viva la battaglia palestinese per la libertà e la dignità

Il vostro fratello, Marwan Barghouthi (Abu al-Qassam)
Prigione di Hadarim
Cella n. 28

 

thanks to: Samidoun

Forumpalestina

 

Dichiarazione di Ahmad Sa’adat sulla vittoria dello Sciopero dei prigionieri politici palestinesi

I prigionieri hanno fatto un nuovo epico passo grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i diritti loro spettanti devono essere conquistati e non supplicati.

Al popolo palestinese, alla nazione araba ed alle forze libere del mondo,

I prigionieri in sciopero hanno accresciuto la loro fermezza, volontà e determinazione, per ostacolare e resistere a tutti i tentativi di sconfiggere e reprimere lo Sciopero. Non è stata risparmiata alcuna oppressione nei confronti degli scioperanti cosa che ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri, attraverso politiche e misure repressive, in particolare attraverso i trasferimenti di carcere arbitrari praticati sino all’ultimo, così come i tentativi dell’occupante di diffondere menzogne e disinformazione. Gli eroici prigionieri hanno affrontato tutto ciò per 41 giorni con una volontà d’acciaio, facendo un nuovo epico passo contro l’occupante e scrivendo un nuovo, storico capitolo nella lotta del movimento di liberazione nazionale del nostro popolo.

Al nostro popolo palestinese,

Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è stretto intorno allo Sciopero, inclusi singoli ed istituzioni, movimenti nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. La vittoria è venuta attraverso il sostegno delle forze popolari di tutto il mondo arabo e con il sostegno di tutte le forze libere del mondo, compresi i movimenti e le organizzazioni popolari, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti per la giustizia sociale che combattono l’imperialismo e la globalizzazione, oltre al movimento del BDS internazionale, per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni. A tutti coloro che hanno partecipato alle iniziative di solidarietà con il nostro Sciopero aiutando a condurlo alla sua nobile conclusione, inviamo tutta la nostra stima e ringraziamento, in particolare nei confronti delle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri.

Alle masse palestinesi,

Anche se è troppo presto per stabilire una valutazione finale dei risultati dello Sciopero, in attesa della dichiarazione ufficiale della dirigenza, possiamo chiaramente affermare che l’incapacità dell’occupante di sconfiggere o limitare lo Sciopero è una vittoria per i detenuti e per la loro volontà e determinazione nel continuare la lotta. Questa vittoria ha importanti significati: in primo luogo, riafferma il fatto che i diritti possono essere conquistati senza mai elemosinarli e che la Resistenza è la leva principale per l’ottenimento di tutte le future conquiste del popolo palestinese nelle successive fasi della Rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri ed il clima di divisione non hanno impedito di giungere all’unità d’azione fra tutte le componenti nazionali ed islamiche, fintanto che la bussola della lotta resta puntata contro le principali contraddizioni dell’occupante. Il terzo, significativo punto sta nel fatto che la lotta non termina con lo Sciopero: al contrario, essa deve proseguire per rafforzarne, ampliarne e strutturarne le conquiste. Ciò è fondamentale per ricostruire ed unificare il movimento dei prigionieri palestinesi, espandendone il ruolo al fine di superare la frammentazione e la divisione, presentando al nostro popolo un corpo unico che persegua sinceri sforzi atti a far progredire la causa palestinese superando l’attuale crisi ed il suo quadro di divisione.

Alle masse palestinesi,

Ciò che le nostre forze politiche e fazioni palestinesi devono perseguire al fine di sostenere i prigionieri e rafforzare la loro determinazione è ristabilire l’unità nazionale, attraverso un cammino di avanzamento che si lasci alle spalle questa fase in cui ci si gira intorno all’infinito.

Ancora una volta, tutti i nostri ringraziamenti alle forze popolari palestinesi, arabe ed internazionali che hanno contribuito a rafforzare la determinazione dei prigionieri, sospingendo in avanti la loro lotta sino alla vittoria.

Gloria ai martiri, la vittoria è certa!

Ahmad Sa’adat
Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Carcere di Ramon, 28 maggio 2017

 

thanks to: PalestinaRossa

I prigionieri politici palestinesi dopo 40 giorni di digiuno riescono a strappare un accordo alle autorità israeliane

Comunicato Stampa Coordinamento a Sostegno dei Prigionieri Politici Palestinesi in Sciopero della Fame


Ci sono voluti quaranta giorni di sciopero della fame di 1500 prigionieri che giorno dopo giorno sono diventati 1800; ci sono volute centinaia di manifestazioni in tutta la Cisgiordania e a Gaza, prese di posizioni e attestazioni di solidarietà in tutto il mondo, un fermo intervento della croce rossa internazionale, persino la pressione negli ultimi giorni degli stessi servizi di sicurezza israeliani, preoccupati per le avvisaglie di una protesta di massa contro l’occupazione, per costringere il governo israeliano a lasciare che dirigenti del Servizio Carcerario Israeliano aprissero un negoziato con Marwan Barghouti ed altri leaders della protesta. La trattativa si è svolta nella prigione di Ashkelon con la partecipazione della Croce Rossa Internazionale. è durata 20 ore e si è conclusa con un accordo firmato da Issa Karake e Qadura Fares, esponenti dell’Autorità Nazionale Palestinese e responsabili per l’assistenza ai prigionieri.
dell’accordo ha dato immediatamente notizia con una propria dichiarazione la “Campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi” dalla quale si apprende che l’accordo prevede l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e la possibilità di accedere con gli apparecchi televisivi installati nelle celle ad un maggior numero di canali in modo da potersi informare meglio su quanto accade fuori dei penitenziari.
Si sottolinea inoltre come la determinazione dei prigionieri abbia prevalso sulla riottosità del Governo Israeliano che <aveva annunciato che non avrebbe negoziato in alcun modo con i prigionieri palestinesi e aveva cercato di rompere lo sciopero della fame con la forza, anche attraverso aggressioni e misure punitive contro i prigionieri e il leader dello sciopero della fame, l’isolamento e la minaccia di intervenire con l’alimentazione forzata>. Sottolinea infine che si tratta di <un passo importante verso il pieno rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi secondo quanto previsto dalle norme internazionali>.
Si tratta infatti di un passo importante. Ma solo di un primo risultato, sia perché dovrà verificarsi l’effettiva applicazione dell’accordo, sia perché i prigionieri continuano a restare rinchiusi nelle carceri israeliane, come continua l’occupazione della cisgiordania , gaza continua ad essere assediata, ed il popolo palestinese continua ad essere privato dei propri diritti.
Per tanto anche la lotta di liberazione deve continuare .
L’accordo conseguito dimostra per altro che la lotta non violente può aver successo, tanto più se condotta con saggezza, determinazione ed unendo tutte le forze, come è avvenuto con lo sciopero della fame dei prigionieri politici, che è stato sostenuto da tutte le forze politiche palestinesi e da tutta quanta la popolazione.
Il Coordinamento, nel manifestare sollievo per la sospensione dello sciopero, auspica che una pace giusta possa estendersi presto dalla Palestina a tutto il Medio Oriente ed invita i/le militanti a proseguire nella vigilanza e nel massimo impegno .

Roma 27 Maggio 2017
c/o Un Ponte per…. Piazza Vittorio 132 00185 Roma
coordinamentoprigionieri@gmail.com

<https://www.facebook.com/Coordinamento-a-sostegno-dei-prigionieri-palestinesi-in-sciopero-della-fame-437001423327587/?ref=page_internal>

Info 339 3310021 333 8312194

thanks to: Forumpalestina

La relazione di codipendenza tra USA e Israele

PIC. “Dobbiamo guardarci indietro di venticinque anni per realizzare quanto è diminuito il sostegno del mondo verso Israele”, scrisse il celebre studioso ebreo e sociologo dell’università di Harvard Nathan Glazer nel 1976.

Negli ultimi quarant’anni, da quando Glazer scrisse il suo articolo, scoperto e diffuso da Philip Weiss, la perdita di supporto globale di Israele è andata molto oltre. Il Paese, che una volta attraeva sia il capitalismo americano sia il socialismo dell’Unione Sovietica, è, sì, forte dal punto di vista militare, ma politicamente isolato dallo scenario internazionale.

La percezione fuorviante che Israele sia un “faro” tra le nazioni è svanita. Ancor peggio, l’ultima volta che questa frase è stata pronunciata a livello internazionale è stato ad opera di Geert Wilders, un politico danese populista di destra percepito da molti come razzista e islamofobico.

Inoltre, quanto più Israele si isola, quanto più cresce la sua dipendenza dagli Stati Uniti.

“Sostenere Israele non rientra negli interessi dell’America”, scrisse Weiss. “Infatti Israele rappresenta uno svantaggio strategico per gli USA. Questo fa dell’influenza degli ebrei d’America l’ultimo baluardo per la sopravvivenza di Israele”.

Sebbene i sionisti spesso parlino di un legame storico tra gli Stati Uniti e il popolo ebraico, niente può essere più lontano dalla verità.

Il 13 maggio 1939, ad una nave carica di centinaia di ebrei tedeschi fu proibito di raggiungere le coste statunitensi e fu rispedita in Europa.

Quello non fu un caso fortuito di politica estera. Tre mesi prima, nel febbraio 1939, i membri del Congresso avevano rigettato un progetto di legge che aveva lo scopo di permettere a 20.000 bambini ebrei di giungere negli USA dalla Germania al fine di sfuggire alla guerra e al possibile sterminio per mano nazista.

Non solo il Congresso respinse la proposta, ma anche da parte del pubblico non c’era alcun interesse nella questione, dal momento che, a quel tempo, fare entrare gli ebrei negli Stati Uniti era alquanto impopolare.

Andando velocemente avanti di otto decadi, le cose sono cambiate solo nominalmente.

Nonostante la maggior parte degli ebrei americani continuino a sostenere Israele, si oppongono all’amministrazione Trump, da loro giustamente percepita come pericolosa e ostile nei confronti di tutte le minoranze, ebrei inclusi.

Tuttavia, Israele non sembra farsi molti scrupoli con la nuova amministrazione. Al contrario, i più ardenti rappresentanti del movimento sionista israeliano apprezzano particolarmente la combriccola trumpiana composta dai suoi spregevoli politici.

Pochi giorni dopo la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, i sionisti americani si sono mossi velocemente per assicurare che gli interessi di Israele fossero salvaguardati in toto dalla nuova amministrazione.

L’Organizzazione Sionista in America non ha sprecato un minuto del suo tempo a fraternizzare con individui accusati di portare avanti programmi contro gli ebrei. Il gala annuale dell’organizzazione ha ospitato, il 20 novembre, nientemeno che Steve Bannon, leader della cosiddetta “al-right” o “destra alternativa” (estrema, ndr), altrimenti conosciuta come “supremazia bianca” negli USA.

Sotto questa leadership, Breitbart, noto esponente del movimento, ha alimentato l’antisemitismo (così come tutte le altre forme di razzismo), come hanno sostenuto Alex Amend e Jonathan Morgan in Alternet.

L’osservare i maggiori dirigenti israeliani e leader della comunità ebraica degli Stati Uniti ospitare – sempre  in maniera così entusiasta – Bannon al gala annuale dell’Organizzazione Sionista d’America risulta per alcuni sconcertante.

Tuttavia i legami di Bannon con i sionisti risalgono a molto tempo prima della sorprendente vittoria di Trump alle elezioni.

In un articolo intitolato “La rete di stranezze di Steve Bannon: incontro con i bizzarri miliardari che stanno dietro al capo stratega del presidente eletto”, Heather Digby Patron ha fatto i nomi di alcuni di questi miliardari. Questi includevano Sheldon Adelson, un miliardario di destra proprietario di un impero del gioco d’azzardo, che “è singolarmente interessato alla questione dello Stato di Israele”.

La relazione di Adelson con Bannon (e Trump) è di gran lunga precedente alla vittoria di Trump, e sembra curarsi poco del fatto che Bannon e la sua cricca siano visti da molti ebrei americani come spaventosi, razzisti, antisemiti e con agende minacciose.

Ad Adelson, tuttavia, poco importa dei veri razzisti. La sua ossessione di proteggere l’agenda militante sionista israeliana ha surclassato tutte le altre apparenti seccature.

Ad ogni modo, il magnate delle scommesse non rappresenta l’eccezione tra tutti i sionisti più potenti negli USA, e, nonostante la retorica ufficiale di Israele, il Paese non prende mai decisioni politiche basate sul bene pubblico della collettività ebraica.

Scrivendo su Mondoweiss, l’International Jewish Anti-Zionist Network ha spiegato: “Dagli zar russi ai nazisti, a Mussolini, all’impero coloniale britannico e alla Destra Cristiana – Sionisti Cristiani -, all’appoggio sionista a Trump, il rinomato e reazionario stratega politico, Steve Bannon, non è un’eccezione”.

Il commentatore israeliano Gideon Levy concorda.

In un articolo pubblicato da Haaretz il 21 novembre, Levy scrisse: “Quando l’amicizia con Israele è giudicata esclusivamente sulla base del sostegno dato all’Occupazione, allora Israele non ha amici se non i razzisti e i nazionalisti”.

Di conseguenza, non è una sorpresa che Adelson stia finanziando massicciamente ricche campagne e sfarzose conferenze per combattere l’influenza del movimento ‘Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni’ (BDS), sostenuto dalla società civile, mentre contemporaneamente complotta contro i palestinesi usando gli stessi elementi americani che considerano la parola ‘Ebreo’ una parolaccia nel proprio lessico sociale.

Mettendo al primo posto Israele e il movimento sionista, questi ricchi individui, potenti lobby politiche, centinaia di esperti, migliaia di reti in tutto il Paese e i loro alleati nella destra religiosa, sono ora i principali e più accaniti sostenitori di ogni questione concernente sia la politica estera statunitense nel Medio Oriente che gli interessi della sicurezza e della politica israeliana.

Senz’alcuna evidenza empirica, del resto, Israele insiste ancora sul legame tra gli interessi americani e il sostegno ad Israele.

Parlando dalla Casa Bianca il 15 febbraio, durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente Trump, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ringraziò cordialmente Trump per la sua ospitalità, poi pronunciò queste parole: “Israele non ha miglior alleato degli Stati Uniti. E io vi voglio assicurare che gli Stati Uniti non hanno miglior alleato di Israele”.

Ma era soltanto una mezza verità. Gli USA sono stati, infatti, valorosi sostenitori di Israele, offrendogli oltre 3,1 miliardi di dollari in assistenza finanziaria ogni anno negli ultimi decenni, una somma che è drasticamente salita a 3,8 miliardi di dollari durante la presidenza di Barack Obama. Unitamente a centinaia di milioni in più concessi loro sotto forma di altri aiuti finanziari, di assistenza militare e ‘prestiti’, tutti prevalentemente non tracciabili.

Il peso di Israele non è soltanto finanziario, bensì anche strategico.

 

Sin dalla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno lottato per raggiungere due principali obiettivi politici in quella zona del mondo: il controllo della regione e delle sue risorse, così come il sostegno dei suoi alleati, mantenendo, al contempo, un livello di ‘stabilità’ tale che gli Stati Uniti sono in grado di condurre i loro business senza alcun impedimento.

Nonostante tutto, Israele resta sul piede di guerra. Le guerre che Israele non poteva combattere da solo hanno richiesto l’intervento dell’America, come nel caso dell’Iraq. Il risultato è stato disastroso per la politica estera statunitense. Perfino i più incalliti uomini dell’esercito iniziarono a notare il cammino distruttivo scelto per difendere Israele.

 

A marzo 2010, il Generale David Petraeus, allora Capo dello United States Central Command, disse al Comitato delle Forze Armate del Senato, durante una deposizione, che Israele era diventata una peso per gli Stati Uniti e che rappresenta una sfida alla ‘sicurezza e alla stabilità’ che la sua nazione mirava a raggiungere.

Sebbene i recenti sondaggi abbiano mostrato che i giovani americani – specialmente tra i sostenitori del Partito Democratico e i giovani ebrei americani – stiano perdendo il loro entusiasmo per Israele e la sua ideologia sionista, la battaglia degli USA per rivendicare la propria politica estera e il senso della morale verso la Palestina e il Medio Oriente sembra essere lunga e ardua.

 

(Traduzione di Giusy Preziusi)

Sorgente: La relazione di codipendenza tra USA e Israele | Infopal

Israele stato terrorista

Ho sempre sostenuto il popolo ebraico; un popolo che ha sofferto l’Olocausto, la diaspora, le persecuzioni, la tortura e la morte, ma aveva dignità, resistette all’oppressione e combatté per i propri valori culturali, religiosi e unità del popolo.


Adolfo Perez Esquivel, Altercom – Luglio 2006
Ho sottolineato più volte, e ho aggiunto la mia voce a quella di molti altri in tutto il mondo, che  il popolo d’Israele ha il diritto di esistere; ma  gli stessi diritti oggi li ha il popolo palestinese oppresso e massacrato da parte dello Stato di Israele .
E’ doloroso dover sottolineare il comportamento aberrante che lo Stato di Israele sta tenendo contro il popolo palestinese – attaccare, distruggere, opprimere e massacrare la popolazione – le donne, i bambini, i giovani sono vittime di queste atrocità che non possiamo tacere e dobbiamo denunciare e rivendicare BASTA!

Il muro di Berlino è stato abbattuto, ma altri muri si innalzano come quello che Israele ha costruito per dividere il popolo palestinese. Credono che dia loro maggiore  sicurezza, al contrario crea  maggiore conflitto, dolore  la divisione.

Ma i muri più difficili da abbattere sono quelli che esistono nella mente e nel cuore, i muri dell’intolleranza e dell’odio. Attacchi, distruzione e morte a Gaza e in Libano e le persistenti minacce ad altri popoli hanno spinto lo Stato di Israele a diventare uno stato terrorista, che usa la tortura, attacchi contro la popolazione civile in cui le vittime sono donne e bambini. Per quanto tempo continuerà questa politica del terrore?

Sappiamo che non tutto il popolo d’Israele concorda con la politica di distruzione e di morte perseguita dal governo israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e col silenzio dei governi europei, complici dell’orrore scatenato in Medio Oriente. Ci sono coloro, sia all’interno di Israele che in Palestina, che vogliono il dialogo, la fine del conflitto e il rispetto per l’esistenza dei due popoli.

Questo è possibile se esiste  la volontà politica e dei popoli a farlo, con il sostegno della comunità internazionale.

Purtroppo le Nazioni Unite sono assenti, hanno perso il coraggio e la volontà di contribuire alla soluzione del confronto tra i due popoli, una situazione che mette seriamente in pericolo la pace nel mondo. L’ONU è stato asservito alle grandi potenze e usato per  rispondere ai loro interessi,  non ai bisogni dell’umanità. Una riforma profonda è necessaria per democratizzare le sue strutture e renderle più operative ed efficaci nell’interesse dei popoli.

Certamente ci sono attacchi e atti di violenza scatenata da settori del popolo palestinese per rivendicare i propri diritti. Non è con la violenza, che genera più violenza tra le parti, che si risolverà il conflitto. Mahatma Gandhi ha detto che applicando la regola  “occhio per occhio, finiremo tutti ciechi”.

I governanti di Israele stanno diventando ciechi e trascinando la gente nel baratro.

E’ necessario che la comunità internazionale reagisca per fermare la follia dei governi prima che sia troppo tardi. Però è più necessario che  israeliani e palestinesi reagiscano e capiscano che non possono continuare a uccidersi a vicenda.

I responsabili della barbarie devono fermare la follia in cui si trovano senza via d’uscita. Dovrebbero farlo per il bene delle persone e dell’umanità.

Messaggio di solidarietà con i prigionieri palestinesi lanciato dal Premio Nobel per la Pace e ex prigioniero politico.
trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.voltairenet.org/article141960.html

Sorgente: Israele stato terrorista – Invictapalestina

La “democrazia” che odia i giornalisti.

Roma 8 maggio 2017 – Zeinab

Si sente spesso parlare della libertà di stampa limitata in paesi come, ad esempio, la Turchia e l’Egitto. Per questo molti giornalisti sono rinchiusi nelle carceri con un solo capo di accusa: svolgere il loro lavoro.

 

Le truppe israeliane arrestano un giornalista palestinese durante una protesta nei pressi di Adei Ad in the West Bank. (Photo: Oren Ziv, Activestills.org, file)

Eppure, all’indignazione mondiale si accompagna una indifferenza totale nei confronti di quei giornalisti rinchiusi nelle carceri dell’”unica democrazia in Medio Oriente”, quindi non turchi e ne egiziani. Secondo i dati del Ministero dell’Informazione Palestinese, i giornalisti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliani – a volte anche grazie alla complicità della polizia palestinese dell’ANP – sono 28.

Come gli altri prigionieri palestinesi, i giornalisti ricevono trattamenti al limite della disumanità, e per questo sono violati i più elementari diritti umani come da Convenzione ONU. Durante i reportage, quindi mentre documentano l’occupazione in Palestina, si vedono più volte spaccare la videocamera, essere strattonati, presi a calci e pugni e portati in prigione.

Fayha Shalash, moglie di Muhammad al-Qiq, mostra un poster con suo marito durante una manifestazione a Hebron, 20 February  2017 –  Photo by Wisam Hashlamoun

Mohammad al-Qiq  sa bene cosa vuol dire essere un giornalista detenuto nelle carceri israeliane: simbolo per i suoi colleghi, al-Qiq è in sciopero della fame dal 6 febbraio ed è stato nuovamente condannato dall’autorità militare israeliana a 3 anni di prigione senza capo di accusa.

Magdalena Mughrabi, direttrice e deputata di Amnesty International in Medio Oriente e Nord Africa, ha affermato che “le detenzioni amministrative usate per incarcerare i Palestinesi senza capi di accusa o processi sono abusive e arbitrarie”.

Ad unirsi alla voce di Mughrabi è il Parlamento Europeo con la risoluzione del 27 agosto 2008 sulla situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane punti 9-a-b-c. Si dovrebbe auspicare che l’”unica democrazia in Medio Oriente” si comporti da tale.

Si dovrebbe auspicare che i giornalisti, in qualsiasi parte del mondo, possano svolgere il loro lavoro senza essere imprigionati, soprattutto se documentano le sofferenze di un intero popolo, perché, citando Fabrizio Moro, “la libertà è sacra come il pane”.

 

 

Foto di copertina: Messico 2011 https://www.middleeastmonitor.com/20150707-almost-100-violations-against-palestinian-journalists-rights-so-far-in-2015/

Sorgente: La “democrazia” che odia i giornalisti. – Invictapalestina

Il governo israeliano stacca la spina alla radiotelevisione pubblica

Martedì sera, Netanyahu ha tolto l’audio del canale televisivo e della radio di stato. Saranno sostituiti lunedì prossimo da antenne che non diffonderanno informazioni.

 

di Nissim Behar, 10 maggio 2017

FOTO -Le ultime immagini del telegiornale “Mabat”, martedì sera, prima che il canale smettesse di trasmettere. Capture Channel 1

 

Senza alcun preavviso, nella notte di martedì, il primo canale della televisione pubblica israeliana, l’equivalente di France 2, ha definitivamente smesso di trasmettere. In lacrime, Geula Cohen, la conduttrice di Mabat (il telegiornale delle 20), ha letto il comunicato stampa ufficiale per informare i telespettatori che non avrebbero più visto le vecchie clip alla fine del suo programma. Nel frattempo, Kol Israel, la France Inter dello stato ebreaico, ha annunciato che i suoi programmi sarebbero terminati il giorno dopo e che la radio pubblica non avrebbe più trasmesso altro che musica, intervallata da un breve notiziario ogni ora.
E’ così, in un modo inaspettato e violento, che si sono spente le voci della Rechout Hachidour, radiotelevisione pubblica israeliana, di cui Benyamin Netanyahu e i suoi ministri volevano la pelle. “Per riformarla”, secondo il loro entourage. “Perché la trovavano irriverente, incisiva e testarda,” replicano i sindacati dei giornalisti. Al posto dell’istituzione defunta apparirà una nuova struttura destinata ad andare in onda da lunedì. Ma questa stazione radiofonica e il canale televisivo non trasmetteranno informazioni. Saranno gestiti da un nuovo organismo dai contorni molto confusi. Tutto quello che è dato sapere è che il governo vi avrà dei rappresentanti. Nel centro di Tel Aviv, vicino al quartier generale dell’esercito e del centro commerciale Sarona, si potevano incrociare mercoledì pomeriggio ex tecnici e conduttori della Rechout Hachidour in stato di shock. Alcuni andavano avanti e indietro per i giardini pubblici, altri sedevano davanti a un caffè già freddo.

“Lebbrosi”

“Chiamata in un primo tempo Kol Gerusalemme – ” La voce di Gerusalemme ” -Radio Israele esisteva da ottantun’anni. Quanto alla televisione, trasmetteva da quarantanove anni. Con tutte le loro imperfezioni, questi media hanno sempre rappresentato la democrazia israeliana. Temo per il futuro, dice Dalia Yairi, pensionata della radio. Quando entrai a Kol Israël, avevamo l’ambizione di fare la BBC del Vicino Oriente. Quello che sta accadendo ora fa male. Mi sarebbe piaciuto che i miei colleghi potessero separarsi con dignità dal loro pubblico, ma lasciano la scena come lebbrosi, prova del disprezzo del potere nei loro confronti”.
Se Netanyahu ha pubblicato una dichiarazione con cui deplora la brutalità impiegata nel porre fine alla Rechout Hachidour, il primo ministro non nasconde però l’avversione che gli ispirano i giornalisti in generale e i programmi di inchiesta in particolare.

Quanto al ministro della Cultura, Miri Regev (Likud), si è pronunciata a favore del controllo della radiotelevisione pubblica da parte del potere nel corso di un incontro organizzato dal suo partito. Una linea vicina a quella del deputato David Bitan, coordinatore dei partiti di maggioranza nella Knesset, per il quale “i giornalisti godono di troppe libertà nel paese.”
“Quindi non è solo il nostro destino personale ad essere messo in gioco in questa vicenda, ma quello del futuro della libertà di espressione, si lascia andare Keren Neubach, conduttrice di un programma del mattino della radio che affronta i problemi sociali dello stato ebraico. Ci vogliono trasformare in portavoce del potere, in microfoni o pappagalli. Dovremo essere forti per resistere a quello che ci aspetta.”

“Kommissar”

In passivo e mal gestita, la Rechout Hachidour probabilmente avrebbe dovuto essere riformata da tempo. A partire dagli anni ’80, commissioni sono state create per studiare il suo futuro, ma le loro conclusioni sono sempre rimaste senza risposta. Questo è il motivo per cui Netanyahu aveva deciso di scioglierla nel 2013 e creare il Taagid. Prima di cambiare idea, stimando che era necessario salvare la prima ed eliminare il secondo … perché i suoi dirigenti erano meno favorevoli al potere di quanto lui immaginasse. In definitiva, è un mix delle due strutture che andrà in onda da lunedì. Ma con la metà del personale e l’ombra del governo che incombe sui programmi d’informazione.
Questa nuova configurazione preoccupa anche il presidente dello stato ebraico, Reuven Rivlin, che, ai microfoni di Kol Israel, ha messo in guardia l’opinione pubblica dall’influenza dei Kommissar, espressione ebraica che significa “commissario politico”. Ma la sua voce non riesce a competere con la volontà del governo e con la Knesset, in cui i partiti di maggioranza sostengono completamente la riforma. Mercoledì scorso, i deputati si sono apprestati ad approvare questo nuovo statuto di radiodiffusione pubblica con un voto programmato di notte.
Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
Fonte: http://www.liberation.fr/planete/2017/05/10/le-gouvernement-israelien-debranche-la-radiotelevision-publique_1568709

Sorgente: Il governo israeliano stacca la spina alla radiotelevisione pubblica – Invictapalestina

Cinquanta anni dopo la “Guerra dei Sei Giorni”. L’occupazione militare della Palestina

di Michele Giorgio

Dal 1 giugno nelle librerie di tutta Italia è arrivato “Cinquant’anni dopo. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei Due Stati” (Editrice Alegre), il libro che ho scritto assieme alla collega e amica Chiara Cruciati, giornalista di talento alla quale auguro le migliori fortune professionali. Intrecciando giornalismo e ricerca storica, raccontiamo la genesi dell’occupazione militare israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e descriviamo le sue manifestazioni attuali sul terreno, 50 anni dopo quella che è passata alla storia come la Guerra dei sei giorni.
Più di tutto cerchiamo di portare all’attenzione un punto centrale: lo status quo sta aggravando separazione e discriminazione tra israeliani e palestinesi e il silenzio e l’indifferenza della comunità internazionale e del mondo arabo alimentano un conflitto che si trascina da decenni. Il popolo palestinese non ha ancora raggiunto la piena autodeterminazione e resta sotto occupazione.
Abbiamo dedicato questo libro alla memoria di Stefano Chiarini, Vittorio Arrigoni e Maurizio Musolino. Un grazie speciale al collega Roberto Prinzi, l’analista che ha scritto la prefazione del libro, e al grande fotografo Tano D’amico che ci ha donato due bellissime foto.

Sorgente: 4-6-17_50Anni-Dopo

Gaza in crisi: settore sanitario in pericolo

Imemc. Domenica Basem Naeem, presidente del settore ambientale e sanitario nel comitato amministrativo di Gaza, ha dichiarato che il divieto d’entrata di medicinali e di latte per i bambini, i tagli ai salari del personale medico, insieme ai tagli al carburante e all’energia, hanno provocato la crisi del settore sanitario.

Naeem ha informato il Consiglio legislativo palestinese circa le drammatiche condizioni che si stanno sviluppando, aggiungendo che ritiene l’occupazione pienamente responsabile.

 

Secondo l’agenzia news Al Ray Palestinian, Naeem ha evidenziato che questa e altri crisi sono dovute all’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza.

 

Ha inoltre sottolineato che, come riportato dal ministero della Salute di Ramallah, oltre 175 tipi di medicine sono finiti.

 

Il presidente del comitato della sanità dell’OLP ha espresso grave preoccupazione per quanto riguarda la crisi sanitaria, affermando che per risolverla è necessaria la cooperazione.

 

Traduzione di F.G.

© Agenzia stampa Infopal

Sorgente: Gaza in crisi: settore sanitario in pericolo | Infopal

Teva China API plant smacked by FDA warning letter, adding to drugmaker’s burdens

The FDA has nailed another Teva manufacturing facility with a warning letter, this time for an API facility in China.

The Israel-based drugmaker in a short SEC filing said the letter had been issued April 10, following an inspection of the facility in September that found issues with the plant’s manufacturing control and sampling processes.

Teva said it is already taking steps to deal with the FDA concerns “as well as the underlying causes of those concerns.” It said it will provide the FDA a full response by May 1.

Later in the day, a Teva spokeswoman responded by email, repeating the language of the public filing but adding that, “As a matter of practice, Teva manufactures according to the highest quality and compliance standards.” She said no supply interruptions are anticipated as a result of the warning letter.

We do not anticipate any disruption in the supply of products to patients.

This is Teva’s second warning letter in the last six months. In October, the FDA cited a Teva sterile injectables plant in Hungary, noting significant sterility concerns. The agency had earlier banned the plant from shipping any more products to the United States.

The newest citation adds to the burdens of the floundering company, which recently jettisoned its CEO and is reportedly looking at cutting as many as 6,000 jobs after Passover ends next week. It has been trying to significantly squeeze its costs following its $40.5 billion buyout of Allergan’s generic drug business last year.

Sorgente: Teva China API plant smacked by FDA warning letter, adding to drugmaker’s burdens | FiercePharma

Teva woes keep piling up with another investigation for bribery

Teva

Teva is reportedly under investigation by police in Israel for bribing foreign officials.

When it rains it pours, and Teva is experiencing a flood of bad news of near biblical proportions. The same day that the company showed CEO Erez Vigodman the door, the drugmaker was said to be under investigation by Israeli police for bribing foreign officials in an investigation that mirrors charges it recently settled with U.S. authorities.

The company acknowledged to Haaretz that Israeli police are conducting a bribery investigation similar to the U.S. probe. Sources told Haaretz it centered on Teva paying hundreds of millions of dollars in bribes to foreign officials and then creating falsified documents to hide the payments.

That U.S. case concerned issues that had occurred between 2007 and 2013 in Russia, Mexico and Ukraine. The company agreed in December to pay nearly $520 million to the U.S. Department of Justice and Securities and Exchange Commission to resolve the violations of the Foreign Corrupt Practices Act. The criminal fine to the DOJ totaled more than $283 million, while Teva ponied up $236 million to the SEC.

The latest disclosure is among a mounting list of problems that has embroiled the company and cost Vigodman his job just 18 months after announcing its $40.5 billion deal for Allergan’s generics unit that many thought would be the big turnaround for the company. The problems started with the fact that it took Teva so long to close the Allergan deal that some investors had lost faith in its upside.

Just months after finally getting it closed last August, generics CEO Siggi Olafsson—a cheerleader for the deal—unexpectedly said he was leaving, spooking investors since he was considered essential to making it work. On top of that a tough pricing environment for the generics industry has left questions in investors minds about how Teva will untangle the mess.

As if in answer, the company told them in January the company was going to have to trim its sales guidance for 2017 by more than $1 billion.

Now with the company’s stock price down more than 50% from its August 2015 highs, Vigodman is out and Chairman Yitzhak Peterburg will handle the day-to-day CEO duties while a permanent replacement is sought. Director and Celgene vet Sol Barer will serve as chairman.

On Tuesday, though, one analyst saw something to like in the whole mess. Credit Suisse analyst Vamil Divan told investors in a note that the change at the top may allow for a fresh start.

“We believe the changes underscore the difficulties Teva has faced over the past 18 months and may be well received as investors look for fresh faces to lead a potential turnaround at the company,” Divan wrote.

Divan has some specific issues that he expects management to answer next week when Teva reports earnings. He wants to see if even the revised earnings projections will be walked back further in light of a court ruling late last month that tossed out four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars at risk. The analyst wants to know what this is going to do to Teva’s ability to pay down debt and what it will mean for the company’s dividend.

As he sees it, “It will be imperative for TEVA to bring in a CEO who understands the intricacies of the generics business but who can also work to bolster a specialty pharma business,” Divan wrote to clients.

thanks to: FiercePharma

Struggling Teva said to plan thousands of job cuts as it hunts for CEO

Teva

Changes are afoot at foundering Teva—and they include job cuts and a recruitment freeze.

Local media reports said Thursday that the Tel Aviv, Israel-based generics giant is looking at cutting up to 6,000 jobs. A company spokeswoman confirmed plans to reduce costs, but said Teva “does not have a headcount target” because the number of job cuts would depend on the “right-sizing of each individual area of our business.”

“As the company previously stated, we are looking to reduce costs in our business in every area, including, among other things, ending unprofitable activities and streamlining some activities and functions throughout the organization,” spokeswoman Denise Bradley said via email.

Israeli newspaper Calcalist had reported that the company already laid off 100 workers and was planning to pink-slip between 5,000 to 6,000 worldwide beginning after Passover in mid-April. In a statement seen by Reuters, Teva said it would be “freezing recruitment” and allowing attrition to reduce employment numbers.

The moves follow a vow from interim CEO Yitzhak Peterburg to “do what it takes” to protect the struggling company’s revenue guidance, “including additional cost reduction if necessary.” The expected revenue range of $23.8 billion to $24.5 billion has already been walked back once—by more than $1 billion—thanks, in part, to a massive slowdown in new product revenue.

Peterburg, who took the helm after former skipper Erez Vigodman’s abrupt February departure, has also pledged a review of Teva’s businesses, prompting split-up speculation from slim down-happy analysts.

“We will leave no stone unturned,” he told investors on a recent conference call, noting that “we are here to fix what is not working.”

These days at Teva, that’s a lot. The company has been suffering from pricing pressure that’s pummeled the generics industry across the board, but it has some unique problems, too.

For one, shareholders have maligned its recent dealmaking efforts—including an arguably too-expensive pickup of Allergan’s generics unit and a Mexican generics buy that went very, very sour. For another, the company has billions in sales at stake if copies of leading multiple sclerosis med Copaxone hit, and a judge’s January tossing of four key patents on the med only improved the likelihood of that scenario.

Those issues and others have taken a heavy toll on the company’s stock, which has sunk by more than 70% in the last 12 months.

The company said that any job cuts would be decided in concert with its workers.

“These processes are conducted through a continuous open dialogue with the employees,” a spokesperson said in a statement, noting that “this will be the practice” even in its home country of Israel, where workers in the past have promised to strike if layoffs hit.

thanks to: FiercePharma

Teva CEO Vigodman exits, piling uncertainty onto the struggling drugmaker

Teva

Teva CEO Erez Vigodman is stepping down, and company chairman Yitzhak Peterburg will take over as interim chief.

So long, Erez Vigodman. After a brutal 2016 and start to 2017 for Teva, the company’s CEO is stepping down.

The move, announced late Monday, comes as the result of a “mutual agreement” between Vigodman and Teva’s board, the drugmaker said. Teva Chairman Yitzhak Peterburg will take up the reins as interim CEO while Teva works with a search firm to tap a permanent replacement. Director and Celgene vet Sol Barer will serve as chairman.

Vigodman’s departure follows several months of turmoil at the Israeli pharma. Last year, it faced lengthy delays to its $40.5 billion pickup of Allergan’s generics unit, which investors weren’t all that keen on by the time it actually closed. Then, Teva’s buy of Mexico’s Rimsa went so awry that Rimsa’s founders sued the company. In December, generics CEO Siggi Olafsson—a big supporter of the Allergan deal—unexpectedly hit the road. A tough pricing environment for the generics industry was the icing on the cake.

And so far, 2017 hasn’t been much kinder. In January, Teva walked back its 2017 sales guidance by more than $1 billion, citing launches that hadn’t gone as planned. Inherited pay-for-delay penalties have taken their toll, and late last month, a court tossed out four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone to put billions of dollars at risk.

While investors haven’t enjoyed the roller coaster—in October, shares hit a two-year low, and they’ve only gone south from there—“we believe that more investors will be uneasy with the uncertainty of an unexpected and abrupt CEO departure,” Wells Fargo analyst David Maris wrote in a Monday note to clients.

Evercore ISI analyst Umer Raffat has already heard feedback to that effect. “On average, investor reaction has been neutral to slightly negative,” he wrote in his own note Tuesday morning.

One influential shareholder who may not be too torn up over the change: Activist Benny Landa, who has lobbied for years for more pharma experience on Teva’s board.

“What was obvious to me in the past is now clear: the most suitable CEO is someone with a strong background in global pharma—ideally, a person who has managed a pharma company or was in a very senior position in a pharma company,” he told Israeli newspaper Globes.

But seasoned vets aren’t all Landa wants to see at the Petah Tikva-based company. The way he sees it, splitting Teva into two companies—one focused on generics, one on specialty meds—would ensure that “each company gets its fair share of the debt and cash in order to give each company its chance to take off.”

“Teva has recently focused on generics to the extent that it lost direction, and didn’t realize that it should invest in the innovative field for the sake of its future,” he said. “These are actually two sectors with almost no connection between them.”

thanks to: FiercePharma

Teva recalls 500,000 units of diabetes drug manufactured by Patheon

 

Teva

Teva has recalled 12 lots of Watson brand Glipizide manufactured by Patheon that didn’t meet specs for dissolution.

It is not as if Israeli drugmaker Teva didn’t already have enough on its plate, what with its CEO having been shown the door, a court overturning patents to its key moneymaker and investors getting restive. On top of that, it is having to recall nearly half a million units of a Type 2 diabetes drug that it picked up in its Actavis buyout.

The drugmaker is recalling 12 lots, comprising 499,320 units of 2.5-mg extended-release tablets of Glipizide, an oral rapid-and short-acting treatment for Type 2 diabetes. The problem is that the product missed dissolution specs at the 10-month testing period. As its letter to retailers points out, that could be a problem for people with diabetes because if the active ingredient is released too quickly then their blood sugars may rise.

The voluntary nationwide recall began Jan. 30. The drug is manufactured under the Watson Laboratories brand. It is actually made in a plant in Cincinnati, OH by contractor Patheon.

The drug is one Teva got in its $40.5 billion buyout of Actavis, the generics business of Allergan. That deal and the debt laid on top of Teva were among the brewing issues that led to Erez Vigodman’s departure this month. Vigodman’s exit came after months of turmoil at the Israeli pharma.

Last year, it faced lengthy delays to its $40.5 billion pickup of Allergan’s generics unit. Between that and a tough pricing environment in the U.S., by the time the deal closed, investors weren’t as revved up by it. Then in December, generics CEO Siggi Olafsson—a big supporter of the Allergan deal—unexpectedly left.

All of this leaves Teva looking for a new CEO and pondering its future, with some analysts wondering if it is time for the company to split itself apart. That is a possibility that might be made more difficult after a court recently upturned four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars of revenue at risk.

thanks to: FiercePharma

 

Teva faces billions in lost sales as court tosses four long-acting Copaxone patents

 

Copaxone

A U.S. Court has upturned four patents covering Teva’s long-acting version of MS star Copaxone.

It’s déjà vu for Teva Pharmaceutical in a bad, bad way.

Late Monday, the Israeli drugmaker confirmed that the U.S. District Court for the District of Delaware had upturned four of its patents on the long-acting version of multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars in revenue at risk.

It’s not an opening of the floodgates for generics makers, who have “several steps still to go” before they can challenge the MS behemoth, as Credit Suisse analyst Vamil Divan put it in a note to clients. Teva CEO Erez Vigodman, for his part, said in a statement that his company “would move forward with an immediate appeal,” and Divan expects the company to request a preliminary injunction preventing any generics from launching until the legal process surrounding all of Teva’s Copaxone IP is completely wrapped up.

Teva has sued its wannabe rivals on a fifth and sixth patent, too, and an inter partes review appeal is underway at the U.S. Patent and Trademark Office. And of course, if knockoffs are to roll out, they’ll need to win the FDA’s green light first.

Still, Divan doesn’t think it’ll be long before copycats show up. He expects a Novartis/Momenta Pharmaceuticals partnership “and potentially one other competitor to launch later this year and lead to pricing pressure on the brand,” the analyst wrote.

The Petah Tikva-based company has been here before. Back in 2013, a court upturned its patents on the original, 20 mg formulation of its star med, but Teva managed to convert most of its patients to the new-and-improved version before generics hit.

Now, though? There will be no backup med to turn to if Teva’s IP shield is struck down.

That’s not a good prospect for a company whose sales are already struggling. Earlier this month, Teva walked down its 2017 guidance by more than $1 billion after new 2016 launches failed to pan out. It now predicts a top-line haul of between $23.8 billion and $24.5 billion for the year, but some analysts—including Bernstein’s Ronny Gal—have found that figure hard to swallow.

It’s “a tough picture,” Gal wrote in early January.

thanks to: FiercePharma

 

Teva wraps up Cipro pay-for-delay suit inherited with Barr buy

 

by Eric Sagonowsky |

 

Teva

Teva agreed to a $225 million settlement on a long-standing class action suit brought by the purchasers of Bayer’s Cipro.

Shortly after paying $520 million to the feds to resolve bribery charges in a couple of markets outside of the U.S., Teva has agreed to deal terms to settle a lengthy class action lawsuit in California.

The Israeli pharma giant agreed to a $225 million settlement with a group that bought Bayer’s antibiotic Cipro, Reuters reports. The plaintiffs argued that alleged pay-for-delay deals from the 1990s between Bayer and Teva’s Barr Laboratories led to higher prices and violated antitrust law, according to the news service.

The plaintiffs brought the case against Barr in 2000. Eight years later, Teva picked up Barr for nearly $9 billion.

In a statement, a Teva spokesperson said the company “reached a settlement in the pending Cipro antitrust litigation that was inherited when Teva acquired Barr in 2008. Teva is pleased that this long-standing litigation has been resolved.”

California’s Supreme Court will need to sign off on the settlement, according to Reuters.

Teva’s deal comes on the heels of a separate pay-for-delay settlement between the FTC and Endo Pharmaceutical, reached just days ago. As authorities announced that arrangement, they said they’d continue to pursue a case against Watson and Allergan.

The new Teva agreement closely follows another move by the company to wrap up a legal issue with federal authorities: violations of the Foreign Corrupt Practices Act. Back in December, Teva agreed to a settlement worth nearly $520 million to resolve bribery charges in several markets. In that case, a criminal fine to the DOJ totaled more than $283 million, and Teva paid $236 million to the SEC.

Together, the two deals amount to nearly three-quarters of a billion dollars in payments in a matter of two months.

In the wake of that settlement, a shareholder went after the company, plus current and former execs, with a petition for approval of a derivative suit.

Despite its multiple recent settlements, Teva might not be out of the woods yet. It’s among a group being investigated by the DOJ for possible generics price collusion.

thanks to: FiercePharma

 

 

FDA cites ‘significant’ sterility concern at Teva injectables plant

Syringe

The FDA has posted the warning letter that Teva recently acknowledged getting for its troubled sterile manufacturing plant in Hungary. The letter outlines concerns about sterility and contamination issues at the plant and gives the company a long list of marching orders that it says must be completed before the plant will be allowed to again ship product to the U.S.

Seven observations were listed in the letter including problems with contamination in media fills, a problem the FDA said “indicates a potentially significant sterility assurance problem” at the plant in Godollo that Teva opened in 2012 to expand its sterile manufacturing capacity. The plant is currently closed while Teva works on solving the problems inspectors first outlined in a Form 483 issued in January.

Among problems noted, inspectors said the plant did not adequately investigate media-fill contamination on aseptic manufacturing lines. It cited as an example a media-fill run performed in September of last year which resulted in 31 contaminated units.

It said employees did not identify the microorganisms found in the contaminated units. Identifying them is essential, the FDA said, because otherwise there is no way to sufficiently understand the potential sources and scope of the contamination, the report said.

The FDA criticized the plant for poor aseptic processing techniques including seeing an operator sitting on the clean-room floor during setup of the filling line but then not changing the gown being worn. Others leaned against clean-room walls.

Additionally, investigators said some colony counts for environmental and personnel monitoring did not match up with the plant’s official records. On top of that, there were “quality-related documents in a waste bin” that raised questions about record keeping. Stand-alone computer systems didn’t have controls like routine audit trail reviews and full data retention that would assure that analysts weren’t deleting data.

Teva acknowledged getting the letter two weeks ago and has said that it is working on the problems, addressing “both the specific concerns raised by investigators as well as the underlying causes of those concerns.”

Additionally, Teva said it is working to replenish critical and priority products as quickly as possible, “in some cases by transferring products to other Teva manufacturing sites and–as needed–by identifying alternate suppliers for products in short supply or out of stock.”

The saga at the Godollo site began in January when the FDA inspected the plant, issuing the Form 483. Teva suspended production to deal with the citations, but in May the FDA put the plant on its import alert list, banning all but two drugs: the cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin, which were exempted to avoid shortages. Teva has been recalling its other drugs produced at the facility.

In the letter posted this week, the FDA presented Teva with a list of its expectations, asking among other things for a comprehensive review of all sterility test positive and media-fill failure investigations since January 2014. It wants Teva to update its standard operating procedures and also to review video taken during production of in-date batches sent to the U.S. to figure out what might have caused the contamination.

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Pii produced products recalled by Teva

Teva

Teva ($TEVA) is recalling nearly 43,000 bottles of paricalcitol, a drug used by dialysis patients. But in this case, Teva didn’t manufacture them. They were produced by Pharmaceutics International Inc., or Pii, a U.S. CMO that recently ran into problems with European regulators.

According to the most recent FDA Enforcement Report, Teva is recalling 42,969 bottles of paricalcitol in three dose sizes in 30-count bottles, 32,015 of 1 mcg bottles; 5,556 of 2 mcg bottles and 5,398 of 4 mcg bottles. Paricalcitol is used to treat and prevent overactive parathyroid glands in patients with chronic kidney disease who are on dialysis.

The voluntary recall, which began several weeks ago, was initiated because the products failed stability testing for impurity levels.

The paricalcitol, the FDA report says, was manufactured by Hunt Valley, MD-based Pii. Several months ago, the European Medicines Agency said it was pulling the manufacturing certification for the contract manufacturer after inspectors noted a number of problems. In the critical category was Pii’s failure to minimize the risk of cross-contamination between hazardous and non-hazardous products, the report said. Inspectors also noted the facility had an unqualified HPLC system and unacceptable approach to production equipment qualification.

In response, the company “brought in a team of experts” to address each area of concern and says it is giving the EMA’s action top priority.

While this recall falls on Pii, Teva is facing manufacturing concerns of its own. The FDA last week issued a warning letter to Teva’ sterile manufacturing plant in Hungary, a facility that earlier this year was banned from exporting most products to the U.S. Teva says it is conscientiously addressing the the FDA’s concerns and their underlying causes.

– access the recall report here

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Teva’s struggling sterile plant hit with FDA warning letter

fda

The regulatory quagmire has deepened for the Teva Pharmaceutical sterile injectables plant in Hungary which the FDA banned this year over slipshod manufacturing standards. The FDA has now issued the plant a warning letter.

In an SEC filing on Tuesday, Israeli-based Teva acknowledged receiving the warning letter the previous Friday, and for the first time gave some indication of the problem areas. It said the FDA “cited deficiencies in manufacturing operations and laboratory controls, and in the Company’s data integrity program.”

In an emailed statement today, Teva said it “has been using a systems-based approach with respect to our remediation efforts,” addressing both the FDA concerns and the underlying causes. “As a matter of practice, Teva manufactures according to the highest quality and compliance standards.”

The company also said it is working to resupply “critical and priority products as quickly as possible,” by bringing in products from other Teva manufacturing sites and finding other suppliers for products in short supply or out of stock.

The warning letter follows a series of other actions by the FDA, which first issued a Form 483 following a two-week inspection in January at the Godollo plant, a relatively new facility which the company opened in 2012 to expand its injected drug capacity. Teva suspended production to deal with the citations but the FDA in May put the plant on its import alert list, banning all but two drugs–the cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin, which were exempted to avoid shortages. Teva has been recalling from the market its other drugs produced at the facility.

The regulatory issues come when Teva has a lot on its plate. It is in the process of assimilating a huge portfolio of products, plants and employees it got in its $40.5 billion buyout of Allergan’s generics business, while selling off those parts of the business required by regulators to preserve competitive markets.

But Teva has suggested it may not be done with acquisitions to solidify its place as the largest maker of generic drugs, while also looking at moves in the branded market. Earlier this week, a Teva spokesperson said the company would consider opportunities in biosimilars, suggesting to some that Teva might look at buying South Korea’s Celltrion. Celltrion is trying to sell part of its business and the two have a relationship.

CEO Erez Vigodman has said the biosimilars are part of the company’s growth strategy but also said it will be on the hunt for “attractive specialty assets, or branded drug assets or pipeline assets” that fit in with the therapeutic areas it’s already tackling.

– read the filing

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Teva recalling all lots of 4 drugs made at troubled Hungary plant

Syringe

Teva continues to deal with the fallout from an FDA ban of its sterile injectables plant in Hungary and is now recalling all lots of four different injected drugs.

According to the most recent FDA Enforcement Report, the Teva Pharmaceutical ($TEVA) recall includes 92,480 containers of antibiotic linezolid; 14,661 vials of heart surgery drug eptifibatide; 13,223 vials of anti-nausea drug ondansetron and 1,299 bags of argatroban, used for treating heparin-related complications. The report says Teva began the recalls in June, although the FDA only last week gave them a class II designation.

The products all came out of Teva’a plant in Gödöllő, a relatively new facility which the company opened in 2012 to expand its injected drug capacity. The $110 million, 15,000-square-meter plant has 6 production lines and the capacity to churn out 160 million to 200 million units of injectable meds annually.

But those lines went idle earlier this year when Teva temporarily halted production following an FDA inspection in January that found a number of manufacturing issues. The FDA followed that up in late May when it issued an import alert for the facility, banning all but two essential products from the facility: cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin.

Teva in a statement today said it had begun recalling “all in-date lots” of the four in the US, “in order to ensure that disposition decisions for U.S. products manufactured at the Gödöllő site were in alignment with FDA’s import alert. In July, we recalled 7 lots of Amikacin for reasons unrelated to the import alert.  This was an extension of a previous recall that Teva initiated in March. We are working around the clock to re-start manufacturing operations in Godollo and expect that to occur in the coming months.”

Teva has not specified the nature of the observations laid out in an FDA Form 483, but said it was working closely with the FDA to resolve the issues and return supplies of its products. It said in some cases it would look for alternative sources of supply. None of the four drugs is currently listed on the FDA’s drug shortages list. Teva has said that it is unaware of any adverse events tied to any of the drugs shipped from the facility.

The plant issues arose at a tricky time for Teva, which was in the midst of trying to close on its $40.5 billion purchase of the generics unit of Allergan ($AGN). After delays and an agreement with the FTC that is would divest 75 products, the deal closed last month.

– access the recalls here

thanks to: FiercePharma

Teva issues another recall of antibiotics, this time from a Canadian plant

For the second time this year, Teva ($TEVA) has issued a recall of antibiotics produced at one of its facilities. This time it’s a plant in Canada.

In the most recent action, the company said it is recalling more than 53,000 bottles of amoxicillin manufactured by Teva Canada Limited in Toronto.

According to an FDA enforcement report, the nationwide voluntary recall of the antibiotic was initiated because it is considered a “superpotent drug” on the basis of an out of specification test result for assay during stability testing. The regulatory agency has classified the recall as a Class II event, which means there isn’t an immediate threat of death or danger from the product.

Earlier this year, the drugmaker began recalling amikacin sulfate from its facility in Hungary due to the potential for the presence of glass particulate, which the company  said could cause reactions from swelling to blood clots. Teva recently expanded that recall to 7 additional lots made at the plant in Gödöllő, Hungary, which the FDA put on its import alert this year.

In May, the Israel-based drugmaker recalled 14,370 units of divalproex sodium delayed-release tablets, which are used to treat certain types of epileptic seizures, as well as for bipolar disorder and migraines, after they failed unspecified specifications.

– check out the FDA enforcement report

thanks to: FiercePharma

Teva recalls antibiotic made at banned plant in Hungary

 

Teva headquarters 

When the FDA put Teva’s sterile manufacturing site in Hungary on its import alert list in May, it banned all but two of its products, cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin. The exclusions didn’t mean the FDA didn’t have some concerns with those drugs, and now the drugmaker is expanding a recall of the antibiotic.

Teva ($TEVA) said last week it was recalling 7 additional lots of amikacin sulfate due to the potential for the presence of glass particulate, which it said could cause reactions from swelling to blood clots. It said it had not received any reports of adverse reactions to the product.

When Teva first recalled a lot of the antibiotic in March, it indicated that it was manufactured at its plant in Gödöllő, Hungary. The company had temporarily halted production at the plant in January after an inspection cited it with a number of shortcomings. The agency followed that up with the ban in May.

After the FDA banned products from the Hungary plant, Teva said it was “working around the clock to restart manufacturing operations as soon as possible, and are working cooperatively with regulatory authorities to minimize any potential impact on product availability.”

That impact was particularly hard on Hungary, which lost access to about 200 drugs as a result of the shutdown. The Hungary drug regulator said it was getting weekly updates from Teva about the situation so that it could avoid shortages, particularly of cancer and morphine drugs.

– here’s the press release
– find the import alert here

thanks to: FiercePharma