Fatah – Hamas : “accordo fatto”

 

 

Il capodelegazione di Fatah Azzam al Ahmad e uno dei leader di Hamas Musa Abu Marzouq (foto Reuters)

Il capodelegazione di Fatah Azzam al Ahmad e uno dei leader di Hamas Musa Abu Marzouq (foto Reuters)

Cairo, 12 ottobre 2017, Nena News Hamas e Fatah hanno raggiunto un accordo per la riconciliazione tra le due forze politiche divise da uno scontro che va avanti dal 2006 e culminato nel giugno 2007 con la presa del potere a Gaza da parte del movimento islamico. 

Ad annunciare l’intesa, senza fornire particolari, è stato il leader di Hamas Ismail Haniyeh“Fatah e Hamas hanno raggiunto un accordo all’alba  di oggi grazie alla mediazione egiziana”, ha dichiarato Haniyeh. Più tardi le due parti terranno una conferenza stampa al Cairo, dove si sono svolti i negoziati.

Martedì, all’apertura dei colloqui, il portavoce di Fatah Osama Qawasmeh aveva dichiarato che le trattative, sotto gli auspici della Direzione dell’intelligence egiziana, si sarebbero focalizzate sull’estensione dei poteri del governo dell’Autorità naizonale palestinese a Gaza. “Vogliamo estendere lo stato di diritto a Gaza come [è stato fatto] in Cisgiordania”, aveva precisato Qawasmeh.

Il processo di riconciliazione tra le due forze politiche è cominciato a settembre, dopo la decisione presa di Hamas di sciogliere, su pressante richiesta del presidente dell’Anp Abu Mazen,  il “Comitato amministrativo”, una sorta di governo parallelo di quello ufficiale palestinese, che aveva formato ad inizio anno.

Si attende di conoscere quale soluzione le due parti, con l’aiuto egiziano, hanno trovato alla questione più spinosa: il controllo di sicurezza di Gaza e il ruolo del braccio armato di Hamas, le “Brigate Ezzedin al Qassam”. Abu Mazen si è espresso in questi giorni contro la possibilità che alla milizia del movimento islamico venisse lasciato il controllo di sicurezza di Gaza e di poter conservare le sue armi. Hamas da parte sua ha escluso il disarmo delle “Brigate Ezzedin al Qassam” dicendosi però pronto a decidere assieme a Fatah quando usarle.

AGGIORNAMENTI

ORE 16 Usa escono dall’Unesco perché “filo-palestinese” 

Gli Stati Uniti usciranno dalla fine del 2018 dall’Unesco, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di educazione, scienza e cultura, perché la considerano filo-palestinese.  Nel notificare la decisione Washington ha sostenuto la “necessità di una fondamentale riforma dell’organizzazione per i suoi persistenti pregiudizi anti-Israele”.

ORE 15 Da dicembre controllo Gaza ad Autorità nazionale palestinese

Il governo egiziano ha comunicato che l’Autorità nazionale palestinese prenderà subito il pieno controllo della Striscia di Gaza. Hamas e Fatah, spiega il Caito, sono d’accordo di consentire al governo di unità nazionale assumersi la completa responsabilità della Striscia all’inizio del mese di dicembre.

ORE 13 – Abu Mazen conferma accordo con Hamas

Il presidente palestinese Abu Mazen ha confermato che con Hamas è stato raggiunto un “accordo decisivo” per la riconciliazione tra palestinesi. “Mi rallegro per l’accordo raggiunto tra Fatah e Hamas – ha detto Abu Mazen parlando da Ramallah -ho ricevuto un ampio rapporto dalla delegazione di Fatah e posso dire che quanto è stato concordato rappresenta davvero la fine della divisione”. L’accordo, tra i suoi punti, prevede il dispiegamento di 3.000 uomini della sicurezza dell’Anp nella Striscia di Gaza. Abu Mazen abolirà le sanzioni contro Hamas che aveva approvato la scorsa primavera.

ORE 10 Abu Mazen andrà a Gaza entro un mese

Il presidente palestinese Abu Mazen andrà a Gaza entro un mese. La notizia, che attende ancora una conferma ufficiale, è stata diffusa questa mattina prima della conferenza stampa in cui Hamas e Fatah annunceranno l’accordo raggiunto al Cairo di riconciliazione  e per la gestione di Gaza.  Tutte le forze politiche palestinesi avvieranno al più presto colloqui per giungere alla formazione di un governo di consenso nazionale entro le prossime due settimane.

ORE 9.00 -Armi e ruolo di “Ezzedin al Qassam” saranno discussi in una prossima sessione dei negoziati

L’accordo che si preparano ad annunciare e spiegare oggi in una conferenza stampa i leader di Hamas e Fatah riguarda aspetti della amministrazione civile dei territori palestinesi e della loro sicurezza interna . La questione delle armi e del ruolo del braccio armato di Hamas, le “Brigate Ezzedin al Qassam”, sarà affrontata in un negoziato successivo tra le due parti. Lo ha riferito il portavoce del movimento islamico palestinese Hazem Qassem.

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della redazione

thanks to: Nena News

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Israele e lo sfruttamento dell’Olocausto

thanks to: Forumpalestina

Gruppo islamo-cristiano: scavi e distruzione intorno ad al-Aqsa

Gerusalemme-PIC e Quds Press. Il segretario-generale della commissione Islamo-cristiana per il sostegno a Gerusalemme e ai luoghi sacri, Hanna Issa, ha lanciato l’allarme sui danni causati dagli scavi israeliani a Gerusalemme, specialmente nel complesso della moschea di al-Aqsa. 
“Gli scavi sotteranei israeliani nella Città Vecchia si sono spostati anche verso la moschea di al-Aqsa -, ha affermato Hanna-. L’obiettivo finale degli israeliani è scoprire l’intero Muro di Buraq […] e le rovine del presunto Monte del Tempio”. 
Ha aggiunto che gli scavi porterebbero alla distruzione degli edifici e delle mura adiacenti al Muro di Buraq. 
Issa ha anche lanciato l’allarme sull’aumento del ritmo delle attività coloniali israeliane nella Gerusalemme occupata, una città che è circondata da tre blocchi di colonie, due delle quali attorno al complesso di al-Aqsa e la Città Vecchia. 
Ha affermato che tali colonie sono state costruite su terre rubate ai palestinesi e sulle rovine di villaggi e cittadine palestinesi. 
 
Hanna ha sottolineato che ciò fa parte degli sforzi israeliani per tagliare la connessione tra Gerusalemme e la Cisgiordania. Ha fatto riferimento alla costruzione di 755 km di muro dell’Apartheid, cominciata a giugno del 2002 e che inghiotte Gerusalemme, separandola, insieme alla Palestina occupata del 1948, dalla Cisgiordania.
Traduzione di Edy Meroli

Sorgente: Gruppo islamo-cristiano: scavi e distruzione intorno ad al-Aqsa | Infopal

Tortura in Israele

A cura di Parallelo Palestina. Tortura in Israele. Un report a cura delle ONG israeliane B’Tselem e HaMoked.

https://www.ibs.it/tortura-in-israele-libro-vari/e/9788898582433?inventoryId=62691096

Il rapporto mette in risalto le violazioni dei diritti umani che lo Stato israeliano infligge alla popolazione palestinese; crimini impuniti e – come abbiamo visto in altre circostanze – fomentati dal fondamentalismo religioso dei rabbini di estrema destra. Questo importante documento è stato pubblicato per la prima volta nel 2015 con il titolo “Autorizzato dal sistema. Abusi e torture nel centro per gli interrogatori di Shikma” e si basa sulle testimonianze di ben 116 palestinesi – tutti maschi e cinque minorenni – arrestati per sospetti reati. L’intero documento mette in risalto la netta contrapposizione fra l’atteggiamento dell’Agenzia di Sicurezza Israeliana (ISA) e le normative di diritto internazionale che puniscono severamente la tortura. Raggirando il diritto positivo, i militari israeliani si dimostrano maestri nella repressione.

Il libro Tortura in Israele è stato pubblicato per la prima volta in Italia dall’Editore Zambon da sempre attento a queste tematiche e siccome la fonte stessa della denuncia è israeliana, costituisce un’arma preziosa per sollevare il problema della violazione dei diritti umani, denunciando i crimini delle grandi potenze imperialistiche quasi mai – per colpa dei media di regime – sul banco degli imputati

Le procedure dell’arresto e le violenze durante il trasferimento

Dobbiamo subito sottolineare che dei 93 prigionieri arrestati a casa, ben 88 di questi sono stati fatti prigionieri dopo la mezzanotte. I militari israeliani danno una particolare importanza all’effetto sorpresa unitamente al distacco forzato dalla propria famiglia. Ad alcuni è stata rifiutata anche la possibilità di congedarsi dai proprio familiari. Una prassi violenta che il rapporto sottolinea: ‘’Nelle loro dichiarazioni giurate, i prigionieri hanno riferito di aver subito uno shock, di essere stati umiliati e spaventati e che le modalità di arresto a casa propria, nel cuore della notte, aveva violato la loro privacy’’ ( pag. 15 ). Le violenze durante l’arresto ed il trasferimento sono, il più delle volte, tanto brutali quanto illegali secondo le stesse leggi israeliane.

Brano tratto dalla testimonianza di Mujammad Zama’arah, 23 anni, studente di Halhul:

‘’Sulla jeep i soldati mi hanno colpito gli occhi bendati, il viso e la testa. Per una malattia genetica, ho subito un intervento chirurgico a entrambi gli occhi. Loro hanno voluto colpirmi appositamente lì. Ho visto le stelle, è stato lancinante. Mi hanno picchiato e spinto con la faccia in giù sul pavimento della jeep, con le mani legate che puntavano verso l’alto. Un soldato mi ha messo la canna del fucile tra le natiche, minacciando di sparare. Soffrivo ma non gridavo aiuto, mentre tutti attorno a me ridevano e sghignazzavano, offendevano il nome di mia madre e si approfittavano della mia debolezza’’ ( pag. 20; pag. 21 ).

La legge militare procedurale per l’’’incarcerazione di un prigioniero in un centro di detenzione’’ contiene un articolo in cui viene descritto il ‘’trattamento’’, ‘’dei prigionieri che arrivano feriti’’. Secondo questa sezione, a ogni prigioniero deve essere posta la domanda ‘’E’ stato regolare l’arresto?’’, se la risposta è negativa il prigioniero deve essere consultato ed invitato a scrivere un rapporto riguardante le irregolarità commesse. Il documento rivela che ‘’Nessuno dei detenuti coinvolti in questa relazione, ha detto di aver ricevuto la domanda se durante l’arresto gli fosse stata usata violenza e nemmeno se avesse specificatamente menzionato l’accaduto a un funzionario o a un medico ‘’. ( pag. 94 ). Possiamo concludere che il sistema repressivo israeliano si basa sulla sistematica violazione dei regolamenti nazionali ed internazionali.

Condizioni della detenzione nel centro per gli interrogatori di Shikma

I detenuti palestinesi vennero rinchiusi in piccolissime celle senza finestre in cui veniva immessa aria artificiale con un condizionatore, questo soffiava aria molto fredda anche d’inverno. Dal rapporto emerge che: ‘’Le celle erano illuminate tutto il giorno con lampadine, che emanavano una luce giallastra. In alcuni casi, la luce era anche arancione o rosa. Secondo quanto da essi riportato, era difficile dormire con quella luce che, tra l’altro, causava dolori agli occhi e mal di testa. Alcuni hanno raccontato come di notte tentassero di coprire le lampadine, cosa che peraltro era ostacolata dalle guardie carcerarie’’ ( pag. 27 ). I militari israeliani mirano a debilitare ( ed a volte anche a menomare ) il corpo dei detenuti palestinesi. Una carcerazione di massa – un quarto dei palestinesi è passato per le prigioni israeliane – ha dietro, per forza di cose, un progetto neocoloniale più complesso rispetto al colonialismo classico.

Brano tratto dalla testimonianza di Nur al-Atrash, 21 anni, impiegato di un autolavaggio di Hebron:

‘’Una cella di isolamento: è come una tomba con la luce gialla. Pompano dentro aria fredda, ci si sente impotenti. Ci sono stati momenti in cui ho iniziato a sbattere la testa contro il muro. Non sapevo che altro fare’’ ( pag. 28 ).

Le celle erano sporche, puzzavano in modo insopportabile ed erano piene di sciami d’insetti. I materassi e le coperte erano sporche, maleodoranti e pieni di polvere. Durante la detenzione, i prigionieri lamentavano mal di testa, stanchezza e febbre alta. Durante gli interrogatori 14 di loro hanno sviluppato problemi dermatologici come infezioni fungine, eruzioni cutanee e prurito. L’umiliazione è fisica e psicologica insieme; i detenuti, in questo modo, vengono resi innocui ed incapaci di reagire alle ingiustizie subite.

Brano tratto dalla testimonianza di Ibrahim Sabah, 19 anni, venditore in un mercato di Betlemme:

‘’La cella era piena di scarafaggi, molto sporca. Le coperte puzzavano. Dopo circa 10 giorni, ho avuto un’eruzione cutanea su tutto il corpo. Mi graffiavo fino a sanguinare’’ ( pag. 31 ).

Brano tratto dalla testimonianza di D.S., 24 anni, lavoratore edile del campo profughi di Al-Arrub:

‘’Mi hanno autorizzato a fare la doccia il terzo giorno dalla mia richiesta. Mi hanno dato un asciugamano ma, dato che uno straccio per strada era più pulito, ho usato i miei vestiti per asciugarmi. Le prime volte che mi è stato permesso di fare la doccia, mi hanno dato del sapone, ma dalla quarta doccia in poi, dovevo arrangiarmi con qualcosa di simile a olio. Mi sentivo sempre sporco ‘’ ( pag. 33 ).

Il cibo è immangiabile e molti detenuti arrivano a perdere anche 20 kg. Messi in isolamento, privati della possibilità di parlare con un avvocato, i detenuti sono in balia dei loro carcerieri duranti gli interrogatori.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad’Awad, 26 anni, giornalista di Budrus:

‘’A volte mi afferravano per la camicia trascinandomi in avanti. Ero legato, per cui questo mi causava dolori a schiena e articolazioni, che già mi facevano male […] Mi hanno gridato molto forte nelle orecchie; mi hanno afferrato diverse volte per la camicia e mi hanno scosso. […] Un inferno che è durato sette o otto giorni’’ ( pag 50; pag. 51 ).

Osservando l’estrazione sociale dei detenuti vediamo che si tratta per lo più di di operai e studenti, comunque di estrazione popolare.  Possiamo dunque rilevare la natura classista della repressione che, al contrario, cerca nella borghesia compradora araba collaboratori e persone facili da corrompere.

Un altro aspetto che dobbiamo rilevare è la natura militaristica dello Stato israeliano, dal momento che i militari godono di una impunità che può farsi beffe del diritto. E’ quindi evidente come Israele sia una ‘’democrazia per soli ebrei’’ ( democrazia etnica ) nei territori che le Nazioni Unite gli hanno assegnato mentre impone un regime di polizia nelle regioni illegalmente occupate.

Impiego di informatori

La maggior parte dei prigionieri ha detto che nei loro interrogatori sono stati utilizzati degli informatori palestinesi che collaboravano con l’ISA e che si dichiaravano detenuti normali per spingere gli altri a rivelare informazioni oppure a confessare, o che supportavano gli agenti in altri modi durante gli interrogatori. In che modo i detenuti vengono avvicinati dagli informatori? Leggiamo: ‘’I prigionieri venivano alloggiati in una grande cella, con nove-undici altri detenuti, la maggior parte dei quali erano informatori, che sembravano essere rigorosi musulmani praticanti. Di solito, uno di loro si presentava come un ‘’incaricato dell’Organizzazione’’.

Gli informatori facevano domande al nuovo detenuto, lo invitavano a rivelare tutto per poterlo proteggere, minacciandolo che altrimenti la sua reputazione sarebbe stata danneggiata o sarebbe stato sospettato dall’Organizzazione di essere un collaboratore di Israele. Minacciavano di isolarlo se non avesse parlato, e gli promettevano di poter contattare la sua famiglia. Quando un prigioniero veniva portato via da quest’ala, era condotto direttamente nella stanza degli interrogatori, dove gli inquirenti facevano il confronto tra le loro informazioni e quelle rese agli informatori’’ ( pag. 55 ). Israele fa affidamento su una fitta rete di collaboratori, spie e vassalli locali. Arrivati a questo punto possiamo introdurre il capitolo dedicato all’Autorità Nazionale Palestinese ed alla sua collaborazione con Israele. Il tema è fondamentale.

Ricorso all’ANP per praticare la tortura prima degli interrogatori

La collaborazione fra ANP ed Israele, in materia di repressione, va avanti da molti anni. Una semplice citazione dal documento ci chiarisce gli aspetti più importanti della vicenda:‘’Dei 32 che hanno riferito della data del loro arresto da parte dell’ANP, 17 sono stati arrestati dallo Stato di Israele dopo meno di un mese dal loro rilascio da parte dell’ANP, sette, da uno a quattro mesi dopo il loro rilascio, quattro da sei mesi a un anno da tale data, e quattro sono stati arrestati dall’ISA dopo più di un anno dal rilascio da parte dell’ANP’’ (pag. 75 ).

Quattordici dei detenuti già arrestati dall’ANP hanno dichiarato di essere stati torturati durante gli interrogatori. Il rapporto ci dà una informazione interessante: ‘’Dei 14 detenuti che hanno riferito di essere stati torturati dall’ANP, 11 hanno indicato la data del loro interrogatorio. Da queste informazioni, risulta che 10 di loro sono stati tenuti sotto arresto da parte dello Stato di Israele da due a 35 giorni dopo il loro rilascio da un carcere dell’ANP. Un altro prigioniero è stato arrestato dopo 90 giorni. Undici dei detenuti torturati dall’ANP hanno detto di aver visto che gli inquirenti israeliani erano in possesso del materiali degli interrogatori dell’ANP. In 10 casi, gli inquirenti hanno espressamente indicato i dossier dell’ANP o hanno mostrato al prigioniero parte degli atti prodotti dai colleghi palestinesi’’ ( pag. 76 ). I militari israeliani – stando a queste informazioni – sono in stretto contatto con gli apparati di sicurezza dell’ANP.

Brano tratto dalla testimonianza di Muhammad Abu ‘Arqud, 21 anni, studente di Huwara:

‘’Sono stato trattenuto dal PPS per circa 66 giorni, dei quali 51 in isolamento. L’interrogatorio è stato durissimo e accompagnato da botte […]. Gli agenti [nel centro Shikma] ad Ashkelon hanno detto che mi avevano preso con una documentazione già completa sul mio caso, e che quindi sarebbe stato inutile negare. L’inquirente mi ha detto: ‘’L’hai raccontato all’ANP’’. Il dossier era del tutto simile a quello dell’ANP, c’erano anche le stesse foto’’ pag. 78 ).

L’ANP è di fatto da tempo uno strumento dell’imperialismo israeliano finalizzato a reprimere il giovane proletariato palestinese impedendogli di aderire alle organizzazioni rivoluzionarie socialiste, patriottiche o islamiche. Israele – sottolinea questa ONG progressista – ha perfezionato i metodi di tortura della CIA facendo carta straccia delle costituzioni democratiche ed antifasciste. Il sionismo non può fare a meno delle torture illegali? Pare proprio di sì e qui parliamo del rapporto proveniente da una fonte israeliana.  Israele calpesta il diritto internazionale e ricorre a prassi di ‘’sicurezza’’ ( sicurezza o repressione? ) disumane.

La legalità nello Stato sionista non esiste: non c’è Costituzione, non c’è integrazione e la società israeliana è intrisa di razzismo. Sarà per questo che i neonazisti guardano all’imperialismo di Tel Aviv? Il sionismo piace molto alle forze conservatrici ( e neofasciste ) e ne capiamo perfettamente la ragione.

Un sistema repressivo ingiusto ed autoritario

Israele è uno Stato autoritario e militarizzato. Il gruppo progressista B’Tselem ha confrontato la prassi dei militari con le sentenze della Corte Suprema israeliana: nonostante il diritto israeliano vieti tali crimini l’IDF ne esce sempre impunito. L’impunità di Israele su scala internazionale è proporzionale a quella dei suoi politici e del suo esercito a livello locale.

Il rapporto sui diritti umani dice che: ‘’I resoconti dei prigionieri fanno desumere che le condizioni vigenti nell’ala degli interrogatori di Shikma siano ben lontane dall’attenersi alle disposizioni previste, tanto meno si conformino alle condizioni prescritte per i detenuti in stato di sicurezza. Si menzionano celle strette e sovraffollate, materassi sottili e coperte fetide, negazione del diritto di fare la doccia per diversi giorni, mancanza di un cambio vestiti, di asciugamano e sapone, cibo scadente, caldo estremo e soffocante o, al contrario, aria fredda’’ ( pag. 98 ). Aggiungo anche che i palestinesi arrestati non avevano commesso nessun reato ma la loro detenzione era, semplicemente, finalizzata ad intimidirli, spingerli a mettersi da parte non aderendo a nessuna organizzazione antimperialista. In questa prospettiva si spiega la collaborazione con l’ANP e la borghesia araba.

La conclusione merita d’essere riportata e sottolineata: ‘’Il sistema degli interrogatori basato su questi metodi – sia per l’interrogatorio in sé sia per le condizioni in cui le persone arrestate sono tenute in custodia – è deciso dallo Stato di Israele e non è il frutto dell’iniziativa di un singolo inquirente o guardia carceraria. Queste azioni non sono messe in atto da cosiddette ‘’mele marce’’ né costituiscono eccezioni che devono essere portate davanti la Giustizia. Il trattamento crudele, inumano e degradante verso i detenuti palestinesi è insito nelle prassi di interrogatorio messe in atto dall’ISA, che sono imposte dall’alto e non da chi interroga in concreto ‘’ ( pag. 110 ).

Si può “de-sionistizzare” Israele? Una battaglia democratica difficile da portare a termine. Ebrei illuminati ed antimperialisti come Israel Shahak hanno sostenuto che l’unica soluzione è il sostegno incondizionato alle Resistenze anti-colonialiste. Una posizione coraggiosa e condivisibile.

thanks to: Infopal

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuto responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

Zeid Ra’ad Al Hussein, Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani, stringe la mano ai delegati prima dell’apertura della trentaseiesima sessione del Consiglio dei Diritti Umani, nella sede europea delle Nazioni Unite. Grazie a: Laurent Gillieron/AP

 

L’ONU intraprende un primo passo concreto affinché Israele sia ritenuta responsabile per le violazioni dei diritti umani dei palestinesi

 

27 settembre 2017 — Informazioni pubblicate oggi dai media hanno rivelato che l’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani due settimane fa ha iniziato a inviare lettere a 150 aziende in Israele e nel mondo, avvertendole che potrebbero essere aggiunte a una banca dati delle aziende complici che fanno affari nelle colonie illegali israeliane basate nella Cisgiordania palestinese occupata, compresa Gerusalemme Est.

Le lettere hanno ricordato a queste aziende che le loro attività nelle e con le colonie illegali israeliane sono in violazione di “diritto internazionale e contrarie alle risoluzioni dell’ONU”. Inoltre hanno chiesto che queste aziende rispondano con chiarimenti riguardo a tali attività.

Secondo funzionari israeliani di alto livello, alcune delle aziende hanno già risposto all’Alto Commissario dell’ONU per i Diritti Umani dicendo che non rinnoveranno i loro contratti o non ne firmeranno di nuovi in Israele. “Questo potrebbe trasformarsi in una valanga”, ha detto con preoccupazione un funzionario israeliano.

Delle 150 aziende, circa 30 sono ditte americane e un certo numero sono di nazioni che includono la Germania, la Corea del sud e la Norvegia. La metà restante sono aziende israeliane, compreso il gigante farmaceutico Teva, l’azienda telefonica nazionale Bezeq, l’azienda di autobus Egged, l’azienda idrica nazionale Mekorot, le due maggiori banche del paese Hapoalim e Leumi, la grande azienda militare e tecnologica Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB e Netafim.

Le aziende americane che hanno ricevuto le lettere includono Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor e Airbnb.

A quanto riferito, l’amministrazione Trump sta cercando di impedire la pubblicazione della lista.

 

Omar Barghouti, co-fondatore del movimento BDS, ha commentato:

Dopo decenni di deprivazione dei palestinesi e di occupazione militare e apartheid da parte di Israele, le Nazioni Unite hanno intrapreso un primo passo concreto e pratico per assicurare che Israele sia ritenuta responsabile per le sue continue violazioni dei diritti umani dei palestinesi. I palestinesi accolgono calorosamente questo passo.

Speriamo che il Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU sia inflessibile e pubblichi la sua lista completa delle aziende che operano illegalmente nelle, o con, le colonie israeliane sulla terra palestinese rubata, e che elaborerà questa lista come richiesto dal Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU nel marzo 2016.

Può essere troppo ambizioso aspettarsi che questa misura coraggiosa dell’ONU concernente la responsabilità possa “fare scendere dal piedistallo” Israele, come il leader anti-apartheid sudafricano, arcivescovo Desmond Tutu ha richiesto una volta. Ma se attuata correttamente, questa banca dati dell’ONU sulle aziende che sono complici in alcune delle violazioni di diritti umani da parte di Israele può presagire l’inizio della fine dell’impunità criminale di Israele.

 

Il Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC) è la più grande coalizione della società civile palestinese. Guida e sostiene il movimento globale di Boicottaggio, Divestimento e Sanzioni. Visitate il nostro sito Internet e seguiteci su Facebook e Twitter @BDSmovement.

 

thanks to:  Comitato Nazionale BDS palestinese (BNC)  

Traduzione di BDS Italia

 

 

UN takes first concrete step to hold Israel accountable for violating Palestinian human rights

Zeid Ra’ad Al Hussein, UN High Commissioner for Human Rights, shakes hand with delegates before the opening of the 36th session of the Human Rights Council, at the European headquarters of the United Nations. Credit: Laurent Gillieron/AP

September 27, 2017  — Today’s media reports revealed that the UN High Commissioner for Human Rights began sending letters two weeks ago to 150 companies in Israel and around the globe, warning them that they could be added to a database of complicit companies doing business in illegal Israeli settlements based in the occupied Palestinian West Bank, including East Jerusalem.

The letters reminded these companies that their operations in and with illegal Israeli settlements are in violation of “international law and in opposition of UN resolutions.” They also requested that these companies respond with clarifications about such operations.

According to senior Israeli officials, some of the companies have already responded to the UN High Commissioner for Human Rights by saying they won’t renew their contracts or sign new ones in Israel. “This could turn into a snowball,” worried an Israeli official.

Of the 150 companies, some 30 are American firms, and a number are from nations including Germany, South Korea and Norway. The remaining half are Israeli companies, including pharmaceutical giant Teva, the national phone company Bezeq, bus company Egged, the national water company Mekorot, the county’s two biggest banks Hapoalim and Leumi, the large military and technology company Elbit Systems, Coca-Cola, Africa-Israel, IDB and Netafim.

American companies that received letters include Caterpillar, Priceline.com, TripAdvisor and Airbnb.

The Trump administration is reportedly trying to prevent the list’s publication.

Omar Barghouti, co-founder of the BDS movement, commented:

After decades of Palestinian dispossession and Israeli military occupation and apartheid, the United Nations has taken its first concrete, practical step to secure accountability for ongoing Israeli violations of Palestinian human rights. Palestinians warmly welcome this step.

We hope the UN Human Rights Council will stand firm and publish its full list of companies illegally operating in or with Israeli settlements on stolen Palestinian land, and will develop this list as called for by the UN Human Rights Council in March 2016.

It may be too ambitious to expect this courageous UN accountability measure to effectively take Israel “off the pedestal,” as South African anti-apartheid leader Archbishop Desmond Tutu once called for. But if implemented properly, this UN database of companies that are complicit in some of Israel’s human rights violations may augur the beginning of the end of Israel’s criminal impunity.

The Palestinian BDS National Committee (BNC) is the largest coalition in Palestinian civil society. It leads and supports the global Boycott, Divestment and Sanctions movement. Visit our website and follow us on  Facebook and Twitter @BDSmovement.

thanks to: BDSmovement

Il Giro della propaganda

Christian Peverieri

 

 

 

Sul finire del secolo scorso correvo in bicicletta nella categoria “under 23” e ricordo che una delle corse che sentivo di più era la famosa Popolarissima di Treviso. Il mio sogno era vincerla, non tanto per la vittoria in sé quanto per poter salire sul podio, guardare in faccia lo sceriffo Gentilini e potergli dire: “Io ai razzisti non stringo la mano!” Sarebbe stato più bello della vittoria stessa.

 

Purtroppo le mie scarse doti di velocista mi hanno impedito di realizzare questo sogno ma se si fosse avverato, ne sono certo, sarei stato visto malissimo dall’ambiente tutto perché, sembra quasi una regola non scritta, chi fa sport non deve far politica.
O meglio, chi fa sport, se proprio proprio non riesce a star zitto è pregato cortesemente di seguire la politica “ufficiale”, fare l’uomo immagine va benissimo ad esempio, ma guai a mettere in dubbio le decisioni o le direttive che provengono dall’alto e soprattutto esprimere opinioni e critiche su personalità importanti o temi ritenuti inopportuni. Un ciclista, come qualsiasi altro uomo di sport, deve fare sport, non pensare.

 

Dall’alto invece, decisioni politiche e schieramenti vengono presi eccome. Il mio passato biciclettaro ogni tanto spinge la mia curiosità a guardare che succede nel mondo delle due ruote, così pochi giorni fa mi è saltata all’occhio la notizia della prossima partenza del Giro d’Italia 2018: Gerusalemme. Ho avuto un sobbalzo. Il primo pensiero è stato: che orrore. Il secondo: diamogli il beneficio del dubbio, andiamo a vedere che dicono. Il terzo pensiero ha riconfermato il primo.
In queste righe non mi interessa affrontare l’aspetto sportivo della decisione ma quello politico ed economico. Indagando tra tweet e media alternativi è venuta subito fuori la “sponsorizzazione” dello stato di Israele per questa tre giorni di “sport, cultura, integrazione tra due popoli”: 12 milioni di euro, niente male davvero. Le Olimpiadi del 1936 a Berlino, la Coppa Davis del 1976 in Cile e i Mondiali di calcio del 1978 in Argentina sono i primi esempi che mi vengono in mente per raccontare di come lo sport sia sempre stato usato come veicolo di propaganda: per la grandezza di una razza (ma che smacco quel Jesse Owens) o per sdoganare dei regimi sanguinari come quello di Pinochet (fortuna che Panatta e Bertolucci gliele hanno suonate in campo a quei cileni) e di Videla (con il capitano di allora, El Lobo Jorge Carrascosa, che si ritirò dal calcio giocato pur di non essere complice della dittatura). Lo sport è l’oppio dei popoli, è capace di alterare gli eventi sociali e politici, di guidare l’opinione pubblica. E questa partenza del Giro è solamente un’azione politico-economica, volta a mostrare l’aspetto democratico di uno stato feroce in cambio di una valanga di soldi.
Qui i valori sociali ed educativi dello sport spariscono e lasciano spazio agli interessi politici ed economici di uno stato che non si comporta molto sportivamente con i palestinesi. Sentire il direttore del Giro, il signor Vegni, definire Israele “una nazione molto aperta” fa rizzare i capelli e bollire il sangue nelle vene. I muri, i check point, gli insediamenti abusivi e violenti dei coloni israeliani, l’inferno di Gaza, la prigione a cielo aperto più grande del mondo che rinchiude quasi due milioni di persone, e ancora, i soprusi e le vessazioni quotidiane, l’arroganza dei militari israeliani che senza pietà colpisce anche i bambini palestinesi, la costante repressione dei palestinesi non fanno di Israele una nazione molto aperta ma uno stato che fa del terrore e della violenza le armi principali per sottomettere un intero popolo.

 

Ridicola è anche la scusa usata per difendere questa scelta: in onore di Gino Bartali, insignito nel 2013 del titolo di “Giusto fra le Nazioni” per aver salvato dalla deportazione centinaia di ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale. Di fatto questa scelta premia uno stato che vìola costantemente i diritti umani e lo fa con la sponda del governo italiano. Il ministro Lotti infatti ha celebrato l’evento con queste parole su Facebook: “Gerusalemme è un luogo affascinante, immerso in una storia e in uno scenario irripetibili, simbolo della ricerca instancabile dell’armonia tra popoli”. E ancora, ” Lo sport è veicolo formidabile di riconciliazione e concordia tra differenze – sociali, identitarie, religiose, politiche”.

 

 

 

Armonia tra popoli, riconciliazione, concordia. Verrebbe da ridergli in faccia, se dietro non ci fossero migliaia di morti.

 

Dello sport vero, dei valori etici di cui tutti si sciacquano la bocca è rimasto ben poco. Tra marketing politico, business, corse truccate, problema doping, il ciclismo ha perso ormai gran parte del suo fascino finendo inglobato nel calderone del capitalismo che devitalizza qualsiasi cosa o essere vivente e lo trasforma in una macchina per far soldi. E allora, dato che lì in alto hanno deciso di strumentalizzare un evento sportivo un tempo di rara bellezza ed emozione, tanto vale non dargliela vinta senza lottare e aderire alla campagna del BDS (il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele) #relocatetherace di boicottare la corsa rosa e cercare di costringere gli organizzatori ad attuare il piano b, ovvero la rinuncia a partire da Israele con conseguente partenza dall’Italia.
Lo dobbiamo allo sport, al ciclismo ma soprattutto ad un popolo ferito che da settant’anni subisce l’aggressione di Israele.

 

Link:

 

https://bdsmovement.net/giro?utm_content=buffere5f88&utm_medium=social&utm_source=twitter.com&utm_campaign=buffer

 

https://t.co/lZmw0cTfGD?amp=1

 

thanks to: Sportallarovescia

Il giro d’Italia in Israele

Dal Corsera ho appreso che le tappe nello Stato sionista sono tre, il circuito di 10 km a Gerusalemme, Haifa – Tel Aviv e Be’er Sheva- Eilat e che il ministro degli esteri, la signora Regev, ammette: «Mai stanziato un budget così alto per un evento sportivo». Le preoccupazioni sono sulla sicurezza, ma si dice «Mi sentirei meno tranquillo a partire dall’Europa». Per il ministro italiano Lotti: «… una sfida sportiva, ma anche culturale; un ponte ideale tra Italia e Israele». Rincara Vegni: «… Non oltrepassiamo i limiti riconosciuti dello Stato d’Israele» (provate a dirlo a Netanyahu…). Riconfermo quindi quanto già scritto ieri su Facebook: «Credevo (e mi sbagliavo) che la partenza del Giro d’Italia del 2018 da Gerusalemme, fosse una barzelletta… e invece, purtroppo, è tutto vero!

Tra i promotori del Museo del Ciclismo della Madonna del Ghisallo, con Fiorenzo Magni, prima amministratore e poi sindaco di Magreglio (al momento della posa della prima pietra del Museo e dell’inaugurazione, dove è, tra l’altro, esposta la copia della pergamena di fondazione con la mia firma), non condivido assolutamente questa scelta che va contro lo spirito di pace dello sport. Diverso sarebbe stato se si fosse trattato di una tappa Tel Aviv – Gerusalemme – Ramallah, oppure Gaza – Tel Aviv – Gerusalemme – Ramallah, ma, in questo modo, in tanti avrebbero potuto vedere qual è la situazione della Palestina, separata da Israele dal muro della vergogna».

Propongo di consegnare ufficialmente la bandierina della partenza a Gerusalemme a John Crossman, alias Mordechai Vanunu, tecnico nucleare a Dimona che aveva denunciato nel 1986 il piano segreto di armamento nucleare dello Stato sionista. Fu sequestrato illegalmente a Roma da agenti del Mossad e processato, altrettanto illegalmente, dai sionisti, uscendo dal carcere solo nel 2004. Lo spettacolo a ogni tappa lo farei gestire da Moni Ovadia, ebreo non sionista.

Il voler giustificare la partenza da Gerusalemme con quanto fatto da Bartali durante la seconda guerra mondiale è solo un espediente. Ho conosciuto Gino Bartali e ritengo sicuramente da condividere quanto il campione ha fatto per salvare degli ebrei e trasmettere documenti nascosti nella canna della sua bicicletta, ma tutto questo non può essere strumentalizzato per  giustificare la partenza del Giro da Gerusalemme, che di fatto offende i palestinesi e quanti (anche ebrei) si battono per una soluzione equa in “Terra Santa”.

I morti di Der Yassin, Sabra e Shatila e Gaza attenderanno a ogni chilometro i girini, spero solo che qualcuno di loro abbia il coraggio di salutarli. [Paolo Ceruti per ecoinformazioni]

Sorgente: Il giro d’Italia in Israele visto da Magreglio

C’è un accordo tra ISIS e Stati Uniti?

 

Valentin Vasilescu, Reseau International 28 settembre 2017Il Ministero della Difesa russo ha pubblicato le immagini riprese dai droni dall’8 al 12 settembre 2017, che mostrano il dispiegamento dei terroristi dello SIIL a nord di Dayr al-Zur in Siria. La sorpresa è la presenza di blindati Humvee-Hummer (HMMWV) delle forze speciali statunitensi nelle basi difensive dello SIIL presso Dayr al-Zur. Sulla mappa del Ministero della Difesa russo, appaiono sei schieramenti difensivi dello SIIL (per un totale di 1500 terroristi) in cui erano posizionati dei blindati statunitensi Humvee diretti verso la periferia di Dayr al-Zur. Il Ministro della Difesa russo affermava che i reggimenti curdi controllati dalle Forze Speciali degli Stati Uniti (SOF) e dalle Forze democratiche siriane (SDF) avanzavano senza ostacoli tra le posizioni dello SIIL sulla sponda orientale l’Eufrate, in direzione di Dayr al-Zur. Ad esempio, un’immagine aerea dell’8 settembre mostra una postazione di controllo fortificata dello SIIL situata a 23 km a sud-ovest di Jisr al-Shadadi, sulla strada per Dayr al-Zur. 3 autocarri statunitensi con 2 blindati e 5 Toyota dello SIIL erano fermi nella postazione di controllo. Allo stesso tempo, sulla strada, vi erano 4 tecniche delle SDF curde accompagnate da 1 Hummer statunitense.
Ciò che è incomprensibile è l’assenza di tracce di combattimenti tra SIIL e Forze democratiche siriane (SDF) e SOF. Le SOF non avevano creato pattuglie mobili come avanguardia delle colonne SDF per difenderle da un possibile attacco dello SIIL. Non ci sono crateri di proiettili di artiglieria e bombe della coalizione anti-SIIL guidata dagli Stati Uniti presso le fortificazioni dello SIIL in cui i veicoli di SDF e SOF stazionavano. Va inoltre osservato che tutte le fortificazioni dello SIIL erano circondate da campi minati. Alcun concentramento di mezzi di SDF e SOF aveva adottato un sistema di sorveglianza militare e di sicurezza, anche se erano nelle zone difensive dello SIIL. La conclusione del Ministero della Difesa russa è che “i soldati statunitensi si sentono al sicuro nelle aree controllate dai terroristi in Siria“.
Gli ufficiali russi riferivano che quando l’Esercito arabo siriano arrivò a Dayr al-Zur tra il 26 e il 28 agosto, molti elicotteri dell’esercito statunitense evacuarono 22 capi dello SIIL di origine europea con le loro famiglie da diverse aree a nord-ovest di Dayr al-Zur. Va osservato che al momento in cui le SDF scortate dalle forze speciali dell’esercito degli Stati Uniti (SOF) avanzavano per 100 km attraversando senza combattere le linee dello SIIL, nella zona industriale di Dayr al-Zur, i 600 terroristi dello SIIL presenti nelle nuove posizioni occupate dalle SDF, avviarono forti contrattacchi contro le truppe siriane sbarcate sulla sponda orientale dell’Eufrate. Non è una coincidenza che lo SIIL non si preoccupi dell’occupazione del suo territorio dalle SDF, concentrandosi nella lotta all’Esercito arabo siriano per impedirgli di liberare la provincia di Dayr al-Zur fino al confine con l’Iraq. Una provincia che gli Stati Uniti vogliono occupare con i loro alleati curdi delle SDF.
La stampa occidentale e rumena evita di riportare queste informazioni, suggerendo che sia una falsificazione o che, se vera, disturberebbe la percezione pubblica della lotta degli USA contro lo SIIL, infastidendo Casa Bianca e cancellerie europee.

 

thanks to: Alessandro Lattanzio

 

UN’s list of companies linked to settlements to be published despite Israeli, US pressure

BETHLEHEM (Ma’an) — The United Nations Human Rights Council reportedly plans to go ahead with the publication of a list of companies operating in illegal Israeli settlements in the occupied Palestinian territory and the Golan Heights, in spite of immense diplomatic pressure from the United States and Israel.

According to a report published Tuesday by Israel’s Channel 2, the full list will be published in December, and will include some of the biggest firms in the Israeli industry as well as major US companies, a translation of the report from Times of Israel said.
Some of the international companies on the list reportedly include Coca-Cola, TripAdvisor, Airbnb, Priceline, and Caterpillar, in addition to Israeli companies such as pharmaceutical giant Teva, the national phone company Bezeq, bus company Egged, the national water company Mekorot, and the country’s two largest banks, Hapoalim and Leumi.
The list was recently delivered to the Foreign Ministry, the report said.
Last year, the United Nations Human Rights Council passed a resolution to support forming a database of all companies conducting business in illegal Israeli settlements in the occupied West Bank, amid fierce opposition by the United States and Israel.
The Washington Post previously reported that Zeid Raad al-Hussein, the UN high commissioner for human rights, said that the UN planned to publish the list by the end of this year, which prompted the Donald Trump administration to work with Israel to obstruct its publication.
However, according to the US newspaper, Israel and the United States had unsuccessfully attempted to block funding for the database.
PLO Executive Committee Member Hanan Ashrawi condemned the US and Israeli efforts at the UN as “morally repugnant” at the time.
The attempt “exposes the complicity of Israeli and international businesses in Israel’s military occupation and the colonization of Palestinian land,” Ashrawi said. “This is a clear indication of Israel’s persistent impunity and sense of entitlement and privilege.”
Ashrawi highlighted in her statement that Israel’s settlement activities constituted a “war crime” and were in direct violation of international law and several UN resolutions. “Any company that chooses to do business in the illegal settlements becomes complicit in the crime and therefore liable to judicial accountability,” she said.
Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu has complained that the list unfairly targets Israel and has noted that it was part of the larger Boycott, Divestment, and Sanctions (BDS) movement, which targets specific companies profiting off of Israel’s occupation of Palestinian territory and falls within the traditions of the nonviolent boycott movement against the apartheid regime in South Africa.
Israel and the United States have been starkly opposed to any move that could give weight to the BDS movement, and have often claimed that any support of a boycott against Israel amounts to anti-Semitism.
Israel has tightened the noose on the BDS movement in recent months, most notably by passing the anti-BDS law, which bans foreign individuals who have openly called for a boycott of Israel from entering the country.
Furthermore, Israel has routinely condemned the UN for what it sees as their anti-Israel stance, as numerous resolutions have been passed in recent months condemning Israel’s half-century occupation of the West Bank, including East Jerusalem, and its relentless settlement enterprise that has dismembered the Palestinian territory.
However, Palestinians and activists have long pointed out that nonviolent movements, expressed both in BDS activities and raising awareness on the international stage, are some of the last spaces to challenge Israel’s occupation, as Israeli forces have clamped down on popular movements in the Palestinian territory, leaving many Palestinians with diminished hope for the future.

 

Sorgente: UN’s list of companies linked to settlements to be published despite Israeli, US pressure

 

 

L’America Latina invisibile

Alfredo Serrano Mancilla

Temer continua ad essere presidente del Brasile senza un voto nelle urne. Macri, quello dei Panama Papers, tiene Milagro Sala in un carcere argentino come prigioniera politica. Santos è coinvolto nello scandalo della Odebrecht perché nel 2014 avrebbe ricevuto un milione di dollari per la sua campagna presidenziale in Colombia. Per quanto riguarda la gestione di Peña Nieto, in Messico sono stati assassinati 36 giornalisti, per aver fatto il proprio lavoro di informazione. L’anno scorso Kuczynski ha governato il Perù con 112 decreti evitando così di passare attraverso il potere legislativo.

Nonostante ciò, nulla di questo è importante. L’unico paese che richiama l’attenzione è il Venezuela. I panni sporchi che macchiano le democrazie di Brasile, Argentina, Colombia, Messico e Perù sono assolti da quella che viene chiamata comunità internazionale. L’asse conservatore è esente dal dover dare spiegazioni di fronte alla mancanza di elezioni, alla persecuzione politica, agli scandali di corruzione, alla mancanza di libertà di stampa o alla violazione della separazione dei poteri. Possono fare ciò che vogliono perché nulla sarà trasmesso in pubblico. Tutto rimane del tutto sepolto dai grandi media e da molte organizzazioni internazionali autoproclamatesi guardiane degli altri. E anche senza la necessità di essere sottoposti a nessuna pressione finanziaria internazionale; piuttosto, tutto il contrario.

In questi paesi la democrazia ha troppe crepe per dare lezioni all’estero. Una concezione di bassa intensità democratica gli permette di normalizzare tutte le proprie mancanze senza la necessità di dare molte spiegazioni. E nella maggioranza delle occasioni questo è accompagnato dall’avallo e dalla propaganda di determinati indicatori enigmatici che non sappiamo nemmeno come siano ottenuti.

Uno dei migliori esempi è quello calcolato dalla “prestigiosa” Unità di Intelligence del The Economist che ottiene il proprio “indice di democrazia” sulla base di risposte corrispondenti alle “valutazioni di esperti”, senza che lo stesso rapporto dia dettagli né precisazioni circa loro. Così la democrazia è circoscritta ad una cassa nera nella quale vince chi ha più potere mediatico.

Ma c’è ancor di più: questo blocco conservatore non può nemmeno vantarsi della democrazia nell’ambito economico. Non ci può essere reale democrazia in paesi che escludono tanta gente dalla soddisfazione dei diritti sociali fondamentali per godere di una vita degna. Più di otto milioni di poveri in Colombia, più di 6,5 milioni in Perù, più di 55 milioni in Messico, più di 1,5 milioni di nuovi poveri nell’era Macri, e circa 3,5 milioni di nuovi poveri in questa gestione di Temer. Il fatto curioso del caso è che questi aggiustamenti (tagli, ndt) contro la cittadinanza nemmeno gli servono a presentare modelli economici  efficaci. Tutte queste economie sono in recessione e senza barlumi di recupero.

Questa America Latina invisibilizzata non deve servirci da scusa per non occuparci delle sfide all’interno dei processi di cambiamento. Nonostante ciò, in questa epoca di grande fibrillazione geopolitica, dobbiamo far sì che l’invisibile non sia sinonimo di inesistente. Quell’altra America Latina fallita deve essere messa allo scoperto e problematizzata.

14 agosto 2017

Cubadebate

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Alfredo Serrano MancillaLa América Latina invisible” pubblicato il 14-08-2017 in Cubadebatesu [http://www.cubadebate.cu/opinion/2017/08/14/la-america-latina-invisible/#.WZVGIK1abBK] ultimo accesso 30-08-2017.

Sorgente: L’America Latina invisibile «

La proposta dell’EZLN-CNI non divide, mette allo scoperto i partiti politici.

 

La proposta del CNI-EZLN di nominare un Consiglio Indigeno di Governo e una portavoce donna candidata alla presidenza del Messico nel 2018 non vuole andare contro ai “partiti di sinistra” che aspirano a “prendere il potere” a quelli di sopra, glielo lasciano!  Ma vuole esercitare il potere che hanno quelli in basso quando sono organizzati.

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Seminario di riflessione critica

I muri del capitale, le crepe della sinistra

12-15 aprile 2017, CIDECI-UniTierra

San Cristóbal de Las Casas, Chiapas, Messico

 

Elezioni 2018: La proposta dell’EZLN-CNI non divide, mette allo scoperto i partiti politici.

Paulina Fernández C.*

Poco più di un mese fa Miguel Ángel Mancera ha dichiarato alla stampa: “Sono diventato Governatore [del Distretto Federale] quando la sinistra era unita. A quelle elezioni avevano partecipato insieme il PRD [Partito della Rivoluzione Democratica], il Partito del Lavoro (PT), il Movimento Cittadino (MC) ed il gruppo di Morena. Oggi la divisione è compiuta…”[1]

E questa divisione tra i partiti che si dicono di sinistra o le divisioni all’interno di ognuno di essi, così come le diserzioni individuali o le scissioni di gruppi di transfughi che emigrano alla prima occasione, è una costante nella vita delle organizzazioni politiche di partito. Ma queste costanti divisioni non avvengono solo nei o tra i partiti politici ufficiali; in tutto il paese questi cercano anche di attrarre tra la loro clientela fissa le organizzazioni non di partito ma con influenza politica nei loro ambiti o settori di intervento e per fare ciò ricorrono a vecchi meccanismi di penetrazione delle organizzazioni mediante la cooptazione dei dirigenti, lasciando come testimone di questa pratica i nomi che le diverse frazioni prodotto delle successive divisioni si vedono obbligate ad usare per distinguersi: “nuova”, “democratica”, “indipendente”, “storica”, “rivoluzionaria”, “maggioritaria”…

In vista dei processi elettorali municipali, statali o federali, personaggi dei partiti politici si assumono il compito di contattare leader, autorità o rappresentanti per offrire loro una candidatura, non perché tra le loro file non ci siano interessati ad una “poltrona ad elezione popolare”, ma perché la congiuntura è favorevole per farsi spazio in determinate comunità che li ripudiano. Tutti sanno che durante le campagne elettorali si intensifica la divisione che viene fomentata dai partiti politici nei villaggi, nelle comunità, ejidos, quartieri, colonie e nelle organizzazioni contadine, indigene, di coloni, di ogni tipo di lavoratori, divisione accompagnata da merci, beni di consumo di prima necessità, denaro in contanti o carte prepagate elargiti in migliaia di azioni palesemente e sfacciatamente di compravendita di voti.

La distribuzione di risorse economiche tra la popolazione di determinati territori svolge una funzione che va oltre i tempi e gli appetiti elettorali. Partiti di diverso colore e governi a tutti i livelli, sanno che l’elemento essenziale della resistenza indigena che non sono riusciti a piegare, consiste nel non accettare denaro dallo Stato messicano a nessun titolo. L’ostentata distribuzione di beni materiali solo “a chi sta col governo”, ai membri di organizzazioni e comunità “affiliate ai partiti”, è una delle tante forme di ostilità e pressione esercitate al fine di indebolire e dividere le comunità autonome zapatiste.

La continua opera di divisione esercitata dai partiti politici in questi territori, non ha niente a che vedere con la loro democrazia; è parte di una guerra permanente contro i popoli, guerra non esente da violenza. Così troviamo che, per esempio, nei municipi autonomi ribelli zapatisti del Caracol di La Garrucha, negli ultimi anni hanno dovuto affrontare molte difficoltà originate da partiti e governi, tutte rivolte contro l’autonomia. “Queste difficoltà sono principalmente parte di una strategia contrainsurgente che si manifesta, principalmente, con l’invasione e spoliazione di terre recuperate, essendo questo l’aspetto più visibile dell’offensiva per disintegrare la coesione sociale delle comunità, per dividere i villaggi e gli ejidos e far scontrare tra loro i fratelli indigeni, per fiaccare la resistenza delle basi di appoggio dell’EZLN, per provocare diserzioni tra gli zapatisti e, infine, ostacolare in maniera permanente la libera costruzione dell’autonomia. Parallelamente a questa offensiva generalmente violenta contro terre e popolazioni, lo Stato promuove misure socialmente più presentabili ma altrettanto perverse, basate su di un numero indefinito di politiche, programmi e progetti attraverso i quali fluiscono continuamente il denaro e le risorse materiali verso la popolazione simpatizzante, anche indigena ma non zapatista, di tutte le età e condizioni. A queste operazioni controrivoluzionarie partecipano i tre livelli di governo ufficiale, i membri di alcune organizzazioni sociali riconosciute come paramilitari ed i partiti politici nazionali che sono presenti nella Zona in cui tutto indica l’assenza di partiti politici di opposizione, tutti sono governo o in attesa del loro turno o di un’alleanza per esserlo e tutti partecipano attivamente alla guerra contro gli zapatisti, dalla quale cercano di trarre vantaggio con la loro logica clientelare nel mercato politico-elettorale.”[2]

Dalle molte denunce rese pubbliche negli anni (i cui testi completi si possono ancora consultare in internet) ed alle quali i partiti politici incriminati fino ad oggi non hanno dato risposta, possiamo rilevare che “nella guerra contro gli zapatisti le frontiere e le differenze politiche non esistono tra i partiti, né tra i governi, tutti sono un tutt’uno, ed i partiti si fondono tra loro ancora di più quando i loro militanti e dirigenti tacciono e si disinteressano delle azioni commesse da coloro che hanno appoggiato per arrivare al potere. Nelle denunce della Giunta di Buon Governo della Zona Selva Tzeltal fatte in diverse occasioni, sono continuamente indicati come responsabili politici di persecuzione, aggressioni, soprusi, furti e diversi delitti, i titolari del potere esecutivo federale, di quello statale e municipale che hanno guidato i rispettivi governi nel periodo 2006-2012: Felipe Calderón Hinojosa arrivato alla Presidenza della Repubblica – frode mediatica – con il PAN e che attraverso diversi enti federali appoggiava la OPDDIC, organizzazione di aperta filiazione priista, nella sottrazione delle terre dell’EZLN. Juan José Sabines Guerrero, Governatore dello stato del Chiapas che, ancora priista e in carica come presidente municipale di Tuxtla Gutiérrez, fu canditato dalla ‘Coalizione per il Bene di Tutti’ formata dai partiti PRD, PT e Convergencia. Carlos Leonel Solórzano Arcia, militante del PAN fu Presidente Municipale di Ocosingo dal 2008 al 2010 ed il suo successore, Lindoro Arturo Zúñiga Urbina (2011-2012) fu il candidato della ‘Unità per Chiapas’ formata dall’alleanza tra PAN, PRD, Convergencia e PANAL.” In sintesi: in anni recenti, in Chiapas la “sinistra” e la destra allo stesso modo rappresentate da PRI, PAN, PRD, PT, Convergencia, PANAL, sono state compartecipi in diverse occasioni della persecuzione, aggressioni, predazioni e diverse azioni violente contro le comunità dei municipi autonomi zapatisti la cui lotta, esperienza di organizzazione e di governo rivela il sistema politico ed economico a cui fanno riferimento e che difendono tutti i partiti istituzionali.

Senza escludere le comunità vicine ai municipi zapatisti, nel resto del paese i programmi sociali attraverso i quali i governi canalizzano le risorse economiche “alla popolazione povera” compiono la stessa funzione delle donazioni distribuite in campagna elettorale e sono sfruttate permanentemente dai partiti “al potere” per attrarre, conservare o incrementare la loro clientela elettorale: crediti, abitazioni, Oportunidades, Procampo, Vivir mejor, Piso firme, Amanecer per gli anziani, borse di studio per i bambini, tra altri “benefici”, vengono concessi discrezionalmente ai rispettivi seguaci, approfondendo così le divisioni sociali ed i rancori tra partiti.

Ma queste “opere di carità” con risorse pubbliche non servono solo a dividere e indebolire la popolazione organizzata in diversi modi, servono anche a rafforzare il capitalismo portando in tutti gli angoli del paese i suoi metodi di sfruttamento, di dominazione politica, di controllo sociale, di sottomissione personale. Non è un caso né un errore che in America Latina i programmi sociali di sussidi alla popolazione più povera non abbiano diminuito la povertà ma invece si siano trasformati in una fonte di guadagno per il capitale finanziario. Qualche settimana fa la Banca Interamericana di Sviluppo (BID) ha rilevato che venti anni dopo l’entrata in funzione dei “programmi di trasferimenti monetari condizionati” – così li chiamano – nella regione, “con Messico e Brasile in testa, con Oportunidades, che è diventato Prospera e Bolsa Familia, rispettivamente”, i governi pagano elevate commissioni alle banche per ogni transazione compiuta, poiché la maggioranza dei beneficiari vivono in comunità emarginate dal settore finanziario.[3]

L’opera di divisione e disarticolazione del tessuto sociale promossa dai governi e dai partiti politici di ogni colore, viene portata avanti su tutto il territorio nazionale con la finalità di facilitare l’appropriazione e la concentrazione in mani private delle ricchezze nazionali. Negli ultimi decenni, in questo processo di accumulazione di capitale denominato neoliberismo, gli attori pubblici, le istituzioni dello Stato messicano, la cosiddetta classe politica ed i suoi partiti, sono stati accompagnati da altri attori come cacicchi, industriali, guardias blancas, paramilitari e criminali di vario genere.

La partecipazione associata di questi attori pubblici e privati appare nei molteplici casi in cui le resistenze si oppongono alla depredazione, casi resi noti da decine di popoli raggruppati nel Congresso Nazionale Indigeno e nell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, dei quali rendono congiuntamente conto in vari documenti elaborati negli ultimi anni. Tra questi, vale la pena segnalare qui tre comunicati: la 2ª. Dichiarazione della condivisione CNI- EZLN sulla spoliazione dei nostri popoli del 16 agosto 2014, più noto come il comunicato “degli specchi”; il più recente dal titolo Che tremi nei suoi centri la terra del 14 ottobre 2016;[4] e Bollettino di guerra e resistenza # 44 del 22 settembre 2016, del quale riportiamo alcuni dati riferiti al panorama nazionale nel quale sfilano i diversi attori pubblici coinvolti:

            Nel sud, la lotta dei popoli in difesa dei loro territori contro i cacicchi e le imprese, si dissolve nella lotta per la sicurezza e la giustizia contro le bande della delinquenza organizzata, la cui intima relazione con tutta la classe politica è l’unica certezza che, come popolo, abbiamo rispetto a qualsiasi organo dello stato.”

            Nell’occidente, le lotte per la terra, la sicurezza e la giustizia avvengono in mezzo all’amministrazione dei cartelli della droga, che lo stato camuffa da lotta alla delinquenza o da politiche di sviluppo. In cambio, i villaggi che hanno resistito e perfino abbattuto la delinquenza attraverso l’organizzazione dal basso, devono lottare contro i tentativi permanenti fatti dai malgoverni per ottenere che il crimine organizzato, e i partiti politici di sua preferenza, si impadroniscano nuovamente dei territori attraverso forme diverse.”

Nel nord, dove persistono lotte per il riconoscimento dei territori, le minacce minerarie, le spoliazioni agrarie, il furto di risorse naturali e la sottomissione delle resistenze da parte di narco paramilitari, i popoli originari continuano a costruire giorno per giorno.”

            Nella penisola, i popoli maya resistono alla scomparsa per decreto, difendendo le loro terre dall’attacco di imprenditori turistici e immobiliari, dove la proliferazione di guardie bianche opera nell’impunità per depredare i villaggi, l’invasione dell’agroindustria transgenica minaccia l’esistenza dei popoli maya e l’immondizia dei magnati che si impadroniscono dei territori agrari, delle vestigia culturali, archeologiche e perfino dell’identità indigena, pretende di convertire un popolo tanto vivo quanto l’estensione della sua lingua, in feticci commerciali.”

Nel centro, i progetti di infrastrutture, autostrade, gasdotti, acquedotti, lottizzazioni immobiliari, si stanno imponendo in forma violenta e i diritti umani si notano di volta in volta sempre più soffusi e lontani nelle leggi imposte. La criminalizzazione, cooptazione e divisione disegna la strategia dei gruppi potenti, tutti vicini in maniera corrotta e oscena al criminale che crede di governare questo paese, Enrique Peña Nieto.”

            Nell’oriente del paese, la violenza, il fracking, le miniere, il traffico di migranti, la corruzione e la demenza governativa sono la corrente contro la lotta dei popoli, in mezzo a regioni intere prese da violenti gruppi delinquenziali orchestrati dagli alti livelli di governo.”[5]

I casi indicati nelle denunce si inseriscono e sorgono dalla forma di dominazione ed accumulazione per spoliazione e violenza propria della globalizzazione neoliberale, che ha iniziato la sua gestazione negli anni ’70 del secolo scorso, facendosi largo in America Latina con il cruento colpo di Stato militare in Cile dell’11 settembre 1973. Anni 1970, lo stesso decennio in cui il governo messicano di fronte al rischio di non riuscire più a controllare la popolazione solo con mezzi autoritari e repressivi, e davanti ai cambiamenti economici che annunciavano l’inizio di una nuova crisi mondiale, optò per deviare la lotta di classe verso un ristretto ambito elettorale al cui sistema si adeguarono i nuovi partiti politici, la sinistra in primis con il partito più antico di allora, il Partito Comunista Messicano (PCM), fondato nel 1919 e della cui registrazione legale gode ancora oggi il Partito della Rivoluzione Democratica.

La storia legale-elettorale del PCM-PSUM-PMS-PRD è l’esempio migliore di come lo Stato messicano ha ottenuto con facilità uno degli obiettivi centrali della Riforma Politica del 1977, che in pochissimo tempo ha permesso al presidente della Repubblica di cantare vittoria proclamando, dopo aver partecipato ad alcune tornate elettorali locali: “Le minoranze hanno trovato espressione, e la passione della dissidenza è diventata dovere istituzionale.”[6]

Il presente del Partito della Rivoluzione Democratica è il risultato di una storia di diverse organizzazioni e individui che si sono uniti in un partito che mano a mano che cambiava nome, perdeva la sua identità di sinistra, in primo luogo, e poi, nella misura in cui si avvicinava a posizioni di potere, rinunciava al suo ruolo di opposizione. Questo processo di perdita di identità del PRD come partito erede di una corrente della sinistra messicana, è iniziata anni prima della sua fondazione.

Dato il carattere eminentemente elettorale dell’origine, delle attività e perfino dei principi base più importanti del PRD, è necessario seguire queste posizioni per capire il suo sviluppo. La posizione espressa dai rappresentanti dei partiti Comunista Messicano, Messicano Socialista e Socialista Unificato del Messico a fronte delle successive riforme politiche ed elettorali federali introdotte dal 1977, offrono l’opportunità di studiare i cambiamenti di quella corrente della sinistra messicana in quegli anni.[7]

Il PCM si definisce con la Riforma Politica del 1977. Quella degli anni settanta per il Partito Comunista Messicano è stata la crisi degli apparati ideologico-politici del regime, tra i quali si inserivano i partiti, il sistema elettorale e gli strumenti di controllo sul movimento operaio e contadino. La soluzione che il PCM cercava di promuovere per quella crisi politica, si basava sulla democratizzazione del regime, che consisteva in termini generali nell’eliminazione degli ostacoli legali alla partecipazione degli operai, dei contadini e degli intellettuali in tutte le sfere della vita politica, economica e sociale. Il diritto incondizionato di organizzarsi in partiti politici era al centro della soluzione democratica che questo partito proponeva per la crisi di allora.

L’idea di democrazia era presentata associata a quella di partito e la concezione di partito rimetteva all’intervento elettorale, benché ancora non in maniera esclusiva ed assoluta: “Noi comunisti – diceva Arnoldo Martínez Verdugo – siamo a favore di una democrazia nella quale tutti i cittadini, indipendentemente dalla loro posizione sociale, ideologia, credo religioso e idee politiche, godano del diritto di organizzarsi in partiti, intervenire nel processo elettorale con pari condizioni, inviare i propri rappresentanti agli organi eletti, realizzare la propaganda delle proprie idee senza impedimenti ed attraverso gli organi di diffusione di massa, organizzarsi con indipendenza dal governo e dall’industria e lottare per la conquista del potere appoggiandosi sulla maggioranza del popolo secondo il diritto stabilito dalla Costituzione.”[8] Ma questa democrazia, sviluppata fino alle sue ultime conseguenze e con un interesse di classe, poteva condurre anche al socialismo e per questo i membri del PCM dicevano: “vogliamo assicurare il passaggio dalla democrazia borghese, la democrazia formale, alla democrazia reale, la democrazia socialista”.[9]

L’insieme di idee e proposte comuniste circa la riforma elettorale che, dal suo punto di vista chiedeva la società messicana nel 1977, si concludeva con un’esigenza molto rivelatrice, soprattutto perché arrivava dal partito della sinistra, indipendente, di opposizione, rivoluzionario, che voleva essere il Partito Comunista Messicano. Per voce del suo Segretario Generale del Comitato Centrale, il PCM sosteneva: “La condizione indispensabile per contrastare la disparità esistente tra i partiti nei quali si raggruppano i ricchi ed il partito che ha nelle sue mani il potere, da una parte, ed i partiti che rappresentano la parte sfruttata della popolazione, dall’altra, che sono privi dei mezzi economici e delle risorse che ha il potere, è che lo Stato finanzi le spese delle campagne elettorali di tutti i partiti.” Una misura di questa natura – si specificava – non garantirebbe di per sé la parità, ma contribuirebbe a diminuire la disparità e nello stesso tempo “servirebbe a neutralizzare la corruzione”.[10]

In altre parole, attraverso il finanziamento pubblico dei partiti politici, il Partito Comunista offriva allo Stato messicano la strada più breve e sicura per risolvere definitivamente la lotta di classe ponendo fine in una sola volta allo sfruttamento e alla corruzione. Con ciò, il PCM compiva le sue funzioni di partito di opposizione e di sinistra, evitandosi il disturbo di lavorare per un cambiamento rivoluzionario. Ma la cosa più grave e trascendente di quella richiesta era il ragionamento implicito: cioè, se il partito al governo riceveva finanziamenti pubblici era un atto di corruzione, ma se tutti i partiti avessero ricevuto denaro dalla stessa provenienza, allora si sarebbe neutralizzata la corruzione. In altri termini, il PCM invece di esigere il suo sradicamento, chiedeva la socializzazione della corruzione.

Anni dopo questo partito, già col nome di Partito Socialista Unificatore del Messico, si ridefiniva con il Rinnovamento Politico del 1986. Un sessennio di partecipazione elettorale fu sufficiente per indurre gli ex-comunisti ad una depurazione delle proposte ed una ridefinizione di posizioni e di concetti chiave.

Nelle sessioni pubbliche di consultazione per il Rinnovo Politico Elettorale, il Segretario Generale del Comitato Centrale del PSUM aveva anticipato quella che sarebbe stata la principale preoccupazione del suo partito riguardo a questa riforma: il sistema dei partiti politici. Il nuovo obiettivo era “avanzare verso un regime parlamentare democratico che sostituisca il decadente regime presidenziale” precisava Arnoldo Martínez Verdugo, ora diventato deputato federale.[11] A differenza di quello che proponeva come Partito Comunista, per i dirigenti del PSUM smise di essere rilevante il rapporto del partito politico con le classi sociali ed i loro bisogni, il ruolo dei militanti o, perfino, la funzione della partecipazione degli elettori; invece della sua base sociale, la cosa più importante divenne la protezione della legge elettorale in cui si depositavano tutte le speranze e verso la quale si dirigevano tutte le istanze per garantire ai partiti la loro esistenza, crescita e permanenza nel sistema dei partiti. Ma l’abbandono e il cambiamento di posizioni andò molto oltre. Non solo gli operai ed i loro sindacati, le organizzazioni contadine, i carcerati e torturati per motivi politici, o le leggi repressive ed ingiuste smisero di essere aspetti nodali di una vera riforma politica; dal discorso del PSUM sparì anche il socialismo che anni prima aveva proposto il PCM come l’obiettivo che si sarebbe raggiunto con lo sviluppo della democrazia portata alle sue ultime conseguenze. Il nuovo obiettivo dei vecchi comunisti – nonostante il nome del loro partito – non era più il socialismo, ma il parlamentarismo.

Tre anni più tardi il PMS si adattò alla Riforma Elettorale del 1989. Il 6 luglio 1988 non lasciò spazio a precisazioni ideologiche né concetti politici nel senso più ampio del termine: la democrazia e il socialismo, benché ancora lo conservasse nel nome di Partito Messicano Socialista, non avevano più importanza alcuna di fronte all’urgenza di denunciare la parzialità di un sistema elettorale studiato e perfezionato a misura delle necessità del partito di governo. L’intervento sul tema “Diritti politici e rappresentanza nazionale” a cura – ancora una volta – di Arnoldo Martínez Verdugo, si concentrò sul sistema elettorale messicano; il relatore concluse il suo intervento chiarendo che le proposte che aveva fatto corrispondevano alle posizioni sia del Partito Messicano Socialista sia del Comitato Promotore del Partito della Rivoluzione Democratica.[12]

Da quanto esposto dai suoi rappresentanti, si può concludere che gli interventi del PMS nelle udienze pubbliche della riforma del 1989 furono contrassegnati dalle elezioni federali del 1988 a tal punto che il voto divenne l’asse portante tanto delle loro critiche quanto delle loro proposte: “La cosa essenziale di una riforma democratica è il rispetto del suffragio”, affermazione di Porfirio Muñoz Ledo che potrebbe ben essere l’epitaffio della tappa comunista-socialista dei partiti che diedero origine al PRD. Dalla trasformazione del sistema economico, sociale e politico per l’instaurazione del socialismo, presente nei documenti del PCM alla fine degli anni ’70, alla fine degli anni ’80 si era arrivati a chiedere un sistema pluripartitico come obiettivo storico del PMS, e del PRD alla vigilia della sua fondazione. Durante quegli anni il partito si trasformò in un apparato elettorale che credette di trovare la sua migliore giustificazione nelle elezioni del 1988 ed il cui interesse primario nelle riforme elettorali era di includere nella legislazione le garanzie necessarie per porre dei limiti agli eccessi, usi ed abusi del PRI, e contemporaneamente consacrare l’alternanza politica come principio costituzionale; tutto ciò al fine di sgomberare la strada verso il potere che vedeva così vicino.

Transitare da un sistema di partiti ad un altro o perfezionare il sistema elettorale, non significa in nessun caso sovvertire l’ordine socioeconomico. Con questi obiettivi non si riuscirebbe nemmeno a trasformare, nell’essenza, il regime politico. Le critiche e le proposte presentate dai rappresentanti del PMS nelle udienze della Riforma Elettorale del 1989, non contengono niente di distintivo né proprio di un partito di sinistra, niente che un partito di opposizione, formale o reale, di destra moderata o estrema non possa sottoscrivere senza problema.

Nell’anno della riforma elettorale del 1993, il PRD perse consensi. La pratica di organizzare udienze pubbliche alle quali partecipavano rappresentanti di diverse organizzazioni ed istituzioni, oltre ai portavoce dei partiti, e dove si esponevano diverse posizioni politiche prima di ogni riforma elettorale, si era chiusa nel 1989, data in cui iniziò l’era della partecipazione plurale, degli accordi concertati e delle decisioni per consenso, meccanismi introdotti dai primi atti di governo di Carlos Salinas de Gortari con l’intento di coinvolgere tutti i partiti nelle decisioni del potere ed in questo modo corresponsabilizzarli delle stesse. Dopo le elezioni legislative del 1991, una volta cambiata la composizione politica della Camera dei Deputati e con il PRI che aveva recuperato un numero importante di poltrone perse nel 1988, fu più facile ed utile per il titolare del Potere Esecutivo federale ricorrere a quei meccanismi senza gravi rischi politici.

Con la riforma del 1993 si stabilì un procedimento più chiuso che in tutte le riforme precedenti. Il PRD presentò in date diverse due tipi di riforme per differenti ordinamenti legali. Le modifiche presentate nel Congresso dell’Unione nel 1992-1993 esprimevano l’attitudine del PRD avviata dai suoi predecessori e sviluppata lungo molti anni: le iniziative erano volte a sollecitare un maggiore intervento dello Stato a beneficio dei partiti ufficiali e, complementarmente, erano dirette a permettere una maggiore ingerenza dello Stato stesso nella vita interna dei partiti in questioni che dovrebbero essere di competenza esclusiva dei suoi membri, o in extremis, dell’insieme dei cittadini.

Le idee proprie, il carattere distintivo delle proposte e l’identità politica di ogni partito sparirono dalle riforme elettorali a partire dal 1994 cedendo il passo ad accordi o compromessi, ed alle iniziative sottoscritte congiuntamente dai partiti formalmente opposti.

Le riforme introdotte nel 1994 alla Costituzione in materia elettorale, al Codice Federale di Istituzioni e Procedure Elettorali ed al Codice Penale sottoscritte da legislatori federali del PRD, del PRI, del PAN e del PARM, furono precedute da un “Compromesso per la pace, la democrazia e la giustizia” che i dirigenti nazionali e/o candidati alla Presidenza della Repubblica di otto dei nove partiti in gara per la successione presidenziale allora in corso, avevano elaborato come risposta all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, il giorno 27 dello stesso mese del sollevamento armato[13].

Malgrado l’irruzione di un movimento armato in piena campagna elettorale fosse un fatto che di per sé rappresentava la riprovazione del regime politico e del sistema dei partiti esistenti, i rappresentanti dei partiti nazionali ufficiali si unirono nel cosiddetto Compromesso per “sbarrare il passo a tutte le forme di violenza” e per negare validità a qualunque altro tipo di forza politica e di spazio diversi da loro, rivendicando per sé il monopolio della lotta per la democrazia. L’avanzamento democratico – proclamavano i firmatari del documento – deve avvenire negli spazi dei partiti politici e delle istituzioni repubblicane”, ed il loro contributo al processo di pace era inteso come l’unione di forze per garantire una “elezione legale e credibile” che servisse al rafforzamento democratico del paese e dell’ordine costituzionale.[14]

Conformemente al ruolo centrale che i dirigenti nazionali ed i candidati presidenziali attribuirono ai loro partiti nel documento citato, la parte centrale della riforma del 1994 inserita nell’articolo 41 costituzionale e nei corrispondenti articoli del COFIPE, voleva “ciudadanizar” l’integrazione dell’organo superiore dell’autorità elettorale[15]. Ma contrariamente alla domanda sorta da organizzazioni della società civile e da altre forze politiche come l’EZLN, nell’elezione di quella “rappresentanza cittadina” negli organi elettorali, non sarebbero intervenuti i cittadini. La riforma diceva che invece di Consiglieri Magistrati proposti dall’Esecutivo Federale, il Consiglio Generale dell’Istituto Federale Elettorale sarebbe stato formato da Consiglieri Cittadini designati – non dai cittadini, bisogna insistere – bensì dai partiti politici della Camera dei Deputati, oltre che dai rappresentanti stessi di ogni partito politico.

Con questa riforma l’impostura raggiungeva rango costituzionale. Diventava realtà l’antica aspirazione dei partiti che, come il PCM dal 1977, proponevano che nell’organismo di massima autorità elettorale si inserissero “cittadini di riconosciuta probità e indipendenza, scelti all’unanimità dai propri partiti”; si consolidava inoltre la vecchia intenzione governativa di dotare i partiti ufficiali del carattere di interlocutori politici unici per decidere a nome di tutti i cittadini. Congiuntamente, partiti e governo, invocando la pace, la democrazia e la giustizia, di comune accordo emarginavano quella società civile che condivideva le istanze più forti, quelle ascoltate il 1° gennaio di quell’anno di riforme, insurrezione, omicidi ed elezioni.

Il PRD si diluisce nella Riforma Elettorale Definitiva del 1995-1996. Se dopo il 1989 la pratica delle udienze o consultazioni relativamente pubbliche era sparita, e se a partire dal 1994 i partiti avevano rinunciato alla loro identità astenendosi dal presentare iniziative proprie, nel 1996 queste due condotte arrivano all’estremo. Il paese intero ignorava quello che i dirigenti dei partiti ufficiali discutevano e negoziavano con la Segreteria di Governo durante i venti mesi circa del “encierro en Barcelona“.

Meno di un mese dopo lo scoppio della crisi finanziaria con cui si inaugurò il nuovo governo, e meno di un mese prima dell’offensiva militare contro gli zapatisti, avvenimenti che segnarono il sessennio di Ernesto Zedillo, i dirigenti dei partiti politici nazionali ed il titolare del Potere Esecutivo federale firmarono i “Compromessi per un Accordo Politico Nazionale” col quale sarebbero iniziati i negoziati di quella che lo stesso Zedillo aveva annunciato come una Riforma Elettorale Definitiva a livello federale, nella cornice della Riforma dello Stato. Come nei Compromessi di un anno prima, non potendo ignorare del tutto la realtà nazionale, partiti e governo insistettero nell’omettere qualunque riferimento diretto all’EZLN ed in quella occasione nemmeno lo stato del Chiapas era menzionato per nome.

Dai documenti conclusivi che precedettero i testi delle iniziative di riforma, tutti i dirigenti dei partiti concordavano con la Segreteria di Governo sul fatto che bisognasse privilegiare il finanziamento pubblico su quello privato per rafforzare i partiti politici, incrementando l’importo totale fino ad allora devoluto ed inoltre condividevano l’idea di stabilire un limite all’importo totale e di abbassare i contributi in denaro che i partiti politici potevano ricevere dai loro simpatizzanti.[16]

Queste disposizioni hanno avuto conseguenze in tre aspetti fondamentali. Da una parte, lungi dal rafforzare l’opposizione, il crescente finanziamento pubblico ha indebolito politicamente i partiti approfondendo la loro dipendenza allo Stato al punto che nessuno di loro si arrischierebbe oggi a vivere prescindendo da questa fonte di risorse. D’altra parte ed in certa misura conseguenza del precedente, la riduzione legale e reale dei contributi dei simpatizzante si è tradotta in una diminuzione dell’interesse e dell’impegno politico dei militanti che in altri tempi erano il sostegno dei loro partiti, relazione che in molti casi si è invertita degenerando in una militanza stipendiata o prezzolata. Infine, una conseguenza diretta del finanziamento pubblico in contanti, è stata la crescente ingerenza dello Stato e di diverse entità pubbliche nel funzionamento interno dei partiti, al fine di verificare, investigare o controllare entrate e uscite.

Benché nel 1999 non ci fu alcuna riforma politica né elettorale, è indispensabile considerare l’esercizio di quell’anno dei partiti rappresentati nella Camera dei Deputati, dato che è la sintesi concentrata dell’astrazione dell’opposizione in generale, ed in particolare di chi voleva rappresentare la sinistra. Deputati federali dei gruppi parlamentari di PAN, PRD, PT, PVEM ed Indipendente, proposero un’iniziativa di decreto per riformare, addizionare e derogare diverse disposizioni del COFIPE. Il PRD si confuse in quell’iniziativa.

L’atteggiamento, le preoccupazioni e perfino il tono ed il linguaggio usato per motivare l’iniziativa del 1999 non corrispondevano a quelli di un’opposizione cosciente di esserlo, e non è possibile trovare legami tra questo documento e le storiche istanze della sinistra messicana. Attraverso questa iniziativa il PRD condivide posizioni con la destra tradizionale e quella ufficiale: come rappresentanti popolari, come opposizione e come sinistra che vuole essere, il PRD si confonde con i difensori di un governo per il quale cerca stabilità politica e con i beneficiari di un regime al quale offre di contribuire a garantire condizioni di governabilità; nel consenso partiti-governo per la riforma costituzionale del 1996 il PRD credette di vedere “l’opportunità di una transizione democratica concordata” e per il processo elettorale alle porte – quello del 2000 – la cosa più importante era creare le condizioni di certezza e fiducia tra i messicani in un sistema elettorale costruito dal potere per la conservazione dello stesso.

In conclusione: L’analisi della catena di partiti che si sono considerati di sinistra, dal PCM fino all’attuale PRD, attraverso le loro proposte per riformare le condizioni legali di partecipazione politico-elettorale dei messicani, mostra come, gradualmente ma costantemente dal 1977, i partiti si sono allontanati dalla società civile mentre nello stesso tempo continuano ad occupare il posto di essa col pretesto di rappresentare gli interessi dei governati di fronte e al potere. Dunque non è casuale che i dirigenti dei partiti, coincidendo con i rappresentanti del governo, concentrino l’interesse su riforme e proposte che privilegiano la democrazia rappresentativa formale, al di sopra di qualunque altra possibilità di esercizio della democrazia da parte dei cittadini.

Durante questi anni di continue riforme elettorali è chiaramente percepibile l’abbandono degli obiettivi sociali, economici e politici propriamente detti della lotta dei partiti e della loro ragion d’essere, mentre al loro posto appaiono altri obiettivi che non hanno niente a che vedere con i problemi quotidiani dei cittadini, con i bisogni della società. Perciò, questa revisione storica di una corrente della sinistra di partito, evidenzia che chiamare democrazia le elezioni non è un semplice errore concettuale, ma è l’origine dell’abbandono della lotta per una società nuova e più giusta che anticamente chiamavano socialista.

L’osservazione delle istanze di questi partiti nell’insieme, permette inoltre di rilevare come, in pochissimi anni, i loro obiettivi si siano ridotti sia come partito politico che opposizione di sinistra, e continuino a rivolgere la loro attenzione allo Stato, concentrando il loro interesse sull’ottenere più risorse finanziarie, più spazio sui mezzi di comunicazione e nuovi spazi di potere, e identificandosi sempre di più con un sistema che fornisce loro il necessario per vivere e riprodursi.

In termini diretti: 40 anni di partecipazione politica dentro il sistema elettorale legale dimostrano che l’unica cosa che la sinistra istituzionale è riuscita a rafforzare, è il sistema nel suo insieme, legittimarlo e prolungare la sua esistenza, ma non distruggerlo, e nemmeno cambiarlo. Ma peggiorarlo ancora di più. Durante questi 40 anni è iniziato un nuovo ciclo di accumulazione, si è sviluppato ed è ancora in corso “un violento processo di espansione universale della relazione di capitale, di ristrutturazione delle relazioni tra i multipli capitali e, soprattutto, delle forme e contenuti della dominazione, la resistenza e la ribellione”[17] senza che apparentemente quegli stessi partiti politici di sinistra si rendessero conto del ruolo che stavano svolgendo dai diversi spazi di potere che hanno occupato, in maniera particolare ed ininterrotta, nelle camere del Potere Legislativo federale. Spetta loro il per nulla rispettabile merito storico di avere avallato le successive riforme che hanno condotto a trasformare la Costituzione Politica degli Stati Uniti Messicani in un “grande codice commerciale” [18]  perché nel centenario della sua promulgazione, questa “non tutela più i diritti dei contadini, dei lavoratori o degli indigeni. Nemmeno garantisce alla popolazione i diritti alla salute, all’educazione, al lavoro; né protegge le proprietà nazionali, collettive e comunali. Al contrario, ora privilegia gli interessi del capitale. Spiana la strada ai grandi commerci sui diritti economici, sociali, culturali ed ambientali dei messicani.”[19] Se hanno trasformato la Costituzione in un codice commerciale, al sistema giuridico nel suo insieme hanno fornito gli strumenti per funzionare come un altro dei “mezzi di spoliazione”[20] del capitale contro i popoli indigeni.

Tra i disastrosi risultati che hanno disseminato in tutto il paese i partiti politici della sinistra istituzionale che si vantano di avere “preso il potere”, per la via elettorale, in differenti spazi e livelli di governo, abbondano i motivi per porre le basi e promuovere una forma alternativa di partecipazione politica che il CNI si dispone ad avviare per “eliminare dalle comunità tutto quello che ci divide: partiti politici, programmi e progetti di governo e tutto quello che ci divide, e riconciliarci come popoli.”[21]

Sebbene il CNI e l’EZLN abbiano chiesto che l’indignazione, la resistenza e la ribellione che si respirano in tutto il Messico figurino nelle schede elettorali del 2018, l’hanno fatto precisando che “non è nostra intenzione competere in niente con i partiti e tutta la classe politica che ancora ci deve molto: ogni morto, scomparso, carcerato, ogni depredazione, ogni repressione ed ogni disprezzo. Non confondeteci, non vogliamo competere con loro perché non siamo la stessa cosa, non siamo le loro parole bugiarde e perverse. Siamo la parola collettiva del basso e a sinistra, quella che scuote il mondo quando la terra trema con epicentri di autonomia, e che ci rendono orgogliosamente diversi […]”[22]

La decisione del V Congresso del CNI, previa consultazione, di nominare un Consiglio Indigeno di Governo collettivo, con rappresentanti di ogni popolo, tribù e nazione che lo compongono e con una portavoce donna indigena che sarà candidata indipendente alla presidenza del Messico nelle elezioni del 2018, ha come una delle sue mete non di andare contro i “partiti di sinistra” che aspirano a “prendere il potere” a quelli di sopra – glielo lasciano! – bensì esercitare il potere che hanno quelli in basso quando sono organizzati. Proponendosi di partecipare alle prossime elezioni federali, il Consiglio Indigeno di Governo non divide la sinistra istituzionale dedita a dividersi da sé stessa, né toglie voti ai partiti, dato che ci sono troppi cittadini nella nostra società, forse più del 50% distribuiti su tutto il territorio della Repubblica Messicana e fuori, che sono stufi e da anni non vogliono saperne niente dei partiti politici.

Per questo e forse pensando a loro l’EZLN stima che l’azione del CNI intorno a questo Consiglio e a questa donna indigena potrebbe generare “un processo di riorganizzazione combattiva non solo dei popoli originari, ma anche di operai, contadini, impiegati, coloni, maestri, studenti, infine, di tutta quella gente il cui silenzio e immobilismo non sono sinonimi di apatia, ma di assenza di proposte […], potrebbe nascere un movimento dove confluiscano tutti gli “abajos“, un grande movimento che sconvolga l’intero sistema politico.”[23]

La proposta dell’EZLN-CNI non divide, mette allo scoperto i partiti politici, proponendosi come oggettivo quello di unire, ricostituire i popoli indigeni e ricostruire il CNI; riunire i popoli per dare un’altra volta visibilità agli indigeni e a quello che sta succedendo nei loro territori; trovarsi con altri indigeni, parlare ed ascoltare altri popoli originari; unire popoli, nazioni e tribù che non fanno parte del CNI e che accettino i principi di comandare ubbidendo; trovarsi con altri ed altre che non sono indigeni, ma che ugualmente soffrono senza speranza né alternative.

La proposta del CNI-EZLN vuole scuotere la coscienza della nazione, è un appello all’unione e all’organizzazione dei popoli indigeni e della società civile per fermare la distruzione del paese, per difendere la vita individuale e collettiva, per rafforzare le resistenze e le ribellioni, rafforzare il potere in basso e a sinistra in una prospettiva contro il neoliberismo, contro il capitalismo.

Città del Messico/San Cristóbal de Las Casas, 14 aprile 2017

 

Traduzione “Maribel” – Bergamo

Testo originale: http://radiozapatista.org/?p=21631

 

* Docente di Scienze Politiche alla Facoltà di Scienze Politiche e Sociali dell’Università Nazionale Autonoma del Messico.

[1] Leopoldo Ramos, “Il capo di Governo crede che il sole azteco possa unirsi”, Saltillo, Coah., La Jornada, 8 marzo 2017, p. 13.

[2] Paulina Fernández Christlieb, Justicia Autónoma Zapatista. Zona Selva Tzeltal. México, Estampa Artes Gráficas/Ediciones Autónom@s, 2014, p. 298.

[3] Susana González G. “México, tercer país que más paga por transferir apoyos a pobres”. La Jornada, 20 de marzo de 2017, p. 18.

[4] 2ª. Declaración de la compartición CNI- EZLN sobre el despojo a nuestros pueblos. 16 de agosto de 2014.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2014/08/16/2a-declaracion-de-la-comparticion-cni-ezln-sobre-el-despojo-a-nuestros-pueblos/

CNI-EZLN. Que retiemble en sus centros la tierra, 14 de octubre de 2016.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/10/14/que-retiemble-en-sus-centros-la-tierra/?utm_source=feedburner&utm_medium=email&utm_campaign=Feed%3A+EnlaceZapatista+%28Enlace+Zapatista%29

[5] Comunicado CNI-EZLN. Parte de guerra y de resistencia # 44, 22 de septiembre de 2016.

http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/09/22/parte-de-guerra-y-de-resistencia-44/

[6] José López Portillo. Sexto Informe de gobierno. Informe complementario. México, Talleres Gráficos de la Nación, 1982.

[7] Una exposición más extensa y detallada está publicada en Paulina Fernández Christlieb, “Desde el pasado del PRD, por las reformas electorales”, en Arturo Anguiano (Coord.), Después del 2 de julio ¿dónde quedó la  transición? Una visión desde la izquierda. México, UAM-X, 2001, pp. 177-203.

[8] Ibid. p. 130.

[9] Ibid. p. 131.

[10] Ibid. p. 134.

[11] Dip. Arnoldo Martínez Verdugo, del PSUM. “Tercera Audiencia Pública. Partidos Políticos Nacionales”. Renovación Política. Renovación Política Electoral. 1. Audiencias Públicas de Consulta, México, Secretaría de Gobernación, septiembre de 1986, p. 161.

[12] “El C. Arnoldo Martínez Verdugo, del PMS.” “Primera Audiencia Pública. 1° de febrero de 1989. Derechos políticos y representación nacional.” Consulta Pública sobre Reforma Electoral. Memoria 1989. I. México, Comisión Federal Electoral, 1989, p. 79-82.

[13] Firmarono questo accordo: Diego Fernández de Cevallos, candidato del PAN a la Presidencia de la República; Luis Donaldo Colosio Murrieta, candidato del PRI a la Presidencia de la República; Fernando Ortíz Arana, Presidente del CEN del PRI; Cuauhtémoc Cárdenas, candidato del PRD a la Presidencia de la República; Porfirio Muñoz Ledo, Presidente Nacional del PRD; Rafael Aguilar Talamantes, candidato y Presidente del PFCRN; Rosa María Denegri, Presidente Nacional del PARM; Marcelo Gaxiola Félix, candidato y Presidente del PDM; Pablo Emilio Madero, candidato del PDM a la Presidencia de la República; Cecilia Soto, candidata del PT a la Presidencia de la República; y Jorge González Torres, candidato y Presidente del PVEM.

[14] “Compromiso para la paz, la democracia y la justicia. 27 de enero de 1994” en Guillermo Flores Velasco y Jorge Torres Castillo (Comps.) La reforma del Estado: agendas de la transición, México, INFP-PRD, 1997, p. 187-191.

[15] Diario de los Debates de la Cámara de Diputados, 22 de marzo de 1994, y Diario de los Debates de la Comisión Permanente del Congreso de la Unión de los Estados Unidos Mexicanos, 24 de marzo de 1994. También puede consultarse: 1994 tu elección. Memoria del Proceso Electoral Federal. México, IFE, 1995, p 23 y ss.

[16] Cfr. Ibid., p. 128 y ss., y “Conclusiones alcanzadas en la Secretaría de Gobernación por el Partido Revolucionario Institucional, el Partido de la Revolución Democrática y el Partido del Trabajo en materia de reforma electoral y reforma política del Distrito Federal”, publicado en los principales diarios de circulación nacional el 22 de abril de 1996.

[17] Rhina Roux, “El Príncipe fragmentado” en Gilly, Adolfo y Rhina Roux, El tiempo del despojo. Siete ensayos sobre un cambio de época. México, Editorial Itaca, 2015, p. 115.

[18] “Il docente in diritto Manuel Fuentes Muñiz s segnala che l’attuale modello di Costituzione non corrisponde agli interessi nazionali. ‘È un modello dove si è sostituito il paese con l’impresa. È l’impresa e gli investimenti quello che ora si protegge. Questo ha a che vedere con l’usura e col profitto privato. Ora abbiamo uno Stato piccolo ma rozzo. Abbiamo un codice commerciale più che un codice sociale’, sostiene.” Intervista di Zósimo Camacho edito in: “A 100, la Costituzione privilegia interessi del capitale” per Contralínea 524, 29 gennaio-04 febbraio 2017. http://www.contralinea.com.mx/archivo-revista/index.php/2017/01/29/a-100-la-constitucion-privilegia-intereses-del-capital/

[19] Idem.

[20] Escribió el SupGaleano: “En pocas palabras: para los pueblos originarios el sistema jurídico es sólo un medio de despojo.” Comisión Sexta del EZLN. El Pensamiento Crítico frente a la Hidra Capitalista I. s.p.i., p. 289.

[21] Acuerdos del V Congreso Nacional Indígena CNI. Ratificación de acuerdos alcanzados en mesas y plenaria del 31 de diciembre de 2016. Documento leído el 1 de enero de 2017 en el Caracol de Oventik. Audio: http://radiozapatista.org/?p=19968 (transcripción PFC).

[22] CNI y EZLN. ¡Y Retembló!, Informe desde el epicentro… Declaración del V Congreso Nacional Indígena. Desde Oventik, Territorio Zapatista, Chiapas, México, 1 de enero de 2017. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2017/01/01/y-retemblo-informe-desde-el-epicentro/

[23] Subcomandante Insurgente Moisés y Subcomandante Insurgente Galeano. Una historia para tratar de entender. 17 de noviembre de 2016. http://enlacezapatista.ezln.org.mx/2016/11/17/una-historia-para-tratar-de-entender/

 

Sorgente: La proposta dell’EZLN-CNI non divide, mette allo scoperto i partiti politici. | Comitato Chiapas “Maribel”

Indigenizzarsi

Gustavo Esteva

La proposta del Congresso Nazionale Indigeno (CNI) e degli zapatisti è un appello molto ampio che viene rivolto all’intera società e che esige risposte chiare e impegnate.

Ci chiama innanzitutto a prestare attenzione alla situazione dei popoli indigeni, alla costante aggressione a cui sono sottoposti, alla dignità di cui danno prova sul fronte dell’attuale guerra a cui sono stati condotti. Imparare a vedere con chiarezza quello che si sta verificando con loro è anche un modo per approfondire la comprensione della situazione attuale, che riguarda tutte e tutti. Siamo chiaramente in un momento di pericolo, e prestare l’orecchio al richiamo del CNI è un modo per svegliarci.

L’appello è molto esplicito: non è rivolto soltanto ai popoli indigeni. Anche il Consiglio Indigeno di Governo non è soltanto per loro. Cercano alleanze con persone e gruppi molto diversi, con l’immensa gamma di scontenti che sono emersi e in particolare con quelli che condividono la loro scelta anticapitalistica e lottano come loro dal basso e a sinistra. Non si mettono a competere con nessuno per i voti, perché il loro obiettivo è quello di mettere in luce le condizioni attuali dei popoli indigeni e di contribuire alla ricostruzione sociale e politica, smantellando gli apparati marci dello Stato.

La proposta riaccende innanzi tutto vecchi dibattiti sull’identità indigena, che possono essere appassionanti e produttivi, ma anche destabilizzanti e pericolosi.

Bisogna riconoscere, prima di tutto, che la maggior parte di coloro che appartengono a popoli indigeni non definiscono se stessi come ‘indigeni’. Associano la loro identità fondamentale alle loro matrie [declinazione al femminile del termine patriarcale “patria”], ai luoghi della Madre Terra a cui appartengono e ai popoli di cui fanno parte. Sono zapotechi del Rincón o triqui di Chicahuaxtla, o più chiaramente sono ciò che dicono nelle loro lingue quando esprimono ciò che sono stati e sono: “gli uomini della vera parola”, ad esempio. Non si chiamano indigeni.

Il termine indigeno ha cominciato ad essere utilizzato quando si è riconosciuto che “indio” era un’espressione peggiorativa, ma questo non ha eliminato il carattere coloniale dell’etichetta applicata ai popoli assai diversi che esistevano nel territorio invaso dagli spagnoli. La Reale Accademia mantiene le accezioni peggiorative di “indio” e mette in luce l’equivoco coloniale di “indigeno”: “originario del Paese in questione”. I popoli di qui esistevano prima del Paese…

Anche a causa di queste difficoltà ed equivoci, e per evitare le etichette coloniali, si è cominciato ad usare l’espressione “popoli originari” o “nativi”, con cui si intende sottolineare il loro carattere autentico, la loro esistenza precedente alla costituzione dello Stato-nazione. Ma non è un’espressione popolare e comunemente diffusa, e risulta insufficiente.

Da anni, e in particolare dalla Dichiarazione di Barbados (1971), il termine “indigeno” ha cominciato ad essere usato come affermazione politica, il che gli ha dato un significato nuovo. In questo senso viene utilizzato nella convocazione del Foro Nazionale Indigeno e più ancora nel documento con cui è stato costituito il Congresso Nazionale Indigeno, che ha potuto dichiarare con fermezza: “Mai più un Messico senza di noi”, con il noi chiaro e fermo di tutti quei popoli originari. Il CNI non è stato creato come un’organizzazione, un partito o una forma di categorizzazione, ma come uno spazio di incontro di coloro che sono assemblea quando sono insieme e sono rete quando sono separati.

Il CNI ha segnalato che accetterà al suo interno o nel Consiglio Indigeno di Governo qualsiasi persona che si dichiari indigena, secondo il principio di autodefinizione riconosciuto a livello internazionale.

Ma che fare con gli altri?

Chi sono i non indigeni?

Come si costituiscono o si identificano, al di là di categorie astratte come quella di uomini o donne, messicane o messicani?

L’esigenza di organizzarsi riguarda anche loro, perché possano costituire dei noi reali, capaci di autonomia e di autogoverno. Rolando Vamos propone che si “indigenizzino”, se il termine è inteso come il legame con un luogo. Se infatti gli individui sradicati costruiti dal capitalismo e dallo Stato nazione abbandonano questa condizione di oppressione e mettono radici in un luogo fisico e culturale, se costruiscono matrie a cui decidono liberamente di appartenere, starebbero contribuendo alla ricostruzione della società.

Tutto questo richiederà molte demarcazioni, sia a livello di mentalità che nella pratica. C’è inevitabilmente bisogno di tracciare delle linee, perché nella lotta che conduciamo e che si intensifica giorno dopo giorno è importante sapere chi è chi. Non stiamo lottando nel vuoto. Viviamo in guerra. Se non è chiaro da quale parte ciascuno milita, si può trovarsi a collaborare con il nemico. Queste distinzioni saranno sempre più necessarie, indipendentemente dalle identità che derivano dalla nascita o dall’affiliazione.

14/08/2017

La Jornada

Traduzione di Camminar Domandando

tratto da Cronache Latinoamericane

https://cronachelatinoamericane.wordpress.com/2017/08/28/indigenizzarsi/

Traduzione di Camminar Domandando:
Gustavo Esteva, Indigenizarse” pubblicato il 14-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/14/opinion/020a1pol] ultimo accesso 01-09-2017.

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Nell’Amazzonia a rischio il “polmone verde del mondo” per l’apertura alle imprese minerarie

Redazione Desinformémonos

Il governo brasiliano ha deciso, mediante un decreto presidenziale, di aprire le porte di una gigantesca riserva naturale dell’Amazzonia alle imprese minerarie. Questa decisione è “un grave arretramento nella lotta” per proteggere il polmone verde del mondo, ha denunciato un gruppo di attivisti del WWF.

“È il maggiore attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, dichiara ai media locali il senatore ambientalista Randolfe Rodrigues.

Michel Temer ha recentemente autorizzato l’estinzione di una riserva naturale di più di 47 mila chilometri quadrati situati tra gli stati brasiliani del Pará e del Amapá per l’estrazione di oro e di altri minerali nobili. Da 33 anni, l’attività mineraria e commerciale della zona era a carico della Compagnia Brasiliana di Risorse Minerali e delle imprese autorizzate da questa.

La Riserva Nazionale di Rame e Associati (Renca), fu creata nel 1984 durante il regime militare di João Figueiredo. Lì attualmente si sfrutta il rame, ma studi geologici segnalano che c’è oro, manganese, ferro e altri minerali. L’area, ricca di oro e altri minerali, ingloba nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, i Boschi Statali del Parú e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattiva Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le terre indigene Waiãpi e Río Paru d`Este.

Organizzazioni non governative, come il WWF, considerano la misura un arretramento nella protezione dell’Amazonia, “questa decisione mette a rischio nove aree protette, fatto che potrebbe causare impatti irreversibili all’ambiente e ai popoli della regione”. La riserva conta, inoltre, su due territori indigeni, nei quali non è possibile fare attività mineraria, per cui si fa pressione su una regione intatta dell’Amazonia. Quando si apre all’attività mineraria, oltre all’attività formale, si incentivano attività di estrazione illegale, invasione di terre pubbliche, deforestazione e sorgono conflitti sociali con i popoli indigeni” ha dichiarato Mauricio Voivodi, direttore esecutivo del WWF Brasile.

“L’estinzione della riserva naturale può promuove l’invasione di terre e fare pressione affinché le comunità indigene facciano degli accordi con le attività clandestine di minatori illegali”, ha aggiunto Voivodic.

Dopo la pubblicazione del decreto presidenziale dell’estinzione Renca (Riserva Nazionale di Rame e Associati), otto senatori hanno presentato un progetto di legge per bloccarla. “Il decreto presuppone il maggiore attacco all’Amazonia degli ultimi 50 anni. Nemmeno la dittatura militare osò tanto”, ha dichiarato ai media locali, il senatore Randolfe Rodrigues.

Il legislativo sostiene che “l’obiettivo è quello di attrarre investimenti, con la creazione di ricchezza per il paese, di lavoro e di reddito per la società, basato sempre sui precetti della sostenibilità”.

“Oltre allo sfruttamento demografico, alla deforestazione, alla perdita della biodiversità e allo smisurato sfruttamento delle risorse idriche, sorgeranno i conflitti agrari, l’espulsione dei popoli indigeni dai loro territori” aggiungono gli esperti del WWF.

Ricercatori annunciano l’imminente distruzione della conca delle Amazzoni

Da parte loro, dei ricercatori guidati da Edgardo Latrubesse, hanno avvertito in un loro studio chiamato Indice di Vulnerabilità Ambientale delle Dighe (DEVI, nella sua sigla in inglese) che portando a termine l’iniziativa di soddisfare le necessità energetiche mediante 428 dighe idroelettriche si mette a rischio l’Amazonia, modificando il flusso di nutrienti che portano i fiumi, la biologia e anche il clima del luogo.

“I principali fattori di deterioramento degli ecosistemi sono la deforestazione, le alterazioni del flusso dei fiumi, la massiccia perdita della biodiversità e l’erosione del suolo”, segnalano gli esperti.

La dimensione dell’impatto può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. I valori DEVI più alti (che quantificano la vulnerabilità di un’area su una scala da 0 a 100) si trovano nel fiume Maeira (80 punti), e i fiumi Marañón e Ucayali, rispettivamente di 72 e 61 punti, con 104 e 47 dighe progettate o costruite.

La cosa più allarmante è la conclusione a cui è giunto Edgardo Latrubesse: “La dimensione degli impatti può essere non solo regionale, ma anche a livello dell’emisfero. Se si costruiscono tutte le dighe previste nella conca, i loro effetto cumulativo provocherà un cambiamento nei sedimenti che fluiscono nell’Oceano Atlantico, fatto che potrebbe ostacolare il clima regionale”.

Con informazioni di Telesur e RT in spagnolo

27 agosto 2017

Desinformémonos

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Redacción DesinformémonosEn riesgo el “pulmón verde del mundo” en el Amazonas por apertura a mineras” pubblicato il 27-08-2017 in Desinformémonossu [https://desinformemonos.org/riesgo-pulmon-verde-del-mundo-amazonas-apertura-mineras/] ultimo accesso 28-08-2017.

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Risuona il grido: l’Amazzonia è nostra

Carolina da Silveira Bueno e Thais Bannwart

Gli aggiustamenti economici e l’annuncio del nuovo pacchetto fiscale promossi dal governo Temer acutizzano la crisi brasiliana. Subiamo un deterioramento dei servizi pubblici, specialmente nella sanità e nell’educazione, un aumento della disoccupazione e della popolazione senza tetto. Come dire, gli aggiustamenti promossi dal governo consolidano privilegi e tagliano diritti. Si tratta di un gruppo che ha un progetto di paese elitario e di smantellamento dei beni e dei servizi pubblici garantiti dalla Costituzione del 1988.

La politica di austerità -politica di riduzione della dimensione dello stato- realizzata dal governo Temer ha raggiunto un limite inaccettabile. Pochi giorni fa, nel settore socio-ambientale, il governo ha soppresso la Riserva Nazionale del Rame (Renca) per rendere possibile lo sfruttamento minerario da parte di compagnie private. Si tratta di un’area di 47.000 km2 di bosco chiuso dell’Amazzonia, equivalente alla superficie dello stato di Espírito Santo.

La riserva è fondamentalmente ricca di oro, ma possiede anche tantalio, minerale di ferro, nichel, manganese e altri minerali. Ospita, inoltre, nove aree protette: il Parco Nazionale Montagne del Tumucumaque, le Selve Statali del Paru e dell’Amapá, la Riserva Biologica di Maicuru, la Stazione Ecologica del Jari, la Riserva Estrattivista del Río Cajari, la Riserva di Sviluppo Sostenibile del Río Iratapuru e le Terre Indigene Waiãpi e Río Paru d’Este.

Con meno di un 5% di sostegno popolare, il minore di un presidente dalla ridemocratizzazione del paese, Michel Temer ha messo fine, mediante un decreto, ad una norma che stabiliva che soltanto la Compagnia di Ricerca delle Risorse Minerarie (CPRM), appartenente al ministero delle Miniere e dell’Energia, poteva fare esplorazioni minerarie nell’area. Lo squilibrio socio-ambientale, che può giungere a prodursi se le compagnie minerarie private cominciano lo sfruttamento di quella regione, avrà innegabili conseguenze catastrofiche.

La selva amazzonica costituisce un ecosistema di singolare importanza per la regolazione climatica del Brasile e del mondo.

Ricerche effettuate dalla Fondazione di Supporto alla Ricerca dello Stato di San Paolo in associazione con l’INPE (Istituto Nazionale di Ricerche Spaziali), mostrano che la selva amazzonica produce un fenomeno conosciuto come “fiumi volanti”. I fiumi volanti sono fiumi aerei di vapore pompati verso l’atmosfera dalla selva e spiegano il fatto che la regione del quadrilatero i cui vertici sono Cuiabá, Buenos Aires, San Paulo e le Ande sia una regione verde e umida, mentre altre regioni della medesima latitudine del mondo sono estesi deserti.

I fiumi volanti sono i servizi ecosistemici, forniscono le condizioni climatiche adeguate affinché quel quadrilatero sia responsabile del 70% del PIL dell’America del Sud, dove si concentra la maggior parte della produzione agricola e industriale e dove sono i grandi centri urbani.

La deforestazione inerente allo sfruttamento minerario in un’area della dimensione della Renca, ovviamente contribuirà allo squilibrio dell’invisibile dinamica dei fiumi volanti, compromettendo la produzione di alimenti, le attività industriali e il rifornimento d’acqua nelle regioni incluse nel quadrilatero. Così importante come la perturbazione della dinamica climatica promossa dai fiumi volanti saranno gli impatti ambientali nella regione della riserva: la contaminazione del suolo e delle risorse acquee e la distruzione della biodiversità.

Togliere il diritto a lavorare nella regione ad una istituzione di ricerca nazionale e favorire l’entrata di imprese che distruggeranno la biodiversità, nella misura in cui l’Amazonia ha migliaia di specie endemiche che ancora non sono state scoperte, quello è il grande crimine. Il Brasile è il paese del mondo con maggiore biodiversità (patrimonio genetico). Ci sono molte piante e specie che esistono solo in quel pezzo di selva, e alcune possono dare una risposta a molti problemi. Lo sfruttamento minerario, in cambio, lascia molto poco nel paese.

Nonostante che il decreto di estinzione della Renca mantenga le norme che regolano le unità di conservazione e le terre indigene, ci sono esempi storici sugli impatti negativi dell’attività mineraria nelle regioni amazzoniche. La presenza di un’attività con elevato rischio di impatto in una regione permeata da unità di conservazione rende fragile l’integrità di quelle aree, colpendo la sua funzione di conservazione della flora e della fauna ed espone le popolazioni tradizionali alla violenza e alle malattie.

La soppressione della Renca è un’altra di una lunga serie di misure arbitrarie dell’attuale governo che aumentano oltremodo i problemi socio-ambientali ed economici. Preservare il patrimonio genetico e garantire la biodiversità in Brasile è un dovere di tutta la cittadinanza. È fondamentale che la società brasiliana, dalla campagna alle grandi città, gridi: L’Amazzonia è nostra!

*Carolina da Silveira Bueno è una ricercatrice del Nucleo di Economia Agricola dell’Ambiente dell’Università di Campinas (Unicamp) e dottoranda nell’Istituto di Economia dell’Unicamp.

*Thais Bannwart è aiutante di ricerca nell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonica e laureata dall’Istituto di Economia dell’Unicamp.

29/08/2017

Brasil Debate

http://brasildebate.com.br/ecoa-o-grito-a-amazonia-e-nossa/

Tradotto dal portoghese per Rebelión da Alfredo Iglesias Diéguez

Rebelión

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Carolina da Silveira Bueno y Thais Bannwart, Resuena el grito: la Amazonia es nuestra” pubblicato il 29-08-2017 in Rebeliónsu [http://www.rebelion.org/noticia.php?id=230935&titular=resuena-el-grito:-la-amazonia-es-nuestra-] ultimo accesso 04-09-2017.

 

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How Florida’s Native Americans Predicted and Survived Hurricanes

Betty Osceola, a member of the Miccosukee tribe and Panther clan, shared several stories about her family’s own experiences dealing with hurricanes and tornadoes in South Florida.

By Michael Sainato

 

Osceola drove the point that Native Americans’ experiences and responses to hurricanes and other natural disasters stem from a deep connection and reverence for nature, one that is severely lacking in modern society. She wrote, “Our ancestors the Seminole and Miccosukee were taught not to fear the Hurricane. The generations of our people today need to remember and to share the stories with our younger generations so they too will respect and love the natural world.”

In the 1700’s, American colonists had displaced Native American tribes from their homeland in northern Florida, and southern Georgia, pushing the Seminole and Miccosukee tribes to South Florida. The Seminole Wars raged on in the 1800’s as they fought back against President Andrew Jackson’s genocidal efforts to relocate Native Americans to territory west of the Mississippi River, and Native Americans ultimately sought refuge in the swamps of South Florida to avoid being attacked by white Americans. Living in Florida, the native Americans developed the knowledge and foresight to anticipate hurricanes and protect themselves from them.

In the book, The Great Okeechobee Hurricane of 1928, William Nealy noted that sawgrass blooming tipped off Native Americans in Florida that a hurricane was coming; “they believed that only an atmospheric condition such as a major hurricane would cause the pollen to bloom on the sawgrass several days before a hurricane’s arrival.” Upon the sawgrass tipping off the Native Americans, they would leave the Everglades for ground inland and use the palms from Saw Palmetto plants to construct tunnels for shelter.

In response to Hurricane Irma, Betty Osceola, a member of the Miccosukee tribe and Panther clan, shared several stories on Facebook regarding her family members’ historical experiences with hurricanes and tornadoes in South Florida.

“Many years ago when my husband’s late father was a young boy about 10 years old their family was out in the Everglades at a gathering on one of the tree islands,” she wrote in one post. “The elders looked at the sky and knew a ‘Big Wind’ was coming. As time progressed it started getting windy. They had all traveled by dug out canoe and it was too late for them to travel elsewhere, so they were told they were going to stay in place. His father remembered the men dragging the canoes up on to the island and securing the gathering grounds. He remembered the chickee hut they were staying in, the men brought down the legs down so the roof landed on the ground. They crawled under the roof and huddled covered from the elements. They heard the winds howling and felt the winds as they passed thru the leaves of the roof. They could hear the trees crashing to the ground. He remembered them being worried one would fall on them. It was many hours before the hurricane passed. When the winds and rain finally passed they came out of their shelters. And for as far as they could see the land looked clear for the winds had flattened the landscape.” She added that one man went out hunting and was caught in the hurricane, forced to take solace under his dug out canoe. “Before the storm he told them he couldn’t find any game, there were no animals anywhere were in sight. But after the storm as he started making his way back to the tree island that the people were gathering, he saw animals out. He was able to get a deer and some birds and brought them back to the people,” Osceola continued. “In the earlier days our people may not of had much in other people’s eyes, but when you hear the elders stories you know differently. They had the knowledge and connection to the land to care for themselves and their people. Creator kept them safe and as in this story provided them with nourishment after the lands were washed.”

She shared her mother’s story, who was raised by her own grandparents in line with tradition so that ancestral knowledge is passed down, in which her mother was caught in a hurricane in a chickee hut with her grandparents, and everyone had to grab poles in the hut and tie themselves with rope to them to hold the hut together as the rain and wind from the hurricane pelted them until the storm passed.

As much of Florida faced tornado warnings due to Hurricane Irma, Osceola shared another story in regards to her mother’s encounter with a tornado. “When my late mom was growing up it was during a time when our people still freely traveled and lived in various parts of Florida, “she wrote. “During her childhood much of Florida was undeveloped so our people traveled and set up temporary camps thru out and they were able to travel to and from these camps depending on the seasons. Many of our people rarely encountered other people of different cultures. Florida was still ‘wild.’ Late Mom told us about this one time they were traveling across the Everglades in their dug out canoe,” she continued. “She remembered this one time when she was a little girl, they were traveling across the Everglades in the canoe. As anyone in Florida knows, it can be sunny one minute and then out of no where you can get a bad storm especially during summer months. Well there they were poling across the Everglades, the sky was all clear, then when out of know where the storm clouds started forming quickly, and the air suddenly got cold, then it started raining. Grandpa started quickly poling the canoe towards a Tree Island. Grandpa saw the clouds and saw the Tornado forming. He beached the canoe up on the Tree Island, and made them get out. He flipped the canoe over, then he lifted one side up far enough for them to get under the canoe. As they were under the canoe the rain got harder and it got windy. Mom remembered water coming in under the canoe and bugs crawling on them. As quickly as the rain and wind came it went. Grandpa with their help pushed the canoe back over and back into the water. Where they could continue on their way home. The canoe and her grandfather’s quick thinking protected them.”

Osceola also shared her own story from experiencing Hurricane Andrew in 1992. With her husband and two young children, Florida residents berated them to leave their camp in the Everglades. In contrast to Miami, she cited that the destruction was minimal as there wasn’t much development within Native American territory, compared to Miami that was devastated. “It seemed like almost every non-Indian and their grandma kept coming to the camp to try to get us to go to a shelter. We didn’t have electricity or running water, no air conditioning, no refrigerator, and we have little kids we were told and we should think of the kids and should go some place safe,” Osceola said. “What these well intentioned people didn’t realize, the conditions they saw was our reality before Andrew and was still our reality after Andrew. They didn’t know what they were seeing was our normal way of life. What they thought they were seeing was us having loss of basic necessities as a result of Andrew. Nothing changed for us. I am thankful for that. We lived in an area if needed we could hunt and fish. We had a way to get food, we had a hand pump water well. We had firewood to cook with. Our chickees we’re still standing. We were okay. We were self reliant. And we still are.”

Sorgente: How Florida’s Native Americans Predicted and Survived Hurricanes

Droni a Trapani Birgi per le prossime guerre degli Emiri

Dal 5 luglio, le industrie militari internazionali Piaggio Aerospace e Leonardo-Finmeccanica, con la collaborazione dell’Aeronautica militare italiana, hanno ripreso nell’aeroporto “Cesare Toschi” di Trapani-Birgi  i voli sperimentali del prototipo di drone da guerra P.1HH Hammerhead. L’annuncio è stato fatto dai manager di Piaggio che però non hanno specificato come e sino a quando proseguiranno i test nei prossimi mesi. Recentemente è però stata emessa una notificazione (NOTAM B2914) ai piloti di aeromobili in transito dallo scalo trapanese che annuncia la possibilità di ritardi nelle operazioni di decollo e atterraggio a Birgi “per le attività di velivoli militari UAV senza pilota”, nel periodo compreso tra l’11 giugno e il 30 settembre 2017, cioè proprio nei mesi in cui è maggiore il traffico aereo passeggeri nell’importante scalo siciliano. Proprio a Trapani Birgi, “al fine di garantire il mantenimento dei massimi livelli di sicurezza”, l’Aeronautica italiana effettuerà in autunno lavori di “manutenzione straordinaria sulla pista di volo”, con la conseguente sospensione di tutti i collegamenti aerei da lunedì 6 novembre a lunedì 11 dicembre 2017.
I voli sperimentali dei droni Hammerhead sono ripresi dopo un’interruzione di 13 mesi a seguito del grave incidente verificatosi nella tarda mattinata del 31 maggio 2016, quando un prototipo del velivolo è precipitato in mare a 5 miglia a nord dell’isola di Levanzo (Egadi), una ventina di minuti dopo essere decollato da Birgi. Tra le ipotesi dell’incidente più accreditate, il non funzionamento dei sistemi di controllo volo a distanza. Il 19 marzo 2015, un alto velivolo sperimentale P.1HH era uscito fuori pista durante le prove di rullaggio, causando la temporanea chiusura per motivi di sicurezza dell’aeroporto trapanese e il dirottamento dei voli sullo scalo di Palermo – Punta Raisi. Le prove sperimentali dei droni hanno causato altri gravi disagi al traffico aereo, come rilevato dal personale delle compagnie che operano da Birgi.
I manager di Piaggio Aerospace fanno sapere che la nuova campagna di test nello scalo siciliano è stata avviata in vista della consegna dei droni di guerra alle forze armate degli Emirati Arabi, prevista nel 2018. Il contratto del valore di 316 milioni di euro tra l’industria aerospaziale e ADASI (Abu Dhabi Autonomous Systems Investments) è stato firmato nel marzo 2016 e include il trasferimento di otto velivoli a pilotaggio remoto, forniti di telecamere EO/IR (Electro-Optical Infra-Red), radar e sistemi di comunicazione avanzati. Il contratto comprende anche il supporto logistico integrato e l’addestramento alle operazioni di volo da parte dei tecnici dell’azienda produttrice. Lo scorso anno un prototipo del drone ha raggiunto gli Emirati a bordo di un aereo da trasporto Ilyushin 76, decollato da Trapani Birgi proprio alla vigilia dell’incidente al largo dell’isola di Levanzo.
Nel 2015, Piaggio ha pure annunciato la vendita di tre sistemi P.1HH Hammerhead (sei droni più tre stazioni terrestri) all’Aeronautica militare italiana, ma sino ad oggi il contratto non sarebbe stato formalizzato. Un anno fa circa, in occasione della fiera internazionale aerospaziale “Farnborough Air Show” di Londra, i manager dell’industria hanno ammesso che la consegna dei velivoli alle forze armate italiane potrebbe registrare ritardi proprio a seguito dell’incidente verificatosi alle Egadi.
I velivoli vengono testati a Trapani Birgi dal novembre 2013 da un team civile-militare composto da tecnici di Piaggio Aerospace, Leonardo-Finmeccanica e dell’Aeronautica. Oltre che in Sicilia occidentale, i nuovi droni utilizzano anche l’aeroporto sardo di Decimomannu e i poligoni di Capo San Lorenzo e Perdasdefogu per lo sganciamento di bombe da 250 libbre a guida laser ed infrarosso.
Il P.1HH Hammerhead è il primo velivolo a pilotaggio remoto della tipologia MALE (Medium Altitude Long Endurance) progettato e costruito interamente in Italia. Il drone può raggiungere la quota di 13.700 metri e volare ininterrottamente per 16 ore, ad una velocità massima di 730 km/h. Ogni singolo sistema Hammerhead è composto da due aerei a pilotaggio remoto (Uav, Unmanned Aerial Vehicle), un Ground Control Station e da sistemi integrati di navigazione e missione. “Il drone è stato progettato per missioni di pattugliamento, sorveglianza, ricognizione, acquisizione e analisi dati e per rispondere alle più diverse minacce: dagli attacchi terroristici fino alla lotta all’immigrazione clandestina, alla protezione delle zone economiche esclusive, dei siti e delle infrastrutture critiche, ecc.”, spiegano i manager di Piaggio. “Le apparecchiature montate sul P.1HH lo rendono idoneo per la sorveglianza dei confini e di spazi aperti, ma anche per l’individuazione di specifici obiettivi, e per il monitoraggio ambientale di zone disastrate da catastrofi”. Il drone può tuttavia essere convertito in uno spietato sistema-killer in quanto i radar e i visori a raggi infrarossi prodotti da Selex ES (Leonardo-Finmeccanica) gli consentono d’individuare l’obiettivo, anche in movimento, e di fornire le coordinate per l’attacco aereo o terrestre con missili e bombe a guida di precisione (il velivolo stesso può trasportare sino a 500 kg di armamenti).
L’ex industria italiana Piaggio Aerospace è stata interamente acquisita da Mubadala Development Company, la società di investimenti del governo di Abu Dhabi che è oggi una dei partner strategici del colosso statunitense Lockheed Martin (noto in Italia per essere il produttore dei cacciabombardieri di ultima generazione F-35 e del sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS). Fondata nel 2002 per diversificare le attività economiche, finanziarie e industriali dell’Emirato, la Mubadala Development Company è presieduta dallo sceicco Mohamed Bin Zayed Al Nahyan, principe ereditario di Abu Dhabi e vicecomandante supremo delle forze armate.

 

Sorgente: Antonio Mazzeo Blog: Droni a Trapani Birgi per le prossime guerre degli Emiri

Centro Studi di Confindustria: 14 miliardi di perdite ogni anno per l’esodo dei giovani italiani all’estero

di S. Porcari – Contropiano

La crescente emigrazione dei giovani italiani all’estero, dovuta alla mancanza di lavoro e alle bassissime retribuzioni, costa all’Italia un punto di Pil all’anno, circa 14 miliardi di euro. Il dato le evidenzia il Centro Studi di Confindustria che ha avvertito: “la bassa occupazione giovanile è il vero tallone d’Achille del sistema economico e sociale italiano”. Non solo. Negli utlimi sette anni il fenomeno ha subito un’accelerazione impressionante: si è passati dai 21 mila emigrati sotto i 40 anni di età del 2008 ai 51mila del 2015. “I flussi crescenti di emigrazione producono una perdita di capitale umano stimata – ha calcolato il Csc – in un punto di Pil all’anno, abbassando così il potenziale di sviluppo”. Questo “rappresenta una vera e propria emergenza”.

La diagnosi di Confindustria però è assai incompleta. Ritiene infatti che l’inadeguato livello dell’occupazione giovanile stia producendo “gravi conseguenze permanenti sulla società e sull’economia dell’Italia, sotto forma di depauperamento del capitale sociale e del capitale umano del Paese”, ma non c’è alcuna riflessione sul fatto che le retribuzioni offerte dalle imprese ai giovani siano sempre più spesso ridicole. Non solo nel sistema delle imprese private ma anche nelle istituzioni pubbliche, soprattutto nel sistema della ricerca.

Secondo le ultime rilevazioni dell’Istat e dell’Inps riprese dal Csc, l’Italia ha tassi di occupazione giovanili molto ridotti, specie per gli under 30. Nel 2016 un sesto dei 15-24enni era occupato (16,6%), contro il 45,7% in Germania, praticamente un terzo nella media dell’Eurozona (31,2%). Tra i 25-29enni il tasso di occupazione italiano sale al 53,7%, ma anche in questo caso il divario rispetto agli altri paesi dell’eurozona si amplia, da 14,6 a 17,1 punti percentuali. La posizione relativa dell’Italia comincia a migliorare nella fascia di età immediatamente successiva (30-34 anni), con il tasso di occupazione al 66,3%, comunque ben 10 punti sotto alla media dell’Eurozona.

Dal 2008 al 2015, periodo in cui il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,7% all’11,9% (dal 9,8% al 18,9% per gli under 40), hanno spostato la residenza all’estero 509mila italiani: di questi, circa 260mila avevano tra i 15 e i 39 anni, il 51,0% del totale degli emigrati, un’incidenza quasi doppia rispetto a quella della stessa classe di età sulla popolazione (28,3%).

Considerando che la spesa familiare per la crescita e l’educazione di un figlio, dalla nascita ai 25 anni, può essere stimata attorno ai 165 mila euro, è come se l’Italia, con l’emigrazione dei giovani, in questi anni avesse perso 42,8 miliardi di euro di investimenti in quello che viene definito “capitale umano”. Per il solo 2015, con un picco di oltre 51mila emigrati sotto i 40 anni (dai 21mila del 2008), la perdita si aggira sugli 8,4 miliardi. A questi va aggiunta la perdita associata alla spesa sostenuta dallo Stato per la formazione di quei giovani che hanno lasciato il Paese: 5,6 miliardi se si considera la spesa media per studente dalla scuola primaria fino all’università. In totale 14 miliardi nel 2015.

 

Lasciando da parte percentuali e tabelle, la sintesi che se ne ricava è che sul nostro paese è in corso, esattamente dal 2008, un processo di spoliazione di risorse a tutto campo e di concentrazione delle stesse nel “nucleo centrale” dell’Eurozona (Germania, paesi del Nord Europa), lo stesso che è avvenuto in Grecia e in Spagna. Tra queste sottrazioni di risorse c’è anche quel “capitale umano” rappresentato da decine di migliaia di giovani, spesso altamente scolarizzati, che di fronte alla miseria delle prospettive messe a disposizione da imprese private e istituzioni pubbliche, trovano condizioni migliori nei paesi forti dell’Eurozona. Il risultato è una concentrazione di risorse giovani, formate e disponibili per i processi di accumulazione e innovazione capitalistica in paesi diversi da quello di provenienza. Il risultato non è solo la deindustrializzazione e la regressione economico/sociale/civile dell’Italia ma è l’escalation di uno sviluppo disuguale interno (ad esempio tra il polo Lombardia/Emilia/Veneto e il resto del paese) e della subalternità ai diktat della Troika europea. Ma di tutto questo, nella logica e nei parametri della Confindustria, non troverete traccia.

Notizia del:

Sorgente: Centro Studi di Confindustria: 14 miliardi di perdite ogni anno per l’esodo dei giovani italiani all’estero – World Affairs – L’Antidiplomatico

Quando gli USA usavano la bomba atomica contro i propri stessi cittadini!

 

Il portale svizzero di informazione progressista, sinistra.ch, riporta un interessante articolo scritto da Vittorio Zucconi sul quotidiano ‘La Repubblica’ nel 1993

da sinistra.ch

Riportiamo, ritenendolo interessante nel contesto di tensione sulla penisola coreana, questo articolo di Vittorio Zucconi, uscito sul quotidiano italiano “LaRepubblica” il 21 giugno 1993.
LAS VEGAS – Era il 1951 e tutti nel mondo dormivamo il sonno della ragione, rimboccati sotto la coperta nucleare della Guerra Fredda. Dormiva anche Martha Laird, in una notte di quel 1951. Una giovane mamma di 26 anni addormentata accanto al marito, ai due figli piccoli, alle sue pecore e ai suoi cavalli nelle colline del Nevada a ovest di Las Vegas, in un villaggio minuscolo chiamato Twin Springs, sorgenti gemelle.

“Ci svegliò un lampo di luce che ci scaldò il viso come se il sole fosse esploso davanti alla finestra” racconta adesso. “Dopo qualche secondo sentimmo arrivare da lontano il ruggito, come di un terremoto. La casa cominciò a tremare, le finestre si sbriciolarono, la porta volò via come un vecchio giornale. I bambini piangevano. Mio marito e io ci stringemmo uno all’altra, fino a quando il rombo si calmò e il sole di notte si spense. Non capimmo niente”.

Cominceranno a capire più tardi, quando il bambino più grande si ammalò di leucemia, il più piccolo di cancro alle ossa, il marito al pancreas e il neonato che Martha portava in sè nacque prematuro, di sei mesi, “con due strane appendici nere e contorte che gli penzolavano sotto la pancia, al posto delle gambe”. Visse cinque ore prima di morire anche lui, come i fratelli, come il padre, come i puledri deformi usciti dal ventre delle giumente che galoppavano via con gli occhi da matte, come se avessero paura di quel che avevano partorito. “Allora non sapevamo di essere i ‘downwinders’, il popolo-cavia che viveva ‘sottovento’ rispetto agli esperimenti nucleari nel poligono atomico del Nevada” dice Martha.

Ora, 40 anni dopo, lo sanno. Lo sa anche il governo americano che ha versato pochi giorni or sono a questa donna, e a migliaia di ‘sottovento’ come lei, 50 mila dollari a testa, per “risarcimento danni da radiazioni” secondo una legge finanziata con un fondo speciale voluto da Clinton di oltre 200 miliardi di lire annui.

Soltanto oggi, dopo anni di querele, cause, processi, inchieste e soprattutto morti orribili su morti orribili, la verità sulla guerra segreta condotta contro il popolo dei “Sottovento” comincia a venire a galla, sciolta dall’omertà della Guerra Fredda. Le 104 bombe all’idrogeno fatte esplodere all’aria aperta nel deserto del Nevada fra il 1951 e il 1963, quando Kennedy firmò la messa al bando degli esperimenti atmosferici, e poi le oltre 800 detonate nelle caverne sotterranee fino a ieri hanno fatto più vittime di Chernobyl, qui nell’enorme regione fra l’ Arizona, lo Utah e il Nevada coperta dalla nuvola del ‘fallout’ nucleare.

Il loro numero esatto è ancora un segreto di Stato. Forse 50 mila, come in Vietnam. Eppure Clinton sta meditando di autorizzare altri quattro test nucleari, entro il 1996. Come tutto quel riguarda l’atomo, anche di questo orrore non v’ è segno visibile altro che nelle conseguenze. Bisogna cercare gli effetti nella famiglia Laird, distrutta dalla ricaduta della bomba ‘Harry’ (ogni esperimento aveva un suo nome, Harry, Bob, Frank, John, per umanizzarlo. Anche quella che distrusse Hiroshima era detta simpaticamente ‘Fat Boy’, ciccione).

L’impronta di quella guerra interna sta nei 100 mila indiani della nazione Navajo impiegati come minatori d’ uranio per scavare il minerale necessario alle bombe, sterminati dai tumori al polmone e morti senza neppure poter dare un nome a ciò che li uccideva: in lingua Navajo non c’è una parola che esprima il concetto di ‘radioattività’. La chiamavano la “morte che consuma”.

Per anni, il silenzio ufficiale fu assoluto, feroce. Nel paese di St. George, un villaggio fra i mormoni dello Utah, un medico del posto scoprì a metà degli anni ’60 quantità mostruose, inspiegabili di tumori, 25 volte più della media nazionale… perchè? chiese alle autorità, perchè tanta mortalità fra questa gente sana, in uno degli angoli più belli e vergini d’ America? Come risposta gli arrivò a casa un agente dello FBI: lei non è per caso un comunista? Una spia russa? Il medico lasciò perdere.

Non ci sono monumenti, medaglie, eroi di quella guerra segreta di Americani contro altri Americani. Solo cimiteri. Solo il nulla sinistro e gigantesco di roccia e deserto che fu il ‘Nevada Test Site’, il poligono atomico. Di quell’inferno oggi resta soltanto un cartello – “Warning! Attenzione! State entrando nel poligono nucleare del Nevada!” – a poco più di un’ ora d’auto da Las Vegas. Non è proibito entrarci, ma molti dicono che sia stupido. La polvere che ricopre la strada è forse ancora ‘calda’, radioattiva e lo sarà per 400 anni.

A bassa voce, per non disturbare i turisti, i vecchi del posto ti suggeriscono di viaggiare coi finestrini della macchina ben chiusi, la ventilazione bloccata e le mascherine di carta sulla bocca per non respirare la ‘morte che consuma’ . Quella stessa morte che uccise anche John Wayne e tutta la gente che lavorava con lui sul set di un western realizzato da queste parti. Nessuno della troupe di quel film girato accanto al poligono nucleare è scampato. Tutti sono morti qualche tempo dopo aver lavorato qui per

4 settimane, tutti di cancro al polmone. Dissero che erano le sigarette.

Allora non sapevamo quel che sappiamo ora, si difendono le autorità, eravamo sprovveduti, ingenui. Ma non è vero. Sapevano benissimo. Quando il vento spirava dal poligono in direzione di Las Vegas e di Los Angeles, rimandavano gli esperimenti. Aspettavano che il vento girasse e portasse la polvere verso le Montagne Rocciose, a est, nelle zone poco abitate, verso i disgraziati che vivevano sparsi nei villaggi sottovento, come Martha e i suoi figli.

Il Pentagono le chiamava “popolazioni marginali”. Diciamo pure la parola: cavie. Sapevano, eccome sapevano. Da Las Vegas si vedevano benissimo i ‘funghi’ stagliarsi contro l’orizzonte ad appena 100 chilometri. I giocatori si alzavano dai tavoli del ‘Blackjack’, si staccavano dalle slot machines per correre sui tetti a vedere ‘the mushroom’, il fungone. Le scuole distribuivano pasticche di iodio ai bambini per combattere l’effetto delle radiazioni. Dicevano ai genitori che erano “vitamine”. Ai soldati che in 250 mila vennero piazzati a pochi chilometri dal ‘ground zero’, il punto della detonazione, veniva data paga doppia, come agli scienziati che lavoravano agli esperimenti. Dunque il rischio era ben noto.

“Li pagavano profumatamente e gli dicevano che era un lavoro patriottico, indispensabile per difendere l’ America dalle bombe dei comunisti” racconta la vedova di un cow-boy del Nevada. Suo marito aveva il compito di portare vacche vicino alla bomba per studiare gli effetti. Alle bestie usciva una schiuma purpurea dalle narici, gli occhi si gonfiavano fino a cadere dalle orbite. Qualche volta anche ai vaccari. E le vedove zitte. “Non una parola con nessuno, mi disse mio marito vomitando abbracciato alla tazza del cesso, dopo un esperimento”. Morì sei mesi dopo.

Lungo la ‘Frontiera della Bomba’ oggi non c’è più niente di vivo. Deserto doppio. Vedo, dal finestrino ben chiuso della mia macchina, la carcassa di un vecchio carro armato bianco, calcinato dall’esplosione. Rottami di autobus, macchine, tronconi sbriciolati di ponti in cemento armato, pezzi di rotaia divelti, usati per misurare l’effetto-bomba, tutti coperti da quella polvere candida e finissima che viaggiava per centinaia, per migliaia di chilometri. A volte ricadeva fitta come neve sui villaggi e i bambini correvano fuori a tuffarvisi dentro, ridendo e respirando. La notte vomitavano, la mattina apparivano le prime piaghe e i capelli cominciavano a cadere 48 ore dopo. Le madri pregavano per loro. Prima perché guarissero. Poi perchè morissero in fretta.

La gente si fidava. La propaganda funzionava e la ‘Bomba’ non dispiaceva affatto. Quel fungo enorme contro il cielo terso del West era una bandiera, un segno di trionfo. Era l’America. Miss Nevada 1953 vinse il titolo indossando un costumino da bagno fatto di bambagia a forma di fungo atomico. Parve una gran trovata. Il due pezzi rivelatore non si chiamava forse ‘Bikini’ , l’atollo della prima Bomba H? Nel deserto del Nevada, spuntavano gli ‘Atomic Bar’ , ‘Atomic Restaurant’ , ‘Atomic Casinò’ . Le prostitute di Reno offrivano ai clienti ‘The Atomic Fuck’ , la scopata atomica. Le famiglie andavano a fare i pic-nic sulle colline per guardare il ‘sole a mezzanotte’ attraverso gli occhiali affumicati. L’esercito distribuiva e proiettava nei paesi sottovento del Nevada, dell’Arizona, dello Utah un filmino rassicurante intitolato “Il Cappellano e la Bomba”. Anno: 1956. Recitava il cappellano: “Domani assisterai in prima linea a un esperimento nucleare, hai paura?”. Il soldato: “Un po’ sì, Padre”. “Non averne, figliolo. Non c’ è alcun pericolo. Vedrai un grande lampo, sentirai il calore sul viso come quando prendi il sole al mare, avvertirai la terra tremare, il vento alzarsi. E poi vedrai un fungo di colori meravigliosi volare verso i cieli, verso il Signore. Sarà bellissimo”. “Sì padre, ora sono tranquillo”.

Vedo nel deserto resti di enormi gabbie, come grandi voliere sparse qua e là. Erano le gabbie per gli animali collocate a varie distanze dal “ground zero”. I più vicini venivano polverizzati. I più sfortunati, quelli più lontani, vivevano un giorno o due. Reason Wareheim, un ex Marine di servizio nel Poligono che oggi ha 67 anni ed è sopravvissuto a un tumore al polmone, ricorda ancora le grida e gli ululati strazianti di quelle bestie, lasciate a morire sotto il cielo del deserto. Sopravvivevano solo scorpioni e scarafaggi. Bisognava farlo. C’era la Guerra Fredda. Stalin e Kruscev. Budapest e Cuba. Il giorno dell’Olocausto atomico sembrava inevitabile, imminente. Gli esperti parlavano di “deterrenza” nucleare fra Usa e URSS per garantire la pace. Forse milioni di vite furono risparmiate. Certamente migliaia di vite furono consumate in silenzio, qui nel Selvaggio West della Bomba coperto dalla polvere portata dal vento del Nevada che lasciava in bocca “un sapore metallico, come leccare la lama di un coltello”. E il ‘fallout’ radioattivo arrivava sino a New York, dicono le carte segrete.

Racconta ancora Martha Laird: “Poco prima di morire mio figlio alzò la testa dal letto dove stava tutto avvolto in un guscio di gommapiuma perchè le sue ossa erano ormai diventate così fragili per il tumore che si spezzavano solo a muoversi. Mugolava come un cane… mamma sento il vento arrivare… mamma ferma il vento… Credevo che delirasse”. Martha ha messo in cornice l’ assegno del governo. Giura che non incasserà mai quei soldi portati dal vento del Nevada, come la morte senza nome che consumò tutti i suoi figli.

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Soros and Hydrocarbons: What’s Really Behind the Rohingya Crisis in Myanmar

The Rohingya conflict in Myanmar, which had caught its second wind in August 2017, appears to be a multidimensional crisis with major geopolitical players involved, experts say, referring to both internal and external reasons behind the recent upsurge in violence in the country.

The Rohingya conflict, which erupted between Buddhists and Muslims in Myanmar’s western Rakhine state in late August, was apparently fanned by external global players, Dmitry Mosyakov, director of the Centre for Southeast Asia, Australia and Oceania at the Institute of Oriental Studies of the Russian Academy of Sciences, told RT.

According to the academic, the conflict has at least three dimensions.

“First, this is a game against China, as China has very large investments in Arakan [Rakhine],” Mosyakov told RT. “Second, it is aimed at fuelling Muslim extremism in Southeast Asia…. Third, it’s the attempt to sow discord within ASEAN [between Myanmar and Muslim-dominated Indonesia and Malaysia].”

According to Mosyakov, the century-long conflict is used by external players to undermine Southeast Asian stability, especially given the fact that what is at stake are vast reserves of hydrocarbons located offshore of the Rakhine state.

“There’s a huge gas field named Than Shwe after the general who had long ruled Burma,” Mosyakov said. “Additionally, the coastal zone of Arakan [Rakhine] almost certainly contains oil hydrocarbons.”

After the massive Rakhine energy reserves were discovered in 2004 they attracted China’s attention. By 2013 China completed oil and natural gas pipelines, which connect Myanmar’s port of Kyaukphyu with the Chinese city of Kunming in Yunnan province.

The oil pipeline allows Beijing to deliver Middle Eastern and African crude bypassing the Malacca Straits, while the gas pipeline is transporting hydrocarbons from Myanmar’s offshore fields to China.

The development of the Sino-Myanmar energy project coincided with the intensification of the Rohingya conflict in 2011-2012 when 120,000 asylum seekers left the country escaping the bloodshed.

According to Dmitry Egorchenkov, deputy director of the Institute for Strategic Studies and Prognosis at the Peoples’ Friendship University of Russia, it is hardly a coincidence. Although there are certain internal causes behind the Rohingya crisis, it could also be fueled by external players, most notably, the United States.

Myanmar’s destabilization may affect China’s energy projects and create a pocket of instability at Beijing’s doorstep. Given the ongoing crisis between the US and North Korea, another Chinese neighbor, Beijing may soon find itself caught in the crossfires.

Meanwhile, the Burma Task Force, which comprises a number of organizations funded by George Soros, has been actively operating in Myanmar since 2013 calling upon the international community to stop what they call “the genocide of the Rohingya Muslim minority group.” However, Soros’s interference in Myanmar’s domestic affairs goes deeper into the country’s history.

In 2003, George Soros joined a US Task Force group aimed at increasing “US cooperation with other countries to bring about a long overdue political, economic and social transformation in Burma [Myanmar].”

The Council of Foreign Relation’s (CFR) 2003 document entitled “Burma: Time For Change,” which announced the establishment of the group insisted that “democracy… cannot survive in Burma without the help of the United States and the international community.”

“When George Soros comes to this or that country… he looks for religious, ethnic or social contradictions, chooses the model of action for one of these options or their combination and tries to ‘warm they up,'” Egorchenkov explained, speaking with RT.

On the other hand, according to Mosyakov, it appears that some established global economies are seeking to contain the rapid economic development of ASEA nations, by instigating inner strife within the bloc.

The academic opined that the globalist management policy envisages sowing discord in stable regional formations. By fuelling regional conflicts external players jump at the opportunity to gain control over sovereign states and exert considerable pressure on them.

The recent Rohingya crisis started on August 25 when Muslim insurgents of Rohingya origin attacked security posts in Myanmar’s Rakhine state. The tough response of the country’s authorities triggered violent clashes, which claimed the lives of at least 402 people. However, according to some estimates, up to 3,000 Muslims were killed during the recent conflict.

The conflict that started about a century ago has gradually escalated since 2011, hitting its peak in 2012 when thousands of Muslim families sought asylum in the special refugee camps on the country’s territory or fled to Bangladesh. Yet another escalation started in 2016.

Sorgente: Soros and Hydrocarbons: What’s Really Behind the Rohingya Crisis in Myanmar – Sputnik International

Usa, oltre 140 mila persone firmano petizione per dichiarare Soros terrorista

I firmatari chiedono al governo che dichiari “George Soros e tutte le sue organizzazioni e i loro membri dei terroristi”

da Sputnik Italia
Più di 140 mila persone hanno firmato una petizione richiedendo al presidente Donald Trump di dichiarare il miliardario americano George Soros un terrorista.

Il testo della petizione è sul sito della Casa Bianca. Affinché la petizione venga presa in considerazione dalla Casa Bianca sono necessarie 100 mila firme entro il 19 settembre 2017. Nel testo della petizione si legge che “George Soros ha intenzionalmente e perennemente cercato di destabilizzare e compiere atti di violenza contro gli Stati Uniti e i suoi cittadini”.

A questo proposito, come dicono i firmatari della petizione, “il governo federale degli USA e il Ministero della Giustizia devono immediatamente dichiarare George Soros e tutte le sue organizzazioni e i loro membri dei terroristi” e “confiscare tutti i suoi beni personali nel rispetto della legge sulla confisca civile delle proprietà”.

Notizia del:

Sorgente: Usa, oltre 70 mila persone firmano petizione per dichiarare Soros terrorista – World Affairs – L’Antidiplomatico

La razionalità di Kim Jong-un (e delle sue atomiche)

Gary Leupp, Dissident Voice 11 settembre 2017

Kim Jong-un non è pazzo, al contrario, ha compiuto un’azione totalmente razionale. Producendo armi nucleari e missili balistici in grado di portarle nel territorio degli Stati Uniti, Pyongyang ha ottenuto la certezza che gli Stati Uniti non l’attaccheranno, con l’ennesimo tentativo di cambio di regime. Aspetta, diranno. Aveva già un’assicurazione. Ogni giornalista in TV dice che un attacco statunitense porterebbe inevitabilmente a un attacco su Seul che ucciderebbe decine di migliaia di persone immediatamente. I sudcoreani dovrebbero biasimare l’invasione degli Stati Uniti. Quindi non è semplicemente possibile. Anche se limitata alle forze convenzionali, la minaccia d’invasione era già un’appropriata deterrenza. Non c’è modo che gli USA inneschino l’attacco a una città di 10 milioni di abitanti che considererebbero gli Stati Uniti un loro protettore. Quindi i coreani non avevano bisogno di sconvolgere il mondo acquisendo il nucleare. Ma si pensi dal punto di vista di Jong-un. Nato nel 1984, Jong-un aveva 7 anni quando gli Stati Uniti bombardarono l’Iraq, presumibilmente per scacciarne le truppe dal Quwayt (anche se Sadam Husayn aveva già accettato di ritirarsi). Poi gli Stati Uniti imposero sanzioni che uccisero mezzo milione di bambini. Aveva 11 anni quando gli Stati Uniti intervennero in Jugoslavia, bombardando i serbi per creare lo Stato fallito cliente della Bosnia-Erzegovina. Aveva 15 anni (probabilmente in una scuola in Svizzera) quando gli Stati Uniti bombardarono la Serbia creando lo Stato fallito cliente del Kosovo. Aveva 17 anni quando gli Stati Uniti bombardarono e cambiarono regime dell’Afghanistan. Diciassette anni dopo, l’Afghanistan rimane preda della guerra civile, ospitando ancora truppe statunitensi per abbattere l’opposizione. Aveva 19 anni quando gli Stati Uniti abbatterono Sadam e distrussero l’Iraq, producendo di conseguenza miseria e caos. Aveva 27 anni quando gli Stati Uniti rovesciarono Gheddafi, distrussero la Libia e cacciarono il presidente dello Yemen causando caos e iniziarono a sostenere l’opposizione armata in Siria. Aveva 30 anni quando il dipartimento di Stato degli USA spese 5 miliardi di dollari per rovesciare il governo ucraino attraverso un colpo di Stato violento.
Conosce la storia del proprio Paese e di come l’invasione statunitense, dal settembre 1950, lo rase al suolo uccidendo un terzo del suo popolo, mentre Douglas MacArthur pensava ad usare le armi nucleari sulla penisola. Sa come il fantoccio degli statunitensi Synghman Rhi, presidente della “Repubblica di Corea” proclamata dagli Stati Uniti, aveva ripetutamente minacciato d’invadere il Nord e giustiziato 100000 sudcoreani dopo lo scoppio della guerra perché simpatizzanti comunisti che avrebbero aiutato il nemico. Ama i film di Elizabeth Taylor ma odia l’imperialismo statunitense. Non c’è niente di pazzo in questo.
Jong-un aveva 10 anni quando Stati Uniti e Corea democratica firmarono un accordo con cui Pyongyang accettava di congelare le proprie centrali nucleari sostituendole con reattori ad acqua leggera (inidonei alla proliferazione nucleare) finanziati da Stati Uniti e Corea del Sud e la graduale normalizzazione delle relazioni Washington-Pyongyang. Ne aveva 16 quando la segretaria di Stato Madeleine Albright visitò Pyongyang e incontrò il padre Kim Jong-il. (In quello stesso anno, il presidente sudcoreano Kim Dae-jung incontrò con Kim Jong-il a Pyongyang durante il periodo della “Diplomazia del sole”, sabotato dall’amministrazione Bush/Cheney). Aveva 20 anni quando l’accordo fu rotto (per mano di Dick Cheney e dei suoi neocon nel 2004). Aveva 17 anni quando il fratellastro Jong-nam fuggì nell’aeroporto di Narita, perché cercava stupidamente di entrare in Giappone con la famiglia con falsi passaporti dominicani, per visitare la Disneyland di Tokyo. Questa idiozia escluse dalla successione Jong-nam (assassinato come sapete in Malaysia nel febbraio 2017), mentre il fratello Jong-chul era considerato “effeminato” (a un concerto di Clapton a Singapore nel 2006 fu visto con i buchi alle orecchie). Jong-un probabilmente non si aspettava di essere il prossimo monarca fin quando non ebbe 25 anni. Aveva 24 anni quando l’Orchestra filarmonica di New York visitò Pyongyang con un caloroso benvenuto. (Washington rifiutò l’offerta nordcoreana per una visita di ricambio). Scelto come successore, è diventato il nuovo leader assoluto della Corea democratica a 27 anni; giovane, vigoroso e ben istruito (laurea in fisica della Kim Il-sung University) e dal forte senso di responsabilità dinastica. Ciò significa riportare la RPDC alla relativa prosperità economica degli anni ’70 e ’80, quando il consumo medio di energia procapite nel nord superava quella del sud.
Gli analisti suggeriscono che Kim abbia realizzato per primo lno sviluppo economico e che la politica del “Prima i militari” (Songun) da tempo lascia il posto al rafforzamento politico dei leader civili del Partito dei Lavoratori coreani. L’economia della RPDC, secondo The Economist, “probabilmente cresce tra l’1% e il 5% annuo“, facendo emergere una nuova classe di commercianti e imprenditori (donju). Il complesso sistema sociale (Songbun) che divide la società in 51 sottocategorie tra “leali”, “oscillanti” e “ostili” (e privilegi nella distribuzione di conseguenza) viene spezzato dall’ascesa delle forze del mercato. A quattordici mesi dalla sua nomina, Jong-un invitò Dennis Rodman, membro della Hall of Fame di Basket degli Stati Uniti, a Pyongyang per la prima di cinque visite. È un grande fan del basket, un appassionato di cultura popolare statunitense, figlio del rock’n roll. È anche razionalmente consapevole della minaccia che gli Stati Uniti pongono al suo Paese (tra molti Paesi). Quindi la sua strategia è arrivare al nucleare finché può. Forse pensava che, poiché l’amministrazione Trump fosse (ed è) nel caos, alcuna risposta violenta (come un attacco al complesso nucleare di Yongbyon) sia probabile. Ma rischiava; il presidente degli Stati Uniti è, dopo tutto, instabile ed ignorante. Ha chiesto ripetutamente ai suoi consiglieri, perché non possiamo usare le atomiche dato che le abbiamo? Il fatto è che Mattis, Tillerson e McMaster hanno davanti un fatto compiuto nucleare a cui devono rispondere, mentre cala l’influenza statunitense col relativo declino economico. Non possono sganciare una bomba MOAB (come in Afghanistan in aprile) o lanciare un attacco missilistico su una base (come in Siria nello stesso mese, per mostrare virilità). Jong-un si è assicurato. Se gioca bene le sue carte, avrà il riconoscimento internazionale della RPDC quale potenza nucleare: lo stesso riconoscimento dato agli altri non firmatari del NPT come India, Pakistan e Israele. Gli Stati Uniti dovranno rivolgersi alla sobrietà cinese e russa e abbandonare la rude reticenza minacciosa. Dovranno ripiegare, come nella guerra di Corea, quando capirono che non potevano conquistare il Nord e riunire la Corea sotto Washington, accettando l’esistenza della RPDC.
In cambio delle misure di riduzione della tensione da parte di Stati Uniti e Sud e dei rapporti diplomatici e commerciali, Pyongyang sospenderà il suo programma per armi nucleari, soddisfatta e orgogliosa di ciò che ha realizzato. È l’unico modo. L’altro è suggerito da John McCain, pazzo guerrafondaio fino alla fine. Il presidente del comitato dei servizi armati del Senato dichiarava alla CNN che se il leader nordcoreano “agisce in modo aggressivo”, qualunque cosa significhi per McCain che non ha mai capito che il suo bombardamento del Vietnam era un’aggressione, “il prezzo sarà l’estinzione”; sul tono del generale Curtis LeMay nelle sue osservazioni sull’assassinio di ogni uomo, donna e bambino a Tokyo durante il bombardamento terroristico della città nel 1945. Lindsey Graham, amico di McCain, ha detto che Trump gli disse: “Se ci sarà una guerra per fermare (Kim Jong-un), sarà laggiù. Se migliaia muoiono, moriranno là, non qui… E questo può essere provocatorio, ma non proprio. Quando sei presidente degli Stati Uniti, dove credi vada la tua fedeltà? Al popolo degli Stati Uniti“. Sapere che il nemico è capace di contemplare l’estinzione del tuo popolo, sicuramente motiva alcuni leader a cercare l’arma finale. Il caro giovane Marsciallo l’ha ottenuta. Ha replicato ciò che Mao fece in Cina tra il 1964 e il 1967, ottenere la bomba, usata per la prima volta su Hiroshima il 6 agosto 1945, e tre giorni dopo su Nagasaki. E non fu mai utilizzata da nessuno da quando gli Stati Uniti furono raggiunti da URSS, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India e Pakistan. Non c’è alcuna ragione per usarla, a meno che gli Stati Uniti non lo vogliano. I negoziati basati sul rispetto reciproco e la coscienza storica sono l’unica soluzione.

 

Traduzione di Alessandro Lattanzio

Sorgente: La razionalità di Kim Jong-un (e delle sue atomiche) | Aurora

Quello che i media non vi stanno raccontando sui test missilistici della Corea del Nord

di Mike Whitney – CounterPunch

Qui di seguito quello che i media non vi stanno dicendo sui recenti test missilistici della Corea del Nord.

Lo scorso lunedì, la Repubblica popolare di Corea ha lanciato un missile di media gittata Hwasong-12 sopra l’isola giapponese di Hokkaido. Il missile è atterrato in acqua senza causare danni a persone o proprietà. I media hanno immediatamente condannato il testo come un “atto provocatorio” che mostra come la Corea del Nord sfidi apertamente le risoluzioni Onu e “minacci i suoi vicini”. Il Presidente Trump ha fermamente criticato il test dichiarando:

“Azioni di minaccia e di destabilizzazione aumentano solo l’isolamento internazionale del regime di Kim nella regione e nel resto del mondo. Tutte le opzioni sono sul tavolo”.

Quello che i media non vi hanno raccontato è che, per tutte le ultime tre settimane, Giappone, Corea del Sud e Usa, sono stati impegnati in operazioni di simulazioni militari nell’Isola di Hokkaido e in Corea del Sud. Queste provocazioni di guerre non necessarie servono a simulare uno scenario di invasione della Corea del Nord e l’operazione per la “decapitazione” per rimuovere il regime.

 

Il leader supremo della Corea del Nord, Kim Jong-un ha ripetutamente chiesto agli Stati Uniti di porre fine a queste esercitazioni militari, ma gli Usa hanno sempre rifiutato, riservandosi il diritto di minacciare tutti, in ogni momento e in ogni luogo. E’ parte del cosiddetto “eccezionalismo” americano.

[…]
Il test missilistico di lunedì  è stato condotto poche ore dopo che i giochi di guerra di Usa e i suoi alleati erano finiti. Il messaggio è chiaro: il Nord non è disposto ad essere umiliato pubblicamente e mettersi da parte senza rispondere. Invece che mostrare debolezza, il Nord ha chiarito di essere disposto a difendersi contro ogni aggressione straniera. In altre parole, il test NON è stato un “atto provocatorio” (come affermano i media) ma una modesta e ben pensata risposta di una nazione con un’esperienza di 64 anni di sanzioni, demonizzazione e minacce continue da parte di Washington. Il Nord ha risposto perché il livello raggiunto dagli Usa richiedeva una risposta. Fine della storia.
E lo stesso vale per i test dei tre missili di breve gittata della scorsa settimana (due dei quali apparentemente sono esplosi dopo il lancio). Questi test sono una risposta alle tre settimane di esercitazioni militari della Corea del Sud e i suoi alleati che ha coinvolto  75,000 truppe da combattimento accompagnate da centinaia di carri armati, veicoli armati, artiglieria pesante, una intera flotta navale e squadroni di jet e bombardieri strategici. Doveva il Nord stare seduto e aspettare che la brutale forza militare prendesse forma proprio sotto il suo naso???
Chiaramente no.  Immaginate per un momento se la Russia iniziasse la stessa operazione al confine del Messico. Con la flotta russa che compie queste esercitazioni a tre miglia dalla baia di San Francisco, quale sarebbe la reazione di Trump?
E quindi perché il doppio standard è così palese perché si parla della Corea del Nord?
La Corea del Nord dovrebbe essere applaudita per mostrare al mondo di non lasciarsi intimidire dai bulli.Kim sa che ogni confronto con gli Usa finirà male per il Nord, ciononostante, non è crollato o si è arreso ai brulicanti colpi di guerra della Casa Bianca.
A proposito, la risposta di Trump al test missilistico di lunedì è stata appena coperta nei media mainstream e a buona ragione. Ecco cosa è successo due giorni dopo:
Mercoledì, una flotta aerea Usa di F-35B, F-15 e bombardieri B-1B, ha condotto operazioni militari su un campo di addestramento a est di Seoul. I B-1B, che sono bombardieri nucleari a bassa quota, hanno lasciato cadere le loro bombe al sito e poi sono ritornate alla loro base madre. La spettacolarità era destinata a inviare un messaggio a Pyongyang: Washington non è felice del test balistico del Nord ed è disposto ad usare armi nucleari se non si piegherà in futuro ai diktat Usa.
E quindi, realmente, gli Usa sono disposti ad utilizzare la forza nucleare contro la Corea del Nord per imporgli il loro diktat?
Sembra così, ma chi lo sa davvero? In ogni caso Kim non ha altra scelta che la fermezza. Se mostra qualche segno di debolezza, sa che finirà come Saddam e Gheddafi. E questo, naturalmente, è quello che guida la retorica iperbolica; il Nord vuole evitare lo scenario di Gheddafi a tutti i costi. (il motivo per cui Kim ha minacciato di lanciare missili nelle acque che circondano Guam è perché Guam è la casa della Anderson Airforce Base che è il punto di origine dei bombardieri nucleari B-1B che minacciano da tempo la penisola. Il Nord sente di dover rispondere a quella minaccia esistenziale).
Non sarebbe d’aiuto se i mezzi di comunicazione avessero accennato a questo fatto o è per la loro agenda meglio far apparire che sia Kim che stia abbaiando come un pazzo contro gli “Stati Uniti assolutamente innocenti”, un paese che cerca solo di preservare la pace ovunque va?
È così difficile trovare qualcosa nei media che non rifletta la polarizzazione e l’ostilità di Washington. L’unico articolo decente che sono riuscito a trovare è stato pubblicato dalla CBS News la scorsa settimana ed è stato scritto da un ex ufficiale dell’intelligence occidentale con decenni di esperienza in Asia. È l’unico articolo che ho trovato che spiega con precisione cosa sta andando oltre la propaganda.
“Prima dell’arrivo del presidente Trump, la Corea del Nord ha chiarito che era disposta a dare alla nuova amministrazione americana il tempo per rivedere la propria politica e trovare una soluzione migliore del presidente Obama. L’unica richiesta era che se gli Stati Uniti  avessero proseguito a pieno ritmo con i loro esercizi congiunti annuali con la Corea del Sud (specialmente se accompagnato dalla solita retorica di “decapitazione” e dai voli di bombardieri strategici sulla penisola coreana), il Nord avrebbe reagito fortemente.
In breve, gli Usa li hanno fatti e il Nord ha reagito.
Dietro le quinte i contatti sono saliti e scesi, ma non hanno potuto ottenere risultati. In aprile, il leader del Nord Corea Kim Jong Un ha lanciato nuovi missili come avvertimento, senza alcun effetto. Il regime ha lanciato i nuovi sistemi, uno dopo l’altro. Ancora, l’approccio di Washington non è cambiato “(Analisi: la vista di Pyongyang sulla crisi della Corea del Nord-Usa”, CBS News)
Ecco, quindi abbiamo la verità: il Nord ha fatto del suo meglio ma è tornata sui suoi passi quando Washington ha dimostrato di non voler negoziare e ha scelto di rafforzare l’embargo e minacciare la guerra. Questa è la soluzione di Trump. Qui altri estratti dello stesso articolo:
“Il 4 luglio, dopo il lancio del primo missile balistico intercontinentale di successo della Corea del Nord (ICBM), Kim ha inviato un messaggio pubblico che il Nord avrebbe potuto mettere i programmi nucleari e missilistici sul tavolo se gli Usa avessero cambiato il loro approccio.
Gli Stati Uniti non lo hanno fatto, così il Nord ha lanciato un altro ICBM,  deliberatamente come avvertimento per gli Stati Uniti che dovevano essere presi seriamente. Tuttavia, altri bombardieri B-1 hanno volato sopra la penisola e il Consiglio di sicurezza ONU ha approvato nuove sanzioni “.
Quindi, il Nord era pronto a fare qualche pesante concessione nella negoziazione, ma gli Stati Uniti non hanno accettato. Kim probabilmente ha avuto fiducia in quello che poteva essere cambio di marcia con Trump e aveva capito che potevano lavorare su qualcosa. Ma non è accaduto. Trump si è rivelato una sfinge più grande di Obama, che già era stato pessimo. Non solo si rifiuta di negoziare, ma manda minacce bellicose quasi ogni giorno. Non è ciò che aspettava il Nord. Stavano aspettando un leader “non interventista” con cui arrivare ad un compromesso.
La situazione attuale ha lasciato Kim senza buone opzioni. Può terminare il suo programma missilistico, o aumentare la frequenza dei test e sperare di aprire la strada ai negoziati. Kim ha scelto quest’ultima.
Ha fatto una cattiva scelta?
Può essere.
E’ una scelta razionale?
Si.
Il Nord sta scommettendo che i suoi programmi di armi nucleari saranno preziosi nei futuri negoziati con gli Stati Uniti. Il Nord non ha intenzione  colpire la costa occidentale degli Stati Uniti. È ridicolo! Non ci guadagna nulla. Quello che vogliono è salvaguardare la loro sovranità, procurarsi garanzie di sicurezza da Washington, rimuovere l’embargo, normalizzare i rapporti con il Sud, cacciare gli Stati Uniti dagli affari politici della penisola e (speriamo) di porre fine all’ irritante e infinitamente provocatoria occupazione americana che dura da 64 anni.
Il Nord è pronto all’accordo. Vogliono i negoziati. Vogliono porre fine alla guerra. Vogliono mettere tutto questo incubo dietro di loro e continuare con la loro vita. Ma Washington non lo farà perché gli Usa desiderano mantenere lo status quo. Washington vuole la sua permanenza perenne nella Corea del Sud in modo da poter circondare la Russia e la Cina con i sistemi missilistici e ampliare la sua presa geopolitica portando il mondo più vicino all’Armageddon nucleare.
Questo è ciò che vuole Washington e per questo la crisi della penisola continuerà a bollire.

Traduzione de l’AntiDiplomatico

Notizia del:

Sorgente: Quello che i media non vi stanno raccontando sui test missilistici della Corea del Nord – World Affairs – L’Antidiplomatico

Sette giorni di sconfitte per Washington e il vecchio ordine mondiale

 

Sette giorni di sconfitte per Washington e il vecchio ordine mondiale

 

 di Federico Pieraccini

Sette giorni di sconfitte per Washington e il vecchio ordine mondiale
1. Cina e India in vista della riunione dei BRICS hanno messo fine alla disputa sul confine tra i due paesi nei pressi di Donglang Caochang. Un altro sogno dei policy maker americani, un conflitto tra le due nazioni, svanisce.

2. L’obbligo di inviare ulteriori truppe in Afghanistan dopo 16 anni di guerra, senza alcuna possibilità di cambiare il corso degli eventi. Una seconda dimostrazione palese, dopo l’Iraq, della inefficienza bellica americana nel controllare un paese dopo averlo bombardato ed invaso.

3. Il test nucleare Coreano ribadisce il deterrente nucleare di Pyongyang che impedisce aggressioni nordamericane in stile libico. Gli strateghi US sanno di non avere alcuna opzione militare e schiumano di rabbia.

4. La liberazione di Der Ezzur segna la fine simbolica del conflitto Siriano su grande scala e rappresenta l’inizio della fine per tutte le forme di terrorismo nel paese. Il tentativo maldestro e disumano di spezzare l’asse della resistenza è fallito e con esso le ambizioni americane israeliane britanniche e saudite di ridisegnare il Medio Oriente.

5. La riunione dei BRICS riassume e amplifica tutti questi recenti eventi e capitalizza sulle debolezze di un occidente diviso. La presenza di paesi come il Messico manda un segnale inequivocabile sulle ambizioni dei 5 paesi BRICS di accelerare la transizione pacifica ad un ordine mondiale multipolare.Mentre negli Stati Uniti prosegue una latente guerra civile, compresi assalti politici inediti alla presidenza, il resto del mondo si evolve tentando, con successo, di risolvere i numerosi conflitti lasciati in eredità da Washington.

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PALESTINA. Hamas: “Pronti ad un governo d’unità nazionale”

 

L’annuncio è stato fatto ieri sera dopo un vertice al Cairo con ufficiali dell’Intelligence egiziana. Il capo dello Shin Bet israeliano, intanto, annuncia: “La calma in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza è fragile”

Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh

Il leader di Hamas, Ismail Haniyeh

di Roberto Prinzi

Roma, 12 settembre 2017, Nena News – Ennesima promessa effimera o qualcosa di più solido e reale? E’ la domanda che nasce spontanea dopo l’apertura ieri di Hamas ad una riconciliazione nazionale con i rivali di Fatah.

L’annuncio è arrivato in serata al termine di un vertice tenuto al Cairo tra una delegazione del movimento islamico (presente anche il suo leader Ismail Haniyeh) e alcuni ufficiali egiziani capeggiati dal ministro dell’Intelligence Khaled Fawzi. In un nota Hamas ha detto di essere pronto a firmare “immediatamente” un accordo con Fatah (il partito del presidente Abbas) e anche a sciogliere la sua commissione amministrativa formata a inizio anno. Una promessa, quest’ultima, di non poco conto: la commissione è infatti duramente criticata dall’Autorità palestinese (Ap) perché ritenuta un governo ombra del tutto indipendente da quello cisgiordano di Ramallah.

Ma le promesse di Hamas non finiscono qui: la leadership islamica ha infatti garantito al Cairo che sarà il nascituro governo di unità nazionale ad assumere il controllo della Striscia e ad indire le elezioni. A patto che, ha precisato, tutte le fazioni palestinesi potranno partecipare alla conferenza del Cairo che eleggerà l’esecutivo nazionale responsabile dell’amministrazione “dell’intero territorio palestinese”, o meglio, di quel che resta di Palestina (Striscia di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est).

Hamas, si legge ancora in una nota ufficiale, ha poi tranquillizzato gli egiziani: nella piccola enclave palestinese nessuno metterà a repentaglio la sicurezza dell’Egitto. Le aperture e le rassicurazioni di Hamas non sono frutto della buona volontà degli islamisti, ma figlie della necessità. Il movimento vive da tempo grosse difficoltà accentuate dalle recenti politiche draconiane dell’Ap contro la popolazione gazawi (taglio dei finanziamenti per gasolio, medicine, salari dei dipendenti pubblici ed ex prigionieri). Il tentativo (finora fallimentare) di Ramallah è palese: rendere sempre più difficili le condizioni di vita nella Striscia – già gravissime a causa del decennale blocco israeliano e, più recentemente, egiziano – nella speranza di una ribellione anti-Hamas da parte della popolazione locale.

La situazione di crisi sta portando Hamas a compiere vere e proprie piroette politiche: ha dapprima riallacciato i contatti con l’Iran interrotti (seppure mai del tutto) dopo aver sostenuto gli oppositori del presidente siriano Bashar al-Asad e le manovre regionali del Qatar. Non sorprende infatti che i toni conciliatori giungano proprio mentre perdura il boicottaggio del piccolo emirato da parte di alcuni stati arabi capeggiati dall’Arabia Saudita. Doha è stata per anni la città che ha ospitato il leader di Hamas Khaled Masha’al ricoprendo il vuoto un tempo occupato dall’asse sciita. Un alleato quanto mai scomodo in questa precisa congiuntura storica.

Recentemente il movimento islamico ha poi provato a migliorare le sue relazioni con il Cairo (tesissime dopo il golpe militare di al-Sisi nel 2013) smarcandosi prima dalla Fratellanza musulmana (“terroristi” per il governo egiziano) e poi aumentando i controlli al confine tra la Striscia e l’Egitto. L’obiettivo è chiaro: uscire dall’isolamento politico in cui versa il suo movimento alleviando le pene della sua popolazione intrappolata nella piccola enclave. Uno dei primi passi potrebbe essere l’apertura del valico di Rafah che potrebbe alleggerire l’asfissiante assedio israeliano.

Resta ora da capire quale sarà la risposta di Ramallah. I toni utilizzati ultimamente dall’Ap non sembrano essere incoraggianti: lo scorso mese Abbas aveva minacciato di prendere non meglio precisate “ulteriori misure” repressive contro Hamas (e quindi contro i gazawi) qualora quest’ultima non avesse rispettato le sue richieste. Fatah vuole essenzialmente tre cose: la fine della commissione amministrativa, la riconsegna del controllo dell’enclave di Gaza all’Autorità palestinese e lo svolgimento di elezioni presidenziali e legislative anche nella Striscia.

Che la situazione a Gaza, e più in generale nei Territori palestinesi, si stia facendo sempre più difficile lo sanno bene anche gli israeliani. Domenica, nel corso di un vertice con il gabinetto alla sicurezza, il capo del servizio di Intelligence interna dello stato ebraico (Shin Bet) Nadav Argaman ha detto che la relativa calma in Cisgiordania e nella Striscia è “fragile”. L’ufficiale ha posto l’attenzione sulla “Giudea e Samaria” (Cisgiordania) dove ha osservato come la sicurezza sia aleatoria perché c’è una “significativa” apprensione per “eventi di carattere religioso” e “un alto livello di allerta per [possibili] attacchi da parte di organizzazioni terroristiche e di singoli”.

Se in Cisgiordania però Argaman ha parlato di situazione “fragile”, per Gaza il capo dello Shin Bet ha preferito utilizzare l’espressione “calma ingannevole” osservando come anche il periodo che aveva preceduto l’offensiva israeliana su Gaza 3 anni fa era stato “il più tranquillo negli ultimi 30 anni”. Nonostante la crisi politica ed economica che si vive nella Striscia, Argaman ha però lanciato l’allarme: Hamas sta continuando a investire soldi in campo militare. “Anche ora il movimento è pronto ad un confronto con Israele”. Nena News

Roberto Prinzi è su Twitter @Robbamir

Sorgente: PALESTINA. Hamas: “Pronti ad un governo d’unità nazionale”

Washington e Riyad chiedono all’opposizione di accettare il ruolo Assad nel futuro della Siria

Washington e Riyad chiedono all'opposizione di accettare il ruolo Assad nel futuro della Siria
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USA e l’Arabia Saudita hanno sollecitato l’opposizione, da loro sponsorizzata, ad accettare il ruolo di Bashar al-Assad nel futuro della Siria. Lo riferisce ‘The Associated Press’.

L’Associated Press (AP) ha riferito, citando fonti in condizione di anonimato, che sono in contatto con i cosiddetti gruppi di opposizione siriani al di fuori del paese arabo.

“Mentre Damasco ha invertito le perdite militari in gran parte strategicamente importante nella zona  occidentale del paese e dal momento che gi Stati Uniti hanno interrotto il supporto alle forze ribelli, i diplomatici da Washington a Riyad stanno chiedendo ai rappresentanti dell’opposizione siriana di raggiungere un accordo con il presidente Bashar al-Assad sulla sua sopravvivenza politica”, è l’incipit dell’articolo dell’AP.

Inoltra, nell’articolo si ricorda che le forze militari e pro-governative siriane hanno un vantaggio irreversibile sul campo di battaglia contro le bande armate e altri avversari mentre i cosiddetti  ribelli appoggiati dai loro alleati regionali e occidentali sono più concentrati sulla promozione dei propri interessi, piuttosto che ottenere il cambiamento di governo a Damasco.

Attualmente, il governo siriano controlla la maggior parte occidentale popolata, mentre i terroristi dell’ISIS (Daesh, in arabo) e Al-Qaeda, i curdi sostenuti dagli Stati Uniti e le milizie sostenute dalla Turchia controllare le restanti parti del Nord, est e sud. Inoltre, una zona sicura è stata creata nel sud dove non c’è quasi nessun combattimento. Questa situazione è un vantaggio per Damasco.

L&# 39;ex ambasciatore USA in Siria, Robert Ford, che è ampiamente considerato come una delle menti delle guerre civili create da Washington in diverse parti del mondo e istigatore chiave nel 2011 del conflitto siriano già escluse, alcuni mesi fa, la possibilità di cacciare via Assad, sottolineando che “non c’è alcun allineamento militare concepibile che sarà in grado di rimuoverlo (…) Tutti, compresi gli Stati Uniti, hanno riconosciuto che Assad resta al potere.”

Secondo la fonte consultata da AP, i principali sponsor del principale alleanza di opposizione siriana, l’Alto Comitato dei negoziati (ACN o HNC) stanno spingendo il gruppo ad adattarsi alle nuove realtà. In particolare, il cancelliere saudita, Adel al-Yubeir, ha detto all’opposizione che è giunto il momento di formulare “una nuova versione”.

“Lui non ha detto esplicitamente che Bashar [Al Assad] deve restare, ma se si legge tra le righe, se dici che devi avere una nuova visione, qual è la questione più controversa? È se Bashar resta”, ha spiegato la fonte che ha chiesto di rimanere anonimo, aggiungendo che diversi gruppi di opposizione stanno parlando tra di loro per raggiungere una posizione comune, ma che hanno comunque profonde divergenze sul futuro politico di Assad in Siria.

Fonte: The Associated Press
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Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita non vogliono che tu veda

Le foto dello Yemen che gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita non vogliono che tu veda
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L’Arabia Saudita mantiene un blocco mediatico tale che i giornalisti non possono documentare le atrocità commesse nello Yemen con la complicità statunitense.

Le immagini come quelle che accompagnano l’articolo pubblicato martedì scorso sul quotidiano statunitense ‘The New York Times’, scritto da Nicholas Kristof non appaiono sugli schermi televisivi e raramente nei quotidiani occidentali, in parte perché l’Arabia Saudita blocca con successo l’accesso di giornalisti stranieri nello Yemen.

Il giornalista Nicholas Kristof nel suo articolo pubblicato ha denunciato di aver cercato per quasi un anno di raggiungere aree devastate dagli attacchi sauditi nello Yemen senza successo perché il regime saudita lo ha impedito.

Kristof ha poi riferito che l’unico modo per accedere alle aree dello Yemen soggetto a continue attacchi aerei è attraverso voli charter organizzati dalle Nazioni Unite e gruppi umanitari, in quanto i voli commerciali sono vietati.

Tuttavia, gli aerei militari sauditi controllano questo spazio aereo e vietano qualsiasi volo dove c’è un giornalista a bordo. L’ONU “non sta assumendo rischi” e considera questo divieto di imbarcare i giornalisti molto seriamente, ha raccontato il giornalista.

“Ciò è pazzesco: l&# 39;Arabia Saudita obbliga le Nazioni Unite ad escludere i giornalisti per evitare la copertura delle atrocità saudita”, ha spiegato Kristof.

L’autore dell’articolo ha sottolineato che il governo saudita commette crimini di guerra nello Yemen con le complicità statunitensi e del Regno Unito.

I Sauditi regolarmente bombardano i civili e, peggio ancora, hanno chiuso lo spazio aereo e hanno imposto un blocco per sottomettere la popolazione yemenita. Ciò significa che i civili dello Yemen, compresi i bambini, se non muoiono nei bombardamenti, li fanno morire alla fame. Kristof ha citato il caso di Buthaina, una ragazza di 4 o 5 anni che è stata l’unica della sua famiglia che è riuscita a sopravvivere ad un attacco saudita.

Secondo Kristof gli statunitensi devono fermare tutti i trasferimenti di armi in Arabia Saudita finché non finisce il blocco e il bombardamento del regno contro lo Yemen.

Uno degli effetti devastanti di questa aggressione è la peggiore epidemia globale del colera che è scoppiata in Yemen, dove molte persone sono malnutrite. Ogni giorno 5000 yemeniti contraggono il colera.

Fonte: The New York Times
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Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

internet

1 settembre 2017 – Raúl Zecca Castel
Fonte: https://lamericalatina.net – 01 settembre 2017
Potrebbe essere questa che vedete l’immagine per il lancio della nuova campagna pubblicitaria Benetton: il volto un po’ arruffato di un giovane ragazzo argentino, capelli scompigliati, dreadlock in vista e sguardo penetrante su sfondo nero – monocromo -, proprio come quelli che piacciono tanto al bravo Oliviero Toscani, e poi, immancabile, il logo con il motto della celebre azienda italiana, United Colors of Benetton, divenuto, grazie ad abili strategie di marketing, sinonimo di apertura, multiculturalismo, integrazione tra i popoli e le culture.

 

Santiago Maldonado si è integrato talmente bene che non lo si trova più. Scomparso nel nulla, anzi, scomparso nei possedimenti patagonici del gruppo Benetton. D’altra parte come non perdersi in 900mila ettari di terra? Già, perché le dimensioni delle proprietà di una tra le maggiori imprese nel mercato dell’abbigliamento mondiale ammontano a tale spropositata cifra solo in America Latina. Un’acquisizione – o meglio, un accaparramento – del valore di 50 milioni di dollari che risale al 1991.

Ma quelle terre non appartenevano allo stato argentino e men che meno alla Argentine Southern Land Company Limited, l’impresa inglese che ne deteneva la proprietà legale già dai primi del ‘900.

Quelle terre appartenevano e appartengono al popolo Mapuche, gli indigeni araucani che vivono in Patagonia da tempi immemorabili, ben prima dell’arrivo dei colonizzatori spagnoli. E, com’è noto, la terra è di chi l’abita. Nessuna legge potrà mai contraddire questo principio universale.

I Mapuche non possono esibire alcun titolo di proprietà riferito a quei terreni. Non ne hanno mai avuto bisogno, né si arrogherebbero mai la presunzione di poter considerare la natura un oggetto da negoziare. Sono il “Popolo (che) della Terra (mapu)”, e per questo rivendicano il diritto ad abitarla come hanno sempre fatto.

Quando il gruppo Benetton si è appropriato dei loro luoghi ancestrali, non ha esitato un momento nel procedere con gli sgomberi forzati di interi villaggi, sfollando le famiglie e sostituendole con quasi 300mila pecore da lana. Le greggi, è proverbiale, son mansuete, ma non i Mapuche, che da allora non hanno smesso di lottare, resistendo e reagendo alle violenze che periodicamente vengono portate avanti contro i loro membri più attivi, spesso arrestati e imprigionati dalle autorità nazionali con l’accusa di terrorismo. È questo il caso di Facundo Jones Huala, leader della Resistenza Ancestrale Mapuche (RAM), che da oltre due mesi è detenuto nel carcere di Esquel, nella provincia di Chubut, per aver promosso e partecipato ad attività di boicottaggio e riappropriazione di terre che ora appartengono a Benetton.

Il 1 agosto 2017, la Gendarmeria Nacional, forza armata direttamente agli ordini del Ministero della Sicurezza del Governo – attualmente presieduto da Mauricio Macri – ha fatto irruzione nella comunità in resistenza Pu Lof, nella stessa provincia di Chubut, dove membri della RAM e vari sostenitori della causa mapuche, stavano manifestando il loro diritto alla terra. L’intervento repressivo dei militari ha disperso la folla indigena a suon di cariche, pallottole di gomma e roghi di abitazioni, senza risparmiare le violenze a donne e bambini.

Santiago Maldonado, un artigiano ventottenne di Buenos Aires, si trovava lì a sostenere la lotta del popolo mapuche. Alcuni testimoni raccontano di averlo visto per l’ultima volta nelle mani della Gendarmeria, ma la stessa arma e il governo smentiscono.

È trascorso un mese esatto dalla sua sparizione.

L’Argentina non ha bisogno di aggiungere un nuovo nome alla macabra lista dei desaparecidos.

Signor Presidente, donde està Santiago Maldonado?

Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

Vogliamo una risposta.

Vogliamo Santiago, vivo.

Riproduciamo qui di seguito in traduzione italiana una lettera che Facundo Jones Huala ha rivolto a Santiago Maldonado [Qui in lingua originale]:

Lettera di Facundo Jones Huala a Santiago Maldonado, 26 agosto 2017

GRAZIE, FRATELLO

Grazie. Tutto qui. Ti direi grazie, se potessi averti di fronte a me in questo momento. Grazie infinite, perché non trovo parole più potenti per esprimere la riconoscenza profonda che nutro per il tuo amore alla nostra comunità, per la tua dedizione così disinteressata, per il semplice desiderio e l’arduo lavoro che hai investito nel provare a conoscerci, ma a conoscerci per davvero. Uno sforzo immane, fratellino, che non resterà invano: la tua infinita solidarietà raccoglie in queste ore innumerevoli dimostrazioni di umanità che riaffermano i tuoi diritti insieme ai nostri, diventando un esempio che potrà essere coniugato in tutti i tempi.

La risposta non è su Facebook né in nessun’altro social network: la risposta è nelle mani della Gendarmeria Nazionale.

Sono stati loro a portarti via. Loro ti hanno picchiato. Loro ti hanno sequestrato. E al cospetto di tutto quel giornalismo che trova sempre il modo per guardare dall’altra parte, ancora una volta dico che è tornato il terrorismo di Stato. Perché è così, noi popoli delle origini stiamo urlando già da molto tempo, ma l’eco comincia a sentirsi solo ora e questo lo dobbiamo anche alla tua lotta.

Io sono stato arrestato per la prima volta quando avevo 11 anni. Vivevo a Bariloche e stavo andando a comprare delle cartine geografiche. “Per atteggiamento sospetto”, dissero con l’atteggiamento sospetto proprio di chi sospetta sempre e solo dell’atteggiamento altrui.

A loro non disturbano le nostre “armi”: a loro disturbano le nostre armi politiche.

Loro dispongono di tutto l’arsenale economico, mediatico e simbolico. E noi ci siamo trasformati in nemici quando abbiamo deciso di affrontarli. Ma tu, Santiago, anche senza essere un mapuche, ti sei unito alla nostra comunità abbracciando la nostra causa come se fosse la tua. E il giorno del tuo sequestro i gendarmi vennero con quell’idea fissa che tu già avevi scoperto diversi tempo fa: “Gli indigeni si uccidono”. Questa volta non si sono portati via un indigeno, ma si sono portati via te, che oggi conduci le nostre rivendicazioni dove noi non siamo mai riusciti, perché il nostro destino è sempre tanto silenzioso quanto la nostra storia. Lo dicono i tuoi compagni, lo dice la tua consapevolezza: se lo scomparso fosse un mapuche, quante grida si alzerebbero?

Noi indigeni possiamo scomparire senza che nessuno esca a protestare.

Tu sei venuto per gridare questa verità e nemmeno portandoti via sono riusciti a zittirti.

Non abbiamo avuto modo di condividere il nostro tempo, ma tutti i peñi (fratelli) e le lamien (sorelle) che ti conoscono parlano molto bene di te, rafforzando le parole di questa lettera che scrivo. E allora, anche senza esserci mai conosciuti, posso dire con certezza quanto apprezziamo la tua autenticità: dire quel che pensavi e fare quel che dicevi…

Ne restano pochi, molto pochi, con una simile qualità, quella che ti ha reso imprescindibile. Ma è sufficiente ripercorrere le tue azione per conoscere le tue convinzioni politiche che ora diventano esempio per migliaia, migliaia che potrebbero emularti nella lotta, migliaia che potrebbero diventare altri Santiago.

Quel 1 agosto forse avresti dovuto essere da qualche altra parte, ma le tue convinzioni ti hanno portato da noi, al di là delle regole così chiare della nostra comunità: “se non sei mapuche, non devi esporti mai”. Questo siamo soliti dire, ma tu hai scelto di restare e di appoggiarci fino alla fine, penetrando in profondità nella nostra cultura, un luogo spesso inaccessibile per chi viene da lontano. Le tue decisioni, le tue convinzioni, ci uniscono e ci rendono fratelli in un solo urlo rivolto a tutti gli esseri dotati di umanità nel mondo…

Io non so dove siano il Che, Severino Di Giovanni, Evita, Tupac Katari o Gandhi, ma sicuramente staranno urlando da qualche parte:

Dove cazzo è Santiago Maldonado?!

Sorgente: Signori Benetton, dov’è Santiago Maldonado?

Puglia: ispezioni sismiche Northern Petroleum a 14 miglia davanti ad Ostuni e Monopoli per Marzo 2018

Le concessioni FR 39 DP e FR 40 NP della Northern Petroleum
da cui sono state ricavate due zone per eseguire airgun in Adriatico
I nuovi ritagli sono proprio al confine con la zona di interdizione delle 12 miglia
Qui la panoramica dei mari di Puglia e di Basilicata e di Calabria
coperti da concessioni petrolifere
Il cronoprogramma prevede che l’airgun Northern Petroleum arrivera’ a Marzo 2018.
Sono le scatoline in giallo.
La concessione FR 39 NP e’ stata accordata nel 2007 e valeva fino al 2013.
La previsione era di farci airgun in 2D con possibile integrazione in 3D.
Per l’airgun in 2D e’ stata esclusa la procedura dalla Valutazione di Impatto Ambientale
Quelli della Northern Petroleum hano eseguito airgun in 2D nel 2011
Sempre nel 2011 hanno chiesto di eseguire airgun in 3D
sempre senza presentare la VIA
ma il ministero gli ha detto di no.
La VIA e’ necessaria.
E allora la Northern Petroleum ha presentato la VIA.
Siccome la concessione scadeva nel 2013 l’hanno sospesa ogni anno
 finche non sono riusciti ad ottenere il permesso di fare airgun.
Si chiama “sospensione decorso temporale”.
E con cio’ la Northern Petroleum e’ riuscita ad allungare il brodo
(e l’airgun!) almeno fino al 6 Marzo 2019.
E finalmente il permesso di fare “crociere sismiche” nelle concessioni
FR 39 NP e FR 40 NP e’ arrivato nel 2015,
dal nostro beneamato Ministero dell’Ambiente
Prevedono di fare l’airgun nel 2018.
——

COME SEMPRE, CARI GIORNALISTI DI PUGLIA,
SE USATE, CITATE

Cabot Energy Plc is an oil and gas exploration and production company 
quoted on the AIM Market of the London Stock Exchange. 
The Company is focused on production led growth which will 
deliver cash flow and demonstrable value for shareholders

La Northern Petroleum e’ una ditta inglese con sede a Londra ed e’ quotata presso la AIM, la Alternative Index Market, cioe’ la borsa delle ditte minori, quelle piu’ rischiose.

Il giorno 27 Luglio 2017 ha cambiato il suo nome in Cabot Energy. Ma non ha importanza il nome che si e’ scelta, il fatto e’ che questa micro-ditta ha preso di mira i mari della Puglia per fare airgun e trivelle e per portare “flusso di cash” e valore dimostrato ai suoi investitori.

Insomma, speculatori.

Assieme agli americani della Global Med, agli australiani della Global Petroleum Limited, ai norvegesi della Spectrum, agli italiani dell’ENI, abbiamo allora anche gli inglesi della Northern Petroleum a venire a sparare nei mari di Puglia alla ricerca di giacimenti di petrolio.

Fra le concessioni in loro possesso la FR 39 NP e la FR 40 NP, davanti alle coste di Monopoli e di Ostuni, Brindisi, Carovigno.

Queste concessioni sono state ridisegnate per eseguire airgun: dalle due concessioni contigue hanno ricavato due “zone” che in totale occupano un area di 860 chilometri quadrati.

In questi giorni annunciano al Ministero dell’Ambiente di avere preparato il loro “cronoprogramma” e che sono pronti per iniziare le operazioni di airgun nel Marzo del 2018.

Le operazioni di airgun sono di presa dati in tre-dimensioni, e sono le piu’ impattanti perche’ –ovviamente — per avere una visuale tre-dimensionale del sottosuolo e dei suoi possibili giacimenti petroliferi, occorre prendere molti piu dati che in due-dimensioni.

E quindi, molti piu’ spari.

Che cos’e’ il “cronoprogramma”?

Essenzialmente la lista di date e di attivita’ collegate all’airgun che deve essere comunicata alle autorita’ locali in modo che possano essere informate di quello che accade in mare.

Questo e’ importante perche’, come dice il ministero, occorre essere certi che non ci siano attivita’ di interferenza con altre ditte petrolifere che fanno lo stesso lavoro.

Come detto, sono diverse le ditte che vogliono fare airgun al largo della Puglia e occorre che ci si metta in ordine e che non siano li a sparare tutti assieme.  Cioe’, tutti a sparare si, ma almeno uno alla volta!

Dal rapporto-cronoprogramma della Northern Petroleum apprendiamo cosi che l’ultima campagna di presa dati airgun in Adriatico e’ stata eseguita nel 2011, dalla Northern Petroleum stessa, per dati in due-dimensioni. Si vede che non gli piacevano le immagini e che ora vogliono tornare a fare presa dati in tre-dimensioni!

Si apprende pure che, sebbene non possano accertarlo con certezza al 100%, le operazioni di airgun saranno eseguite fra il 12 Marzo 2018 e il 15 Aprile 2018.

E’ sempre difficile ripercorrere tutto l’iter di queste concessioni, ma al meglio delle mie capacita’ giornalistiche, sono riuscita ad appurare quanto segue:

1. Le concessioni FR 39 NP e FR 40 DP vennero accordate nel 2007; la Northern Petroleum avrebbe potuto fare operazioni di airgun anche senza presentare una Valutazione di Impatto Ambientale. La concessione scadeva nel 2013.

2. L’airgun in 2D venne eseguito nel 2011.

3. Sempre nel 2011 la Northern Petroleum chiede di andare in 3D, e vogliono andarci senza presentare la Valutazione di Impatto Ambientale.

4. Il ministero gli dice di no, e danno parere negativo alla “richiesta di esculsione” dalla VIA.

5 La Northern Petroleum presenta allora la VIA, che gli viene approvata nel 2012. Sarebbe stata un area di circa 1200 chilometri quadrati.  Successivamente la richiesta viene modificata, e l’area trivellanda ristretta, in parte per essere conformi al nuovo limite delle 12 miglia di interdizione dalla costa. L’approvazione finale dell’airgun in 3D arriva nel 2015. Notare dalle cartine in alto le modifiche ai perimetri.

6. La regione Puglia e molti cittadini dicono no, ma il ministero approva lo stesso.

7. Come parte dell’approvazione una serie di “prescrizioni”, le solite sciocchezze all’italiana per sembrare piu’ attenti all’ambiente ma che sono solo delle facciate cosmetiche. Fra queste prescrizioni, l’obbligo di presentare il cronoprogramma prima dell’inizio degli spari.

8. In tutti questi anni hanno chiesto di rimandare la scadenza della fine del permesso. Il ministero glielo ha accordato. E cosi invece che la scadenza nel 2013, il permesso vale fino al 2019, con possibili proroghe ulteriori. In tutti questi anni non hanno mai pagato i canoni allo stato italiano.

9. Nell’area ci sono gia’ dei pozzi non operativi, Rovesti 1 (trivellato nel 1978 dall’Agip e sterile),  Medusa 1 (trivellata nel 1996 da un altra microditta, la Enterprise Oil Exploration e sterile) e Giove 1-2 (anche questi della Enterprise Oil Exploration trivellati nel 1998 e sterili).

10. Nel Marzo del 2018 saranno pronti per la presa dati in 3D.

Ora perche’ tutto questo e’ scandaloso, almeno secondo me.

L’airgun durera’ circa un mese. Gli spari di aria compressa ad intensita’ elevatissima saranno dannosi per la vita marina, in modi che neanche comprendiamo, e in quella zona ci sono delfini e capidogli. Ma il problema e’ piu’ grande dell’airgun in se.

Dopo l’airgun viene il pozzo esplorativo. E dopo il pozzo esplorativo quello permanente. E dopo ancora infrastruttura a terra e a mare, impianti di raffinazione, oleodotti, trasporti, pericolo riversamenti ed incidenti. Il mare pulito di Monopoli che diventa il mare industriale di Gela.

E’ un processo lento magari, ma inarrestabile se nessuno fa niente e se non ci si oppone *adesso*. Dopo e’ troppo tardi.  Gela non e’ arrivata in un giorno, ma alla fine e’ arrivata.

Ma sopratutto la cosa scandalosa e’ la mancanza di democrazia, di informazione, di partecipazione della gente. Se e quando hanno presentato osservazioni, popolo e regione Puglia, non sono stati ascoltati. E quando arrivano i “cronoprogrammi” e le “crociere sismiche” nessuno ne sa niente.

Come nessuno sa niente di chi siano questi qui della Northern Petroleum o della Global Med o della Global Petroleum Limited o della Spectrum venuti chissa da dove.

Sappiamo solo che dovranno mettersi in fila per fare airgun in Puglia.

Non va assolutamente bene.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Puglia: ispezioni sismiche Northern Petroleum a 14 miglia davanti ad Ostuni e Monopoli per Marzo 2018

Il Costa Rica: primo paese del mondo a vietare tutta la plastica usa e getta

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Costa Rica torna a far parlare di se come di un modello virtuoso.

Tutti abbiamo visto e leggiamo dell’enorme quantita’ di plastica che finisce in mare, gli articoli che parlano di piu’ plastica che pesci in mare. Tutti abbiamo visto le foto di animali marini e uccelli soffocati dalle buste di plastica. Loro, in Costa Rica,  hanno pensato di fare qualcosa.

Entro il 2021 sara’ vietato tutto cio’ che costituisce plastica mono-uso.

Tutto.

Bottiglie di plastica e buste di plastica. Forchette di plastica, contenitori in polistirolo. Bicchieri di plastica, inplasticamento mono-uso.

E il fatto che abbiano scelto la data del 2021, significa che sono seri: il 2021 sono quattro anni e sara’ un cambiamento radicale che richiedera’ tanta buona volonta’ e lavoro.

Come faranno? Offriranno incentivi ma allo stesso imporranno obblighi ai produttori. Cercheranno di incoraggiare ricerca e sviluppo di nuove idee come per esempio l’uso di cellulosa acetata.

Quanti altri buoni esempi ci da il Costa Rica? Hanno abolito l’esercito, vanno a 100% rinnovabili da vari anni ormai, hanno in atto progetti di rimboschimento della foresta tropicale. E adesso niente piu’ plastica usa e getta.

Il Costa Rica, certo e’ un paese piccolo, e forse e’ piu’ facile attuare questi progetti in un paese cosi.

Nel loro piccolo pero’ producono 4000 tonnellate di immondizia al giorno di cui il 20%, circa 800 tonnellate, finisce direttaemente nell’ambiente, spiaggia, foreste e fiumi perche’ le discariche e i centri di reciclaggio non riescono a “catturare” tutto.

Pero’ tutto questo dimostra che piccoli o grandi, con l’intelligenza e la programmazione,  si puo’. Si inizia sempre a scala piccola, ma a volerlo tutto si puo’ adattare e pensare per societa’ piu’ grandi e complesse. A noi il compito di volere tutto questo, di mettere pressione ai governanti, di continuare a sensibilizzare a imparare cosa succede altrove. Di non pensare mai “e’ impossibile” quando “come possiamo fare?”

Perche’ a volerlo tutto e’ possibile, da un mondo che va ad energia elettrica rinnovaibile ad un mondo plastica-free.

Bravi al Costa Rica che ci da sempre lezioni di grande progresso e rispetto ambientale.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Il Costa Rica: primo paese del mondo a vietare tutta la plastica usa e getta

Dalla foresta amazzonica duemila nuove specie animali e vegetali scoperte in sedici anni

Inia Araguaiaensis — delfino rosa
Potamotrygon limai – razza con celle esagonali
 Zimmerius chicomendesi — uccello il cui nome e’ in onore di
Chico Mendes, ambientalista del Brasile 
Nystalus obamai — uccello il cui nome e’ in onore di Barack Obama
 Plecturocebus miltoni — scimmia dalla coda arancione
primatologo e veterniario del Brasile
 

Hypocnemis rondoni — uccello il cui nome e’ in onore di  
Marechal Cândido Rondon, antropologo ed esploratore
 Tolmomyias sucunduri — uccello scoperto nella regione
Sucunduri, in un area protetta

Nei due anni 2014 e 2015 sono state scoperte ben 381 specie nuove, animali o vegetali, sulla terra, tutte dalla foresta amazzonica.

381. Una specie nuova ogni due giorni!

Fra queste scoperte recenti, un delfino fluviale rosa, una scimmia con la coda arancione, una razza con la pelle a nido d’ape, un uccello tropicale chiamato in onore di Obama (Nystalus obamai).

E’ un tasso straordinario di scoperta, che mostra quanto poco sappiamo del nostro pianeta, quanta ricca sia la nostra biodiversita’ e quanto abbiamo ancora da imparare.

Tutto questo mentre la foresta Amazzonica viene distrutta dalla nostra avidita’, senza che neanche ce ne rendiamo conto.

Il rapporto sulle nuove scoperte arriva dal Mamiraua’ Institute for Sustainable Development ed elenca per la precisione 216 piante, 93 pesci, 32 anfibi, 20 mammiferi, 19 rettili ed un uccello.

Le annate 2014-2015 sono state straordinarie, ma non e’ che negli anni precedenti non si scoprisse niente, anzi, lo stesso gruppo riporta che fra il 1999 e il 2013, il tasso di specie nuove scoperte e’ stato di circa 110 animali o piante l’anno.

Cioe’ se mettiamo tutto assieme, fra il 1999 e il 2015, in sedici anni sono state scoperte piu’ di duemila specie animali e vegetali nuove.

Duemila!!

L’Amazzonia contiene circa un terzo delle foreste tropicali rimaste sul pianeta, nonostante rappresenti l’uno per cento della superficie terrestre.

Ci sono qui il 10% di tutte le piante (note!) sul pianeta.

Si stima che adesso conosciamo solo il 20% di tutte le piante sulla terra e che il restante 80% e’ ancora ignoto.

Come mai tutte queste specie arrivano dall’Amazzonia? Perche’ a causa della sua grandezza e’ difficile penetrarla tutta, e a causa della sua ricchezza, anche addentrarsi in zone poco distanti dai centri e dai fiumi principali gia’ porta ad enormi scoperte. E infatti, la maggior parte di quello che sappiamo si trova vicino alle zone piu’ antropizzate e/o trafficate, come appunto strade e fiumi navigabili. Altre invece arrivano dalle poche zone ufficiali di studio dentro la foresta.

E quindi ogni volta che ci si addentra in posti remoti, si scoprono le meraviglie della natura. Dopotutto non e’ un mistero che qui ci siano ancora comunita’ di umani mai contattate dalla nostra civilta’.

Nel frattempo il tasso di estinzione causato dall’uomo e’ di circa mille-diecimila volte in piu’ rispetto al tasso naturale. Cioe’ per colpa nostra, le specie scompaiono mille-diecimila volte piu’ in fretta di quanto madre natura abbia inteso.

Ricardo Mello e’ il coordinatore del programma del WWF per la “ri-scoperta” dell’Amazzonia in Brasile e dice che nonostante la scarsita’ di risorse nuove specie continuano a venire alla luce con cosi tanta frequenza. Questo vuol dire che davvero i segreti e la ricchezza dell’Amazzonia sono straordinari.

Che fare di tutta questa nuova conoscenza?
Proteggerla, certo!
Non e’ accettabile continuare a disboscare, disboscare, trivellare, abbattere, scavare senza neanche sapere cosa si sta uccidendo. La biodiversita’ va protetta e studiata,  per amore della conoscenza, del creato ma anche perche’ queste specie potrebbero darci nuove idee per cure di malattie o per alimentazione futura.
Il primo passo e’ sempre la conoscenza, e la popolarizzazione in modo che possano essere presi passi adeguati per la conservazione. Credo sia imporante che noi tutti capiamo quanto vitale sia la foresta amazzonica, e quanto prezioso sia in realta’ il nostro pianeta tutto, in modo da poterci scandalizzare ogni volta che sentiamo notizie traumatiche per lo sfruttamento scellerato della natura. E se distruggiamo l’Amazzonia, con tutta questa ricchezza e bellezza, figuriamoci con quanta non-chalance distruggiamo terre e foreste meno famose e meno spettacolari.
Ecco, sono davvero numeri sbalorditivi.
Duemila nuove specie scoperte in sedici anni.
Dalla sola foresta amazzonica.
Credo che abbiamo il dovere di proteggere cosi tanta bellezza e di dover essere grati del fatto che ne siamo consci.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Dalla foresta amazzonica duemila nuove specie animali e vegetali scoperte in sedici anni

ISTAT 2016: la petrol-Basilicata terza regione piu’ povera d’Italia dopo vent’anni di petrolio

 

Eccoci, sono usciti i nuovi dati ISTAT per il 2016.

Non sono cambiate molte cose da quando ho iniziato a seguire queste “classifiche”. E cioe’ che la Basilicata’, ad esclusione dell’anno 2012, e’ sempre nella top three delle regioni piu povere d’Italia, scambiandosi di posto con Sicilia e Calabria, dal 2003 al 2016.

Cioe’ per 13 anni, quasi di fila, appunto ad eccetto il 2012, quando era quinta.

Tutto questo nonostante tutti i proclami e nonostante la Basilicata sia considerata il piu’ grande giacimento petrolifero d’Europa. Ecco qui, tutti i dati dai rapporti Istat online dal 2003 ad oggi. Il numero in parentesi indica il posto nella classifica delle regioni.

2003: Basilicata (1): 25.6% – Sud-Italia: 21.6%

 

2004: Basilicata (2): 28.5% – Sud-Italia: 25.0%

 

2005: Basilicata (3): 24.5% – Sud-Italia: 24.0%

 

2006: Basilicata (3): 23.0% – Sud-Italia: 22.6%

 

2007: Basilicata (2): 26.3% – Sud-Italia: 22.5%

 

2008: Basilicata (1): 28.8% – Sud Italia: 23.8%

 

2009: Basilicata (2): 25.1% – Sud-Italia: 22.7%

 

2010: Basilicata (1): 28.3% – Sud-Italia: 23.0%

 

2011: Basilicata (3): 23.3% – Sud-Italia: 23.3%

 

2012: Basilicata (5): 24.5% – Sud Italia: 26.2%

 

2013: Basilicata (2): 24.3% – Sud-Italia: 21.4%

 

2014: Basilicata (2): 25.5% – Sud Italia: 21.1%

 

2015: Basilicata (3): 25.0% – Sud Italia: 20.4%

 

2016: Basilicata (3): 21.2% – Sud Italia: 19.7%

Una persona su cinque in Basilicata, questo Texas d’Italia, e’ povera.
Di piu’ che in tutto il mezzogiorno d’Italia.

La regione piu’ povera per questo 2016 e’ la Calabria con un’agonizzante 34.9%. Fa quasi paura.
Poi c’e’ la Sicilia al 22.8%, e appunto la Basilicata e’ terza con il 21.2%.

L’Abruzzo che al petrolio ha detto no e’ invece la regione piu ricca del mezzogiorno, con l’indice di poverta’ al 9.9%, con un miglioramento rispetto al 2015 quando invece i poveri erano l’11.2%.

Ma come….  il petrolio non doveva portare ricchezza, progresso, amore e gioia a tutta la Lucania?

Evidentemente la risposta e’ no.

Uno puo’ dire: bene, non ci si puo’ aspettare miracoli dal petrolio se ci sono fattori storici, geografici e culturali a impedire che si esca dalla poverta’ qui.  Certo, e’ vero.

Ma questo discorso vale su un arco temporale di un anno, di due.

Non di venti. Dopo venti anni le petrol-promesse avrebbero dovuto essere mantenute, sopratutto visto che invece le petrol-profezie di monnezza, inquinamento, ambiente malato, democrazia morente, scandali, emigrazione, poverta’ e disocccupazione si sono invece avverate, tutte quante.

Non ci sono appelli qui.

Il petrolio e’ morte e distruzione, per chi ci vive vicino, e prima ce ne liberiamo, prima daremo un futuro migliore alle generazioni future e alle nostre comunita’.

Pittella, Renzi, Gentiloni, Galletti. E’ in questi numeri la cruda realta’.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: ISTAT 2016: la petrol-Basilicata terza regione piu’ povera d’Italia dopo vent’anni di petrolio

Salento: approvata “crociera sismica” cioe’ airgun della Global Med del Colorado

 

 

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la d89 FR GM appena approvata

 

 

 

 

la d80 FR GM appena approvata

 

 

 

Le concessioni d89, d90 e d91 FR GM

 

della Global Med del Colorado sono le tre piu’ a destra.

La d89 e’ stata approvata, le altre sono ancora in via di approvazione.

 

Il tutto a 13 miglia da Santa Maria di Leuca.

 

 

Il limite marino e’ di 12 miglia.

 

Furbi, eh?

 

 

Ancora piu’ furbi Dario Franceschini e Gianluca Galletti che approvano questi scempi.

 

Anzi, queste crociere sismiche.

 

 

 

 

 

 

 

ALLA STAMPA DI PUGLIA, SE COPIATE, CITATE.

 

CI VUOLE TEMPO PER CERCARE QUESTE INFO

Ma come…  per tutta l’estate sono rimbalzate sulle nostre pagine facebook e sulla stampa nazionale che mezzo mondo va a fare le vacanze in Puglia!

Madonna, i ricchi immobiliaristi americani, Ivanka Trump, Helen Mirren e un sacco di gente che pare non poterne avere abbastanza di Otranto e di Gallipoli e di Monopoli.

Ed ora, il nostro governo approva l’airgun, cioe’ l’anticamera delle trivelle, nella penisola salentina.  E’ proprio quello ci vuole, eh? E lo fanno il giorno 31 Agosto, nel bel mezzo dell’estate che finisce.

Ci sono zifidi e capidogli, tartarughe della specie caretta caretta.

E vanno a fare airgun? Curioso che forse per non fare troppo brutto lo chiamano crociera sismica invece che airgun.

Sono ridicoli.  Veramente non riesco a capacitarmene di come si possa essere cosi scemi.

Andiamo a leggere.

La concessione d89 FR GM arriva da parte della Global Med, microditta misteriosa con sede legale in Colorado presso il numero 6901 South Pierce Street, Suite 390, Littleton. Il suo domicilio e’ presso lo Studio Legale Turco, Viale Gioacchino Rossini 9, Roma 00198.

Mmh. Vorrei tanto sapere chi e’ questo avvocato Turco.  E ancora di piu vorrei sapere chi siede dietro questa Global Med nella sua suite di Littleton. Da internet emerge che e’ una ditta privata e che agisce come parte della Global Resource Holdings una LLLP che sta per Limited liability limited partnership.

Tutte quelle L significano essenzialmente che non si assumono alcuna responsabilita’, cioe’  questa Global Med/Global Resource Holding e’ una micro micro micro ditta che viene qui solo per sfruttare lo sfruttabile e senza vergogna alcuna.

Ma bastano un po di click per vedere chi e’ il capo di questa Global Med.

Si tratta di tale Randall C. Thompson che ha investito a suo dire circa 1.5 milioni di dollari per le trivelle “profonde” nel golfo di Taranto e nello Ionio. Dal suo sito diretto agli investitori dice che ha fatto richiesta di sei concessioni offshore e fatto cinque richieste di valutazione ambientale.  Ricorda ai suoi potenziali investori che lui e’ specializzato in progetti petroliferi internazionali allo stadio iniziale e che ha avuto gia’ successo in Marocco, Nuova Zelanda, Cina e Belize.

Prima era un manager della Exxon e della Amoco.

Il suo scopo e’ di fare il lavoro iniziale di accertarsi che il petrolio c’e’ ed e’ giusto e poi di vendersi a ditte maggiori.

Essenzialmente quelli della Global Med sono dei mercenari!

Ma leggiamo esattamente cosa hanno approvato quegli intelligentoni di Roma, Dario Franceschini e Gianluca Galletti che non hanno mai incontrato una trivella che non gli piaceva.

Come detto, si tratta di due concessioni. La prima e’ la d89 FR GM “nel Mar Ionio settentrionale di fronte alla punta meridionale della penisola salentina” come dice il sito ministeriale, la seconda e’ la d80 FR GM di cui parleremo nel prossimo post per non allungare troppo il presente.

Intanto, la d89 FR GM e’ a 13 miglia da Santa Maria di Leuca, ed e’ fuori dalla fascia di interdizione delle trivelle delle 12 miglia. Un miglio si sono lasciati! E non e’ neanche lontanissima da varie aree protette fra cui i siti di interesse comunitario Costa di Otranto e Santa Maria di Leuca, il Posidonieto Capo San Gregorio e Punta Ristola, il litorale di Ugento, il Litorale di Gallipoli e l’Isola di Sant’Andrea, e Alimini.

Ma che vuoi che sia avere airgun e trivelle vicino alle posidonie marine!

Per chi non lo riscordasse le posidonie sono le specie vegetali maggiormente protetti nel mare perche’ sono rarissime e portano vita al mare, habitat ai pesci. Sono un segno di mare sano e anzi, lo rendono sano.

Galletti e Franceschini decretano che “gli impatti sono estremamente bassi e del tutto irreversibili”. 

Oh certo.

Ma che ne se sanno loro dei cicli di reversibilita’ della natura? Su quali basi dicono questo? Hanno mai visto il mare petrolifero di Gela o di Galveston e hanno mai visto quanto reversibile sia stato l’impatto dell’industria petrolifera in quelle zone?

E non venissero a dirmi che e’ “solo” airgun.

Come sempre: l’airgun e’ l’ANTICAMERA della trivelle, non un mero esercizio navale per la conoscenza del sottosuolo. E Mr. Thompson lo sa bene questo. Il suo scopo e’ trivellare non di fare airgun. Per lui l’airgun e’ solo il punto di partenza.

Come sempre, non glien’e’ importato niente a Roma delle “numerose” osservazioni giunte, e anzi prendono pure in giro la gente dicendo (come fanno sempre ormai) che le osservazioni del pubblico sono state usate per le “controdeduzioni” del proponente.

Pure la regione Puglia aveva detto no.

Come dire: Mr. Thompson, dal Colorado, che del Salento non sa e non ama certo niente, ha il diritto alla prima e all’ultima parola sull’airgun in Salento. Il parere della gente, o della regione Puglia, non conta niente.

Sara’ che Mr. Thompson ha 1.5 milioni di dollari da buttare dietro alle trivelle salentine, e i cittadini del Salento no e quindi i pugliesi valgono un po meno rispetto ai tanti quattrini che arrivano dal Colorado?

Quello che Mr. Thompson ha comprato finora con il suo 1.5 milioni di dollari e’ stato il diritto di sparare in mare in un area di circa 745 kmq mettendo a soqquadro la vita marina lungo un tracciato di 148 km. Sara’ una indagine sismica in due dimensioni, ma se lo si vorra’, in seguito, si potranno prendere dati anche in tre dimensioni a patto che venga eseguito un nuovo studio ambientale. Ovviamente la visuale in 3D e’ piu’ approfondita e quindi la presa dati e’ piu’ impattante sulla vita marina.

Ancora piu’ drammatico e’ che questi scemi di Roma approvano l’airgun del Salento ben sapendo che la d89 FR GM e’ parte di un complesso piu’ grande!

E infatti dicono che si tratta di un progetto a piu’ larga scala che comprende anche la d90 FR GM e la d91 FR GM. Queste concessioni sono contigue alla presente d89 FR GM. Sara’ una macroarea da trivellare.  E visto che questa qui e’ approvata, sono quasi sicura che le altre due, la d90 e la d91 saranno approvate pure loro, perche’ saranno identiche!

E uno dice: ma perche’ fanno tre istanze e non una sola?

Perche’ la legge dice che occorre fare concessioni al massimo di 750kmq per uno “sviluppo razionale” delle risorse. Qui quella della Global Med avevano un lotto piu’ grande, e quindi l’hanno spezzato in pezzettini piu’ piccoli. Il decreto dice che l’hanno fatto per “ottemperare a quanto richiesto dalla normativa”.

Ciascuno puo’ interpretare la parola “ottemperare” come meglio crede.

Ma poi …. che senso ha prendere un pezzo grande, spezzarlo in piu’ parti e approvarli separatamente? Se c’e’ questo divieto a concessioni superiori a 750kmq, un motivo ci sara’, no? Qui pare tutto fatto a casaccio.

Arriviamo alle prescrizioni. Ridicole come sempre.

Le navi airgun di Mr. Thompson dovranno portarsi appresso un osservatore “altamente specializzato” di mammiferi marini, che dovra’ mostrare competenza ed esperienza con i cetacei nell’area. Lo scopo e’ di osservare.

Certo, osserviamo mentre spariamo!

Dovranno essere presi dati prima dell’inzio degli spari per almeno 60 giorni, e dovranno essere determinati valori di soglia di rumore entro i quali potranno esserci disturbi comportamentali e danni fisiologici.

Cioe’: sara’ Mr. Thompson del Colorado a determinare i valori di soglia, mica glieli impone il governo!  E secondo voi quali saranno questi valori di soglia? Quelli giusti per gli animali o quelli giusti per il portafoglio di Mr. Thompson? Che domande, eh?

Dovranno presentare al governo i risultati con i loro modellini, la loro ricerca bibliografica, le precauzioni prese per minimizzare i rischi di “riversamenti accidentali di oli, carburanti, sostanze tossiche e inquinanti liquidi in generale”. Insomma, sara’ come fare un compitino a casa, e presentarlo al ministero. I dati dovranno essere resi pubblici.

Ma… una volta guardati questi rapporti che ce ne facciamo?

Non potranno entrare in aree dove ci sono zone di ripopolamento ittico e coralli, non potranno andare a fare airgun in periodi di deposito uova e riproduzione delle principali specie “commerciali” e dovranno lavorare con le Capitanerie di Porto locali per coordinare spostamenti ed attivita’ varie.

Domanda: ma … se il periodo di riproduzione e di deposito uova deve essere evitato, questo non vuol dire forse che l’airgun ha effetti negativi sulla vita marina? Ma certo. Non lo si puo’ negare nonostante tutte le belle parole prese dai nostri governanti. Lo sanno anche loro che non e’ vero che gli impatti sono trascurabili, altrimenti gli farebbero sparare anche sulle uova e durante il periodo di riproduzione, no?

Andiamo avanti.

Se si scoprono relitti archeologici dovra’ essere notificata la Soprintendenza di Puglia.

E alla fine l’ISPRA dovra’ venire a certificare il tuttapposto.

E il turismo?

E la volonta’ popolare?

E le trivelle future?

E l’ambiente?

E gli accordi di Parigi?

E la coscienza?

Tutto venduto a quegli 1.5 milioni di dollari di Mr. Thompson.

Sorgente: No all’Italia petrolizzata: Salento: approvata “crociera sismica” cioe’ airgun della Global Med del Colorado

La dogana di Hong Kong sequestra il più grande carico di avorio della storia

Il tanto atteso divieto cinese all’importazione di avorio è realtà. Il 4 luglio, i doganieri di Hong Kong hanno sequestrato circa 7,2 tonnellate di zanne di avorio in quello che stimano di essere il più grande sequestro di zanne d’avorio negli ultimi 30 anni. L’avorio è stimato ha un valore di circa 9,2 milioni di dollari.

“Questo sequestro è tragico poiché rappresenta la morti violenta e crudele di centinaia di elefanti, tutto per ottenere le loro zanne d’avorio”, ha commentato Grace Ge Gabriel, del il Fondo Internazionale per il Benessere degli Animali (IFAW)

Gli ispettori doganali hanno scoperto le zanne all’interno di un carico malese dichiarato come “pesce congelato”. Dopo un’inchiesta iniziale, le autorità hanno arrestato il proprietario e due dipendenti di una ditta impresa commerciale di Tuen Mun, Hong Kong.

Secondo le linee guida della CITES, le crisi di avorio su vasta scala, con un traffico di almeno 500 chilogrammi (0,5 tonnellate), puntano alla partecipazione della criminalità organizzata. E questa grande sequestro che va dalla Malesia a Hong Kong mette in evidenza il ruolo dei due paesi come mozziconi di contrabbando di avorio, aggiunse TRAFFIC. La posizione geografica di Hong Kong assieme alle pene relativamente lievi per il traffico di fauna selvatica spiegano il traffico di avorio nel porto cinese.

Nel dicembre dello scorso anno, il governo di Hong Kong ha annunciato un piano a tre fasi per eliminare il commercio domestico d’avorio entro la fine del 2021.

Sorgente: La dogana di Hong Kong sequestra il più grande carico di avorio della storia – Salva le Foreste

The “H-Bomb” Hurricane

Hurricane Irma is one of the most powerful Atlantic hurricanes ever: what we know

Irma is on track to hit the Eastern Caribbean and Puerto Rico Wednesday. Its path later in the week is still uncertain.

Updated by Sep 6, 2017, 6:32pm EDT

Hurricane Irma is already one for the record books.

As a Category 5 with sustained winds of 185 miles per hour, Irma now ranks among the most powerful hurricanes (as measured by wind speed) ever recorded. Irma has sustained these 185 mph winds for more than 24 hours, a record length of time. And it’s one of the most powerful cyclones to ever make landfall.

On Wednesday, the fierce storm hit the leeward (i.e. northeastern) Caribbean islands, moving through Barbuda and St. Martin. The New York Times reports widespread damage to property, homes, and infrastructure on these and other islands. Gaston Browne, the prime minister of Antigua and Barbuda told reporters Barbuda “is totally destroyed — 90 percent at least.” And there’s reports of at least one death on the island.

Later today, the eye of Irma will pass just north of Puerto Rico, where evacuations are underway and where there are fears the storm could disrupt the power supply for months. On Thursday, Irma is expected to graze by the Dominican Republic and Haiti. By late Thursday, it will be near Turks and Caicos and the southeastern Bahamas. All of these islands can expect tropical-storm force winds (at least), heavy rainfall, and coastal storm surge.

Even if these island do not receive a direct hit, it’s still a dangerous situation. “Hurricane-force winds extend outward up to 50 miles from the center and tropical-storm-force winds extend outward up to 185 miles,” the National Hurricane Center reports.

It’s still unclear if the storm will make landfall in Florida or elsewhere in the continental United States (it wouldn’t reach Florida until Saturday or Sunday). But it’s possible a huge “potentially catastrophic” category 4 or 5 storm will impact Florida. The forecast will grow more certain in the next few days. And local officials are already preparing for the worst. There are also chances of impacts in the Carolinas, depending on which direction the storm shifts in the coming days. Even the best forecasts are uncertain where Irma might land this weekend, meteorologist Eric Berger explains on Space City Weather.

According to the NWS, Irma is the strongest storm ever in the Atlantic (not counting those that reached the Caribbean and Gulf of Mexico). And it’s not far off from the all-time record hurricane wind speed of 190 mph.

While the exact forecast, size, and path of Irma will change, know this: Irma poses a threat to life and property from the Eastern Caribbean to the Gulf Coast. Here’s the situation.

It’s still unclear if Irma will hit the mainland United States. But the forecast is ominous.

The forecast track leaves a landfall in mainland Florida or the Florida Keys a possibility. Though much is still uncertain. “The threat of direct hurricane impacts in Florida over the weekend and early next week has increased,” the National Hurricane Center says. “Hurricane watches could be issued for portions of the Florida Keys and the Florida peninsula on Thursday.” It all depends whether the storm shifts further to the east or west.

In any case, the center stresses vigilance for those in the potential path of the storm, and to make sure safety, preparedness, and evacuation plans are known and in place.

Florida and Puerto Rico have already declared states of emergencies in preparation, freeing up resources for shelters, evacuations, and deploying National Guard members to help respond to the powerful storm. Mandatory evacuation orders are underway in the Florida Keys. Officials in Miami-Dade and Broward counties in Florida are preparing for or ordering evacuations.

“We can rebuild your home, but we cannot rebuild your life,” Florida Gov. Rick Scott said on CNN Wednesday. “Take what you need, but only what you need.”

Don’t just focus on wind speed. Even if Irma downgrades, it’s still a dangerous storm.

Irma is currently churning with sustained 185 mph winds, and is gusting even higher. But wind speed alone does not completely describe the risk of a hurricane. These storms are made dangerous by a mix of three factors: floods from storm surge, heavy rainfall, and damaging winds. A Category 5 storm hits intensely on all three. (The greatest threat to loss of life in most hurricanes is storm surge and coastal flooding — not wind.)

The incredibly intense winds of Category 5 storms can completely destroy homes, uproot trees, and knock out power utilities for months. The National Hurricane Center reports that “some fluctuations in intensity are likely during the next day or two, but Irma is forecast to remain a powerful Category 4 or 5 hurricane during the next couple of days.”

But don’t focus solely on the category number. The Saffir-Simpson scale is ranked purely on wind speed. As we saw with Hurricane Harvey, even a downgraded hurricane or tropical storm can cause massive destruction and chaos. Even if Irma downgrades, it’s still dangerous.

The National Center for Atmospheric Research has a hurricane severity scale that factors in wind speed, hurricane size, and forward speed (whether it stalls or not) to rate the potential destructiveness of a storm 1-to-10 scale. Irma now rates at a 5.3. On this scale, Hurricane Katrina would have scored a 6.6.

Zachary Crockett/Vox

Harvey dumped 50-plus inches of rain over parts of Houston and Louisiana, creating devastating floods (mostly because the storm stalled over the Gulf Coast after it made landfall). Irma, so far, is not expected to be such a devastating rain event. Currently isolated forecast totals top out at 15 inches.

The US is still reeling from the impacts of Hurricane Harvey. Parts of Houston are still under water, thousands are still living in shelters, and cleanup efforts have barely begun. Needless to say, another catastrophic storm in a two-week period would add salt to a wound and further strain the disaster relief resources of the federal government and groups like the Red Cross already stretched thin with the response to Harvey.

Even if this storm does not have major impacts to the mainland US, it is poised to unleash havoc on the countries in the Caribbean in its path. Recall in 2016, Hurricane Matthew killed more than 500 in Haiti while largely sparing the United States.

The beginning of September is peak hurricane season. Already, two other storms — Jose and Katia — have formed. Follow those storms here.

How to follow Hurricane Irma:

  • The National Hurricane Center has a page updating every few hours with the latest watches and warnings for Harvey. Check it out.
  • Follow the San Juan branch of the National Weather Service on Twitter. And the Miami and Florida Keys branches too.
  • Follow the Capital Weather Gang’s Twitter account. These folks tend to live-tweet storm updates.
  • Here’s a Twitter list of weather experts via meteorologist Eric Holthaus. These experts will give you up-to-the second forecasts and warnings.

 

thanks to: Vox

UN envoy: Syria opposition should accept defeat

UN Special Envoy for Syria Staffan de Mistura has called on the Syrian opposition to accept that they have failed to win their war against the government of President Bashar al-Assad.

“For the opposition, the message is very clear: if they were planning to win the war, facts are proving that is not the case. So now it is time to win the peace,” de Mistura told reporters in Geneva on Wednesday.

The UN special envoy noted that the war was almost over, as many countries have concerted efforts to defeat Daesh Takfiri terrorists in Syria and a national ceasefire should follow soon after.

“Victory can only be if there is a sustainable political long-term solution. Otherwise instead of war, God forbid, we may see plenty of low intensity guerrilla (conflicts) going on for the next 10 years, and you will see no reconstruction, which is a very sad outcome of winning a war,” he added.

De Mistura plans to join the next round of negotiations between representatives from the Syrian government and foreign-sponsored armed opposition besides delegates from Iran, Russia, and Turkey as mediators in the Kazakh capital city of Astana between September 14 and 15.

He has sought to unify the opposition after hosting seven rounds of largely unsuccessful talks in Geneva.

The UN envoy underlined the need for resolving the fate of Idlib at the Astana talks, saying, “I am confident…there will be a non-conflictual solution – let us say not a new Aleppo, that is what we want to avoid at any cost, if we have learned from the past.”

He called for the formation of a political framework amid liberation of more areas from the control of terrorists groups, saying, “The issue is: is the government, after the liberation of Dayr al-Zawr and Raqqah, ready and prepared to genuinely negotiate and not simply announce victory, which we all know, and they know too, cannot be announced because it will not be sustainable without a political process?”

“Will the opposition be able to be unified and realistic enough to realize they did not win the war?” he further asked.

Progress on Idlib

On Wednesday, Russian Foreign Minister Sergey Lavrov said that experts from Russia, Turkey and Iran have made considerable progress in efforts to agree methods of ensuring security in the de-escalation zone in Syria’s Idlib province.

Russian Foreign Minister Sergei Lavrov (Photo by Reuters)

“As for the Idlib province, contacts are underway between the guarantor countries and initiators of the Astana process – Russia, Iran and Turkey,” he said.

“In the course of [these consultations], we have made considerable progress to agree on the parameters, configuration and methods of ensuring security in the de-escalation zone in the Idlib province. I hope we will hear more specific news in the near future,” Lavrov noted.

Since January, Astana has hosted five rounds of peace talks which have so far resulted in an agreement on four de-escalation zones across Syria.

According to the Russian Foreign Ministry, three of the enclaves had been created to date, in the country’s sprawling central province of Homs, in the Eastern Ghouta area of the southern Rif Dimashq Province, and a southwestern militant-controlled stretch along the border with Jordan.

The photo shows a general view of the fifth round of Syria peace talks in Astana, Kazakhstan, on July 5, 2017. (By AFP)

The upcoming talks aim to facilitate the creation of the fourth zone, in the western Syrian Idlib Province, where significant concentrations of Takfiri terrorists, most notably from al-Nusra Front, are operating. The successful materialization of that prospect is expected to give civilians an opportunity to return to peaceful life in Idlib.

The talks in Astana have been going on in tandem with UN-brokered Geneva talks.

When the first round of the Astana talks was organized, the Geneva talks had been stalled for months. The talks in the Kazakh capital then provided momentum for the UN-brokered talks, helping revive them.

Sorgente: PressTV-UN envoy: Syria opposition should accept defeat

Israel warplanes strike Syrian army position

At least two Syrian soldiers have been killed after Israeli fighter jets targeted an army position in the west-central province of Hama, in yet another act of aggression against the Arab country

“Israeli warplanes at 2:42 a.m. today fired a number of missiles from Lebanese air space, targeting one of our military positions near Masyaf, which led to material damage and the deaths of two members of the site,” the army said in a statement on Thursday.

The statement further warned against the “dangerous repercussions of this aggressive action to the security and stability of the region.”

“This aggression comes in a desperate attempt to raise the collapsed morale of the ISIS (Daesh) terrorists after the sweeping victories achieved by the Syrian Arab Army against terrorism at more than one front, and it affirms the direct support provided by the Israeli entity to the ISIS and other terrorist organizations,” it added.

Masyaf is located approximately 60 kilometers east of the coastal city of Tartus, where Russia holds a naval base.

Earlier media reports said the Israeli military had struck a scientific research facility in Masyaf.

Citing pro-government activists, Al-Masdar News, a pan-Arab news and commentary website, said Thursday that Israeli warplanes targeted the Scientific Studies and Research Center (SSRC) in Masyaf in Hama.

Meanwhile the so-called Syrian Observatory for Human Rights said two facilities were hit, a scientific research center and a nearby military base. It said the Israeli assault also wounded five people.

“Many explosions were heard in the area after the air raid,” said the group’s head, Rami Abdulrahman, adding that some of the blasts may have been secondary explosions from a missile storage facility being hit.

Israeli officials have not immediately commented on the reports.

Over the past years, the Israeli military has carried out sporadic attacks against various targets across Syria in what Damascus views as an attempt to boost the Takfiri terror groups that have been taking heavy blows from the Syrian army and allied forces on the battle ground.

The latest Israeli strike comes just days after the Syrian army, backed by popular defense groups and Russia airpower, managed to break the years-long siege imposed by the Daesh terror group on the eastern city of Dayr al-Zawr.

Sorgente: PressTV-Israel warplanes strike Syrian army position

Siria, capo terrorista conferma ‘la cooperazione diretta’ con Israele

 Siria, capo terrorista conferma 'la cooperazione diretta' con Israele
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Il capo di un gruppo armato siriano ha rivelato i “contatti e la cooperazione diretta” della sua fazione con le forze armate del regime di Tel Aviv (IDF).

Secondo il ‘Time of Israel’, Abu Hamad capo di un gruppo armato, ha ammesso che i suoi uomini “hanno avuto contatti diretti con Israele per ricevere il sostegno” da questo regime.

Abu Hamad ha quindi rigettato le affermazioni dell’esercito israeliano, il quale ha sempre sostenuto di inviare aiuti solo ai civili e alle organizzazioni non governative situate sul confine siriano con i territori palestinesi occupati.

In dichiarazioni rese in una videoconferenza con i giornalisti tramite Skype, e da una casa ben arredata che si trova nella parte non occupata del Golan nella provincia meridionale siriana di Quneitra, Abu Hamad, incappucciato per evitare di essere identificato, ha riconosciuto che il regime di Tel Aviv ha anche offerto aiuto ad altre bande armate nella zona.

Tuttavia, il leader terrorista ha rifiutato di specificare i nomi dei gruppi, tanto meno il proprio, temendo di perdere l’assistenza israeliana, aggiunge il sito web israeliano.

Questa testimonianza è l’ennesima conferma dell’appoggio di Israele ai gruppi armati che combattono contro il legittimo governo siriano. Anche l’ONU, lo scorso 15 giugno, rivelò l’esistenza di contatti diretti tra Israele e i gruppi terroristici come Al Nusra, braccio di al Qaeda in Siria.

Fonte: Timesofisrael
Notizia del: 25/08/2017

Amnesty International, un’altra ONG al servizio del Dipartimento di Stato USA

da Mision Verdad

Un nuovo attacco di Amnesty International contro il Venezuela arriva attraverso la campagna ‘Acción Mundial Emergente’. Il documento detta le azioni da compiere, una sorta di vademecum per le ONG, sullo strano caso Tumeremo. L’approccio di questa organizzazione globale risponde direttamente ai dettami del Dipartimento di Stato (USA N.d.T.), e pertanto riprende la narrazione della «crisi umanitaria» nella sua concezione destituente. Per questo bisogna controllare i precedenti di questo agente non statale.

Amnesty International si definisce come movimento a livello globale che monitora in maniera disinteressata il rispetto dei diritti umani. Dal 1962, quando l’avvocato inglese Peter Benenson rilasciò il primo comunicato sotto forma di storia giornalistica avvenuta nel Portogallo di Salazar, e apparve il primo reclamo che sembrava genuino, ha compiuto un salto organizzato rilevante. Società finanziarie e istituzioni governative indirizzarono la rotta verso gli interessi del Dipartimento di Stato nordamericano e altri gruppi di decisione. Con una parola d’ordine chiara ereditata da Benenson: «Il modo più rapido per aiutare i prigionieri di coscienza è [con] la pubblicità».

Così, anche se Amnesty International copre mediatamente i suoi finanziatori, le menzogne emergono quando le ONG vogliono mantenere uno status pubblico ‘indipendente’. Giocano nell’ombra nel contesto dell’agenda globale dettata dal Pentagono e dagli altri centri militari sparsi in Occidente.

Due soggetti giuridici, Amnesty International Limited e Amnesty International Charity Limited, si occupano di ricevere i finanziamenti per la ripartizione delle risorse ai suoi operatori. Sempre dietro le belle parole sui diritti umani così come vengono intesi dai think-thank dominanti insieme alle lobby corporative e parlamentari. Amnesty International opera in oltre 150 paesi, dove compila report per giustificare «guerre umanitarie» ed edulcorare, o difendere (in questo caso è lo stesso in quanto propaganda), le invasioni della NATO nel suo dispiegamento militare-territoriale.

Oltre a distorcere selettivamente l’opinione pubblica sui diritti umani e il suo concetto, assegna risorse e mobilita operatori nel quadro delle missioni per i diritti umani, soprattutto in paesi che non seguono le direttive del Dipartimento di Stato (USA), le centrali di intelligence e i gruppi finanziari. Amnesty International è il riferimento obbligato ideologico e fattuale di chi prende le grandi decisioni in seno all’oligarchia globale.

Uno dei più grandi finanziatori di Amnesty International è George Soros. Uno speculatore criminale, la cui ragion d’essere è accumulare ed espandersi. Utilizza la Open Society Foundations come fondo di distribuzione, di risorse e capitali per ONG in punti chiave come Ucraina, Russia, Medio Oriente e dintorni, Venezuela, Cuba ed Europa nella sua totalità. Anche il governo britannico e la Commissione Europea sono due importanti finanziatori.

I report di Amnesty International si basano su presunte testimonianze compilate da gruppi di opposizione a governi proBRICS e processi di emancipazione, finiti nel mirino degli interessi imperialistici. Ha avuto ai suoi vertici ex operatori politici del Dipartimento di Stato come Suzanne Nossel, che è stata direttrice di Amnesty International negli Stati Uniti. Nossel coniò il termine Smart Power per i think-thank democratici e affini, e fu segretaria di Hillary Clinton nel 2012-2013. Zbigniew Brzezinski, già cervello geopolitico di Obama, fu consulente della direzione esecutiva di Amnesty International.

L’analista Tony Cartalucci definisce Amnesty International attore propagandista del Dipartimento di Stato. I diritti umani sono un mezzo per soddisfare interessi diversi da ciò che predicano. I diritti umani come mercanzia.

La politica R2P (dottrina Responsibility to Protect), strettamente legata alle dinamiche della NATO, è la divisa di Amnesty International. (…) Avalla invasioni militari e metodi di Guerra non convenzionale. Ha fatto campagna contro Yugoslavia, Irak, Libia, Siria e Venezuela.

Mentre il Dipartimento di Stato e gli alleati finanziano e organizzano gruppi terroristi in Medio Oriente, Amnesty International fa propaganda contro Russia e Siria nell’ambito di un’operazione mediatica di vasta portata. Il crimine addossato all’altro come operazione psicologica, lo descrive in un altro articolo Cartalucci. L’operatività di Amnesty International consiste nel lanciare missioni di osservazione, che raccolgono testimonianze, affinché le ONG possano preparare dei dossier come fatto contro il governo Assad senza alcuna prova.

Le contraddizioni nei rapporti si accentuano quando viene toccato il tema dei «prigionieri politici» a Cuba, mentre i paesi finanziatori sono molto più severi nella loro giurisprudenza rispetto alle associazioni tra individui o gruppi che ricevono finanziamenti dall’estero a fini politici o parapolitici.

Operando come ONG che denuncia abusi dei diritti umani dello Stato venezuelano, nel 2014 si è pronunciata a favore dei ‘guarimberos’ e Leopoldo Lopez, nulla di strano essendo Amnesty International un attivo cartellone pubblicitario di Wall Street. Le ONG in territorio venezuelano replicano quanto enunciato da Amnesty International come fosse dottrina. Amnesty funge anche da ‘copertura teorica’ e ‘indipendenza giornalistica’ per gli argomenti di Provea e Foro Penal Venezolano. Missino Verdad ha spiegato i metodi e il vero ruolo delle ONG, i legami finanziari con la NED, Open Society Foundations e altre istituzioni e società al servizio dell’1%.

(…)

La merce chiamata diritti umani utilizza l’arena mediatica per diffondere quanto pensato e scritto dai think-thank al servizio di Pentagono e CIA, dai laboratori di guerra, e con l’assedio finanziario di schiera contro il paese e il popolo venezuelano. Amnesty International gioca un ruolo attivo a livello internazionale, in quelle zone dove vanno definendosi i futuri scenari geopolitici nell’ambito della guerra mondiale-societaria in corso. Il Venezuela ha un ruolo nodale in questo schema, dove si sviluppa uno scenario golpista che ha come proscenio politico e istituzionale l’Assemblea Nazionale controllata dalla MUD e l’offensiva economica condotta contro l’esecutivo guidato da Nicolas Maduro.

(…)

La propaganda contro il Venezuela si intensifica quando il chavismo avanza con mosse strategiche per smontare la guerra. Non bisogna sottovalutare i nodi imperiali che convergono con ingenti risorse in questa Guerra Non Convenzionale con un volto «civico», come lo sono ONG come Amnesty International.

(Traduzione dallo spagnolo per l’AntiDiplomatico di Fabrizio Verde)

Notizia del: 14/08/2017

Sorgente: Amnesty International, un’altra ONG al servizio del Dipartimento di Stato USA – ALBA LATINA – L’Antidiplomatico

Il fattore Cuba: guerra psicologica e guerra asimmetrica contro il Venezuela

Il fattore Cuba: guerra psicologica e guerra asimmetrica contro il Venezuela

Viviamo una dittatura mediatica globale. Che dobbiamo combattere in un nuovo scenario di guerra asimmetrica

di José Manzaneda, coordinatore di Cubainformación – Cubainformazione

La presunta “ingerenza di Cuba in Venezuela” è stato un messaggio ricorrente della stampa di ultra-destra (1) nei 18 anni di Rivoluzione Bolivariana (2).

 

Oggi, in uno scenario di vessazione viscerale al governo di Nicolás Maduro, il messaggio ha già condizionato l’intero sistema mediatico (3).

 

Ricordiamo che, nel 2003, Cuba trasferì decine di migliaia di professionisti nelle zone più povere del Venezuela, principalmente nella  Missione sanitaria comunitaria Barrio Adentro (4). Attualmente, Cuba ha 46000 cooperanti nei 24 stati del paese, in quasi 20 programmi sociali (5). Per citare solo un dato di impatto, la cooperazione sanitaria cubana, in Venezuela, ha salvato 1700000 vite (6).

 

Ma, in questi 14 anni, ai media internazionali non gli è interessato mostrare il cambiamento operato nella vita di milioni di persone grazie a questi programmi (7). Le uniche storie di vita pubblicabili sono state quelle di una minoranza di cooperanti cubani che, per accedere ad una migliore retribuzione, decisero aderire al programma di asilo politico negli USA (8). A proposito, eliminato, in gennaio, questo programma, da Barack Obama, oramai leggiamo poche notizie su “medici cubani disertori” (9).

 

Ma l’attuale scenario di violenta guerra psicologica ha bisogno di storie più forti circa il “fattore cubano” in Venezuela.

 

Pochi giorni fa, il presidente Donald Trump parlava, apertamente, di un ipotetico intervento militare nel paese (10). L’opposizione venezuelana, quasi due giorni dopo, emetteva un comunicato in cui, senza neanche menzionare gli USA, accusava “la dittatura di Maduro di convertire il paese in una minaccia regionale” e  -incredibilmente- l’ “intervento” che respingeva era quello”cubano”! (11)

 

Su questa presunta “ingerenza cubana” possiamo ora leggere centinaia di articoli d’opinione, editoriali, reportage e notizie nei principali media di tutto il mondo: da “The Washington Post” (USA) (12) sino a Deutsche Welle (Germania) (13), passando per “El Mundo” (14) o “ABC” (Spagna) (15).

 

Naturalmente, è la stampa venezuelana quella che porta il tema al parossismo. Pochi giorni fa, il quotidiano “El Nacional”, diceva che con la nuova Assemblea Nazionale Costituente, “Venezuela e Cuba saranno un solo paese” (16).

 

Il messaggio è già universale: Maduro è “il burattino di coloro che davvero comandano in Venezuela: i cubani” (17). “Il regime venezuelano oggi si mantiene grazie ad un apparato repressivo (…) e d’intelligence (…) controllato da ufficiali e funzionari cubani” (18), al fine di garantire “il petrolio che gli fornisce” Caracas. Tutto ciò lo leggiamo nel quotidiano spagnolo “El País”, la cui linea editoriale sul Venezuela è marcata da Moisés Naim (19).

 

 

Moisés Naim, che oggi afferma che il suo paese è “una succursale del regime di Raúl Castro” (20) fu -ricordiamo- il ministro venezuelano del Commercio e dell’Industria  che, nel 1989, cedette tutta la sovranità economica al Fondo Monetario Internazionale, e attuò un duro pacchetto neoliberale. Migliaia di persone povere, allora, scesero in piazza e assaltarono negozi alimentari, in quello che è conosciuto come il Caracazo (21).

 

Chi oggi parla della “sofferenza di milioni di venezuelani” (22) fu il ministro che portò il suo paese ad avere l’80% di povertà ed il 58% di povertà estrema, con diversi milioni di persone senza servizi sanitari o di istruzione (23).

 

Chi oggi sostiene quello che definisce “la resistenza nelle strade” (24), vale a dire, la violenza dell’opposizione che ha bruciato vive più di 20 persone per essere “chaviste” (25), fece parte del governo che impose la legge marziale e autorizzò a sparare con munizioni da guerra. Il saldo: più di 3000 morti (26).

 

Ma non solo è l’amnesia storica e la doppia morale. Oggi, da tutto l’apparato mediatico viene chiesto, spudoratamente, pressioni (27), sanzioni (28) e persino un intervento in Venezuela (29): “Sì, intervenire: non c’è perché spaventarsi. Il diritto di ingerenza umanitaria, in un caso come il venezuelano, reclama il suo esercizio”, leggiamo in “El País”(30).

 

Qualcuno può argomentare che tutto questo è pubblicato nella sezione “Opinione” di detti giornali. O tra virgolette di notizie e reportage. Che non è, necessariamente, l’opinione dei media. Una fallacia, perché oggi la censura di qualsiasi articolo di opinione, di linea contraria è assoluta e implacabile (31).

 

Per questo  smettiamo con le banalità. Viviamo una dittatura mediatica  globale. Che dobbiamo combattere in un nuovo scenario di guerra asimmetrica. Con metodi anche … asimmetrici.

(Traduzione di Francesco Monterisi)

Pubblichiamo su gentile concessione dell’autore

  1. http://www.abc.es/internacional/20130926/abci-injerencia-cubana-ejercito-venezuela-201309251956.html

  2. http://www.telesurtv.net/news/Venezuela-celebra-18-anos-de-la-primera-juramentacion-de-Chavez-20170202-0022.html

  3. https://www.lavozdegalicia.es/noticia/internacional/2014/02/26/oposicion-exige-fin-injerencia-cuba-venezuela/0003_201402G26P23991.htm

  4. http://ceims.mppre.gob.ve/index.php?option=com_content&view=article&id=39:mision-barrio-adentro-i-ii-iii-iv

  5. http://www.telesurtv.net/news/Maduro-llego-a-Cuba-para-revisar-acuerdos-bilaterales-20160317-0074.html

  6. http://minci.gob.ve/201

    7/04/venezuela-alcanza-cifras-historicas-materia-salud/

  7. http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/56041-162-ataques-a-medicos-cubanos-en-venezuela-no-han-sido-noticia-no-eran-cooperantes-europeos

  8. http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/64383-medicos-cubanos-desertores-en-colombia-marionetas-desechables-contra-el-dialogo-cuba-eeuu-y-de-paso-contra-venezuela

  9. http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/72954-para-justificar-los-privilegios-de-la-emigracion-cubana-la-prensa-se-moja-hasta-los-pies

  10. https://elpais.com/internacional/2017/08/12/estados_unidos/1502489697_592906.html

  11. http://www.el-nacional.com/noticias/oposicion/mud-rechazamos-injerencia-cubana-amenazas-invasion-militar_198563

  12. https://www.washingtonpost.com/opinions/global-opinions/fidel-castros-venezuela-obsession/2016/11/26/5a3d3e9c-b405-11e6-8616-52b15787add0_story.html?utm_term=.313b9f96e8de

  13. http://www.dw.com/es/qu%C3%A9-futuro-le-ve-a-venezuela/a-40015546

  14. http://www.elmundo.es/opinion/2017/08/15/5991d326468aebea428b45f3.html

  15. http://www.abc.es/internacional/abci-cuba-controla-venezuela-traves-centro-escuchas-electronicas-201704050306_noticia.html

  16. http://www.el-nacional.com/noticias/columnista/venezuela-cuba-seran-solo-pais_185285

  17. https://elpais.com/elpais/2017/05/13/opinion/1494697154_543336.html

  18. https://elpais.com/elpais/2017/08/04/opinion/1501856720_135011.html

  19. http://www.cubainformacion.tv/index.php/lecciones-de-manipulacion/56246-moises-naim-el-pais-ofrece-columna-diaria-para-denigrar-a-venezuela-y-cuba-a-un-criminal-del-caracazo

  20. http://www.dw.com/es/qu%C3%A9-futuro-le-ve-a-venezuela/a-40015546

  21. http://www.rebelion.org/noticia.php?id=164505

  22. https://elpais.com/elpais/2017/05/13/opinion/1494697154_543336.html

  23. http://www.forodebatemarxista.com/index.php?option=com_content&view=article&id=559:s-sesui&catid=4:internacional&Itemid=7

  24. http://www.infobae.com/america/venezuela/2017/07/29/moises-naim-venezuela-paso-de-ser-un-petroestado-a-ser-un-narcoestado/

  25. http://www.cubadebate.cu/noticias/2017/07/22/la-oposicion-ha-quemado-vivas-al-menos-23-personas-en-venezuela/#.WZLz-lFLeig

  26. http://www.telesurtv.net/articulos/2014/02/27/el-caracazo-y-el-derrumbe-del-golpe-fascista-3177.html

  27. http://www.elmundo.es/internacional/2017/08/05/598464ea22601d385f8b465f.html

  28. https://www.republica.com/en-el-anden/2017/08/01/maduro-chavez-y-la-invasion-consentida/

  29. http://www.laprensa.com.ni/2017/08/05/editorial/2274926-el-factor-cubano-en-venezuela

  30. https://elpais.com/elpais/2017/08/04/opinion/1501856720_135011.html

  31. https://forocontralaguerra.org/2017/08/09/como-no-dar-una-noticia-paraperiodistas-espanoles-ante-la-constituyente-venezolana/

 

Notizia del: 20/08/2017

Sorgente: Il fattore Cuba: guerra psicologica e guerra asimmetrica contro il Venezuela – World Affairs – L’Antidiplomatico

La scoperta di armi chimiche degli Stati Uniti in Siria è la prova che l’Occidente sostiene i terroristi

Alcuni paesi si impegnano, da un lato, verbalmente per il diritto internazionale, ma da un altro armano i terroristi con sostanze vietate, ha affermato Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo.

La scoperta di armi chimiche di produzione statunitense e britannica in Siria è la prova che i paesi occidentali, direttamente o indirettamente sostengono i terroristi. Lo ha affermato Maria Zakharova, portavoce del Ministero degli Affari Esteri della Russia.

“È giunto il tempo in cui, dopo diversi anni di guerra in Siria, è stato portato alla luce ciò che è stato discusso molte volte in tutti i livelli”, ha dichiarato la portavoce nel corso di un programma della radio russa Vesti, e citata da TASS.

“Sì, è così. I paesi occidentali e le potenze regionali hanno fornito direttamente o indirettamente sostanze tossiche vietate ai ribelli,ai terroristi ed estremisti che sono sotto il loro comando nel territorio della Siria”, ha spiegato Zakharova, aggiungendo si sommano ad altre forme di assistenza, comprese le armi, il denaro e il supporto informatico.

Dopo citato anche una serie di fatti e fornito prova confermate da esperti internazionali, la portavoce ha aggiunto che i paesi responsabili per il sostegno al terrorismo “verbalmente sono impegnati a rispettare i principi democratici e del diritto internazionale, ma in realtà forniscono tutto il necessario per gli estremisti affinché sostengono la loro lotta armata nel territorio sovrano della Siria. “

L’ONU come testimone

Zakharova ha sottolineato che le Nazioni Unite hanno ricevuto molti di queste prove, ed sono state testimone di alcune delle discussionisu questo argomento.

“Alcuni di questi dati sono stati comunicati alle Nazioni Unite, e sono stati discussi nel corso di negoziati bilaterali, per esempio, tra gli Stati Uniti e la Russia”, ha precisato la portavoce.

Da parte sua, il rappresentante permanente della Russia presso l’ONU, Vasili Nebenzia ha sostenuto che la fornitura di agenti tossici per le forze ribelli in Siria costituisce una violazione della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche.

Sostanze proibite

Ieri,il vice ministro degli esteri siriano, Faisal Mekdad, aveva dichiarato che nella parte orientale di Damasco sono state trovate “bombe a mano e munizioni per lanciagranate” dotate di gas irritanti tossici CS e CN, realizzato da aziende statunitensi e inglesi.

Fonte: Tass

Notizia del: 17/08/2017

 

 

Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione

di Giuseppe Acciaio

I primi di agosto sono stati diffusi alcuni documenti ufficiali attestanti che gli USA riforniscono l’Ucraina con armi letali (www.southfront.org/documents-confirm-the-us-already-delivered-lethal-weapons-to-ukraine-exclusive).  Quello che sconvolge di più è la loro destinazione, non vengono adoperati per garantire la sicurezza nazionale, ma vanno direttamente alle unità militari della Guardia Nazionale che si sono distinte durante i combattimenti per la loro eccessiva crudeltà, come ad esempio il reggimento di Azov – composto esclusivamente dai neonazisti e mercenari.

I documenti mostrano che la società americana «AirTronic USA», vicina al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ha concluso l’11 novembre scorso un contratto con la compagnia statale ucraina “Spetstehnoeksport” per la fornitura di 100 lanciarazzi a propulsione PSRL-1 (vale a dire RPG-7 Sovietico modificato). Le armi sono state consegnate all’Ucraina nell’aprile di questo anno.

Questo contratto fu la risposta al governo di Kiev per le numerose richieste di Juvelin americano – missile terra-aria spalleggiabile. Tali richieste sono state rese note durante la visita negli USA del parlamentare ucraino Andrey Parybij. Purtroppo Juvelin è un giocattolo troppo costoso per lo stato Ucraino rispetto al semplice PSRL-1, la differenza è notevole: un solo missile terra-aria spalleggiabile costa 100 000 $ rispetto agli economici PSRL-1 dove la fornitura dei 100 pezzi è costata al bilancio ucraino solo 544000 $. La mossa astuta sia per l’economia che per la sicurezza ucraina, poiché l’arrivo di Juvelin veniva subito notato, invece PSRL-1 sono identiche ai RPG-7 Sovietici senza destare troppi sospetti sulla loro provenienza.

La cosa più bizzarra è che tutto ciò accadde sullo sfondo delle discussioni accese al Congresso americano proprio sulla questione Ucraina, e probabili forniture delle armi letali “per la difesa della democrazia” (quelle non letali vengono fornite già da moltissimo tempo).

Già nei primi giorni di agosto, il Pentagono ha ufficialmente dichiarato le proprie intenzioni al Congresso sull’esito positivo della proposta di fornitura delle armi letali. Il capo della Commissione sulla difesa John McCain ha insistito personalmente sulla loro approvazione, egli è ben noto per la sua ostilità contro la Mosca sul territorio post-sovietico.

Tuttavia questa confusione è servita a distrarre l’opinione pubblica, le forniture sono già in atto da tempo. Le armi americane sono dirette nelle mani dei nazionalisti, come quelli del reggimento dellAzov, i quali sono disposti a continuare la guerra in Donbass nonostante tutti gli accordi di pace sottoscritti.

Alcuni degli esperti occidentali si sono espressi sull’argomento, dichiarando che le forniture sono state fatte sulla commissione dell’amministratore di Barack Obama, per compromettere la posizione del neoeletto presidente Trump, poiché all’epoca si supponeva che egli cercava di ristabilire i rapporti con la Mosca.

Adesso, dopo l’approvazione delle nuove sanzioni e la nomina del “falco” nella persona di Kurt Volker (ex dipendente di McCain) e la sua nomina come l’inviato speciale del presidente degli USA in ucraina, portano via l’ultima speranza sulla risoluzione della crisi ucraina.

Washington e Kiev vogliono risolvere il conflitto delle repubbliche del Donbass con la forza.

Come possiamo ben vedere le relazioni degli USA con la Corea del Nord e dell’Iran, questo metodo sembra l’unico adoperato da Trump.

 

Notizia del: 19/08/2017

 

Sorgente: Lanciarazzi Usa per la difesa della democrazia in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.
This Photo purportedly shows a discovered weapons cache left behind by Takfiri Jabhat Fateh al-Sham militants in northeastern Lebanon.

The Lebanese army has discovered a weapons cache left behind by defeated militants from the Jabhat Fateh al-Sham terror group, formerly known as al-Nusra Front, in the northeast of the country.

The Lebanese National News Agency (NNA), citing an unnamed official from Lebanon’s General Directorate of General Security, reported on Friday that a patrol of the intelligence agency had found an ammunition and missile cache in Wadi Hamid Valley east of the border town of Arsal, without providing further details.

However, Reuters quoted an unnamed security source as saying on Friday that the cache contained at least a surface-to air missile (SAM) and a number of US-made TOW anti-tank missiles as well as plenty of other types of shells and rockets.

The following photos of the cache were provided by the security source.

On July 29, commanders of Lebanon’s Hezbollah resistance movement said the group had successfully concluded a week-long military offensive against al-Nusra on the outskirts of Arsal and the adjacent town of Flita in Syria, seizing land in the rugged, mountainous area and killing about 150 terrorists.

This photo taken on August 17, 2017, during a tour guided by the Lebanese army shows soldiers holding a position in a mountainous area near the eastern village of Ras Baalbek during an operation against terrorists. (Via AFP)

In August 2014, the al-Nusra and Daesh Takfiri terrorist groups overran Lebanon’s northeastern border town of Arsal, killing a number of Lebanese forces. They took 30 soldiers hostage, most of whom have been released.

Since then, Hezbollah and the Lebanese military have been defending Lebanon on the country’s northeastern border.

Friday’s development come as the Lebanese army has been targeting Daesh hideouts along the Syrian border over the past several days, regaining more areas from the terror group. It also comes after Syria accused the US and the UK of supplying chemical weapons to terrorists in the country.

Sat Aug 19, 2017 2:19AM

Sorgente: PressTV-Lebanon finds US-made arms left by Nusra terrorists

White cop punching black man repeatedly

http://PressTV.com/Default/Embed/532179

A dashcam video of a traffic stop, which shows a white cop punching a black man, contradicts what Ohio police have previously said about the August 12 incident in Euclid.

The video shows the officer with a history of disciplinary issues repeatedly punching Richard Hubbard III after his car was stopped by police officers who then ordered him to get off the vehicle.

His car was pulled over on suspicion of having a suspended driver’s license, according to the initial statement from police in the Cleveland suburb of Euclid.

The statement also added that he refused orders given by Officer Michael Amiott to “face away,” after he got out of the car.

However, the video obtained this week in a public records request shows that Amiott did not give Hubbard even a chance to comply, Hubbard’s attorney said Friday.

“Your own two eyes and common sense can lead to only one reasonable conclusion as to the propriety of the level of force used for a basic traffic stop and whether or not my client had a chance to comply,” attorney Christopher McNeal said.

Almost a second after Amiott gave Hubbard the order, the video shows the officer grabbing Hubbard’s arms and wrestled him to the ground in the middle of a street.

Amiott is shown bashing Hubbard’s head against the pavement several times and then starting to punch him in the head more than a dozen times while Hubbard is trying to defend himself.

His girlfriend, who jumped out of the car to calm down the officers, told them that Hubbard is unarmed.

The 25-year-old man was finally handcuffed with the help of another officer and then taken to jail.

Later, he was examined and then released but was charged with resisting arrest and driving with a suspended license, police said.

The police union that represents Amiott said they “stand with Officer Amiott,” expressing hope that “people will not rush to judgment, but rather will understand the literally-split-second decision and response required of our police and will let the administrative review process play out.”

Meanwhile, the American Civil Liberties Union of Ohio and the Cleveland branch of the NAACP issued a statement saying they are “profoundly concerned.”

“We are appalled by the brutality seen in these videos,” ACLU Executive Director J. Bennett Guess said. “This behavior underscores a disturbing pattern of extreme use of force by police in our state and across our nation.”

US police have been criticized, on numerous occasions, for brutally treating people of color, including African Americans and so far there have many mass protests against police brutality across the country.

Sorgente: PressTV-Video: White cop punching black man repeatedly

Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi

Le sostenza chimiche tossiche trovate nei depositi dei terroristi provengono da USA e Regno Unito ha dichiarato il vice ministro della Siria, Faisal Mekdad in una conferenza stampa a Damasco.

“Tutti i proietti e le granate trovate, armati con sostanze chimiche tossiche CS e CN, sono state prodotte dalla compagnia “Federal Laboratories” in USA… Mentre le sostanze chimiche al loro interno dalla “Cherming Defence UK” (UK) e dalla “NonLethal Technologies” (USA)” ha detto Mekdad.

I depositi dei terroristi contenenti questi armamenti sono stati trovati ad Aleppo e nelle periferie orientali liberate di Damasco.

Mekdad ha ricordato che secondo il quinto articolo della Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, queste possono essere usate solo nelle sommosse e nei disordini, e non in guerra.

“Quindi possiamo affermare con certezza che gli Stati Uniti e il Regno Unito, nonché i loro alleati nella regione, violano la Convenzione sulla proibizione delle armi chimiche, dando supporto alle organizzazioni terroristiche sul territorio siriano. Essi hanno fornito ai guerriglieri non solo armamenti convenzionali ma anche quelli illegali” ha aggiunto Mekdad.

Il rappresentate ufficiale del Ministero degli esteri della Russia, Maria Zakharova ha commentato questa dichiarazione. “Ecco a voi tutto l’impegno per il diritto internazionale e per il trionfo della democrazia. Nascondendosi dietro le foto dei bambini uccisi, forniscono armi chimiche ai terroristi, al limite dell’assurdo” ha scritto sulla sua pagina Facebook.

In precedenza la coalizione capeggiata dagli USA contro lo Stato Islamico non han registrato uso di armi chimiche da parte dei guerriglieri, nonostante abbiano accusato Damasco di questo.

Le autorità siriane a loro volta hanno sottolineato di non aver mai usato armi chimiche contro civili o terroristi, e che l’arsenale di armi chimiche del paese è stato portato via dal paese sotto il controllo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPAC).

Sorgente: Siria accusa USA e Regno Unito di aver inviato armi chimiche ai terroristi – Sputnik Italia

VACCINI – UN PARERE SCIENTIFICO. Società Italiana di Psico neuro endocrino immunologia

LA POSIZIONE DELLA SIPNEI SULLA LEGGE SUI VACCINI E SUL DIBATTITO ANCORA IN CORSO

Abbiamo atteso a prendere una posizione, sia come Società scientifica sia come singoli, perché, a nostro avviso, s’è infiammato un dibattito di scarso valore scientifico, tendenzioso e, a tratti, estremamente violento. La responsabilità della bagarre è di chi rifiuta i vaccini tout court con motivazioni extra-scientifiche (“è l’industria che condiziona il governo”) e, talvolta, schiettamente antiscientifiche (“I vaccini causano solo danni alla salute”), ma, lo diciamo con rammarico, è anche di chi avrebbe dovuto collocare la discussione pubblica su un terreno pacato, razionale e confortato da prove. Istituzioni scientifiche, professionali e singole personalità, con l’amplificazione dei media, hanno dato una pessima prova, adottando un atteggiamento paternalistico, dogmatico e, a un tempo, di allarme sociale, bollando con marchio d’infamia tutti coloro che, anche in sede professionale e scientifica, hanno espresso valutazioni articolate e di merito sui singoli vaccini (efficacia, dinamica, costi-benefici etc.), fino al punto da sottoporre a procedimento disciplinare, conclusosi con la radiazione dagli Albi, alcuni medici critici.

Non condividiamo questo comportamento e invitiamo le istituzioni scientifiche e professionali, i docenti e gli operatori a svolgere con misura e rigore il loro insostituibile ruolo di autorevoli e indipendenti agenzie di informazione scientifica al servizio della collettività.

Segnaliamo inoltre che, nel furore della polemica, alcuni esponenti dell’Accademia hanno diffuso una visione della scienza di stampo dogmatico, con il risultato paradossale, a nostro avviso, di produrre un rafforzamento, invece che un indebolimento delle convinzioni di tipo anti-scientifico presenti nella popolazione.

In questo modo, è stato prodotto un danno enorme alla diffusione della cultura scientifica del nostro Paese, che già soffre di ritardi storici a livello di massa. Non si difende e non si diffonde la cultura scientifica adottando il modello medievale dell’“ipse dixit”, dell’autorevolezza della cattedra, bensì mostrando la bellezza del metodo scientifico, che è uno dei migliori esempi di pensiero critico, dialettico, democratico, aperto e, per queste caratteristiche, dotato di grande forza persuasiva.

Solo una scienza che ottenga i suoi risultati adottando una procedura trasparente e che li condivida con la società tutta, è in grado di conquistare la partecipazione convinta dei cittadini alle proposte di politica sanitaria che ispira. È comunque un dato oggettivo che i vaccini siano una risorsa di prevenzione sanitaria assolutamente preziosa. La storia mondiale delle malattie infettive lo dimostra con forza, con il debellamento di malattie importanti come il vaiolo, la poliomielite e la difterite. Altri vaccini non ancora disponibili (come ad esempio quelli per la malaria e per l’AIDS) sono oggetto di intensa ricerca e sarebbero altamente auspicabili.

 UN’ANALISI CRITICA DELLE PROCEDURE E DELLE DECISIONI POLITICHE SUI VACCINI

La decisione governativa di estendere l’obbligatorietà delle vaccinazioni che, in una prima fase, è stata scagliata come un diktat sulla società, minacciando di estendere ai genitori critici le stesse pene inflitte ai medici critici e cioè la sospensione della potestà genitoriale, anche nella versione modificata uscita dal dibattito parlamentare, che pur ha tagliato le unghie al furore della Ministra della salute, a nostro avviso, non regge ad un esame ravvicinato dei dati e delle premesse su cui si fonda.

 I dati

La premessa su cui si fonda la decisione governativa è che saremmo in presenza di forti rischi per la collettività essendosi pericolosamente abbassati i tassi di copertura vaccinale, che non garantirebbero la cosiddetta “immunità di gregge”. I dati portati a sostegno riguardano la diffusione del morbillo nel nostro Paese, che nello scorso anno e nell’anno in corso sarebbero a livelli eccezionalmente alti. La serie storica dei dati degli ultimi anni e il suo paragone con paesi europei simili, pur senza sottovalutare l’andamento dell’infezione, non confermano l’eccezionalità dell’attuale diffusione del morbillo. Al 16 luglio 2017 (ultimo dato disponibile al momento della redazione di questo documento) si sono registrati 3672 casi1 , in tutto il 2013 i casi sono stati di meno (2258), ma nel 2011 sono stati di più (4671). C’è da notare che il massimo della copertura vaccinale si è registrato tra il 2008 e il 2012. In Francia nel 2011 ci sono stati quasi 15.000 casi di morbillo con una copertura vaccinale superiore al 90% e ad oggi il morbillo è endemico in molti paesi europei tra cui Germania, Belgio, Svizzera, Francia, Polonia, Romania e altri.

Non risulta che Francia, Germania, Svizzera, Belgio abbiano introdotto l’obbligatorietà della vaccinazione MPR (Morbillo Parotite Rosolia), pur essendo attivamente impegnati nel controllo della diffusione di questi agenti infettivi.

L’immunità di gregge

La premessa scientifica, su cui si fonda la decisione dell’estensione dell’obbligatorietà vaccinale, che è costituita dalla cosiddetta “Immunità di gregge”, secondo cui “è necessario raggiungere il 95% della copertura vaccinale per ottenere l’effetto gregge” e cioè la protezione totale della popolazione, presenta molte falle. In primo luogo, i vaccini non sono tutti uguali. Ci sono vaccini per patologie che non sono trasmissibili da soggetto a soggetto, come il tetano (ad eccezione del caso rarissimo della trasmissione madre-neonato). Quindi il vaccino antitetanico non genera immunità di gregge essendo l’agente infettivo non trasmissibile per contagio interindividuale. In secondo luogo, ci sono vaccini, che, sia per la bassa immunogenicità (che quindi causa una quota rilevante di vaccinati che non rispondono) sia per la scarsa durata dell’immunizzazione anche nei responders, non sono in grado di bloccare la trasmissione dell’agente infettivo. Al riguardo, un esempio molto studiato è il vaccino acellulare contro la pertosse, che presenta un elevato numero di non responders, la cui efficacia negli stessi responders svanisce già dopo 2-3 anni dalla vaccinazione2 . Ma anche il caso del morbillo, che pure ha un’elevata trasmissibilità e che stimola una forte risposta anticorpale, non consente di concludere che una copertura vaccinale del 95%, che è quella indicata per il cosiddetto “effetto gregge”, possa bloccare la trasmissione virale, come dimostrano alcuni casi riportati in letteratura.

Per esempio: la Cina, che ha una copertura vaccinale del 97%, segnala ancora focolai di morbillo 3 ; il Belgio, dove un recente focolaio di morbillo è intervenuto in Vallonia, una zona del Paese ad elevata copertura vaccinale (superiore al 95%) 4  . Emblematici gli esempi del Portogallo 5 e della Repubblica Ceca. In Portogallo il recente focolaio si è manifestato in regioni ad altissima copertura vaccinale, dopo 12 anni di scomparsa dei casi di morbillo, al punto che nel 2015 e 2016 il Portogallo era stato dichiarato libero dal morbillo. Interessante, al riguardo, segnalare che sono state infettate sia persone non vaccinate sia persone vaccinate, con due o più richiami per MPR o singolo.

Stessi fenomeni si sono registrati negli Stati Uniti d’America che, dal lontano 2000, erano stati dichiarato liberi dal morbillo e che invece registrano casi di morbillo sia in non vaccinati che in vaccinati6 . Così come in Corea, dichiarata libera dal morbillo nel 20147 . Questi dati pongono interrogativi sia sull’effetto gregge (i non vaccinati in questo caso non sono stati protetti dal gregge vaccinato) sia sull’efficienza e sulla durata della protezione immunitaria offerta dal vaccino antimorbillo. Al riguardo, esemplare è il caso della Repubblica Ceca, che ha introdotto la vaccinazione antimorbillosa nel 1969. Uno studio recente8 mostra che solo la quota della popolazione ante-vaccinazione (con più di 50 anni di età) ha una presenza di anticorpi specifici (IgG) che riguarda praticamente tutte queste classi di età (>96%). Queste persone non vaccinate avevano incontrato l’agente infettivo, sia manifestando che non manifestando il quadro sintomatologico del morbillo, ma registrando tutte un’immunizzazione naturale, persistente nel tempo. Le persone vaccinate invece, presentavano un’immunizzazione che oscilla tra il 61 e il 75%: quindi nei trentenni e quarantenni, vaccinati per il morbillo nell’infanzia, 3-4 persone su 10 non producono una risposta adeguata all’infezione. Insomma, anche il vaccino antimorbillo, con gli anni, tende a perdere la sua efficacia, come dimostra l’altro dato di questa ricerca relativo alla classe di età 18-29 anni che mostra sieropositività dell’81%, che poi viene perduta nel tempo.

Questo fondamentalmente perché l’immunizzazione naturale, a differenza di quella indotta dal vaccino, causa una stimolazione immunitaria prolungata nel tempo9,10 , che consente al linfocita B di adattare il recettore con la massima affinità per l’antigene, selezionando una popolazione di cellule B memoria a lunga vita, capaci di rispondere in modo rapido ed efficace al successivo incontro con l’agente infettivo.

Sempre riguardo alla vaccinazione antimorbillo, segnaliamo un dato che meriterebbe una riflessione specifica: in tutti i focolai identificati in Europa e in USA, c’è sempre una quota di bambini infettati con meno di un anno di vita, un’età a rischio, in cui ancora non è raccomandata e praticata la vaccinazione antimorbillo. Il bambino, in questo periodo critico, può ricevere una protezione dalla madre che gli trasmette i suoi anticorpi antimorbillo. Il fatto è che le donne immunizzate naturalmente trasmettono una quantità di anticorpi nettamente superiore a quella delle donne vaccinate. La differenza della presenza di anticorpi anti morbillo, in bambini nati da madri che hanno subito il contagio rispetto ai nati dalle vaccinate, è netta e rintracciabile per lo meno fino all’età di 5 mesi. Quindi, donne che, nella loro infanzia, si sono vaccinate contro il morbillo potrebbero non trasmettere un’adeguata protezione anticorpale ai propri figli nel primo anno di vita, a differenza delle donne che hanno contratto un’immunizzazione naturale11 . Infine, in aggiunta agli argomenti sopra indicati, occorre registrare che l’informazione che è stata

, sulle percentuali di copertura vaccinale necessarie per raggiungere il cosiddetto “effetto gregge”, è assolutamente parziale e quindi, sostanzialmente, non veritiera. Secondo fonti ufficiali (Organizzazione mondiale della sanità e Istituto Superiore di Sanità), le coperture vaccinali critiche per l’immunità di gregge sono altamente variabili: il fatidico 95% viene indicato solo per il morbillo. Come abbiamo già notato, questa soglia non garantisce in modo assoluto l’effetto gregge, ma è bene sapere che per la poliomielite, le istituzioni citate danno come copertura necessaria 80-86%; per la parotite 75-86%; per la rosolia 83-85%; per l’ Hemophilus infl. B il 70%12,13 .

 CONCLUSIONE SULLA LEGGE.

Pur scontando il fatto che,  se attorno al bambino non immunizzato per un certo agente infettivo esistono numerose persone non immunizzate, la probabilità del bambino stesso di contrarre quell’infezione sono maggiori, da qui non si può trarre la conclusione dell’obbligo per 10 vaccini, che, da quanto argomentato, si mostra non solo inopportuna, ma anche infondata sul piano scientifico, poiché lo Stato può chiedere alla persona (o al suo tutore) la violazione della libertà individuale, riguardo alla propria salute, se dimostra che le misure obbligatorie servono a scongiurare un rischio collettivo riferito ai singoli vaccini proposti. Da quanto abbiamo scritto, è errato mettere tutti vaccini sullo stesso piano: alcuni di loro non producono alcun “effetto gregge”, altri conferiscono un’immunità che deperisce nel tempo. Ma per proporre una strategia vaccinale all’altezza delle conoscenze attuali, occorre prendere in esame altre problematiche.

PROBLEMATICHE RELATIVE AI VACCINI E AI LORO EFFETTI IMMEDIATI E DI LUNGO PERIODO

Come abbiamo visto, il grado di efficacia dei vaccini è molto variabile, dobbiamo tenere presente altresì che nessun vaccino è mai completamente sicuro. È una verità elementare, che, se si nega, si fa offesa alla scienza e al buon senso e, al tempo stesso, non si convincono i refrattari alle vaccinazioni, che anzi dalla negazione dell’evidenza traggono maggior forza. Gli effetti avversi delle vaccinazioni sono un dato di fatto. Le revisioni della letteratura più affidabili dimostrano che gli effetti avversi gravi ci sono e soprattutto che gli studi sulla sicurezza di vaccini come il trivalente MPR pre e post-marketing sono largamente inadeguati14 . Anche in Italia, pur scontando un sistema di sorveglianza che è un eufemismo definire scarsamente efficiente, le segnalazioni all’AIFA di effetti avversi, successivi alle vaccinazioni, nel 2014 sono state 8.873, di cui una quota (con diverse centinaia di casi) classificata grave (con alcuni decessi). Secondo il Rapporto dell’AIFA15 , il vaccino Morbillo-Parotite-Rosolia (MPR) ha un tasso di segnalazioni di effetti avversi gravi tra i più alti: 201 su 100.000 dosi per un totale di 479 casi nello scorso anno, la cui quota maggioritaria spetta all’abbinamento del trivalente con il vaccino contro la varicella (MPR+V oppure MPRV). Tuttavia, anche l’esavalente ha un tasso elevato di segnalazioni gravi: 166 ogni 100.000. Ora, a fronte di questi numeri, ci pare temerario escludere in modo categorico ogni correlazione causale con i vaccini, come fa l’AIFA nel Rapporto citato, anche in considerazione della scarsa propensione, soprattutto dei medici di riferimento, i pediatri, alla segnalazione, aggravata dall’ assenza di un sistema di sorveglianza strutturato, capillare e affidabile. Tuttavia, ci preme segnalare un aspetto più di fondo, che è stato trascurato o banalizzato nel dibattito pubblico e che invece attiene alla salute della popolazione in tutte le fasce di età: gli effetti dei vaccini sul sistema immunitario del bambino.

I vaccini e il sistema immunitario infantile

Un paradosso dell’attuale scienza dei vaccini è che, mentre da un secolo ferve la ricerca farmacologica sui singoli prodotti, con innovazioni che danno risposte sempre più articolate e diversificate, l’oggetto di questi farmaci è sostanzialmente negletto: pochissimi e recenti sono gli studi sul sistema immunitario del bambino e sull’impatto che i vaccini hanno sul suo sviluppo.

Tutti concordano sul fatto che il sistema immunitario del neonato non è come quello dell’adulto e che, per raggiungere un assetto simile, deve attraversare un processo di maturazione non breve. Ma perché è diverso da quello dell’adulto? Dove stanno le principali criticità? Secondo studi molto recenti16, la principale diversità non starebbe tanto nella composizione cellulare del sistema immunitario neonatale, quanto nel mantenimento dell’assetto precedente alla nascita, l’assetto fetale. In gravidanza, infatti, è essenziale che sia il sistema immunitario materno che quello fetale adottino una posizione di tolleranza reciproca, con il fine di mandare a compimento la gravidanza, che potrebbe essere compromessa da una iperreattività immunitaria verso antigeni non self costituiti da tessuti (madre-bambino) che sono geneticamente parzialmente diversi. A questo fine, oltre che in quello materno, anche nel sistema immunitario fetale abbondano le cellule regolatrici e cioè di moderazione della risposta immunitaria (T regolatori in primis, ma, a livello placentare, anche cellule della linea mieloide) e si struttura un particolare assetto dei linfociti T: depressione del circuito Th1 a favore del circuito Th2. Questo assetto fetale permane anche nei successivi mesi dopo la nascita. Ricordiamo che il circuito Th1 è molto infiammatorio ed è particolarmente efficace verso le infezioni virali, mentre il circuito Th2 è meno infiammatorio (soprattutto in presenza di un forte circuito regolatorio) ed è più attivo verso le infezioni batteriche. Quindi, il sistema immunitario delle prime fasi della vita è naturalmente collocato sul Th2 e deve ancora maturare un efficiente circuito Th1. Che effetti hanno le vaccinazioni su questo assetto neonatale? La letteratura scientifica ci dice che l’alluminio, l’adiuvante più utilizzato non solo nei vaccini per l’infanzia, ma anche per quelli dell’adolescente (come il vaccino contro il Papilloma Virus, HPV), ha un documentato effetto Th217 . A questi effetti di aggravamento dello squilibrio fisiologico neonatale, prodotti dall’alluminio, occorre aggiungere gli analoghi effetti del vaccino MPR, che, di per sé, ha un effetto di ritardo della maturazione del Th1 con persistenza del Th2 18 . Attualmente, pur con tutte le incertezze che sono parte integrante della scienza, che per l’appunto non è dogmatica, la comunità degli immunologi e dei ricercatori pediatri concorda nel relazionare l’iper-reattività del Th2 alla comparsa di allergie, sia di tipo respiratorio (asma, bronchiti, riniti) sia tipo cutaneo e gastrointestinale19 . Squilibrio immunologico che può favorire l’insorgenza nel tempo anche di altre patologie a dominanza Th2, di tipo infettivo, autoimmune e neoplastico. In particolare, questi effetti negativi vengono amplificati in neonati pretermine, in quelli nati con un parto cesareo, nei non allattati al seno, che, in vario grado, presentano uno squilibrio del microbiota, anch’esso in formazione, che ormai sappiamo essere deciso nella costruzione di un sistema immunitario pienamente competente20

PER UNA BUONA POLITICA DI PREVENZIONE PRIMARIA DENTRO CUI PREVEDERE UN USO RAZIONALE ED EFFICIENTE DELLE VACCINAZIONI

I vaccini, nelle diversità di efficacia e protezione sopra delineata – che pertanto, a nostro avviso, richiedono una riformulazione dei programmi di loro utilizzo evitando la scorciatoia autoritaria dell’obbligo generalizzato – sono farmaci che possono essere di grande utilità, se collocati all’interno di un robusto quadro di politiche di prevenzione primaria applicate alle prime fasi della vita. Quello che proponiamo è un salto su qualità nella prevenzione a partire dallo studio delle prime fasi della vita, sapendo che una serie di misure in gravidanza e dopo la nascita possono porre su nuove basi non solo la salute del bambino, ma anche la suscettibilità alle stesse infezioni, verso cui ad oggi non c’è protezione, tra cui non solo il morbillo (la cui vaccinazione è prevista non prima dei 12 mesi di età), ma anche il temibile Virus respiratorio sinciziale, causa di patologie respiratorie anche gravi del neonato e che ha come effetto un ulteriore squilibrio del sistema immunitario neonatale in senso Th2. Il fumo in gravidanza e/o negli ambienti dove vive il neonato, la dieta infiammatoria della donna gravida e che allatta, l’uso di antibiotici in gravidanza, durante il parto e nel neonato, con conseguente disbiosi materna e infantile, il tipo di parto (se vaginale o cesareo), l’inquinamento dell’ambiente di vita, le condizioni di stress causate da incertezza e povertà economica della famiglia, sono tutti potenti fattori di alterazione del sistema immunitario infantile. È illogico, sotto il profilo scientifico (ma forse logico per istituzioni troppo adese all’industria e alle corporazioni professionali), destinare somme ingenti al finanziamento di un inedito e iper-esteso obbligo vaccinale e non intervenire in modo organico sulla protezione della gravidanza, sulla promozione sistematica dell’allattamento al seno, sulla drastica riduzione dei parti cesarei (che in tutto l’Occidente riguardano circa un terzo delle nascite, con alcune regioni italiane, tra cui Campania, Sicilia e Lazio con percentuali ancora maggiori) anche mettendo in campo risoluti interventi restrittivi a livello del servizio sanitario nazionale, sul sostegno psicologico ed economico alla famiglia che ha avuto un bambino. Vaccinazioni. Conoscere e rispettare la diversità.

Non solo i vaccini sono diversi tra loro in termini di utilità sociale, ma anche i bambini sono diversi tra loro, talvolta in modo rilevante. La genetica e l’epigenetica ci dicono che ogni individuo è un essere peculiare e che questa peculiarità è di grande rilievo quando il nuovo essere si forma nel corso del tempo, prima e dopo

la nascita. Del resto, la medicina più avanzata si sta orientando sulla personalizzazione della cura, che si gioverà dei progressi in campo genetico ed epigenetico. Di questo cambio di paradigma, che mette al centro la variabilità umana, dovrà tenere conto anche la politica vaccinale. Basti pensare alle nascite prima del tempo, che sono in crescita in tutto l’occidente. L’Italia sembra particolarmente colpita dal fenomeno, con oltre 40.000 bambini che ogni anno, secondo l’OMS, nascono prima della trentasettesima settimana di gestazione. Il sistema immunitario e il microbiota di questi bambini, soprattutto se nati con un cesareo e non allattati al seno, sono particolarmente squilibrati in senso allergico e infiammatorio21. Nei programmi vaccinali, non ha alcun senso scientifico trattare questi bambini prematuri come se fossero nati a tempo. L’effetto probabile delle vaccinazioni potrebbe essere quello di alterare ulteriormente il sistema immunitario. Da qui la necessità di programmi ad hoc per questi bambini che dovrebbero essere seguiti e studiati personalmente da un pediatra competente sull’assetto del sistema immunitario infantile e sugli effetti dell’ambiente e dei farmaci in soggetti prematuri. Ma pensiamo che in linea generale ogni bambino andrebbe studiato adeguatamente dal proprio pediatra prima di essere inviato a un programma vaccinale, che dovrebbe tenere conto delle sue peculiarità e della sua storia clinica e di vita. Ciò rimanda a politiche vaccinali flessibili e che ripensino

l’uso delle formulazioni multiple, sia perché, come abbiamo argomentato, non tutti i vaccini hanno la stessa utilità sociale, sia perché non ci risultano studi controllati, che valutino gli effetti epigenetici della formulazione multipla sul sistema immunitario infantile. Per esempio, sappiamo che l’alluminio e alcuni vaccini hanno l’effetto epigenetico di demetilare i geni che comandano la produzione di cellule Th2, favorendone l’espansione22. Che effetti epigenetici hanno 6 vaccini insieme, seguiti a breve da 4 vaccini insieme? Sotto questo profilo, la “tesi” che non c’è alcun problema a somministrare diversi antigeni insieme, poiché il bambino ogni giorno incontra centinaia di antigeni senza danno, ci sembra non regga ad un esame anche non troppo approfondito, poiché il solo buon senso ci consente di comprendere che gli antigeni multipli, che immettiamo con i vaccini, non sono banali, ma componenti di aggressivi agenti infettivi, che è alquanto irreale incontrare tutti insieme in natura. Il fatto è che nessuno fino ad ora, a nostra conoscenza, ha prodotto dati certi sugli effetti delle formulazioni multiple sul sistema immunitario del neonato e dell’infante. Del resto anche il Parlamento ha previsto l’uso dei vaccini monodose reclamando, contro la granitica convinzione della Ministra della salute, la supremazia del legislatore sulle necessità produttive dell’industria. Il tema dei rapporti delle Istituzioni pubbliche con le industrie produttrici di farmaci, che sta avvelenando la discussione sui vaccini e sulla farmacologia in generale23 , richiede una discussione più ampia, che in varie sedi come SIPNEI abbiamo affrontato e che affronteremo ancor più nel prossimo periodo. Restando al tema vaccinazioni, pensiamo che servirebbe molto alla scienza e alla ricostruzione di un rapporto di fiducia con ampie fasce della popolazione, l’istituzione di una Commissione di valutazione e controllo sui vaccini indipendente e cioè composta da ricercatori, scienziati ed esperti di politica sanitaria che non abbiano legami con l’industria e con le associazioni professionali, spesso molto adese all’industria. Una Commissione sul modello della Task Force statunitense che si occupa di valutazione delle politiche preventive (USTFP), senza legami con l’industria e con le corporazioni professionali. Occorre cioè proteggere la società dalle infezioni, ma anche dagli interessi di parte. In questo quadro, siamo contrari alle vaccinazioni obbligatorie (in linea con tutti i paesi europei più avanzati e da alcuni anni in Veneto, con ottimi risultati), bensì proponiamo una riorganizzazione delle politiche vaccinali, che a livello statale dovrebbe selezionare le priorità epidemiologiche e, a livello territoriale, dovrebbero avere come perno il pediatra, che ha in cura fin dalla nascita il bambino, che verrebbe inserito in finestre di opportunità vaccinale, anche utilizzando i vaccini monodose, in base alle caratteristiche del bambino. Del resto, i genitori dei bambini in età da vaccino, già si sono spontaneamente mossi in questo senso. Come ha documentato la USL 20 di Verona, in un contesto senza obbligo vaccinale come quello veneto, se si controlla la popolazione a 14 anni di età, si nota che, per la poliomielite, la copertura è al 95,51% e, per il morbillo, è al 94%24 .

Siamo convinti che una politica di promozione attiva, centrata sulla flessibilità dei programmi vaccinali, nel quadro di politiche di protezione della gravidanza e di promozione della salute dell’infanzia, permetterebbe un salto in avanti nella prevenzione primaria, da sempre trascurata nel nostro Paese, e porrebbe su basi nuove le relazioni tra cittadini e scienza e tra curati e curanti.

 Il Consiglio direttivo nazionale della Società Italiana di Psiconeuroendocrinoimmunologia

Roma 29.07.2017

Francesco Bottaccioli presidente onorario, professore a contratto nella formazione post- laurea delle Università dell’Aquila e di Torino

Mauro Bologna presidente, professore ordinario di Patologia generale, Università dell’Aquila

David Lazzari past-president, membro dell’Esecutivo nazionale dell’Ordine degli psicologi, direttore del servizio di psicologia clinica dell’Azienda ospedaliera S. Maria di Terni

Marina Risi vice-presidente, professoressa a contratto nel Master in PNEI Università dell’Aquila

Franco Cracolici responsabile del comitato di coordinamento delle sezioni territoriali SIPNEI, medico responsabile nel Servizio di medicina integrata dell’Ospedale di Pitigliano (GR)

Letizia Ferrante psicologa psicoterapeuta, responsabile del coordinamento delle sezioni SIPNEI del meridione d’Italia

Massimo Fioranelli professore associato di Fisiologia, Università G. Marconi, Roma

 Andrea Minelli professore associato di Fisiologia, Università di Urbino

Elisa Paravati neuropsicologa, responsabile del coordinamento delle sezioni SSIPNEI del nord Italia

 

(Per le note che corredano questo parere scientifico,  rimando alla pagina del SIPNEI, http://sipnei.it/wp-content/uploads/2017/07/SIPNEI-SULLA-LEGGE-SUI-VACCINI.pdf

Sorgente: VACCINI – UN PARERE SCIENTIFICO. Società Italiana di Psico neuro endocrino immunologia – Blondet & Friends

Il punto di vista della Cina sul Venezuela

Raúl Zibechi

Conoscere i criteri che usa la potenza emergente sull’America Latina, e in particolare sul Venezuela, è sommamente importante giacché raramente i loro mezzi di comunicazione lasciano intravedere le opinioni che circolano nel governo cinese. Il 1° agosto la rivista cinese  Global Times ha pubblicato un esteso editoriale intitolato “Venezuela un microcosmo dell’enigma latinoamericano” (goo.gl/ksmY77).

Il Global Times appartiene all’organo ufficiale del Partito Comunista della Cina, Quotidiano del Popolo, ma si focalizza su temi internazionali e le sue opinioni hanno maggiore autonomia del media che lo patrocina.

L’articolo analizza le recenti elezioni dell’Assemblea Costituente mostrando un certo sostegno al progetto ma, allo stesso tempo prendendo le distanze. Riserva le sue maggiori critiche alla Casa Bianca, dicendo che “Washington si preoccupa solo di prendere il controllo del continente, come suo cortile posteriore, e non è interessata ad aiutarli”.

Evidenza che gli obiettivi degli Stati Uniti consistono nella “eliminazione di Maduro e nella distruzione dell’eredità politica di Chávez”, ma precisa anche che tutti i governi di sinistra del continente hanno una relazione “scomoda” con Washington.

Secondo il Global Times, “senza un’industrializzazione pienamente sviluppata, le economie latinoamericane dipendono in gran misura dalle risorse”, ragione per cui molti paesi presentano forti spaccature sociali e di ricchezza, come succede in Venezuela, dove i contadini e i poveri urbani appoggiano il governo mentre la classe media ricca sostiene l’opposizione.

Finora non ci sono novità. Ma a questo punto comincia un’analisi che svela le posizioni del governo cinese. “Il sistema politico che hanno adottato dall’Occidente non è riuscito ad affrontare questi problemi”, spiega il Global Times.

La rivista, pertanto, dice che “indipendentemente da chi vinca, il Venezuela avrà difficoltà a vedere la luce alla fine del tunnel. Le divisioni sociali non possono essere risolte, e l’intervento degli Stati Uniti non si fermerà. Il Venezuela può essere trascinato in un prolungata battaglia politica”. Con totale trasparenza, la dirigenza cinese pensa che il paese si incammini verso maggiori conflitti.

In secondo luogo, sostiene che il Venezuela sia un “importante socio della Cina”. Difende le relazioni di cooperazione “indipendentemente da chi governa il paese”, perché “il commercio con la Cina sarà utile ai venezuelani”. Per quello stimano di mantenere delle relazioni fluide e strette che “in Venezuela trascendono gli interessi di partito”.

I cinesi aprono l’ombrello e avvertono che le relazioni non sono subordinate ai governi di turno, ossia, che sono di lunga durata e non rinunceranno a quelle anche se cadrà il governo di Nicolás Maduro.

Il terzo punto è chiave: “Le sommosse politiche significano rischi per gli investimenti cinesi e la Cina deve apprendere ad affrontarle. La Cina non può rinunciare alla sua presenza economica in America Latina solo per la sua instabilità politica”, afferma l’articolo.

Alla fine, sostiene che la presenza della Cina in America Latina “non ha una motivazione geopolitica”, cosa anche troppo dubbia, ma afferma anche che la “Cina non interferirà nel processo politico del Venezuela o di qualsiasi altro paese latinoamericano”, qualcosa che finora è completamente vero.

Anche se circospetta, l’analisi cinese rivela tre questioni centrali. La presenza cinese nella regione è giunta per rimanere, è chiaro che c’è un conflitto con gli Stati Uniti, e non interferiranno nelle relazioni destra-sinistra, perché -anche se lo negano- la loro presenza è di carattere strategico.

In un altro momento, bisognerà riflettere sul “sistema politico” che la Cina propone, indirettamente, ai paesi amici del mondo che, evidentemente, non assomiglia alle democrazie elettorali di tipo occidentale.

Le relazioni della Cina con la regione abbracciano una vasta gamma di temi, dagli investimenti economici fino agli accordi militari e ai crescenti legami culturali con l’apertura di centinaia di centri di studio di lingua cinese. In vari paesi sono state installate industrie, in particolare di montaggio e costruzione di automobili, fatto che amplia i loro investimenti focalizzati in un prima fase sulle materie prime.

Richiama l’attenzione la potenza delle relazioni economiche. La Cina è  uno dei principali soci commerciali dei paesi della regione e ha sostituito, dal 2005 al 2016, la Banca Mondiale e la BID (Banca Interamericana di Sviluppo) come principale fonte di prestiti, con 141 miliardi di dollari rovesciati sull’America Latina e i Caraibi, secondo l’Inter-American Dialogue (goo.gl/8iuAR7).

Il Venezuela assorbe quasi la metà del totale dei prestiti, con 62,200 miliardi di dollari, seguito dal Brasile con 36,800 miliardi, e abbastanza più indietro l’Ecuador e l’Argentina. Gli investimenti in Venezuela ebbero un picco nel 2010 e dopo sono discesi considerevolmente, ma continuano ad occupare un posto rilevante. Il grosso dei suoi investimenti sono destinati ad energia, ossia a idrocarburi, ma anche alle attività minerarie e alle infrastrutture.

Gli investimenti più notevoli sono stati destinati al terminal marittimo della petrolchimica Pequiven e all’impresa mista Sinovensa, costituita da PDVSA e dalla Compagnia Nazionale Cinese del Petrolio, creata dopo la nazionalizzazione della Faglia Petrolifera dell’Onirico, nel 2007. Grazie ai 4 miliardi di dollari investiti dalla Cina, la Sinovensa è passata dal produrre 30 mila barili quotidiani di petrolio a 170 mila barili (goo.gl/9QDaCp).

L’ultimo prestito importante si è registrato nel novembre del 2016, con 2,200 miliardi di dollari nel settore petrolifero, per portare nei prossimi anni la produzione sino-venezuelana a 800 mila barili quotidiani (goo.gl/MZE7nZ).

Proseguendo su questa strada, la Cina finirà con il sostituire gli Stati Uniti come principale mercato del petrolio venezuelano, che è il paese che ostenta le maggiori riserve mondiali di greggio. Questa realtà, più che il “socialismo del XXI secolo”, spiega i motivi di Washington per abbattere Maduro.

4 agosto 2017

La Jornada

Traduzione del Comitato Carlos Fonseca:
Raúl Zibechi, “La mirada de China sobre Venezuela” pubblicato il 04-08-2017 in La Jornadasu [http://www.jornada.unam.mx/2017/08/04/politica/017a1pol#texto] ultimo accesso 12-08-2017.

Sorgente: Il punto di vista della Cina sul Venezuela «

Are Jews White?

In his latest radio segment Rabbi Yaakov Shapiro brings down compelling arguments on the topic “Are Jews White?”.
Here is a summary of the Rabbi’s show. In case you missed it you can listen to the recording below.

Tune in December 22nd from 9:30-10pm to Rabbi Shapiro’s latest segment “Is Jerusalem the Jewish Capital?” live on WSNR 620 AM or by calling 616-597-1984.

“Are Jews White?” with Rabbi Yaakov Shapiro

Recently, in Texas, a “Rabbi” representing Hillel (a Zionistic Jewish campus organization) lost an argument with a Neo-Nazi… about Judaism. Richard Spencer, the leader of the National Policy Institute (a USA-based white supremacist organization) was giving a speech about his desire for the United States to become a white supremacist nation, one that excludes Black people, Jews, Mexicans, and any other racial minority.

The “Rabbi” stood up in the middle of Spencer’s speech and said to him: “You are teaching radical exclusion, I teach radical inclusion, let’s learn Torah together.”. Spencer quickly replied: “Do you really want radical inclusion in the State of Israel? Be honest… Jews have continued to exist because of radical exclusion; they refused to intermarry with the gentiles. I respect that, you have a culture and that is what I want for my people (white people)”. The “Rabbi” stumbled and did not have a rebuttal for Spencer.

Basically what Richard Spencer argued was that the State of Israel does not want Jews to be a minority. They want to have a Jewish majority to keep their culture “pure”. If you believe that there should be a Jewish state in Israel then why can’t the white supremacists have a WASP (White, Anglo-Saxon, Protestant) state over here? The Jewish people are their model as they have succeeding in creating a State for themselves.

The “Rabbi” did not have an answer for Spencer. The next day he told reporters that he simply isn’t an experienced debater. He squashed his argument in 30 seconds- The Neo-Nazi destroyed the “Rabbi’s” argument using a coherent argument.

The Rabbi was not actually talking to the Neo-Nazi about Judaism- he was talking about Zionism. Jews and Nazis agree on one thing: Israel represents the Jews and the Jews are a religion/nation/race. What does Israel have to do with Torah Judaism? The Jews did not create the state, the Zionists did. Jews are members of a religion – Zionists are members of a political movement. When one of Rabbi Shapiro’s student’s was in law school, a professor said that in Israel they allow torture. A religious, Jewish student argued that torture is against Judaism. Everyone was confused and thought that Israeli law is Jewish law. It’s not.

Many articles have been written recently by various Zionists claiming that the Jewish people are not white- they are an ethnicity called Jewish. The truth is that Jews are not an ethnicity, you can’t convert to an ethnicity. Jews can be Black, White, Asian, etc. The Jewish people are only a people because of the Torah. If we didn’t have the Torah we wouldn’t be Jews. The only reason we exist as Jews is because of our religion. For thousands of years this is how the Jewish people understood themselves.

Then came the Zionists who said that the Jewish people are not a religion. They wanted to be atheists but we still want to be “Jews”. Herzl had an idea that in order to fix the Jews he will convert all the Jews to Christianity. He quickly realized that it was easier to assimilate then to stage a mass coversion. Assimilation didn’t work because the non-Jews persecuted them anyway, even though they weren’t religious. When the assimilated saw that it didn’t work, they came up with Plan-B: Zionism.

Zionism means that Jews are going to become a nation with a culture. However, Torah Jews don’t have a culture, there are all kinds of different Jewish cultures. Yemenite Jews, Hungarian Jews, Moroccan Jews, etc. We don’t even have a common language as most Jews do not speak biblical Hebrew. The only thing that we have in common is our religion. We don’t even have a common land as we are in exile.

The founders of Zionism created a language, which is a national characteristic (Ivrit) because they wanted to create a culture. They created a land- “Israel”. They rewrote Jewish history and said they are now the real Jews; the nation of Israel.

Many people (Zionists included) don’t realize that you can’t be an atheist Jew just like you can’t be an atheist Muslim or Christian. However, if you asked an atheist what makes you a Jew they may say “I’m a national Jew” – do you live in Israel “no” they what makes you a Jew? “Well I’m an ethnic Jew” but there are Chinese Jews. Jews have no ethnic characteristics. There are Zionists that say Judaism is a tribe. That can’t be though because tribal affiliations go by the father. But if that’s the case then why does Judaism go through the mother?

The Nazis also wanted the Jews to be a race, not a religion. Nazis are racist antisemites and they want to exclude Jews from their countries. They view them as an ethnic minority. The Zionists and the antisemites have common ground. They say that Judaism is a race. Torah authorities say that those who believe in Jewish Nationalism are idol worshippers. You could even eat kosher, put on tefillin, you are still an idol worshipper. It’s a terrible thing. The nazis where nationalists. We learned how horrible it is because of the Jews who were the victims of this. It is treason against the Jewish people and Hashem (G-d) to believe in Jewish nationalism. The Zionists rewrote history.

When the Zionists started their movement they changed the definition of Judaism. Unfortunately both the Rabbi in Texas and Neo-Nazi Richard Spencer believe in the concept as Jews as a nation.

At the end of the day this is what we have: this new neo-Nazi movement wants to take over the United States and exclude Jews and other minorities. Never mind that the movement is disgusting, the idea that Jews are not white, but are a specific nationality is a racist idea and a Zionist idea. Neo-Nazis quote that in the 1700’s, the beginning of the United States, only free white people were allowed to immigrate. They fail to mention that Jews were included in the founding fathers definition of free white people.

thanks to: True Torah Jews

The Business of Anti-Semitism

Every good marketer will tell you that one of the first steps in selling a product is convincing a prospective buyer of their need for a product and/or service. If the consumer feels no lack in living without this particular object, then the entire impetus to buy is lost. Selling a country to people is no different. With a nation such as “Israel”, whose international reputation leaves much to be desired, they must create an impetus for people to take them seriously on the world stage. The answer – immigration. Though many libels have been directed at the Jewish People throughout their history, idiocy has not been one of them. If there is mass immigration to “Israel” by educated Jews from stable countries then, so the logic goes, there must be something to it. Now another problem rears its ugly head. How does one create an incentive on the other side? How do you persuade Diaspora Jews to move to such a…ummm…peaceful country?

Luckily for those in the Israeli immigration business, there is a solution. Media exposure. By adding their commentary to every minor incident that could possibly be interpreted as anti-Semitism, they create a feeling of uneasiness in Jews everywhere. A recent example is Israeli Knesset member Isaac Herzog’s (Zionist Union Party) statement last week where he expressed outrage, “… over the wave of anti-Semitic incidents and threats in the United States and said Israel should be preparing for the worst – a wave of Diaspora Jews fleeing to the Jewish state. I call on the government to urgently prepare and draw up a national emergency plan for the possibility of waves of immigration of our Jewish brothers to Israel.” Translation to Diaspora Jews: “you’re in grave danger, come over to us before it’s too late!” A decent impetus if there ever was one. Buy or die.

Isaac Herzog is only following tradition. The architect of the Zionist Dream/Nightmare, Theodor Herzl, wrote:

“It would be an excellent idea to call in respectable, accredited anti-Semites as liquidators of property. To the people they would vouch for the fact that we do not wish to bring about the impoverishment of the countries that we leave. At first they must not be given large fees for this; otherwise we shall spoil our instruments and make them despicable as ‘stooges of the Jews.’ Later their fees will increase, and in the end we shall have only Gentile officials in the countries from which we have emigrated. The anti-Semites will become our most dependable friends, the anti-Semitic countries our allies.” (The Complete Diaries of Theodor Herzl. Vol. 1, pg. 83-84)

“Israel’s” first prime minister, David Ben-Gurion, proudly preserved Herzl’s tradition. In an April, 1963, New York Times article he claimed that,

“Jews are in truth a separate element in the midst of the peoples among whom they live – an element that cannot be completely absorbed by any nation – and for this reason no nation can calmly tolerate it in its midst.” Delightful.

When those waiting for an excuse to release a bit of pent-up anti-Jewish feeling strike, then their point is authenticated and they take to the stage to trumpet their premonition of imminent disaster. The cycle becomes ever more vicious till many Jews feel no other alternative than to immigrate. As one French couple, Yohan and Yael Sahal, who moved several months ago to the West Bank settlement of Brukhin, said, “There are terror attacks and anti-Semitism in Paris as well, so it’s better to be in your own land, where at least you’ll have someone to protect you. If you have to be afraid, then at least you should be afraid somewhere that’s your home.” With “Israel” having a violent death rate over 9 times greater than France, the Sahal’s claim that there is “someone to protect you” falls a little flat. Not so strangely, the recent rise in French Jewish immigration to the Zionist State was followed by a sharp rise in anti-Semitic activity in France as a result of “Israel’s” Gaza offensive, Operation Protective Edge. As an aside, the worst year in terms of violent incidents against Jews around the globe in the last two decades was 2009, directly following Operation Cast Lead.

With the anti-Semitism stew bubbling away on the burner, what is the next step? Step in Nefesh B’Nefesh. No can deny that organizations such as Nefesh B’Nefesh are among a select group of marketers. When they recently held their annual “Israel” Mega Event in Manhattan, they drew a larger than ever crowd of more than 1,500, all interested in leaving the hazardous environment of America for the safe shores of “Israel”, where one can live in peace without constantly fearing for ones life (insert sarcasm). The NYC Mega Event isn’t the only one. Nefesh B’Nefesh plans to hold events this year in Toronto, Montreal and Los Angeles.

The constant media exposure which insinuates that the terms “Israel” and “Jew” are somehow synonyms only fortifies the position of both Zionists and Anti-Semites.

Our Sages knew for thousands of years that keeping a low profile is the best defense against bigotry. Over-exposure only gives license to those seeking an excuse to wreak havoc. Out of sight out of mind. True Torah Jews wishes to say this:

Just as our forefathers throughout the long years of our exile wished only to unassumingly serve G-d, so this is our wish. We don’t wish to be headlines on the worlds newspapers or top stories on the evening news. And we don’t wish to be associated in any way, shape or form with the State of “Israel” and their yes-men. This is the sentiment of the hundreds of thousands of Anti-Zionist Jews throughout the world. To “Israel” – leave us alone.

thanks to: True Torah Jews

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST

THE ROLE OF ZIONISM IN THE HOLOCAUST
Article by Rabbi Gedalya Liebermann – Australia
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“Spiritually and Physically Responsible “

From its’ inception, many rabbis warned of the potential dangers of Zionism and openly declared that all Jews loyal to G-d should stay away from it like one would from fire. They made their opinions clear to their congregants and to the general public. Their message was that Zionism is a chauvinistic racist phenomenon which has absolutely naught to do with Judaism. They publicly expressed that Zionism would definitely be detrimental to the well being of Jews and Gentiles and that its effects on the Jewish religion would be nothing other than destructive. Further, it would taint the reputation of Jewry as a whole and would cause utter confusion in the Jewish and non-Jewish communities. Judaism is a religion. Judaism is not a race or a nationality. That was and still remains the consensus amongst the rabbis.

We were given the Holy Land by G-d in order to be able to study and practice the Torah without disturbance and to attain levels of holiness difficult to attain outside of the Holy Land. We abused the privilege and we were expelled. That is exactly what all Jews say in their prayers on every Jewish festival, “Umipnay chatoenu golinu mayartsaynu” – “Because of our sins we were expelled from our land”.

We have been forsworn by G-d “not to enter the Holy Land as a body before the predestined time”, “not to rebel against the nations”, to be loyal citizens, not to do anything against the will of any nation or its honour, not to seek vengeance, discord, restitution or compensation; “not to leave exile ahead of time.” On the contrary; we have to be humble and accept the yoke of exile.

(Talmud Tractate Ksubos p. 111a).

To violate the oaths is not only a sin, it is a heresy because it is against the fundamentals of our Belief. Only through complete repentance will the Almighty alone, without any human effort or intervention, redeem us from exile. This will be after G-d will send the prophet Elijah and Moshiach who will induce all Jews to complete repentance. At that time there will be universal peace.

THE UNHEEDED CRY

All of the leading Jewish religious authorities of that era predicted great hardship to befall humanity generally and the Jewish People particularly, as a result of Zionism. To be a Jew means that either one is born to a Jewish mother or converts to the religion with the condition that he or she make no reservations with regard to Jewish Law. Unfortunately there are many Jews who have no inkling whatsoever as to the duties of a Jew. Many of them are not to blame, for in many cases they lacked a Jewish education and upbringing. But there are those who deliberately distort the teachings of our tradition to suit their personal needs. It is self understood that not just anyone has the right or the ability to make a decision regarding the philosophy or law of a religion. Especially matters in which that person has no qualification. It follows then that those individuals who “decided” that Judaism is a nationality are to be ignored and even criticized. It is no secret that the founders of Zionism had never studied Jewish Law nor did they express interest in our holy tradition. They openly defied Rabbinical authority and self-appointed themselves as leaders of the Jewish “nation”. In Jewish history, actions like those have always spelled disaster. To be a Jew and show open defiance of authority or to introduce “amendment” or “innovation” without first consulting with those officially appointed as Jewish spiritual leaders is the ideal equation to equal catastrophe. One can not just decide to “modernize” ancient traditions or regulations. The spiritual leaders of contemporary Judaism better known as Orthodox rabbis have received ordination to judge and interpret matters pertaining to the Jewish faith. These rabbis have received their rights and responsibilities and form a link in the unbroken chain of the Jewish tradition dating all the way back to Moses who received the Torah from Almighty G-d Himself. It was these very rabbis who, at the time of the formation of the Zionist movement, foresaw the pernicious outcome that was without a doubt lined up. It was a man possessing outstanding Judaic genius, and a level of uncontested holiness who enunciated the Jewish stance regarding Zionism.

This charismatic individual, the Rebbe of Satmar, Grand Rabbi Joel Teitelbaum, did not mince any words. Straight to the point he called Zionism “the work of Satan”, “a sacrilege” and “a blasphemy”. He forbade any participation with anything even remotely associated with Zionism and said that Zionism was bound to call the wrath of G-d upon His people. He maintained this stance with unwavering bravery from the onset of Zionism whilst he was still in Hungary up until his death in New York where he lead a congregation numbering in the hundreds of thousands. Grand Rabbi Teitelbaum, scion to a legacy of holy mystics and Hassidic Masters unfortunately had his prediction fulfilled. We lost more than six million of our brothers, sisters, sons and daughters in a very horrible manner. This, more than six million holy people had to experience as punishment for the Zionist stupidity. The Holocaust, he wept, was a direct result of Zionism, a punishment from G-d.

IT IS COMMON KNOWLEDGE THAT ALL THE SAGES AND SAINTS IN EUROPE AT THE TIME OF HITLER’S RISE DECLARED THAT HE WAS A MESSENGER OF DIVINE WRATH, SENT TO CHASTEN THE JEWS BECAUSE OF THE BITTER APOSTASY OF ZIONISM AGAINST THE BELIEF IN THE EVENTUAL MESSIANIC REDEMPTION.

But it doesn’t end there. It wasn’t enough for the Zionist leaders to have aroused the wrath of G-d. They made a point of displaying abysmal contempt for their Jewish brothers and sisters by actively participating in their extermination. Just the idea alone of Zionism, which the rabbis had informed them would cause havoc, was not enough for them. They made an effort to pour fuel on an already burning flame. They had to incite the Angel of Death, Adolf Hitler. They took the liberty of telling the world that they represented World Jewry. Who appointed these individuals as leaders of the Jewish People?? It is no secret that these so-called “leaders” were ignoramuses when it came to Judaism. Atheists and racists too. These are the “statesmen” who organized the irresponsible boycott against Germany in 1933. This boycott hurt Germany like a fly attacking an elephant – but it brought calamity upon the Jews of Europe. At a time when America and England were at peace with the mad-dog Hitler, the Zionist “statesmen” forsook the only plausible method of political amenability; and with their boycott incensed the leader of Germany to a frenzy. Genocide began, but these people, if they can really be classified as members of the human race, sat back.

“No Shame”

President Roosevelt convened the Evian conference July 6-15 1938, to deal with the Jewish refugee problem. The Jewish Agency delegation headed by Golda Meir (Meirson) ignored a German offer to allow Jews to emigrate to other countries for $250 a head, and the Zionists made no effort to influence the United States and the 32 other countries attending the conference to allow immigration of German and Austrian Jews. [Source]

On Feb 1, 1940 Henry Montor executive vice-President of the United Jewish Appeal refused to intervene for a shipload of Jewish refugees stranded on the Danube river, stating that “Palestine cannot be flooded with… old people or with undesirables.” [Source]

Read “The Millions That Could Have Been Saved” by I.DombIt is an historical fact that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that: a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

The Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

The answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments: a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees. b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war. c) No ransom will be paid This response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

These treacherous Zionist leaders betrayed their own flesh and blood. Zionism was never an option for Jewish salvation. Quite the opposite, it was a formula for human beings to be used as pawns for the power trip of several desperadoes. A perfidy! A betrayal beyond description!

In 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved. The same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

The British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

On December 17, 1942 both houses of the British Parliament declared its readiness to find temporary refuge for endangered persons. The British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany. This motion received within two weeks a total of 277 Parliamentary signatures. On Jan. 27, when the next steps were being pursued by over 100 M.P.’s and Lords, a spokesman for the Zionists announced that the Jews would oppose the motion because Palestine was omitted. [Source]

On Feb. 16, 1943 Roumania offered 70,000 Jewish refugees of the Trans-Dniestria to leave at the cost of $50 each. This was publicized in the New York papers. Yitzhak Greenbaum, Chairman of the Rescue Committee of the Jewish Agency, addressing the Zionist Executive Council in Tel Aviv Feb. 18 1943 said, “when they asked me, “couldn’t you give money out of the United Jewish Appeal funds for the rescue of Jews in Europe, I said NO! and I say again, NO!…one should resist this wave which pushes the Zionist activities to secondary importance.” On Feb. 24, 1943 Stephen Wise, President of the American Jewish Congress and leader of the American Zionists issued a public refusal to this offer and declared no collection of funds would seem justified. In 1944, the Emergency Committee to Save the Jewish People called upon the American government to establish a War Refugee Board. Stephen Wise testifying before a special committee of Congress objected to this proposal. [Source]

During the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizman, the first “Jewish statesman” stated: “The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important”. Weizman’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation “One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

And then, after the bitterest episode in Jewish history, these Zionist “statesmen” lured the broken refugees in the DP camps to remain in hunger and deprivation, and to refuse relocation to any place but Palestine; only for the purpose of building their State.

In 1947 Congressman William Stration sponsored a bill to immediately grant entry to the United States of 400,000 displaced persons. The bill was not passed after it was publicly denounced by the Zionist leadership. [Source]

These facts are read with consternation and unbearable shame. How can it be explained that at a time during the last phase of the war, when the Nazis were willing to barter Jews for money, partly because of their desires to establish contact with the Western powers which, they believed, were under Jewish influence, how was it possible one asks that the self-proclaimed “Jewish leaders” did not move heaven and earth to save the last remnant of their brothers?

On Feb. 23, 1956 the Hon. J. W. Pickersgill, Minister for Immigration was asked in the Canadian House of Commons “would he open the doors of Canada to Jewish refugees”. He replied “the government has made no progress in that direction because the government of Israel….does not wish us to do so”. [Source]

In 1972, the Zionist leadership successfully opposed an effort in the United States Congress to allow 20,000-30,000 Russian refugees to enter the United States. Jewish relief organizations, Joint and HIAS, were being pressured to abandon these refugees in Vienna, Rome and other Europiean cities. [Source]
The pattern is clear!!! Humanitarian rescue efforts are subverted to narrow Zionist interests.

There were many more shocking crimes committed by these abject degenerates known as “Jewish statesmen”, we could list many more example, but for the time being let anyone produce a valid excuse for the above facts.

Zionist responsibility for the Holocaust is threefold.

1. The Holocaust was a punishment for disrespecting The Three Oaths (see Talmud, Tractate Kesubos p. 111a).

2. Zionist leaders openly withheld support, both financially and otherwise, to save their fellow brothers and sisters from a cruel death.

3. The leaders of the Zionist movement cooperated with Hitler and his cohorts on many occasions and in many ways.

Zionists Offer a Military Alliance with Hitler

It would be wishful thinking if it could be stated that the leaders of the Zionist movement sat back and ignored the plight of their dying brothers and sisters. Not only did they publicly refuse to assist in their rescue, but they actively participated with Hitler and the Nazi regime. Early in 1935, a passenger ship bound for Haifa in Palestine left the German port of Bremerhaven. Its stern bore the Hebrew letter for its name, “Tel Aviv”, while a swastika banner fluttered from the mast. And although the ship was Zionist owned, its captain was a National Socialist Party (Nazi) member. Many years later a traveler aboard the ship recalled this symbolic combination as a “metaphysical absurdity”. Absurd or not, this is but one vignette from a little-known chapter of history: The wide ranging collaboration between Zionism and Hitler’s Third Reich. In early January 1941 a small but important Zionist organization submitted a formal proposal to German diplomats in Beirut for a military-political alliance with wartime Germany. The offer was made by the radical underground “Fighters for the Freedom of Israel”, better known as the Lehi or Stern Gang. Its leader, Avraham Stern, had recently broken with the radical nationalist “National Military Organization” (Irgun Zvai Leumi – Etzel) over the group’s attitude toward Britain, which had effectively banned further Jewish settlement of Palestine. Stern regarded Britain as the main enemy of Zionism.

This remarkable proposal “for the solution of the Jewish question in Europe and the active participation on the NMO [Lehi] in the war on the side of Germany” is worth quoting at some length:

“The NMO which is very familiar with the goodwill of the German Reich government and its officials towards Zionist activities within Germany and the Zionist emigration program takes the view that: 1.Common interests can exist between a European New Order based on the German concept and the true national aspirations of the Jewish people as embodied by the NMO. 2.Cooperation is possible between the New Germany and a renewed, folkish-national Jewry. 3.The establishment of the Jewish state on a national and totalitarian basis, and bound by treaty, with the German Reich, would be in the interest of maintaining and strengthening the future German position of power in the Near East.

“On the basis of these considerations, and upon the condition that the German Reich government recognize the national aspirations of the Israel Freedom Movement mentioned above, the NMO in Palestine offers to actively take part in the war on the side of Germany.

“This offer by the NMO could include military, political and informational activity within Palestine and, after certain organizational measures, outside as well. Along with this the “Jewish” men of Europe would be militarily trained and organized in military units under the leadership and command of the NMO. They would take part in combat operations for the purpose of conquering Palestine, should such a front be formed.

“The indirect participation of the Israel Freedom Movement in the New Order of Europe, already in the preparatory stage, combined with a positive-radical solution of the European-Jewish problem on the basis of the national aspirations of the Jewish people mentioned above, would greatly strengthen the moral foundation of the New Order in the eyes of all humanity.

“The cooperation of the Israel Freedom Movement would also be consistent with a recent speech by the German Reich Chancellor, in which Hitler stressed that he would utilize any combination and coalition in order to isolate and defeat England”.

(Original document in German Auswertiges Amt Archiv, Bestand 47-59, E224152 and E234155-58. Complete original text published in: David Yisraeli, The Palestinian Problem in German Politics 1889-1945 (Israel: 1947) pp. 315-317).

On the basis of their similar ideologies about ethnicity and nationhood, National Socialists and Zionists worked together for what each group believed was in its own national interests.

This is just one example of the Zionist movements’ collaboration with Hitler for the purpose of possibly receiving jurisdiction over a minute piece of earth, Palestine.

And to top it all up, brainwashing!

How far this unbelievable Zionist conspiracy has captured the Jewish masses, and how impossible it is for any different thought to penetrate their minds, even to the point of mere evaluation, can be seen in the vehemence of the reaction to any reproach. With blinded eyes and closed ears, any voice raised in protest and accusation is immediately suppressed and deafened by the thousandfold cry: “Traitor,” “Enemy of the Jewish People.”

Source for paragraphs marked “[Source]”: The Wall Street Journal December 2, 1976

The data presented on this page was prepared by AJAZ.

thanks to: True Torah Jews

Yom HaShoah In “Israel” – The Art Of Fabrication

Holocaust Remembrance Day is a national holiday in “Israel”, one replete with official ceremonies which are, of course, sufficiently solemn. “Never again!” is liberally sprinkled like confetti at a parade. Officials stand by with folded hands at memorial sites looking, again, sufficiently solemn.

In truth, “standing by with folded hands” is precisely what the nascent State of “Israel’s” first leaders did before, during and after the dark years of World War II. The only difference is that then they weren’t passively standing at memorials, they were accomplices at crime scenes.

Yom HaShoah is, at best, a limp attempt at salving the collective guilty conscious of the Zionist Establishment and, at worst, a blatant and cumbersome piece of propaganda. Someone must have forgotten to tell the “Israeli” government. Fiction needs to be plausible.

Though pontificating might somehow satisfy this writer’s outrage at “Israel’s” presumption to commemorate the suffering of European Jewry, their own words should be adequate condemnation.

American rabbi Abraham Jacobson once said,

“’How many times have we heard the impious wish uttered in despair over the apathy of American Jews to Zionism that a Hitler descend upon them? Then they would realize the need for Palestine.”
(New Palestine. Abraham Jacobson)

When the only way to convince someone of your political views is mass murder by proxy, you’re on very shaky ground indeed.

“Israel’s” first president, Chaim Weizmann, sympathized (so to speak),

“The only dignified and really effective reply to all that is being inflicted upon the Jews of Germany is the edifice erected by our great and beautiful work in the land of Israel.”
(Weizmann – Last of the Patriarchs, p. 182)

Considering saving the Jews of Germany and other European countries was apparently neither dignified nor effective.

Perhaps one of the most unabashed statements was made by Enzo Sereni, a World War II era, prominent Italian Zionist and co-founder of Kibbutz Givat Brenner.

“We have nothing to be ashamed of in the fact that we used persecution of the Jews in Germany for upbuilding of Palestine.”
(Zionism Today)

Rabbi Michoel Ber Weissmandel, of blessed memory, a Slovakian rabbi who almost single-handedly saved thousands of Jews during the Holocaust, wrote a letter in 1942(?) to the Jewish Agency in Switzerland pleading for money to stop transports of Czech Jewry to the gas chambers in Auschwitz. Nathan Schwalb, then serving as the Agency’s representative in Zurich, had this to say:

“As to the cry that comes from your country, we must be aware that all the nations of the Allies are spilling much blood and if we do not bring sacrifices, with what will we achieve the right to sit at the table when they make the distribution of nations and territories after the war? And so it would be foolish and impertinent on our side to ask the nations whose blood is being spilled for permission to send money into the land of their enemies in order to protect our own blood. Because only through blood will the land be ours. As to yourselves – members of the group – you will get out, and for this purpose we are providing you with funds by this courier.”

The Temple of Zionism requires “sacrifices” be brought to its altar.

In 1948, Rabbi Weissmandel published his “10 Questions to The Zionists”. Below are his questions.

1. IS IT TRUE that in 1941 and again in 1942, the German Gestapo offered all European Jews transit to Spain, if they would relinquish all their property in Germany and Occupied France; on condition that:
a) none of the deportees travel from Spain to Palestine; and
b) all the deportees be transported from Spain to the USA or British colonies, and there to remain; with entry visas to be arranged by the Jews living there; and
c) $1000.00 ransom for each family to be furnished by the Agency, payable upon the arrival of the family at the Spanish border at the rate of 1000 families daily.

2. IS IT TRUE that the Zionist leaders in Switzerland and Turkey received this offer with the clear understanding that the exclusion of Palestine as a destination for the deportees was based on an agreement between the Gestapo and the Mufti.

3. IS IT TRUE that the answer of the Zionist leaders was negative, with the following comments:
a) ONLY Palestine would be considered as a destination for the deportees.
b) The European Jews must accede to suffering and death greater in measure than the other nations, in order that the victorious allies agree to a “Jewish State” at the end of the war.
c) No ransom will be paid.

4. IS IT TRUE that this response to the Gestapo’s offer was made with the full knowledge that the alternative to this offer was the gas chamber.

5. IS IT TRUE that in 1944, at the time of the Hungarian deportations, a similar offer was made, whereby all Hungarian Jewry could be saved.

6. IS IT TRUE that the same Zionist hierarchy again refused this offer (after the gas chambers had already taken a toll of millions).

7. IS IT TRUE that during the height of the killings in the war, 270 Members of the British Parliament proposed to evacuate 500,000 Jews from Europe, and resettle them in British colonies, as a part of diplomatic negotiations with Germany.

8. IS IT TRUE that this offer was rejected by the Zionist leaders with the observation “Only to Palestine!”

9. IS IT TRUE that the British government granted visas to 300 rabbis and their families to the Colony of Mauritius, with passage for the evacuees through Turkey. The “Jewish Agency” leaders sabotaged this plan with the observation that the plan was disloyal to Palestine, and the 300 rabbis and their families should be gassed.

10. IS IT TRUE that during the course of the negotiations mentioned above, Chaim Weizmann, the first “Jewish statesman” stated:

“The most valuable part of the Jewish nation is already in Palestine, and those Jews living outside Palestine are not too important.”

Weizmann’s cohort, Greenbaum, amplified this statement with the observation,

“One cow in Palestine is worth more than all the Jews in Europe”.

thanks to: True Torah Jews

‘100s of Israeli troops desert military service’

A report has revealed that hundreds of Israeli soldiers have abandoned their duties without permission, and are intent not to return in a show of disapproval of the military conscription policies of the Israeli regime.

The Hebrew-language news website Walla reported on Saturday that 300 Israeli troops had left or remained absent from their units over the past week.

The report added that Israeli military officials have leveled charges against 60 soldiers, who have been dropped from their unit rolls and listed as deserters.

The report came as the Israeli military announced earlier this year that suicide was the main cause of death among Israeli soldiers, and that 15 troopers – all of them male – had taken their own lives last year.

The army added that four soldiers were killed in the course of military operations, nine in on-base accidents, seven in off-duty car accidents and six died from illness or other medical reasons.

Another 43 soldiers were seriously hurt during the course of 2016.

Most of the soldiers injured or killed were conscripted troops. A smaller portion were career soldiers, and a handful were reservists who were in service at the time of their deaths, the Israeli army said.

Sorgente: PressTV-‘100s of Israeli troops desert military service’

Gaza: Donne incinte ed i loro neonati contaminati da metalli pesanti legati agli attacchi israeliani

La rivista scientifica British Medical Journal  Open ha pubblicato uno studio svolto a Gaza su 502 donne in gravidanza al momento degli attacchi israeliani del 2014. Questo lavoro riporta un alto tasso di contaminazione nei capelli in metalli pesanti nelle donne esposte agli attacchi e  in proporzione nei i capelli dei loro bambini.

5 Agosto 2017, Paola Manduca, Prof. Genetics
Genoa, Italy

I metalli pesanti utilizzati durante le guerre, contengono elementi tossici, teratogeni e cancerogeni. Essi sono noti come perturbatori endocrini. Essi sono resistenti nell’ambiente, si accumulano nel corpo, ed i loro effetti sugli esseri viventi persistono ancor più se questi metalli pesanti non vengono rimossi dall’ambiente (armi, schegge, missili, rovine contaminate …). Ricercatori italiani, finlandesi e di Gaza hanno dimostrato che la contaminazione da metalli pesanti è un fattore di rischio  a lungo termine per la salute delle donne incinte e dei loro bambini.

Questi ricercatori hanno analizzato la quantità di 23 tipi di metalli nei capelli delle donne  di Gaza, che erano in stato di gravidanza durante l’estate del 2014, e in quelli dei bambini a cui hanno dato luce più tardi, e trovato che queste erano superiori al contenuto dei metalli nei capelli di donne al di fuori di zone di guerra.

Essi hanno anche studiato la trasmissione in utero metalli pesanti, così come la possibilità che l’assunzione fosse dovuta a fattori diversi ed estranei alla guerra.

Lo studio ha usato spettrometria con plasma-massa (ICP-MS) e sono stati fatti confronti con gruppi esposti agli agenti chimici domestici e agricoli.

I risultati mostrano un carico in metalli pesante significativamente più alto per le donne esposte ad attacchi militari, proporzionale ma piu basso nei loro neonati che però sono più frequentemente colpite da difetti congeniti o nati prematuramente.

E’ stata raccolta testimonianza e poi documentata con visite in loco,  la frequenza di esposizione ad attacchi militari delle donne; circa il 70% delle madri, sono state coinvolte in attacchi, il che suggerisce una alta contaminazione  di tutta la popolazione.

Gli autori raccomandano “monitoraggio, biomonitoraggio e sorveglianza nel tempo  su questo tema di ricerca di interesse pubblico” per il quale, fanno notare, “non siamo in grado di sapere se c’è anche il rischio di effetti transgenerazionali”.  Difetti congeniti sono stati osservati più frequentemente nei nati da madri esposte ad attacchi militari in Iraq e a Gaza (dopo gli attacchi nel 2008-2009).

Gli autori della ricerca sono Paola Manduca, Safwat Y Diab, R Qouta Samir Nabil Albarqouni, Raiija-Leena Punamaki, con la collaborazione di Fabrizio Minichilli, e Fabrizio Bianchi per l’analisi statistica.

Articolo integrale.

Documento completo in inglese, formato PDF.

Invictapalestina ringrazia tutti coloro che partecipando alla nostra iniziativa del 2014, ci hanno permesso di contribuire al finanziamento della ricerca con 500 euro.

thanks to: invictapalestina

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

US-led coalition used banned white phosphorus on civilians in Syria – Damascus to UN

FILE PHOTO © Rodi Said / Reuters

The Syrian foreign ministry has, in correspondence to the United Nations, accused the US-led coalition of new atrocities against its civilians. It includes an attack on hospital in Raqqa and the use of “internationally banned white phosphorus munitions” against the Syrian people.

Renewing its calls to “immediately dissolve” the coalition which Damascus considers illegitimate, the ministry wrote two letters; one addressed to the UN Secretary General and the other to the Chairman of the UN Security Council, Syria’s state news agency SANA reported Sunday.

Citing the ministry statement, the report said the military alliance led by Washington had bombed residential neighborhoods and civilian houses, as well as destroying a national hospital in Raqqa, where the coalition is extensively backing the fight against the Islamic State (IS, formerly ISIS/ISIL) terrorist group.

Damascus also claimed the coalition had violated international humanitarian law by deploying white phosphorus munitions in its attacks which targeted “innocent Syrian people in the provinces of Raqqa, Hasaka, Aleppo, Deir Ezzor and other Syrian cities,” SANA reported.

Such actions represent war crimes and crimes against humanity, the agency cited the ministry as saying in its communication to the UN.

Syria renews its call to immediately dissolve the coalition which was established outside the framework of the UN and without requesting permission from the Syrian government,” the statement added.

Responding to the allegations, the coalition said it “routinely conducts strikes” on IS terrorists in Raqqa and also uses white phosphorus in its operations, the US Combined Joint Task Force Operation Inherent Resolve (CJTF–OIR) acknowledged in an emailed statement to RT.

However, its deployment of the weapons is not against international norms, the joint task force claimed.

In accordance with the law of armed conflict white phosphorus rounds are used for screening, obscuring, and marking in a way that fully considers the possible incidental effects on civilians and civilian structures,” the CJTF–OIR statement read.

It added that allegations of civilian casualties are being assessed and will be published in a monthly civilian casualty report.

On Saturday, a new series of attacks by the US-led coalition resulted in more civilian deaths in Raqqa, SANA reported. At least 43 civilians were reportedly killed and dozens more injured after airstrikes hit residential neighborhoods in the Syrian city, the news agency said. Mostly women, children and the elderly were among the victims, SANA added.

In its latest assessment of civilian casualties from airstrikes in Iraq and Syria released earlier this week, the US-led coalition claimed 624 people were “unintentionally killed” since the start of the campaign against IS in the region in 2014.

However, the UK-based Airwars group which monitors airstrikes and civilian casualties in Iraq, Libya and Syria based on open-source reports and military figures, contradict this claim. It suggests the civilian death toll in the bombing campaign is much higher. The data collated by the group indicates that more than 4,350 civilians have been killed in US-led military operations since June 2014.

thanks to: RT

A cross sectional study of the relationship between the exposure of pregnant women to military attacks in 2014 in Gaza and the load of heavy metal contaminants in the hair of mothers and newborns

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  1. Paola Manduca1,
  2. Safwat Y Diab2,
  3. Samir R Qouta3,
  4. Nabil MA Albarqouni3,
  5. Raiija-Leena Punamaki4

Author affiliations

  1. DISTAV, University of Genoa, Genova, Italy
  2. Al-Quds Open University-Gaza Branch, Gaza, Gaza Strip, Palestine
  3. Islamic University of Gaza, Gaza, Palestine
  4. University of Tampere, School of Social Sciences and Humanities/Psychology, Tampere, Finland
  1. Correspondence to Prof. Paola Manduca; paolamanduca@gmail.com

Abstract

Objective Metal contamination of humans in war areas has rarely been investigated. Weaponry’s heavy metals become environmentally stable war remnants and accumulate in living things. They also pose health risks in terms of prenatal intake, with potential long term risks for reproductive and children’s health. We studied the contribution of military attacks to the load of 23 metals in the hair of Palestinian women in the Gaza Strip, who were pregnant at the time of the military attacks in 2014, and their newborns. We compared the metal load in the mothers with values for adult hair from outside the war area (RHS) as the reference. We investigated heavy metals trans-passing in utero, and assessed if the heavy metal intake could derive from sources unrelated to the war.

Design Cross sectional study.

Participants and setting Cross sectional convenience sample of 502 mothers delivering in the Gaza Strip and their newborns.

Main outcome measured Measure of the load of heavy metals in mother and newborn hair by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS). Comparison of metal loads with the reference RHS, between groups with different exposures to attacks and house/agriculture chemicals, and between mothers and newborns. Data for birth registry and for exposures to war and other known risk factors were obtained at interview with the mothers. Photographic documentation of damage from military attacks was obtained.

Results The whole cross sectional convenience sample had a significantly higher load of heavy metals than the reference RHS. Women exposed to military attacks had a significantly higher load of heavy metals than those not exposed; the load in newborns correlated positively with the mothers’ load. No significant difference was found between users/non-users of house/agriculture chemicals. No other known confounder was identified.

Conclusions High heavy metal loads in mothers, reflected in those of their newborns, were associated with exposure to military attacks, posing a risk of immediate and long term negative outcomes for pregnancy and child health. Surveillance, biomonitoring and further research are recommended. Implications for general and public health are discussed.

This is an Open Access article distributed in accordance with the Creative Commons Attribution Non Commercial (CC BY-NC 4.0) license, which permits others to distribute, remix, adapt, build upon this work non-commercially, and license their derivative works on different terms, provided the original work is properly cited and the use is non-commercial. See: http://creativecommons.org/licenses/by-nc/4.0/

Strength and limitations of this study

  • The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome.

  • A general limitation of this type of study is that the risks posed in the long term by the intake of multiple heavy metals are still largely unknown in humans, and in particular during pregnancy.

  • The size of the sample, while adequate to identify the correlation between levels of heavy metals with environmental exposure, is not large enough to accurately study the negative outcomes at birth (birth defects and preterm) due to their low frequency.

  • A strength of the study is the inclusion of a relatively large cross sectional convenience sample of participants, allowing for subgroups of exposure, suitable in size for statistical analysis.

  • An important point was the inclusion of analyis of newborn hair in for metal load. .

  • Verification by in loco visits the recall of exposure of women on an objective basis gives additional strength to the study.

  • Development of a questionnaire and of procedures that allowed information to be obtained on various habits and different potentially risky environmental exposures, -allowing to exclude some more likely potential confounders.

  • The analysis of microelements and metals not associated with weaponry provided an internal control for the analytic results.

Introduction

Women and children are highly vulnerable during periods of war and military attacks, as well as in the aftermath of war, because of the possibility of the long term effects of war related environmental changes on reproductive and infant health. Accumulation in human bodies of toxicants and heavy metal teratogens found in the remnants of war occurs, that, coupled with their long persistence in the environment, suggests a considerable risk for health.1–6 The effects of toxicants, teratogens and carcinogens related to heavy metals have been found in embryos at concentrations lower than in adults.7 8 During the first trimester of pregnancy, major morphogenetic events occur, and is the period of highest sensitivity of the embryo to external effectors. Apart from the mutational risks posed by some of the heavy metals, there is compelling evidence of their prevalent epigenetic mechanisms of action.8–15 Heavy metals act as endocrine disruptors,8 and their interference with gene expression causes disturbances in various metabolic and hormonal pathways.9 The epigenetic mechanisms are an essential part of the current understanding of the developmental origin of health and disease.11–15 Reports show that heavy metals accumulate in specific body compartments and can be released during pregnancy.9 12–15 However, relatively little is known about the kinetics, modalities and accumulation of heavy metals in compartments of the human body. Also, not much is known about the following phenomena: the effects of human subjects’ concurrent intake of multiple toxic metals, the kinetics of the passage of heavy metals through the placenta and the critical concentrations that affect the embryo and fetus.

In addition to the risks posed by acute exposure, persistence of heavy metals in the environment may cause people to be continually exposed which, combined with the accumulation of heavy metals in different compartments of the body, adds to the concerns about the long term negative effects on health. The long term effects of metals via epigenetic mechanisms can occur in mothers, fetuses exposed in utero and in breastfed infants and children; these effects could even be transgenerational.10–13 16 17

Military attacks are a source of heavy metal input in war zone environments, and may influence the health of the population and affect the outcomes of pregnancies.4 16 The prevalence of birth defects increased in areas heavily exposed to military attacks in Iraq,18 and in Gaza after the Israeli military operation of Cast Lead in 2008–200919 and since the implementation of air delivered weapons in attacks.20 Previous research in Gaza also showed that women’s exposure to military attacks (courtesy of the database of the United Nations’ mine action team) correlated with a higher incidence of progeny with birth defects.20 21 Hair analysis for metal load of infants born prematurely or with birth defects to mothers who experienced military attacks revealed in utero contamination of the babies. The heavy metal load in these newborns was higher than that of normal newborn babies for teratogens (mercury and selenium) in babies with birth defects and for toxicants (barium and tin) in premature babies.22 Together, the data show an association of the damage to newborn health with maternal exposure to attacks, and the trans-placental passage of wartime heavy metal remnants from exposed mothers to their progeny in utero.

Three major wars, with their complex consequences for the environment, may have been the single most influential determinant of change in the living conditions and in the demography of Gaza from 2008 to 2014. The context of the current study is the aftermath of the 2014 Israeli military operation ‘Protective edge’ in Gaza, which lasted for 55 days and had massive effects on civilian life. This operation left widespread structural destruction,23–28 with physical remnants of war, including components of weapons, shrapnel and missiles, as well as environmentally stable chemical elements and contaminated ruins, throughout the area.29 The weapons used in these attacks were documented by the United Nations and other reputable sources, and included missiles, mortars, explosive devices and bombs of various sizes, with or without penetrator heads. The content of heavy metals in each weapon differed, and each had a different range of spread, from metres to hundreds of metres or more.23–29 The Israeli government does not make available a list of weapons used, and all data are directly from United Nations’ agencies and independent witnesses on the ground. Removal of explosive war remnants and the debris of demolition began only 6–8 months after the end of hostilities and involved the creation of open air deposits and the reuse of materials from demolished structures. No transfers of debris could be conducted outside the area of the Gaza Strip.29 Thus any contamination due to the 2014 war remained in the local environment from the time of the attacks throughout the period of our study.

The aim of the study was to investigate whether there were changes in the metal load of a representative segment of the female population after military attacks, particularly with respect to heavy metal contaminants with known teratogen, toxicant and carcinogenic effects, which could pose long term risks for health because of their stability in the environment and tendency to accumulate in the human body. We investigated the extent of exposure to attacks in a cross sectional convenience sample of women who had been in their first trimester of pregnancy during the attacks in the summer of 2014 and who entered one of four major maternity hospitals in Gaza for delivery. The correlation between maternal contamination and their newborns’ was also investigated.

Methods

Participants

Participants were 502 mothers who were in their first trimester of pregnancy during the 2014 war on Gaza and who delivered between late January and March 2015 in one of four maternity wards: Al-Shifa (n=202), Al-Awda (n=100), Al-Nasser (n=100) and Al-Aqsa (n=100). All participants were residents in one of four Gaza Strip governorates. There were no exclusion criteria at enrollment; no participant data were discarded after the interviews, and all donated hair samples were analysed.

Procedures

One midwife in each hospital registered all the deliveries occurring during her work shift and obtained the participants’ written informed consent for participation in the study. The midwife collected the hair samples from mothers and newborns. The midwife also administered a face to face interview with the mothers, following a prepared questionnaire.20–22 This included the standards of European and US birth registers and was integrated previously to include the health history of the extended family (to the second degree), and questions about environmental exposure, including the mothers’ recollections of their exposures to military attacks and a variety of potentially risky habits. This questionnaire was thus an apt tool for the surveillance of changes in reproductive health, including of the inherited component of newborn congenital diseases, and it was useful for establishing correlations with major environmental changes in Gaza. The Palestinian Health Research Council and the Helsinki Committee for Ethical Approval approved the study. The Research Board in the Islamic University of Gaza, Palestine, reviewed and approved the research tools and procedures. Mothers’ recollections of their exposures to attacks were corroborated with objectively documented damage to their dwellings, if the women reported the attacks occurring while they were at home.

Measures

In the present study, the metal load in the hair of mothers and newborns was determined by inductively coupled plasma-mass spectrometry (ICP-MS) using the methodology recommended by the International Atomic Energy Agency (IAEA) for testing human exposure to environmental metals.30 We analysed women’s and newborns’ hair for the metal components of weaponry already identified in 2009 at weapons’ wound sites in the bodies of victims of attacks.6 We had also detected these metal components contaminating the hair samples of 65 of 95 children tested 1 year after the attacks of Cast lead (Manduca, unpublished data). We also found some of these metals contaminating the hair of newborns in 2011.21 22 Finally, we tested 23 metals, including known weapon components and war remnants, such as lead (Pb), barium (Ba), mercury (Hg), arsenic (As), zinc (Zn), cadmium (Cd), tin (Sn), uranium (U), tungsten (W) and aluminium (Al). As an internal control, we also measured other metals and microelements that have biological relevance but are not weapons related.

We compared the metal load of thecross sectional convenience sample of Gaza women with values for adult hair from outside the war area (RHS).31 We analysed whether the metal loads in mothers were correlated with those in newborns.

Heavy metal concentrations are expressed as ppm (parts per million). Maternal hair (4 cm) was taken nearest to the scalp at the nape of the neck, which reflected environmental exposure during the last 4–5 months of pregnancy and the eventual release of metals previously accumulated in the body. Hair from newborns reflected the accumulation of metals through life in utero.

All hair was preserved in plastic bags until the moment of analysis, according to the recommendations of the IAEA, in the Pacific Rim Laboratory, ISO/Tec 17 250 accredited (Canada). Analytical procedures were performed according to previous protocols.19 In brief, 0.2 g of washed hair was added to 2 mL of HNO3 and 2 mL of H2O2, heated to 85°C for 2 hours and added at room temperature to 6 mL of water. Samples were run in Agilent 7700. The limits of detection (ppm) were: aluminium (Al) and iron (Fe) 0.4; magnesium (Mg), copper (Cu), lead (Pb), manganese (Mn) and titanium (Ti) 0.04; barium (Ba), cobalt (Co) and chromium (Cr) 0.02; arsenic (As), cesium (Cs) and molybdenum (Mo) 0.001; cadmium (Cd) and uranium (U) 0.0001; mercury (Hg) 0.0004; nickel (Ni) 0.15; selenium (Se) 0.22; tin (Sn) and tungsten (W) 0.03; strontium (Sr) 0.01; vanadium (V) 0.002; and zinc (Zn) 0.3. Experimental values below the limits of detection for each metal were considered equal to 0 0 for the purposes of statistical analysis, which was conducted using median values. Commercial analytical standards of hair for calibration purposes were run in parallel (NCS ZC 81002b and NCS DC73347a; China National Analysis Centre for Iron and Steel).

Exposure to military attacks

The variable exposure of women to military attacks was indicated by self-reporting and verified by photographic documentation. Women responded ‘yes’ or ‘no’ to five questions: whether their own house was bombed during the 2014 war, whether the house next door was bombed during the 2014 war, whether they were inside their home at the time of the attack, whether they were displaced afterwards and whether they found spent ammunition inside their dweling. Based on these answers, they were grouped according to their ‘proximity of exposure to attacks’. The concept of proximal exposure was formulated on the realisation that attacks very often involved the spread of weapons’ parts to adjacent houses. The term ‘proximally exposed” was used to identify women whose homes or neighbouring homes were attacked. The proximally exposed group was divided into two subgroups according to their continuous habitation in the places where the attacks occurred: women who remained in or next to the house that had been bombarded or shelled, and women who moved elsewhere at some time after the attack. Creation of these subgroups reflects the concern that women with ongoing residence at the locations of the attacks might have had different exposures to war remnants than those who had moved. This concern was, ultimately, unfounded. A third group included women who had no recollection of any exposure. In October 2015, we visited the women in subgroups 1 and 2 and photographically documented the damage that had occurred during the military attacks on their dwellings.

Exposure to potential civilian sources of metal contamination

We tested whether other known potential sources of contamination by heavy metals correlated with the mothers’ distribution of metal load. Women were asked about their own use of agricultural substances (pesticides, herbicides, fungicides) and generic household chemicals of unknown composition, their consumption of three main types of medicines and of three prenatal prevention supplements, their use of three available sources of water for drinking and cooking, their frequency of eating fish and their history of smoking. For statistical analyses, a dichotomy variable was formed with 1=women reporting the use of agricultural and household chemicals and 2=non-users.

Statistical methods

The metal loads (ppm) found in the hair of mothers, reported as median values and interquartile ranges, were statistically compared. The first analysis involved the 95th percentile values of the whole cohort and of each exposure group compared with those values for the hair from adults of both sexes from areas unaffected by war (RHS, Germany, by Micro Trace Minerals, MTM; USA by Trace Minerals International, TMI).31 No equivalent reference was available for the newborns’ metal load. The second analysis compared the metal loads within the cross sectional convenience sample between groups proximally exposed and unexposed to military attacks. The third analysis compared the metal loads between users and non-users of agricultural and household chemicals.

In analysing the findings in this study, quantile regression analysis was used because it allowed for the modelling of any percentile or quartile of the outcome, represented in this study by metal distribution, including the median. Furthermore, the Shapiro–Wilk and Pearson’s χ2 normality tests showed that metal concentrations were not normally distributed, and log transformation did not lead to satisfactory results. Quantile regression analysis has the advantage of being more robust against outliers in the outcome variables than least squares regression (linear) and, as a semi-parametric tool, it avoids assumptions about the parametric distribution of the error process.

The relationships between 23 metal concentrations and exposures to military attacks were analysed by multiple quantile regression models, least absolute value models (LAV or MAD) and minimum L1 norm models.32 The quantile regression models, fit by QREG STATA COMMAND, express the quantiles and the conditional distribution as linear functions of the independent variables which, in this case, are exposure and any confounders. Spearman correlations were used to identify the associations between mothers’ and newborns’ metal concentrations. All analyses were performed using STATA v.13.

Results

In this sample, median age of the women was 26.9±5.92 years (range 16–52), and 2.5% of participants were younger than 18 years. Of the 502 women, 26.7% were carrying their first pregnancy during the war, and the majority (88.8%) worked at home. Prenatal care efforts, including consumption of iron, vitamins and folic acid, were undertaken by 89% of women. A total of 29% reported a diagnosis of anaemia while 0.5% reported a diagnosis of diabetes. The prevalence of preterm delivery was 1.5%; the prevalence of low birth weight (<2.5 kg) was 2.3%. Of the infants in the study, 4.5% were born with birth defects, and all were born alive, although one baby died in the minutes after birth.

Figure 1A shows the percentages of participants residing in each of the four governorates and whether they were displaced after the military attacks. Information about the exact locations of displacement was not available. Figure 1B shows that 32.4% of women reported weapon hits directly on their own house and 14.7% found war remnants inside the dwelling. Among women whose houses were directly hit (n=163), 63% (n=103) were inside the house during the military attack (Figure 1C). Thus a fifth (20.4%) of all women were in their own home  under the attack, and almost half (46.6%) of these found war remnants, generally shrapnel and shells, inside their houses. In addition, 11.9% of the women whose houses were not directly hit reported that weapons remnants reached the interior of their home from military attacks to neighbouring buildings, suggesting a wide radius of the spread of fragments from the blasts.

Figure 1

-C Localization of the mothers during attacks. (A) The residence of the 502 mothers. In black those residing in late 2015 in the same place as during the attacks in gray those displaced afterwards. (B) Left column, percentage of women in the 502 cross sectional convenience sample that reported that their own housing was hit directly and right column, those that found parts of ammunitions in their house. (C) Percentage of women that were inside their house under the attack .

In October 2015, 78 women of the 103 whose homes were hit while they were inside were contacted, and the damage to 49 homes was recorded (in photographs) in order to objectively document the military attacks. Figure 2A shows the number of the visited homes whose damages were photographed ; of these 63% still exhibited the damage from the attacks.  Ten houses were totally destroyed, 15 exhibited major damage and 24 displayed minor damage (Figure 2B and Figure 1 in the online supplement).

Figure 2 A-B

Reported attacks on the housing of the women in the cross sectional convenience sample (n=502). (A) Seventy eight of the 103 women who experienced a direct attack on their house while they were inside it were visited in October 2015. The damages that were still visible were documented by photography. (B) Damages observed  classified according to their impact on the structure.

Subgroups for personal exposure to military attacks were generated in order to investigate associations between the load of metals in women’s hair and their proximity to the military attacks. Figure 3 shows the distribution of the two proximally exposed and the unexposed subgroups. Of the 502 women in this study, 55.9% (n=282) belonged to the subgroup of women who were exposed to an attack and who remained in the same house, where weapon remnants were likely to be present, during the following months of their pregnancy. Subgroup 2, composed of women who were exposed to attacks and who had moved away from the bombed or shelled home, included 12.3% (n=61) of participants. Subgroups 1 and 2 compose what we named the “proximally exposed” women and were the 68.2% of the cross sectional convenience sample. Approximately one-third (31.7%, n=159) of the women belonged to subgroup 3, who reported not having been under or next door to military strikes and were therefore considered unexposed. Photographic evidence confirmed the damage to the houses of 25 women in subgroup 1 and of 24 women in subgroup 2.

 

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

” data-icon-position=”” data-hide-link-title=”0″>Figure 3 A-D

Figure 3 A-D

Distribution of the cross sectional convenience sample according to different environmental exposures. (A) Division of the whole sample into subgroups was based on their reported proximal exposure or non-exposure. All women who reported that their home or the home next door was hit in an attack are in subgroup 1 (55.9% of the sample if they remained a resident in the same house until they delivered their baby, or in subgroup 2 (12.3% of the sample) if they were displaced after the attack. Subgroup 3 (31.7% of the sample reported no exposure to attacks. (B) Source of water for drinking and cooking. (C) Nearness to manufacturers and workshops. (D) Use of household and agriculture chemicals (shown in detail): users, or users of any of these chemicals or more than one.

Metal load in mothers and newborns

Supplementary Table 1 (see online supplementary Table 1) shows the descriptive values of the metal load, as determined by ICP-MS, for the 23 metals investigated in the hair of mothers and newborns, both for the whole group and for subgroups of exposure to military attacks. In general, the mothers’ metal loads were higher than the newborns’. Spearman correlations of the metal load between the mothers and newborns for the whole sample (Table 1) showed significant (p<0.05) positive correlations for all metal loads, except for Cu and Sn, and a negative correlation for Ba. These data indicate trans-placental passage of toxicants Cr, Cs, Mo, Ni, Sr, Pb and V, and teratogens Hg, U and W.

Table 1

Correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Spearman analysis of the correlation between mothers’ and newborns’ metal loads. Values of p<0.05 are enhanced in yellow for the positive correlations for Mg, Cr, Cs, Hg Mo, Ni, Sr, U, V and W.  The correlation is negative for Ba. Values are reported in ppm

Table 2

Comparison of the metal load of the mothers in the cross sectional convenience sample and in subgroups 1, 2 and 3 with that of reference ranges of standards from areas not involved in the war. Comparison of the 95th percentile of metal load in the wholesample and in subgroups 1–3 with that of standards from areas not involved in wars. Confidence intervals are shown. Results with 95th percentiles significantly higher than the reference value are enhanced in light blue and in bold. Values are reported in ppm. Subgroups 1 and 2 are mothers ‘proximally exposed’ to attacks and subgroup 3 those that reported no exposure

The metal load comparison to a reference standard (RHS) from areas unaffected by war (Table 2) shows the comparison of the 95th percentile of the metal load for the mothers with that of RHS. In the whole sample and in each subgroup, the load of toxicants (Al, Fe, Ba, Mn, Ni, Pb, Sr and V), teratogens (Hg, U and W), carcinogens (As, Cd and Co), and of Mg and Zn was significantly higher in the hair of women in all groups of the Gazacross sectional convenience sample than in the reference group RHS. The load of Cs, Cu, Mo, SE, Sn and Ti did not significantly differ from what was found in the reference group, RHS.

Proximal exposure to military attacks and metal load

To examine whether there is an association between proximal exposure to military attacks and metal load, the median values of the subgroups were analysed by multiple quantile regression models. Results showed that both subgroups of proximally exposed women had significantly higher loads for the majority of metals than the unexposed subgroup. For the sake of clarity, Table 3 does not include the following metals which were detected at the same level in all samples as in RHS, and thus unrelated to differences in anthropogenic activities of any kind in the samples and the reference: Cs, Cu, Mo, Se, Sn and Ti. This analysis confirms that proximal exposure is associated with a higher load of contamination for most metals, with an exception for U, with the highest load in subgroup 3. Specifically, subgroups 1 and 2 together showed significantly higher metal loads than subgroup 3 for Al, Mg, Mn, Ba, As, Zn and V. Subgroups 1 and 2 showed significant differences between them: subgroup 1 was highest for Ba and V; subgroup 2 for Cr, Sr and W. Measured loads of Fe, Hg and Pb were higher in the three subgroups than in RHS but did not differ among the subgroups.

Comparison between the newborns groups for metal load showed that the newborns in subgroup 2 had a significantly higher load of contaminants for most metals, except for Hg and Zn. Yet, children in subgroup 3 had a significantly higher load for Al than newborns in subgroup 1.

Regarding exposures to environmental chemicals from civilian sources and potential confounders, the study showed high homogeneity in the women’s sample for exposure to most of the potential risk factors. For 84% of the women, it was common to use multiple sources for drinking water, and 87% of the women resided far from industrial plants (figure 3B and C). All of the women used a combination of the five food sources (UNRWA, Egyptian, Israeli and Turkish imports, and local). Less than 5% of women engaged in potentially risky habits, such as smoking, using hair dye or consuming medicines (not shown), and most of the women (90%) ate fish, a potential source of mercury, less than or equal to once per month. These putative risk factors do not seem relevant to the differences in the distribution of the metal load found between the women proximally exposed to military attacks and unexposed women.

Table 3a

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers from different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the first column of each panel has significantly higher load (p<0,05) than the one in the second column of the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with subgroups 2+3

Table 3b

Comparison between mothers of metal load between subgroups according to their ‘proximal exposure’. The metal load in mothers of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Table 3c

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel A compares exposure subgroups 1 with 3; panel B compares exposure subgroups 1 with 2+3

Table 3d

Comparison between newborns of metal load between subgroups according to the mothers ‘proximal exposure’. The metal load in newborns of different subgroups were compared with each other. Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘proximal exposure’. For ease in reading the data, the colour yellow indicates that the group in the column on the left in each panel has significantly higher load (p<0.05) than the one in the column on the right in the same panel. If vice versa, the line is enhanced in green colour. Panel C compares exposure subgroups 1+2 with 3; panel D compares exposure subgroups 1 with 2

Figure 3D shows that 76.3% (n=352) of women reported non-use of household and agricultural chemicals, whereas the 109 women classified as users reported using pesticides (n=82), herbicides (n=9) or other household chemicals (n=18). The chemicals were identified according to their function rather than their chemical composition and were studied only from the point of view of their potential contribution to the load of heavy metals in hair. Table 4 compares the median quantiles between user and non-user groups, showing no significant differences (p >0.3 for all analyses) among these subgroups in the load for all 23 metals. It is possible, then, to rule out the possibility that the use of these products contributed to the heavy metal contamination.

Table 4

Comparison of metal load between mothers according to their use of house–agricultural chemicals. Subgroups are not users-subgroup 1 (n=352) or users subgroup 2 (109), of any of the chemicals listed in figure 3D . Analysis was by multiple quantile regression on median values as linear function of the independent variable, ‘use of chemicals’. There was no significant difference for the load of all metal tested (p > 0,3) between the two groups

Discussion

Principal findings

The study is the first to document the number of civilian subjects in the population who were exposed in 2014 to military attacks in Gaza. The women in this cross sectional convenience sample experienced, in 32.4% of cases, a direct hit to their private dwellings and, in 63% of these cases, the attacks occurred while the women were inside their homes. The women’s recollections were supported by photographic documentation of the reported damage which verified its extent. Hits including those on neighbouring buildings (proximal exposure) were reported by almost 70% of the women.

The study examined the load of heavy metals in the hair of this cross sectional convenience sample  of women who were all pregnant during the war in Gaza in 2014. Hair samples were collected when the women delivered during the winter of 2014 and the spring of 2015. We found a positive correlation between a high load of toxicants (Ba, Al, V, Sr and Cr), a teratogen (W) and a carcinogen (As) in women’s hair and their proximity to military attacks in 2014.

We also found that there was a higher load in the entire cross sectional convenience sample of Gaza women in comparison with the hair samples from individuals in areas unaffected by war (RHS), regardless of their recent exposure to attacks. The high load was for heavy metals already detected as war remnants from previous attacks in 2009 (toxicants such as Al, Fe, Ba, Mn, Cr, Ni, Pb, Sr and V; teratogens such as U and W; and carcinogens such as As, Cd and Co).

There was, instead, no difference in the cross sectional convenience sample of Gaza women, regardless of their reported exposure to the attacks in 2014, in comparison with the metal load in the hair of adults of both sexes from the areas unaffected by war (RHS) for the concentration of microelements (Cu, Se and Mo) and a few other metals (Cs, Sn and Ti). Moreover, anthropogenic sources not arising from military attacks were excluded as confounders. These data confirm that the source of toxicant, teratogen and carcinogen contaminants was anthropogenic and associated with military attacks. We also showed that there was trans-placental passage for heavy metals from mothers to their newborns.

Limitations of the study

The lack of ‘never exposed to war’ controls within Gaza is a limitation of the study which cannot be overcome because there is no recent ‘time zero’ for anthropogenic, heavy metal weapons related contamination in Gaza since the first aerial attacks in 2004. Military attacks and restrictions on people’s movement have become a prominent structural factor in the past 10 years. All participants in this study were present and residentially stable during three military operations in 6 years (Cast lead in 2008–2009, Pillar of cinder in 2012 and Defensive edge in 2014) and were likely exposed during that time and continuously thereafter to hea