Rabbino ebreo si rallegra che il Covid-19 stia colpendo Italia e Vaticano

Qualche giorno fa, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha proclamato il giorno del 3 aprile 2020 quale “Education & Sharing Day, U. S. A” (Giorno dell’Istruzione e della Condivisione negli Stati Uniti).

Tutto ciò in onore di un uomo conosciuto come “Il Rebbe”, e cioè il rabbino Menachem Mendel Schneerson, l’ultimo capo spirituale della setta ebraica conosciuta come Chabad Lubavitch.

Sul sito della Casa Bianca possiamo leggere il seguente pronunciamento:

“Oggi, celebriamo il Rabbino Menachem Mendel Schneerson, il Rebbe di Lubavitch, un leader compassionevole e visionario la cui influenza continua immutata dalla sua morte più di un quarto di secolo fa. Questo anno segna il 70° anno da quando il Rabbino Schneerson assunse la leadership del movimento internazionale Chabad-Lubavitch, facendo della rete basata sulla fede una forza dinamica finalizzata al bene che influenza milioni di persone in tutto il mondo. Sebbene egli abbia vissuto le tragedie inimmaginabili che assediarono il mondo durante la seconda guerra mondiale, l’Olocausto, e l’oppressione e la violenza della guerra fredda, il Rebbe di Lubavitch conservò la sua fiducia fondamentale nel potenziale di tutte le persone e nella natura liberante dell’istruzione. Dedito all’idea che l’istruzione debba “prestare più attenzione, in realtà il proposito principale, alla costruzione del carattere, con un’attenzione particolare ai valori morali ed etici”, egli fondò scuole e centri per l’istruzione, il servizio, e la crescita spirituale in campus e in comunità nella nostra nazione e in tutto il mondo. La sua eredità e la sua indefessa dedizione ai giovani continuano come esempi di servizio e di devozione altruistici per tutti coloro che conoscono la storia della sua vita risoluta”.

All’Education & Sharing Day degli Stati Uniti dedicai già un post nove anni fa.

Mi sembra però utile ritornare sull’argomento. La meritoria giornalista Alison Weir ha fatto notare nei giorni scorsi come quella del Presidente Trump non è stata la prima di tali proclamazioni: da 42 anni i Presidenti di entrambi i partiti proclamano un giorno nazionale per onorare il rabbino Schneerson.

Il rabbino Menachem Mendel Schneerson

Quello che essi forse non conoscono è il contenuto degli insegnamenti meno conosciuti del rabbino: ad esempio, Schneerson insegnava che i non ebrei sono stati “creati per servire gli ebrei”.

Ma ripercorriamo alcune delle “perle di saggezza” di questo rabbino evidenziate nell’articolo di Alison Weir. Costei ha utilizzato come fonte principale il compianto professore israeliano Israel Shahak.

Menachem Mendel Schneerson visse dal 1902 al 1994 e presenziò alla crescita di quella che è ora la più grande organizzazione ebraica del mondo.

Schneerson è stato il settimo e ultimo “Rebbe” (leader sacro) dell’organizzazione.

Fondata alla fine del 1700 e originariamente risiedente nella città polacco-russa di Lubavitch, è la più grande di circa una dozzina di forme del chassidismo, una versione del giudaismo ortodosso caratterizzata dal misticismo e dalla devozione verso un capo carismatico.

C’è un estremo culto della personalità basato proprio su Schneerson. Alcuni seguaci lo considerano il Messia e lo stesso Schneerson, a quanto si dice, considerava vera questa credenza.

Alcuni educatori Lubavitch lo considerano divino, e lo hanno descritto nel modo seguente:

“Il Rebbe è davvero l’essenza e l’essere [di Dio]…egli è senza limiti, capace di compiere qualunque cosa, onnisciente e giusto oggetto di adorazione”.

Vi sono nel mondo 3.600 istituzioni Chabad, in oltre 1.000 città di 70 paesi, e 200.000 aderenti. Partecipano ai riti di Chabad almeno una volta all’anno almeno un milione di persone. il sito web di Chabad afferma che centinaia di migliaia di bambini partecipano ai campi estivi dell’organizzazione.

Secondo il Times, Schneerson “presiedeva un impero religioso che va dalle strade di Brooklyn alle principali strade di Israele e che dal 1990 riceve contributi per almeno 100 milioni di dollari all’anno.

La casa editrice dei Lubavitcher è il più grande distributore di libri ebraici del mondo.

Se Chabad talvolta insegna apertamente che “l’anima dell’ebreo è differente dall’anima del non ebreo”, gli insegnamenti specifici di Schneerson sull’argomento sono largamente sconosciuti all’opinione pubblica.

L’autrice dell’articolo passa quindi a citare alcuni di questi insegnamenti per come sono stati citati dal predetto Israel Shahak e dal suo collaboratore Norton Mezvinsky, autori del libro Jewish Fundamentalism in Israel (“Il fondamentalismo ebraico in Israele”).

Le citazioni che esporremo sono state tradotte dai due predetti autori da un libro di Schneerson pubblicato in ebraico in Israele nel 1965. Nonostante l’importanza internazionale di Schneerson e nonostante il fatto che il quartier generale della sua organizzazione si trovi a Brooklyn, non c’è mai stata una traduzione in inglese di questo volume.  

Ed ecco le citazioni:

  • “La differenza tra una persona ebrea e una non ebrea deriva dalla comune espressione: ‘distinguiamo’. Così, non abbiamo un caso di profondo cambiamento in cui una persona è semplicemente su un livello superiore. Piuttosto, abbiamo un caso di ‘distinzione’ tra specie totalmente differenti”.
  • “Questo è ciò che si deve dire sul corpo: il corpo di una persona ebrea è di una qualità totalmente differente dal corpo di [membri] di tutte le nazioni del mondo…La differenza nella qualità intrinseca tra gli ebrei e i non ebrei è così grande che i corpi dovrebbero essere considerati come specie completamente differenti”.
  • “Una differenza ancora più grande esiste riguardo all’anima. Esistono due tipi contrari di anime: l’anima di un non ebreo proviene da tre sfere sataniche, mentre l’anima dell’ebreo proviene dalla santità”.
  • “Come è stato spiegato, un embrione è chiamato essere umano perché ha sia il corpo che l’anima. Così, la differenza tra un embrione ebraico e un embrione non ebraico può essere capita”.
  • “…La differenza generale tra gli ebrei e i non ebrei: un ebreo non è stato creato come mezzo per qualche [altro] scopo; egli stesso è lo scopo, poiché la sostanza di tutte le emanazioni [divine] venne creata solo per servire gli ebrei”.
  • “Le cose importanti sono gli ebrei, perché essi non esistono per nessun [altro] scopo; essi stessi sono lo scopo [divino]”.
  • “L’intera creazione [di un non ebreo] esiste solo per il bene degli ebrei”.

La maggior parte delle persone non conoscono questo aspetto degli insegnamenti di Schneerson perché, secondo Shahak e Mezvinsky, tali insegnamenti vengono intenzionalmente minimizzati, tradotti in modo equivoco o interamente occultati.

Non solo. Secondo i due predetti autori “la grande maggioranza dei libri sul giudaismo e su Israele, specialmente quelli pubblicati in inglese, falsificano il loro argomento”.

Il libro di Shahak e di Mezvinsky sul razzismo ebraico non è mai stato tradotto in italiano.

I due autori affermano inoltre che “Quasi ogni ebreo israeliano moderatamente acculturato conosce i fatti sulla società ebraica che sono descritti in questo libro. Questi fatti, tuttavia, sono sconosciuti alla maggior parte degli ebrei e dei non ebrei interessati fuori di Israele che non conoscono l’ebraico e che così non possono leggere la maggior parte dei quello che gli ebrei israeliani scrivono su sé stessi in ebraico”.

Shahak e Mezvinsky scrivono inoltre che è essenziale tenere presente le convinzioni espresse dal fondamentalismo ebraico per capire la situazione attuale nella Cisgiordania, dove la maggior parte dei coloni ebrei sono motivati da un’ideologia per cui ogni non ebreo è visto come “l’incarnazione terrena” di Satana, e secondo la Halacha (la legge ebraica), il termine “essere umano” si riferisce solo agli ebrei.

Quanto alla reputazione di Schneerson come educatore, l’articolo di Alison Weir evidenzia come nelle scuole elementari istituite dal rabbino non si insegni l’istruzione di base – a leggere, a scrivere, l’ortografia, la matematica, le scienze e la storia – ma “solo la Bibbia”, dato che secondo Schneerson l’istruzione “secolare” (non religiosa, formale) era “unimportant”, insignificante.

Fin qui, la descrizione degli insegnamenti di Schneerson tratteggiata da Shahak e Mezvinsky nel loro libro Jewish Fundamentalism in Israel (e rievocata nell’articolo di Alison Weir).

Ma Shahak si è occupato del rabbino Schneerson anche in un altro libro: Jewish History, Jewish Religion, the Weight of Three Thousands Years. Questo libro è stato tradotto nel 1997 in italiano dal Centro Librario Sodalitium con il titolo “Storia ebraica e giudaismo – Il peso di tre millenni”.

In questo libro, tra le altre cose, Shahak parla dell’atteggiamento del movimento chassidico nei confronti dei non ebrei. Nove anni fa, al riguardo, ne trascrissi un brano. Lo ripropongo in parte oggi, perché, come si dice in questi casi, repetita juvant. Ecco cosa c’è scritto alle pp. 55-56:

“Il chassidismo, erede degenerato del misticismo ebraico, è ancor oggi vitale con centinaia di migliaia di aderenti, fanatici devoti ai loro ‘santi rabbini’, alcuni dei quali esercitano una forte influenza politica, in Israele, tra i leader di quasi tutti i partiti e, in misura molto maggiore, tra gli alti gradi delle forze armate. Prendiamo il famoso Hatanya, libro fondamentale del movimento Habad, uno dei rami più importanti dello chassidismo. Secondo questo testo chiave, tutti i non ebrei sono creature assolutamente sataniche ‘che non hanno nulla di buono’ e persino i loro embrioni sono qualitativamente diversi da quelli ebraici. L’esistenza dei non ebrei è ‘inessenziale’, visto che tutto il creato è destinato ‘in funzione degli ebrei’. Questo è un libro che circola in innumerevoli edizioni e le idee in esso contenute sono state popolarizzate nei numerosi ‘discorsi’ del defunto Führer ereditario di Habad, il cosiddetto rabbino Lubavitcher, Menachem Mendel Schneerson, che guidava la potentissima organizzazione dal suo quartier generale di New York. (grassetti miei)

“In Israele, le idee dell’Hatanya hanno una diffusione di massa, sono insegnate nelle scuole e hanno un grande seguito tra le forze armate. Secondo la testimonianza di Shulamit Aloni, la propaganda di Habad si scatenò in modo particolare prima dell’invasione del Libano nel marzo del 1978, allo scopo di persuadere medici e infermieri a non occuparsi dei ‘feriti gentili’. Questa esortazione nazista non si riferiva specificamente agli arabi e ai palestinesi, ma semplicemente ai gentili, ai goyim, tutti” (grassetti miei).

L’11 settembre del 1994 il giornale Haaretz pubblicò una lettera di Israel Shahak sulle responsabilità morali del movimento Habad/Chabad nell’istigare e giustificare il massacro di Hebron perpetrato da Baruch Goldstein e tutte le violenze contro gli arabi. Ricordiamo che Goldstein, che aveva ucciso a colpi di fucile mitragliatore decine di palestinesi nella moschea di Hebron, non era affiliato solo alla Lega di Difesa Ebraica del rabbino Kahane ma anche al movimento Habad/Chabad.

Ma, anche qui, lasciamo la parola a Shahak (p. 66):

“Prendiamo la ‘Raccolta delle conversazioni del Lubavitcher Rebbe’ (Likutey Sihot, 1965 in poi): «Non si può neppure fare un paragone tra il corpo di un ebreo e quello di un gentile. Per questo il ‘vecchio rabbino’ (il fondatore del movimento Habad/Chabad, morto nel 1812) commentava, nel suo libro Hatanya, la preghiera ebraica ‘ci ha scelto tra tutte le nazioni’ come la differenza tra il corpo dell’ebreo e quello del gentile…simili solo in apparenza…la differenza spirituale fa sì che appartengano a due specie completamente diverse…i corpi dei gentili sono ‘irrilevanti’…la differenza tra le anime è incommensurabilmente più grande…l’anima del gentile è l’antitesi di quella ebraica perché ha origine nelle tre sfere della corruzione satanica, mentre la nostra nasce dalla santità». In quella lettera ricordavo come il professore Leibnovit, coraggioso portavoce della parte sana e razionale della società israeliana, aveva coniato il concetto di ‘nazismo giudaico’ per queste ideologie in cui i termini ‘ebreo’ per i nazisti, e ‘gentile’ per il giudaismo ortodosso, hanno lo stesso significato, sia teorico che pratico”.

Ma gli insegnamenti del rabbino Schneerson, per quanto ripugnanti, non sono originali. Erano stati già espressi due secoli prima dal fondatore della dinastia Habad/Chabad, il rabbino Shneur Zalman di Liadi.  

Nella voce Wikipedia a lui dedicata non c’è traccia del suo razzismo verso i non ebrei. Ne ritroviamo invece ampi passi nella monografia a lui dedicata dal professore americano Roman Foxbrunner, e pubblicata nel 1992 dall’Università dell’Alabama: The Hasidism of R. Shneur Zalman of Lyady.

A cosa pensava sui non ebrei Shneur Zalman il prof. Foxbrunner dedica le pagine 108-109 del suo libro.

Schneur era un cabalista e riteneva che solo gli ebrei (e, tra gli ebrei, solo i cabalisti) possono aspirare alla realizzazione spirituale.

Il rabbino Shneur Zalman di Liadi

Le anime dei gentili appartengono invece a un ordine totalmente differente e inferiore. Esse sono totalmente malvage, senza nessuna qualità redentrice. Di conseguenza, osserva il prof. Foxbrunner, ogni riferimento nei suoi insegnamenti ai gentili è invariabilmente “invidious” (odioso).

In termini generali, i non ebrei sono stati creati solo per testare, punire, elevare e infine servire Israele (nell’era messianica).

Più specificamente, persino la loro saggezza è in realtà stupidità, perché conduce al rigonfiamento dell’ego e all’arroganza, piuttosto che all’auto-annichilimento della Ḥokhmah (la Ḥokhmah è la vera saggezza cabalistica). Tutti gli sforzi dei gentili, inclusi gli atti di benevolenza, sono segnati dall’egoismo. I loro tribunali sono aspri e crudeli. I loro atti di beneficenza non soddisfano ai requisiti della tsedaḳah (la tsedaḳah è il comandamento di comportarsi in modo virtuoso elargendo aiuto pecuniario al bisognoso) perché i gentili sono privi della fede che rende la tsedaḳah così preziosa: la fiducia che Dio sarà generoso con il donatore e rimborserà la sua donazione (!).

I gentili che credono in Dio, secondo Shneur Zalman, sono restii ad aggrapparsi a lui e sono incapaci di Amore o della devozione altruista. In ogni caso, essi credono solo nel dio immanente di Aristotele, la Causa Prima degli eventi naturali. Essi esaltano l’adorazione spirituale perché negano che la santità di Dio possa venire rivelata nel mondo fisico. Essi negano che la vitalità del cosmo venga rinnovata in modo soprannaturale ad ogni istante e sostengono invece che la sua natura eterna continui a esistere. L’intuizione, da parte dei loro filosofi, dell’unità di Dio non si avvicina neppure alla percezione istintiva di un bambino ebreo appena maturo o “persino a quella di una donna”.

I loro pensieri e le loro azioni abominevoli sono tutti controllati dai loro rispettivi principi (principi, non princìpi) soprannaturali. Essi (sempre i non ebrei, secondo il rabbino in questione) negano la provvidenza individuale e credono di essere degli agenti indipendenti sottoposti solo al controllo di questi principi e delle stelle. Le loro funzioni fisiche e le terre in cui vivono sono controllate dalle forze naturali e dai tre ḳelipot malvagi (i ḳelipot sono i regni soprannaturali che offuscano o bloccano le “emanazioni sante”).

La loro abbondanza materiale deriva dall’immondizia soprannaturale. In realtà, loro stessi derivano dall’immondizia, ed ecco perché sono più numerosi degli ebrei, come i pezzetti della pula sono più numerosi dei chicchi.

Le anime dei gentili muoiono assieme ai loro corpi (mentre persino l’anima “animale” di un ebreo è eterna).

Alcuni tra i gentili riescono a diventare proseliti a causa delle scintille celesti che si sparpagliarono tra i discendenti di Abramo prima della sua circoncisione, ed è per questi pochi proseliti che Dio conferisce la sua abbondanza a tutti i gentili. In futuro, tuttavia, tutti costoro conseguiranno la statura spirituale delle donne ebree – e saranno capaci di adempiere i comandamenti che non dipendono da un momento specifico – come pure il loro livello di subordinazione agli uomini ebrei.

In sostanza, i gentili opprimono gli ebrei perché invidiano la loro superiorità spirituale e si risentono a causa del loro ruolo (metafisicamente) subordinato.

Questa è la dottrina del rabbino Shneur Zalman di Liadi riguardo ai non ebrei: è difficile trovare un insegnamento più razzista di questo.

Ma queste non sono solo le lontane speculazioni di un rabbino vissuto in un remoto villaggio dell’attuale Bielorussia: questi insegnamenti sono stati tramandati nel corso dei secoli dai suoi successori e impregnano oggi una parte consistente dell’ebraismo internazionale.

Mi piacerebbe a questo riguardo conoscere il parere di quegli studiosi e di quei giornalisti, come ad esempio Valentina Pisanty e Furio Colombo, sempre in prima fila nel vituperare una rivista come “La difesa della razza” (una rivista innegabilmente razzista ma che risale a 80 anni fa) e nel fustigare il razzismo – vero o presunto – degli italiani: in realtà, nessuno oggi in Italia venera come maestri Telesio Interlandi o Giorgio Almirante. Ma nel mondo ebraico mainstream il razzismo radicale dei rabbini Lubavitcher ha fatto scuola e costoro vengono addirittura considerati quali guide morali delle nazioni!

Quanto questo razzismo abbia fatto scuola, e sia condiviso da molti ebrei sionisti in tutto il mondo, è desumibile anche da un video postato qualche giorno fa su Twitter da una signora persiana: in esso si vede un rabbino francese che si compiace del fatto che il coronavirus abbia colpito duro paesi come la Cina, l’Iran e soprattutto l’Italia!

Secondo questo rabbino le forze del male e dell’impurità sono generate in Italia e sono rappresentate dal… Vaticano!

Costui spera che, grazie al coronavirus, “vedremo la disfatta dei goyim, e di tutti coloro che hanno danneggiato Israele…Così è possibile che in poche settimana la storia sia finita”.

No, caro rabbino, forse è troppo presto per cantare vittoria. Però è ragionevole porsi la domanda della signora che ha postato il video: “i rabbini sionisti odiano il resto di noi non ebrei?”.

 

thanks to: Andrea Carancini

Perché Hitler odiava gli ebrei? L’Italia di oggi come l’Austria di ieri.

Pochi sanno che il Mein Kampf, scritto da Adolf Hitler nel 1924, durante il periodo trascorso nel carcere di Landsberg am Lech, è composto da due parti ben distinte. La prima è stata pubblicata nel 1925 col titolo di Mein Leben (La mia vita), mentre la seconda è stata pubblicata nel 1927 col titolo di Mein Kampf (La mia lotta). Successivamente, nel 1933, le due opere vennero unificate in un solo libro, pubblicato in Germania e conosciuto in tutto il mondo col titolo di Mein Kampf.

Mein Kampf, composto da due parti, il Mein Leben e il Mein Kampf, tradotto per la prima volta in lingua italiana nel 2016

Si tratta di due opere corpose, circa 400 pagine ciascuna, pubblicate integralmente, e per la prima volta, nel 2016 dalla casa editrice Thule Italia. La maggior parte delle versioni che circolano in lingua italiana col titolo di Mein Kampf sono semplici riassunti commentati, tratti in genere dalla seconda parte dell’opera, basati su testi estrapolati dal contesto che poca attinenza hanno con l’opera di Hitler. Anzi, possiamo dire, avendole confrontate con l’opera originale, che molto spesso lo scopo di queste pubblicazioni è quello di nascondere il pensiero di Hitler, piuttosto che quello di scoprirlo, evidenziarlo e comprenderlo.

Uno dei passaggi meglio nascosti del Mein Kampf, mai citato nei commenti storici, è proprio il motivo per cui Hitler odiava gli ebrei.

Eppure Hitler, nelle prime pagine del Mein Leben, spiega molto chiaramente com’è nata la sua ostilità verso gli ebrei, e come questa si è trasformata piano piano in vero e proprio odio verso di loro.

Nella redazione del presente articolo non abbiamo in alcun modo interpretato il pensiero di Hitler, ma ci siamo limitati a riportare le sue testuali parole, tratte dalla prima parte del Mein Kampf, pubblicata in lingua tedesca nel 1925 col titolo di Mein Leben e in lingua italiana nel 2016 col titolo di Mein Kampf – La  mia battaglia (Volume I) edito dalla casa editrice Thule Italia.

Braunau am Inn, città natale di Adolf Hitler. Perché Hitler odiava gli ebrei

Braunau am Inn, città natale di Adolf Hitler

Premessa

Per capire appieno la lettura del testo è necessario conoscere alcuni aspetti della vita di Hitler, che cercheremo di riassumere il più possibile.

Adolf Hitler nasce nel 1889 a Braunau am Inn, Austria. Nel 1898, a otto anni, la famiglia si trasferisce a Linz, dove trascorre il resto della sua infanzia e frequenta le scuole primarie e secondarie. Rimane improvvisamente orfano di padre all’età di 13 anni e a soli 18 anni perde anche la madre in seguito ad una lunga e dolorosa malattia. Nel 1908 si trasferisce quindi a Vienna, dove lavora come manovale per guadagnarsi da vivere e inizia ad interessarsi di politica. Hitler voleva in realtà entrare nell’Accademia delle Belle Arti di Vienna e diventare pittore, ma purtroppo aveva talento per l”architettura, ma non per la pittura e non poteva intraprendere la carriera di architetto, non avendo il diploma richiesto per iscriversi all’Accademia.

L’attività di manovale gli permette di entrare in contatto con operai e sindacati, ma la stanchezza per il duro lavoro non gli permette di dedicare tempo allo studio ed alla lettura. Dei sindacati, interamente controllati dal Partito Socialdemocratico, di ispirazione marxista, Hitler scrive:

“Si respingeva ogni cosa: la Nazione, quale un’invenzione delle classi “capitalistiche” – quante volte ho dovuto sentire esclusivamente questa parola! – ; la Patria, quale strumento della borghesia per lo sfruttamento della classe operaia; l’autorità della legge, quale mezzo per la repressione del proletariato; la scuola, quale istituto per l’allevamento degli schiavi, ma anche dei negrieri; la religione, quale mezzo per l’istupidimento del popolo destinato allo sfruttamento; la morale, quale simbolo di una stupida remissività da pecore, eccetera. Non c’era assolutamente nulla che non fosse completamente trascinato nel fango a una tremenda profondità.”

Dopo aver fatto a lungo il manovale, Hitler trova lavoro come disegnatore e acquerellista ed ha quindi più tempo a disposizione, e soprattutto energie, per studiare ed informarsi. Si interessa alla politica e “scopre” lentamente l’importante ruolo degli ebrei nella società austriaca dell’epoca. Nel 1913 Hitler lascia Vienna e si trasferisce a Monaco di Baviera. Le sue idee politiche sono ormai chiare e le sue capacità oratorie perfettamente sviluppate.

Il racconto che segue, tratto dalla prima parte del Mein Kampf, riguarda il periodo viennese, ed è quindi compreso tra il 1908 e il 1913, quando Hitler aveva tra i 18 e i 24 anni.

Hitler durante la sua adolescenza a Linz

Hitler durante la sua adolescenza a Linz

L’infanzia e l’adolescenza a Linz

Oggi per me è difficile, se non impossibile, dire quando la parola “Ebreo” mi diede adito per la prima volta a particolari pensieri. Nella casa paterna non ricordo di aver mai sentito tale parola, finché mio padre era vivo. Credo che quel vecchio signore avrebbe visto un’arretratezza culturale già nella particolare enfasi di tale denominazione. Nel corso della sua vita egli era giunto a concezioni più o meno cosmopolite, che non soltanto si erano conservate accanto al più aspro sentimento nazionale, ma che mi avevano anche influenzato.

Anche a scuola non trovai alcun motivo che avrebbe potuto portarmi a un mutamento di questa immagine acquisita.

Alla scuola tecnica conobbi anzi un ragazzo ebreo, che veniva trattato da tutti noi con cautela, ma soltanto perché, scaltriti da varie esperienze, non ci fidavamo eccessivamente di lui a causa della sua taciturnità; ma neppure questo fece nascere in me particolari pensieri, come non lo fece negli altri.

Fu solamente tra i quattordici e i quindici anni che m’imbattei spesso nella parola Ebreo, in parte in relazione a discorsi politici. Tuttavia provavo una leggera avversione e non potevo trattenere una sgradevole sensazione, che mi si avvicinava sempre di soppiatto, quando venivano disputate davanti a me grane confessionali.

Ma a quel tempo considerai null’altro che così la questione.

A Linz c’erano pochissimi ebrei. Nel corso dei secoli il loro aspetto si era europeizzato e si era fatto umano; si, li consideravo persino dei Tedeschi. L’assurdità di questa idea mi era ben poco chiara, poiché io vedevo l’unica caratteristica distintiva proprio e soltanto nella loro confessione straniera. Il fatto che essi fossero stati perseguitati, a causa di questo, come io credevo, talvolta faceva sì che la mia antipatia verso commenti malevoli su di loro giungesse quasi fino al ribrezzo.

Non immaginavo proprio ancora nulla dell’esistenza di una sistematica opposizione agli ebrei.

Così giunsi a Vienna.

Vienna, città in cui Hitler trascorse cinque anni della propria vita e dove maturò il suo odio per gli ebrei

Gli ebrei di Vienna

Intimidito dalla profusione d’impressioni in campo architettonico, scoraggiato dal peso del mio destino personale, nei primi tempi non avevo occhi per le stratificazioni interne del popolo nella gigantesca città. Sebbene Vienna contasse in quegli anni già quasi duecentomila ebrei tra i suoi due milioni di abitanti, io non li vidi. Il mio occhio e la mia mente, nelle prime settimane, non erano ancora all’altezza dell’assalto di così tanti pensieri. Soltanto quando tornò gradualmente la quiete e quell’agitato quadro incominciò a chiarirsi, mi guardai intorno più accuratamente nel mio nuovo mondo e allora incappai anche nella questione ebraica.

Non voglio affermare che il modo con cui giunsi a fare la loro conoscenza me li fece apparire particolarmente simpatici. Ma vedevo ancora nell’ebreo soltanto la confessione e perciò, sulla base della tolleranza umana, considerai giusto anche in questo caso il rifiuto di una lotta religiosa. Così il tono – e soprattutto quello con cui abbaiava la stampa antisemita di Vienna, – mi parve indegno della tradizione culturale di un grande popolo.

Mi opprimeva il ricordo di alcuni processi del Medioevo, che non volevo assolutamente veder ripetuti.

Dato che i giornali in questione non erano ritenuti generalmente eminenti – da dove questo derivasse, a quel tempo non lo sapevo neppure esattamente -, vedevo in loro più il prodotto di una stizzita invidia, che i risultati in generale di un punto di vista sostanziale, anche se sbagliato.

Fui rafforzato in questa mia opinione dalla forma – che mi sembrava infinitamente più dignitosa – con cui la stampa davvero grande rispondeva a tutti quegli attacchi o come essa, cosa che mi appariva ancor più degna di nota, non li menzionasse nemmeno, ma li mettesse semplicemente a tacere.

Ebrei a Vienna, nel periodo in cui Hitler visse in quella città. Hitler conosce gli ebrei ed incomincia a odiarli

I primi dubbi: gli ebrei non sono tedeschi

… anche le mie idee nei confronti dell’antisemitismo mutarono lentamente nel corso del tempo, allora questo fu probabilmente il mio cambiamento più difficile.

Esso mi è costato la maggior parte dei conflitti interiori, e soltanto dopo mesi di lotta tra ragione e sentimento la vittoria iniziò a schierarsi dalla parte della ragione. Due anni dopo, il sentimento seguì la ragione per diventare da allora in poi il suo più fedele custode e ammonitore.

Al tempo di quest’amara lotta tra la mia educazione spirituale e la fredda ragione, la lezione pratica e visiva della strada viennese mi diede un aiuto inestimabile. Era giunto il momento in cui non mi aggiravo più, come nei primi giorni, come un cieco nell’enorme città, ma guardavo – con gli occhi ben aperti – non soltanto gli edifici, ma anche le persone.

Così una volta, mentre mi aggiravo per il centro della città, m’imbattei improvvisamente in una figura dal lungo caffettano e con i riccioli neri.

Anche questo è un ebreo?, fu il mio primo pensiero.

A Linz, non se ne vedevano di certo in tal maniera. Osservai quell’uomo furtivamente e con cautela, ma tanto più a lungo fissavo quel viso straniero e provavo a indagarlo – tratto dopo tratto -, quanto più la prima domanda si mutava nel mio cervello in un’altra:

Anche questo è un Tedesco?

Come sempre in simili casi, iniziai a cercare di risolvere i dubbi attraverso i libri. Acquistai a quel tempo, per pochi centesimi, i primi opuscoli antisemiti della mia vita. Purtroppo tutti partivano dal presupposto che, in linea di massima, il lettore conoscesse già, perlomeno fino a un certo punto – la questione ebraica, o addirittura la comprendesse. Infine, il loro tono era perlopiù tale che mi tornarono dei dubbi, a causa di argomentazioni in gran parte tanto superficiali ed estremamente non-scientifiche a sostegno della tesi di fondo.

Allora ritornavo nuovamente al punto di partenza per settimane, se non addirittura per mesi.

La cosa mi sembrava essere talmente oltraggiosa, l’accusa talmente eccessiva che io, tormentato dal timore di commettere un’ingiustizia, diventavo di nuovo ansioso e insicuro.

Ovviamente, non potevo più dubitare che qui non si trattasse di Tedeschi di una particolare confessione, bensì di un popolo a sé stante; giacché, dal momento in cui avevo iniziato a occuparmi di tale questione, cominciai per la prima volta a concentrare la mia attenzione sugli ebrei, e Vienna mi apparve sotto una luce diversa rispetto a ciò che accadeva in precedenza. Ovunque io andassi, ora vedevo ebrei, e tanti più ne vedevo quanto più nettamente essi si distinguevano visibilmente dalle altre persone.

Soprattutto il centro della città e i quartieri a nord del canale danubiano pullulavano di un popolo che già esteriormente non aveva alcuna somiglianza con quello tedesco.

Le  macchie morali del popolo eletto

D’altra parte la pulizia – morale e non solo – di questo popolo era una storia a sé. Che qui non si trattava di amanti dell’acqua, lo si poteva vedere chiaramente già dal loro aspetto esteriore – e purtroppo molto spesso anche a occhi chiusi. Talvolta, dopo aver sentito l’odore di questi portatori di caffettano, mi sentivo male. A ciò si aggiungevano poi gli abiti sudici e l’aspetto poco eroico.

Già tutto ciò non poteva risultare molto attraente; ma si veniva del tutto disgustati quando, improvvisamente, oltre alla sporcizia fisica si scoprivano le macchie morali del popolo eletto.

Nessuna’altra cosa mi aveva dato, in breve tempo, più da pensare quanto il veder incrementare lentamente il tipo di attività lavorativa degli ebrei in determinati settori.

C’era mai forse un sudiciume, una spudoratezza in qualsivoglia forma – in particolare della vita culturale -, in cui non era compartecipe almeno un ebreo?

Non appena s’incideva con attenzione un simile tumore, si trovava, come il verme nel corpo in putrefazione, e spesso completamente accecato dalla luce improvvisa, un piccolo ebreo.

Vienna anni trenta, il controllo ebraico della stampa, il teatro e il cinema

Il controllo della stampa e della cultura

Fu un grande punto a sfavore che il mondo ebraico ricevette ai miei occhi, allorché feci la conoscenza della sua attività nella stampa, nell’arte, nella letteratura e nel teatro. Poiché ora tutte le  untuose affermazioni potevano servire a poco o nulla. Per diventare duri per lungo tempo bastava osservare le colonne d’affissione dei manifesti per la promozione degli spettacoli, studiare i nomi – che lì venivano decantati – dei creatori spirituali di quegli orrendi lavori pasticciati e mal fatti per il cinematografo e per il teatro. Quella era pestilenza, una pestilenza spirituale – peggiore della morte nera del passato – con cui si infettava il popolo.

E in che gran quantità questo veleno veniva fabbricato e diffuso!

Naturalmente, tanto più basso è il livello spirituale e morale di un simile fabbricante d’arte, quanto più è illimitata la sua prolificità – fino a far sì che un soggetto del genere spruzzi, al pari di una centrifuga, la propria immondizia in faccia al resto dell’umanità. Inoltre, si pensi anche all’illimitatezza del loro numero; si pensi che, per un solo Goethe, la natura partorisce molto più facilmente decine di migliaia di simili scribacchini in pelliccia, per ora – al pari di portatori di bacilli – avvelenano l’anima nella maniera più ignobile.

Era terribile, ma non si poteva ignorare che proprio l’ebreo sembrava il prescelto della natura, e in numero sovrabbondante, per questo scopo disonorevole.

Il loro essere eletti si doveva forse ricercare in tale fatto?

Allora iniziai a esaminare con cura i nomi di tutti i creatori di simili immondi prodotti della vita artistica pubblica. Il risultato fu un esser sempre più arrabbiato per l’atteggiamento che avevo in precedenza nei confronti degli ebrei. E anche se il mio sentimento si fosse opposto per altre mille volte, la ragione doveva invece trarre le sue logiche conseguenze.

Il fatto che i nove decimi di tutta l’immondizia letteraria, delle opere artistiche di cattivo gusto e delle idiozie teatrali fossero da addebitare a un popolo che rappresentata a malapena un centesimo di tutti gli abitanti del paese non si poteva facilmente negare; era proprio così.

Allora inizia a esaminare da quel punti di vista anche la mia cara “stampa cosmopolita”.

Ma tanto più profondamente calavo la sonda, quanto più si restringeva l’oggetto della mia ammirazione di un tempo. Lo stile era sempre più insopportabile, il contenuto dovetti respingerlo come interiormente superficiale e piatto, l’oggettività dell’esposizione ora mi sembrava essere più una bugia piuttosto che un’onesta verità; gli autori erano, comunque – ebrei.

Migliaia di cose che in precedenza avevo visto a malapena, ora mi colpivano in maniera notevole; e altre, che in passato mi avevano dato da pensare, imparai a comprenderle e a capirle.

In quel momento vidi le idee liberali di questa stampa sotto un’altra luce, allora il suo tono dignitoso nel rispondere agli attacchi – così come il tacere di fronte agli stessi – mi si rivelò proprio come un trucco tanto astuto quanto vile;

le loro critiche teatrali scritte in maniera raggiante riguardavano sempre gli autori giudei, mentre le loro stroncature non compivano ma i qualcuno di diverso dai Tedeschi.

Quel lieve dar stoccate contro Guglielmo II faceva comprendere – nella sua costanza – il suo metodo, come pure quel raccomandare la cultura e la civiltà francese. Il contenuto di poco gusto della novella diventava ora oscenità, e dalla lingua colsi il suono di un popolo straniero; ma il significato di tutto ciò era così palesemente nocivo per il germanesimo, che poteva essere soltanto qualcosa di intenzionale.

Ma chi aveva interesse in questo?

Era soltanto un caso?

Così divenni, lentamente, dubbioso.

L’evoluzione venne comunque accelerata da impressioni che ricevetti da un’altra serie di fatti. Questa era la generale concezione del costume e della morale che si poteva veder apertamente ostentata e messa in pratica da una gran parte del mondo giudaico.

Prostituzione a vienna, controllata dagli ebrei. Questo è uno dei motivi per cui Hitler odiava gli ebrei

Gli ebrei e il controllo della prostituzione a Vienna

A tal proposito, la strada offriva di nuovo un insegnamento pratico talvolta davvero grave.

I rapporti del mondo ebraico con la prostituzione – e, ancora più, con la tratta delle donne – a Vienna si potevano studiare meglio che in qualsiasi altra città dell’Europa occidentale, a eccezione forse di alcune zone portuali della Francia meridionale. Se si percorrevano di sera le strade e i vicoli di Leopoldstadt, passo dopo passo si diventava, volenti o nolenti, testimoni di pratiche che erano rimaste celate alla maggior parte del popolo tedesco, fino a quando la guerra sul fronte orientale non fornì ai combattenti l’occasione di poterne vedere di simili, o per meglio dire, di doverle vedere.

Allorché. in tal maniera, riconobbi per la prima volta nell’ebreo colui che dirigeva, con grande abilità negli affari, e in maniera gelida e al contempo spudorata, questa scandalosa azienda del vizio della grande città, mi corse un leggere brivido lungo la schiena.

Ma poi divampò.

Il controllo della socialdemocrazia

Allora non evitai più la discussione sulla questione ebraica; no, ora la cercavo. Ma, non appena imparai a cercare il’ebreo in tutte le tendenze della vita culturale e artistica e nelle sue varie espressioni, lo incontrai improvvisamente in un luogo in cui meno me lo sarei aspettato.

Nel momento in cui riconobbi l’ebreo quale capo della Socialdemocrazia, iniziò a cadermi dagli occhi l’ultima benda.

Così, una lunghissima lotta spirituale interiore trovò la propria conclusione.

A poco a poco venni a conoscenza del fatto che la stampa socialdemocratica era diretta prevalentemente da ebrei; ma non diedi alcun significato particolare a questa circostanza, dato che anche gli altri giornali si trovavano in quella stessa condizione. Una sola cosa era forse sorprendente: non c’era un solo giornale in cui si trovavano degli ebrei che potesse essere definito davvero nazionale, nel senso che la mia educazione e il mio modo di pensare davano a questa parola.

Così, in quel momento mi sforzai e tentai di leggere questo tipo di prodotti della stampa marxista, ma l’avversione crebbe all’infinito e in egual misura: perciò allora cercai anche di conoscere più da vicino i fabbricanti di queste scelleratezze concentrate.

Erano tutti, a partire dall’editore, puri ebrei.

Presi tutti gli opuscoli socialdemocratici che potevo in qualche maniera procurarmi e ricercai i nomi dei loro autori: ebrei. Mi ricordai i nomi di quasi tutti i capi; anch’essi erano per la maggior parte appartenenti al “popolo eletto”, sia che si trattasse di membri del Reichsrat o di segretari di sindacati, di presidenti delle organizzazioni o di agitatori di strada. Ne usciva sempre la stessa immagine sinistra.

I cognomi Austerlitz, David, Adler, Ellenbogen, eccetera, mi resteranno per sempre nella memoria. Una cosa mi era allora divenuta chiara: il partito, con i più piccoli rappresentanti del quale io avevo disputato per mesi la più appassionata lotta, si trovava – per quanto concerneva i suoi vertici – quasi esclusivamente nelle mani di un popolo straniero; poiché il fatto che l’ebreo non fosse un Tedesco l’avevo ormai già capito, con mia grande soddisfazione interiore.

Ma ora, per la prima volta, conoscevo appieno i seduttori del nostro popolo.

arte oratoria

La dialettica ebraica

Un solo anno del mio soggiorno viennese era bastato a fornirmi la convinzione che nessun operaio poteva essere talmente ostinato da non poter essere influenzato da un sapere migliore e da una spiegazione migliore. Lentamente, ero diventato un conoscitore della sua stessa dottrina e la utilizzavo come arma nella mia lotta per la mia intima convinzione.

Quasi sempre la vittoria stava dalla mia parte.

Si doveva salvare la grande massa, anche a costo dei più pesanti sacrifici in tempo e pazienza.

Tuttavia, un ebreo non lo si poteva mai salvare dal suo modo di pensare.

A quel tempo io ero abbastanza ingenuo da voler far capire loro la follia della loro dottrina, parlavo nella mia piccola cerchia fino a seccarmi la lingua e a diventare rauco, e presumevo che sarei riuscito a convincerli degli effetti nocivi della loro follia marxista, tuttavia ottenevo proprio l’esatto contrario. Sembrava anzi che una visione più chiara e precisa dell’effetto devastante delle teorie socialdemocratiche, e della loro realizzazione, servisse soltanto a rafforzare la loro determinazione.

Ma tanto più discutevo con loro, quanto più conoscevo la loro dialettica.

Dapprima essi contavano sulla stupidità del loro avversario, poi, se non trovavano più una via d’uscita, facevano loro stessi i finti tonti. Se tutto ciò non serviva, allora non capivano bene la questione oppure, se in difficoltà, passavano all’istante a un altro campo, su cui affermavano ovvietà la cui accettazione subito la riferivano però ad argomenti essenzialmente diversi, per poi, nuovamente affrontata la questione, svicolare e non sapere nulla di preciso. Così, dovunque si affrontava un simile apostolo, la mano stringeva del viscido muco; esso all’inizio colava, dividendosi, attraverso le dita, per poi riunirsi di nuovo nel momento successivo. Ma se si sconfiggeva uno di questi in maniera davvero schiacciante, tanto che egli, osservato dai presenti, non poteva far altro che annuire, e si credeva di aver fatto perlomeno passo in avanti, il giorno seguente lo stupore era ancor più grande. Il Giudeo, infatti, non si ricordava più assolutamente nulla del giorno prima, proseguiva a raccontare le sue vecchie scemenze come se non fosse successo pressoché nulla e – indignato di essere interrogato a tal proposito – mostrava stupore, non era in grado di ricordarsi proprio nulla, tranne l’esattezza delle sue asserzioni che già il giorno prima era stata dimostrata.

Quante volte me ne restai lì pietrificato.

Non si sapeva che cosa si dovesse ammirare di più, se la loro prontezza di parola o la loro arte della menzogna.Inizia a poco a poco a odiarli.

Iniziai a poco a poco a odiarli.

Tutto ciò aveva però  una cosa di buono; poiché, proprio nella misura in cui mi si rivelarono i veri portatori della Socialdemocrazia – o, perlomeno i suoi propagatori -, doveva crescere l’amore per il mio popolo. Chi, infatti, posto di fronte alla diabolica abilità di questi seduttori, poteva ancora maledire la sua infelice vittima? Quanto fu difficile persino per me riuscire a dominare la falsità dialettica di questa razza! Quanto vano era tuttavia un simile successo con uomini che distorcono nella bocca la verità, che rinnegano del tutto la parola appena pronunciata, per poi servirsene per se stessi soltanto pochi minuti dopo!

No. Tanto più conoscevo l’ebreo, quanto più dovevo perdonare l’operaio.

Hitler al potere

Conclusioni: perché Hitler odiava gli ebrei

Hitler afferma nel Mein Leben di non aver mai avuto pregiudizi verso gli ebrei. Anzi, li considerava tedeschi come tutti gli altri, sebbene di una confessione diversa. Piano piano capisce però che gli ebrei non sono affatto tedeschi, ma sono un popolo a sé stante, con interessi completamente diversi da quelli dei tedeschi. Scopre in seguito che gli ebrei controllano la stampa, il teatro, la cultura e che non sono quel popolo virtuoso che dicono o sostengono di essere. Infatti, sono dentro tutti gli affari sporchi e controllano anche la prostituzione viennese. Scopre inoltre che attraverso il potere dato dal controllo della stampa, gli ebrei impongono al resto della popolazione i propri modelli culturali.

Scopre infine che gli ebrei controllano il partito socialdemocratico e attraverso questo i sindacati.

Hitler capisce quindi che la Nazione Germanica da lui tanto agognata non potrà mai nascere finché ci sarà un potere così forte che vi si opporrà, condizionando il volere delle masse. Nel periodo viennese, per ironia della sorte, Hitler sviluppa le sue abilità oratorie confrontandosi proprio con gli ebrei della socialdemocrazia e dei sindacati. All’inizio è critico verso i lavoratori. Si chiede: “Questi sono ancora degni di appartenere a un grande popolo?” Ma in seguito capisce che con i suoi argomenti e la sua dialettica riesce comunque a portarli dalla sua parte.

Si convince che a  un potere così forte come quello degli ebrei, veicolato dalla stampa, dal partito socialdemocratico e dai sindacati, era necessario contrapporre un potere altrettanto forte, ma con idee migliori.

Dove, per idee migliori, Hitler intende messaggi di speranza per i lavoratori, positivi e propositivi, legati alla patria e al senso di appartenenza ad un grande popolo, messaggi che fanno leva sull’orgoglio nazionale e sulla costruzione, tutti insieme, di un futuro migliore e di una Grande Germania. Impara a parlare direttamente al cuore della gente e ad evocare sentimenti ben presenti nel suo popolo, ma sopiti e plagiati.

A soli ventiquattro anni Hitler aveva già maturato le sue idee politiche, aveva sviluppato l’arte oratoria e sapeva che il popolo lo avrebbe seguito, così come aveva fatto in tanti dibattiti che lo avevano visto protagonista. Aveva inoltre individuato i suoi principali nemici ed era ben consapevole di poterli battere. L’analisi della dialettica degli ebrei ed il continuo confronto con loro avevano plasmato la sua personalità.

Nei cinque anni trascorsi a Vienna l’odio per gli ebrei, o meglio per il loro potere corruttivo, si era ormai radicato in Hitler, così come la convinzione che la futura Germania dovesse essere Judenfrei per potersi affermare. La crisi del ventinove e la consapevolezza che la finanza predatoria ebraica era in grado di sottomettere e devastare economicamente qualsiasi paese al mondo altro non fecero che rafforzare la sua convinzione:

non c’era alcuna possibilità di integrare gli ebrei nella futura Nazione Tedesca.

Gli ebrei dovevano avere la propria Nazione.

Nota: nella lingua tedesca viene utilizzato il termine “Jude” per riferirsi agli ebre. In questo posto lo abbiamo tradotto con “Ebreo” anziché “Giudeo”, in quanto il termine “Ebreo” è quello correntemente utilizzato nella lingua italiana. Siamo consapevoli che i due termini non hanno comunque lo stesso identico significato. I titoli e il grassetto sono stati aggiunti per rendere più fruibile il testo ed evidenziare alcuni passaggi ritenuti particolarmente significativi.

thanks to: Paolo Germani

Fonte: www.altreinfo.org

Perché i crimini d’odio non esistono

La commissione segre à avuto almeno un merito, quello di far parlare in italia dei crimini d’odio, argomento che in altri paesi invece è già stato discusso da anni. In particolare con la contrapposizione tra Canada e U.S. of A.: nel primo paese le leggi contro i crimini d’odio ti obbligano a usare i pronomi che ogni persona sceglie per sé (quella idiozia per cui la gente si presenta dicendo “he/his”) mentre nel secondo la libertà di espressione difesa dalla costituzione non permette leggi simili.

In questi giorni ò letto le opinioni di tanti italiani che “figurati se mettono ti vietano di dire che…“
Di solito è una forma di autodifesa: quando vedi un disastro che si avvicina lo neghi perché non vuoi affrontare la paura di quello che sta per accadere. Prima o poi però devi fare i conti con la realtà.
Come quella di Jordan Peterson, professore universitario canadese che si è opposto alla legge che tutela l’identità di genere sotto il cappello della difesa contro i crimini d’odio.
La storia è lunga e complicata, ma riassumendo: se un suo studente gli chiede di usare dei pronomi di fantasia quando parla con lui deve farlo altrimenti genera odio nei confronti dei transessuali.
Ci sono state violente protesti, Peterson è stato boicottato da tutto il mondo accademico e fortunatamente rimane in piedi perché riesce a raccogliere finanziamenti dai suoi sostenitori, altrimenti sarebbe accademicamente tagliato fuori dal mondo della ricerca.
A voi che “figurati se proibiscono di dire…“, in paesi come il Canada, dove ànno approvato una legge contro i crimini d’odio, questo è quello che succede: o ti metti a π/2 nei confronti dei capricci di chiunque e usi i pronomi che vuole, oppure vieni devastato professionalmente.

Ma no, lo fanno per vietare che uno possa dire “ebrei a fuoco”!
No, lo fanno per obbligarti a chiamare “zhe” un transessuale.

Così come ti obbligano a usare i pronomi di fantasia perché altrimenti è crimine d’odio contro i transessuali, così possono benissimo condannarti perché dici che sei per la famiglia naturale, o se dici che due uomini a letto non fanno figli. Possono condannarti se dici che ci pratica un aborto è un assassino. Possono condannarti per qualsiasi cosa che possa essere considerata odio.

Proprio questo è il problema. In uno Stato civile l’odio non può essere punito dalla legge.
La legge infatti (lo ripeto, in uno Stato civile) punisce ciò che crea un danno. La legge punisce la diffamazione, ad esempio, perché se tu rovini la reputazione di una persona le crei un danno. Il bene da tutelare può anche essere collettivo: se cerchi di fare un colpo di stato la legge ti punisce perché crei un danno alle istituzioni democratiche.
In ogni caso devi sempre chiederti: qual è il bene che la legge vuole tutelare? Qual è il danno che vuole prevenire?

Una delle differenze tra le norme etiche e religiose e la norma giuridica è che mentre per le prime tu puoi fare qualcosa di male anche solo per un sentimento, quando si parla di legge dello Stato dei sentimenti te ne sbatti le palle. Se non fai un danno quel sentimento sono fatti tuoi, e allo Stato non gliene deve fregare nulla.

Sì, in uno Stato civile l’odio è consentito. Io posso anche essere uno stronzo razzista e pensare che i bianki sono una razza inferiore, ma fin quando questo non crea alcun danno è un mio diritto pensarlo e affermarlo. Se io sono uno stronzo razzista è un problema mio e del mio confessore. Alla boldrinova o alla segre non gliene deve fregare nulla. Perché no, lo Stato non à diritto di impormi un’ideologia. Nemmeno se è l’ideologia “dei buoni”. Puoi impormi di non creare danni, questo sì.

Il confine è sottile ma chiaro. Per esempio, sicuramente avrete letto ciò che il prof. odifreddi à scritto negli anni sui cristiani. In un libro, l’avrò ricordato mille volte, scrisse ironicamente che la parola cristiano deriva da “cretino”. Ebbene, il professor odifreddi à tutto il diritto di dire che i cristiani sono cretini, à tutto diritto di dire che chi crede in un essere superiore invisibile è un cretino. Poi però quando gli si presenta davanti all’esame uno studente cristiano con una croce al collo lo deve valutare come qualsiasi altro studente. Se fa l’esame correttamente gli dà il 30 e lode, se invece non si ricorda nemmeno cos’è un logaritmo lo boccia (e magari gli dice di passare alla facoltà di medicina dove pure gli asini si laureano).
Se lo studente è valutato correttamente e senza pregiudizio, se quello studente prende lo stesso voto presentandosi con la croce al collo o con la maglietta di richard dawkins, allora non à nulla di che lamentarsi. Non à subito alcun danno, e se odifreddi scrive che i cristiani come lui sono cretini non gliene deve fregare niente.

Allo stesso modo io ò diritto di dire che chi fa un aborto è un assassino. Fin quando non mi metto davanti a una clinica a impedire l’accesso a qualcuno che vuole ricorrere all’aborto non creo un danno a nessuno, quindi ò diritto di dire che chi fa un aborto è un assassino.
Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. In ogni caso dovete sempre domandarvi se si sta creando un danno a qualcuno. Se vi limitate ad esprimere la vostra opinione e non create danno ad alcuno allora non c’è ragione, in uno Stato civile, di punire quella opinione.

Ecco, le leggi sui crimini d’odio vogliono abbattere questo muro. Vogliono punire le opinioni, anche quando non creano danni reali. Lo vogliono fare sul presupposto che il bene da tutelare è il diritto a non sentire opinioni che possano turbare.
Qualcuno a questo punto potrà dire: ma non è forse un danno alla propria serenità il fatto di sentire opinioni che turbano? Se io sono un cristiano e odifreddi mi dice che i cristiani sono cretini io divento triste. Non è forse un danno al mio stato psicologico? Se io sono una persona che à fatto un aborto e mi dici che sono un assassino rimango turbato: non è forse un danno?

No. O meglio, puoi considerarlo come tale, ma lo Stato non deve tutelare il tuo diritto a non sentire opinioni che ti turbano. Perché questo è il prezzo da pagare per vivere in una società con altre persone e non in un eremo da solo.
Se lo Stato dovesse tutelare chiunque da opinioni che possono turbare dovrebbe vietare a chiunque di parlare in pubblico. Perché chiunque potrebbe dirsi offeso da una qualsiasi opinione, quindi dovresti vietare tutte le opinioni.
Se uno è turbato da ciò che dice un’altra persona deve essere lui a crescere, diventare grande, e imparare ad ascoltare le opinioni altrui senza frignare. Non è lo Stato che gli deve assicurare un seif speis. Perché se metti assieme una società fatta di tanti seif space quante persone la compongono di fatto imponi il silenzio a tutti. Non funziona così: tra bambini grandi impari che delle opinioni degli altri puoi anche fregartene. E se qualcuno ti odia, cazzi suoi.

Un cristiano si sente offeso perché toscani dice che una chiesa, con i suoi crocefissi e statue di santi infilzati di spade, sembra un club masochista? Cazzi suoi. Impara a sentire le opinioni degli altri senza frignare. Libero lui di credere, liberi gli altri di ironizzare su ciò.
Sei affetto da disforia di genere e ti senti offeso se ti dico che esistono solo due generi? Fatti tuoi. Non puoi vietarmi di dire la verità perché rimani offeso. Cresci, diventi grande e impari a fregartene delle opinioni degli altri, non tappi la bocca agli altri perché altrimenti tu piangi.

Se volete vi faccio un paio di esempi personali. Quando vivevo in giappone ò subito discriminazione razziale perché sono bianco. Mi sono lamentato e ò condannato ciò che è successo perché ne avevo subito un danno. Quando mi vietano un affitto perché sono un gaijin mi creano un danno, perché a me serve una casa dove vivere, e magari devo affittarmi un appartamento più caro o più lontano dal lavoro.
Questo è un danno, è giusto lamentarsi.
Lo scorso dicembre a Praga uno sbandato mi à gridato “parlate ceco!” mentre passeggiavo con la persona con la quale scambio fluidi corporei che è diversamente pigmentata.
Potevo rimanere turbato da questo messaggio d’odio? Certo, ma la persona in questione non mi à provocato alcun danno. Mi è bastato fregarmene, continuare per la mia via verso la trattoria dove stavamo andando e la mia vita è continuata come prima.
Fin quando questo mi manda messaggi d’odio ma io me ne frego non mi crea nessun danno. Lo stesso devono fare tutti i piccoli fiocchi di neve che si offendono un po’ troppo facilmente e bollano come messaggio d’odio tutto ciò che li intristisce.

Ovviamente la legge italiana già comprende molte norme che funzionano proprio in questo modo, tutelando i piccoli fiocchi di neve. Tutti i delitti contro il sentimento religioso ad esempio, fino ad arrivare alla porcata mancino.
Questo non significa che queste norme sono giuste: significa solo che qualcuno, prima dei segrini, à approvato leggi indegne di un paese civile. Io dal Parlamento mi aspetto che eliminino queste leggi, non che ne approvino altre simili.

thanks to: Butta.org

IL TOTALITARISMO LIBERTARIO – SPIEGATO BENE

Femminicidi e disoccupazione giovanile di massa: cosa  unisce  queste due  patologie sociali? C’è una causa che   congiunge il matrimonio omosessuale  e  i confini spalancati alle immigrazioni di massa , i diritti gay con la  denatalità e la delocalizzazione   dei lavori in Asia?  Il suicidio assistito con l’austerità  imposta e  l’iniquità sociale senza precedenti nella storia, e che nessuno si cura di rettificare?

Per quanto sembri incredibile, questi fenomeni apparentemente disparati hanno una sola causa:il liberalismo.  Lo dimostra Alain de Benoist nel suo ultimo saggio, “Critica del Liberalismo  – La società non è un  mercato” (Arianna Editrice,  286 pagine, 23,5€).  Un testo capitale  e arma  intellettuale  necessaria per  la polemica filosofica e  politica al  totalitarismo vigente.

Il liberalismo, appunto.    Che non va confuso con la teoria economica, promotrice della libera  concorrenza. No, liberalismo è  – dice De Benoist –    “anzitutto un’ideologia basata su un errore antropologico”,  ossia su un fatale equivoco sulla natura dell’uomo.  Alla sua base c’è l’individualismo, inteso nel modo più radicale: l’idea che esistono solo gli individui, che sono primari rispetto alla comunità  – la quale non è  che somma di individui-atomi  – e non le devono niente .

“Il liberalismo non è [come pretende  essere] l’ideologia della libertà, ma l’ideologia che mette la libertà al servizio del solo individuo  affrancato da ogni appartenenza” e da tutto quello che eccede l’individuo, ” inteso come essere desiderante e consumatore ideale del mercato.

Alain de Benoist

“Questa teoria sostiene  che l’uomo è anzitutto quello che ha liberamente scelto di essere, interamente padrone di sé e delle sue scelte,  a  partire  non da qualcosa che già c’è, ma a partire dal niente”.  E’  l’ideologia della sinistra fucsia ( Fusaro), del partito radicale di massa  imperante totalitariamente.  L’idea che la libertà sia “il diritto di avere diritti”, che “lo Stato esiste   solo per soddisfare  i desideri individuali, subito  elevati a diritti”.

E’ la mentalità diffusa nell’uomo comune  odierno, che si S ente “liberato”  dai “tabù”, e si fa adirittura psico-poliziotto  a difesa di questa ideologia, ormai “fatto sociale totale”.

“La nazione? Un feticcio introvabile”

Ma la più  radicale asserzione viene dallo storico tempio  intellettuale  del liberismo,  la Mont Pélerin Society , fondata nel ’47 nientemeno da Milton Friedman, Friedrick Hayeck e Karl Popper “per promuovere il libero mercato e la società aperta”. La afferma un socio francese della Mont Pélerin, Bernard Lemennicier: ogni nazione,   ha scritto, “è semplicemente un aggregato di esseri  umani”,  quindi un”feticcio politico introvabile  – Come può una società avere dei valori e delle preferenze indipendentemente dai membri che la costituiscono? Essa non  ne ha. […] Non bisogna ingannarsi sul sentimento di appartenenza. Non si appartiene ad una nazione, né a un territorio,  né a uno Stato, che sono qualcosa di non-esistente, senza alienare il proprio libero arbitrio e  la propria condizione di essere umano”.

Si capisce che, se aderisco a  questa ideologia “non ho, per principio, alcuna regola collettiva da rispettare, e nessun  potere pubblico può ordinarmi di sacrificare  la mia vita per una causa  qualsiasi”.  Da questa asserzione dell’uomo della Mont Pélerin discendono direttamente  la globalizzazione  e tutti i “diritti umani”,  il gender e  lo spalancare le  porte all’immigrazione senza limiti, perché il nigeriano che è arrivato qui pagando gli scafisti  e senza documenti  è “un individuo”  e quindi detentore assoluto dei ”diritti”  superiori alla società ,  e   un ministro che provi a frenare l’invasione viene catalogato come liberticida e malvagio, un delinquente che un procuratore   Patronaggio   incrimina.  “In nome dei diritti umani, si vuole proibire alle nazioni di approvare leggi che giudicherebbero eventualmente utili per preservare o incoraggiare la vita comune e educazione comune”.

Attenzione:  con questa ideologia, diventato “fatto  sociale totale” , lo Stato liberale “non può sviluppare  la minima condizione del bene”. Come nel  liberismo economico  puro “non occorre tener conto della moralità o immoralità   del bisogno cui  risponde la cosa utile”, la merce che acquistiamo, così uno Stato veramente liberale  deve essere “indifferente rispetto  ai fini”,   garante solo dei diritti  “senza presupporre la minima concezione del bene”.  Ayn Rand, il celebre guru del libertarismo radicale, giunge a sancire: “L’altruismo è incompatibile con la libertà”.

Il ”diritto” che vige nel totalitarismo chiamato libertario,  infatti,  dissocia il senso della “giustizia”  dal concetto di bene.

“Asserendo di prescindere  da tutte le convinzioni etiche,  religiose, filosofiche  dei membri della comunità, rompe con l’idea secondo cui la  salute pubblica e il bene comune passano anzitutto attraverso una presa in considerazione delle concezioni del bene nel dibattito pubblico”.  Infatti “la libertà liberale non implica per l’individuo  alcun obbligo di  agire in  vista  di un bene,  nemmeno del bene:  si può nuocere a se  stessi  dal momento che non disturba nessuno”: infatti vediamo il trionfo di queste libertà:  ci si può  drogare  fino alla morte (depenalizzazione), infettarsi nelle dark rooms  sodomitiche,  farsi mutilare per cambiare sesso,  affittare l’utero, esigere dallo Stato il suicidio assistito   – e guai a chi giudica chi lo fa: è omofobo, fascista, bigotto.

Le madri che fanno somministrare ai figlioletti il farmaco che ritarda la pubertà perché”possa scegliere più tardi” cosa vuol essere sessualmente, sacrificano i figli al dio del liberismo, “l’individuo astratto”, che esige “la neutralizzazione generale: dalle singolarità collettive tra  i popoli e le culture così  come le differenze di sesso”.

Le  assistenti sociali di Bibbiano, strappando i figli ai genitori  per darli a coppie gay,  puntano a creare  “l’uomo nuovo”; l’individuo astratto senza appartenenze.

“Il mercato è  naturale, la  democrazia no”

Questo individualismo radicale  porta a un’altra conseguenza che ci vediamo attorno  dilagante: la corruzione politica …”Provoca la corruzione della democrazia: perché  se la democrazia è fondamentalmente un regime politico, è  perché presuppone che l’individuo, sollevandosi fuori della sfera privata e  cogliendosi come cittadino, si identifichi con una causa collettiva, con un interesse generale  non riconducibile alla somma degli interessi particolari”.

“Il politico non è più portatore di alcuna dimensione etica, nel  senso che nel suo nome non si può esigere  e nemmeno promuovere alcuna concezione del bene comune”:  e allora  perché ci stupiamo se  quelli che eleggiamo sono senza  principi?   Che svendano i monopoli pubblici redditizi come Autostrade agli amici, che intaschino i milioni del Mose invece di metterlo in  funzione?  Tout se tient:   se volete avere come “diritti” i vostri vizi privati, dovete accettare gli effetti collaterali  di questo “Individualismo” radicale.

Del resto, nonostante tutto il loro parlare di “democrazia” ,  i dirigenti liberisti sono ben pronti a eliminarla, come vediamo fare nella UE. Perché il loro credo è  stato espresso nel modo più  agghiacciante  da Alain Minc,  j e  intellettuale-imprenditore (è capo  di una ditta i autostrade): “Il capitalismo non può crollare, è  lo stato naturale della società. La democrazia non è lo stato naturale della società. Il mercato lo è”

“C’è  politica unicamente in riferimento a popoli e  comunità”, scolpisce De Benoist. La dittatura  del liberismo  (e del capitalismo) sotto cui oggi viviamo “è in sé un regime di devastazione dell’umano,  come della devastazione della natura non umana [ciao gretini],  è regime incompatibile con la cultura”.

“Il liberalismo”  che  promuove  “l’abolizione di ogni morale che reprime la  soddisfazione immediata del desiderio”, attraverso  la “deregolamentazione”   è “distruzione generalizzata di tutto ciò che non ha valore mercantile”, come la famiglia,  residuale “struttura collettiva non contrattuale”, spazio di gratuità sottratto al mercato: in fondo è per questo che non facciamo più figli. Avere figli è “un sacrificio” dei nostri desideri (pardon, “diritti”) individuali, oltreché “un costo” che “ostacola la nostra efficienza sul mercato” del lavoro” e penalizza la nostra “competitività” nei confronti dei colleghi single.

Conclusione: “Il liberalismo è il progetto politico di smantellamento completo del’ordine della legge e  uno dei più potenti motori del nichilismo”.
E tutta questa devastazione è perché si è  rigettata  la verità antropologica sull’uomo: ossia che “l’uomo è un animale sociale, la cui esistenza  è consustanziale alla società”,   la comunità storica nazionale che gli ha dato quasi tutto,  a cominciare dalla lingua, alla cultura e la  rete delle solidarietà  giuridiche ed extra-giuridiche basate sulla appartenenza” e che  “può chiedere alle persone  di  operare in primo luogo per  il bene comune”,  non come individuo egoista auto-distruttore  e  narciso.

Come? Il libro  ha anche  una “pars costruens”.   Vi lasciamo il piacere  di scoprirla invitandovi a leggerlo. Come il precedente di De Benoist sul populismo, è un mezzo indispensabile di comprensione  dell’oggi.

Manifesti apparsi in alcune città della Romagna. Diramati dal Ministero della Verità. Perfetta illustrazione del libertarismo totalitario

La ridicola commissione proposta dalla segre

Poi mi dicono, che te ne frega a te se questi s’allarmano per quello che pensano essere razzismo (e che spesso non è).

Me ne frega perché poi ci sono persone come la senatrice liliana segre che porta la faccenda in Parlamento, proponendo una “commissione anti-odio“.

Ora, di mesi ne à avuti a sufficienza per studiare i suoi compiti da senatrice, dovrebbe averlo capito che a lei, in quanto parlamentare, dell’odio delle persone (che poi in realtà sono solo gusti) non gliene deve fregare nulla.
Ché, come ò già spiegato, alla legge non gliene deve fregare niente se alla gente stanno sul culo i valdostani, gli asiatici o gli ebrei.

Il parlamento deve restarne fuori. Il parlamento deve fare leggi che vietano i danni che le persone subiscono, non gliene deve fregare niente dei sentimenti delle persone.

Purtroppo però la senatrice segre non à studiato la lezioncina, non à investito due euro in un insegnante che le spiegasse qual è il compito del legislatore e se ne esce con questa ridicola proposta di una Commissione parlamentare di indirizzo e controllo sui fenomeni di intolleranza, razzismo, antisemitismo e istigazione all’odio e alla violenza nei confronti di persone o gruppi sociali sulla base di alcune caratteristiche quali l’etnia, la religione, la provenienza, l’orientamento sessuale.

Una commissione che costerà dei soldi delle vostre tasse, beninteso.
Per fare cosa?

Nulla.

La commissione viene infatti istituita per fare cose totalmente inutili dal punto di vista legislativo. Basta leggere i compiti della commissione, che sono tre.

Il primo

a) raccoglie, ordina e rende pubblici, con cadenza annuale:

  • normative statali, sovranazionali e internazionali;

  •  ricerche e pubblicazioni scientifiche, anche periodiche;

  •  dati statistici, nonché informazioni, dati e documenti sui risultati delle attività svolte da istituzioni, organismi o associazioni che si occupano di questioni attinenti ai fenomeni di intolleranza, razzismo e antisemitismo, sia nella forma dei crimini d’odio, sia dei fenomeni di cosiddetto hate speech;

Quindi la commissione fa una cosa a metà tra un bibliotecario e l’ISTAT.
Va in giro per il mondo a raccogliere le leggi degli altri paesi e le mette in un faldone ben rilegato.
Raccoglie ricerche e dati statistici e le mette in un quaderno con la copertina bella.

Il secondo

b) effettua, anche in collegamento con analoghe iniziative in ambito sovranazionale e internazionale, ricerche, studi e osservazioni concernenti tutte le manifestazioni di odio nei confronti di singoli o comunità. A tale fine la Commissione può prendere contatto con istituzioni di altri Paesi nonché con organismi sovranazionali e internazionali ed effettuare missioni in Italia o all’estero, in particolare presso Parlamenti stranieri, anche, ove necessario, allo scopo di stabilire intese per il contrasto all’intolleranza, al razzismo e all’antisemitismo, sia nella forma dei crimini d’odio sia dei fenomeni di hate speech;

Capito, la commissione effettua osservazioni. Ciumbia!
Vedo gente, faccio cose… siamo a quel livello.

Il terzo

c) formula osservazioni e proposte sugli effetti, sui limiti e sull’eventuale necessità di adeguamento della legislazione vigente al fine di assicurarne la rispondenza alla normativa dell’Unione europea e ai diritti previsti dalle convenzioni internazionali in materia di prevenzione e di lotta contro ogni forma di odio, intolleranza, razzismo e antisemitismo.

Ecco, senatrice segre, forse qualcuno dovrebbe spiegarle che se ritiene necessario adeguare la legislazione lei à il potere di iniziativa legislativa in quanto senatrice. Non à bisogno di una commissione che le scriva un disegno di legge, può farlo già da sola.

In pratica questa commissione è totalmente inutile. Serve solo come operazione d’immagine per trasformare il Parlamento in un catechista che pretende di imporre alla gente quello che deve farsi piacere.

Qual è il problema dunque con questa commissione? Tolto il problema dei denari buttati nel gabinetto per dare un contentino a una senatrice che non à capito qual è il ruolo della legge, il pericolo è che poi che questa commissione fondi davvero le basi per un “adeguamento legislativo” in cui tappano la bocca la bocca a chi non fa nessun danno ma esprime solo i propri gusti. Una versione ampliata e peggiorata della già orrenda legge mancino.

Se questi legislatori sono capaci di istituire una commissione del genere sono capaci di scrivere qualsiasi porcata nella legge vera e propria.
E quando queste follie diventano legge allora sono cazzi amari per tutti.

thanks to: butta.org

E’ nata la Polizia dell’Amore

Senato approva mozione Segre con 151 sì e 98 astenuti

Per varo Commissione contro odio, razzismo e antisemitismo

(da incorniciare:

Mariagiovanna Maglie
@mgmaglie
Commissione contro l’odio : non vi fate fregare. Si dice contro razzismo e antisemitismo,e siamo tutti d’accordo. Ma quando si parla di nazionalismo, etnocentrismo, pregiudizi, stereotipi, che cosa  significa? Difendiamo la libertà di espressione, no  a censura di regime.
(L’iniziativa della sacra Segre è parte di una potente campagna internazionale): 

Ce lo chiede l’Europa (dalla sinagoga)

Antisemitismo, il presidente David Sassoli: «Siamo molto preoccupati, il governo nomini un commissario nazionale»   . David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo,  non è un caso che scelga di visitare la Comunità Ebraica di Roma, la più antica d’Europa. Ed è qui che commenta i venti di antisemitismo che, dagli «ignobili» insulti a Liliana Segre a episodi meno risonanti, attraversano il nostro e altri Paesi dell’Unione. Con la  nomina di un Commissario nazionale all’antisemitismo. 

infatti  :

In USA, criticare Israele è “crimine d’odio”

Di Philip Giraldi
 Dipartimento per l’Educazione del Presidente Trump ora afferma che protestare contro Israele è un “crimine d’odio”. Incredibilmente molti college e università si stanno piegando alle pressioni per limitare le attività del movimento di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni.
La Holocaust Card –  rende immuni da ogni critica. E non scade mai.

Volete un esempio, in concreto, di cosa si può fare con il “contrasto all’odio, in tutte le sue forme”?

di Benedetto Ponti  (docente di Diritto dell’informazione e Diritto dei media digitali presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Perugia @PontiBenedetto)

[….]

Nel documento di sintesi, tra i dati posti a supporto dell’esistenza di “stereotipi e false rappresentazioni” degli italiani, in particolare con riferimento agli immigrati, è riportata la seguente statistica:

Ora, come è già stato sottolineato, la prima affermazione (condivisa dal 48,7% degli intervistati) è un’opinione (che si può condividere, o meno, ma) perfettamente legittima, e non uno “stereotipo”, né una “falsa rappresentazione”. Tuttavia, se si può dire che quasi metà degli italiani la pensa in quel modo perché “odia” gli immigrati, e che d’altra parte l’odio va contrastato, ecco che la “strategia nazionale” potrà giustificare di tutto: la criminalizzazione di quell’opinione, ma anche (perché no?!) misure preferenziali per la assunzione di immigrati (per contrastare gli effetti dell’odio).

[…]

Non è lontano il giorno in cui affermare che gli italiani dovrebbero avere la precedenza nelle assunzioni potrà essere (legittimamente) censurato (perché una “falsa rappresentazione” conduce all’odio … e l’odio conduce alla paura, e la paura al lato oscuro).
Così, quando anche i più sprovveduti si saranno resi conto che le attuali politiche di gestione dell’immigrazione sono esclusivamente funzionali alle politiche di deflazione salariale imposte dalle logiche intrinseche dell’unione economica e monetaria  ….  purtroppo non potranno più esprimere il loro dissenso o —non sia mai!— la loro ostilità, oramai derubricati a rappresentazione fuorviante e falsa, anticamera dell’odio.

I lavori sono ormai a buon punto.

Visualizza su Medium.com

La sacra Segre – Ha detto   di ricevere 200 insulti antisemiti al giorno . Dove, visto che non è sui social? (Orwell era un dilettante  rispetto ai Padroni del Discorso) 

 

thanks to: Maurizio Blondet

 

Resistenza palestinese: diritti dei palestinesi non sono negoziabili

I gruppi della Resistenza palestinese hanno dichiarato che la conferenza economica sponsorizzata dagli Stati Uniti in Bahrain, dal 25 al 26 giugno 2019, è un pericoloso passo in avanti per annientare la Palestina i cui diritti non sono negoziabili. La questione della Palestina è totalmente politica e i diritti dei palestinesi non sono in vendita …

via Resistenza palestinese: diritti dei palestinesi non sono negoziabili — Notizie dal Mondo

Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu.

Nel 2018 la costruzione di nuovi insediamenti è stata del 9% al di sopra della media. 19.346 unità abitative sono state costruite nell’ultimo decennio sotto il PM Netanyahu Il 70% delle costruzione sono in “Insediamenti isolati” English version Peace Now – 14 maggio 2019 Immagine di copertina: Mappa della costruzione degli insediamenti durante il decennio di…

via Il Rapporto annuale 2018 di Peace Now sugli insediamenti nei 10 anni del governo Netanyahu. — Notizie dal Mondo

La francese Alstom lascia la ferrovia dei coloni

Israele ha difficoltà a trovare aziende internazionali disposte ad espandere la ferrovia leggera di Gerusalemme, che collega i suoi insediamenti illegali nella Cisgiordania occupata a Gerusalemme. (OzinOH) English version di Ali Abunimah, 13 maggio 2019 Due compagnie israeliane hanno inviato domenica una lettera al primo ministro Benjamin Netanyahu chiedendo una proroga urgente della scadenza per…

via La francese Alstom lascia la ferrovia dei coloni — Notizie dal Mondo

71° anniversario della Nakba, l’API: una data tragica per il popolo palestinese

Il 15 maggio 2019 si commemora il 71° anniversario della Nakba, una data tragica per il popolo palestinese, da oltre 71 anni vittima di pulizia etnica, documentata accuratamente da storici palestinesi, israeliani e internazionali e dal diritto umanitario.
Le risoluzioni ONU, le convenzioni di Ginevra, dell’Aja, il diritto internazionale in generale, ribadiscono con forza il Diritto al Ritorno dei Palestinesi alla loro patria, da dove furono scacciati oltre settanta anni fa attraverso massacri perpetrati da bande terroristiche del movimento sionista: un esempio emblematico è il massacro di Deir Yassin, dietro Gerusalemme.
Inoltre, più di 780 tra città e villaggi furono svuotati dai loro abitanti.
La comunità internazionale ha il dovere morale e legale di rispettare e fare applicare le convenzioni che riguardano la questione palestinese.
Ogni giorno, i Palestinesi nella Palestina storica e nella diaspora raccontano a figli e nipoti i tragici ricordi, che vengono così tramandati da generazione a generazione, con le chiavi della casa in Palestina che il nonno non ha mai dimenticato o messo da parte.
Questa resilienza e questo attaccamento e resistenza della memoria significano il fallimento dei pionieri del movimento sionista.
In quest’occasione, l’API conferma la propria salda posizione sui diritti del popolo palestinese e sulla memoria storica, e invita tutti i Palestinesi in Italia, in Europa e in tutto il mondo a un maggior impegno politico e sociale, all’assoluto sostegno alla popolazione palestinese sotto assedio, da oltre 13 anni, nella Striscia di Gaza, al rispetto della Grande Marcia del Ritorno, al supporto di Gerusalemme, che viene tutti i giorni violentata dai coloni, dalla polizia e dall’autorità israeliana nel tentativo di trasformarla in una città ebraica con l’assoluto appoggio del presidente USA Donald Trump.
La comunità internazionale deve prendere coscienza che stare dalla parte di Israele significa schierarsi con il carnefice criminale.
Guardiamo con attenzione e amarezza la corsa dei vari governi arabi ed occidentali verso Israele, che dimenticano gli abusi, la continua pulizia etnica nei confronti della popolazione autoctona palestinese.
Invitiamo tutti i cittadini liberi del mondo a boicottare ogni forma di rapporto e iniziative di qualsiasi tipo – economico-militare-scientifico ed artistico – con l’occupazione israeliana, riconoscendo il ruolo del BDS in Italia e in tutto il mondo.
Roma, 15 maggio 2019

API-Associazione dei Palestinesi in Italia

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thanks to: Agenzia stampa Infopal

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