Sono stati gli Stati Uniti a decidere di intodurre i vaccini obbligatori in Italia

(Foto di TorinoToday)

L’Italia sarà capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale e guiderà nei prossimi cinque anni le campagne vaccinali nel mondo. È quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto alla casa bianca, Washington, 26 settembre 2014.

Sentiamo la necessità di esprime il nostro parere sul decreto Lorenzin e sull’obbligo vaccinale da questo previsto.

Ci teniamo a premettere che non siamo contro i vaccini, e che sappiamo perfettamente che in alcune condizioni socio-sanitarie, questi si rendono necessari ed hanno aiutato il progresso e lo sviluppo umano. Noi stessi abbiamo partecipato, come volontari, in paesi dei continenti africano e asiatico, e sappiamo per esperienza diretta di cosa stiamo parlando. All’epoca già grandi e vaccinati.

Tuttavia, almeno attualmente, l’Italia ed il resto d’Europa non si trovano, dal punto di vista socio-sanitario, nelle condizioni in cui versavano quei paesi.

Scriviamo questa lettera diretta a chi vorrà ascoltarci perchè siamo contro il decreto Lorenzin. Evidenziamo che il tema non è : “vaccini si vaccini no” ; ma è vaccini Come ?Quando e Quali?

Come genitori siamo preoccupati delle conseguenze sulla salute dei nostri figli, e come cittadini crediamo che un trattamento sanitario obbligatorio sia una misura non giustificata e lesiva dei diritti alla persona.

Nessuno, infatti, può obbligare ad assumere un farmaco contro la propria volontà.

I vaccini sono farmaci, e come tali hanno pro e contro,  controindicazioni e avvertenze, e finché esista qualche tipo di rischio non si può obbligare un genitore a vaccinare il proprio figlio, quando per di più non è previsto alcun tipo di analisi pre-vaccinale.

Il decreto Lorenzin, approvato  dal Consiglio dei Ministri il 19 maggio scorso, porta da 4 a 12 il numero delle vaccinazioni obbligatorie per i bambini dai zero ai sei anni.

Rende obbligatorie 12 vaccinazioni: antidifterica, antitetanica, antipoliomielitica e antiepatite virale B (già obbligatorie), anti-pertosse, anti-meningococco B e C, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella e il vaccino contro l’Haemophilus influenzae. Il tutto, secondo il calendario vaccinale, nei primi 15 mesi di vita.

Se il bambino non avrà tutte le vaccinazioni richieste non potrà essere iscritto all’asilo nido o alla scuola dell’infanzia. A questa limitazione, per chi non farà vaccinare i bambini si aggiunge anche una sanzione di 7.500 euro.

L’Italia sarà capofila per le strategie vaccinali a livello mondiale e guiderà nei prossimi cinque anni le campagne vaccinali nel mondo. È quanto deciso al Global Health Security Agenda (GHSA) che si è svolto alla casa Bianca, Washington, 29 settembre 2014.

Questo invece che onorarci ci preoccupa , nessun paese ha mai fatto sulla popolazione quello che è previsto oggi sui nostri figli. Chi ci garantisce che questi Signori sappiamo quali saranno gli effetti sulla massa visto che non ci sono dati perché fin ora nessuno prima degli Italiani lo ha sperimentato sulla propria pelle?

Ci pare evidente che una legge di questo tipo mina in profondità la Libertà di Cura ed il Diritto all’Istruzione ed è lesiva dei diritti umani.

Molti giuristi in Italia l’hanno già definita anticostituzionale.Ma nonostante tutto Il Presidente della Repubblica in data 7 giugno 2017 ha firmato il decreto.

Osserviamo un vuoto formativo, informativo e culturale che però non può essere riempito da una coercizione, da un obbligo, misura violenta e poco adatta a creare coscienza su un argomento così delicato.

Non capiamo la motivazione di tutti i vaccini in elenco e la tempistica del calendario vaccinale.

Il Ministero della Salute, che non ha informato i cittadini delle motivazioni evidentemente emergenziali di una campagna vaccinatoria così imponente, ci dovrebbe adesso illustrare i motivi per cui dovremmo sottoporre a vaccinazione un bimbo di tre mesi, ad esempio per:

– il tetano: è una malattia infettiva ma non contagiosa, e per la quale non è valida neanche la scusa dell’immunità di gregge: un bimbo a tre mesi non si arrampica sui reticolati, si presuppone non sappia camminare aspettiamo almeno che sia in grado di farlo.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/tetano/tetano.asp

– la rosolia: la maggior parte delle popolazione non sa nemmeno di averla avuta. Riportiamo di seguito un link del portale epidemiologia dell’Istituto Superiore di Sanità dove si dice chiaramente che: […] “In un numero elevato di casi, i sintomi della rosolia possono passare inosservati”. […] Di solito benigna per i bambini, diventa pericolosa durante la gravidanza perché può portare gravi conseguenze al feto”.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/rosolia/rosolia.asp

– l’epatite B: la sua trasmissione è parenterale, ed è quindi quasi impossibile che un bimbo di tre mesi possa venirne a contatto. La vaccinazione potrebbe essere prevista solo in alcuni casi.

http://www.epicentro.iss.it/problemi/rosolia/epatite.asp

-il meningocco B , vaccino è sottoposto dall’AIFA a monitoraggio addizionale, siamo sicuri che vada bene per una vaccinazione di massa?

http://www.agenziafarmaco.gov.it/content/medicinali-sottoposti-monitoraggio-addizionale

http://www.assis.it/il-vaccino-antimeningococco-b/

 
Siamo contro questo decreto che dal punto di vista giuridico fa acqua da tutte le parti, ed è inutile riportare qui tutti gli articoli che verranno violati. Ricordiamo solo in questa sede che, ragionando con il buon senso, va da sè che non si può far firmare ad un genitore il consenso informato e allo stesso tempo obbligare ad un trattamento sanitario: o l’una o l’altra cosa!

Senza entrare però troppo nei meriti scientifici, nelle questioni mediche e nei tecnicismi giuridici, semplicemente come cittadini di questa società civile, come genitori e come Persone, portiamo avanti la nostra lotta nonviolenta nella prospettiva futura del bene comune e reclamiamo il diritto ad avere:

Vaccini puliti, liberi dai metalli pesanti. Che la ricerca vada verso una migliore qualità! Il mercurio è stato già eliminato nel 2016 adesso tocca all’alluminio e tutti gli altri inquinanti!

Anamesi accurata e analisi pre e post-vaccinali. La Medicina sta andando sempre di più verso una visione ad personam: anacronistico è pensare ed agire in termini di “massa”.

Una farmacovigilanza attiva al servizio della popolazione.

Una maggiore chiarezza da parte dei medici e degli operatori sanitari sui rischi e sugli effetti collaterali dei vaccini. Un impegno in tal senso dei pediatri di base.Si è generato un clima di caccia alle streghe con la radizione del Dott. Miedico e del Dott. Gava: chi non è d’accordo è fuori dall’ordine? Questo è antidemocratico !

Criteri meno stringenti che tengono conto dei casi singoli e delle criticità personali, se ad esempio una famiglia non ha necessità di mandare il bimbo al nido o alla materna nel primo anno di vita non capiamo il motivo dell’obbligo.

Libertà di cura: in un paese democratico e anti fascista, è nostro dovere persuadere il governo ad andare in questa direzione.

Nessuna speculazione economica sulla salute pubblica. Scienza e Legge libere da padroni e interessi economici: perchè solo così avanzerà il superamento del dolore nella società umana.

Infine ma non meno importante siamo contro questo decreto perché:

 Consideriamo l’essere umano come valore massimo al di sopra del denaro, dello Stato, della religione, dei modelli e dei sistemi sociali. 

Diamo impulso alla libertà di pensiero. 

Propugnamo l’uguaglianza di diritti e l’uguaglianza di opportunità per tutti gli esseri umani. 

Riconosciamo e incoraggiamo la diversità di costumi e di culture. 

Ci opponiamo ad ogni discriminazione.


Consacriamo la giusta resistenza ad ogni forma di violenza fisica, economica, razziale, religiosa, sessuale, psicologica e morale.

Date voce alla nostra voce

Alessandra Rinaldi, Saverio Ragonesi, Federica Fratini, Romina Savio, Stefano Santini

thanks to: Pressenza

 

Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis”

Migliaia di persone sono scese in piazza a Tehran per omaggiare le vittime dei brutali attentati terroristici che hanno colpito la città.  “Morte all’Arabia Saudita”. “Morte agli Stati Uniti”. I cori pià frequenti. Del resto, i leader della Repubblica islamica hanno accusato Washington e Riad di supportare gli attacchi che hanno ucciso 17 persone.

 

Questo venerdì, il leader supremo, l’Ayatollah Ali Khamenei, ha sostenuto come gli attentati aumenteranno solo l’odio dell’Iran verso gli Stati Uniti e i suoi “tirapiedi” come l’Arabia Saudita. L’attacco “non intaccherà la determinazione della nazione iraniana e il risultato sarà quello di aumentare l’odio verso il governo degli Stati Uniti e i suoi tirapiedi nella regione come l’Arabia Saudita“, ha dichiarato partecipando ai funerali. Lo riportano i media nazionali.

Durante il funerale, il Presidente del Parlamento iraniano, Ali Larijani ha definito gli Stati Uniti la versione “internazionale” dell’Isis. Larijani ha anche accusato Washington di scambiare democrazia con i soldi, in riferimento alle immense vendite di armi che il paese ha pattuito con l’Arabia Saudita.

La Guardia Rivoluzionaria dell’Iran ha sostenuto in un comunicato che ci sia l’Arabia Saudita dietro gli attacchi terroristici a Teheran. “Quest’attacco terrorista avviene una settimana dopo l’incontro tra il presidente degli Usa (Donald Trump) e i leader sauditi che supportano i terroristi. Il fatto che lo Stato Islamico abbia rivendicato prova che sono coinvolti negli attentati“, si legge nella nota, citata da Reuters.
In precedenca il Generale Hossein Salami, vice comandante della Guardia rivoluzionaria, aveva promesso ritorsioni per l’attacco. “Non c’è alcun dubbio che avremo vendetta per gli attacchi di oggi a Teheran, sui terroristi, sui loro compari e su chi li sostiene”, ha dichiarato. Lo riporta l’agenzia Mehr.

 

 

Notizia del: 09/06/2017

Sorgente: Teheran, migliaia per i funerali delle vittime terrorismo. Presidente Parlamento: “gli Usa, la versione ‘internazionale’ dell’Isis” – World Affairs – L’Antidiplomatico

I morti di Teheran non valgono un hashtag

Diciassette morti, quaranta feriti, e nessuno con la matitina spezzata nel taschino. Nessuno con la bandierina del paese colpito come sfondo del proprio profilo social. Nessuno con l’hashtag, anche se patetico. Nessuna insulsa dimostrazione di solidarietà, di quelle che costano un clic. Improvvisa sobrietà? No, semplice indifferenza. L’indifferenza di chi non vede i morti di Teheran come morti su cui vale la pena esprimere un cordoglio, benché vittime dello stesso terrorismo che colpisce Londra, Berlino e Parigi. L’indifferenza di chi non crede che i morti di Teheran meritino nemmeno il conformismo da social-network. E infatti quei morti sono morti sbagliati, anticonformisti, contraddittori. Sono morti musulmani.

Sono morti che ci dicono che l’Iran non è uno stato terrorista, ma che subisce la violenza del terrorismo. Sono morti che ci dicono che i musulmani non sono nemici, ma che i nemici sono coloro che strumentalizzano la religione per finalità politiche. Sono morti che ci agitano un’amara verità: il nostro universale sentimento di solidarietà, non è poi così universale. La nostra empatia ha precisi limiti geografici e culturali. Ma come si può provare empatia per uno “stato canaglia”? E invece no, l’Iran non è uno stato canaglia. L’Iran non finanzia il terrorismo internazionale. Ma lo subisce, come è tristemente ovvio che sia per un paese in prima linea contro il sedicente Stato Islamico, impegnato militarmente più di ogni altro campione della libertà occidentale. Un impegno di cui non si parla mai, perché l’Iran è cattivo e non può far parte dei “nostri” eroi.

Come non sono nostri i suoi morti, perché sono morti musulmani, e non sono nostri i morti di Baghdad e di Kabul, migliaia senza nome, in pezzi per le strade, dilaniati dall’ennesimo attentato suicida di cui i nostri illuminati giornali nemmeno danno notizia. E così la bella società civile, quella che sono tutti “sciarlì“, quella che ama specchiarsi nei suoi profili digitali, non versa la pavloviana lacrimuccia. Le bombe fanno piangere solo se esplodono nelle democrazie occidentali, evidentemente.

Diciassette morti, quaranta feriti, e la coscienza europea – sublime, illuminata, superiore – non registra sussulti. Almeno fino alla prossima deflagrazione in piazza, quando il sismografo della nostra anima si agiterà quel tanto che serve a farsi belli, e un hashtag laverà via ogni male.

Sorgente: I morti di Teheran non valgono un hashtag – East Journal

Biafra, punto su indipendenza, IPOB e Nnamdi Kanu

Abbiamo contattato Ace Nnorom, un docente britannico di diritto pubblico e internazionale, per capire quali sono le ragioni della nuova fiamma secessionista per ripristinare la Nazione del Biafra. Il sig. Nnorom  racconta a Pressenza Italia la crisi che c’è all’interno di IPOB e parla anche di Nnamdi Kanu e il suo Business Partner Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor.
Signor Nnorom, grazie per aver accettato il nostro invito a fare questa intervista con Pressenza Italia. Puo parlarci un po di sé in modo che i nostri lettori abbiano un’idea chiara su chi sia e del suo ruolo nel movimento secessionistico del Biafra.
Una correzione: Il movimento del Biafra non è una secessione ma è un movimento per il restauro del Biafra. Mi chiamo Ace Nnorom sono un cittadino britannico maa di origine biafrana. Non ho nessun passaporto della Nigeria. Non sono un nigeriano. I miei genitori sono del Biafra. Mio padre ha combattuto durante la guerra del Biafra e poi è immigrato in Camerun dove sono nato. Attualmente sto lavorando per aiutare a restaurare la Nazione del Biafra. Sto aiutando i popoli indigeni del Biafra perché io stesso sono un biafrano.
 
Grazie per aver chiarito la questione “secessione”. Puo dirci alcuni elementi della storia del Biafra, della sua gente e delle relazioni con la Gran Bretagna e la Nigeria?
La storia del Biafra è molto semplice. Prima dell’arrivo degli europei, l’arrivo degli Inglesi in Nigeria per essere precisi, il Biafra era una nazione indipendente. Poi Frederick Lugard mise insieme Biafra, Oduduwa (Yoruba) e Arewa (Hausa) e ha formato la Nigeria odierna. Il Biafra comprende i seguenti stati: Rivers State, Cross River, Akwa Ibom, Ebonyi, Imo, Anambra, Abia, Enugu, Bayelsa, Delta, Efik, Ibibio, Annang, Ejagham, Eket, Ibeno e Ijaw.
Con questo lei vuole dire che il Biafra non è degli Igbo? Perché in Italia, quando parliamo di Biafra, pensiamo subito alle persone di origine Igbo.
No! Il Biafra non è soltanto degli Igbo. La stessa parola ‘Biafra’ è  un nome Ijaw. Il nome è stato dato da un uomo di origine Ijaw e non Igbo. Quando si guarda la mappa del 1885 del Biafra (Nigeria orientale) si ha: Abor, Aba, Owerri, Umuahia, Olu, Ikote, Ekpene, Uyo Eket, Calabar, Ogoja oji, River, Akwa, Oka, Onitsha, Innewi, Okigwe, Anan, Abakiliki, Yenegua, Warri, Asaba and Ugheli.
 
Il 30 maggio 2017 è stato il giorno della commemorazione del cinquantesimo anniversario dalla guerra e genocidio del Biafra. Perché dopo 50 anni dalla guerra civile stiamo ancora parlando di Biafra?
Come vi ho detto fin dall’inizio, Biafra è una Nazione che esiste all’ombra della Nigeria. In Nigeria ce la stessa situazone e motivi che hanno causato la guerra, cioè ingiustizie, discriminazioni, persecuzione e uccisioni brutali dei biafrani; io la chiamo pulizia e sterminio etnico. Ora abbiamo anche i pastori Fulani che uccidono i biafrani in Biafra. Uccidono anche i non-biafrani come nel Benue State. I biafrani sono discriminati sul lavoro, vengono continuamente uccisi dagli Hausa-Fulani e la polizia nigeriana e il governo non possono fare nulla. Le ingiustizie in Nigeria contro i popoli del Biafra sono così gravi che i biafrani non vedono alcun modo di sopravvivere e vogliono che il Biafra sia restaurato. Ecco perché dopo 50 anni stiamo ancora parlando del Biafra. Non siamo contenti sotto la Nigeria e chiediamo alla comunità internazionale di aiutarci. Nel 1914, quando ci fu l’unificazione della Nigeria, Frederick Lugard disse che dopo 100 anni dal 1914 la “fusione” della Nigeria poteva essere sciolta. Il contratto di unione di 100 anni è scaduto a gennaio 2014. Ora vogliamo la nostra libertà e il nostro paese, il Biafra.
Nnorom, molti analisti internazionali e organizzazioni per i diritti umani temono una nuova guerra civile. Hanno ragione di preoccuparsi?
Non devono preoccuparsi di una nuova guerra perché non ci sarà nessuna guerra. La guerra si è verificata solo perché la comunità internazionale ha consigliato la Nigeria in quel senso. La Nigeria sta ricevendo consigli da parte delle Nazioni Unite e del Regno Unito perché la Gran Bretagna appoggia la Nigeria come paese unico e indivisibile e questo è sbagliato. I biafriani stanno continuando in modo molto pacifico di cercare di stabilire una nazione e questa volta stanno lavorando con una “road map” che li porterà alle Nazioni Unite e verso un Referendum monitorato dall’ONU e altre nazioni. Non ci è stata data la possibilità di scegliere di stare in Nigeria nel 1914. Ora è il momento di darci quella scelta attraverso un referendum monitorato dalle Nazioni Unite. Se ci sarà qualche guerra sarà una guerra forzata contro i biafrani. I biafrani sono persone che amano la pace.
Che relazioni c’e tra il popolo del Biafra e i nigeriani?
 
I biafrani continuano a fare affari in Nigeria, ma quello che bisogna capire è che la gente nigeriana è un po strana in questa loro aggressività verso i biafrani. I biafrani dicono solo che non vogliono far parte di questo paese chiamato Nigeria. Abbiamo avuto la nostra nazione. Abbiamo dichiarato la nostra indipendenza nel 1960.
La Nigeria è uno Stato multietnico, come molti stati africani,  questa multietnicità viene riconosciuta politicamente? Ci sono leggi che proteggono le minoranze in Nigeria?
 
Secondo la tua prospettiva esterna Nigeria dovrebbe essere uno Stato multietnico. In Nigeria la multietnicità non può funzionare proprio come il modo in cui non si possono mescolare acqua e olio insieme. A causa delle discriminazioni e del razzismo contro i biafrani da parte dei nigeriani, specialmente nel nord, non c’è modo che la Nigeria possa essere un felice stato multietnico.  I Nigeriani non credono nella comunità multietnica. La Nigeria è un oggetto, una giungla. Ecco perché Nnamdi Kanu ed i suoi seguaci hanno deciso di chiamare la Nigeria uno Zoo. E con l’elezione di Muhammado Buhari tutto è peggiorato.
Voglio chiederti qualcosa visto hai citato Buhari, l’attuale Presidente della Nigeria. Quando Goodluck Jonathan era presidente della Nigeria, lui ha ignorato completamente la lotta per restaurare Biafra, ma perché con Buhari tutto è diverso? Pensi che Buhari ha contribuito a rendere più popolare la lotta del Biafra?
 
Bisogna capire che Jonathan non ha ignorato la lotta del Biafra. Nella vita la gente ha il proprio interesse e le proprie ambizioni. Penso che Jonathan non sapesse cosa fare perciò ha deciso di rimanere come ipresidente della Nigeria invece di aiutare il suo popolo, i biafrani; perché lui è  biafrano.
 
I media italiani e le ONG erano molto pro con la lotta del Biafra. Ci sono molti articoli provenienti dall’Italia e hanno aiutato con la consapevolezza del Biafra agli italiani. Ora però alcuni giornalisti e ONG in Italia non si fidano piu di IPOB sotto la guida di Nnamdi Kanu perché dopo diverse indagini hanno scoperto cose sul movimento, hanno detto che c’è troppo fanatismo malato e culto della personalità.  Quali sono le tue opinioni in merito?
Beh, quello che devi sapere è che IPOB non è sotto una leadership. Ci sono molti gruppi che combattono e lavorano per il restauro del Biafra. Nnamdi Kanu ha pilotato il nome IPOB. IPOB sta per popoli indigeni del Biafra. IPOB appartiene a tutti i cittadini del Biafra. Tutti dalla regione inferiore del Niger sono persone indigene. Ma ci sono persone che hanno ascoltato ciò che Nnamdi Kanu stava dicendo sulla Radio Biafra London (RBL) e credono che Nnamdi Kanu sta parlando per loro e dice le cose che loro non sono in grado di dire. E quando lo ascoltano alcuni di loro diventano pazzi, eccentrici e talmente felici da credere che lui sia loro. Nnamdi Kanu è solo una persona e per lui stesso definirsi leader “supremo” non va bene. Non esiste nessuno come il leader supremo nella nostra terra Biafra e cultura. I biafrani sono repubblicani. Nnamdi Kanu è di origine Igbo e anche in Igboland non c’è niente come il leader supremo. Magari Nnamdi Kanu uscendo dalla prigione di recente è forse stato toccato nel senso che il suo stato mentale in realtà non può essere conosciuto poiché lui consente alle persone di inchinarsi davanti a lui e chiamarlo “Re, Dio, Salvatore e Supremo”. All’interno di IPOB nessuno riconosce Kanu come un leader supremo. Abbiamo molti capi in IPOB. Il gruppo che coordina IPOB ora è conosciuto come DOS (Direzione dello Stato) e il capo del DOS è sig Uchenna Asiegbu. DOS è come il parlamento del Biafra. Poi abbiamo  Radio Biafra International (RBi) che è diversa da Radio Biafra London (RBL) di Nnamdi Kanu. Radio Biafra Londra (RBL) dove Nnamdi Kanu propagava è di proprietà di Nnamdi Kanu e Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Radio Biafra Londra (RBL) è un’attività privata il quale il 75% della quota di RBL appartiene a Nnamdi Kanu e il 35% appartiene al suo partner e vice Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Quella radio è un’attività privata di  Nnamdi Kanu e Uchenna Alphonsus Okafor-Mefor. Nnamdi Kanu e Mefor e la loro Radio Biafra London (RBL) propagano bugie, notizie false, discorsi di odio e assassinio di personaggi anche su Facebook. L’unica radio dei biafrani che lavora per il restauro del Biafra ora è Radio Biafra International (RBi) perché i biafrani sono sparsi in tutto il mondo e per questo RBi li rappresenta tutti. In IPOB/DOS e RBi nessuno è un leader. I cittadini del Biafra sono uguali agli occhi di Dio, quindi non c’è niente come il leader supremo nella nostra lotta e in IPOB.
 
La ringrazio per aver messo un po di luci e chiarimenti sulla crisi in IPOB. Infine lo scopo del movimento pan-africano era quello di stabilire l’indipendenza tra le nazioni africane e promuovere l’unità tra tutti i popoli neri del mondo. Il movimento  è iniziato nel XIX secolo ma è stato rafforzato da diverse conferenze tenutesi a Londra tra il 1900 e il 1923. Cosa ne pensa del movimento pan-africano? Possono aiutare il vostro movimento?
Il pan-Africanismo non è mai stato forte ed ha sempre favorito e allargato i confini coloniali. Il Pan-fricanismo non ha mai combattuto per l’autodeterminazione dei popoli indigeni, quindi non vedo come possa aiutare a restaurare Biafra. A mio parere il movimento Pan-Africano è spesso controllato da maestri coloniali.
 

Sorgente: Pressenza – Biafra: Ace Nnorom fa il punto su indipendenza, IPOB e Nnamdi Kanu

Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Nonostante l’impegno preso con il TNP, l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari.

La scena della folla presa dal panico in piazza San Carlo a Torino, con drammatiche conseguenze, è emblematica della nostra situazione. La psicosi da attentato terroristico, diffusa ad arte dall’apparato politico-mediatico in base a un fenomeno reale (di cui si nascondono però le vere cause e finalità), ha fatto scattare in modo caotico l’istinto primordiale di sopravvivenza. Esso viene invece addormentato col black-out politico-mediatico, quando dovrebbe scattare in modo razionale di fronte a ciò che mette in pericolo la sopravvivenza dell’intera umanità: la corsa agli armamenti nucleari.

Di conseguenza la stragrande maggioranza degli italiani ignora che sta per svolgersi alle Nazioni Unite, dal 15 giugno al 7 luglio, la seconda fase dei negoziati per un trattato che proibisca le armi nucleari. La bozza della Convenzione sulle armi nucleari, redatta dopo la prima fase negoziale in marzo, stabilisce che ciascuno Stato parte si impegna a non produrre né possedere armi nucleari, né a trasferirle o riceverle direttamente o indirettamente.

L’apertura dei negoziati è stata decisa da una risoluzione dell’Assemblea generale votata nel dicembre 2016 da 113 paesi, con 35 contrari e 13 astenuti.

Gli Stati uniti e le altre due potenze nucleari della Nato (Francia e Gran Bretagna), gli altri paesi dell’Alleanza e i suoi principali partner – Israele (unica potenza nucleare in Medioriente), Giappone, Australia, Ucraina – hanno votato contro.

Hanno così espresso parere contrario anche le altre potenze nucleari: Russia e Cina (astenutasi), India, Pakistan e Nord Corea.

Tra i paesi che hanno votato contro, sulla scia degli Stati uniti, c’è l’Italia. Il governo Gentiloni ha dichiarato, il 2 febbraio, che «la convocazione di una Conferenza delle Nazioni Unite per negoziare uno strumento giuridicamente vincolante sulla proibizione delle armi nucleari, costituisce un elemento fortemente divisivo che rischia di compromettere i nostri sforzi a favore del disarmo nucleare».

L’Italia, sostiene il governo, sta seguendo «un percorso graduale, realistico e concreto in grado di condurre a un processo di disarmo nucleare irreversibile, trasparente e verificabile», basato sulla «piena applicazione del Trattato di non-proliferazione, pilastro del disarmo».

In che modo l’Italia applica il Tnp, ratificato nel 1975, lo dimostrano i fatti. Nonostante che esso impegni gli Stati militarmente non-nucleari a «non ricevere da chicchessia armi nucleari, né il controllo su tali armi, direttamente o indirettamente», l’Italia ha messo a disposizione degli Stati uniti il proprio territorio per l’installazione di armi nucleari (almeno 50 bombe B-61 ad Aviano e 20 a Ghedi-Torre), al cui uso vengono addestrati anche piloti italiani.

Dal 2020 sarà schierata in Italia la B61-12: una nuova arma da first strike nucleare, con la capacità di penetrare nel terreno per distruggere i bunker dei centri di comando. Una volta iniziato nel 2020 (ma non è escluso anche prima) lo schieramento in Europa della B61-12, l’Italia, formalmente paese non-nucleare, verrà trasformata in prima linea di un ancora più pericoloso confronto nucleare tra Usa/Nato e Russia.

Che fare? Si deve imporre che l’Italia contribuisca al varo del Trattato Onu sulla proibizione delle armi nucleari e lo sottoscriva e, allo stesso tempo, pretendere che gli Stati uniti, in base al vigente Trattato di non-proliferazione, rimuovano qualsiasi arma nucleare dal nostro territorio e rinuncino a installarvi le nuove bombe B61-12.

Per quasi tutto il «mondo politico», l’argomento è tabù. Se manca la coscienza politica, non resta che ricorrere all’istinto primordiale di sopravvivenza.

Articolo pubblicato su Il Manifesto del 6 giugno 2017

Sorgente: Pressenza – Il “disarmo” nucleare di Gentiloni

Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

Le organizzazioni pacifiste denunciano le proposte che cambiano faccia all’UE: il complesso militare-industriale è “in cammino” anche a Bruxelles.

Oggi la Commissione Europea ha diffuso a Bruxelles i dettagli riguardanti nuovi piani e decisioni che andranno a favorire l’industria degli armamenti, sgretolando i limiti del proprio mandato a riguardo delle questioni legate alla difesa. Ciò aprirà la strada a nuovi affari a favore di un complesso militare-industriale europeo già largamente influente sulle politiche nazionali.

Le organizzazioni e gli esperti delle organizzazioni pacifiste riunite nella rete ENAAT (European Network Against Arms Trade) alzano la propria voce per mettere l’opinione pubblica in guardia a riguardo di questo ulteriore tentativo della Commissione UE di banalizzare la produzione di armi ed estendere insidiosamente il proprio ambito di competenza sulla difesa: “Queste proposte non porteranno maggiore pace e sicurezza, ma sicuramente andranno ad incrementare i profitti dell’industria militare spingendo ulteriormente la corsa al riarmo globale” commenta Wendela de Vries dell’organizzazione olandese Stop Wapenhandel.

I nuovi fondi UE per l’industria bellica rendono più opachi gli ambiti di competenza della Commissione UE

La proposta legislativa della Commissione UE prevede in particolare di allocare a favore dell’industria a produzione militare 500 milioni di euro di fondi in più rispetto a quanto già previsto dal “Defence Action Plan” del Novembre 2016. Il denaro verrà recuperato da linee di bilancio non spese nel biennio 2019-20. “E’ particolarmente preoccupante che la politica della Commissione Europea ora si focalizzi nello spostare somme di denaro non spese sull’industria delle armi, piuttosto che tentare di migliorare i programmi di intervento già previsti” commenta Ann Feltham della campagna britannica CAAT. Parallelamente pochissimi fondi sono destinati ad ambiti cruciali per la Pace, come ad esempio il programma UE per i diritti umani o gli interventi per le prevenzione e risoluzione dei conflitti condotti da attori locali della società civile che ricevono solamente 6 milioni di euro all’anno dall’Unione.

Secondo le previsioni i fondi a disposizione delle aziende armate andranno addirittura ad aumentare dal 2021 con un contributo previsto di 1,5 miliardi di euro annui. Recenti documenti interni delle istituzioni europee hanno svelato come la Commissione Europea abbia tenuto decine di incontri con i rappresentanti delle industrie belliche: “Queste nuove proposte non sono nell’interesse dei cittadini europei – sottolinea Bram Vranken dell’organizzazione belga Vredesactie – ma solo a beneficio di un industria che sta fornendo la benzina per il fuoco dei conflitti armati in tutto il mondo”.

La Commissione propone eccezioni alle regole di austerità di bilancio per la spesa in armi

La bozza di proposta illustrata oggi a Bruxelles prevede inoltre che eventuali contributi volontari da parte degli Stati Membri a questo fondo UE siano considerati al di fuori del Patto di Stabilità imposto dall’Unione Europea ai propri Paesi. In altre parole tali fondi non sarebbero considerati nel conteggio del limite di debito al 3% (sul PIL) che tutte le Nazioni UE sono tenute a rispettare. “E’ davvero scioccante che mentre i cittadini europei stanno ancora pagando il prezzo delle misure di austerità nella propria vita quotidiana la spesa comunitaria in armamenti venga considerata investimento che merita un trattamento speciale e al contrario l’educazione, la salute, la spesa sociale, la difesa dell’ambiente solo dei pesi problematici” commenta Francesco Vignarca della Rete Italiana per il Disarmo.

L’Unione Europea ha un ruolo critico nell’affrontare le maggiori sfide e i numerosi problemi dell’epoca attuale. Il cambiamento climatico, la proliferazione nucleare e la crescente disuguaglianza su scala globale sono solo alcune tra le principali. Ma questi problemi non saranno mai risolti da un maggiore investimento in armamenti. Al contrario, una spesa militare sempre più alta significa in automatico meno denaro a disposizione per poter affrontare tali sfide in maniera sostenibile.

Una linea di azione guidata dall’industria senza una visione politiche che non produrrà alcun risparmio

Una politica di difesa non dovrebbe mai essere un obiettivo di per sé stessa, ma solo uno strumento a disposizione di una politica estera. “Finché mancherà una politica estera comune dell’Unione, qualsiasi difesa di dimensione europea sarà prematura. E le difficoltà sperimentate nel raggiungere un accordo anche solo su un punto basilare e minimale come quello di un centro di comando congiunto, a dieci anni dai Trattati di Lisbona, dimostra drammaticamente e ancora una volta l’assenza di volontà politica in tal senso, ed anche la mancanza di fiducia tra gli Stati Membri” sottolinea Laetitia Sedou dell’ufficio ENAAT di Bruxelles.

Senza una leadership politica, ciò che rimane è solo un piano di azione industriale. Il risultato pratico è una sere di proposte che vanno solamente a favorire le compagnie produttrici di armi e le loro opportunità di esportare armamenti sofisticati anche al di fuori dell’UE. Il tutto con fondi pubblici comunitari. “Non ci sarà alcun tipo di risparmio, nemmeno su questo aspetto – commenta Jordi Calvo Rufanges del Centre Delas – poiché i paesi UE membri della NATO si stanno indirizzando verso una crescita della propria spesa militare e il contributo dell’Unione sarà solo ulteriore aggiunta rispetto alla spesa nazionale. Oltretutto, quale Stato accetterà di vedere smantellato il proprio sistema di produzione armiero a vantaggio di quello del vicino?”

Questa nuova proposta della Commissione Europea sulle questioni della difesa non sarà solo un grande spreco di denaro pubblico, ma favorirà la crescita dell’instabilità globale senza contribuire in alcun modo a “difendere” l’Europa.

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Ulteriori e più approfondite informazioni si possono trovare sul sito di Rete Disarmo > www.disarmo.org e nella sezione apposita del sito ENAAT > http://new.enaat.org/european-union/enaat-documents-and-interesting-links-related-to-the-eu

Su Facebook è attiva la campagna https://www.facebook.com/noEUmoney4arms

Reference ulteriori sulla questione

European military industry: EU, give us 3.5 billion euros for military research

http://www.euractiv.com/section/security/opinion/mon-eu-should-give-more-funds-to-peace-not-subsidise-the-arms-industry/?nl_ref=19904567

http://www.euractiv.com/section/global-europe/opinion/how-the-arms-industry-is-staging-a-european-coup/

http://www.euractiv.com/section/defence-policy/opinion/eu-defence-policy-ready-for-psychiatric-treatment/

La Rete europea ENAAT (The European Network Against Arms Trade) è stata fondata nel 1984 e coinvolge gruppi ed individui che vedono nell’incontrollato commercio di armamenti una minaccia per la pace, la sicurezza, lo sviluppo. La Rete è composta da 14 organismi, campagne, gruppi di ricerca nazionali di 13 Paesi europei differenti, e da 3 organizzazioni internazionali europee.

Sorgente: Pressenza – Le nuove iniziative presentate oggi dalla Commissione Europea favoriscono l’industria delle armi e la corsa globale agli armamenti

Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste

È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro

di Oleg Gromov
All’inizio dell’anno il quotidiano austriaco «Der Standard» ha pubblicato i risultati della ricerca dell’istituto austriaco WIFO sulle perdite economiche dei paesi Ue che nel 2014 hanno introdotto le sanzioni contro la Russia. Il committente della suddetta ricerca era il Ministero delle Finanze Austriaco. Nonostante il minuzioso lavoro degli esperti i risultati della ricerca sono passati inosservati dai mass-media Europei.  È stato stimato un danno economico che nell’anno 2015 ammontava a 17,6 miliardi di euro, con la perdita dei 400.000 posti di lavoro.

 

«Der Standard» riporta che gli economisti di WIFO per la prima volta sono riusciti a separare le sanzioni dagli altri fattori, come ad esempio la diminuzione del prezzo del petrolio. L’articolo riporta i dati dei diversi paesi, in base ai quali risulta che più di tutti ha sofferto l’economia tedesca: le perdite del PIL ammontano a sei miliardi di euro, vale a dire 97 mila posti di lavoro. In base alle dimensioni del danno provocato dalle sanzioni al primo posto si colloca  Germania e la seguono cosi in ordine: Francia, Polonia, Italia e Repubblica Ceca. Ad esempio in Austria, paese che ha svolto la ricerca, le esportazioni in Russia per l’anno 2015 sono diminuite quasi del 40%, a confronto con l’anno precedente perdendo circa 550 milioni di euro e 7 mila posti di lavoro.

 

Gli esperti che hanno svolto la ricerca, si sono basati sui dati del 2015.  A seguito delle estensioni delle misure restrittive introdotte da UE, le relazioni economiche continuano drasticamente a diminuire.  I ricercatori di WIFO hanno previsto che i paesi UE avranno una perdita economica mensile di 3 miliardi di euro, vale a dire 45 mila posti di lavoro. Le preoccupazioni degli esperti non sono stati presi in considerazione dai leader di UE, a dicembre dello scorso anno l’applicazione delle sanzioni è stata prolungata fino al 31 luglio 2017.

 

Una ricerca simile è stata svolta anche in Francia e i suoi risultati sono impressionanti.  Gli esperti del centro analitico francese (CEPII) hanno valutato le perdite dei paesi che si trovano all’ovest del conflitto diplomatico con la Russia, prendendo in considerazione il periodo che va da dicembre del 2013 fino al mese di giugno 2015, e i numeri parlano chiaro, la perdita economica subita è di 60,2 miliardi di dollari, 82,2% dei quali non è legata ai prodotti agroalimentari, sull’import dei quali la Russia ha introdotto l’embargo perdendo così  10,7 miliardi di dollari e sulla vendita dei altri prodotti  49,5 miliardi di dollari. Ciò significa che una gran parte di esse è dovuta non all’embargo russo ma alle sanzioni introdotti dall’Occidente. L’analisi dei dati forniti dalle aziende francesi ha messo in evidenza che grazie alle sanzioni la probabilità dell’esportazione dei loro prodotti in Russia si è ridotta notevolmente. A CEPII ipotizzano che questo è legato all’aumento dei costi logistici e ai problemi con i finanziamenti delle operazioni economiche: grazie alle sanzioni il commercio con la Russia per le aziende occidentali è diventato più costoso.

 

Secondo i calcoli del centro di ricerca francese nel campo dell’economia internazionale 37 paesi hanno perso i profitti   per sostenere l’embargo commerciale contro la Russia per un totale costo totale di 60,2 miliardi di dollari. La Germania ha perso più di 832 milioni $ al mese,  qualcosa come il 27% di tutte le perdite, in termini di costi ha sofferto più degli altri paesi membri.

Altri grandi attori geopolitici hanno subito perdite minori: USA – 0,4%, Francia – 5,6%, Gran Bretagna – 4,1%.

La Germania dopo l’introduzione delle sanzioni contro la Russia annualmente perde più di 1 % del PIL. Questo dato è stato fornito dall’eurodeputato tedesco Marcus Pretzell durante una sua intervista, nella quale egli considerava una tale politica inaccettabile, perché va a danneggiare i propri interessi, a suo parere la revoca delle sanzioni contro la Russia doveva essere fatta già “ieri”. Il parlamentare tedesco ha sottolineato che la maggior parte dei vincoli economici e finanziari hanno colpito l’industria automobilistica tedesca, dal momento che proprio la Russia era il suo maggior esportatore.

 

Anche i leader politici tedeschi sono consapevoli che è inopportuno continuare questa guerra economica contro la Russia; come ad esempio il premier della Baviera Horst Seehofer, dal momento dell’introduzione delle sanzioni ha regolarmente visitato Mosca, dove ha avuto numerosi incontri con i leader russi per difendere gli interessi del business bavarese. Il capo della Sassonia Stanislav Tillich si schiera per “porre fine alle sanzioni economiche nei rapporti con la Russia” e spera che “il dialogo con la Russia si ripristina, e le questioni politiche dove ci sono le divergenze vengono ben presto chiariti”.

 

Anche se le ricerche svolte e i pensieri alternativi dei politici europei non hanno causato alcuna reazione dei mass-media nazionali.

 

La guerra sanzionatoria contro la Russia viene ancora considerata da alcuni paesi europei come necessaria. In questo contesto è esemplare la risposta data dai rappresentanti del Ministero dell’Economia e del Lavoro tedesco al giornalista di Deutsche Welle riguardante i risultati delle ricerche dell’istituto austriaco: “Noi non abbiamo rilevato questi dati, e le ricerche degli altri paesi non  possiamo commentare… noi non abbiamo effettuato questo tipo di studi … Non possiamo di sicuro valutare la qualità delle ricerche che riportano questi numeri che debbano essere trattati con molta cautela”.

 

Lo scorso novembre 5 esperti che si occupano delle questioni economiche tedesche hanno presentato alla cancelliera A. Merkel una relazione di cinquecento pagine sulla situazione economica con le proposte dell’abbassamento dei rischi in base alle prognosi di sviluppo per l’anno 2017. “Zeit der Veränderung” – il tempo dei cambiamenti è il nome dato alla relazione.  Tuttavia non c’è stato alcun cambiamento significativo nei rapporti con uno dei partner economici né tantomeno si prevede la regolamentazione dei rapporti con la Mosca.  Il direttore del centro di ricerca Professore Christoph Schmidt ha aggiunto, che gli esperti non hanno effettuato alcun rilevamento dei dati in prospettiva di cancellazione delle sanzioni, dato che essi “non possono produrre alcun cambiamento notevole all’economia né tanto meno modificare l’assetto generale”.

 

In questi tre anni, dopo aver perso migliaia di posti di lavoro e 6 miliardi di euro delle potenziali entrate, privarsi di un mercato di 140 miliardi per i tedeschi è una cosa da niente? Una dichiarazione del genere da parte degli illustri economisti può essere dovuta solo ai due fattori –  o non sono abbastanza preparati per il posto che occupano, oppure sono interessati a non rendere noti i dati reali prodotti dalle politiche sanzionatorie tedesche.

 

Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Sanzioni alla Russia: Perdite Impreviste – World Affairs – L’Antidiplomatico

Ma perché del missile lanciato da Israele sul Mediterraneo non interessa a nessuno?

Mentre il mondo guarda il dito (la Corea del Nord), Israele ha lanciato nella mattina di oggi un missile nelle acque del Mediterraneo. Lo riporta il principale quotidiano del paese ‘Haaretz‘. L’aviazione israeliana ha poi confermato attraverso le reti sociali, specificando che si tratta di un sistema di propulsione.

Testimoni riferiscono che il lancio sia partito dalla base di Palmachim, vicino la costa mediterránea, e che il missile ha  lasciato una scia visibile per diversi chilometri. Lo riporta Press TV.

Sugli obiettivi che abbiano mosso il regime di Tel Aviv ad effettuare questo lancio non ci sono al momento certezze, così come sull’esito del test. La propulsione a razzo è spesso progettata per il lancio di sistemi potenti come i satelliti e i missili balistici.  Allo stesso tempo, il sistema può essere utilizzato per la creazione di missili terra-terra o per i missili terra-aria come gli Arrow.

Notizia del: 29/05/2017

Amnesty International e il Venezuela: una lettera critica al portavoce italiano R. Noury

Signor Riccardo Noury,
Portavoce e responsabile della comunicazione di Amnesty International Italia

con grande rammarico e preoccupazione apprendiamo come la sua organizzazione sia tornata a prestare il fianco all’offensiva delle destre contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela. In un nuovo rapporto intitolato ‘Ridotti al silenzio con la forza: detenzioni arbitrarie e motivate politicamente in Venezuela’, Amnesty accusa le autorità venezuelane «di aver intensificato la persecuzione e le punizioni nei confronti di chi la pensa diversamente, in un contesto di crisi politica in cui le proteste che si susseguono in tutto il paese hanno dato luogo a diverse morti e a centinaia di ferimenti e arresti».

Si tratta di una ricostruzione falsa, tendenziosa e che getta ulteriore benzina sul fuoco delle violenze provocate da chi cerca, per la terza volta (2002 e 2014 i precedenti), di esautorare un governo legittimo con la violenza e con il terrorismo sulle strade.

I dirigenti dell’opposizione venezuelana hanno innescato una spirale di odio ormai sfuggito anche al loro stesso controllo. Gruppi di violenti – fascisti e mercenari con un tariffario preciso perlopiù – applicano con un’organizzazione paramilitare omicidi (che poi i media trasformano in “morti per la brutale repressione del regime”), rapine e devastazioni, oltre a veri e propri atti di terrorismo contro ospedali infantili, linciaggi in piazza, blocco di strade e distruzioni di edifici pubblici.

Se la situazione non fosse così grave per il futuro del Venezuela, suonerebbero quasi comiche le parole di Erika Guevara Rosas, direttrice per le Americhe della sua organizzazione, che arriva a parlare di una «campagna diffamatoria sui mezzi d’informazione nei confronti di oppositori politici». Siamo oltre il farsesco.

Quale sarebbe, signor Noury, secondo Lei la reazione di un qualunque governo occidentale se i dirigenti dell’estrema destra del paese scendessero in piazza a coordinare le azioni dei violenti, spesso armati, come fatto da Freddy Guevara di Voluntad Popular? Il Partito estremista e violento di Gilbert Caro e Stelcy Escalona, che citate nel vostro rapporto. Il dirigente e la militante del partito guidato dal golpista Leopoldo Lopez, sono stati fermati di ritorno dalla Colombia e trovati in possesso di un fucile FAL calibro 7,62 mm, di proprietà della Forza Armata Nazionale Bolivariana con il numero di serie cancellato; un caricatore con 20 cartucce; 3 stecche di esplosivo C4. Ci sembra quanto meno arduo prendere le difese di chi viene trovato in possesso di un vero e proprio arsenale.

Quale sarebbe, signor Noury, secondo Lei la reazione di un qualunque governo occidentale se uno dei leader dell’estrema destra del paese in un’intervista alla BBC, certamente non un organo che può essere additato di simpatie con l’attuale governo venezuelano, invitasse testualmente l’esercito e la polizia del paese a compiere un colpo di stato non obbedendo più agli ordini dello Stato? E’ quello che ha fatto recentemente Julio Borges, altro leader della destra venezuelana.

Come nel caso di Honduras, Haiti, Paraguay e Brasile, in Venezuela è in corso un nuovo tentativo di “golpe morbido”. E i mezzi di comunicazione, purtroppo, si sono posti al servizio dei grandi interessi economici e politici, con l’intento di screditare il governo venenzuelano attraverso notizie false che servono a provocare il deterioramento generale del paese. “Quello che mi spaventa di più del Venezuela è l’opposizione, o una gran parte di essa. Credo che ci sia un clima di radicalizzazione che si è trasformata in irrazionale e che nel lungo periodo finisca per favorire la destra. Questo è molto pericoloso dato che c’è Trump negli Stati Uniti. Siamo ormai abituati alla retorica della difesa della democrazia, dei diritti umani, contro le armi di distruzione di massa. E dopo arriva sempre il terribile intervento armato degli Stati Uniti. Il peggio che possiamo fare come latinoamericani è fare da sponda all’interventismo. La radicalizzazione e quello che sta facendo Almagro nell’OSA è un pericolo, non solo per il Venezuela, ma per tutto il continente”. Sono le parole illuminanti di Pepe Mujica, ex Presidente dell’Uruguay.

Ecco, signor Noury, perché la sua organizzazione ha deciso di fare da “sponda all’interventismo”? Prevenire le guerre di aggressione, come le tante che l’Occidente ha condotto in questi decenni, è un modo sicuro per evitare oceani di dolore e il disfacimento di interi paesi, che poi costringe a moltiplicare le organizzazioni addette all’emergenza umanitaria, bellica e post-bellica. Per prevenire le guerre occorre anche combattere le menzogne che le favoriscono, perché creano il pretesto. Quando – e solo ogni tanto – le menzogne sono smascherate, è troppo tardi e un paese è già distrutto.

Le ripetiamo, signor Noury: perché la sua organizzazione ha deciso di fare da sponda all’interventismo contro il Venezuela aiutando a creare il “pretesto”? Dopo ex Jugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia, Ucraina, Siria… la sua organizzazione non ha già visto troppi morti e sofferenza nel mondo prodotti dalla furia cieca dell’ingerenza occidentale?

E, per concludere, Signor Noury, non provate rimorso nei confronti delle famiglie delle vittime riunite nel ‘Comitato vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuato’ che Lei, adducendo come motivazione la mancanza di tempo, ha rifiutato di incontrare l’anno scorso quando erano in visita in Italia? Sa signor Noury, quelle persone erano la testimonianza viva di quella violenza terrorista che oggi, come nel 2014, si ripete in Venezuela con gli stessi strumenti e protagonisti.

23 maggio 2017

Primi firmatari:

Adolfo Pérez Esquivel – Premio Nobel per la pace 1980. Carcerato e torturato dalla dittatura argentina.
Gianni Vattimo – Filosofo
Frei Betto – Teologo della liberazione brasiliano
Pino Cacucci – Scrittore
Gianni Minà – Giornalista e scrittore
Alessandra Riccio – Docente universitario e giornalista
Maïté Pinero – Giornalista 
Giorgio Cremaschi – Ex leader del sindacato Fiom 
Luciano Vasapollo – Docente universitario. Capitolo Italiano della Rete di Intellettuali in difesa dell’umanità

Adesioni:

Javier Couso – Europarlamentare 
Eleonora Forenza – Europarlamentare
João Pedro Stédile – Economista, Movimento dei Senza terra, Brasile 
Mariela Castro Espín, Direttrice del Centro Nazionale di Educazione Sessuale di Cuba (CENESEX), Cuba
Carlos Aznárez – Giornalista, Resumen Latinoamericano, Argentina
James Petras – Professore emerito di sociologia alla Binghamton University, Stati Uniti
Emir Sader – Professore emerito di sociologia, Brasile
John Pilger – Giornalista, Australia
François Houtart – Docente universitario, Teologo, Sociologo, Belgio
Juan Melchor Roman – Docente, direzione politica nazionale CNTE, Messico
Andre Vltchek – Scrittore e documentarista, Libano
Christopher Black – Avvocato di diritto penale internazionale, Canada
Peter Koening – Economista (ex Banca Mondiale), Svizzera
Anita Leocadia Prestes – Storica e Docente universitaria, Brasile
Rev. Raúl Suárez – Reverendo battista, Direttore del Centro Memoriale Martin Luther King Jr, Cuba
Ricardo Rodríguez – Scrittore, Spagna
Quim Boix – Segretario generale della UIS (Unión Internacional de Sindicatos) de Pensionistas y Jubilados (PyJ), Spagna 
Richard Moretto – Sindaco di Sautel, Francia
Sergio Medina – Fotografo, Cineasta, Svizzera
Céline Meneses – La France Insoumise
Pepe Escobar – Saggista, analista geopolitico, Brasile
Valerio Evangelisti – Scrittore
Luciano Andrés Valencia – Scrittore e storico, Spagna
Leonidas Vatikiotis – Giornalista, documentarista, Grecia
Duci Simonovic – Filosofo, Serbia
Juan José García Del Valle – Giornalista, Spagna
Lucy Rodriguez Gangura – Sociologa, Spagna
Guido Piccoli – Giornalista e scrittore, Italia
Ana Corbisier – Sociologa, Brasile
José Luis Livolti – El MCL,movimiento campesino liberacion, Argentina
Randy Alonso Falcón – Giornalista, direttore di Cubadebate e del programma televisivo Mesa Redonda, Cuba
Ida Garberi – Giornalista, Cubainformacion, Cuba
Carlo Amirante – Già professore di diritto costituzionale, Italia
Fabio Marcelli – Dirigente dei Giuristi democratici, Italia

Notizia del: 02/06/2017

Sorgente: Amnesty International e il Venezuela: una lettera critica al portavoce italiano R. Noury – Notizia del giorno – L’Antidiplomatico

Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nello Yemen

Sempre più devastanti gli effetti dell’aggressione saudita sostenuta dagli USA contro il paese più povero del mediterraneo orientale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e l’UNICEF hanno lanciato l’allarme sulla grave situazione sanitaria nello Yemen, affetto da una terribile epidemia di colera.

Dalla fine di aprile, lo Yemen è immerso in una grave crisi umanitaria e sanitaria a causa della seconda epidemia di colera che colpisce il paese da meno di un anno.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, OMS, circa 570 persone sono morte di colera, mentre il numero di potenziali pazienti è aumentato a 70.000.

Il portavoce dell’OMS, Tarik Jasarevic ha dichiarato che stanno cercando di aumentare la loro risposta all’epidemia con 150 mila vaccini per via endovenosa, una trentina di nuovi centri per il trattamento della diarrea e con 67 tonnellate di materiale medico.Inoltre, ha chiesto l’aiuto internazionale per affrontare questa emergenza.

Inoltre, il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia, UNICEF, ha avvertito che il colera si sta diffondendo in maniera incredibilmente veloce nello Yemen, e il dramma dei bambini sta diventando un disastro.

Secondo stime dell’OMS, milioni di yemeniti vivono in zone a rischio di trasmissione del colera, macerie e distruzione causata dai bombardamenti dell’Arabia Saudita, e il blocco totale imposto contro lo Yemen che impedisce l’arrivo di farmaci nel paese.

Fonte: Hispantv
Notizia del: 03/06/2017

Sorgente: Le conseguenze dell’aggressione saudita: UNICEF e OMS lanciano l’allarme sulla situazione sanitaria nella Yemen – World Affairs – L’Antidiplomatico

Comunicato di Marwan Barghouthi dopo la fine dello sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi

Marwan Barghouthi, leader palestinese imprigionato e membro del Comitato centrale di Fateh ha rilasciato una nuova dichiarazione pubblica, la sua prima dalla sospensione dello Sciopero per la Libertà e la Dignità. Questa la traduzione in inglese:

Prima dichiarazione del leader Marwan Barghouthi dopo il successo dello sciopero per la libertà e la dignità

In nome di Dio, misericordioso
Al nostro grande popolo, il popolo della lotta e del sacrificio
Al nostro popolo della rivoluzione e dell’Intifada
Ai figli delle nazioni arabe e musulmane
Ai popoli liberi della terra

Amici e amanti della pace e della giustizia ovunque. I prigionieri palestinesi nelle carceri e nelle celle sotterranee del nemico sionista hanno sostenuto uno sciopero della fame senza limiti dal 17 aprile alla sera del 28 maggio. In questo sciopero nazionale i prigionieri hanno portato avanti il più prolungato sciopero collettivo, un momento epico nella storia del movimento dei prigionieri nel corso di 50 anni.
Nonostante l’amministrazione carceraria abbia usato una repressione brutale e il terrore indiscriminato contro lo sciopero, in stile Gestapo, col trasferimento di tutti coloro che erano in sciopero dalle loro prigioni secondo modalità inedite e centinaia siano stati posti in isolamento, speciali unità repressive ( Matsada, Dror, e Yamaz) conducevano raid ed ispezioni durante tutti i 42 giorni di sciopero.
I carcerieri hanno proceduto al trasferimento dei prigionieri in sciopero in condizioni durissime e brutali nel tentativo di indebolire e fiaccare la loro determinazione, confiscando ogni loro bene personale, inclusa la biancheria. I prigionieri sono stati privati di tutto il materiale ad uso sanitario ed igienico, la loro vita è stata resa durissima e sono state diffuse vergognose falsità e bugie. Ciononostante la determinazione dei prigionieri è stata senza precedenti rispetto ad altre azioni condotte dal movimento dei prigionieri palestinesi e la repressione israeliana non è riuscito a spezzare la loro volontà. Di questo momento storico ed eroico, sono stato testimone, ed è con grande orgoglio, che saluto la grande fermezza di coloro che sono stati in sciopero della fame. E saluto con grande reverenza i martiri, le loro famiglie, e tutti coloro che si sono sollevati, sono stati feriti e incarcerati nel corso di questa battaglia per la libertà e dignità della Palestina.

Vorrei anche rendere omaggio al grande popolo della nostra pura Palestina, dal fiume al mare, e a coloro che sono in esilio e nella diaspora. Li ringrazio per il loro grande sostegno e per gli enormi sforzi che hanno sostenuto per la causa dei prigionieri e del loro sciopero, che ha riportato la causa palestinese alla ribalta del panorama politico internazionale. Allo stesso tempo, saluto i popoli arabi, islamici e amici del mondo per il livello di solidarietà e partecipazione con cui ci hanno sostenuto.

E saluto tutti coloro che hanno partecipato a campagne sui media locali e internazionali, nonché gli avvocati, il sindacato dei medici, il Ministero dell’istruzione, la società dei prigionieri palestinesi e la Commissione per gli affari dei prigionieri ed ex prigionieri, sottolineando che la battaglia per la libertà e la dignità della Palestina è parte integrante della lotta per la libertà, l’indipendenza, il ritorno, il rovesciamento del regime di apartheid in Palestina e la fine dell’occupazione.

Nonostante il governo del terrore che regge il regime di apartheid di Israele abbia attaccato lo sciopero della fame in un fallito e disperato tentativo di nascondere i suoi crimini, questo non ha intimidito e non ha rotto la loro volontà di ferro. Non sono riusciti a dissuaderci dal combattere questa battaglia con determinazione e convinzione, portando così avanti una saga epica ed eroica. I prigionieri sono stati in grado di raggiungere un certo numero di risultati sul piano umanitario, il primo dei quali è il ripristino della seconda visita mensile dei familiari, che era stata sospesa quasi un anno fa, così come sono riusciti ad affrontare problemi annosi riguardanti le condizioni della vita quotidiana, tra cui le condizioni delle donne detenute, dei bambini prigionieri, dei malati, il problema del “bosta” e dei trasferimenti, il problema della “mensa”, la possibilità di introdurre abbigliamento, nonché la formazione di un comitato di alti funzionari del servizio carcerario per proseguire il dialogo con i rappresentanti dei prigionieri nei prossimi giorni, per continuare a discutere tutte le questioni, nessuna esclusa.

Alla luce di questo e con l’avvento del mese sacro del Ramadan, abbiamo deciso di sospendere lo sciopero e di continuare in queste discussioni con il servizio carcerario, dopo avere però sottolineato che siamo pronti a riprendere lo sciopero se il servizio carcerario non rispetterà gli impegni presi coi prigionieri.

In questa occasione, porgo le mie più vive congratulazioni ai prigionieri eroici per la loro fermezza e per avere conseguito risultati di umanità e di giustizia, con un omaggio speciale ai detenuti del carcere di Nafha, che ha avuto un ruolo da protagonista per il successo di questo sciopero e il raggiungimento di questa grande vittoria. Rendo omaggio anche ai prigionieri che hanno scioperato nelle carceri del Negev, Ofer, nella infermeria della prigione di Ramla, di Ashkelon, Gilboa, Megiddo, Ramon e alle donne e bambini detenuti, infine ai prigionieri del carcere di Hadarim e a tutti coloro che hanno partecipato negli altri centri di detenzione e nelle altre carceri: io tengo le loro mani nelle mie e bacio la loro alta fronte.

Ancora, con la nuova unità e partecipazione che si sono espresse in questo sciopero nazionale, il più lungo e feroce nella storia del movimento dei prigionieri palestinesi, si è determinato un punto di svolta nel rapporto tra i prigionieri e i meccanismi dell’amministrazione penitenziaria. D’ora in poi e dopo oggi, non permetteremo qualsiasi infrazione ai risultati raggiunti e ai nostri diritti. Di più, questa battaglia ci da la forza per ricostruire e unificare il movimento dei prigionieri nelle sue varie componenti, come preludio alla formazione di una leadership nazionale unificata nel prossimi mesi. E in preparazione della battaglia per ottenere il riconoscimento dei prigionieri rinchiusi nei sotterranei dell’occupazione israeliana come prigionieri di guerra e prigionieri della libertà, e per la piena applicazione della terza e della quarta convenzione di Ginevra.

Per il nostro grande popolo, mentre rinnovo il mio omaggio ai martiri della battaglia per la libertà e la dignità, invito il presidente palestinese Abu Mazen, la leadership dell’OLP e le varie fazioni islamiche e nazionali a compiere il loro dovere nazionale di lavorare per liberare e far guadagnare la libertà ai prigionieri. Ancora una volta, metto in guardia contro qualsiasi ripresa dei negoziati prima di richiedere la liberazione completa di tutti i prigionieri e detenuti. Esprimo il mio speciale ringraziamento a tutte le istituzioni e organi che lavorano per i prigionieri, soprattutto alla Commissione per i prigionieri, presieduta dal fratello di lotta Issa Qaraqe, alla Società dei prigionieri palestinesi e al fratello di lotta Qaddoura Fares, alla Alta Commissione per gli affari dei prigionieri, alla Campagna internazionale e popolare per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, condotta dall’avvocata e militante, la signora Fadwa Barghouthi.

Gloria ai nostri martiri virtuosi
Libertà ai prigionieri per la libertà
Viva la battaglia palestinese per la libertà e la dignità

Il vostro fratello, Marwan Barghouthi (Abu al-Qassam)
Prigione di Hadarim
Cella n. 28

 

thanks to: Samidoun

Forumpalestina

 

Dichiarazione di Ahmad Sa’adat sulla vittoria dello Sciopero dei prigionieri politici palestinesi

I prigionieri hanno fatto un nuovo epico passo grazie alla loro volontà e determinazione, e hanno dimostrato che i diritti loro spettanti devono essere conquistati e non supplicati.

Al popolo palestinese, alla nazione araba ed alle forze libere del mondo,

I prigionieri in sciopero hanno accresciuto la loro fermezza, volontà e determinazione, per ostacolare e resistere a tutti i tentativi di sconfiggere e reprimere lo Sciopero. Non è stata risparmiata alcuna oppressione nei confronti degli scioperanti cosa che ha contribuito al deterioramento della salute dei prigionieri, attraverso politiche e misure repressive, in particolare attraverso i trasferimenti di carcere arbitrari praticati sino all’ultimo, così come i tentativi dell’occupante di diffondere menzogne e disinformazione. Gli eroici prigionieri hanno affrontato tutto ciò per 41 giorni con una volontà d’acciaio, facendo un nuovo epico passo contro l’occupante e scrivendo un nuovo, storico capitolo nella lotta del movimento di liberazione nazionale del nostro popolo.

Al nostro popolo palestinese,

Questa vittoria è il frutto degli sforzi collettivi del popolo palestinese che si è stretto intorno allo Sciopero, inclusi singoli ed istituzioni, movimenti nazionali, organizzazioni umanitarie e popolari, attraverso i sacrifici dei martiri, dei feriti e dei prigionieri. La vittoria è venuta attraverso il sostegno delle forze popolari di tutto il mondo arabo e con il sostegno di tutte le forze libere del mondo, compresi i movimenti e le organizzazioni popolari, i comitati di solidarietà, i parlamentari, i movimenti per la giustizia sociale che combattono l’imperialismo e la globalizzazione, oltre al movimento del BDS internazionale, per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni. A tutti coloro che hanno partecipato alle iniziative di solidarietà con il nostro Sciopero aiutando a condurlo alla sua nobile conclusione, inviamo tutta la nostra stima e ringraziamento, in particolare nei confronti delle famiglie dei martiri, dei feriti e dei prigionieri.

Alle masse palestinesi,

Anche se è troppo presto per stabilire una valutazione finale dei risultati dello Sciopero, in attesa della dichiarazione ufficiale della dirigenza, possiamo chiaramente affermare che l’incapacità dell’occupante di sconfiggere o limitare lo Sciopero è una vittoria per i detenuti e per la loro volontà e determinazione nel continuare la lotta. Questa vittoria ha importanti significati: in primo luogo, riafferma il fatto che i diritti possono essere conquistati senza mai elemosinarli e che la Resistenza è la leva principale per l’ottenimento di tutte le future conquiste del popolo palestinese nelle successive fasi della Rivoluzione. In secondo luogo, che le diverse fazioni del movimento dei prigionieri ed il clima di divisione non hanno impedito di giungere all’unità d’azione fra tutte le componenti nazionali ed islamiche, fintanto che la bussola della lotta resta puntata contro le principali contraddizioni dell’occupante. Il terzo, significativo punto sta nel fatto che la lotta non termina con lo Sciopero: al contrario, essa deve proseguire per rafforzarne, ampliarne e strutturarne le conquiste. Ciò è fondamentale per ricostruire ed unificare il movimento dei prigionieri palestinesi, espandendone il ruolo al fine di superare la frammentazione e la divisione, presentando al nostro popolo un corpo unico che persegua sinceri sforzi atti a far progredire la causa palestinese superando l’attuale crisi ed il suo quadro di divisione.

Alle masse palestinesi,

Ciò che le nostre forze politiche e fazioni palestinesi devono perseguire al fine di sostenere i prigionieri e rafforzare la loro determinazione è ristabilire l’unità nazionale, attraverso un cammino di avanzamento che si lasci alle spalle questa fase in cui ci si gira intorno all’infinito.

Ancora una volta, tutti i nostri ringraziamenti alle forze popolari palestinesi, arabe ed internazionali che hanno contribuito a rafforzare la determinazione dei prigionieri, sospingendo in avanti la loro lotta sino alla vittoria.

Gloria ai martiri, la vittoria è certa!

Ahmad Sa’adat
Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina
Carcere di Ramon, 28 maggio 2017

 

thanks to: PalestinaRossa

I prigionieri politici palestinesi dopo 40 giorni di digiuno riescono a strappare un accordo alle autorità israeliane

Comunicato Stampa Coordinamento a Sostegno dei Prigionieri Politici Palestinesi in Sciopero della Fame


Ci sono voluti quaranta giorni di sciopero della fame di 1500 prigionieri che giorno dopo giorno sono diventati 1800; ci sono volute centinaia di manifestazioni in tutta la Cisgiordania e a Gaza, prese di posizioni e attestazioni di solidarietà in tutto il mondo, un fermo intervento della croce rossa internazionale, persino la pressione negli ultimi giorni degli stessi servizi di sicurezza israeliani, preoccupati per le avvisaglie di una protesta di massa contro l’occupazione, per costringere il governo israeliano a lasciare che dirigenti del Servizio Carcerario Israeliano aprissero un negoziato con Marwan Barghouti ed altri leaders della protesta. La trattativa si è svolta nella prigione di Ashkelon con la partecipazione della Croce Rossa Internazionale. è durata 20 ore e si è conclusa con un accordo firmato da Issa Karake e Qadura Fares, esponenti dell’Autorità Nazionale Palestinese e responsabili per l’assistenza ai prigionieri.
dell’accordo ha dato immediatamente notizia con una propria dichiarazione la “Campagna per la liberazione di Marwan Barghouti e di tutti i prigionieri palestinesi” dalla quale si apprende che l’accordo prevede l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e la possibilità di accedere con gli apparecchi televisivi installati nelle celle ad un maggior numero di canali in modo da potersi informare meglio su quanto accade fuori dei penitenziari.
Si sottolinea inoltre come la determinazione dei prigionieri abbia prevalso sulla riottosità del Governo Israeliano che <aveva annunciato che non avrebbe negoziato in alcun modo con i prigionieri palestinesi e aveva cercato di rompere lo sciopero della fame con la forza, anche attraverso aggressioni e misure punitive contro i prigionieri e il leader dello sciopero della fame, l’isolamento e la minaccia di intervenire con l’alimentazione forzata>. Sottolinea infine che si tratta di <un passo importante verso il pieno rispetto dei diritti dei prigionieri palestinesi secondo quanto previsto dalle norme internazionali>.
Si tratta infatti di un passo importante. Ma solo di un primo risultato, sia perché dovrà verificarsi l’effettiva applicazione dell’accordo, sia perché i prigionieri continuano a restare rinchiusi nelle carceri israeliane, come continua l’occupazione della cisgiordania , gaza continua ad essere assediata, ed il popolo palestinese continua ad essere privato dei propri diritti.
Per tanto anche la lotta di liberazione deve continuare .
L’accordo conseguito dimostra per altro che la lotta non violente può aver successo, tanto più se condotta con saggezza, determinazione ed unendo tutte le forze, come è avvenuto con lo sciopero della fame dei prigionieri politici, che è stato sostenuto da tutte le forze politiche palestinesi e da tutta quanta la popolazione.
Il Coordinamento, nel manifestare sollievo per la sospensione dello sciopero, auspica che una pace giusta possa estendersi presto dalla Palestina a tutto il Medio Oriente ed invita i/le militanti a proseguire nella vigilanza e nel massimo impegno .

Roma 27 Maggio 2017
c/o Un Ponte per…. Piazza Vittorio 132 00185 Roma
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La relazione di codipendenza tra USA e Israele

PIC. “Dobbiamo guardarci indietro di venticinque anni per realizzare quanto è diminuito il sostegno del mondo verso Israele”, scrisse il celebre studioso ebreo e sociologo dell’università di Harvard Nathan Glazer nel 1976.

Negli ultimi quarant’anni, da quando Glazer scrisse il suo articolo, scoperto e diffuso da Philip Weiss, la perdita di supporto globale di Israele è andata molto oltre. Il Paese, che una volta attraeva sia il capitalismo americano sia il socialismo dell’Unione Sovietica, è, sì, forte dal punto di vista militare, ma politicamente isolato dallo scenario internazionale.

La percezione fuorviante che Israele sia un “faro” tra le nazioni è svanita. Ancor peggio, l’ultima volta che questa frase è stata pronunciata a livello internazionale è stato ad opera di Geert Wilders, un politico danese populista di destra percepito da molti come razzista e islamofobico.

Inoltre, quanto più Israele si isola, quanto più cresce la sua dipendenza dagli Stati Uniti.

“Sostenere Israele non rientra negli interessi dell’America”, scrisse Weiss. “Infatti Israele rappresenta uno svantaggio strategico per gli USA. Questo fa dell’influenza degli ebrei d’America l’ultimo baluardo per la sopravvivenza di Israele”.

Sebbene i sionisti spesso parlino di un legame storico tra gli Stati Uniti e il popolo ebraico, niente può essere più lontano dalla verità.

Il 13 maggio 1939, ad una nave carica di centinaia di ebrei tedeschi fu proibito di raggiungere le coste statunitensi e fu rispedita in Europa.

Quello non fu un caso fortuito di politica estera. Tre mesi prima, nel febbraio 1939, i membri del Congresso avevano rigettato un progetto di legge che aveva lo scopo di permettere a 20.000 bambini ebrei di giungere negli USA dalla Germania al fine di sfuggire alla guerra e al possibile sterminio per mano nazista.

Non solo il Congresso respinse la proposta, ma anche da parte del pubblico non c’era alcun interesse nella questione, dal momento che, a quel tempo, fare entrare gli ebrei negli Stati Uniti era alquanto impopolare.

Andando velocemente avanti di otto decadi, le cose sono cambiate solo nominalmente.

Nonostante la maggior parte degli ebrei americani continuino a sostenere Israele, si oppongono all’amministrazione Trump, da loro giustamente percepita come pericolosa e ostile nei confronti di tutte le minoranze, ebrei inclusi.

Tuttavia, Israele non sembra farsi molti scrupoli con la nuova amministrazione. Al contrario, i più ardenti rappresentanti del movimento sionista israeliano apprezzano particolarmente la combriccola trumpiana composta dai suoi spregevoli politici.

Pochi giorni dopo la vittoria di Trump alle elezioni presidenziali statunitensi, i sionisti americani si sono mossi velocemente per assicurare che gli interessi di Israele fossero salvaguardati in toto dalla nuova amministrazione.

L’Organizzazione Sionista in America non ha sprecato un minuto del suo tempo a fraternizzare con individui accusati di portare avanti programmi contro gli ebrei. Il gala annuale dell’organizzazione ha ospitato, il 20 novembre, nientemeno che Steve Bannon, leader della cosiddetta “al-right” o “destra alternativa” (estrema, ndr), altrimenti conosciuta come “supremazia bianca” negli USA.

Sotto questa leadership, Breitbart, noto esponente del movimento, ha alimentato l’antisemitismo (così come tutte le altre forme di razzismo), come hanno sostenuto Alex Amend e Jonathan Morgan in Alternet.

L’osservare i maggiori dirigenti israeliani e leader della comunità ebraica degli Stati Uniti ospitare – sempre  in maniera così entusiasta – Bannon al gala annuale dell’Organizzazione Sionista d’America risulta per alcuni sconcertante.

Tuttavia i legami di Bannon con i sionisti risalgono a molto tempo prima della sorprendente vittoria di Trump alle elezioni.

In un articolo intitolato “La rete di stranezze di Steve Bannon: incontro con i bizzarri miliardari che stanno dietro al capo stratega del presidente eletto”, Heather Digby Patron ha fatto i nomi di alcuni di questi miliardari. Questi includevano Sheldon Adelson, un miliardario di destra proprietario di un impero del gioco d’azzardo, che “è singolarmente interessato alla questione dello Stato di Israele”.

La relazione di Adelson con Bannon (e Trump) è di gran lunga precedente alla vittoria di Trump, e sembra curarsi poco del fatto che Bannon e la sua cricca siano visti da molti ebrei americani come spaventosi, razzisti, antisemiti e con agende minacciose.

Ad Adelson, tuttavia, poco importa dei veri razzisti. La sua ossessione di proteggere l’agenda militante sionista israeliana ha surclassato tutte le altre apparenti seccature.

Ad ogni modo, il magnate delle scommesse non rappresenta l’eccezione tra tutti i sionisti più potenti negli USA, e, nonostante la retorica ufficiale di Israele, il Paese non prende mai decisioni politiche basate sul bene pubblico della collettività ebraica.

Scrivendo su Mondoweiss, l’International Jewish Anti-Zionist Network ha spiegato: “Dagli zar russi ai nazisti, a Mussolini, all’impero coloniale britannico e alla Destra Cristiana – Sionisti Cristiani -, all’appoggio sionista a Trump, il rinomato e reazionario stratega politico, Steve Bannon, non è un’eccezione”.

Il commentatore israeliano Gideon Levy concorda.

In un articolo pubblicato da Haaretz il 21 novembre, Levy scrisse: “Quando l’amicizia con Israele è giudicata esclusivamente sulla base del sostegno dato all’Occupazione, allora Israele non ha amici se non i razzisti e i nazionalisti”.

Di conseguenza, non è una sorpresa che Adelson stia finanziando massicciamente ricche campagne e sfarzose conferenze per combattere l’influenza del movimento ‘Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni’ (BDS), sostenuto dalla società civile, mentre contemporaneamente complotta contro i palestinesi usando gli stessi elementi americani che considerano la parola ‘Ebreo’ una parolaccia nel proprio lessico sociale.

Mettendo al primo posto Israele e il movimento sionista, questi ricchi individui, potenti lobby politiche, centinaia di esperti, migliaia di reti in tutto il Paese e i loro alleati nella destra religiosa, sono ora i principali e più accaniti sostenitori di ogni questione concernente sia la politica estera statunitense nel Medio Oriente che gli interessi della sicurezza e della politica israeliana.

Senz’alcuna evidenza empirica, del resto, Israele insiste ancora sul legame tra gli interessi americani e il sostegno ad Israele.

Parlando dalla Casa Bianca il 15 febbraio, durante una conferenza stampa congiunta con il Presidente Trump, il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ringraziò cordialmente Trump per la sua ospitalità, poi pronunciò queste parole: “Israele non ha miglior alleato degli Stati Uniti. E io vi voglio assicurare che gli Stati Uniti non hanno miglior alleato di Israele”.

Ma era soltanto una mezza verità. Gli USA sono stati, infatti, valorosi sostenitori di Israele, offrendogli oltre 3,1 miliardi di dollari in assistenza finanziaria ogni anno negli ultimi decenni, una somma che è drasticamente salita a 3,8 miliardi di dollari durante la presidenza di Barack Obama. Unitamente a centinaia di milioni in più concessi loro sotto forma di altri aiuti finanziari, di assistenza militare e ‘prestiti’, tutti prevalentemente non tracciabili.

Il peso di Israele non è soltanto finanziario, bensì anche strategico.

 

Sin dalla Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno lottato per raggiungere due principali obiettivi politici in quella zona del mondo: il controllo della regione e delle sue risorse, così come il sostegno dei suoi alleati, mantenendo, al contempo, un livello di ‘stabilità’ tale che gli Stati Uniti sono in grado di condurre i loro business senza alcun impedimento.

Nonostante tutto, Israele resta sul piede di guerra. Le guerre che Israele non poteva combattere da solo hanno richiesto l’intervento dell’America, come nel caso dell’Iraq. Il risultato è stato disastroso per la politica estera statunitense. Perfino i più incalliti uomini dell’esercito iniziarono a notare il cammino distruttivo scelto per difendere Israele.

 

A marzo 2010, il Generale David Petraeus, allora Capo dello United States Central Command, disse al Comitato delle Forze Armate del Senato, durante una deposizione, che Israele era diventata una peso per gli Stati Uniti e che rappresenta una sfida alla ‘sicurezza e alla stabilità’ che la sua nazione mirava a raggiungere.

Sebbene i recenti sondaggi abbiano mostrato che i giovani americani – specialmente tra i sostenitori del Partito Democratico e i giovani ebrei americani – stiano perdendo il loro entusiasmo per Israele e la sua ideologia sionista, la battaglia degli USA per rivendicare la propria politica estera e il senso della morale verso la Palestina e il Medio Oriente sembra essere lunga e ardua.

 

(Traduzione di Giusy Preziusi)

Sorgente: La relazione di codipendenza tra USA e Israele | Infopal

Israele stato terrorista

Ho sempre sostenuto il popolo ebraico; un popolo che ha sofferto l’Olocausto, la diaspora, le persecuzioni, la tortura e la morte, ma aveva dignità, resistette all’oppressione e combatté per i propri valori culturali, religiosi e unità del popolo.


Adolfo Perez Esquivel, Altercom – Luglio 2006
Ho sottolineato più volte, e ho aggiunto la mia voce a quella di molti altri in tutto il mondo, che  il popolo d’Israele ha il diritto di esistere; ma  gli stessi diritti oggi li ha il popolo palestinese oppresso e massacrato da parte dello Stato di Israele .
E’ doloroso dover sottolineare il comportamento aberrante che lo Stato di Israele sta tenendo contro il popolo palestinese – attaccare, distruggere, opprimere e massacrare la popolazione – le donne, i bambini, i giovani sono vittime di queste atrocità che non possiamo tacere e dobbiamo denunciare e rivendicare BASTA!

Il muro di Berlino è stato abbattuto, ma altri muri si innalzano come quello che Israele ha costruito per dividere il popolo palestinese. Credono che dia loro maggiore  sicurezza, al contrario crea  maggiore conflitto, dolore  la divisione.

Ma i muri più difficili da abbattere sono quelli che esistono nella mente e nel cuore, i muri dell’intolleranza e dell’odio. Attacchi, distruzione e morte a Gaza e in Libano e le persistenti minacce ad altri popoli hanno spinto lo Stato di Israele a diventare uno stato terrorista, che usa la tortura, attacchi contro la popolazione civile in cui le vittime sono donne e bambini. Per quanto tempo continuerà questa politica del terrore?

Sappiamo che non tutto il popolo d’Israele concorda con la politica di distruzione e di morte perseguita dal governo israeliano, sostenuto dagli Stati Uniti e col silenzio dei governi europei, complici dell’orrore scatenato in Medio Oriente. Ci sono coloro, sia all’interno di Israele che in Palestina, che vogliono il dialogo, la fine del conflitto e il rispetto per l’esistenza dei due popoli.

Questo è possibile se esiste  la volontà politica e dei popoli a farlo, con il sostegno della comunità internazionale.

Purtroppo le Nazioni Unite sono assenti, hanno perso il coraggio e la volontà di contribuire alla soluzione del confronto tra i due popoli, una situazione che mette seriamente in pericolo la pace nel mondo. L’ONU è stato asservito alle grandi potenze e usato per  rispondere ai loro interessi,  non ai bisogni dell’umanità. Una riforma profonda è necessaria per democratizzare le sue strutture e renderle più operative ed efficaci nell’interesse dei popoli.

Certamente ci sono attacchi e atti di violenza scatenata da settori del popolo palestinese per rivendicare i propri diritti. Non è con la violenza, che genera più violenza tra le parti, che si risolverà il conflitto. Mahatma Gandhi ha detto che applicando la regola  “occhio per occhio, finiremo tutti ciechi”.

I governanti di Israele stanno diventando ciechi e trascinando la gente nel baratro.

E’ necessario che la comunità internazionale reagisca per fermare la follia dei governi prima che sia troppo tardi. Però è più necessario che  israeliani e palestinesi reagiscano e capiscano che non possono continuare a uccidersi a vicenda.

I responsabili della barbarie devono fermare la follia in cui si trovano senza via d’uscita. Dovrebbero farlo per il bene delle persone e dell’umanità.

Messaggio di solidarietà con i prigionieri palestinesi lanciato dal Premio Nobel per la Pace e ex prigioniero politico.
trad. Invictapalestina.org

Fonte: http://www.voltairenet.org/article141960.html

Sorgente: Israele stato terrorista – Invictapalestina

La “democrazia” che odia i giornalisti.

Roma 8 maggio 2017 – Zeinab

Si sente spesso parlare della libertà di stampa limitata in paesi come, ad esempio, la Turchia e l’Egitto. Per questo molti giornalisti sono rinchiusi nelle carceri con un solo capo di accusa: svolgere il loro lavoro.

 

Le truppe israeliane arrestano un giornalista palestinese durante una protesta nei pressi di Adei Ad in the West Bank. (Photo: Oren Ziv, Activestills.org, file)

Eppure, all’indignazione mondiale si accompagna una indifferenza totale nei confronti di quei giornalisti rinchiusi nelle carceri dell’”unica democrazia in Medio Oriente”, quindi non turchi e ne egiziani. Secondo i dati del Ministero dell’Informazione Palestinese, i giornalisti palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliani – a volte anche grazie alla complicità della polizia palestinese dell’ANP – sono 28.

Come gli altri prigionieri palestinesi, i giornalisti ricevono trattamenti al limite della disumanità, e per questo sono violati i più elementari diritti umani come da Convenzione ONU. Durante i reportage, quindi mentre documentano l’occupazione in Palestina, si vedono più volte spaccare la videocamera, essere strattonati, presi a calci e pugni e portati in prigione.

Fayha Shalash, moglie di Muhammad al-Qiq, mostra un poster con suo marito durante una manifestazione a Hebron, 20 February  2017 –  Photo by Wisam Hashlamoun

Mohammad al-Qiq  sa bene cosa vuol dire essere un giornalista detenuto nelle carceri israeliane: simbolo per i suoi colleghi, al-Qiq è in sciopero della fame dal 6 febbraio ed è stato nuovamente condannato dall’autorità militare israeliana a 3 anni di prigione senza capo di accusa.

Magdalena Mughrabi, direttrice e deputata di Amnesty International in Medio Oriente e Nord Africa, ha affermato che “le detenzioni amministrative usate per incarcerare i Palestinesi senza capi di accusa o processi sono abusive e arbitrarie”.

Ad unirsi alla voce di Mughrabi è il Parlamento Europeo con la risoluzione del 27 agosto 2008 sulla situazione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane punti 9-a-b-c. Si dovrebbe auspicare che l’”unica democrazia in Medio Oriente” si comporti da tale.

Si dovrebbe auspicare che i giornalisti, in qualsiasi parte del mondo, possano svolgere il loro lavoro senza essere imprigionati, soprattutto se documentano le sofferenze di un intero popolo, perché, citando Fabrizio Moro, “la libertà è sacra come il pane”.

 

 

Foto di copertina: Messico 2011 https://www.middleeastmonitor.com/20150707-almost-100-violations-against-palestinian-journalists-rights-so-far-in-2015/

Sorgente: La “democrazia” che odia i giornalisti. – Invictapalestina

Il governo israeliano stacca la spina alla radiotelevisione pubblica

Martedì sera, Netanyahu ha tolto l’audio del canale televisivo e della radio di stato. Saranno sostituiti lunedì prossimo da antenne che non diffonderanno informazioni.

 

di Nissim Behar, 10 maggio 2017

FOTO -Le ultime immagini del telegiornale “Mabat”, martedì sera, prima che il canale smettesse di trasmettere. Capture Channel 1

 

Senza alcun preavviso, nella notte di martedì, il primo canale della televisione pubblica israeliana, l’equivalente di France 2, ha definitivamente smesso di trasmettere. In lacrime, Geula Cohen, la conduttrice di Mabat (il telegiornale delle 20), ha letto il comunicato stampa ufficiale per informare i telespettatori che non avrebbero più visto le vecchie clip alla fine del suo programma. Nel frattempo, Kol Israel, la France Inter dello stato ebreaico, ha annunciato che i suoi programmi sarebbero terminati il giorno dopo e che la radio pubblica non avrebbe più trasmesso altro che musica, intervallata da un breve notiziario ogni ora.
E’ così, in un modo inaspettato e violento, che si sono spente le voci della Rechout Hachidour, radiotelevisione pubblica israeliana, di cui Benyamin Netanyahu e i suoi ministri volevano la pelle. “Per riformarla”, secondo il loro entourage. “Perché la trovavano irriverente, incisiva e testarda,” replicano i sindacati dei giornalisti. Al posto dell’istituzione defunta apparirà una nuova struttura destinata ad andare in onda da lunedì. Ma questa stazione radiofonica e il canale televisivo non trasmetteranno informazioni. Saranno gestiti da un nuovo organismo dai contorni molto confusi. Tutto quello che è dato sapere è che il governo vi avrà dei rappresentanti. Nel centro di Tel Aviv, vicino al quartier generale dell’esercito e del centro commerciale Sarona, si potevano incrociare mercoledì pomeriggio ex tecnici e conduttori della Rechout Hachidour in stato di shock. Alcuni andavano avanti e indietro per i giardini pubblici, altri sedevano davanti a un caffè già freddo.

“Lebbrosi”

“Chiamata in un primo tempo Kol Gerusalemme – ” La voce di Gerusalemme ” -Radio Israele esisteva da ottantun’anni. Quanto alla televisione, trasmetteva da quarantanove anni. Con tutte le loro imperfezioni, questi media hanno sempre rappresentato la democrazia israeliana. Temo per il futuro, dice Dalia Yairi, pensionata della radio. Quando entrai a Kol Israël, avevamo l’ambizione di fare la BBC del Vicino Oriente. Quello che sta accadendo ora fa male. Mi sarebbe piaciuto che i miei colleghi potessero separarsi con dignità dal loro pubblico, ma lasciano la scena come lebbrosi, prova del disprezzo del potere nei loro confronti”.
Se Netanyahu ha pubblicato una dichiarazione con cui deplora la brutalità impiegata nel porre fine alla Rechout Hachidour, il primo ministro non nasconde però l’avversione che gli ispirano i giornalisti in generale e i programmi di inchiesta in particolare.

Quanto al ministro della Cultura, Miri Regev (Likud), si è pronunciata a favore del controllo della radiotelevisione pubblica da parte del potere nel corso di un incontro organizzato dal suo partito. Una linea vicina a quella del deputato David Bitan, coordinatore dei partiti di maggioranza nella Knesset, per il quale “i giornalisti godono di troppe libertà nel paese.”
“Quindi non è solo il nostro destino personale ad essere messo in gioco in questa vicenda, ma quello del futuro della libertà di espressione, si lascia andare Keren Neubach, conduttrice di un programma del mattino della radio che affronta i problemi sociali dello stato ebraico. Ci vogliono trasformare in portavoce del potere, in microfoni o pappagalli. Dovremo essere forti per resistere a quello che ci aspetta.”

“Kommissar”

In passivo e mal gestita, la Rechout Hachidour probabilmente avrebbe dovuto essere riformata da tempo. A partire dagli anni ’80, commissioni sono state create per studiare il suo futuro, ma le loro conclusioni sono sempre rimaste senza risposta. Questo è il motivo per cui Netanyahu aveva deciso di scioglierla nel 2013 e creare il Taagid. Prima di cambiare idea, stimando che era necessario salvare la prima ed eliminare il secondo … perché i suoi dirigenti erano meno favorevoli al potere di quanto lui immaginasse. In definitiva, è un mix delle due strutture che andrà in onda da lunedì. Ma con la metà del personale e l’ombra del governo che incombe sui programmi d’informazione.
Questa nuova configurazione preoccupa anche il presidente dello stato ebraico, Reuven Rivlin, che, ai microfoni di Kol Israel, ha messo in guardia l’opinione pubblica dall’influenza dei Kommissar, espressione ebraica che significa “commissario politico”. Ma la sua voce non riesce a competere con la volontà del governo e con la Knesset, in cui i partiti di maggioranza sostengono completamente la riforma. Mercoledì scorso, i deputati si sono apprestati ad approvare questo nuovo statuto di radiodiffusione pubblica con un voto programmato di notte.
Traduzione Simonetta Lambertini – invictapalestina.org
Fonte: http://www.liberation.fr/planete/2017/05/10/le-gouvernement-israelien-debranche-la-radiotelevision-publique_1568709

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Cinquanta anni dopo la “Guerra dei Sei Giorni”. L’occupazione militare della Palestina

di Michele Giorgio

Dal 1 giugno nelle librerie di tutta Italia è arrivato “Cinquant’anni dopo. 1967-2017. I territori palestinesi occupati e il fallimento della soluzione dei Due Stati” (Editrice Alegre), il libro che ho scritto assieme alla collega e amica Chiara Cruciati, giornalista di talento alla quale auguro le migliori fortune professionali. Intrecciando giornalismo e ricerca storica, raccontiamo la genesi dell’occupazione militare israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e descriviamo le sue manifestazioni attuali sul terreno, 50 anni dopo quella che è passata alla storia come la Guerra dei sei giorni.
Più di tutto cerchiamo di portare all’attenzione un punto centrale: lo status quo sta aggravando separazione e discriminazione tra israeliani e palestinesi e il silenzio e l’indifferenza della comunità internazionale e del mondo arabo alimentano un conflitto che si trascina da decenni. Il popolo palestinese non ha ancora raggiunto la piena autodeterminazione e resta sotto occupazione.
Abbiamo dedicato questo libro alla memoria di Stefano Chiarini, Vittorio Arrigoni e Maurizio Musolino. Un grazie speciale al collega Roberto Prinzi, l’analista che ha scritto la prefazione del libro, e al grande fotografo Tano D’amico che ci ha donato due bellissime foto.

Sorgente: 4-6-17_50Anni-Dopo

Gaza in crisi: settore sanitario in pericolo

Imemc. Domenica Basem Naeem, presidente del settore ambientale e sanitario nel comitato amministrativo di Gaza, ha dichiarato che il divieto d’entrata di medicinali e di latte per i bambini, i tagli ai salari del personale medico, insieme ai tagli al carburante e all’energia, hanno provocato la crisi del settore sanitario.

Naeem ha informato il Consiglio legislativo palestinese circa le drammatiche condizioni che si stanno sviluppando, aggiungendo che ritiene l’occupazione pienamente responsabile.

 

Secondo l’agenzia news Al Ray Palestinian, Naeem ha evidenziato che questa e altri crisi sono dovute all’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza.

 

Ha inoltre sottolineato che, come riportato dal ministero della Salute di Ramallah, oltre 175 tipi di medicine sono finiti.

 

Il presidente del comitato della sanità dell’OLP ha espresso grave preoccupazione per quanto riguarda la crisi sanitaria, affermando che per risolverla è necessaria la cooperazione.

 

Traduzione di F.G.

© Agenzia stampa Infopal

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Teva China API plant smacked by FDA warning letter, adding to drugmaker’s burdens

The FDA has nailed another Teva manufacturing facility with a warning letter, this time for an API facility in China.

The Israel-based drugmaker in a short SEC filing said the letter had been issued April 10, following an inspection of the facility in September that found issues with the plant’s manufacturing control and sampling processes.

Teva said it is already taking steps to deal with the FDA concerns “as well as the underlying causes of those concerns.” It said it will provide the FDA a full response by May 1.

Later in the day, a Teva spokeswoman responded by email, repeating the language of the public filing but adding that, “As a matter of practice, Teva manufactures according to the highest quality and compliance standards.” She said no supply interruptions are anticipated as a result of the warning letter.

We do not anticipate any disruption in the supply of products to patients.

This is Teva’s second warning letter in the last six months. In October, the FDA cited a Teva sterile injectables plant in Hungary, noting significant sterility concerns. The agency had earlier banned the plant from shipping any more products to the United States.

The newest citation adds to the burdens of the floundering company, which recently jettisoned its CEO and is reportedly looking at cutting as many as 6,000 jobs after Passover ends next week. It has been trying to significantly squeeze its costs following its $40.5 billion buyout of Allergan’s generic drug business last year.

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Teva woes keep piling up with another investigation for bribery

Teva

Teva is reportedly under investigation by police in Israel for bribing foreign officials.

When it rains it pours, and Teva is experiencing a flood of bad news of near biblical proportions. The same day that the company showed CEO Erez Vigodman the door, the drugmaker was said to be under investigation by Israeli police for bribing foreign officials in an investigation that mirrors charges it recently settled with U.S. authorities.

The company acknowledged to Haaretz that Israeli police are conducting a bribery investigation similar to the U.S. probe. Sources told Haaretz it centered on Teva paying hundreds of millions of dollars in bribes to foreign officials and then creating falsified documents to hide the payments.

That U.S. case concerned issues that had occurred between 2007 and 2013 in Russia, Mexico and Ukraine. The company agreed in December to pay nearly $520 million to the U.S. Department of Justice and Securities and Exchange Commission to resolve the violations of the Foreign Corrupt Practices Act. The criminal fine to the DOJ totaled more than $283 million, while Teva ponied up $236 million to the SEC.

The latest disclosure is among a mounting list of problems that has embroiled the company and cost Vigodman his job just 18 months after announcing its $40.5 billion deal for Allergan’s generics unit that many thought would be the big turnaround for the company. The problems started with the fact that it took Teva so long to close the Allergan deal that some investors had lost faith in its upside.

Just months after finally getting it closed last August, generics CEO Siggi Olafsson—a cheerleader for the deal—unexpectedly said he was leaving, spooking investors since he was considered essential to making it work. On top of that a tough pricing environment for the generics industry has left questions in investors minds about how Teva will untangle the mess.

As if in answer, the company told them in January the company was going to have to trim its sales guidance for 2017 by more than $1 billion.

Now with the company’s stock price down more than 50% from its August 2015 highs, Vigodman is out and Chairman Yitzhak Peterburg will handle the day-to-day CEO duties while a permanent replacement is sought. Director and Celgene vet Sol Barer will serve as chairman.

On Tuesday, though, one analyst saw something to like in the whole mess. Credit Suisse analyst Vamil Divan told investors in a note that the change at the top may allow for a fresh start.

“We believe the changes underscore the difficulties Teva has faced over the past 18 months and may be well received as investors look for fresh faces to lead a potential turnaround at the company,” Divan wrote.

Divan has some specific issues that he expects management to answer next week when Teva reports earnings. He wants to see if even the revised earnings projections will be walked back further in light of a court ruling late last month that tossed out four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars at risk. The analyst wants to know what this is going to do to Teva’s ability to pay down debt and what it will mean for the company’s dividend.

As he sees it, “It will be imperative for TEVA to bring in a CEO who understands the intricacies of the generics business but who can also work to bolster a specialty pharma business,” Divan wrote to clients.

thanks to: FiercePharma

Struggling Teva said to plan thousands of job cuts as it hunts for CEO

Teva

Changes are afoot at foundering Teva—and they include job cuts and a recruitment freeze.

Local media reports said Thursday that the Tel Aviv, Israel-based generics giant is looking at cutting up to 6,000 jobs. A company spokeswoman confirmed plans to reduce costs, but said Teva “does not have a headcount target” because the number of job cuts would depend on the “right-sizing of each individual area of our business.”

“As the company previously stated, we are looking to reduce costs in our business in every area, including, among other things, ending unprofitable activities and streamlining some activities and functions throughout the organization,” spokeswoman Denise Bradley said via email.

Israeli newspaper Calcalist had reported that the company already laid off 100 workers and was planning to pink-slip between 5,000 to 6,000 worldwide beginning after Passover in mid-April. In a statement seen by Reuters, Teva said it would be “freezing recruitment” and allowing attrition to reduce employment numbers.

The moves follow a vow from interim CEO Yitzhak Peterburg to “do what it takes” to protect the struggling company’s revenue guidance, “including additional cost reduction if necessary.” The expected revenue range of $23.8 billion to $24.5 billion has already been walked back once—by more than $1 billion—thanks, in part, to a massive slowdown in new product revenue.

Peterburg, who took the helm after former skipper Erez Vigodman’s abrupt February departure, has also pledged a review of Teva’s businesses, prompting split-up speculation from slim down-happy analysts.

“We will leave no stone unturned,” he told investors on a recent conference call, noting that “we are here to fix what is not working.”

These days at Teva, that’s a lot. The company has been suffering from pricing pressure that’s pummeled the generics industry across the board, but it has some unique problems, too.

For one, shareholders have maligned its recent dealmaking efforts—including an arguably too-expensive pickup of Allergan’s generics unit and a Mexican generics buy that went very, very sour. For another, the company has billions in sales at stake if copies of leading multiple sclerosis med Copaxone hit, and a judge’s January tossing of four key patents on the med only improved the likelihood of that scenario.

Those issues and others have taken a heavy toll on the company’s stock, which has sunk by more than 70% in the last 12 months.

The company said that any job cuts would be decided in concert with its workers.

“These processes are conducted through a continuous open dialogue with the employees,” a spokesperson said in a statement, noting that “this will be the practice” even in its home country of Israel, where workers in the past have promised to strike if layoffs hit.

thanks to: FiercePharma

Teva CEO Vigodman exits, piling uncertainty onto the struggling drugmaker

Teva

Teva CEO Erez Vigodman is stepping down, and company chairman Yitzhak Peterburg will take over as interim chief.

So long, Erez Vigodman. After a brutal 2016 and start to 2017 for Teva, the company’s CEO is stepping down.

The move, announced late Monday, comes as the result of a “mutual agreement” between Vigodman and Teva’s board, the drugmaker said. Teva Chairman Yitzhak Peterburg will take up the reins as interim CEO while Teva works with a search firm to tap a permanent replacement. Director and Celgene vet Sol Barer will serve as chairman.

Vigodman’s departure follows several months of turmoil at the Israeli pharma. Last year, it faced lengthy delays to its $40.5 billion pickup of Allergan’s generics unit, which investors weren’t all that keen on by the time it actually closed. Then, Teva’s buy of Mexico’s Rimsa went so awry that Rimsa’s founders sued the company. In December, generics CEO Siggi Olafsson—a big supporter of the Allergan deal—unexpectedly hit the road. A tough pricing environment for the generics industry was the icing on the cake.

And so far, 2017 hasn’t been much kinder. In January, Teva walked back its 2017 sales guidance by more than $1 billion, citing launches that hadn’t gone as planned. Inherited pay-for-delay penalties have taken their toll, and late last month, a court tossed out four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone to put billions of dollars at risk.

While investors haven’t enjoyed the roller coaster—in October, shares hit a two-year low, and they’ve only gone south from there—“we believe that more investors will be uneasy with the uncertainty of an unexpected and abrupt CEO departure,” Wells Fargo analyst David Maris wrote in a Monday note to clients.

Evercore ISI analyst Umer Raffat has already heard feedback to that effect. “On average, investor reaction has been neutral to slightly negative,” he wrote in his own note Tuesday morning.

One influential shareholder who may not be too torn up over the change: Activist Benny Landa, who has lobbied for years for more pharma experience on Teva’s board.

“What was obvious to me in the past is now clear: the most suitable CEO is someone with a strong background in global pharma—ideally, a person who has managed a pharma company or was in a very senior position in a pharma company,” he told Israeli newspaper Globes.

But seasoned vets aren’t all Landa wants to see at the Petah Tikva-based company. The way he sees it, splitting Teva into two companies—one focused on generics, one on specialty meds—would ensure that “each company gets its fair share of the debt and cash in order to give each company its chance to take off.”

“Teva has recently focused on generics to the extent that it lost direction, and didn’t realize that it should invest in the innovative field for the sake of its future,” he said. “These are actually two sectors with almost no connection between them.”

thanks to: FiercePharma

Teva recalls 500,000 units of diabetes drug manufactured by Patheon

 

Teva

Teva has recalled 12 lots of Watson brand Glipizide manufactured by Patheon that didn’t meet specs for dissolution.

It is not as if Israeli drugmaker Teva didn’t already have enough on its plate, what with its CEO having been shown the door, a court overturning patents to its key moneymaker and investors getting restive. On top of that, it is having to recall nearly half a million units of a Type 2 diabetes drug that it picked up in its Actavis buyout.

The drugmaker is recalling 12 lots, comprising 499,320 units of 2.5-mg extended-release tablets of Glipizide, an oral rapid-and short-acting treatment for Type 2 diabetes. The problem is that the product missed dissolution specs at the 10-month testing period. As its letter to retailers points out, that could be a problem for people with diabetes because if the active ingredient is released too quickly then their blood sugars may rise.

The voluntary nationwide recall began Jan. 30. The drug is manufactured under the Watson Laboratories brand. It is actually made in a plant in Cincinnati, OH by contractor Patheon.

The drug is one Teva got in its $40.5 billion buyout of Actavis, the generics business of Allergan. That deal and the debt laid on top of Teva were among the brewing issues that led to Erez Vigodman’s departure this month. Vigodman’s exit came after months of turmoil at the Israeli pharma.

Last year, it faced lengthy delays to its $40.5 billion pickup of Allergan’s generics unit. Between that and a tough pricing environment in the U.S., by the time the deal closed, investors weren’t as revved up by it. Then in December, generics CEO Siggi Olafsson—a big supporter of the Allergan deal—unexpectedly left.

All of this leaves Teva looking for a new CEO and pondering its future, with some analysts wondering if it is time for the company to split itself apart. That is a possibility that might be made more difficult after a court recently upturned four patents on long-acting multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars of revenue at risk.

thanks to: FiercePharma

 

Teva faces billions in lost sales as court tosses four long-acting Copaxone patents

 

Copaxone

A U.S. Court has upturned four patents covering Teva’s long-acting version of MS star Copaxone.

It’s déjà vu for Teva Pharmaceutical in a bad, bad way.

Late Monday, the Israeli drugmaker confirmed that the U.S. District Court for the District of Delaware had upturned four of its patents on the long-acting version of multiple sclerosis star Copaxone, putting billions of dollars in revenue at risk.

It’s not an opening of the floodgates for generics makers, who have “several steps still to go” before they can challenge the MS behemoth, as Credit Suisse analyst Vamil Divan put it in a note to clients. Teva CEO Erez Vigodman, for his part, said in a statement that his company “would move forward with an immediate appeal,” and Divan expects the company to request a preliminary injunction preventing any generics from launching until the legal process surrounding all of Teva’s Copaxone IP is completely wrapped up.

Teva has sued its wannabe rivals on a fifth and sixth patent, too, and an inter partes review appeal is underway at the U.S. Patent and Trademark Office. And of course, if knockoffs are to roll out, they’ll need to win the FDA’s green light first.

Still, Divan doesn’t think it’ll be long before copycats show up. He expects a Novartis/Momenta Pharmaceuticals partnership “and potentially one other competitor to launch later this year and lead to pricing pressure on the brand,” the analyst wrote.

The Petah Tikva-based company has been here before. Back in 2013, a court upturned its patents on the original, 20 mg formulation of its star med, but Teva managed to convert most of its patients to the new-and-improved version before generics hit.

Now, though? There will be no backup med to turn to if Teva’s IP shield is struck down.

That’s not a good prospect for a company whose sales are already struggling. Earlier this month, Teva walked down its 2017 guidance by more than $1 billion after new 2016 launches failed to pan out. It now predicts a top-line haul of between $23.8 billion and $24.5 billion for the year, but some analysts—including Bernstein’s Ronny Gal—have found that figure hard to swallow.

It’s “a tough picture,” Gal wrote in early January.

thanks to: FiercePharma

 

Teva wraps up Cipro pay-for-delay suit inherited with Barr buy

 

by Eric Sagonowsky |

 

Teva

Teva agreed to a $225 million settlement on a long-standing class action suit brought by the purchasers of Bayer’s Cipro.

Shortly after paying $520 million to the feds to resolve bribery charges in a couple of markets outside of the U.S., Teva has agreed to deal terms to settle a lengthy class action lawsuit in California.

The Israeli pharma giant agreed to a $225 million settlement with a group that bought Bayer’s antibiotic Cipro, Reuters reports. The plaintiffs argued that alleged pay-for-delay deals from the 1990s between Bayer and Teva’s Barr Laboratories led to higher prices and violated antitrust law, according to the news service.

The plaintiffs brought the case against Barr in 2000. Eight years later, Teva picked up Barr for nearly $9 billion.

In a statement, a Teva spokesperson said the company “reached a settlement in the pending Cipro antitrust litigation that was inherited when Teva acquired Barr in 2008. Teva is pleased that this long-standing litigation has been resolved.”

California’s Supreme Court will need to sign off on the settlement, according to Reuters.

Teva’s deal comes on the heels of a separate pay-for-delay settlement between the FTC and Endo Pharmaceutical, reached just days ago. As authorities announced that arrangement, they said they’d continue to pursue a case against Watson and Allergan.

The new Teva agreement closely follows another move by the company to wrap up a legal issue with federal authorities: violations of the Foreign Corrupt Practices Act. Back in December, Teva agreed to a settlement worth nearly $520 million to resolve bribery charges in several markets. In that case, a criminal fine to the DOJ totaled more than $283 million, and Teva paid $236 million to the SEC.

Together, the two deals amount to nearly three-quarters of a billion dollars in payments in a matter of two months.

In the wake of that settlement, a shareholder went after the company, plus current and former execs, with a petition for approval of a derivative suit.

Despite its multiple recent settlements, Teva might not be out of the woods yet. It’s among a group being investigated by the DOJ for possible generics price collusion.

thanks to: FiercePharma

 

 

FDA cites ‘significant’ sterility concern at Teva injectables plant

Syringe

The FDA has posted the warning letter that Teva recently acknowledged getting for its troubled sterile manufacturing plant in Hungary. The letter outlines concerns about sterility and contamination issues at the plant and gives the company a long list of marching orders that it says must be completed before the plant will be allowed to again ship product to the U.S.

Seven observations were listed in the letter including problems with contamination in media fills, a problem the FDA said “indicates a potentially significant sterility assurance problem” at the plant in Godollo that Teva opened in 2012 to expand its sterile manufacturing capacity. The plant is currently closed while Teva works on solving the problems inspectors first outlined in a Form 483 issued in January.

Among problems noted, inspectors said the plant did not adequately investigate media-fill contamination on aseptic manufacturing lines. It cited as an example a media-fill run performed in September of last year which resulted in 31 contaminated units.

It said employees did not identify the microorganisms found in the contaminated units. Identifying them is essential, the FDA said, because otherwise there is no way to sufficiently understand the potential sources and scope of the contamination, the report said.

The FDA criticized the plant for poor aseptic processing techniques including seeing an operator sitting on the clean-room floor during setup of the filling line but then not changing the gown being worn. Others leaned against clean-room walls.

Additionally, investigators said some colony counts for environmental and personnel monitoring did not match up with the plant’s official records. On top of that, there were “quality-related documents in a waste bin” that raised questions about record keeping. Stand-alone computer systems didn’t have controls like routine audit trail reviews and full data retention that would assure that analysts weren’t deleting data.

Teva acknowledged getting the letter two weeks ago and has said that it is working on the problems, addressing “both the specific concerns raised by investigators as well as the underlying causes of those concerns.”

Additionally, Teva said it is working to replenish critical and priority products as quickly as possible, “in some cases by transferring products to other Teva manufacturing sites and–as needed–by identifying alternate suppliers for products in short supply or out of stock.”

The saga at the Godollo site began in January when the FDA inspected the plant, issuing the Form 483. Teva suspended production to deal with the citations, but in May the FDA put the plant on its import alert list, banning all but two drugs: the cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin, which were exempted to avoid shortages. Teva has been recalling its other drugs produced at the facility.

In the letter posted this week, the FDA presented Teva with a list of its expectations, asking among other things for a comprehensive review of all sterility test positive and media-fill failure investigations since January 2014. It wants Teva to update its standard operating procedures and also to review video taken during production of in-date batches sent to the U.S. to figure out what might have caused the contamination.

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Pii produced products recalled by Teva

Teva

Teva ($TEVA) is recalling nearly 43,000 bottles of paricalcitol, a drug used by dialysis patients. But in this case, Teva didn’t manufacture them. They were produced by Pharmaceutics International Inc., or Pii, a U.S. CMO that recently ran into problems with European regulators.

According to the most recent FDA Enforcement Report, Teva is recalling 42,969 bottles of paricalcitol in three dose sizes in 30-count bottles, 32,015 of 1 mcg bottles; 5,556 of 2 mcg bottles and 5,398 of 4 mcg bottles. Paricalcitol is used to treat and prevent overactive parathyroid glands in patients with chronic kidney disease who are on dialysis.

The voluntary recall, which began several weeks ago, was initiated because the products failed stability testing for impurity levels.

The paricalcitol, the FDA report says, was manufactured by Hunt Valley, MD-based Pii. Several months ago, the European Medicines Agency said it was pulling the manufacturing certification for the contract manufacturer after inspectors noted a number of problems. In the critical category was Pii’s failure to minimize the risk of cross-contamination between hazardous and non-hazardous products, the report said. Inspectors also noted the facility had an unqualified HPLC system and unacceptable approach to production equipment qualification.

In response, the company “brought in a team of experts” to address each area of concern and says it is giving the EMA’s action top priority.

While this recall falls on Pii, Teva is facing manufacturing concerns of its own. The FDA last week issued a warning letter to Teva’ sterile manufacturing plant in Hungary, a facility that earlier this year was banned from exporting most products to the U.S. Teva says it is conscientiously addressing the the FDA’s concerns and their underlying causes.

– access the recall report here

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Teva’s struggling sterile plant hit with FDA warning letter

fda

The regulatory quagmire has deepened for the Teva Pharmaceutical sterile injectables plant in Hungary which the FDA banned this year over slipshod manufacturing standards. The FDA has now issued the plant a warning letter.

In an SEC filing on Tuesday, Israeli-based Teva acknowledged receiving the warning letter the previous Friday, and for the first time gave some indication of the problem areas. It said the FDA “cited deficiencies in manufacturing operations and laboratory controls, and in the Company’s data integrity program.”

In an emailed statement today, Teva said it “has been using a systems-based approach with respect to our remediation efforts,” addressing both the FDA concerns and the underlying causes. “As a matter of practice, Teva manufactures according to the highest quality and compliance standards.”

The company also said it is working to resupply “critical and priority products as quickly as possible,” by bringing in products from other Teva manufacturing sites and finding other suppliers for products in short supply or out of stock.

The warning letter follows a series of other actions by the FDA, which first issued a Form 483 following a two-week inspection in January at the Godollo plant, a relatively new facility which the company opened in 2012 to expand its injected drug capacity. Teva suspended production to deal with the citations but the FDA in May put the plant on its import alert list, banning all but two drugs–the cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin, which were exempted to avoid shortages. Teva has been recalling from the market its other drugs produced at the facility.

The regulatory issues come when Teva has a lot on its plate. It is in the process of assimilating a huge portfolio of products, plants and employees it got in its $40.5 billion buyout of Allergan’s generics business, while selling off those parts of the business required by regulators to preserve competitive markets.

But Teva has suggested it may not be done with acquisitions to solidify its place as the largest maker of generic drugs, while also looking at moves in the branded market. Earlier this week, a Teva spokesperson said the company would consider opportunities in biosimilars, suggesting to some that Teva might look at buying South Korea’s Celltrion. Celltrion is trying to sell part of its business and the two have a relationship.

CEO Erez Vigodman has said the biosimilars are part of the company’s growth strategy but also said it will be on the hunt for “attractive specialty assets, or branded drug assets or pipeline assets” that fit in with the therapeutic areas it’s already tackling.

– read the filing

thanks to: FiercePharma

UPDATED: Teva recalling all lots of 4 drugs made at troubled Hungary plant

Syringe

Teva continues to deal with the fallout from an FDA ban of its sterile injectables plant in Hungary and is now recalling all lots of four different injected drugs.

According to the most recent FDA Enforcement Report, the Teva Pharmaceutical ($TEVA) recall includes 92,480 containers of antibiotic linezolid; 14,661 vials of heart surgery drug eptifibatide; 13,223 vials of anti-nausea drug ondansetron and 1,299 bags of argatroban, used for treating heparin-related complications. The report says Teva began the recalls in June, although the FDA only last week gave them a class II designation.

The products all came out of Teva’a plant in Gödöllő, a relatively new facility which the company opened in 2012 to expand its injected drug capacity. The $110 million, 15,000-square-meter plant has 6 production lines and the capacity to churn out 160 million to 200 million units of injectable meds annually.

But those lines went idle earlier this year when Teva temporarily halted production following an FDA inspection in January that found a number of manufacturing issues. The FDA followed that up in late May when it issued an import alert for the facility, banning all but two essential products from the facility: cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin.

Teva in a statement today said it had begun recalling “all in-date lots” of the four in the US, “in order to ensure that disposition decisions for U.S. products manufactured at the Gödöllő site were in alignment with FDA’s import alert. In July, we recalled 7 lots of Amikacin for reasons unrelated to the import alert.  This was an extension of a previous recall that Teva initiated in March. We are working around the clock to re-start manufacturing operations in Godollo and expect that to occur in the coming months.”

Teva has not specified the nature of the observations laid out in an FDA Form 483, but said it was working closely with the FDA to resolve the issues and return supplies of its products. It said in some cases it would look for alternative sources of supply. None of the four drugs is currently listed on the FDA’s drug shortages list. Teva has said that it is unaware of any adverse events tied to any of the drugs shipped from the facility.

The plant issues arose at a tricky time for Teva, which was in the midst of trying to close on its $40.5 billion purchase of the generics unit of Allergan ($AGN). After delays and an agreement with the FTC that is would divest 75 products, the deal closed last month.

– access the recalls here

thanks to: FiercePharma

Teva issues another recall of antibiotics, this time from a Canadian plant

For the second time this year, Teva ($TEVA) has issued a recall of antibiotics produced at one of its facilities. This time it’s a plant in Canada.

In the most recent action, the company said it is recalling more than 53,000 bottles of amoxicillin manufactured by Teva Canada Limited in Toronto.

According to an FDA enforcement report, the nationwide voluntary recall of the antibiotic was initiated because it is considered a “superpotent drug” on the basis of an out of specification test result for assay during stability testing. The regulatory agency has classified the recall as a Class II event, which means there isn’t an immediate threat of death or danger from the product.

Earlier this year, the drugmaker began recalling amikacin sulfate from its facility in Hungary due to the potential for the presence of glass particulate, which the company  said could cause reactions from swelling to blood clots. Teva recently expanded that recall to 7 additional lots made at the plant in Gödöllő, Hungary, which the FDA put on its import alert this year.

In May, the Israel-based drugmaker recalled 14,370 units of divalproex sodium delayed-release tablets, which are used to treat certain types of epileptic seizures, as well as for bipolar disorder and migraines, after they failed unspecified specifications.

– check out the FDA enforcement report

thanks to: FiercePharma

Teva recalls antibiotic made at banned plant in Hungary

 

Teva headquarters 

When the FDA put Teva’s sterile manufacturing site in Hungary on its import alert list in May, it banned all but two of its products, cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin. The exclusions didn’t mean the FDA didn’t have some concerns with those drugs, and now the drugmaker is expanding a recall of the antibiotic.

Teva ($TEVA) said last week it was recalling 7 additional lots of amikacin sulfate due to the potential for the presence of glass particulate, which it said could cause reactions from swelling to blood clots. It said it had not received any reports of adverse reactions to the product.

When Teva first recalled a lot of the antibiotic in March, it indicated that it was manufactured at its plant in Gödöllő, Hungary. The company had temporarily halted production at the plant in January after an inspection cited it with a number of shortcomings. The agency followed that up with the ban in May.

After the FDA banned products from the Hungary plant, Teva said it was “working around the clock to restart manufacturing operations as soon as possible, and are working cooperatively with regulatory authorities to minimize any potential impact on product availability.”

That impact was particularly hard on Hungary, which lost access to about 200 drugs as a result of the shutdown. The Hungary drug regulator said it was getting weekly updates from Teva about the situation so that it could avoid shortages, particularly of cancer and morphine drugs.

– here’s the press release
– find the import alert here

thanks to: FiercePharma

 

Teva recalls seizure drug

 

Teva headquarters

 

Teva Pharmaceutical ($TEVA) has its hands full trying to finalize its $40.5 billion buyout of Allergan’s ($AGN) generics business, a deal it expects to close this week. But meanwhile business goes on as usual, and that involves a Teva recall of a seizure drug.

The Israel-based drugmaker is recalling 14,370 units of divalproex sodium delayed-release tablets after they failed unspecified specifications, according to the most recent FDA Enforcement Report. The drug is used to treat certain types of epileptic seizures, as well as for bipolar disorder and migraines. The recall, which was initiated in May, was identified last week by the FDA as a class III.

Teva has been working for more than a year to buy Actavis, the generic drug business of Allergan. Since Teva is already the world’s largest generics producer, the deal has received close scrutiny by regulators around the globe. The FTC said last week that it had approved the merger after Teva agreed to sell the rights and assets to 79 pharmaceutical products, which are being acquired by 11 different generic drugmakers.

Allergan’s generics business has had its own recalls to deal with this year. In February it said it was recalling 54 lots, consisting of nearly 600,000 bottles, of its copy of the ADHD drug Adderall.

– access the recall here

thanks to: FiercePharma

Teva pulls migraine patch Zecuity on reports of burning, scarring

Teva

So much for the $114 million Teva shelled out to get its hands on Zecuity developer NuPathe. After less than a year on the market, the Israeli drugmaker is pulling the migraine patch.

Monday, the company announced that it would stop sales, marketing and distribution of the product on post-marketing reports of burning and scarring at the patch application site. Teva has also launched a recall of the med from pharmacies.

The discontinuation follows an FDA alert on the drug from earlier this month that cited “severe redness, pain, skin discoloration, blistering, and cracked skin.”

“At Teva, the wellbeing of people using our products is always the first priority,” Teva CEO of global specialty meds Rob Koremans said in a statement, noting that the company would “continue our investigation into the root cause of these adverse skin reactions” and work closely with regulators to resolve any outstanding questions.

It’s a blow to the Petah Tikva-based generics giant, which nabbed NuPathe in 2014 in its quest to bulk up on the specialty side before Copaxone copies hit. And while that process took longer than industry-watchers expected–allowing Teva to switch the majority of patients over to a long-lasting, patent-protected formulation of its multiple sclerosis superstar–the therapy still took a hit last year, recording a 14% decline to $960 million and coming in shy of the billion-dollar tally analysts expected.

Meanwhile, Teva is also working hard to close the $40-billion deal for Allergan’s generics unit that it expects to solidify its No. 1 position in the generics space. After coming to terms on the acquisition last summer, the companies have been making divestments to satisfy antitrust regulators; Monday, India’s Dr. Reddy’s said it had agreed to pick up 8 drugs from Teva–including one already-marketed treatment–for $350 million.

– read Teva’s release

thanks to: FiercePharma

 

 

Teva halts production at sterile injectables plant to address FDA concerns

Teva

The FDA recently issued an import alert for all but two products at the facility in Gödöllő: cancer treatment bleomycin and antibiotic amikacin. The alert gives no insight into the nature of the problems, but a translated notice posted Friday by Hungary’s Food and Drug Administration (OGYE) says Teva suspended production four months ago as a precaution following an U.S. FDA inspection at the facility in late January.

Teva Pharmaceutical ($TEVA) in a statement today said that while it is unaware of any adverse reactions reported about products coming out of the facility, it decided to voluntarily stop production at the Gödöllő plant on a temporary basis while it evaluates and responds to the FDA’s concerns.

“We are working around the clock to restart manufacturing operations as soon as possible, and are working cooperatively with regulatory authorities to minimize any potential impact on product availability. We are also identifying alternative sources of supply, where needed. We are very conscious of unnecessarily triggering drug shortages and impacting patients while we focus on resolving regulatory concerns, as patients are always highest priority.”

The notice by the OGYE says the action has taken 200 Hungarian products out of production and the Hungarian agency has asked Teva for weekly updates so that it can avoid shortages, particularly of cancer and morphine drugs. Dr. Csilla Pozsgay, the director general of OGYE, said in the notice that “based on currently available information,  products on the market are safe–the FDA primarily objected to the production environment.”

Teva opened the $110 million, 15,000-square-meter (161,458-square-foot) plant in 2012. It said at the time that its 6 production lines were capable of producing between 160 million to 200 million units of injectable meds annually, mostly cancer meds, that were to be sold in 70 countries, primarily in the U.S., Europe and the Far East.

Other companies have been in the situation in which Teva now finds itself. The FDA last year cited three Mylan ($MYL) sterile injectable plants in India in a warning letter for a host of problems. Pfizer’s ($PFE) Hospira, which is the largest sterile injectables maker in the world, has had to deal with FDA concerns at several plants in the U.S., India and Italy.

– here’s the FDA import alert
– and the OGYE notice

thanks to: FiercePharma

Teva migraine patch gets close FDA scrutiny for causing burns and scarring

Migraine

Seeking to offset early Copaxone sales declines, Teva swept up NuPathe a few years ago to get its hands on the only migraine patch approved in the U.S. But in less than a year after launch, the FDA has laid out concerns about “serious” adverse events including burning and scarring.

Teva’s Zecuity is now under the radar as a “large number” of users have reported those problems plus severe redness, pain, skin discoloration, blistering and cracked skin, the FDA reported. The patch first hit the market last September.

In a statement, a Teva spokesperson said the FDA’s decision was made “as a precautionary measure,” and that “there is nothing more important to us than the health and safety of those who use our products.”

“Patient wellbeing is at the heart of everything we do,” the statement said. “Teva is working closely with the FDA on the investigation.”

The development marks a headache for Teva, which bought Zecuity developer NuPathe in early 2014 for about $114 million, eclipsing Endo’s $105 million offer. At that time, the generics giant was looking to grow sales in the face of an earlier-than-expected patent loss for its megablockbuster multiple sclerosis drug Copaxone. That patent loss is still having repurcussions at the Israeli generics giant, with Q1 2016 results that fell short of expectations.

The investigation may also upset NuPathe investors, who stand to gain from tiered Zecuity sales milestones set up through the Teva deal.

Powered by a battery, Zecuity administers sumatriptan through a single-use device placed around a patient’s upper arm or thigh.

Though the patch has been FDA-approved since 2013 from NuPathe’s efforts, Teva didn’t get the product on the market in the U.S. until the second half of 2015. In promoting the product, the Israeli generics giant cited a study finding that Zecuity outperformed a nonmedicated patch in reducing headache pain and cutting light/sound sensitivity.

The FDA alert comes as Teva works to close a $41 billion deal to buy Allergan’s generics business, a price which some investors and investment bankers called into question this week because market dynamics have changed since the agreement.

– here’s the FDA alert

thanks to: FiercePharma

Teva retrieves amphetamines over impurity concerns

Teva

Teva Pharmaceutical ($TEVA) has its hands full already with its $40.5 billion deal to buy Actavis, the generics business of what is now Allergan ($AGN). But business goes on and that includes the occasional recall.

According to the FDA’s most recent Enforcement Report, Teva has added another lot, consisting of 9,717 bottles, to a recall of amphetamine tablets that were found to be highly out of spec for impurities during their last testing. The mixed salts product is made up of dextroamphetamine saccharate, amphetamine aspartate, dextroamphetamine sulfate and amphetamine sulfate.

According to a letter Teva sent to customers, the voluntary recall began in November with the recall of two lots. It said there are no “safety concerns at the level observed.”

Teva CEO Erez Vigodman

The drugmaker had a couple of other significant recalls last year. It recalled three lots of fluoxetine, a generic version of the antidepressants Sarafem and Prozac, because of contamination. Those had been manufactured by its Croatia-based operating unit Pliva at a plant in Krakow, Poland. It also recalled 8 lots of its colon and rectal cancer injectable drug Adrucil (fluorouracil injection) after the drugmaker discovered that the lots might contain particles that it identified as aggregate of silicone rubber pieces from a filler diaphragm and fluorouracil crystals.

The world’s largest generics maker struck a deal last year to buy the generics business of Allergan. Teva CEO Erez Vigodman told investors at the J.P. Morgan Healthcare Conference this month that the company’s focus this year will be on assimilating the new acquisition into its operations. The buyout comes even as the drugmaker has been significantly reducing its manufacturing operations to cut costs and improve margins.

thanks to: FiercePharma

Teva ‘s $520M bribery settlement with the feds sparks shareholder lawsuit

Justice statue with sword and scales
Teva is starting the new year facing a shareholder lawsuit after it last month paid $520 million to resolve bribery charges in Russia, Ukraine and Mexico.

Just after forking over $520 million to resolve federal bribery charges relating to its operations in Russia, Ukraine and Mexico, Teva is starting the new year facing a shareholder lawsuit.

Ra’bcca Technologies has filed a petition for approval for a derivative suit against Teva and several of its current and former officers, including ex-board members Chaim Hurvitz, Shlomo Yanai, Dan Suesskind, and former chairman Phillip Frost, Israel’s Globes news service reports.

Last month, Teva agreed to pay nearly $520 million to the U.S. Department of Justice and Securities and Exchange Commission to resolve violations of the Foreign Corrupt Practices Act. The criminal fine to the DOJ totaled more than $283 million, while Teva ponied up $236 million to the SEC.

“The respondents, past and present officeholders in Teva, bear responsibility for Teva’s act and failure in violating U.S. law, and should therefore compensate Teva for all the damages caused to it,” Ra’bcca representatives said, according to Globes.

In announcements detailing Teva’s admitted violations, U.S. authorities say company execs and employees in Russia bribed an official there to boost the government’s purchases of its multiple sclerosis med Copaxone.  The government official made $65 million between 2010 and 2012 setting up the purchases, even as Russia sought to cut costs on foreign drugs, prosecutors said.

Between 2001 and 2011 in Ukraine, Teva bribed a top official in order to “influence” the government’s decisions on Teva drug approvals, prosecutors said, providing the “registration consultant” with $200,000 monthly through a fee and other expenses.

And in Mexico, a Teva subsidiary’s employees bribed doctors to prescribe Copaxone since “at least 2005,” according to the U.S. government’s release. The company additionally admitted it didn’t have an adequate control system in place to catch the violations, and hired managers “who were unable or unwilling to enforce” existing policies, according to prosecutors.

Teva’s settlement—the largest fine paid by a pharma company over FCPA violations—comes after years of investigations into its practices. The company in November notified the Tel Aviv Stock Exchange that it had set aside $520 million to cover expected expenses for the violations. Early in 2015, after conducting its own investigation, the company said it had “likely” violated FCPA in a number of countries.

Along with paying the fines, Teva agreed to continue to work with the feds and to boost its internal compliance efforts. Prosecutors said the company received a 20% discount from the low end of sentencing guidelines due to its “substantial cooperation and remediation.”

The FCPA probe wasn’t Teva’s only legal entanglement, however. Among a number of generics makers, the company now faces a Justice Department probe into possible price collusion.

thanks to: FiercePharma

 

Ancient photos of Jerusalem

 

Jerusalem Südöstlicher Teil des Tempelplatzes. Links: Aķșā-Moschee, im Vordergrunde: Ķubbet eș Șachra (sogen. Omar-Moschee). 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südöstlicher Teil des Tempelplatzes. Links: Aķșā-Moschee, im Vordergrunde: Ķubbet eș Șachra (sogen. Omar-Moschee). 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südlicher und südöstlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Südlicher und südöstlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Westlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Westlicher Teil der Altstadt von Nordost. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Nordwestlicher Teil des Tempelplatzes. 1915 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Nordwestlicher Teil des Tempelplatzes. 1915 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

 

Jerusalem Aķșā-Moschee: Miḥrâb (Gebetsnische) erbaut von Saladin nach Rückeroberung der Stadt von den Kreuzfahren I, Jahre 1187 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Miḥrâb (Gebetsnische) erbaut von Saladin nach Rückeroberung der Stadt von den Kreuzfahren I, Jahre 1187 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Mimbar (Predigtkanzel). In Aleppo 1168 angefertigt, von Sultan Saladin für die Aķșā-Moschee gestiftet 1187 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Aķșā-Moschee: Mimbar (Predigtkanzel). In Aleppo 1168 angefertigt, von Sultan Saladin für die Aķșā-Moschee gestiftet 1187 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17.5 : 13.5 m.). 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939).

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17.5 : 13.5 m.). 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939).

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17,5 : 13,5 m.). 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Inneres der Ķubbet eș Șachra (sog. Omar-Moschee) mit dem heiligen Felsen (17,5 : 13,5 m.). 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): Kuppel 30 m. hoch, 20 m. im Durchmesser - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): Kuppel 30 m. hoch, 20 m. im Durchmesser – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): die Trommel der Kuppel mit den alten Mosaiken. 1910 - Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai - Bernhard Moritz (1859–1939)

Jerusalem Ķubbet eș Șachra (Omar-Moschee): die Trommel der Kuppel mit den alten Mosaiken. 1910 – Bilder aus Palästina, Nord-Arabien und dem Sinai – Bernhard Moritz (1859–1939)

 

Ancient maps from Muslim civilization

We reveals 10 marvellous maps from Muslim Civilisation that include one of the earliest known maps of South Amercia and maps where the world appears upside down! A time when North was South and South was North, towards Mecca…

We tend to take many things for granted. Today, we are equipped with numerous means of communication and transport over land, sea and air. We have such freedom to swiftly travel around the globe, so much so that we tend to travel far and wide without ever considering the immense contributions others have made for our convenience. Great scholars from Muslim Civilisation, indeed, turned the world upside down with their maps; not just metaphorically but world maps once were literally upside down (with south dipicted at the top).

As more people began to travel the world 1,000 years ago for trade, exploration and religious reasons, the demand for good maps increased. Some of the world’s most precious maps were drawn then by scholars, geographers and seafarers who assembeld the geographical knowledge known to them – they carried out detailed mathematical analysis, measured and charted the Earth’s features, used sophisticated astrolabes to help assess height and distance – to construct intricate maps of the world. Here we introduce ten key examples.

Let the countdown begin!

10. Ali Macar Map 16th Century

The “Ali Macar Reis Atlas” is housed in the Topkapi Palace Museum Library (Hazine 644) in Istanbul. As a work of art, this atlas certainly ranks among the most successful. It consists of six portolan charts and one mappamundi, all on double pages, i.e., there are fourteen pages. They are drawn on parchment leaves and bound in leather, forming an appealing small volume.

The artist-cartographer who drew these charts must have been professionally connected to those who drew other similar maps in Christian Europe; and the artistic perfection of this atlas strongly argues against it being the isolated work of a captain who would only have been imitating such models; the author must have been a craftsman with great experience of this type of work.

9. Al Istakhri 10th Century


A world map by Abul Qasim Ubaidullah ibn Abdullah ibn Khurdad-bih al Istakhri (934 CE) aka Estakhri. The map is oriented with South at the top as was common of maps at the time. Picture displayed on “Old Manuscripts and Maps from Khorasan”. It was beilieved that Estakhri created the earliest known account of windmills. His Arabic language works included masalik al-mamalik “Traditions of Countries” and Suwar al-Aqaaleem “Shapes of the Climes”.

South Caucasus

From Al- Aqalim

Persian Gulf’s Coast

8. Tārih-i Hind-i Garbī Map 16th Century


The book entitled Tārih-i Hind-i Garbī (History of the West Indies), probably written by Muhammad b. Amir al-Suûdī al-Niksarī (d. 1591) in the 16th century, contains information about the geographical discoveries and the New World (America). This work, based on Spanish and Italian geographical sources, was presented to Sultan Murād III in 1573.

The book tells the amazing stories of the explorations and conquests of Columbus, Cortes, Pizarro, and others, and it also endeavours to incorporate the new geographic information into the body of Islamic knowledge. It presents a major effort by an Ottoman Muslim scholar, almost unique in the 16th century; firstly, to transmit through translation information from one culture (European Christendom) to another (Ottoman Islam), and secondly, to correct and expand Islamic geography and cartography.

7. Ibn Hawqal Map 10th Century


A map (also oriented with South at the top) by the widely travelled Abu al-Qasim Muhammad b. Hawqal, originally from al-Jazira region in Turkey, north of Mardin. He is also referred to as al-Nusaybini, after Nusaybin town located in the region.

Very little is known about Ibn Hawqal but he is believed to have been a Baghdad-based trader who loved traveling. Researchers attribute the dearth of information on Ibn Hawqal to the fact that he spent a substantial part of his life in traveling and never stayed put in a certain region. It is his book, Surat al-Ard, from which we can derive some information about him while to the effect that he was fond of reading especially books by Khurdadhebah, Qudadamah and al-Jihani, which might have been the reason behind his keenness to travel and see the places he read about.

6. Kâtib Çelebi Map 16th Century


Tuhfat Al-Kibâr fî Asfâr Al-Bihâr (The Gift to the Great Ones on Naval Campaigns) was written by Kâtib Çelebi in 1657 and emphasises the importance of the Turkish activities in the seas and the Ottoman contribution to the navigational history.

Kâtib Çelebi emphasised the importance of the science of geography at the introduction of Tuhfat al-kibâr and explained that the rulers of the state should know the frontiers and borders of the Ottoman State and the states in this region even if they do not know the whole of the Earth.

Çelebi valued history like we do in a modern sense today and asserted that most people did not know the real value of this branch of knowledge and thus viewed history as if it were a tale. He expressed his complaint about this saying “who reads and listens to a letter of love and faithfulness?”.


5. Al- Balkhī Map 9th Century


Persian geographer who was a disciple of al-Kindi and also the founder of the “Balkhī school” of terrestrial mapping in Baghdad. Picture displayed on “Old Manuscripts and Maps from Khorasan”.

4. Mahmud of Kashgar Map 11th Century


Mahmud of Kashgar completed his famous book Divânu Lügati’t-Türk in 1074. Famous for being a linguist, he wrote the book in order to teach Arab speakers Turkish and to prove that the Turkish language was as important as Arabic.

Mahmud stated that the regions of all the Turkish tribes from Europe to China were included in full detail within a circular map, which, as he pointed out, was drawn in order to indicate the regions the Turks inhabited.

The western, northern and southern parts of Asia were left undrawn but despite the fact that the map was full of errors, the data about the eastern regions were correct. Mahmud showed the Great Wall of China on his map and mentioned that this wall and high mountains acted as natural obstacles preventing him from learning the Chinese language. He also stated that Japan shared the same fate, being an island in the eastern part of Asia.

3. Book of Curiosities Map 11th Century


The Bodleian Library at the University of Oxford has purchased the medieval Arabic manuscript Kitab Gharaib al-Funun Wa-Mulah Al-Uyun popularised under the title the Book of Curiosities, an exceptionally rich text on cosmography. The treatise is one of the most important recent finds in the history of Islamic cartography in particular, and for the history of pre-modern cartography in general.

The manuscript, a highly illustrated treatise on astronomy and geography compiled by an unknown author between 1020 and 1050, contains an important and hitherto unknown series of colourful maps, giving unique insight into Islamic concepts of the world. The copy owned by the Bodleian library is the only nearly complete copy and the one to have been extensively studied and released in an electronic edition.

Mediterranean Sea

Indian Ocean

2. Piri Reis Map 16th Century

Piri Reis is a well known Ottoman-Turkish admiral, geographer and cartographer from the 16th century. His famous world map compiled in 1513 and discovered in 1929 at Topkapi Palace in Istanbul is the oldest known Turkish map showing the New World, and one of the oldest maps of America still in existence.

The half of the map which survives shows the western coasts of Europe and North Africa and the coast of Brazil with reasonable accuracy in addition to various Atlantic islands including the Azores and Canary Islands.

Cairo

Cyprus

Venice

Canakale

1. Al-Idrisi Map – The World Upside Down 12th century


one of the most famous maps from Muslim Civilisation. It was drawn by Muhammad al-Idrisi who was born in Ceuta (Morocco) in 1099-1100 CE, and died in 1166 CE. The map is oriented with South at the top as was common at the time

Al-Idrisi studied at Cordoba, and although he died in his birth place, he spent his working life at the Norman court of Palermo. At the age of 16, he travelled through Asia Minor, Morocco, Spain and the South of France and even visited England. His description of most of Western Europe is lively and, on the whole, quite accurate. The same is true of his treatment of the Balkans, whilst for the rest of Europe and for most of the Islamic world (with the exception of North Africa, with which he had a firsthand acquaintance) his account is based on the writings of others.

Al-Idrisi was a noteworthy and original geographer. He used in a creative way the system of cylindrical projection of the Earth’s surface, which was to be claimed some centuries later, in 1569, by the Flemish Gerard Mercator. Al-Idrisi’s other merit, according to Udovitch, is the extensive information he provides about contemporary Western Europe. Hitti also notes that Al-Idrisi’s map places the sources of the Nile-supposedly discovered in the latter part of the 19th century in the equatorial highlands of Africa…

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Sorgente: TOP 10 MAPS FROM MUSLIM CIVILISATION | Jack The Lad | Jack The Lad

Lawyer: Israeli authorities torture Palestinian minors during detention, interrogation

RAMALLAH (Ma’an) — Teenage Palestinians in Israeli prisons and detention centers say they have been tortured, verbally abused, kicked, and slapped by Israeli interrogators during detention and interrogation, according to a lawyer from the Palestinian Committee of Prisoners’ Affairs, who recently conducted a series of visits with Palestinian teens in Israeli custody.

Hiba Masalha’s collection of testimonies comes as the latest report amid years of well documented cases of abuse and mistreatment of Palestinian children by Israeli forces.
In a statement from the committee, Masalha quoted 15-year-old Muhammad Abd al-Hafith Atiyeh from the Issawiya neighborhood of occupied East Jerusalem as he recounted the night that “large numbers of Israeli troops and intelligence officers” arrived at his family home around 3 a.m. on April 19, and inspected the house before detaining him.
Some 31 other Palestinians, the majority of them minors, were detained the same night during mass raids in Issawiya, in a detention campaign that has continued to intensify in East Jerusalem neighborhoods as Israeli police crack down on Palestinian youth for alleged criminal offenses like rock throwing.
“After Israeli soldiers handcuffed and took me outside my home,” Atiyeh said, “they violently beat me with their hands, with clubs, with their rifles, and kicked me in the head, back, and abdomen.”
Atiyeh said he was then shoved inside a military jeep between two soldiers with his head down and “whenever I moved they slapped me in the face.”
He was then taken to Israel’s Russian Compound detention center where, according to Masalha, he was forced to “kneel with his face on the ground and his hands cuffed behind his back for 10 hours.”
Another teenage boy, Muhammad Arafat Ubeidat, 16, from the Jabal al-Mukabbir neighborhood of East Jerusalem, told Masalha that he was detained from his home on May, 19 at 3 p.m., after Israeli police and soldiers ransacked his house “messing up whatever they found on the ground.”
A commander then asked Ubeidat to sign a paper in Hebrew and Arabic certifying that “nobody had beaten him or assaulted him.”
After he signed the paper, the soldiers handcuffed him behind his back and took him to a military vehicle.
The teen was then sat between two soldiers with his head facing the ground for the duration of the ride, throughout which “the soldiers beat his back with their elbows and slapped his face repeatedly.”
Like Atiyeh, Ubeida was then taken to the Russian Compound detention center where he was interrogated for six hours until midnight, his hands and feet tied to a chair.
“An interrogator kept swearing at me and slapping my face the whole time telling me to admit to charges (I didn’t commit).”
Ubeida stayed 14 days in a cell at the compound, under no charge, during which he was subjected to 17 interrogation sessions.
Some days, he said, he had three or four interrogation sessions in one day. After the 14 days, he was then moved to Israel’s Megiddo prison.
Ubeidat pointed out that prisoners suffer severely when they have court hearings, as they have to travel from Megiddo prison in the north, to central Israel’s Ramla prison, then to Jerusalem, and back.
“The wardens who escorted us treated us very badly, beating us and swearing at us for no reason,” Ubeida said, “they denied us water and bathroom breaks during the long journey back and forth.”
Masalha reported similar experiences from Muhammad Hussein Halasi, 17, from Jabal al-Mukabbir, Omar Abu al-Foul, 17, from Jabaliya refugee camp in the Gaza Strip, Jihad Salih Ghaban, 17, from Beit Lahiya in the Gaza Strip, and residents of Shufat refugee camp in occupied East Jerusalem Yazan Nidal Issa and Nidal Majid Adwein.
The youth from the Gaza Strip were detained in April and May after they attempted to cross the border fence between Israel and the besieged coastal enclave without proper documentation, in attempt to go to Israel and look for work.
Masalha’s report came two days after the Palestinian Prisoner’s Society (PPS) released a statement saying Palestinians being held in Israel’s Etzion prison were subjected to assaults, while Israeli soldiers reportedly used electric shock on a 16-year-old prisoner. Defense for Children International – Palestine (DCIP) released a report last month describing the well documented abuse of Palestinians children by Israeli forces and the harsh interrogation practices used to force their confessions, which has long been the target of criticism by the international community.According to affidavits taken by DCIP for the report documenting the recent arrests and sentencing of Palestinian minors for rock throwing, two of the teenagers “both had maintained their innocence and confessed only after they had experienced physical and psychological abuse.”The youth described being kicked and punched while handcuffed, choked, and having a door slammed in their face.
Interrogations of Palestinian children can last up to 90 days according to prisoners’ rights group Addameer, during which in addition to being beaten and threatened, cases of sexual assault, and placement in solitary confinement to elicit confessions are also often reported, while confession documents they are forced to sign are in Hebrew — a language most Palestinian children do not speak.

According to the Palestinian Committee of Prisoners’ Affairs, Israeli forces have detained 560 children from occupied East Jerusalem alone since the beginning of 2016, and 110 minors were still being held in Israeli prisons, including four girls and 10 boys in juvenile detention centers.

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I gas tossici e la storia dell’Olocausto

IL GAS TOSSICO TEDESCO (19141944)Di Richard Widmann (2009)[1]

Quando il pubblico pensa all’argomento dello sviluppo e dell’utilizzo del gas tossico, da parte dei tedeschi e dei nazisti, nel corso degli anni precedenti e contemporanei alla seconda guerra mondiale, vengono subito in mente le immagini dei programmi di sterminio su vasta scala e delle camere a gas di Auschwitz e degli altri campi di concentramento. La storia dell’Olocausto tuttavia suggerisce che i nazisti utilizzarono metodi, attrezzature e gas che vennero messi all’opera per uno scopo diverso da quello per il quale erano stati progettati. Viene suggerito che, con delle modalità alquanto primitive, il personale dei vari campi di concentramento sviluppò metodi tra loro differenti per mettere all’opera quello che viene considerato un programma coordinato di sterminio degli ebrei.

La storia tradizionale dell’Olocausto suggerisce l’importanza dell’aver adattato attrezzature e metodi per mettere all’opera un programma di sterminio pianificato a livello centrale. Noi diremo invece che se la classe dirigente nazista avesse ideato un programma di sterminio degli ebrei, le armi di tale sterminio erano già sviluppate e avrebbero potuto essere utilizzate molto facilmente. L’apparato nazista per la guerra chimica era il più progredito del mondo. Il gas tossico prodotto durante gli anni che condussero alla seconda guerra mondiale rende assurda la storia tradizionale dell’Olocausto. Non c’è nessuna ragione per la quale i nazisti avrebbero avuto bisogno di modificare camion sovietici o di stornare l’utilizzo dello Zyklon B dai programmi di disinfestazione, concepiti per tenere in vita i detenuti, ai programmi di sterminio.[2] Le armi richieste per un programma di sterminio non solo esistevano ma erano fabbricate in quantità tale da poter attuare un programma del genere, se fosse stato ordinato.

L’utilizzo del gas velenoso durante la prima guerra mondiale

Per capire le potenzialità dei tedeschi riguardo ai gas tossici durante la seconda guerra mondiale, è importante esaminare brevemente l’utilizzo dei gas tossici durante la prima guerra mondiale. Durante la prima guerra mondiale, entrambe le parti del conflitto utilizzarono grandi quantità di gas tossico. Nel corso della guerra vennero utilizzate più di un milione e trecentomila tonnellate di sostanze chimiche, per agenti che andavano dal semplice gas lacrimogeno al gas mostarda.[3] Quando la guerra ebbe inizio, la Germania aveva la prima industria chimica di tutte le nazioni combattenti; in realtà, i tedeschi erano i leader del mondo intero. Le fabbriche di prodotti chimici più importanti erano situate nella Ruhr, ed erano conosciute come le Interessen Gemeinschaft Farben, o I. G. Farben.[4]

L’introduzione della guerra chimica venne attivamente sostenuta dalla I. G. Farben e dal suo capo, Carl Duisberg. Duisberg non solo esortò nel 1914, nel corso di una conferenza speciale, i vertici militari tedeschi a utilizzare il gas tossico, ma studiò personalmente la tossicità dei differenti gas bellici.[5] Duisberg sostenne anche Fritz Haber, principale scienziato dell’epoca, in Germania, e capo del suo laboratorio scientifico, l’Istituto Kaiser Wilhelm di Chimica Fisica a Berlino. Nei suoi studi sugli effetti del gas tossico, Haber notò che l’esposizione a una bassa concentrazione di gas tossico per lungo tempo aveva spesso lo stesso effetto (la morte) dell’esposizione ad un’alta concentrazione per breve tempo. Egli formulò una relazione matematica tra la concentrazione del gas e il tempo necessario di esposizione. Questa relazione divenne nota come regola di Haber.[6]

Durante la prima guerra mondiale, sia i tedeschi che gli Alleati utilizzarono in modo piuttosto efficace diversi tipi di gas tossico. Questi variarono dal cloro, all’inizio della guerra, al fosgene, che venne introdotto dalla I. G. Farben. Il fosgene era circa 18 volte più potente del cloro. Erano [già] mortali concentrazioni di 1/50.000.[7] Nel corso di questo periodo, i tedeschi svilupparono e inaugurarono diversi nuovi gas, per vedersi poi imitati dagli Alleati. Nel Luglio del 1917, la I. G. Farben creò un nuovo gas chiamato inizialmente dagli artiglieri “Croce Gialla”. La Croce Gialla era più letale di ogni altro gas precedente. Questo gas, il diclorodietilsolfuro, divenne noto come “gas mostarda”.

Le truppe che venivano attaccate con il gas mostarda, all’inizio accusavano solo una lieve irritazione agli occhi. Sembrava che facesse poco o nulla e molte truppe non si preoccupavano di mettere le maschere antigas. Ma nel giro di una giornata, subivano terribili sofferenze. I soldati sviluppavano sulla pelle macchie rosse e umide che si trasformavano in grandi pustole gialle che potevano raggiungere la lunghezza di un piede. Coloro che venivano colpiti dal gas mostarda morivano dopo una lunga agonia. Nel corso di dieci giorni, i tedeschi utilizzarono contro le postazioni alleate oltre un milione di proiettili contenenti 2.500 tonnellate di gas mostarda.[8] Per inciso, anche gli inglesi utilizzarono il gas mostarda negli ultimi giorni della guerra. In un attacco sferrato il 14 ottobre del 1918, Adolf Hitler venne momentaneamente accecato nel corso di una sortita inglese contro il 16° Reggimento della fanteria di riserva bavarese.[9]

Gli anni tra le due guerre

Negli anni successivi alla prima guerra mondiale, i principali combattenti annunciarono la propria opposizione all’utilizzo delle armi chimiche. A Ginevra, nel 1925, i rappresentanti delle maggiori potenze firmarono una restrizione legale contro l’utilizzo delle armi chimiche. Eppure, durante gli anni “interbellici”, varie nazioni europee utilizzarono di fatto il gas tossico. Tra loro vi furono gli inglesi (contro i sovietici nel 1919), gli italiani (contro gli etiopici nel 1935) e i giapponesi (contro i cinesi nel 1937).[10] Nel corso di questi anni la I. G. Farben continuò ad ampliare le proprie conoscenze scientifiche. Nei laboratori della Bayer, membro del cartello della I. G. Farben, uno scienziato, Gerhardt Schrader, fece una scoperta fondamentale. Il 23 Dicembre del 1936, egli mise a punto una nuova sostanza chimica nell’ambito di uno studio sui potenziali insetticidi. Durante l’esperimento, Schrader sperimentò il suo nuovo preparato sui pidocchi in una concentrazione di 1/200.000. Tutti i pidocchi morirono in pochi secondi.[11]

Nel Gennaio del 1937, Schrader scoprì che il suo nuovo prodotto aveva spiacevoli effetti collaterali sugli esseri umani. Il prodotto che Schrader aveva sviluppato era il Tabun, il primo gas nervino del mondo. Il Tabun rappresentava un balzo in avanti esponenziale nel livello di tossicità dei gas velenosi. Anche in dosi molto piccole, l’inalazione o l’assorbimento – attraverso la pelle – del Tabun colpiva il sistema nervoso centrale e provocava delle convulsioni e una morte quasi immediate.[12] Il Tabun era così letale che presto divenne chiaro che non poteva essere utilizzato come insetticida. Schrader, tuttavia, contattò il ministero della guerra e vennero effettuati degli esperimenti per conto della Wehrmacht.

Nel 1938, Schrader venne trasferito in una nuova sede per sviluppare nuovi preparati per la Wehrmacht. Egli scoprì ancora un altro preparato, a cui diede il nome di Sarin. Negli esperimenti iniziali del gas Sarin sugli animali, si scoprì che il Sarin era dieci volte più letale del Tabun.[13] Con l’approssimarsi della guerra, i chimici tedeschi vennero attivamente impiegati nello sviluppo del gas Soman. Il Soman, un altro preparato chimico organico della famiglia del Tabun, venne valutato come 200 volte più letale del Tabun.

Il gas tossico e la storia dell’Olocausto

Nonostante il livello di tossicità e le enormi scorte di questi mortiferi gas nervini, la storia dell’Olocausto si è sviluppata intorno all’utilizzo di due gas, il monossido di carbonio e lo Zyklon B. Lo Zyklon B venne sviluppato durante gli anni ’20, quando gli scienziati che lavoravano all’istituto di Fritz Haber svilupparono questo tipo di gas all’acido cianidrico per utilizzarlo come insetticida, specialmente come disinfettante per i magazzini di grano.[14] E’ interessante notare che la I. G. Farben vendette i diritti di produzione dello Zyklon B poco prima della guerra a due ditte private, la Tesch und Stabenow, di Amburgo, e la Degesch, di Dessau.

Secondo la detta storia, quattro dei sei principali “centri di sterminio” utilizzarono gas monossido di carbonio, che veniva presuntamente prodotto utilizzando mezzi alquanto disparati. A Chelmno, secondo Arno Mayer, I prigionieri venivano “ammucchiati in camion in cui finivano asfissiati dalle esalazioni del monossido di carbonio”. Egli prosegue osservando che “non c’era nulla di particolarmente moderno o industriale sia nelle installazioni che nelle operazioni condotte a Chelmno-Rzuchow”.[15]

Il secondo presunto centro di sterminio era Belzec. Quello che ci viene raccontato è che lì, dopo aver utilizzato monossido di carbonio imbottigliato, gli addetti allo sterminio passarono a utilizzare le esalazioni prodotte da camion.[16] A Sobibor, il gas sarebbe stato prodotto da un motore. Se dobbiamo credere a Kurt Gerstein, venne fornito lì, a scopo di sterminio, anche lo Zyklon B.[17] A volte leggiamo anche, sempre a proposito di Sobibor, del motore di un sottomarino utilizzato per produrre CO, per uccidere detenuti ebrei.[18] A Treblinka leggiamo del monossido di carbonio pompato in una camera dal tubo di scarico di un carrarmato catturato ai sovietici. La storia ortodossa dell’Olocausto contiene persino un episodio in cui il comandante di Auschwitz Rudolf Höss visita Treblinka e conclude che lì il metodo di sterminio è inefficiente.[19]

Si racconta poi che gli ultimi due “centri di sterminio”, Auschwitz e Majdanek, utilizzarono lo Zyklon B. Il processo di sterminio descritto per Auschwitz richiede che qualcuno salga su una scala sopra la “camera a gas”, apra il barattolo di Zyklon B con uno speciale apriscatole, e versi i granuli contenenti l’acido cianidrico in una speciale apertura della colonna di sostegno della camera nella quale i granuli avrebbero sviluppato il gas.[20] L’assurdità della storia riguardante le Zyklon B è che persino degli storici ortodossi dell’Olocausto come Jean-Claude Pressac e Robert Jan van Pelt hanno ammesso che le epidemie di tifo scoppiate nei campi richiedevano che ogni cosa venisse disinfestata, e che “c’era bisogno di tonnellate di Zyklon B per salvare [Auschwitz]”.[21] Così, prosegue la storia, da un lato i nazisti utilizzavano lo Zyklon B per disinfestare i campi, contrastando perciò la diffusione del tifo, e dall’altro utilizzavano lo stesso prodotto per uccidere gli stessi detenuti le cui vite stavano cercando di salvare.

La storia delle gasazioni dell’Olocausto suggerisce una mancanza di coordinazione, da parte del governo nazista. Vi sarebbe stata l’adozione simultanea di metodi diversi, che avrebbero prodotto risultati diversi per attuare quello che viene descritto in modo tipico come un “genocidio” industriale centralizzato. In realtà, la storia ufficiale dell’Olocausto suggerisce in sé stessa che il programma di sterminio fu tutt’altro che organizzato a livello centrale e che i metodi impiegati subirono sul campo un’evoluzione decisamente caotica.

Alla luce dello sviluppo di gas tossici sofisticati come il Tabun e il Sarin, e della loro produzione su vasta scala, la storia ufficiale dell’Olocausto appare assurda.[22] Gli storici dell’Olocausto devono ancora rispondere alla domanda del perché i nazisti non utilizzarono il Tabun o il Sarin se avessero voluto attuare uno sterminio degli ebrei. Inoltre, persino negli ultimi giorni della guerra, quando la classe dirigente nazista cercava nuovi armamenti sofisticati, non utilizzarono le loro scorte di gas tossico su nessun fronte. Tutto ciò si pone in totale contrasto rispetto all’immagine popolare che si ha dei metodi e della mentalità nazista.

Non vi sono dubbi che i sovietici scoprirono grosse quantità di Zyklon B quando giunsero a Auschwitz e a Majdanek, quantità che servivano a combattere il tifo piuttosto che a uccidere i detenuti. Similmente, i racconti dei motori dei sottomarini e dei carri armati catturati ai sovietici che emettevano le esalazioni diesel a scopo di sterminio appaiono essere nient’altro che un prodotto della propaganda di guerra. Se la classe dirigente nazista avesse voluto sterminare gli ebrei d’Europa, avrebbe avuto a disposizione mezzi molto più sofisticati e letali per attuare un tale piano. La storia ufficiale delle gasazioni dell’Olocausto richiede un’interruzione della ragione e una fede nell’assurdo.

[1] Traduzione di Andrea Carancini. Il testo originale è disponibile all’indirizzo: http://www.codoh.com/gcgv/gcgvgas.html
[2] Jean-Claude Pressac e Robert Jan van Pelt, “The Machinery of Mass Murder at Auschwitz”, capitolo 8° di Anatomy of the Auschwitz Death Camp, Israel Gutman e Michael Berenbaum editori, Indiana University Press, Bloomington and Indianapolis, p. 215. Pressac e van Pelt raccontano l’incredibile storia delle SS naziste che avrebbero utilizzato il 95% di scorte di Zyklon B a scopo di disinfestazione per tenere in vita i detenuti, mentre avrebbero dirottato il rimanente 5% per azionare le presunte camere a gas in modo da uccidere la medesima popolazione carceraria.
[3] David Tchanz, “A Whiff of Death: Chemical Warfare in the World Wars” [Una zaffata di morte: la guerra chimica nelle guerre mondiali], Command, n°33, Marzo-Aprile 1995, XTR Corporation, San Luis Obispo, CA 93403, p. 48.
[4] L’impero dell’I. G. Farben. http://reformed-theology.org/html/books/wall_street/chapter_02.htm
[5] Tschanz, p. 49.
[6] http://en.wikipedia.org/wiki/Fritz_Haber
[7] Tschanz, p. 52.
[8] Tschanz, p. 53.
[9] William Moore, Gas Attack! Chemical Warfare 191518 and Afterwards [Attacco con il gas! La guerra chimica 1915-1918 e in seguito], Leo Cooper, New York, 1987, p. 223.
[10] Tschanz, pp. 54-55.
[11] Tschanz, p. 55.
[12] Ibidem.
[13] Ibidem.
[14] M. Szöllössi-Janze, “Pesticides and war: the case of Fritz Haber” [Gli insetticidi e la guerra: il caso di Fritz Haber], European Review, 2001.
[15] Arno J. Mayer, Why Did the Heavens Not Darken? TheFinal Solutionin History [Perchè i cieli non si oscurarono? La Soluzione Finale nella storia], Pantheon Books, New York, 1988, p. 391.
[16] Mayer, p. 402.
[17] Per un analisi approfondita del “Rapporto Gerstein” vedi: http://www.vho.org/aaargh/fran/ACHR/ACHR.html
[18] Friedrich Paul Berg, “The Diesel Gas Chambes: Myth Within a Myth”, Journal of Historical Review, Vol. 5, n°1, Inverno 1984, p. 23 [In rete all’indirizzo: http://www.ihr.org/jhr/v05/v05p-15_Berg.html .
[19] Raul Hilberg, The Destruction of the European Jews, Quadrangle Books, Chicago, 1967, p. 565.
[20] Pressac e van Pelt, p. 235.
[21] Ibid., p. 215.
[22] In una versione rielaborata del suo classico articolo sulle camere a gas a motore diesel, Friedrich Berg ha fatto esattamente questa affermazione. In effetti, ha dato un nuovo titolo al suo articolo: “The Diesel Gas Chambers: Ideal fort Torture – Absurdfor Murder” [La camera a gas a motore diesel: ideale per la tortura, assurda per l’omicidio], vedi Ernst Gauss, Dissecting the Holocaust [Esaminare l’Olocausto], Theses & Dissertation Press, 2000 (in rete all’indirizzo: http://www.vho.org/GB/Books/dth/found.html

Sorgente: I gas tossici e la storia dell’Olocausto – Andrea Carancini

Leaked Audio of US Secretary of State John Kerry Shows Obama Wanted ISIS to Grow

Wikileaks released a leaked audio of US Secretary of State John Kerry’s meeting with members of the Syrian opposition, which is an evidence of Trump’s assertion that Obama was the founder of ISIS.

US Secretary of State John Kerry (Photo: Getty Images / AFP / Louisa Gouliamak)

On Wednesday, Wikileaks released new evidence of US President-elect Donals Trump’s assertion that Barack Obama was the founder of ISIS – a leaked audio of US Secretary of State John Kerry’s meeting with members of the Syrian opposition at the Dutch Mission of the UN on September 22. The audio also is an evidence of the fact that mainstream media colluded with the Obama’s administration in order to push the narrative for regime change in Syria, hiding the truth about arming and funding ISIS by the US, as it exposed a 35 minute conversation that was omitted by CNN.

Kerry admits that the primary goal of the Obama’s administration in Syria was regime change and the removal of Syrian President Bahar al-Assad, as well as that Washington didn’t calculate that Assad would turn to Russia for help.

In order to achieve this goal, the White House allowed the Islamic State (IS) terrorist group to rise. The Obama’s administration hoped that growing power of the IS in Syria would force Assad to search for a diplomatic solution on US terms, forcing him to cede power.

In its turn, in order to achieve these two goals, Washington intentionally armed members of the terrorist group and even attacked a Syrian government military convoy, trying to stop a strategic attack on the IS, killing 80 Syrian soldiers.

“And we know that this was growing, we were watching, we saw that DAESH [the IS] was growing in strength, and we thought Assad was threatened,” Kerry said during the meeting.

“(We) thought, however,” he continued to say, “We could probably manage that Assad might then negotiate, but instead of negotiating he got Putin to support him.”

“I lost the argument for use of force in Syria,” Kerry concluded.

According to Wikileaks, “the audio gives a glimpse into what goes on outside official meetings. Note that it represents the US narrative and not necessarily the entire true narrative.”

Earlier the audio was published by the New York Times and CNN, however, the both outlets chose only some its part, reporting on certain aspects, and omitted the most damning comments made by Kerry. In fact, they tried to hide the statements that would allow public to understand what has actually taken place in Syria.

The full audio has never been published by the New York Times; the outlet released only selected snippets. CNN deleted the audio at all, explaining this with the request of some of the participants out of concern for their personal safety.

Sorgente: Leaked Audio of US Secretary of State John Kerry Shows Obama Wanted ISIS to Grow

Parchi italiani: la nuova legge che fa paura a chi ama il verde

 

legge parchi

Legge sui parchi e le aree protette: una proposta di riforma alla precedente legge ancora in vigore (394/91) è stata approvata in Senato. Ma le modifiche introdotte, dalla gestione dei parchi e della fauna, alle norme sulle Aree Protette, sembrano impoverire molto il testo attualmente in vigore. Le proposte di modifica sono passate ora alla Camera, presso la quale si è svolta un’audizione per chiedere sostanziali modifiche al provvedimento.

Il testo era arrivato in aula il 21 ottobre, presentato dal senatore Massimo Caleo, e assegnato alla 13ª Commissione permanente (Territorio, ambiente, beni ambientali) in sede referente il 19 settembre 2013. Nonostante le proteste di associazioni ambientaliste, docenti ed esperti provenienti dal mondo della cultura, Palazzo Madama ha dato l’ok.

Federparchi fondamentalmente approva la riforma. Pur avendo infatti proposto alcune modifiche, giudica il testo un

lavoro indubbiamente migliorativo rispetto al passato, intorno al quale è importante trovare la più ampia convergenza.

Anche dal fronte agricolo plausi al testo. “La Cia-Agricoltori italiani  è sostanzialmente soddisfatta per l’approvazione al Senato del provvedimento sulle nuove disposizioni in materia di aree protette – ci ha scritto Dino Scanavino, Presidente della Confederazione Italiana Agricoltori – Infatti il testo votato riconosce finalmente il ruolo dell’agricoltura di qualità nell’economia dei Parchi, che è stata in questi 20 anni, di fatto, il principale alleato degli enti di gestione per garantire la tutela delle produzioni tipiche locali e un presidio di legalità”.

“La rappresentanza che verrà garantita all’interno dei nuovi consigli dei Parchi è un riconoscimento importante della funzione e dell’importanza che rivestono le aziende agricole sul territorio – ha continuato Scanavino – Ora auspichiamo in un iter veloce alla Camera per arrivare in tempi rapidi all’approvazione definitiva, con alcuni piccoli aggiustamenti utili nell’articolato, in particolare sulla questione “fauna selvatica” e sullo “snellimento burocratico”.

Perché però le associazioni ambientaliste sono insorte nuovamente considerando a voce quasi unanime il testo un pericoloso passo indietro rispetto alla legge attualmente in vigore?

Ecco i principali punti contestati.

Gestione e risorse

Il Presidente e il Direttore dei parchi potranno essere nominati senza competenze specifiche per la gestione, la conservazione e la valorizzazione dei beni naturali e ambientali, denuncia il WWF. Tra l’altro le Riserve Naturali dello Stato, anche quando sono comprese all’interno dei Parchi Nazionali, restano in capo al Ministero delle Politiche agricole, con un’evidente contraddizione gestionale, in quanto il Presidente dei parchi è una carica eletta dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Contestato inoltre il sistema gestionale complessivo. “Legambiente chiede l’abolizione dell’Albo dei Direttori dei Parchi – ci ha detto Rossella Muroni, Presidente di Legambiente, che abbiamo raggiunto al telefono – e l’apertura dei parchi a nuove generazioni, alla componente femminile, all’ingresso di nuove professionalità. I Parchi devono essere i luoghi dell’innovazione e di nuove soggettività che si mettono alla prova”.

“Nel nuovo DDL sui parchi manca quell’equilibrio necessario tra una dimensione nazionale dei parchi con l’altrettanto necessaria partecipazione delle comunità locali – ha continuato la MuroniCi vuole equilibrio, perché i parchi rispondono all’esigenza di difesa della natura che è innanzitutto dello Stato italiano. Questo vuol dire che naturalmente le comunità locali devono essere coinvolte a partire dai sindaci, dagli agricoltori, ma ci vuole una visione generale. Inoltre i parchi devono essere in grado di fare rete e devono avere certezze sul futuro”.

Preoccupa inoltre il silenzio sul potenziamento della sorveglianza e delle dotazioni organiche dei Parchi, considerate drammaticamente insufficienti.

“Il vero punto debole sono le riserve regionali, figlie di un dio minore, insieme alle Aree Marine Protette – ha sottolineato ancora la Presidente di Legambiente – Legambiente chiede un investimento certo pluriennale, perché Parchi Nazionali, Parchi Regionali e Aree Marine Protette costituiscono un ecosistema, un capitale naturale, che rappresenta non solo una ricchezza fondamentale in termini di biodiversità, ma anche la chiave di accesso a un futuro economico di sviluppo territoriale e di difesa del territorio (penso per esempio al rischio idrogeologico)”.

Mezzi motorizzati ed eliski nella Aree Protette

Ancora nessun divieto esplicito dell’uso dei sentieri da parte dei mezzi motorizzati e di pratica dell’eliski, sci fuoripista e del freeride che usano l’elicottero per la risalita e che rappresenta un’attività pericolosa per la fauna selvatica (su questo punto particolare accento è stato dato dal Club Alpino Italiano). Per le Aree Marine Protette, inoltre, non è previsto nessun ruolo di gestione per lo Stato.

“Nel tentativo di rendere più snella la Legge sulle Aree Naturali Protette, il Senato ha, di fatto, indebolito la portata ‘nazionale’ dei Parchi – ha detto alla Camera Donatella Bianchi, presidente del WWF Italia – accentuando l’influenza di interessi locali e logiche estranee alla corretta gestione del comune patrimonio naturale del Paese”.

parchi audizione1

Controllo della fauna

Gli abbattimenti potranno essere condotti anche da cacciatori previa frequentazione di corsi.

“Le “operazioni di controllo” della fauna, trattandosi di aree protette, dovrebbero essere ragionevolmente effettuate soltanto dal personale pubblico di sorveglianza e di polizia ambientale” ha tuonato Annamaria Procacci, Consigliere Nazionale Ente Nazionale Protezione Animali.

Inoltre dagli interventi non sono esclusi gli animali particolarmente protetti dalla legge nazionale di tutela della fauna. E non viene nemmeno considerato il disturbo venatorio che sarebbe causato su tutte le specie dall’uso delle armi, comprese quelle non oggetto di intervento cruento, nonostante l’Unione Europea ponga proprio il disturbo della caccia come uno dei fattori di più forte impatto sulla fauna.

parchi audizione2

Caccia nelle aree limitrofe

La riforma, in alcune parti, consente l’accesso dei cacciatori all’interno dei parchi e nelle aree contigue, le zone “cuscinetto” tra il parco e il territorio esterno. Attualmente possono cacciarvi solo i cacciatori residenti nell’area protetta, ma se passasse la riforma potrebbero farlo tutti gli iscritti agli Ambiti Territoriali di Caccia (ATC) in cui ricadono le aree contigue.

E, date le enormi estensioni degli ATC, vi sarebbero ricompresi i cacciatori di Comuni anche molto lontani dalle aree protette, persino provenienti da altre regioni. Inoltre gli animali che si riproducono all’interno delle aree protette diventerebbero facili prede dei cacciatori immediatamente a ridosso dei confini, dove è attualmente proibito cacciare.

“Si tratta di una proposta inaccettabile che abbiamo chiesto di rimuovere dal Progetto di Legge – ha commentato Massimo Vitturi, responsabile LAV area Animali SelvaticiAbbiamo inoltre richiesto che i Parchi diventino delle aree con specificità d’avanguardia, all’interno delle quali applicare il controllo, assolutamente non cruento,  della fertilità degli animali che vengono indicati come responsabili dei danni all’agricoltura”.

Finanziamento e apertura di nuovi parchi

Gli Enti Parco potranno essere finanziati da titolari di attività economiche all’interno delle aree naturali protette e nelle aree contigue con delle royalties. “É inaccettabile l’inserimento delle royalties, che esporrebbero, ovviamente, le zone più pregiate del nostro Paese a tante forme di sfruttamento a fini di bilancio, riducendo i beni naturali a una merce, come pure la fauna selvatica”, scrive l’Ente Nazionale Protezione Animali.

Inoltre potrebbe essere costituito un nuovo parco interregionale sul Delta del Po, decisione fortemente contestata in quanto la legge 394/91 escludeva esplicitamente la possibilità di due parchi nazionali e prevedeva, dopo il 31 dicembre 1993, l’istituzione di un Parco Nazionale.

“Noi chiediamo di non farlo – tuona Rossella Muroni – perché, per l’ennesima volta, si crea un’eccezione alla regola, mentre i parchi hanno bisogno di regole certe e di futuro”.

Roberta De Carolis

Sorgente: Parchi italiani: la nuova legge che fa paura a chi ama il verde

Il parroco di Scampia attacca Saviano: “Ci hai stancato, l’antimafia a tavolino non serve”

 

 

camorra-Redazione- Don Aniello Manganiello, già parroco di Scampia, contro Roberto Saviano.

“Riconosco a Saviano –dice il sacerdote- il merito di aver raccontato in modo sistematico e chiaro le attività criminali che infestano la Campania, ma ha sempre ignorato il bene che comunque esiste nelle nostre terre. L’opinione pubblica preferisce le storie che aumentano l’adrenalina, le trame violente e criminali. E lo scrittore preferisce ignorare gli uomini le donne che rischiano ogni giorno per contrastare la cultura mafiosa e il degrado del territorio napoletano”.

“Caro Saviano – continua il sacerdote- a Scampia ci sono stato come parroco e so di cosa parlo. Ti dico che non basta scrivere libri, fare antimafia a tavolino, ma occorre lottare per creare nuove condizioni di vita. Caro Saviano, siamo stanchi dei tuoi romanzi, delle produzioni cinematografiche e televisive. Siamo stanchi di Gomorra, vogliamo un’anticamorra delle opere. Anch’io sono stato minacciato di morte dai Lo Russo e ho rifiutato la scorta per stare in mezzo alla mia gente. Non chiedo altrettanto a Saviano, ma abbiamo bisogno di testimoni e non di maestri”

 

Sorgente: Il parroco di Scampia attacca Saviano: “Ci hai stancato, l’antimafia a tavolino non serve” – ArticoloTre | ArticoloTre – Quotidiano online indipendente e di inchiesta

Stefano Cucchi, “Lo pestarono: omicidio preterintenzionale per tre carabinieri” Procura di Roma chiude inchiesta bis

Arrestato, pestato a sangue dagli stessi carabinieri che lo fermarono e quindi deceduto in un letto d’ospedale. Otto anni dopo ecco che la procura di Roma contesta a tre militari l’omicidio preterintenzionale di Stefano Cucchi. Il procuratore capitolino Giuseppe Pignatone e il sostituto Giovanni Musarò hanno infatti chiuso l’inchiesta bis sulla morte del geometra romano, avvenuta in un reparto protetto dell’ospedale Pertini, il 22 ottobre 2009, sette giorni dopo il suo arresto nel parco degli Acquedotti.

I carabinieri che lo arrestarono – e cioè Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco – sono ora ritenuti responsabili del pestaggio del giovane geometra. Ai tre  è contestata anche l’accusa di abuso di autorità, per aver sottoposto Cucchi “a misure di rigore non consentite dalla legge” con “l’aggravante di aver commesso il fatto per futili motivi, riconducibili alla resistenza di Cucchi al momento del foto-segnalamento“.

Le accuse di falso e calunnia nei confronti degli agenti di polizia penitenziaria processati nella prima inchiesta, sono invece contestate a vario titolo a Tedesco, a Vincenzo Nicolardi e al maresciallo Roberto Mandolini, comandante della stazione Appia, dove fu portato Cucchi dopo il suo arresto il 15 ottobre del 2009.

Cucchi – come si legge nell’avviso di chiusura delle indagini, atto che prelude alla richiesta di rinvio a giudizio – fu colpito a “schiaffi, pugni e calci“. Le botte, per l’accusa, provocarono “una rovinosa caduta con impatto al suolo in regione sacrale”, provocando sul giovane “lesioni personali che sarebbero state guaribili in almeno 180 giorni e in parte con esiti permanenti, ma che nel caso in specie, unitamente alla condotta omissiva dei sanitari che avevano in cura Cucchi presso la struttura protetta dell’ospedale Sandro Pertini, ne determinavano la morte“.

“Le lesioni procurate a Stefano Cucchi – si legge sempre nel provvedimento dei pm –  il quale fra le altre cose, durante la degenza presso l’ospedale Sandro Pertini subiva un notevole calo ponderale anche perché non si alimentava correttamente a causa e in ragione del trauma subito, ne cagionavano la morte”. “In particolare – scrivono i pm – la frattura scomposta” della vertebra “s4 e la conseguente lesione delle radici posteriori del nervo sacrale determinavano l’insorgenza di una vescica neurogenica, atonica, con conseguente difficoltà nell’urinare, con successiva abnorme acuta distensione vescicale per l’elevata ritenzione urinaria non correttamente drenata dal catetere”. Una quadro clinico che “accentuava la bradicardia giunzionale con conseguente aritmia mortale“.

Tedesco, Nicolardi e  Mandolini, invece, sono accusati di avere “affermato il falso in merito a quanto accaduto nella notte tra il 15 e il 16 del 2009 in occasione dell’arresto” di Cucchi. In particolare “implicitamente accusavano, sapendoli innocenti, tre agenti della penitenziaria, dei delitti di lesioni personali pluriaggravate e abuso di autorità”. Gli agenti della Penitenziaria erano accusati per un pestaggio che si “ipotizzava perpetrato – scrive il pm – ai danni di Cucchi nella mattina del 16 ottobre del 2009, nella qualità di agenti preposti alla gestione del servizio delle camere di sicurezza del tribunale adibite alla custodia temporanea degli arrestati in flagranza di reato in attesa dell’udienza di convalida”.

Il pm Musarò ha dunque ritenuto infondata l’ipotesi della morte per epilessia di Cucchi, emersa dalla perizia d’ufficio disposta dal giudice in sede di incidente probatorio. L’attacco epilettico del quale è stato vittima il giovane nei giorni di detenzione dopo il suo arresto, infatti, non figura tra le cause che ne hanno causato il decesso. Da qui il cambio di imputazione: i carabinieri ai quali viene ora contestato l’omicidio, infatti, sono stati a lungo indagati per lesioni personali aggravate, mentre i militari accusati di calunnia erano sospettati solo di falsa testimonianza. Uno di questi – il maresciallo Mandoliniera stato di recente promosso nonostante l’indagine in corso.

Inchiesta che adesso arriva a una svolta. Fino ad ora ben quattro giudizi avevano portato soltanto ad assoluzioni: confermate due volte in appello quelle per i sanitari dell’ospedale Pertini, diventate definitive, invece, quelle per gli agenti penitenziari che lavoravano nelle celle del tribunale di Roma.

“I carabinieri sono accusati di omicidio, calunnia e falso. Voglio dire a tutti che bisogna resistere, resistere, resistere. Ed avere fiducia nella giustizia”, commenta Ilaria Cucchi, sorella del giovane assassinato.  “Non lo so come sarà la strada che ci aspetta d’ora in avanti, sicuramente si parlerà finalmente della verità, ovvero di omicidio“, aggiunge la donna, che poi ringrazia l’avvocato Fabio Anselmo. “Ci sono voluti sette anni ma ce l’abbiamo fatta – dice invece il legale – Sono emozionato, felice. Credo sia un messaggio importante per tutti: quando si sa di essere dalla parte del giusto, bisogna resistere, resistere, resistere e la verità prima o poi viene fuori”. “La Procura ha esercitato una sua prerogativa e ha formulato il capo di imputazione che ritiene sussistente. Noi riteniamo, di contro, che tale contestazione non potrà essere provata nel giudizio in quanto gli elementi di fatto su cui fonda non sono riscontrabili in atti e, tanto meno, nella perizia disposta dal Gip con incidente probatorio”. dice l’avvocato Eugenio Pini, legale di uno dei carabinieri accusati di omicidio preterintenzionale. “L’attacco all’Arma è sotto gli occhi di tutti, nonostante le innumerevoli perizie stabiliscano con assoluta certezza che non ci sono state lesioni di alcun tipo che ne abbiano potuto procurare la morte (vedasi perizia disposta dal Gip), vengono cambiati i capi d’imputazione per non incorrere nella prescrizione e mandano a processo dei Carabinieri innocenti, dei padri di famiglia, dei Servitori dello Stato, solo per infangarli“, dice invece Mandolini, uno dei carabinieri indagati per falso e calunnia.

Sorgente: Stefano Cucchi, “Lo pestarono: omicidio preterintenzionale per tre carabinieri” Procura di Roma chiude inchiesta bis – Il Fatto Quotidiano

Libia, Alfano annuncia aiuti umanitari. Haftar rifiuta: ‘Prima via le vostre truppe’

“Rifiutiamo qualsiasi aiuto italiano a meno che l’Italia ritiri le sue truppe dalla Libia“. Lo ha dichiarato Khalifa al Obaidi, portavoce dell’esercito nazionale libico, guidato dal generale Khalifa Haftar, fedele al parlamento di Tobruk. Domenica scorsa, 15 gennaio, il ministro degli Esteri, Angelino Alfano, nel corso di un’intervista in tv aveva annunciato che l’Italia avrebbe inviato aiuti umanitari “medicinali […]

Sorgente: Libia, Alfano annuncia aiuti umanitari. Haftar rifiuta: ‘Prima via le vostre truppe’ – Il Fatto Quotidiano

The Israeli pharmaceutical giant Teva must pay over $520 million following corruption charges

Israeli drug firm fined for bribing officials in Russia, Ukraine & Mexico

A building belonging to generic drug producer Teva, Israel’s largest company with a market value of about $57 billion, is seen in Jerusalem. © Baz Ratner / Reuters

The Israeli pharmaceutical giant Teva must pay over $520 million following corruption charges made by the US Department of Justice (DOJ). The company breached the Foreign Corrupt Practices Act (FCPA) by bribing officials in Russia, Ukraine and Mexico.

Teva is the world’s largest manufacturer of generic pharmaceutical products. According to the DOJ, its fully-owned subsidiary Teva LLC (Teva Russia) bribed a top Russian official to increase sales of the multiple sclerosis drug, Copaxone, during drug purchase auctions held by the Russian Ministry of Health.

Between 2010 and at least 2012, Teva earned an extra $200 million from Copaxone sales in Russia. The Russian official allegedly received $65 million through inflated profit margins. His name and department were not disclosed.

Overall, Teva will pay $520 million which includes the US criminal and regulatory penalties for its illegal activity in Russia, Ukraine and Mexico.

In Ukraine, Teva hired a senior government official in the Ministry of Health as “registration consultant.” Between 2010 and 2011, the Israeli company paid him a monthly fee and covered his expenses, amounting to $200,000. In Mexico, Teva bribed doctors to prescribe Copaxone from at least 2005.

“Teva and its subsidiaries paid millions of dollars in bribes to government officials in various countries, and intentionally failed to implement a system of internal controls that would prevent bribery,” said Assistant Attorney General Caldwell.

“Companies that compete fairly, ethically and honestly deserve a level playing field, and we will continue to prosecute those who undermine that goal,” Caldwell added.

“As demonstrated by this case, the Foreign Corrupt Practices Act has a long reach. Teva’s egregious attempt to enrich themselves failed and they will now pay a tough penalty,” said William J. Maddalena, Assistan

thanks to: RT

UNSC passes resolution to end Israeli settlements

The United Nations Security Council (UNSC) has passed a resolution censuring Israel for its settlement activities in the occupied Palestinian territories after the US refused to veto it, reversing its longstanding policy of shielding the Israeli regime from condemnatory resolutions at the world body.

The Egyptian-drafted resolution was passed with 14 votes in favor and one abstention on Friday.

Egypt had withdrawn the measure after the Israeli regime asked US President-elect Donald Trump to pressure the North African country to delay voting on the draft resolution.

Israel, wary of indications that the US might veto the resolution, turned to Trump for support , who has defended Israel against condemnation for the settlement construction, and slammed the Obama administration for the “shameful move” against Tel Aviv.

It is the first resolution on Israel and the Palestinians that the 15-member body has passed in about eight years.

The Security Council was initially scheduled to vote on the resolution on Thursday.

However, on Friday, Malaysia, New Zealand, Senegal and Venezuela put forward the draft again, which called on Israel to “immediately and completely cease all settlement activities in the occupied Palestinian territory, including East Jerusalem” al-Quds.

It also said the construction of Israeli settlements has “no legal validity and constitutes a flagrant violation under international law.”

In this image released by the UN, US Ambassador to the UN Samantha Power (C) votes to abstain during the December 23, 2016 vote on Israeli settlements.

The vote possibly marks a short-lived turning point in US policy vis-à-vis the Israeli regime. Outgoing US President Barack Obama has said that the Israeli settlements pose an obstacle to the so-called Middle East peace process.

During the Friday session, US Ambassador to the UN Samantha Power told the council that the vote reflected the country’s complaints about Israel’s settlement construction.

“Our vote today is fully in line with the bipartisan history of how American presidents have approached both the issue and the role of this body,” she said, adding that settlement activity “harms the viability of a negotiated two-state outcome and erodes prospects for peace and stability in the region.”

‘Shameful resolution’

Infuriated at Washington’s abstention, Israel’s envoy lashed out at the Obama administration and expressed hope that both Trump and the incoming UN secretary general, António Guterres, would establish closer ties with Tel Aviv.

“It was to be expected that Israel’s greatest ally would act in accordance with the values that we share and that they would have vetoed this disgraceful resolution,” said Danny Danon.

“I have no doubt that the new US administration and the incoming UN secretary-general will usher in a new era in terms of the UN’s relationship with Israel,” Dannon added.

Meanwhile, the chief Palestinian negotiator and secretary general of the Palestine Liberation Organization, Saeb Erekat, hailed the UN vote as a “victory for the justice of the Palestinian cause,” while Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu voiced resentment.

Erekat said Trump now had to choose between “international legitimacy” or siding with “settlers and extremists.”

In a statement released on Friday, the Israel prime minister said it “rejects this shameful anti-Israel resolution at the UN and will not abide by its terms,” adding that Obama failed to “protect Israel”.

“Israel looks forward to working with President-elect Trump and with all our friends in [US] Congress, Republicans and Democrats alike, to negate the harmful effects of this absurd resolution,” the statement said.

Netanyahu’s office also announced in the early hours of Saturday that Tel Aviv had recalled its envoys to Senegal and New Zealand for consultations, and had tasked the Foreign Ministry with cancelling a scheduled visit to Israel by Senegalese Foreign Minister Mankeur Ndiaye and scrapping an aid program for the West African country.

Trump vows change at the UN

Shortly after the resolution was approved, Trump promised that Washington’s policies at the world body would “be different” during his administration.

“As to the UN, things will be different after Jan 20th,” he said in a tweet, referring to the date of his inauguration.

White House defends abstention

Dismissing Trump’s remarks, the White House on Friday defended its decision to allow the motion to pass at the UN, and reminded Trump that Obama was the US president until January 20.

“We could not in good conscience veto a resolution that expressed concerns about the very trends that are eroding the foundation for a two-state solution,” said Ben Rhodes, the White House deputy national security adviser.

In a statement released on Friday, US Secretary of State John Kerry said the UN resolution “rightly condemns violence and incitement and settlement activity and calls on both sides to take constructive steps to reverse current trends and advance the prospects for a two state solution.” He added, however, that Washington does not agree with every single aspect of the motion. 

The developments come more than a week after Trump announced his decision to nominate hardliner David Friedman as the US ambassador to Israel. Friedman is notorious for his fervent support of Israel’s illegal settlement expansion in the occupied territories, and has been characterized as an “obstacle to peace” by successive US administrations. He has said that he plans to work at “the US embassy in Israel’s eternal capital, Jerusalem.”

A picture taken on November 17, 2016 shows a general view of the illegal Israeli settlement of Ofra in the occupied West Bank, established in the vicinity of the Palestinian village of Beitin (background).

Earlier this month, Israeli lawmakers approved a hugely-controversial bill legalizing some 4,000 settler units built on private Palestinian land in the occupied West Bank, in the first of three readings needed to turn it into law.

The United States, Israel’s strongest ally, Germany, the country least critical of Tel Aviv in Europe, UN officials, and the European Union have strongly criticized the bill.

More than half a million Israelis live in over 230 illegal settlements built since the 1967 Israeli occupation of the West Bank and East Jerusalem al-Quds.

Built on occupied land, the settlements are internationally condemned as illegal and equal to land grab.

The Palestinian Authority wants the West Bank as part of a future independent Palestinians state, with East al-Quds as its capital.

thanks to: PressTV

La Coop e il Conad vendono datteri sporchi di sangue.

Con l’arrivo delle feste natalizie Coop e Conad hanno ripreso la vendita di datteri sporchi di sangue. Datteri provenienti dalle colonie israeliane illegali presenti in Cisgiordania, su terre rubate ai legittimi proprietari palestinesi, che sfruttano le risorse naturali e la manodopera palestinese, anche minorile.

Nonostante in passato Coop e Conad avessero deciso di non supportare l’apartheid israeliano sospendendo gli approvvigionamenti di merci prodotte nei territori occupati ma etichettate come prodotti di Israele, oggi apprendiamo da alcune nostre fonti che nei suddetti supermercati è possibile trovare ancora datteri illegali.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

In particolare presso la Unicoop Tirreno sono in vendita datteri medjoul di marca King Solomon e Jordan River distribuiti in Italia con marchio Fatina dalla Murano S.p.a. di Pomigliano d’Arco in provincia di Napoli, ma confezionati in Israele da Hadiklaim Date Growers LTD.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Hadiklaim è uno dei principali esportatori di datteri israeliani, prodotti in varie colonie illegali della Valle del Giordano, del Mar Morto e delle Alture del Golan.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

L’importatore e distributore per l’Italia, la Murano S.p.a., ha aggiunto sulla scatola un adesivo con la dicitura ARDOC denominazione di origine controllata, che dovrebbe indicare la produzione dei datteri nella valle Arava a sud del mar Morto, in territorio israeliano. Ma non esiste alcuna D.O.C. denominazione di origine controllata di prodotti israeliani. Il termine è solo un modo per trarre in inganno l’acquirente visto che è utilizzato soltanto in Italia. Inoltre sull’etichetta è indicata la sede dell’impacchettamento ma non è possibile risalire a quella di coltivazione.

Dal 2015 è obbligatorio indicare sull’etichetta la provenienza dalle colonie israeliane dei prodotti agricoli. Decisione ribadita dall’Unione Europea nel 2016. Hadiklaim vende in Europa datteri confezionati in territorio israeliano per cercare di aggirare la normativa, la quale però prevede che gli stati membri applichino sanzioni efficaci, proporzionali e dissuasive per chi non indica l’esatta origine del prodotto.

Come mai la Unicoop Tirreno vende datteri che potrebbero provenire dalle colonie israeliane illegali e che tra l’altro violano la normativa UE sulla tracciabilità dei prodotti agricoli?

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la Unicoop Tirreno.

Ma non si comporta meglio Conad. Nei supermercati Conad aderenti alla PAC 2000A è possibile trovare in vendita datteri di qualità medjoul di provenienza israeliana con codice a barre italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Al Conad si possono trovare datteri ramati naturali distribuiti da Life S.r.l. di Sommariva Perno in provincia di Cuneo. Questi datteri di qualità medjoul sono importati da Israele senza indicare dove sono stati coltivati e nemmeno riportare quale azienda li ha esportati verso l’Italia, ma il codice a barre italiano che inizia per 800, li identifica come prodotto italiano.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Addirittura la Noberasco S.p.a. di Albenga in provincia di Savona distribuisce presso Conad datteroni premium selection ovvero datteri di qualità medjoul che non solo riportano un codice a barre italiano ma che non indicano nemmeno il paese di importazione. Come se i datteri venissero coltivati in Italia. In realtà si tratta di datteri made in Israel come si evince dal loro sito internet.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Datteri medjoul “Made in Israel” venduti presso la PAC 2000A.

Siccome Israele non fa distinzioni tra territorio israeliano e colonie israeliane illegali, come fa un acquirente del Conad a capire se questi datteri rispettano la normativa europea sulla tracciabilità dei prodotti agricoli provenienti dalle colonie israeliane illegali? Perchè la PAC 2000A vende datteri che potrebbero essere coltivati sulle terre che i coloni ebrei hanno rubato ai palestinesi?

Non sarebbe meglio evitare di proporre ai propri clienti prodotti così controversi visto che già in passato sia Coop che Conad si sono dimostrati contrari alla vendita di merci provenienti dalle colonie israeliane illegali?

Oppure se suddette catene di supermercati volessero a tutti i costi vendere datteri di qualità medjoul non sarebbe meglio importarli da aziende palestinesi certificate che non violano nessuna legge internazionale come quelle associate alla Ong PARC (Palestinian Agricultural Relief Committee)?

In attesa di qualche risposta inviamo i nostri più calorosi auguri di Buon Natale a tutti gli amici di Unicoop Tirreno e PAC 2000A. Che i datteri israeliani vi possano andare di traverso.

Boycott Israeli Dates

KEY FACTS

  • Israel is the world’s 3rd largest ($) exporter of dates worth $151 million in 2014.
  • The UK is Israel’s 3rd largest market for dates worth $23 million in 2014 (10,000 tons).
  • 60% of the world’s Medjool dates are produced in Israel (2013).
  • 60% of Israeli dates are grown on illegal settlement plantations in the Jordan Valley (2014).

If you buy a Medjool date, there’s a strong possibility that it is from an illegal settlement – grown on stolen land.


Boycott Israeli Dates leaflet (front)

 

SETTLEMENTS

Israeli settlements built on stolen Palestinian land have been ruled illegal by the International Court of Justice. Nearly half of the settlements in the Jordan Valley grow dates, it’s their most profitable crop, and contributes significantly to their economic viability. 80% of settlement dates are exported, making up some 40% of all dates exported from Israel. If you oppose the settlements then target their dates.


Palestinian child working in illegal Israeli settlement.
Out of desperate poverty Palestinian families are forced
to take their children out of school and hand them over
to the settlers to work for a pittance
(source: Channel4 news 7 July 2008)

 

EXPLOITATION

Picking of the dates is hard work, Israeli settlers bring in low paid Palestinian labourers to do this back breaking work. During the pruning season, workers are dropped on the date palm trees by a hoisting crane at 5 in the morning, left perched on palms that soar to heights of 12 metres – a 4 storey building, left there swaying in the wind for up to 8 hours without even a toilet break, with no means to come down until the crane returns at the end of the day, the workers cling to the tree with one arm and work with the other to meet their quota. If they fall behind they will lose their jobs.

CHILD LABOUR

The Israelis prefer to employ children – even issuing them official work permits, as they can climb trees faster, work for less and it’s easier to cheat and humiliate them. Out of desperate poverty Palestinian families are forced to take their children out of school and hand them over to the settlers to work for a pittance.

GUILTY COMPANIES

Every year Israel expands its share of the global dates market – up 16% in 2011; up 23% in 2012, it surpassed Saudi Arabia to now become the world’s 3rd largest exporter of dates ($ terms) after Tunisia and Iran with an export value of $151 million in 2014. After the Netherlands and France, the UK is Israel’s largest market for dates worth $23 million in 2014 with nearly 10,000 tons of Israeli dates being exported to the UK.Hadiklaim, the Israeli Date Growers Cooperative, which includes illegal settler plantations in the Jordan Valley, sells 65% of all Israeli dates. Its brand names include Jordan River, King Solomon, Tamara Barhi Dates, Desert Diamond, Rapunzel, Bomaja, Shams and Delilah. They also supply Israeli dates to supermarkets who market them under their own brand. These include Marks & Spencer, Sainsbury’s, Tesco, Asda, Morrisons and Waitrose. Sometimes they are labelled “produced in the West Bank”, remember these are not Palestinian dates. Hadiklaim have also sold South African dates with profits going to Israel, but due to the boycott their South African partner Karsten Farms have cut ties and vowed never to partner with any Israeli entity complicit in the occupation.

Mehadrin, Israel’s largest fresh produce exporter, boasted of doubling their Medjoul date sales sighting strong demand in Ramadan! Their dates have brand names Premium Medjoul, Fancy Medjoul, Royal Treasure, Red Sea, and Bonbonierra. Sometimes their packaging states “Grown by Palestinian Farmers”, this refers to Palestinian ‘slave’ labourers found on Israeli plantations.

Tnuvot Field (Field Produce Marketing Ltd) is Israels 3rd largest exporter of Medjool dates. Its brand names include Paradise dates, and Star dates.

READING LABEL NOT ENOUGH

Unfortunately reading the label is no longer enough as Hadiklaim admit that from 2012 they have been shipping dates from the Jordan Valley labelled ‘Produce of Palestine’ to Europe and Dubai. It’s unclear how much of this is from Palestinian farms and how much is from illegal Israeli settlements.An Al-Jazeera report from August 2012 interviewed an Israeli agricultural export manager in Mahola settlement, one of the illegal Israeli colonies on the West Bank where Hadiklaim sources its Medjool dates. He explained a pallet of dates boxes in his packing warehouse labelled “Palestine – Jericho” by saying that “sometimes the British object [to buying from us].. We just avoid writing ‘Israel’ on the boxes.. we often print special boxes at the request of the client.. sometimes they ask us to change the name of the country of origin on the boxes.”

There are also reports of Palestinian ministry of economy intercepting 20 tons of Israeli settlement dates on their way to Palestinian packing houses for repackaging for export under the “Made in Palestine” label. Reporters from the Anadolu news in Sept 2014 interviewed several Palestinian merchants in Ariha involved in this nefarious activity. The collaborators admitted “We do trade in dates of the settlements, which we buy at prices that are 40 per cent lower than the market price. And in order to be able to market the dates, we clean and re-package them and choose the best in preparation for selling them in the local market, as well as the Arab and European markets” They estimate the annual volume of his seasonal sales of dates is nearly 350 tons. They use licensed companies that are registered officially. The export process takes place after the official bodies check the quality and specifications of the product, ensuring the product’s conformity with European specifications and international standards. It is then exported under the “Made in Palestine” label.

So now even the ‘Made in Palestine’ label is no longer a guarantee that you are not buying Israeli occupation dates! We would caution against buying any Medjool dates from the region unless they are from trusted Palestinian sources like Zaytoun or Yaffa.


Checking the label is not enough – label says Palestine – Jericho, but the dates are produced in illegal Israeli settlement of Mahola

 

BDS CALL

In 2005 Palestinian civil society initiated a call for people of conscience around the world to Boycott, Divest and Sanction Israel until it complies with international law and Palestinian rights. The call was endorsed by over 170 Palestinian organisations representing all aspects of society including farmers.

PLEA FROM PALESTINE

Activists visiting the Palestinian village of Fasayl in the Jordan Valley discovered that villagers are slowly being forced off their land by the Israeli army for settlement expansion. The only livelihood left open to them is to work for those same Israeli settlements. These Palestinians whose land had been stolen and were forced to work for the settlements (including two children under the age of 12), in order to feed their families – they had a message for the activists, a plea for anyone who would listen – ‘take action against the companies that support Israeli apartheid!’ What excuse is left for us not to boycott Israel?

Help Us Distribute Boycott Israeli Dates Leaflets

Its simple – you don’t need to join any groups, just get a couple of friends together, order your free leaflets and start distributing!

With Ramadan rapidly approaching we need your help to get the message out to our people – Do Not Buy Israeli Dates. We need your help to distribute ‘Boycott Israeli Dates’ leaflets in your Mosques, your campuses, and your communities.

Its simple – you don’t need to join any organisations or facebook groups, just get a couple of friends together and order your leaflets. The leaflets are sent free of charge, just let us know how many you can distribute and we will send them.

This Ramadan don’t just think of the Palestinians, but act!

Our beloved Prophet (SAW) has said “The Ummah are like one body: if the eye is in pain then the whole body is in pain..”.

Today Palestine is bleeding…

 

Distributing on the internet

We also need your help creating awareness for the campaign on the internet, on social networking sites , etc. Included below are jpegs of the leaflet in various sizes so that you can start sharing them on your favourite websites, blogs, mailing lists, facebook and twitter.


Boycott Israeli Dates leaflet (1200px, both sides)

Boycott Israeli Dates leaflet (800px, back)

 

 

Educating Shopkeepers

When approaching shops that are selling Israel dates make sure you ask to speak to the owner – the person behind the till might just be a worker who has no say in what the shop sells. Always remember to be polite, remember you have the moral high ground so reason with them and give them a way forward without them loosing face.

Common responses from shop keepers and sample replies:

1. Everyone is selling them, why are you picking on my little corner shop, Tesco’s sells them why dont you go there?

There are campaigns all year around targeting supermarkets that sell Israeli goods. There has been a picket outside M&S for over 12 years now, we are not picking on you. If you know other stores selling Israeli dates let us know and we will also speak to them. Give the storeowner a leaflet – it includes logos of all the guilty supermarkets.

2. My customers ask for it. I also sell Tunisian dates, I provide choice – the customer decides, its a free country.

These dates are grown on stolen land, Palestinian families have been thrown off their land in order to grow these dates. If these dates contributed to YOUR families suffering, YOUR children’s suffering would you still sell them because customers ask for it? Is a Palestinian child worth less than YOUR child?

If your customers insist on Mejoul dates, why not order Palestinian Mejoul dates, these are now readily available in the UK from Zaytoun.org and Yaffa.co.uk.

3. Everything is Israeli, it wont make any difference to boycott israeli dates.

Following a global boycott campaign Agrexco, Israel’s largest exporter of fresh produce which was half owned by the Israeli government actually went bust, our actions – ordinary people like you and me, can make a difference. The boycott helped end apartheid in South Africa and it can do the same in Palestine.

4. These dates are not Israeli, they are South African it says so on the box [ pointing to Kalahari Karsten Farms Mejoul dates box ]

Israel’s Hadiklaim cooperative which includes illegal settler plantation has struck a deal with Kartsen Farms in South Africa to market its dates in Europe, in this way the Israeli date company can supply dates through out the year, even when the Israeli date season is gone. Yes, whilst the dates are South African, but the profits still go to Israel, to those illegal settlement plantations, so please boycott them.

5. I do it for the Palestinians, I know that poor Palestinians are working on those Israeli farms. At least this was they will get a little money, so they dont starve over Ramadan.

When activists went to the Jordan valley and talked to these deprived Palestinian labourers who are forced to work for the Israeli settlements for their survival, some whose children as young as 12 years old were doing backbreaking work for the Israelis, they asked them what can we do to help? The reply was swift and unequivocal – the Palestinians urged them to take actions against these settlement companies that have taken their land and abused them – they asked us to boycott them. By buying those dates you are perpetuating this settlement ‘slavery’.

 

Sample letter to give shopkeepers

Dear Shopkeeper,Greeting of peace,Please spare a few minutes to read this important letter, thank you.

As a customer of yours I wish to draw your attention to something which is very dear to my heart and I am sure to many of your other customers and hopefully to yours as well, namely the plight of the Palestinian people.

For 60 years now they have lived under brutal Israeli occupation, their land stolen from them, their homes demolished and their children murdered in front of their eyes. The United Nations has condemned Israel on many, many occasions, and the International Court of Justice has ruled the Israeli settlements are illegal – built on stolen Palestinian land, and those that lived through the horror of apartheid in South Africa have described Israel as practising a much worse form of apartheid than anything they suffered under. And yet despite all this, the oppression continues, nothing changes.

So in 2005 Palestinian civil society, over a 170 organisations representing every aspect of society including farmers, teachers and labourers, issued a call asking ordinary people around the world, people on conscience like us – you and I, to help by respecting their call to boycott Israeli goods until Israel complies with international law and respects Palestinian rights.

It is in this endeavour that I humbly urge you, as your customer, please do not help oppress the Palestinians by selling Israeli goods, in particular please do not sell Israeli dates this Ramadan. Every year just before Ramadan, Israel especially targets small retailers who serve the Muslim community in to stocking its dates. The included leaflet lists which brands of dates are Israeli and should be avoided, it also includes details of the suffering Palestinians undergo in the production of these dates. This Ramadan please think of the Palestinians.

Thank you

PS As your customers, we will be frequenting your store, please do not disappoint – thank you


 


Boycott Israeli Dates leaflet (back)

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BOYCOTT ISRAELI DATES: BACKGROUND

In 2004 the International Court of Justice ruled that the Israeli settlements are illegal – they are built on stolen Palestinian land. Growing dates is one of the major agricultural activities carried out by nearly half of the illegal Israeli settlements located in the Jordan Valley – it’s their most profitable crop , and contributes significantly to their economic viability.

Picking of the dates is hard work, so the Israeli settlers bring in Palestinian labourers to do this back breaking work. During the pruning season the workers are dropped on the date palm trees by a hoisting crane at 5 o’clock in the morning, left perched on palms that soar to a height of 10 or even 12 meters – the height of a three- or four-story building, left there swaying in the wind for up to 8 hours without a break and with no means to come down until the crane returns at the end of the day, the workers cling to the tree with one arm and work with the other to meet their quota. They can’t even take a break to go to the toilet. If they complain or fall behind their quota they will lose their jobs and their families will starve.


Palestinian child working in illegal Israeli settlement.
Out of desperate poverty Palestinian families are forced
to take their children out of school and hand them over
to the settlers to work for a pittance
(source: Channel4 news 7 July 2008)

But the Israelis prefer to employ children – even issuing them official work permits, as they are quick and light, can climb trees faster, work for less and it’s easier to cheat and humiliate them. Out of desperate poverty Palestinian families are forced to take their children out of school and hand them over to the settlers to work for a pittance.

Most of the Israeli date crop – up to 80%, is exported, mainly to Europe where it has around 10% market share. In 2005, dates were Israel’s leading fruit export.

The two major Israeli companies involved are Agrexco and Hadiklaim.

Agrexco, half owned by the Israeli government, handles 60-70% of all goods produced in the illegal Settlements. Its dates have brand names Carmel, Jordan Plains and Jordan Valley. Last September, a week before the start of Ramadan, Carmel boasted in their press release that they had managed an early crop of dates in order to meet the Ramadan demand for dates from Europe’s Muslims!

Hadiklaim sells 65 percent of the all dates produced in Israel. Its dates have brand names King Solomon and Jordan River. They also supply Israeli dates to supermarkets and retail chains who market them under their own brand names. These include Marks & Spencer’s, Sainsbury’s, Tesco’s, and Waitrose.


Sainsburys Medjool Dates
produced in the illegal Israeli settlement
of Netiv Hagdud in the West Bank

Sometimes they are labelled “produced in the West Bank” – this just confirms they are grown in the illegal Israeli settlements.

Peace activists who visited the Palestinian village of Fasayl in the Jordan Valley last year discovered that villagers are slowly being forced off their land by the Israeli army. The only livelihood left open to them is to work for Carmel Agrexco. The activists even spoke to two Palestinian children under the age of 12 who were working for Carmel. The Palestinian workers whose land had been stolen and were forced to work for Carmel in order to feed their families – they had a message for the peace activists, a plea for anyone who would listen – they urged them to take action against Carmel Agrexco and such companies that support Israeli apartheid. What excuse is left for us not to boycott Israel? If you oppose the illegal settlements target their dates. Boycotting can make a real difference.

BOYCOTT ISRAELI DATES: CAMPAIGN

Innovative Minds and the Islamic Human Rights Commission are calling on campaigners to create awareness in their communities about the boycott of Israeli goods, and in particular Israeli dates, this Ramadan.

In order to educate our communities on this issue two videos and a leaflet has been produced.

“Zaynab’s Story” explores the connection between an ordinary person living in Britain and what is happening in Palestine – how our actions as consumers in this country effects what happens to the Palestinians. It’s a heart wrenching video which exposes the brutality of the occupation as it touches the lives of ordinary people in Palestine. It then traces exactly how our buying habits help sustain this occupation, and ends by exploring ways in which we can start supporting the Palestinians. The boycott of Israeli dates forms its central theme. Its premier both in this country and overseas has been very well received. It duration is 36 minutes, and its available both as a DVD, or as a downloadable AVI for screening in a mosque, community centre or student society, and as streaming video on Youtube for personal viewing.

 

ZAYNAB’S STORY – A CALL TO BOYCOTT ISRAEL

DownloadZaynab’s Story Video (480×360,700kbps AVI) (221Mb)

“Boycott Israeli Dates” was specifically created for screening at venues with time restrictions which would not permit the screening of “Zaynab’s Story”. It duration is only 18 minutes, and concentrates solely on the boycott of Israeli dates. It is available both for downloading (hi-res AVI) or streaming (low-res Youtube).

Please help us reach the widest possible audience by making copies of the videos, DVDs and passing them to your friends, placing them on your websites, etc.

BOYCOTT ISRAELI DATES A5 LEAFLET

Boycott Israeli dates leaflets can be obtained by contacting the Islamic Human Rights Commission on 02089040222. Alternatively the original PDFs used for printing the leaflets are available for download should you wish to do your own printing ( rough guide to printing cost in the UK: 10,000 leaflets £125 inc delivery ).


Boycott Israeli Dates leaflet (front)

Boycott Israeli Dates leaflet (back)

DownloadBoycott Israeli Dates Leaflet (A5 ready-to-print PDF) (5Mb)We have also produced a sample letter to give to local grocery shops, greengrocers, etc. that serve the Muslim community. The letter politely asks the the shopkeeper not stock Israeli dates this Ramadan. Only one letter, with perhaps 3-6 people signing it, needs to be given to each shop (along with a leaflet which identifies the brands to avoid).

Dear Shopkeeper,Greeting of peace,Please spare a few minutes to read this important letter, thank you.

As a customer of yours I wish to draw your attention to something which is very dear to my heart and I am sure to many of your other customers and hopefully to yours as well, namely the plight of the Palestinian people.

For 60 years now they have lived under brutal Israeli occupation, their land stolen from them, their homes demolished and their children murdered in front of their eyes. The United Nations has condemned Israel on many, many occasions, and the International Court of Justice has ruled the Israeli settlements are illegal – built on stolen Palestinian land, and those that lived through the horror of apartheid in South Africa have described Israel as practising a much worse form of apartheid than thing they suffered under. And yet despite all this, the oppression continues, nothing changes.

It is now left for us ordinary people to put pressure on Israel by boycotting its goods, by boycotting the fruits and vegetables it grows on land stolen from the Palestinians. It is in this endeavour that I humbly urge you, as your customer, please do not help oppress the Palestinians by selling Israeli goods, in particular please do not sell Israeli dates this Ramadan. Every year just before Ramadan, Israel especially targets small retailers who serve the Muslim community in to stocking its dates. The included leaflet lists which brands of dates are Israeli and should be avoided, it also includes details of the suffering Palestinians undergo in the production of these dates. This Ramadan please think of the Palestinians.

Thank you

DownloadSample letter to shopkeepers (Word DOC) (100Kb)
The idea is for activists to arrange a Boycott Israel awareness event in their community where they show one of the videos, give out the leaflets and ask people to sign the letters addressed to local shops serving the community (print out only one letter per shop which everyone signs like a petition).

If you do initiate a Boycott Israeli Dates campaign in your community please do contact us via the feedback form (on the left column of this page) and share your experience with us.

This Ramadan there is no excuse for any Muslim in the world to open their fast with an Israeli date.

Sorgente: Boycott Israeli Dates Campaign