After visiting Douma, western media begin to question ‘gas attack’ narrative

After visiting Douma, western media begin to question ‘gas attack’ narrative
After speaking with eyewitnesses on the ground in Syria, even mainstream media are beginning to cast doubt on the West’s narrative of an alleged gas attack in Douma, as medics tell French, German and UK media it never happened.

Agence France-Presse (AFP), the world’s third largest news agency, and the Independent, a British online newspaper, have each published stories that question whether chlorine or any other chemical was used against Syrians in Eastern Ghouta on April 7.

In a French language video report, AFP spoke with Marwan Jaber, a medical student who witnessed the aftermath of the alleged attack.

“Some of [the victims] suffered from asthma and pulmonary inflammation. They received routine treatment and some were even sent home,” Jaber told AFP. “They showed no symptoms of a chemical attack. But some foreigners entered while we were in a state of chaos and sprinkled people with water, and some of them were even filming it.”

Jaber’s testimony is consistent with claims made by a Douma doctor who spoke with veteran UK journalist Robert Fisk. Although Dr. Assim Rahaibani did not personally witness what happened in the medical clinic, he said that “all the doctors” he works with “know what happened.”

According to Rahaibani, intense shelling had created dust clouds that seeped into the basements and cellars where people lived. “People began to arrive here suffering from hypoxia, oxygen loss. Then someone at the door, a ‘White Helmet’, shouted ‘Gas!’, and a panic began. People started throwing water over each other. Yes, the video was filmed here, it is genuine, but what you see are people suffering from hypoxia – not gas poisoning.”

Writing in the Independent, Fisk noted that locals he spoke with “never believed in” the gas attack stories – and that tales of President Bashar Assad’s chemical atrocities had been spread by armed Islamist groups who had imprisoned and enslaved thousands of people in Ghouta before the town was liberated by Syrian forces in April.

Meanwhile, a report aired by the German RTL Group-owned channel n-tv says it’s unclear whether the attack took place at all, given that most of the locals told them on camera they didn’t smell any chemicals at all, one local told them he remembers a “weird smell” and was fine after a glass of water, and one man, who didn’t want to show his face, insisted there was a “smell of chlorine.”

However, a local doctor told the channel: “Saturday, a week ago, we treated people with breathing problems, but chlorine or gas poisoning – no, those are different symptoms.”

All of these stories published by different outlets corroborate testimony from two men who appeared in the “gas attack” footage spread far and wide by western media and governments. Interviewed by the Russian military, the two men said they were unknowing accomplices in the gas attack ruse. “We were working and did not pay attention to who was filming us,” the first eyewitness said. “They were filming us, and then a man came in and started screaming that this was a chemical attack…People got scared and started spraying each other with water and using inhalers. Doctors told us that there was no chemical poisoning.”

Doctors and medical workers questioned by the Russian Center for Reconciliation confirmed that there had been no reports of patients suffering from chemical poisoning in Douma during the timeframe of the alleged gas attack.

The French and British media reports seem to contradict statements made by Paris and London, which have both stated unequivocally that the chemical attack did take place – and that Assad was responsible.

French President Emmanuel Macron said before Saturday’s missile strike against Syria that he had proof that Syrian President Bashar al-Assad had used chlorine to attack civilians in a militant-held enclave of Eastern Ghouta.

For her part, British Prime Minister Theresa May insisted that a “significant body of information including intelligence indicates the Syrian Regime is responsible for this latest attack.”

 

Sorgente: After visiting Douma, western media begin to question ‘gas attack’ narrative — RT World News

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Fallito attacco missilistico: perché gli USA mentono sui loro “successi”

Il segretario PCcino ‘Ponzio Pelato’ non ha mai letto il Che fare? di Nikolaj Lenin, ma il Chi? di Alfonso Signorini.

Il Ministero della Difesa russo dichiarava che 95 dei 105 missili lanciati da Stati Uniti, Regno Unito e Francia furono intercettati dalle difese aeree della Siria, impiegando sistemi di difesa aerea S-125, Buk e Kvadrat di fabbricazione sovietica, proteggendo integralmente 4 principali basi aeree siriane; infatti. i 12 missili lanciati sull’aeroporto militare di al-Dumayr furono tutti intercettati, così come i 18 missili contro l’aeroporto militare di Bulayl, i 12 missili contro l’aeroporto militare di Shayrat, i 9 missili contro l’aeroporto militare di Mazah e i 16 missili contro l’aeroporto militare di Homs. Dei 30 missili lanciati su Barzah e Jaramana, a Damasco, solo 7 colpivano l’edificio per la ricerca farmaceutica. Ovviamente, il Pentagono, per nascondere tale imbarazzante fallimento, si esibiva nella conferenza stampa il tenente-generale Kenneth McKenzie, propalando dichiarazioni grottesche tese a nascondere i fatti e a celebrare dei successi che, se fossero veri, sarebbero le mera illustrazione di un piano operativo delirante. “Riteniamo che tutti i nostri missili abbiano raggiunto i loro obiettivi“, dichiarava McKenzie; e cosa significa tale affermazione?
1. I missili lanciati dagli USA colpivano “fabbriche e depositi di armi chimiche” senza preoccupazioni sull’eventuale diffusione di agenti chimici nelle vicine aree abitate; gli USA sapevano che non c’era nulla all’interno. Soprattutto ciò avveniva poco prima che gli ispettori sulle armi chimiche iniziassero le indagini presso Damasco.
2. Gli USA avrebbero sparato 105 missili contro solo tre obiettivi; tale affermazione si commenta da sé. Ovvero, i siriani avevano abbattuto il 90% di tali missili, perciò gli Stati Uniti parlavano di aver voluto attaccare solo i tre obiettivi che erano riusciti effettivamente a colpire, e questo con ben tre ondate di lanci di missili eseguiti con intervalli di circa un’ora…
3. Tre missili “fortunati” avevano colpito fabbriche di armi chimiche di cui gli Stati Uniti non avevano mai parlato in 7 anni (poiché erano nel territorio occupato dai terroristi fino a ieri). Volevano essere sicuri di cancellare le prove?La forza d’aggressione alla Siria era composta da 2 cacciatorpediniere e 1 incrociatore statunitensi, 1 fregata francese, 4 cacciabombardieri Tornado inglesi e 2 bombardieri B-1B statunitensi. L’incrociatore Monterrey aveva lanciato 30 missili Tomahawk, il cacciatorpediniere Higgins 23 Tomahawk, il cacciatorpediniere Laboon 7 Tomahawk, il sottomarino John Warner 6 Tomahawk, i 2 bombardieri B-1 21 missili JASSM, i 4 cacciabombardieri Tornado GR4 16 missili Storm-shadow. Si era parlato di aerei francesi, ma non è vero, poiché di francese c’erano solo i missili Storm-shadow usati dagli inglesi.Secondo gli statunitensi, i 3 impianti “obiettivi ufficiali” furono colpiti da ben 105 missili da crociera:
– 76 missili contro il centro di ricerca di Barzah, a Damasco
– 22 missili contro una non ben definita struttura “chimica”
– 7 missili contro un non ben definito “bunker chimico”
Gli ultimi due si trovavano fino a pochi giorni prima in territorio controllato dai terroristi armati e finanziati da USA, Regno Unito, Francia, Qatar, Turchia ed Arabia Saudita…
Il Centro ricerche di Barzah:Ciò che McKanzie diceva era che questi 3 edifici del centro furono colpiti da 76 missili da crociera!!! “Affermazione ridicola e senza la minima credibilità”. Sarebbero stati colpiti nel modo seguente:In Siria furono attaccate strutture simili con un missile da crociera per edificio. Si può pensare di voler essere sicuri? 2 o 3 andavano bene per edificio; ma qui gli Stati Uniti affermano di averne lanciato 76 contro 3 edifici…
Gli altri due obiettivi attaccati, secondo gli Stati Uniti, erano un deposito ad Him Shinshar:Sempre secondo gli statunitensi, la struttura sarebbe stata colpita da 22 missili da crociera!!! Altra affermazione ridicola e senza la minima credibilità. Tanto più che a differenza di Barzah, si trattava di 3 capannoni in lamiera, cioè strutture fragilissime. Un missile per struttura bastava. Per capire di cosa si parla, si guardi questa foto elaborata per mostrare cosa significherebbe lanciarvi 22 missili da crociera:Come si può vedere dalle immagini satellitari, gli Stati Uniti mentono quando affermano che il sito fu colpito da 22 missili da crociera.Il terzo dei bersagli attaccati, secondo gli Stati Uniti, era il bunker “chimico” di Him Shinshar:Secondo gli statunitensi, l’installazione sarebbe stata colpita da 7 missili da crociera!!! Ancora un’affermazione senza la minima credibilità. Ecco la foto ritoccata per mostrare cosa significherebbero 7 missili da crociera su quest’installazione:Come si può notare non ci sono 7 impatti di missili da alcuna parte.In realtà, la difesa aerea siriana è interconnessa con quella russa che, attraverso i sistemi di collegamento, incrementava l’efficienza della difesa aerea della Siria basata sui sistemi aggiornati Buk, Pantsir, S-200 e S-125 Pechora-M, coordinati da moltiplicatori di forza come aerei AWACS, sistemi ECM, sistemi radar e sistemi delle navi russe. Ad esempio, gli inglesi avevano lanciato i loro missili su Homs, ma furono tutti abbattuti dai sistemi di guerra elettronica siriani. Gli inglesi vi perdevano 50 milioni di dollari di armamenti, e senza colpire nulla. Infine, i sistemi di difesa aerea siriani impiegati per abbattere i missili da crociera statunitensi furono i seguenti: Pantsir-S1, Buk-M2E, S-125/S-125M, Osa, S-75 e cannoni antiaerei, che riuscivano ad abbattere circa 97 missili. Non furono impiegati i missili S-200.Conclusione
Ma ciò che infastidisce più di tutto sono gli espertidiminkia, dai generaloni della NATO-in-pensione-e-in-TV, agli esperti in geominkiate di regime, ospiti fissi dei talk show piddiotizzanti, fino ad arrivare al circo delle pulci neo-ottomaniaci, i paggetti erdoganisti pseudo-eurasiatici che mentre abbaiano contro Egitto e India, che condannano l’aggressione alla Siria, osannano il sultano pazzo Erdogan che invece partecipava a tale aggressione alla Siria. Ebbene, tale ammasso di ciarpame, pur avendo sbattuto la faccia contro i fatti (dalla testa dura) e non sapendo come rigirarsi tale sonora pedata al culo ricevuta dal popolo e dall’esercito della Siria, cerca ogni modo di deformare i fatti e giustificare le proprie avventatezze ideologiche scalando pareti vetrate di grattacieli, pur di non dire che i supermen che albergano al Pentagono, come insegna la propaganda di Raiset-La47, hanno racimolato l’ennesima bastonata, travisata sempre da vittoria dalla suddetta propaganda, con tanto di coretto di corvi catastrofisti filo-imperialisti che, camuffati da eterni finti filo-russi e filo-siriani, sempre denigrano la Russia per l’“immobilismo” mostrato in Siria.
Un esempio? Sono i geniacci che ci dicono che l’attacco era ‘concordato’ tra Trump e Putin; ebbene tale scherzo comprendeva 105 missili da crociera, al modico prezzo di 1,5 milioni di dollari al pezzo. Si facciano i calcoli, e si dica che tale spesa era solo intesa a tirar su uno ‘scherzo’ che copre di ridicolo il Pentagono, la NATO, i governi di tre potenze occidentali, il complesso militar-industriale degli USA, l’intero apparato mediatico del ‘libero’ occidente, ecc.; e non si badi a cosa certi “communists”, col vitalizio e sempre in prima linea nei talk shaw berlusconiani, arrivano a dire (“i russi hanno disattivato le difese antimissile in Siria”) pur di denigrare l’operato dell’alleanza russo-siriana e celebrare i “successoni” immaginari degli USA. Non possono che dire questo, pena l’esclusione dai salotti televisivi da dove condurre una novella immaginosa ‘rivoluzione d’ottobre’…
L’unico scherzo in tutto questo, non è l’attacco missilistico alla Siria, ma l’indecoroso spettacolo messo su da tale torma di geocazzari d’ogni risma e tendenza, affratellati dal comune odio per la Russia e dal tentativo di salvare il grugno lesionato di Trump; nonostante perfino il segretario alla Difesa Mattis e il Capo di Stato Maggiore statunitense Dunford, relazionando sull’attacco missilistico, abbiano chiarito che qualsiasi responsabilità su tutto questo, anche futura, ricadeva solo su Trump, con implicita presa di distanza.

Fonti:
Analisi Militares
Bolshaja Igra
The Duran
Wail al-Russi

Alessandro Lattanzio, 15/04/2018

Sorgente: Fallito attacco missilistico: perché gli USA mentono sui loro “successi”

ISRAELE: “MISSIONE INCOMPIUTA. RIFARE”

L’ostinazione con cui il giornale israeliano di Torino La  Stampa insiste a  pubblicare   storie di  fanciulli – tutti  fotogenici –  “sfuggiti alle bombe chimiche di Assad”, e tutta la narrativa di propaganda ormai screditatissima   e dimostrata falsa, può  rivelare due cose: o imperturbabile chutzpah, o estremo disappunto.   Perché il tentativo di Netanyahu di trascinare USA ed Europa nella guerra decisiva in Siria appare fallimentare. Il gratuito e limitato attacco dei tre aggressori, USA, Francia, Gran Bretagna, sembra essersi risolto in un danno: politico, militare, d’immagine e psicologico.

Narrativa” made in Israel.

La stessa ridda di informazioni contraddittorie  sui fatti  che  esce dalle tre capitali dimostra la confusione che regna i  quel campo.  Il generale Mattis, capo del Pentagono, che annuncia “il nostro è un colpo isolato”;  Nikki Haley, l’ambasciatrice all’Onu, che  decreta nuove e durissime sanzioni contro la Russia, evidentemente   a nome della lobby, scontenta dei  troppo simbolici lanci di missili; Macron che dichiara che ha  convinto Trump a lasciare  soldati americani in  Siria (ossia ciò che vuole  Netanyahu), e viene subito smentito dalla Casa Bianca. Si aggiunga che  prima esce l’indiscrezione che Trump voleva bombardare siti iraniani e russi ma Mattis s’è fermamente opposto, seguita poi dal dettaglio  contraddittorio  che  Trump,  posto di fronte a tre opzioni di attacco in Siria, ha scelto la meno dispendiosa, limitare l’attacco ai tre siti che la fantasia  occidentale ha definito “fabbriche e depositi clandestini”  di armi chimiche  di Assad – e di cui il  principale, la palazzina di Berzah, era un laboratorio farmaceutico  visitato regolarmente  dagli osservatori  dell’OPWC (Organisation for the Prohibition of chemical weapons) .

La “fabbrica clandestina” era regolarmente ispezionata dalll’OPCW

“Trump sta abbandonando Israele?”

Netanyahu. Lo stato d’animo del governo sionista dopo l’attacco, è rivelato dal titolo del Jerusalem Post: “Trump sta abbandonando Israele?”.  Ci limitiamo a due frasi. “Senza una presenza americana in Siria per aiutarci a contenere il regime di Assad, Israele può sentirsi obbligata ad aumentare il livello e la letalità delle sue azioni unilaterali  per proteggere i suoi confini”. “E’ un grave smacco strategico per la leadership americana e la sicurezza israeliana. I governanti dello stato ebraico  non possono  fare a meno di chiedersi se Washington gli parerà il didietro se decide un colpo preventivo contro la minaccia dell’Iran basata in Siria”.  La sola speranza è John Bolton, “che ha molti amici in Israele”, da cui l’ordine  alla  lobby di far pressioni sul baffuto consigliere.

http://www.jpost.com/Opinion/Washington-Watch-Is-Trump-abandoning-Israel-549817

Macron è diventato il Piccolo

Emmanuel Macron, partecipando all’attacco, ha danneggiato la sua posizione internazionale che credeva di migliorare.  Il suo governo ha emanato un documento (Evaluation Nationale) che pretende di  portare le “prove” delle violazioni siriane (attacco chimico) onde giustificare “giuridicamente”  l’attacco bellico  al regime di Damasco.  Senza il mandato ONU.   Ossia, come ha riconosciuto persino una tv francese, TV5 Monde, “violare il diritto internazionale per farlo rispettare”.  Ovviamente, le opposizioni, da Marine Le Pen a Melenchon passando per Les Republicains, gli sono saltate alla gola: è la prima volta dal 1945 che la Francia esce dalla legalità internazionale.  Ora, già questo fatto indica che  il giovanotto ha subito una pressione “talmudica”:  non riconoscere i trattati internazionali, lo jus publicum aeroropaeum che riconosce anche nello stato  nemico un justus hostis, è proprio del diritto  talmudico. La superpotenza americana lo fa dall’11 settembre, dichiarandosi (con la dottrina Bush) pronta ad aggredire ogni Stato che a suo giudizio disturbi il proprio interesse nazionale, ossia senza riconoscere allo stato aggredito la legittimità di esistere.  Che possa farlo Parigi, è dubbio.  Macron rischia di finire come Sarkozy, che è sotto processo  in relazione alla sua aggressione  alla Libia per far uccidere Gheddafi, il pagatore della sua campagna elettorale. In ogni caso,  Macron si è isolato dalla UE  e la “relazione speciale” che sperava di approfondire con la Germania per guidare a due l’Unione, si allontana.   Anche la posizione di Parigi come onesto mediatore in questione internazionali, dal Medio Oriente  all’Iran,  è intaccata, e così nell’Africa Francofona. 

Ha perso l’appoggio della UE. I 28 ministri degli esteri, riunitisi due giorni dopo l’attacco,  hanno invocato il dialogo con la Russia in Siria. Altrimenti, la UE si spaccava, ha detto un anonimo presente alla riunione: “Bisogna evitare che ogni paese faccia la sua politica autonoma di fronte a Mosca.  E’ importante perché  la UE esista”.  Mettete in conto a Salvini anche questo successo.

«Deux jours après les frappes, les pays européens appellent au dialogue avec la Russie en Syrie ». 

Anche l’opinione pubblica francese –  mentre i media inneggiavano a Macron “chef de guerre” –  è rimasta fra l’irritazione, l’ironica incredulità (“Abbiamo convinto Trump a restare in Siria-  chi, lui?”)  e la derisione:  specie quando dopo tutte le accuse “la  Russia è colpevole”, si è saputo che la Francia ha preavvisato la Russia dei luoghi e delle ore in cui avrebbe voluto colpire.  Macron torna ai problemi interni (scioperi, opposizione di massa alle sue “riforme”  liberiste)  molto rimpicciolito. Le Monde, a nome dei  Rotschild, titola: “Missione Incompiuta”.

Militarmente, l’attacco è stato un clamoroso insuccesso. Su questo sono d’accordo gli esperti militari francesi come quelli americani. Sull’autorevole sito Sic Semper Tyrannis,  un “Publius Tacitus” (pseudonimo sotto cui si nasconde un generale o un ammiraglio in servizio, obbligato all’anonimato) giudica che “il generale Mattis e il generale Dunford [il capo degli stati maggiori riuniti] si sono disonorati a prestarsi a questa mascherata”.

Il generale Dominique Delawarde è sarcastico. Riporta la versione russa  – 103 missili su sei obiettivi  (di cui quattro aeroporti militari siriani) dei quali 71 sono stati intercettati dalla contraerea siriana, senza che quella russa sia intervenuta.

E la versione americana: 105 missili su 3 “installazioni clandestine di armi chimiche”. Tutti andati a segno.

Il generale Delawarde commenta con ricordi personali: “Gli americani hanno fornito foto satellitari   «Battle Damage Assessment»  (stima dei danni inflitti dopo un bombardamento).  Anche nel dicembre 98, al tempo dell’Operazione DeseertFox, gli americani avevano colpito e fornito questo tipo di foto satellitari.  Il nostro satellite francese, molto preciso, dava dei  risultati molto diversi dai loro. Erano rimasti sorpresi di come li avevamo colti in flagrante menzogna” .  E “mi ricordo personalmente delle menzogne quotidiane del portavoce della NATO sulle false perdite dei serbi in Kossovo da marzo a maggio 1990. La NATO dichiarava più di 800 materiali importanti distrutti al 78 mo giorno di bombardamento. Il conteggio reale effettuato dopo il cessate il fuoco,  risultò di una trentina. Tutti i MiG distrutti a Pristina il primo giorno di guerra, una ventina, al momento del cessate il fuoco sono usciti dai sotterranei ed hanno decollato tranquillamente  per Belgrado. Questa coalizione ha troppo mentito negli anni passati per essere  credibile oggi”.

https://reseauinternational.net/frappes-sur-la-syrie-resultats-consequences/

Dunque il generale francese tende a credere  alle stime russe. Anche se, onde fosse vero che il 70% dei missili sono stati intercettati, “i risultati sarebbero semplicemente catastrofici per i tre aggressori. Significa che se fosse intervenuti i S-400 russi, nessun missile di Usa, Regno Unito e Francia avrebbe raggiunto nemmeno il territorio siriano”.

Con un caveat e un’eccezione: tutti i 19 missili  JASSM-ER a bassa tracciabilità, lanciati dai bombardieri B-1B e usati per la prima volta in un conflitto, non sono stati nè intercettati né visti dai radar russi.  Ed hanno raggiunto il bersaglio. I russi dovranno lavorarci.

Erdogan s’è rimesso nei guai. Tradendo di nuovo.

Prima dell’attacco, il suo ministro degli Esteri ha applaudito ai lanci di missili e lui, applaudendo gli attacchi occidentali, ha di nuovo  dichiarato che Assad deve essere cacciato.

https://www.reuters.com/article/us-mideast-crisis-syria-turkey/turkeys-erdogan-welcomes-western-attack-on-syria-says-operation-a-message-to-assad-idUSKBN1HL0W9

Erdogan insomma ha scelto di tornare “con la NATO” senza essere informato della natura limitata dell’attacco; insomma  la NATO  continua a non parlargli.  In quste ore, tace. Come chi s’è messo unpiede in bocca. Infatti adesso ha perso anche la fiducia di Mosca e Teheran, che lo avevano accettato  nella nuova  coalizione per la sistemazione della Siria e l’integrità territoriale siriana; i due alleati gli hanno lasciato occupare Afrin, chiudendo un occhio sulla sua avidità. Adesso la posizione del turco presso Mosca e Teheran è scaduta – può dare addio agli S-300 – mentre l’Alleanza non lo ha recuperato e non gli perdonerà il suo flirt con la Russia.

Il saudita Mohamed Bin Salman ha commesso lo stesso errore: si aspettava che i missili contro Assad  fossero il preludio   automatico a una guerra contro l’Iran (deve averglielo assicurato  Netanyau).  Ora, il suo appoggio all’attacco alla Siria gli sarà ripagato in Yemen  dall’Iran;   le buone relazioni con Mosca, che ha tanto cercato, sono di nuovo al gelo. Adesso il regno wahabita è il solo alleato di Sion nell’area: posizione imbarazzante. Del resto, anche Netanyahu s’è giocato la  buona relazione  personale con Putin: “S’è dimostrato come il vero istigatore della guerra contro la Russia. Mosca ha preso nota”, scrive il sito Geopolitka. Ru

L’Egitto non si è unito al coro anti-Assad, né ha commesso l’errore di farsi nemica Mosca. Ciò mette Il Cairo in una posizione futura di guida del mondo sunnita, specie dopo che Erdogan, con le sue oscillazioni, è scaduto.

Nell’insieme, il risultato dell’attacco agli occhi delle capitali del  Medio Oriente (ma non solo Teheran,  e gli emirati di Golfo  filo-americani, ed anche di Cina, India, Pakistan) è interpretato come una dimostrazione di debolezza, inconcludenza, inaffidabilità e confusione mentale del dominio delle potenze globaliste occidentali.

Naturalmente, Israele ritenterà.  Intraprenderà le sue aggressioni unilaterali  e sempre più letali in Siria.   Ma oggi è più scoperta e i suoi alleati, da Macron alla May a Bin Salman, hanno perso e dimostrato la loro inefficacia anche militare.

Sorgente: ISRAELE: “MISSIONE INCOMPIUTA. RIFARE” – Blondet & Friends

VIK. Gaza ricorda Vittorio, sette anni dopo

VIDEO. Come ogni anno i palestinesi commemorano l’attivista italiano, per anni voce della lotta per la libertà del popolo palestinese. Sette anni dopo nessuno lo ha dimenticato

L'albero piantato a Khan Younis in onore di Vittorio Arrigoni  (Foto: Michele Giorgio/Nena News)

L’albero piantato a Khan Younis in onore di Vittorio Arrigoni (Foto: Michele Giorgio/Nena News)

video di Michele Giorgio

Gaza City, 16 aprile 2018, Nena News – Ieri a Gaza, settimo anniversario dell’uccisione di Vittorio Arrigoni a Gaza, i pescatori, gli attivisti, gli amici si sono ritrovati per ricordarne la figura. Ancora oggi presente e viva, in Italia come in Palestina. Vi proponiamo alcuni video girati ieri a Gaza, al porto e nel Centro italiano intitolato a Vik. La vita di Vittorio a Gaza, la sua energia, il suo amore per la popolazione palestinese e la giustizia. Con le persone che gli erano vicine lo ricordiamo, insieme ai progetti in corso e alla vita di oggi a Gaza.

Al porto:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836646639730742%2F&show_text=0&width=560

A Qatatwa (Khan Yunis) con Patrizia Cecconi per il poliambulatorio e l’albero dedicato a Vittorio. Con la collaborazione della Fondazione Arrigoni:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836663466395726%2F&show_text=0&width=560

Nel centro culturale Vik con gli amici di Vittorio:

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836752133053526%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836764603052279%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836770833051656%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836779903050749%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836782556383817%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836794466382626%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836801673048572%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836807656381307%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836815469713859%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836819236380149%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836823026379770%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836825859712820%2F&show_text=0&width=560

https://www.facebook.com/plugins/video.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fnena.newsagency%2Fvideos%2F1836829293045810%2F&show_text=0&width=560

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Sorgente: VIK. Gaza ricorda Vittorio, sette anni dopo

Quando l’Italia bombardava la Siria

“L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia. “

di Manlio Dinucci*

il manifesto, 17 aprile 2018 

Per motivare la guerra del 2003, gli Usa accusarono l’Iraq di possedere armi di distruzione di massa: il segretario di stato Colin Powell presentò all’Onu una serie di «prove» risultate poi false, come ha dovuto ammettere lui stesso nel 2016.

«Prove» analoghe vengono oggi esibite per motivare  l’attacco alla Siria effettuato da Stati uniti, Gran Bretagna e Francia. Il generale Kenneth McKenzie,  Joint Staff Director del Pentagono, ha presentato il 14 aprile una relazione, corredata da foto satellitari, sul Centro di ricerca e sviluppo Barzah a Damasco, definendolo «il cuore del programma delle armi chimiche siriane».

Il Centro, che costituiva il principale obiettivo, è stato attaccato con 76 missili da crociera (57 Tomahawk lanciati da navi e sottomarini e 19 Jassm da aerei). L’obiettivo è stato distrutto, ha annunciato il generale, «riportando indietro di anni il programma delle armi chimiche siriane».

Questa volta non c’è bisogno di aspettare tredici anni per avere conferma della falsità delle «prove». Un mese prima dell’attacco, il 13 marzo, l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) aveva ufficialmente comunicato il risultato della seconda ispezione, effettuata al Centro Barzah nel novembre 2017, e dell’analisi dei campioni prelevati ultimata nel febbraio 2018: «La squadra di ispezione non ha osservato alcuna attività in contrasto con gli obblighi derivanti dalla Convenzione sulle armi chimiche». Non a caso il Centro Barzah è stato distrutto poco prima che arrivassero per la terza volta gli ispettori della Opcw.

La Siria, Stato membro della Opcw, ha completato nel 2014 il disarmo chimico, mentre Israele, che non aderisce alla Convenzione sulle armi chimiche, non è sottoposto ad alcun controllo. Ma di questo non parla l’apparato politico-mediatico, che accusa invece la Siria di possedere e usare armi chimiche.

Il  premier Gentiloni ha dichiarato che l’Italia, pur appoggiando «l’azione circoscritta e mirata a colpire la fabbricazione di armi chimiche», non vi ha in alcun modo partecipato. In realtà, essa è stata precedentemente concordata e pianificata in sede Nato. Lo prova il fatto che, subito dopo l’attacco, è stato convocato il Consiglio Nord Atlantico, nel quale Stati uniti, Gran Bretagna e Francia hanno «aggiornato gli Alleati sull’azione militare congiunta in Siria» e gli Alleati hanno espresso ufficialmente «il loro pieno appoggio a tale azione».

Gentiloni ha inoltre dichiarato che «il supporto logistico che forniamo soprattutto agli Usa non poteva in alcun modo tradursi nel fatto che dal territorio italiano partissero azioni direttamente mirate a colpire la Siria». In realtà, l’attacco alla Siria dal Mediterraneo è stato diretto dal Comando delle forze navali Usa in Europa, con quartier generale a Napoli-Capodichino, agli ordini dell’ammiraglio James Foggo che comanda allo stesso tempo la Forza congiunta Nato con quartier generale a Lago Patria (Napoli).

L’operazione bellica è stata appoggiata dalla base aeronavale Usa di Sigonella e dalla stazione Usa di Niscemi del sistema Muos di trasmissioni navali. Come mostrano i tracciati radar, i droni spia Usa RQ-4 Global Hawk, decollando da Sigonella, hanno svolto un ruolo fondamentale nell’attacco alla Siria, appoggiato con aerei-cisterna per il rifornimento in volo dei caccia.

L’Italia condivide dunque la responsabilità di un’azione bellica che viola le più elementari norme del diritto internazionale. Non si sa ancora quali saranno le sue conseguenze, è certo però che essa alimenta le fiamme della guerra. Anche se Gentiloni assicura che «non può essere l’inizio di una escalation».

*Pubblicato su gentile concessione dell’Autore

Notizia del:

Sorgente: Manlio Dinucci – “Falsi made in Usa e bugie made in Italy”

Dichiarazione di Putin sugli attacchi statunitensi, francesi e inglesi

Il Ministero della Difesa russo trovava i partecipanti al video del presunto attacco chimico a Duma e ne raccoglieva la testimonianza, dichiarava Igor Konachenkov, portavoce del Ministero della Difesa russo, secondo cui vi sono due medici che lavorano nell’ospedale locale, nel pronto soccorso. Igor Konashenkov inoltre riferiva che il video del presunto attacco chimico a Duma fu girato in un ospedale locale. Secondo il portavoce del Ministero della Difesa russo, le “vittime” del presunto attacco a Duma non avevano tracce di sostanze chimiche tossiche ed dissero come fu girato il video. “Siamo riusciti a trovare i partecipanti alle riprese di tale video e ad interrogarli. Oggi vi presentiamo l’intervista a costoro. La gente di Duma ha raccontato in dettaglio come si svolse la messinscena e in quali episodi prese parte“. Halil Ajij, studente che lavora nell’ospedale centrale di Duma, ha detto che quando un edificio fu bombardato l’8 aprile e un incendio vi scoppiò, andò al pronto soccorso. Fu allora che un uomo che non conosceva si presentò e disse che era un “attacco con sostanze tossiche”: “Avevamo paura, i parenti dei feriti cominciarono a versarsi acqua l’uno sull’altro. Chi non aveva formazione medica iniziò a spruzzare nella bocca dei bambini le cure per l’asma. Non abbiamo visto pazienti con sintomi da intossicazione chimica“. “Fummo filmati e c’era un uomo che era venuto urlando che si trattava di un attacco chimico. Costui, estraneo, disse che la gente era vittima di armi chimiche. La gente spaventata iniziò a versarsi acqua l’una sull’altra, ad inalare“, aveva detto un altro partecipante alla messinscena.
Negli ultimi giorni, la situazione in Siria diveniva seriamente tesa. I Paesi occidentali sostengono che un attacco chimico è avvenuto il 7 aprile a Duma, vicino la capitale siriana. La Russia smentiva le notizie su una bomba al cloro presumibilmente sganciata dalle forze governative siriane. I militari russi definivano false le foto di vittime del presunto attacco chimico a Duma pubblicate dai “White Helmets” sui social network. Mosca ritiene che lo scopo di tale disinformazione fosse proteggere i terroristi e giustificare qualsiasi azione esterna. Damasco definiva le accuse all’Esercito arabo siriano non convincenti. La Siria ripetutamente sottolineava che il proprio arsenale chimico fu rimosso nel 2014 dall’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW).Traduzione di Alessandro Lattanzio

thanks to: Aurora

Siria, e se Trump colpisce un deposito di armi chimiche che succede?

Le armi chimiche sono armi di distruzione di massa. Se un solo deposito chimico fosse colpito l’effetto sarebbe devastante. Dato che ciò non sembra essere avvenuto questa notte, è lecito pensare che gli obiettivi colpiti siano solo ad uso di propaganda.

E’ molto chiaro che questo attacco sia illegittimo. E’ infatti un atto compiuto in violazione dell’articolo 2 della Carta dell’ONU che recita: “I Membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle Nazioni Unite”.

Ma si potrebbe pensare che il fine giusto può giustificare mezzi illegali.

Vediamo allora qual è lo scopo dichiarato dell’attacco: eliminare le armi chimiche. Ma se davvero vi fossero depositi di armi chimiche nascoste dal governo siriano (infatti l’arsenale di Assad è stato già eliminato ufficialmente da un precedente accordo internazionale) cosa accadrebbe? Si sprigionerebbe una enorme nube chimica letale che causerebbe migliaia di morti, per lo più civili.

Se Usa, GB e Francia fossero sicure della localizzazione di queste armi avrebbero già chiesto ispezioni e fornito prove.

Quanto all’effettivo uso di armi chimiche è interessante leggere quanto scritto su un sito specializzato, Analisi Difesa, da Gianandrea Gaiani: “Notizie e immagini di attacchi chimici vengono subito diffuse dalle tv arabe appartenenti alle monarchie del Golfo, cioè agli sponsor dei ribelli, per poi rimbalzare quasi sempre in modo acritico in Occidente. Basti pensare che in sette anni di guerra la fonte da cui tutti i media occidentali attingono è quell’Osservatorio siriano per i diritti umani che ha sede a Londra, vanta una vasta rete di contatti in tutto il paese di cui nessuno ha mai verificato l’attendibilità, è schierato con i ribelli cosiddetti “moderati” ed è sospettato di godere del supporto dei servizi segreti anglo-americani”.

Ma scendiamo nell’aspetto militare: la armi chimiche non vengono usate in un conflitto per uccidere qualche decina di persone. Per fare una strage di cento persone basta un bombardamento spietato con aerei, e Assad li ha e ha anche l’appoggio di quelli russi. Per cui è assolutamente idiota usare armi chimiche che invece sono usate per produrre effetti devastanti su decine di migliaia di persone (e infatti sono classeificate fra le “armi di distruzione di massa”).

Questo fatto lo ha sottolineato Gaiani su Analisi Difesa con chiarezza:

“Il presidente siriano è certo uomo senza scrupoli ma non ha alcun interesse a usare armi chimiche che sono, giova ricordarlo, armi di distruzione di massa idonee a eliminare migliaia di persone in pochi minuti non a ucciderne qualche decina: per stragi così “limitate” bastano proiettili d’artiglieria e bombe d’aereo convenzionali”.

Gaiani (che non è un pacifista ma un esperto di cose militari) suggerisce prudenza nell’avvalorare tesi prove di sufficienti prove o basate sul sospetto: “La cautela – scrive infatti – dovrebbe quindi essere d’obbligo, specie dopo la figuraccia rimediata dal ministro degli Esteri britannico Boris Johnson che sulla responsabilità russa nel “caso Skripal” è stato smentito dal direttore dei laboratori militari di Sua Maestà”.

Ma in questo momento la ricerca della verità non interessa. Interessa lanciare una prova di forza militare. Chi si vuole arruolare in questa manovra lo faccia, ben sapendo però che se un solo deposito chimico fosse colpito l’effetto sarebbe devastante. Dato che ciò non sembra essere avvenuto questa notte, è lecito pensare che gli obiettivi colpiti siano solo ad uso di propaganda.

14 aprile 2018 – Alessandro Marescotti

thanks to: Peacelink

Raid illegale contro la Siria, l’ora più buia per l’Occidente

Raid illegale contro la Siria, l’ora più buia per l'Occidente

L’ORA PIU’ BUIA (h. 03.00). “Allora capo, facciamo che prendiamo tre palazzine vuote di periferia e ci picchiamo sopra un centinaio di missili che fanno BUM! BUM! BUM! dicendo che sono centri di ricerca su i gas venefici. Facciamo tipo alle 3 ora locale così è buio, la gente sta a casa e non corriamo rischi, i fotografi immortalano le scie dei missili perché una immagine vale più di mille parole. Lei va in televisione e fa il pezzo da padre severo ma giusto, io chiamo russi ed iraniani e gli do le coordinate dei lanci pregandoli di star calmi che se manteniamo tutti le palle ferme, nessuno si fa male e ne usciamo tutti alla grande, ok?”

Così, alla fine deve esser andata e meno male. Avrebbero potuto farlo già due giorni dopo il presunto attacco quando è arrivata la Cook ed avrebbero dimostrato la stessa cosa ed in più anche di esser svegli e sempre sul pezzo. Lo hanno invece fatto quando la faccenda s’era intricata assai e si rischiava di non saper più come uscirne senza perdere la faccia. Vedremo nei prossimi giorni ma l’impressione, anche leggendo i pezzi dei giornali mattutini, è che qualcuno voleva il colpo grosso, qualcuno voleva trascinare gli USA al first strike per iniziare una escalation da manovrare in un senso ben più ampio, rischioso e drammatico. Invece del first strike hanno avuto l’one shot, Armageddon è rinviato, anche questa volta la terza guerra mondiale non è iniziata, delusione.

Delusione dei commentatori e pioggia di penne occidentaliste avvelenate su Trump, pallone gonfiato da sgonfiare con pennini appuntiti che fa quello che non dovrebbe e non fa mai quello che dovrebbe. Immagino le telefonate tra Netanyahu, May, Macron e gli amici americani che vedevano sgonfiarsi il trappolone messo in scena, anche stavolta è andata male.

L’impressione è che, per l’ennesima volta, noi si sia sopravvalutata l’intelligenza e la sofisticatezza delle élite occidentaliste.

Solo pochi giorni fa abbiamo espulso ben 150 diplomatici russi per una ragazza poi dimessa dall’ospedale ed il padre che oggi mangia, legge il giornale e piano piano si sta rimettendo chissà da cosa visto che il presunto gas a cui si è sostenuto fosse stato esposto è incurabile e letale al 100%. Dopo quella bella prova di improvvisazione e cialtroneria, si è ripetuta la scena questa volta muovendo intere flotte, concitati Consigli di Sicurezza, scontri di civiltà, giorni del giudizio e gli Avengers che a proposito escono con il nuovo episodio nelle migliori sale il prossimo 25 Aprile.

L’ora più buia è quindi quella in cui sta sprofondando l’Occidente, una gloriosa civiltà che sembra aver le idee sempre più confuse, che mena fendenti a vuoto, che scambia la realtà per il cinema come neanche l’ultimo dei Veltroni, che combatte coi selfie ed i tweet e non si raccapezza più in un mondo che gli sta inesorabilmente sfuggendo di mano.

Intanto pare che a Parigi sia morto Haftar e Macron che ha due TGV fermi su tre e ha rischiato di diventare un meme eterno della vasta collezione delle figure di m. stile Powell, ora si trova con un problema in più. Anche il neo rieletto al Sisi e lo stesso Putin, perdono il loro campione nel teatro libico e vedremo come si riapriranno i giochi colà.

Il conflitto titanico permanente tra West and the Rest, continua. L’ora più buia è quella che precede il sorgere del sole. Peccato che il sole, notoriamente, sorge ad Oriente e che l’Occidente sia il luogo del tramonto.

di PierLuIgi Fagan

Notizia del:
thanks to:  l’Antidiplomatico

Missili troppo smart

 

L’attacco missilistico di stamattina veniva sventato dalle Difese Aeree siriane. Veniva colpito solo un edificio della Mezzaluna Rossa di Barzah, popoloso quartiere di Damasco. Gli Stati Uniti avevano anche lanciato missili contro uno dei sobborghi più densamente popolati di Damasco, Jaramana.
Oltre 100 missili da crociera a lungo raggio Tomahawk sono stati lanciati contro la Siria, sulle provincie di Damasco, Homs e Dara. Solo 3 missili da crociera superavano le difese aeree siriane, 1 cadeva presso Damasco colpendo un ex-deposito abbandonato da oltre 5 anni. Ad Homs, il terzo missile veniva bloccato dai sistemi di guerra elettronica, cadendo a 10 km dall’obiettivo.
Inoltre, 2 droni da ricognizione venivano distrutti mentre tentavano di entrare nello spazio aereo siriano e valutare i danni dell’attacco missilistico di Stati Uniti, Francia e Regno Unito.
L’attacco è avvenuto in tre ondate: la terza ondata, di 13 missili su Dara da più direzioni, veniva sventata con la distruzione di tutti i missili. Lo stesso era accaduto con la prima ondata dell’attacco, completamente sventata, non un singolo missile aveva raggiunto l’obiettivo. 2 o 3 missili della seconda ondata avevano raggiunto gli obiettivi.La Russia ha schierato in Siria una rete di difesa aerea a protezione della base aerea di Humaymin e della base navale di Tartus:
– 3 batterie di S-400 Triumf, che sigillando lo spazio aereo che copre la regione nord-occidentale della Siria, tra Lataqia, Tartus, Hama e Aleppo. Ogni batteria dispone di radar multifunzione di puntamento 92N6E e di radar di scoperta a lungo raggio 91N6E. Il sistema S-400 impiega 4 tipi di missili: 48N6 dalla gittata di 250km; 40N6 dalla gittata di 400km; 9M96E2 dalla gittata di 120km; 9M96E dalla gittata di 40km. L’S-400 quindi può intercettare aerei da combattimento, aerei da ricognizione a lungo raggio, droni, missili da crociera e missili balistici di teatro.
– 1 batteria di S-300V, sistemi di difesa aerea a medio raggio Buk-M1/2 e almeno 3 sistemi di difesa aerea a corto raggio Pantsir-S1/2 proteggono la base navale di Tartus, che ospita non solo le unità russe, ma il grosso della Marina Militare siriana (2 corvette e almeno 6 pattugliatori lanciamissili). La batteria di S-300V4 dispone di un radar di scoperta 9S15, un radar di primo allarme 9S19 e un radar d’inseguimento 9S32M ed impiega missili 9M83 e 9M82 capaci d’intercettare velivoli, missili da crociera e missili balistici di teatro.
La rete di difesa aerea russa è integrata col sistema di guerra elettronica mobile 1LR257 Krasukha-4, presente nella base aerea di Humaymim, capace di annullare radar terrestri, aerei-radar (AWACS), sistemi di navigazione satellitari ed anche satelliti in orbita bassa.
In Siria è stata schierata una batteria di missili anti-superficie mobili K-300P Bastion-P, dotata di missili da crociera supersonici Jakhont, con gittata di almeno 600 km, e probabilmente dei missili balistici tattici 9K720 Iskander-M.
La componente aerea russa dispiegata in Siria comprende 8 bombardieri di prima linea Su-24M, 12 caccia multiruolo Su-30SM, 7 aerei d’attacco Su-25SM, 4 bombardieri Su-34, 6 caccia multiruolo Su-35S, 1 aereo da guerra elettronica Il-20M, 1 velivolo da pattugliamento marittimo Il-38M e 2 aerei-radar A-50U.
La componente tattica terrestre russa dispone anche di 6000 elementi tra fanteria motorizzata e gruppi per operazioni speciali.
La difesa aerea siriana dispone di una rete di difesa aerea composta da almeno 15 radar di sorveglianza, tra cui forse un radar di primo allarme iraniano che sorveglia le operazioni aeree israeliane sullo spazio aereo libanese ed israeliano, e che copre la regione sud-occidentale della Siria, da Damasco ai confini con Libano e Palestina. La rete della difesa aerea siriana impiega 8 batterie di missili antiaerei S-200 a lungo raggio; 60 batterie di missili antiaerei S-75 ed S-125 a medio raggio; 16 batterie del sistema missilistico mobile 2K12 Kub a medio raggio; 28 sistemi missilistici a medio raggio 9K317E Buk-M1/2E; 14 batterie del sistema missilistico mobile a corto raggio 9K33 Osa, 40 sistemi di difesa aerea mobile a corto raggio Pantsir-S1; 40 sistemi di difesa aerea di punto Igla-S Strelets, 20 sistemi missilistici di difesa di punto 9K31 Strela-1 e 30 sistemi missilistici di difesa di punto 9K35 Strela-10.

Alessandro Lattanzio, 14/04/2018

thanks to: Aurora

Come si dice gas in russo?

DI ISRAEL SHAMIR

Il Presidente Trump è tanto incazzato per come sta andando lo Stormy affair che quasi preferirebbe una buona vecchia guerra, piuttosto che subire un’altra umiliazione. Cosa che andrebbe bene sia ai suoi nemici che ai suoi amici (anche se non ai suoi elettori). Si trova di fronte ad una scelta difficile che ha bisogno di tutto il suo coraggio, ma che deve scegliere? Mettere a rischio il benessere del suo paese e sfidare i missili russi, o rischiare di dare  un dispiacere alle élite e cacciare Mueller?  Sarebbe tentato di fare la cosa facile. Così è stato spinto verso acque profonde da una potente coalizione di inglesi ed ebrei, le stesse persone che ci hanno regalato le ultime due guerre mondiali.

Il suo tentativo di buonsenso, quando voleva liberarsi della patata bollente siriana (“Desidero fortemente il ritiro delle nostre forze dalla Siria“, aveva tweettato) è stato respinto dall’indomito Netanyahu. Non ci pensare nemmeno, ha tuonato l’omone di Tel Aviv durante la sua tesa conversazione telefonica con Donny . Non puoi andartene dalla Siria, c’è ancora da combattere iraniani e russi. E non ti scordare dei bambini siriani, ha aggiunto l’omone ancora bagnato del sangue dei 2.500 palestinesi feriti o ammazzati, la scorsa settimana, come da suoi ordini . Il Pentagono e le agenzie di intelligence americane prendono i loro ordini direttamente da Tel Aviv, o sono li ricevono dall’AIPAC, così si stanno già preparando tutti per un lungo soggiorno in Siria, malgrado quello che aveva detto Donny.

Gli ebrei sono andati in pallone nel sentire che  Trump voleva lasciare la Siria. Gli scrivani del WaPo e del NY Times hanno detto che quelle erano parole suggerite dai russi. “L’editorialista del Washington Post e la commentatrice della CNN Catherine Rampell hanno detto che “Putin deve essere andato in estasi” nel sentire che Trump vuole iniziare a pianificare un ritiro dalla regione. Si dimenticano che sarebbe strano che tutte le decisioni di politica estera prese da un presidente si non si possono basare su ciò che infastidisce o non infastidisce la Russia.   – Perché la Rampell non  pensa piuttosto a quanto piacerebbe a tanti soldati americani tornare finalmente dalle loro famiglie, o come si possono spendere a livello nazionale, tutte le risorse finora spese all’estero? ” – ha osservato – un giornalista dei media. Questo è stato il motivo dell’entrata a gamba tesa di Mueller negli affari di Cohen. Bisogna dare una spinta al vecchio pazzo, se non lo capisce da solo, hanno deciso.

L’America con il suo background puritano è l’unico paese in cui i costumi sessuali sono così severi da portare alla guerra. Clinton fece guerra alla Jugoslavia per un pompino, mentre Trump forse distruggerà il mondo per la scappatella di una notte.

Non sarebbe strano che un attacco alla Siria provocherebbe una risposta russa. Per lo meno, ci sarebbe una deflagrazione locale, un teatrino, una prova di forza e di caparbietà. Chi sa come andrà a finire? La stessa manfrina nel 2013 fu rinviata, quando l’armata USA salpò verso le coste della Siria per vendicare un altro presunto attacco chimico. Scrissi  su quel fatidico incontro, forse troppo ottimisticamente, un pezzo intitolato The Cape of Good Hope.

“Fu una toccata e fuga, rischiosa quanto la crisi dei missili cubani del 1962. Le possibilità di una guerra mondiale erano tanto alte, quanto le dure intenzioni dell’America e dell’ Eurasia che avevano attraversato il Mediterraneo orientale. L’evento più drammatico del settembre 2013 fu la situazione di attesa di mezzogiorno vicino alle spiagge di Levante, con cinque cacciatorpediniere USA con i loro Tomahawk puntati verso Damasco e di fronte la flottiglia russa di undici navi guidate dalla Cruiser-porta-Missili-killer, Moskva e le navi da guerra cinesi. Sembra che un paio di missili furono lanciati verso la costa siriana, ed entrambi non riuscirono a raggiungere la loro destinazione. (Ritorneremo su questi due missili in seguito).

Dopo questo strano incidente, non cominciò nessuno scontro, dal momento che il Presidente Obama si tirò indietro e rinfoderò le pistole. Questo fatto fu preceduto da un voto inaspettato del Parlamento britannico: questa venerabile istituzione declinò l’onore di unirsi all’attacco proposto dagli Stati Uniti. E’ stata la prima volta in duecento anni che il parlamento britannico ha votato una proposta sensata prima di cominciare una guerra; di solito gli inglesi non possono resistere alla tentazione. Questa disavventura fu pagata con l’egemonia americana, la supremazia e l’eccezionalità.  “Il Destino Manifesto era finito. ”

Come vediamo ora, il mezzogiorno-di-fuoco è stato posticipato di cinque anni, e ora sta per arrivare. Il Primo ministro inglese Theresa May ha deciso di non aver bisogno dell’approvazione del parlamento, il presidente Trump ha deciso che non ha bisogno di un’approvazione del Congresso. Quindi questi freni non ci sono più.

E ora torniamo a quei due missili del 2013.  Li spararono gli israeliani, sia che stessero tentando di dar fuoco alla miccia, sia che stessero semplicemente guardando le nuvole, come dicono loro. I missili non arrivarono mai a destinazione, abbattuti dal sistema di difesa terra-aria russo a bordo delle navi, o forse resi inoffensivi dai disturbatori-GPS russi.

Avanti veloce fino al 2018: La notte del 10 aprile, prima dell’alba, il campo aereo siriano T-4 è stato attaccato da otto missili aria-terra; cinque sono stati abbattuti dalla difesa siriana, tre (o due) hanno raggiunto il loro obiettivo e hanno ucciso alcune persone che vi lavoravano. Per un po’ si è pensato ad un attacco americano, ma poco dopo  “la Russia ha bloccato Israele”, come riporta Haaretz. Israele ha cercato di dissimulare, in un primo momento affermando di aver informato Putin e di aver avuto il suo okay. Quando il portavoce di Putin l’ha negato, Israele ha detto di aver agito su richiesta USA. Facile che abbiamo solo provato a far salire di più la tensione.

Ora, con la US Navy sul posto, con l’appoggio di Inghilterra e Francia, sembra che il conto alla rovescia per un confronto sia cominciato. I russi si stanno preparando seriamente per la battaglia, sia essa locale o globale, e si aspettano che cominci da un momento all’altro.

La strada per questo Mezzogiorno-di-Fuoco è passata dall’ Affair Scripale, dall’espulsione dei diplomatici e dalla battaglia in Siria per Ghouta-est, mentre si teneva un importante spettacolo di prestigiatori israeliani.

L’espulsione dei diplomatici ha sbalordito i russi. Per giorni sono andati in giro grattandosi la testa e cercando una risposta: cosa vogliono da noi? Dove vogliono arrivare? Troppi cose senza senso e non collegate tra loro. Perché l’amministrazione USA ha espulso 60 diplomatici russi? Vogliono rompere le relazioni diplomatiche, o è un primo passo verso un tentativo di far uscire la Russia dal Consiglio di Sicurezza, per cancellare il suo diritto di veto? Significa che gli USA stanno rinunciando alla diplomazia? (in quei momenti, la risposta “è la guerra” non era ancora passata per la loro mente).

I russi confusi hanno risposto bene. Hanno espulso anche loro 60 diplomatici, e ci hanno messo un carico sopra: tutti i diplomatici USA del dipartimento politico dell’ambasciata di Mosca erano nella lista dei non-grati. Il dipartimento politico era formato da tre sezioni, che si occupano di politica estera, politica interna russa e analisi militare; il centro più importante di raccolta di dati, di collegamento con i politici russi, di conseguenze militari, di Siria e Ucraina, di Corea del Nord e Cina: tutti gli ufficiali dell’intelligence, gente di prim’ordine e con le mani in pasta – sono tutti rientrati, compreso il loro ufficiale politico Christopher Robinson (POL ). I russi hanno espulso Maria Olson, nota portavoce dell’ambasciata, e l’interprete dell’Ambasciatore. Hanno chiuso il consolato di San Pietroburgo, un importante centro di collegamento, di influenza ed interazione con l’opposizione in questa “seconda capitale” della Russia. Gli Stati Uniti hanno perso molte persone che tenevano in mano Mosca, che conoscevano la Russia e che avevano sviluppato relazioni personali con gente importante. Ci vorrà un sacco di tempo e di sforzi per il Dipartimento di Stato e per le agenzie di intelligence per riprendersi le posizioni perse. Anche gli inglesi che hanno avviato le deportazioni hanno perso una cinquantina di persone dell’ambasciata di Mosca.

Sorprendentemente, la deportazione di massa di così tanti diplomatici russi ha fatto poca presa sul popolo russo, perché questa botta è stata neutralizzata da un altro evento doloroso, dal fuoco al Kemerovo Mall che ha ucciso 64 persone tra cui oltre 40 bambini. L’incendio, anche se non fosse stato un incendio doloso (non è stato ancora dimostrato) ha scatenato un folle assalto di notizie false e di troll su Internet contro il popolo della Russia. Un milione di ucraini sottosviluppati sono stati schierati dalla parte della guerra psicologica dell’occidente combattuta sul web, per dire ai russi che erano centinaia i bambini che erano rimasti bruciati e che le loro autorità mentivano. Questa operazione ha fatto comprendere quanto sia alto il livello di influenza e di integrazione delle agenzie di spionaggio occidentali in Russia.

Kemerovo è stata una buona scelta per questa operazione: si trova nell’unica regione di etnia-russa governata da un vecchio eroe locale sopravvissuto al passato, l’unica regione dove si è registrato un indecente (e irrealistico) sostegno a Putin nelle recenti elezioni, una zona deprimente con miniere e minatori ed un grande potenziale di problemi.

Putin ha gestito l’incidente piuttosto bene, venendo di persona e affrontando la situazione, prendendola di petto. Ha imparato le lezione nel 2000, quando, all’alba del suo primo mandato presidenziale, il sottomarino Kursk affondò con tutto il suo equipaggio. Putin restò lontano dalle famiglie dei marinai e fu insensibile, come disse la gente. “E’ affondato”, fu la risposta di Putin alla domanda “Cosa è successo al Kursk?” (Si dice che la USS Memphis abbia sparato un siluro al sottomarino, causando il disastro, ma il neo-presidente fu riluttante e non volle appesantire i rapporti con l’amministrazione Clinton) . Ora, nel 2018, è diventato molto bravo, pieno di empatia e di considerazione nel trasmettere forza e decisione.

Qualunque agenzia americana abbia realizzato la psyop  su Kemerovo, l’operazione ha avuto molto successo, ma questo successo ha minato un’altra operazione, quella dell’espulsione dei diplomatici russi. I russi si erano distratti pensando ai bambini bruciati.

La presunta ragione per le espulsioni, l’avvelenamento di Sergey Skripal e di sua figlia, non aveva molto senso. Anche se la vecchia spia avesse ancora dei sospesi con i suoi ex datori di lavoro, una reazione del genere sarebbe stata eccessiva in ogni caso. Non si tratto di un Napoleone (avvelenato dagli inglesi 200 anni fa), non è un principe di sangue nobile, non è un grande inventore e nemmeno una spia di successo. E’ una ex-spia in pensione, una spia sbiadita. Comunque lui non è morto, è solo malato, per un po’. Forse ha mangiato qualcosa che gli ha fatto male al pub. Questa è l’opinione di sua nipote, Victoria, che è l’unica persona viva che è stata in contatto con gli Skripal dopo il presunto ricovero in ospedale.

Questo affare è più oscuro della trama di un vecchio film di avventura. I giornalisti russi sono andati in giro per Salisbury e hanno notato molte incongruenze. Non è sicuro se gli Skripal siano stati avvelenati e dove si trovino. I loro animali domestici sono sopravvissuti al veleno mortale e poi sono stati distrutti.

Questo pezzo di umorismo nero  ha girato molto sulla rete russa :  Skripal è stato avvelenato da un veleno molto potente, 2 grammi ucciderebbero mezzo paese all’istante!     I russi:

– L’ hanno avvelenato al ristorante

– No, sulla panchina

– No, in macchina

– No, la maniglia della porta era avvelenata

– No, la valigia era avvelenata

– No, in casa tutto era avvelenato.

– Oh, era il grano che era avvelenato,

– Ma non sono morti all’istante, ma sono andati in giro da qualche parte per quattro ore,

– Ma il poliziotto che li ha scoperti è quasi morto sul colpo,

– Ma il veleno è stato identificato immediatamente,

– Ma hanno trovato subito un antidoto e Skripals e il poliziotto si sono salvati;

– Il poliziotto è stato dimesso il giorno dopo!

– Ma sono in coma e non si riprenderanno mai!

– Ma no, la figlia si è ripresa subito!

– Oh, e anche papà si è rianimato … un miracolo!

– e tutti e due si stanno riprendendo rapidamente, il veleno più potente non serve a niente.

– Il ristorante è stato circondato dalla polizia in tuta spaziale

– Il parco è stato circondato dalla polizia in tuta spaziale

– La casa è stata circondata dalla polizia in tuta spaziale

– Sono in tuta spaziale, perché il veleno è pericolosamente mortale, ma altri poliziotti, accanto a loro, sono senza nessuna tuta spaziale …

– La panchina è stata tagliata e rimossa: è un veleno così terribile che la panchina sarebbe rimasta tossica per due settimane;

– Ma il gatto è sopravvissuto nella casa avvelenata … mentre il poliziotto che aveva toccato Skripal è quasi era morto, e il gatto è sopravvissuto … e le cavie sono sopravvissute, ma se ne sono dimenticati tutti, e sono morte di fame in casa;

– e i loro resti sono stati immediatamente bruciati, perché avvelenati da un veleno fortissimo;

– Per due settimane le cavie sono state avvelenate da un veleno fortissimo e sono sopravvissute, e allora dovevano essere urgentemente cremate;

– Solo i porcellini d’India sono morti, il gatto è sopravvissuto a tutto questo veleno. Era stressato ed affamato, per questo lo hanno ucciso e cremato per star tranquilli che nessuno scoprirà il segreto ecc. ecc.

Il vero eroe della saga di Skripal è l’ex ambasciatore britannico  Craig Murray , che ha seguito gli sviluppi ed ha svelato molte incongruenze e menzogne. Si possono leggere i suoi articoli e i suoi tweet per i dettagli.

Julia Skripal ha fatto un passo ardito: ha chiamato sua cugina Viktoria a Mosca. La loro conversazione è un documento straordinario. Julia dice che lei e suo padre sono in buona salute; dubita che a Viktoria sia permesso andare a vederla. In effetti, il governo inglese ha rifiutato di concederle il visto. La sensazione è che Julia sia stata imprigionata.

Ho parlato con un ufficiale del controspionaggio russo in pensione che conosce l’argomento e mi ha detto che la Russia non ha mai avuto una sostanza tossica Novichok: questo è un nome, dato dal controspionaggio, all’A-232 per tracciare le fughe di quella sostanza. Ha funzionato: un uomo di nome Vil Mirzayanov,  amministratore dei laboratori chimici, ha fatto trapelare la storia del Novichok, e poi è stato preso e arrestato. L’A-232 fu prodotto in piccole quantità negli anni ’90, e qualche dose può essere stata rubata e venduta in quegli orribili anni, quando un colonnello dell’intelligence russa era costretto a fare il tassista di notte per integrare il suo misero salario mensile di $ 46. In quegli anni, effettivamente il veleno si poteva trovare e in qualche caso poteva essere usato da criminali. In teoria non è impossibile che parte di questo veleno possa essere stato conservato e riprodotto da qualche criminale; in alternativa si può dire che era a portata di mano per gli americani che smantellarono i laboratori nel 1992. Comunque non abbiamo prove non faziose che gli Skripals siano stati avvelenati da qualcosa. Se sopravvivono, se i servizi segreti inglesi e americani non li uccidono, forse ne sapremo di più. Possiamo sicuramente escludere la possibilità che agenti di stato russi se ne vadano in Gran Bretagna per avvelenare una vecchia spia che è già stata perdonata, anni fa,  dal presidente russo.

Anche se lavorasse nella produzione del file di Trump (“Golden Rain”) di Christopher Steele, i russi non avrebbero nessun motivo convincente per ucciderlo, e in aggiunta in un modo così strano. “Se dovessimo ucciderlo, lui resterebbe ucciso”, ha concluso il mio interlocutore.     

I dettagli del caso Skripal sono molto divertenti, ma non è necessario conoscerli bene. Il caso è stato usato per mettere nel cervello della gente una connessione tra avvelenamento chimico e Russia e questo non è giusto, perché i russi hanno distrutto tutti i loro veleni chimici sotto gli occhi degli ispettori dell’Organizzazione per la Proibizione delle Armi Chimiche (OPCW), ma la vita spesso è ingiusta.

La connessione tra avvelenamento chimico e Russia era stata preparata per il prossimo evento: Ghouta-Est era una posizione importante e ben radicata dei ribelli siriani. Essendo facilmente raggiungibile dal centro di Damasco, ha fornito ai ribelli la possibilità di prendere il potere nella capitale siriana. Mentre l’esercito siriano con l’appoggio iraniano e russo avanzava verso Ghouta-Ovest, hanno scoperto i piani dei ribelli per mettere in scena un attacco con  false armi chimiche, come avevano già fatto altre volte in passato. Il presidente Putin ha parlato di questa possibilità nella sua conferenza stampa congiunta (con il presidente Erdogan e il presidente Rouhani) ad Ankara la scorsa settimana, pochi giorni prima del presunto attacco.

L’attacco non c’è mai stato, ma è stato debitamente segnalato dai media filo-occidentali. Così il cerchio si è chiuso. Lo Skripal Affair ha stabilito il collegamento tra Russia e armi chimiche e Ghouta-ovest ha permesso di usare questa connessione per attaccare la Russia.

Non dobbiamo ignorare l’importanza di questi eventi mediatici. Le principali potenze occidentali e i loro media si sono rifiutati di prendere in considerazione qualsiasi altra spiegazione, hanno rifiutato di aprire un’ inchiesta, hanno mirato alla giugulare. La Russia è stata demonizzata nel 2018, come la Germania fu demonizzata nel 1940. È stato un lavoro lungo e attento. Date un’occhiata a questo sito theday.co.uk – è un sito per i bambini delle scuole e per i loro insegnanti. Sarete sorpresi nello scoprire un fervente odio, contro la Russia e contro Putin, che viene pompato nei cuori e nelle teste delle giovani generazioni. Una pianificazione così a lungo termine non può dipendere solo da un evento come l’avvelenamento di una ex-spia e nemmeno dalla caduta di una fortezza sotterranea in Siria.

Chi pianifica una guerra contro la Russia ha usato la paura dell’antisemitismo per scopi propri. Ho chiamato questo metodo Anti-semitism Weaponised . Jeremy Corbyn, il leader laburista, è stato fermato con l’accusa di antisemitismo. Era l’unico leader in grado di fermare la discesa della Gran Bretagna in guerra contro la Russia. Altri parlamentari laburisti e attivisti sono stati attaccati per presunto antisemitismo e – che coincidenza! – praticamente tutti erano contro la demonizzazione della Russia; mentre gli amici di Israele – conservatori o laburisti – erano fanatici-anti-russi.

Questa è una correlazione di cui parleremo in un altro momento, ma è tutt’altro che ovvia. In Russia non c’è antisemitismo; il presidente russo è amico di Israele e del potente movimento ebraico Chabad . La Russia non ha nazionalismo bianco, e c’è poco estremismo-di-destra. Tuttavia, questa correlazione esiste. Potremmo spiegarlo con l’odio per gli ebrei della Chiesa ortodossa, perché questa Chiesa (attiva in Russia, Grecia, Palestina e Siria) non è stata giudeizzata. Oppure potremmo preferire una spiegazione più semplice: gli ebrei sono ben integrati nelle élite occidentali e promuovono e sostengono gli obiettivi di queste élite.

Comunque, le persone che possono resistere alle accuse di antisemitismo sono i nemici più forti del potere costituito; sono contro la guerra contro la Russia e contro l’attacco alla Siria, come ha spiegato il quotidiano Haaretz in un articolo intitolato I Suprematisti Bianchi Difendono Assad, e Diffidano Trump: Non lasciare che Israele ci obblighi alla guerra con la Siria. Poi l’articolo continua: “L’estrema-destra definisce l’attacco chimico di sabato nel sobborgo di Damasco un’operazione False-Flag, e afferma che questo è un tentativo di Israele e dei ‘globalisti’ per mantenere truppe USA in Medio Oriente” e  cita David Duke e altri intoccabili come le uniche persone che obiettano su quello che racconta Israele.

Non essendo un suprematista bianco (probabilmente non ne ho i requisiti), apprezzo ancora questi uomini coraggiosi quando dicono e fanno la cosa giusta. Essere sensibili all’accusa di antisemitismo è una forte vulnerabilità del carattere. Benché persone come Corbyn abbiano il cuore al posto giusto, sono deboli su questo punto, e il nemico usa questa debolezza per neutralizzarle. Ci sono persone a sinistra che non hanno paura di nessuna accusa, ma non ci sono molti che resistono al metum Judaeorum.

Speriamo e preghiamo che sopravvivremo al cataclisma che verrà.

Israel Shamir 
[email protected]
Prima pubblicazione di questo articole su  The Unz Review.

Fonte: http://www.thetruthseeker.co.uk

Link_ http://www.thetruthseeker.co.uk/?p=168606

11 apr. 2018

Il testo di questo articolo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali, citando la fonte comedonchisciotte.org  e l’autore della traduzione Bosque Primario

 

Sorgente: I russi restano sbalorditi – Come Don Chisciotte – Controinformazione – Informazione alternativa

Siria, il capo del Pentagono Mattis ammette che non ci sono prove di un attacco chimico

Smentito anche il presidente francese Macron

Il capo del Pentagono James Mattis ha riconosciuto che gli Stati Uniti non possiedono prove dell’uso di cloro o sarin nel presunto attacco chimico nella città siriana di Duma. Secondo Mattis, le uniche prove del Pentagono secondo cui questo incidente è avvenuto provengono da resoconti dei media.

 

“Ci sono stati diversi attacchi di questo tipo, in molti casi, voi sapete che non abbiamo truppe, non siamo coinvolti nel terreno lì, quindi non posso dire che abbiamo avuto prove, anche se abbiamo raccolto molte indicazioni sui social media e sulle reti che il cloro o il sarin sono stati usati”, ha ammesso Mattis quando gli è stato chiesto in seno al Congresso del presunto attacco nella città siriana di Duma.

 

“Credo che l’attacco chimico abbia avuto luogo e stiamo aspettando prove basate su fatti”, ha detto il funzionario militare, riferendosi alla missione OPCW, che prevede di iniziare a lavorare sul terreno questo sabato.


La Domanda della senatrice democratica Niki Tsongas e la risposta di Mattis dal minuto 25;00 al minuto 30:32

Nonostante l’ammissione di Mattis c’è chi come il presidente francese Macron che soffia sul fuoco della guerra affermano di avere le prove dell’attacco chimico.

Peccato che queste prove al momento non siano state mostrate ma solo annunciate. 

Poi c’è anche chi come Andrea Romano del Partito Democratico che in diretta tv fa sfoggio di arroganza e ignoranza, arrivando a definire morto l’ex agente doppiogiochista Sergei Skripal, quando invece sarebbe stato vittima di un presunto avvelenamento. Il condizionale è d’obbligo visto che sulla sorte dell’ex spia russa al soldo dei britannici e di sua figlia Yulia è calato il silenzio più totale.

 

L’esponente del PD alla luce di non si sa quali evidenze in suo possesso afferma che il “macellaio” Assad ha compiuto una strage a Douma e quindi la Siria va sanzionata. In pratica chiede il bombardamento. Una posizione guerrafondaia che indigna a tal punto Carlo Freccero tanto da spingerlo a lasciare lo studio in aperta polemica con il dirigente dell’ex partito di maggioranza.

Notizia del:

Sorgente: Siria, il capo del Pentagono Mattis ammette che non ci sono prove di un attacco chimico

Siria, il fact checking dei video dell’ennesimo presunto “attacco chimico di Assad”. Stesse identiche incongruenze delle bufale precedenti

“Attenzione le immagini che seguono potrebbero urtare la vostra intelligenza”

“ATTENZIONE. LE IMMAGINI CHE SEGUONO POTREBBERO URTARE LA VOSTRA SENSIBILITA’” Forse, sarebbe stato più logico per Repubblica (che, come moltissimi altri siti mainstream, ha diffuso i due video) sostituire i termini “ la vostra sensibilità” con “la vostra intelligenza”, considerando che solo i gonzi potrebbero considerare reale questa messinscena (già preannunciata dalle autorità russe) finalizzata a spianare un ancora più sanguinario attacco da parte dell’Occidente per difendere i suoi “ribelli”, finalmente stanati da Douma come dal resto della Siria.

Ci riferiamo alla ennesima bufala dei “bombardamenti con il cloro” che sarebbero stati sferrati (non si sa perché) dall’aviazione siriana e russa contro “inermi civili” a Douma e che, secondo il farlocchissimo Osservatorio siriano per i diritti umani (prima sbugiardato da Repubblica, poi rivalutato d’imperio) avrebbe ucciso “nelle loro case” più di 100 civili.

Ma vediamo da vicino il primo di questi due video che ripropone le identiche incongruenze dei tanti altri video, inerenti attacchi chimici, prodotti dai “ribelli siriani” e presi come Vangelo dai media occidentali. (per una analisi di questi si veda la linkografia in calce all’articolo)

 

Mostra dei bambini, irrorati d’acqua, nessuno dei quali mostra i tipici segni di esposizione al cloro: tosse, bava alla bocca, occhi arrossati, convulsioni…; per di più, nessun bambino risulta svestito degli indumenti che presumibilmente indossava al momento dell’esposizione al” cloro” che, così, ha la possibilità di diffondersi nel locale chiuso. Pretende di rendere la scena credibile una massa di uomini che si agitano e urlano senza fare praticamente nulla (tranne un tizio che, chissà perché, passa uno straccio per terra) mentre delle madri (o dei genitori), che ci si aspetterebbe vedere accanto ai loro figli intossicati, non se ne vede traccia. Un ultimo appunto. Su chi possano essere questi bambini utilizzati (e spesso uccisi di proposito) per realizzare i video dei “ribelli” date una occhiata a questo video che analizza l’ormai famosa strage con il gas ad Idlib

 

E passiamo al secondo video postato da Repubblica.

 

Mostra, nella prima parte, dei tizi che corrono immersi in una nube di polvere (presumibilmente, proveniente da qualche palazzo colpito e crollato) che, secondo il giornalista che commenta, “rende evidente l’attacco chimico”. Nella seconda parte viene riproposto il primo video.

Vista la miseria di questa documentazione, i TG ora stanno rimpolpando i loro servizi sui “bombardamenti con il cloro a Douma” con una valanga di altri video, foto, “testimonianze” dichiarazioni di “esperti”… Spazzatura che sarà il caso analizzare insieme.

 

Continuate a seguirci

 

Francesco Santoianni

 

– – – –

Breve linkografia sulle analisi di presunti “bombardamenti con il gas” attuati in Siria

 

Cloro, si. Cloro no. I dilemmi di una Commissione di indagine ONU in Siria.

Goutha. Rapporto di ISTEAMS (International Support Team for Mussalaha in Syria)

I gas di Assad: ancora bufale per distruggere la Siria

Il cloro di Assad

Il video che smaschera la bufala di Idlib

L’ecumenica bufala del “Cloro di Assad”: da “Il Foglio” a “Il Fatto Quotidiano”

L’ennesima bufala dei “bombardamenti con il Cloro”

La nuova bufala del mainstream contro la Siria si chiama “bombardamenti al cloro”

Lo scandalo del Rapporto bufala dell’ONU sul “bombardamento con Sarin” a Khan Sheikhun.

Sarin in Siria. Complimenti, Médecins Sans Frontières!

Siria, armi chimiche e il doppio standard delle “indagini” Onu

Siria: il veleno nella coda. Il Rapporto degli ispettori ONU sui gas a Ghouta

 

Notizia del:

Sorgente: Siria, il fact checking dei video dell’ennesimo presunto “attacco chimico di Assad”. Stesse identiche incongruenze delle bufale precedenti

Siria, a Douma una messinscena dei White Elmets?

La Russia accusa l’ONG finanziata dagli Stati Uniti di aver organizzato una messinscena come già accaduto in passato

La Russia sostiene che l’attacco chimico segnalato in Siria domenica scorsa, in quel di Douma, sarebbe stato organizzato dai cosiddetti “white elmets“, una ONG finanziata dagli Stati Uniti e lodata dai media mainstream per il loro lavoro umanitario, mentre è sospettata di compiere dietro le quinte un certo tipo di lavoro tutt’altro che umanitario.

 

Ai microfoni di EuroNews, l’ambasciatore della Russia presso l’UE Vladimir Chizov, ha dichiarato: “Gli specialisti militari russi hanno visitato la regione, hanno camminato su quelle strade, sono entrati nelle case, hanno parlato con medici locali e visitato l’unico ospedale funzionante di Douma, compreso il suo seminterrato dove si è riferito che montagne di cadaveri si accumulano. Non c’era un solo cadavere e nemmeno una singola persona è entrata in terapia dopo l’attacco”.

A questo punto interviene il corrispondente di EuroNews Andrei Beketov che ribatte: “Ma li abbiamo visti sul video!”.

 

“Non c’è stato nessun attacco chimico a Douma, puro e semplice”, risponde Chizov. “Abbiamo visto un altro evento in messo in scena. Ci sono persone, appositamente addestrate – e puoi indovinare da chi – tra i cosiddetti White Helmets, che sono stati già colti in flagrante con video e messinscena”.

 

Sulla inaffidabilità dei White Elmets, a cui qualcuno in Italia ha addirittura dedicato il premio ‘persone dell’anno’, è intervenuto anche il Centro russo per la Riconciliazione Siriana: “Tutte le accuse portate dai White Helmets, così come le loro foto … che presumibilmente mostrano le vittime dell’attacco chimico, non sono altro che un ennesimo pezzo di notizie false e un tentativo di interrompere il cessate il fuoco”.

 

La stessa identica strategia già vista quando il governo siriano di concerto con i suoi alleati ha liberato la città di Aleppo.

Sorgente: Siria, a Douma una messinscena dei White Elmets?

E COSI’, GENTILONI CI HA PORTATO ALLA GUERRA. IMPUNITO.

l’aereo cisterna italiano che partecipa alla guerra.

Alle 17.33  del 10 aprile l’agenzia Al Sura ha  segnalato che  una cisterna volante italiana KC-767 è entrata in Giordania dallo spazio aereo dell’Arabia Saudita.   L’aereo, un Boeing,  farà il rifornimento in volo dei caccia occidentali  che lanceranno i missili contro la Siria.

Dunque il governo Gentiloni, scaduto e senza legittimità, ha portato l’Italia in guerra contro uno Stato che non ci ha mai  fatto nulla  di male, e contro cui non abbiamo nemmeno dichiarato guerra prima di aggredirlo.  Contro un capo di Stato, Hafez el Assad,  che il1 8 marzo 2010, il capo dello Stato – allora Giorgio Napolitano – ha decorato della Gran Croce  al merito della Repubblica, lodandolo come “esempio di laicità e difensore della libertà”.   Abituato alla menzogna senza vergogna.

Il governo scaduto ci mette anche in linea di ostilità  armata  contro la Russia, contro  la nostra nazione non ha alcun motivo di inimicizia, e contro cui abbiamo esercitato qualsiasi possibile offesa senza alcun motivo e  contro i nostri interessi,  ed anzi storica amicizia. Ci mette in guerra anche contro l’Iran, di cui – come”Europa” –     abbiamo garantito l’accordo sul nucleare, solo per rimangiarcelo appena Trump ha proclamato, su istigazione neocon, che avrebbe stracciato quel patto.

Altri hanno notato che un governo in carica per gli affari correnti, considera un affare corrente portarci in una guerra  fra potenze nucleari, senza alcun motivo fondato – se non sulla menzogna: “Dobbiamo dire chiaramente che l’uso di armi chimiche da parte del regime di Assad non può essere in alcun modo tollerato”.

Ovviamente va prima  provato, come  hanno ribattuto Salvini, Paolo Romani, Giorgia Meloni.

Il senatore Alberto Bagnai ha chiesto che il governo riferisca in aula nel suo primo intervento da eletto.

Anche Danilo Toninelli, capogruppo cinque stelle, ha chiesto anch’egli che Gentiloni riferisca in aula, ma asserendo che “a Duma si è consumata una strage terribile che segue altri attacchi chimici”.

Naturalmente le sinistre sono tutte con Trump (che hanno maledetto e schernito e  disprezzato odiati parossisticamente), ora che sta per bombardare. Loro, non hanno nessun dubbio che Assad ha tirato armi chimiche.  La senatrice capogruppo PD: “Nessuna attenuante per tale cieca violenza che ci ricorda le stragi nazifasciste della fine della seconda guerra mondiale”.  La retorica bolsa e senza argomenti, “stragi nazifasciste”…Dalla tomba di un partito morente, o dalla sua fogna, il  “reggente”, Maurizio Martina, ha avuto ancora  coraggio di  fare la sua delazione al Padrone americano: “Salvini vuole cambiare le alleanze internazionali del nostro Paese”.  Così si  fa notare dall’ambasciatore.

BOLDRINI

Boldrini pro-Trump. “Coprirsi bocca e naso contro uso gas in #Siria.Armi chimiche uccidono facendo soffocare persone nella propria saliva.A morire sono soprattutto bambini.Grazie a tutti coloro che con questo gesto simbolico dicono basta attacchi chimici.Inutile?Diffondere consapevolezza non lo è mai “

Ovviamente non poteva mancare di accodarsi all’aggressione americana di un piccolo eroico paese straziato, Laura Boldrini, schierandosi col carnefice perché lo crede più forte.

Certo nulla scuote la faccia tosta di un Gentiloni, che è stato segretario regionale del patito maoista Movimento Lavoratori per il Socialismo. Sperare che questi si vergognino, si giustifichino, men che meno si dimettano,  è vano. Né  le  procedure parlamentari hanno la capacità di punire uno che infrange tutte le norme della cosiddetta “democrazia” di cui si riempiono la bocca, e lui, loro, possono fregarsene. Se  il popolo italiano non si  rivolta,  questa violazione della leaglità e della legittimità non avrà conseguenze per il colpevole del più grave crimine politico cui assistiamo passivi.  Credono, come sempre, di cavarsela perché stanno dalla parte del più forte, del vincitore. Ma ricordiamo che stanno commettendo un (altro) crimine di guerra e contro l’umanità.  Pensano che piazzale Loreto sia capitato solo agli altri.

Ignoranza abissale, segnala l’arretramento  estremo dalla civiltà europea alla barbarie postmoderna.

Resta da segnalare l’ ambasciatrice britannica all’Onu che per attaccare ed insultare Mosca che chiedeva un’inchiesta indipendente sul presunto attacco chimico in Siria, ha ritorto: “Se la Russia viole, possiamo fare ricorso al tribunale penale internazionale contro i crimini di guerra”:  Ha voluto strafare nella sua lezioncina: “Karl Marx si  rivolterà nella tomba, a vedere cosa è diventato il suo paese, a difendere l’uso delle armi chimiche contro innocenti”.

Insomma un’esponente della diplomazia occidentale crede che Karl Marx fosse russo, fondatore della Federazione Russa, chissà.  L’abiezione  bassezza morale si unisce all’ignoranza abissale in questi attori del crimine politico del ventunesimo secolo. Nemmeno la cultura generale, hanno.  Da dove vengono, come sono selezionati,  lo  lascia capire  questa ambasciatrice.  E’ una testimonial dell’imbarbarimento e della decadenza più ridicola e mostruosa. Ecco fino a quale fondo  è degradata  la civiltà europea.

 

Sorgente: E COSI’, GENTILONI CI HA PORTATO ALLA GUERRA. IMPUNITO. – Blondet & Friends

Siamo già in guerra. Nel Mediterraneo…

Siamo già in guerra, qui, alle porte di casa. E paradossalmente non sorprende che soltanto la “classe politica italiana” di tutto si occupi, meno che di questo. E’ il segno della sua irrilevanza nel contesto europeo e Nato, dove ogni decisione può esser presa senza che il governo o il parlamento di questo paese possa neanche interloquire. O accorgersene.

Siamo in guerra, perché? Di sicuro non per il sempre più presunto “uso di armi chimiche” da parte di Assad. A dirlo non è solo la logica (nell’area di Douma erano rimasti asserragliati pochi gruppi legati all’Isis – teoricamente nemici dell’Occidente – e dunque era militarmente e politicamente insensato usare armi proibite per risolvere un problema ormai secondario), ma quello che è avvenuto ieri all’Onu, nel Consiglio di Sicurezza.

Gli Stati Uniti hanno presentato una risoluzione per creare un nuovo meccanismo per indagare sui presunti attacchi chimici di Douma. Con l’astensione di Cina e Bolivia e il veto russo, la risoluzione è stata respinta. Così come una risoluzione russa che chiedeva l’invio di truppe Onu nella zona, con il compito anche di verificare se l’uso di armi chimiche ci fosse stato davvero.

La cosa “strana” è che in Siria è già presente un gruppo di esperti dell’”Organizzazione delle Nazioni Unite per la prevenzione delle armi chimiche” (UN-OPCW). Ma questo gruppo non ha fin qui segnalato nulla a carico delle truppe di Assad.

Di fatto, gli Stati Uniti volevano poter scegliere un nuovo gruppo di “esperti”, garantendosi dei report sufficientemente ambigui da giustificare un attacco a un paese ai sensi del Capitolo VII della Carta Onu, che permette anche operazioni militari contro lo stato sottoposto a “capitolo VII”.

La copertura legale non è stata insomma ottenuta, al contrario di quando fu spedito Colin Powell a sventolare una boccetta che avrebbe dovuto contenere antrace (ed era falso), ma questo non ha fermato affatto i preparativi di guerra da parte degli Usa e degli alleati locali (Francia, Gran Bretagna, Arabia Saudita, Israele). Navi da guerra americane e francesi hanno preso a dirigersi verso la costa orientale del Mediterraneo e aerei di Mosca hanno sorvolato a bassa quota queste navi per far capire che il gioco sta diventando molto rischioso.

Una conferma indiretta ma chiarissima è arrivata anche da Eurocontrol, l’organizzazione europea per la sicurezza dei voli, che ha allertato tutte le compagnie aeree civili con voli sul Mediterraneo orientale per via di “possibili attacchi missilistici sulla Siria nelle prossime 72 ore”. In particolare, Eurocontrol ritiene probabili blackout sulle trasmissioni radio, provocati dagli aerei speciali Usa, che abitualmente usano questa tattica prima si bombardare, per incontrare una resistenza antiaerea meno efficace e coordinata.

Anche al livello delle cancellerie lo schema è ormai chiarissimo, con la Francia del finanziere Macron in prima fila: la Francia “annuncerà le sue decisioni nei prossimi giorni. In nessun caso le decisioni che prenderemo avrebbero tendenza a colpire alleati del regime o colpire chicchessia, ma saranno mirate alle capacità chimiche del regime“. Attacco militare sicuro, insomma, facendo attenzione a non bombardare iraniani e russi.

Il margine di rischio è però molto più ampio di quanto un cretino che crede ai militari può pensare. Da giorni i russi ricordano che sono legati da trattati di mutua assistenza col regime di Assad – che ha concesso in cambio le basi di Tartus e Latakia – e dunque che sarebbero costretti a reagire a un attacco, anche se mirato soltanto contro obiettivi governativi.

Specie se, come di deve dedurre da alcune frasi smozzicate pronunciate da addetti stampa e generali, tra gli obiettivi ci fosse lo stesso Assad (la difesa del cui palazzo è stata in questi giorni rafforzata con diverse batterie contraeree). L’ambasciatore di Mosca in Libano, per esempio, già una settimana fa aveva precisato che “saranno abbattuti i missili in arrivo e saranno prese di mira le piattaforme di lancio”. Tradotto: navi ed aerei – ed eventualmente basi israeliane – che dovessero partecipare all’attacco diventerebbero a loro volta obiettivi.

Una serie di minacce e contro-avvertimenti che disegna un’escalation apparentemente inarrestabile, con almeno cinque potenze nucleari coinvolte (Usa, Russia, Francia, Gran Bretagna, Israele) e diversi paesi produttori petroliferi nel raggio stretto del conflitto (la stessa Siria, Iran, Arabia Saudita ed emirati del Golfo).

Se ci fosse un “governo del mondo” avrebbe da tempo tirato il segnale d’allarme per frenare questo treno in corsa verso il baratro.

Ma non c’è.

Al vertice della superpotenza Usa, invece, c’è una baraonda incontrollata, con il presidente Trump sotto inchiesta giudiziaria, supportato da uno staff di generali e “falchi” in preda a delirio di onnipotenza. Ovvero, che non si rende conto – o non accetta – di non essere più nella posizione di forza conquistata negli anni ’90, quando non era rimasto nessun antagonista di pari livello militare con gli Usa e dunque si poteva decidere qualsiasi cosa nella certezza di non trovare opposizione, ma solo complici servizievoli.

Nell’ordine. Trump medita di “licenziare” il superprocuratore Muller, che sta indagando sul cosiddetto Russiagate (l’ipotesi è che lo stesso Trump si sia fatto “aiutare” da Mosca nella sua corsa alla presidenza Usa; quasi una barzelletta, nel quadro attuale) e che solo due giorni fa ha inviato l’Fbi a perquisire lo studio e l’abitazione del suo avvocato, Michael Cohen, sequestrando materiale comprovante – invece o anche – il versamento di centinaia di migliaia di dollari a una pornostar e una “coniglietta” di Playboy perché tacessero sui loro rapporti con il non ancora presidente.

Un misto di colpi bassi istituzionali – è come se Craxi o Andreotti avessero voluto licenziare il pool di “mani pulite” o la procura antimafia di Palermo, quando indagavano su di loro – storielle scollacciate, interessi individuali o di gruppo che farebbero ridere, se non avvenissero dentro e intorno alla Casa Bianca. Dunque dentro o intorno alla valigetta dei “bottoni” che scatenano la guerra.

E in effetti sono molti gli analisti che avvertono del rischio che un presidente accerchiato e ridicolizzato possa scegliere la via breve della guerra per sollevare uno scontatissimo “afflato patriottico”, tale da mettere la sordina, almeno temporaneamente, a critiche ed inchieste.

Una tentazione che i peggiori alleati possibili – Netanyahu e i sauditi, per obiettivi diversi ma tatticamente convergenti – solleticano apertamente.

Ma tutto questo è analisi. Le cose stanno già precipitando, se non interverrà qualche interesse decisamente superiore (un crollo monstre dei mercati finanziari o qualcosa di potenza equivalente) a fermare una discesa verso decisioni da cui non si può può più tornare indietro.


La guerra americana in Siria? Sarà il disastro definitivo dell’Occidente in Medio Oriente

Pressato da sauditi e Pentagono molto più che dalle armi chimiche, Trump minaccia l’intervento. Ora ha due opzioni: o raid limitati o una (rischiosa) operazione su larga scala. Ma più che una nuova guerra servirebbe capire i problemi del Medio Oriente

Alberto Negri – L’Inkiesta

C’è una sorta di “cupio dissolvi” nella guerra siriana.

Gli Stati Uniti minacciano un intervento pochi giorni dopo che lo stesso presidente americano Donald Trump aveva annunciato che si sarebbe ritirato al più presto dalla Siria “lasciando che altri se la sbrigassero”. Non solo. Trump aveva risposto sardonicamente al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman – il maggiore cliente di armi Usa – che gli aveva chiesto di colpire Assad: «Se i sauditi ci tengono tanto a far cadere il regime che se la paghino loro questa guerra».

Poi, qualche giorno fa, è entrato in campo Israele che ha bombardato una base militare in Siria facendo vittime tra consiglieri militari iraniani. Israele, gratificato dalla dichiarazione Usa di Gerusalemme capitale, per gli Usa di Trump è il vero poliziotto della regione, quello che indica chi e cosa bisogna colpire: il parere dello stato ebraico e quello dei generali del Pentagono, spaventati da un confuso ritiro dalla Siria, ha contato quanto e di più dei morti a Douma, uccisi da presunte armi chimiche sui cui mancano prove concrete e indipendenti.

Trump ha due opzioni se imbocca la strada militare. Una è compiere raid limitati, come già fece un anno fa in un contesto simile lanciando 59 missili su una base siriana. L’altra è quella di colpire le difese siriane a fondo e anche l’aviazione di Assad con un intervento su larga scala che però rischia di incappare in fatali “incidenti” militari o di trasformarsi uno scontro diretto con Mosca, che ha già annunciato di dovere appoggiare il regime di Damasco in base agli accordi militari che hanno concesso ai russi basi aeree e navali per alcuni decenni.

L’aspetto più sconcertante di questo atteggiamento americano è che in Siria gli Usa non sono intervenuti neppure per proteggere i loro alleati curdi siriani colpiti dall’avanzata della Turchia che li ha cacciati da Afrin facendo 200 morti: eppure i curdi sono stati impiegati dagli Usa per combattere il Califfato e conquistare Raqqa, un tempo capitale di Al Baghadi e dell’Isis. Gli Usa hanno sul campo oltre duemila soldati schierati sulla prima linea curda di Manbij: non solo non hanno mosso un dito ma Trump ha anche congelato 200milioni di dollari di aiuti ai curdi siriani.

Gli Stati Uniti mandano messaggi assai ambigui, se non peggio, devastanti e destabilizzanti. Fermo restando che appare improbabile che Assad abbia usato armi chimiche in un’area dove ormai i ribelli delle forze jihadiste di Jaish Al Islam avevano raggiunto un accordo con Damasco per ritirarsi, emerge con sempre maggiore chiarezza la dipendenza di Washington dai suoi rapporti con Israele e con l’Arabia Saudita, che tra l’altro ha sostenuto a piene mani, cioè finanziandoli, i jihadisti anti-regime. In realtà sin dal 2011 il vero scopo della guerra per procura in Siria è l’Iran, il maggiore e storico alleato di Damasco. Questo è il primo obiettivo di israeliani e sauditi. Israele vuole spezzare la continuità della Mezzaluna sciita, l’asse Teheran-Baghdad-Damasco-Hezbollah, proprio perché la guerriglia sciita libanese rappresenta l’insidia maggiore per il governo di Tel Aviv.

I sauditi si confrontano da sempre nel Golfo con l’Iran e adesso non riescono a vincere la guerra in Yemen, nel cortile di casa, contro i ribelli Houthi sciiti, nonostante bombardamenti a tappeto sui civili che in Occidente nessuno prende in considerazione. Ma chi ha il coraggio di protestare contro i sauditi, maggiori acquirenti di armi occidentali e investitori di primo piano?

Non ci vuole uno stratega per immaginare che i gruppi jihadisti, appoggiati da Riad, stiano tentando in ogni modo di trascinare gli Stati Uniti sul campo di battaglia siriano.

In questo quadro rientra il gioco della geopolitica regionale che ha visto l’Occidente “perdere” la Turchia. Se è vero che adesso Erdogan usa le stesse parole di Trump contro Assad, non si può certo ignorare che la Turchia, membro storico della Nato, è venuto a patti con Mosca e Teheran, cioè i due nemici dell’Alleanza Atlantica. Questo ha sancito il recente vertice di Ankara. In poche parole a Washington e alla Nato sanno che hanno perso, per il momento, la partita siriana: per avere la rivincita forse più che una nuova guerra servirebbe una maggiore intelligenza e comprensione dei problemi del Medio Oriente. Ma non si può pretendere tanto da una superpotenza che già con la guerra in Iraq nel 2003 e poi con quella in Libia del 2011, con la complicità decisiva della Francia, ha gettato il Mediterraneo “allargato” nel caos.

 

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La propaganda che avvicina la guerra in Siria: il cloro e il ruolo degli “esperti” megafono dei jihadisti

La parola agli “Esperti”.

E tra gli innumerevoli video e foto che i “ribelli siriani” stanno inviando ai media mainstream per “documentare” l’attacco con il cloro sferrato da Assad, concentriamoci su quanto attestato sul profilo Twitter di Ahmet S. Yayla, Professore Associato di Criminologia alla “prestigiosa” Georgetown University (uno dei principali think tank della CIA), Former Counterterrorism Police Chief e autore di celebrati libri. Non c’è da meravigliarsi, quindi, che con questi altisonanti titoli, la bufala della bomba al cloro sul letto stia troneggiando su tutti i media.

 

A documentarla, una serie di foto e un video. 

Tralasciando il tizio bardato con la maschera antigas, tanto per fare scena, concentriamoci sulla “bomba”. Intanto, come avrebbe fatto a spappolare il soffitto in cemento armato senza neanche ammaccarsi. E perché mai sta, non già sulla verticale del foro nel soffitto, ma ad un paio di metri sul letto? Ma si tratta davvero di una bomba? Perché mai dovrebbe essere dotata di una valvola che ospita l’alloggiamento per una manopola? In realtà è una bombola da autorespiratore rivestita di ferraglia. Una sbracata bufala in confronto alla quale (e qui faccio mie le parole di Ugo Maisto che me l’ha segnalata) i realizzatori della bufala di Timisoara appaiono come i curatori degli effetti speciali di Guerre Stellari.


Ma, visto che ci siamo, due parole sul cloro che sarebbe stato usato dall’aviazione siriana o russa.

Chi mai userebbe oggi cloro per un attacco chimico, quando, oggi, miscelando sostanze comunemente in commercio si riescono ad ottenere gas con effetti spaventosi? Certo, spulciando negli archivi si trova pure qualcuno che si industria con il cloro (che, rispetto ad altre sostanze, velenose ha una letalità relativamente modesta) per i suoi attacchi terroristici. Ma si tratta, di scalcagnate organizzazioni terroristiche, non certo di stati o di eserciti moderni. Perché mai l’aviazione siriana o russa dovrebbe utilizzare ordigni così primitivi? A pensarci bene questa storia del cloro usato da Assad fa da contraltare ad un’altra bufala: quella dei “barili carichi di esplosivo e chiodi”, che andava per la maggiore qualche anno fa. Lo scopo è sempre lo stesso: presentare Assad che pure ha spiazzato l’Occidente consegnando tutto il suo arsenale di armi chimiche (abominevoli gas nervini, altro che cloro!) come un terrorista che continua a costruire di nascosto “ordigni artigianali”, e per questo ancora più “efferati” agli occhi dell’opinione pubblica. Una minaccia che fa da pendant con i sempre più numerosi attentati “artigianali” che stanno terrorizzando l’opinione pubblica europea. È la teoria di Goebbels: trasformare il nemico in una minaccia per la popolazione. Che approverà così qualunque cosa. Anche una guerra.

 

Francesco Santoianni

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Bombe sulla Siria. Israele, stato terrorista che con gli Usa avvicina la guerra mondiale

Solo Israele può bombardare una base militare di uno stato sovrano confinante e farla franca. E, prima delle bombe contro la Siria, ci sono state le stragi di manifestanti palestinesi, anche queste totalmente impunite. Israele è esente da qualsiasi legge e principio sui diritti umani.

L’Israele di Netanyahu è il primo stato terrorista, il più pericoloso stato canaglia mondiale. Perché con le sue armi atomiche e con il suo porsi al di sopra di qualsiasi regola si è impadronito del bottone con il quale si può scatenare la terza guerra mondiale.

Quel pulsante lo ha in condominio con il suo primo protettore, gli USA di Trump. Che ora puntualmente si inventano un attacco chimico del governo siriano contro i ribelli un fuga. Una montatura ridicola, se non altro perché non si capisce in base a quale scelta autolesionista il governo siriano dovrebbe usare i gas DOPO aver vinto la guerra.

Chi ha prodotto questa fakenews deve essere il fratello scemo degli imbroglioni londinesi del gas nervino. Ma nonostante questo, ora Trump minaccia rappresaglie ed soliti servi europei, guidati da Macron, gli vanno dietro.

Attenzione, perché quando uno Stato si considera al di sopra di qualsiasi legge e un altro usa qualsiasi balla pur di mostrare i muscoli, prima o poi il patatrac può succedere. Bisogna svegliare la nostra opinione pubblica addormentata e rincitrullita dallo scontro sul nulla dei principali leader politici. Che su questo precipitare della crisi internazionale tacciono tutti.

Ehi avete capito che ci avviciniamo sempre più alla guerra?

I governi terroristi di Israele e degli USA sono un pericolo terribile per tutti noi e vanno fermati nel nome del futuro dell’umanità.

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Le forze israeliane hanno ucciso circa 2 mila minorenni palestinesi dall’inizio della 2ª Intifada

MEMO e Anadolu. Le forze d’occupazione israeliane hanno ucciso circa 2 mila minorenni palestinesi dall’inizio della 2ª Intifada (al-Aqsa), nel settembre del 2000. I dati sono stati forniti Defense of Children International.
In media, ciò significa che un minorenne palestinese è stato ucciso da un israeliano in divisa ogni tre giorni, negli ultimi 18 anni. È una statistica scioccante.
Ayed Qtish, direttore dell’ONG Palestine Branch, ha anche dichiarato ad Anadolu che gli israeliani arrestano ed imprigionano circa 700 minorenni palestinesi ogni anno, e che le forze di sicurezza dell’occupazione li hanno portato davanti a simulazioni di tribunali, maltrattandoli al fine di estrarre loro alcune “confessioni”.
L’ultimo rapporto del gruppo per i diritti umani ha affermato che le autorità d’occupazione hanno arrestato oltre 14 mila ragazzini palestinesi dall’inizio della Seconda Intifada, di cui 350 sono ancora detenuti in carcere.
Il rapporto di Defence of Children International è stato pubblicato in occasione della Giornata internazionale dei bambini palestinesi, il 5 aprile scorso.
Traduzione per InfoPal di F.H.L.

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“Uccideteli tutti”: manifestazioni a Tel Aviv a sostegno del genocidio dei Palestinesi

Mintpressnews.com. Di  Whitney WebbI massicci raduni e le campagne su Facebook che invocano il genocidio dei Palestinesi vengono ignorati dai media mainstream occidentali e da Facebook stesso, nonostante la preoccupazione e le collaborazioni volte a fermare gli “appelli alla violenza”.
Dallo scorso ottobre, il governo israeliano ha accusato i Palestinesi e i loro alleati di “incitamento alla violenza” contro gli Israeliani, sebbene solo 34 Israeliani siano morti in quel periodo rispetto ai 230 palestinesi. L’aumento della violenza è stato attribuito a un’invasione israeliana condannata a livello internazionale delle terre palestinesi nella contesa Cisgiordania.
La preoccupazione del governo israeliano per le recenti violenze lo ha portato ad arrestare i Palestinesi per i contenuti pubblicati nei social media, poiché porterebbero potenzialmente a crimini. Quest’anno sono stati arrestati 145 palestinesi per “crimini” di “incitamento” sui social media. Questa pratica alla fine ha condotto il governo israeliano e Facebook a collaborare, e lo sforzo per frenare l’incitamento nei social media ha significato al blocco di diversi account Facebook di giornalisti e agenzie stampa palestinesi.
Tuttavia, i social media, così come i principali media occidentali, non hanno condannato l”‘incitamento” israeliano contro i Palestinesi, la cui pratica è sorprendentemente comune, considerata la scarsa o nessuna attenzione che riceve. Spesso questi post, immagini e manifestazioni anti-palestinesi sono pieni di richieste di genocidio, con grida di “Morte a tutta la nazione araba” e “Uccidili tutti”.
Persino il Times of Israel ha pubblicato un articolo su “Quando il genocidio è ammissibile” in riferimento al trattamento riservato da Israele ai Palestinesi. Sebbene alla fine il post sia stato rimosso, indica una mentalità fin troppo comune e pericolosa che i social media, il governo israeliano e i media occidentali “convenientemente” ignorano.
Un’agenzia di stampa israeliana ha perfino messo alla prova l’allora sospetto trattamento preferenziale e ha scoperto che Facebook e le autorità israeliane trattano in maniera differente le richieste di vendetta da parte di Palestinesi e Israeliani.
Anche i grandi raduni che chiedono il genocidio palestinese sono stati ignorati interamente dai social media e da quelli delle corporation. All’inizio di quest’anno, a Tel Aviv si è tenuta una massiccia  manifestazione anti-palestinese in cui a migliaia hanno chiesto la morte di tutti gli Arabi. La manifestazione è stata organizzata per sostenere un soldato israeliano che ha ucciso un Palestinese già ferito sparandogli alla testa in una “esecuzione”.
Il soldato Elor Azaria è stato accusato di omicidio colposo per un’uccisione in territorio sovrano palestinese nella città di Hebron.
A Hebron vi è un insediamento ebraico illegale, ma nonostante la sua illegalità è protetto dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF). Ciò ha portato a frequenti scontri tra israeliani e palestinesi nell’area.
Alla manifestazione di Tel-Aviv hanno partecipato circa 2.000 persone e diverse icone pop israeliane hanno intrattenuto i partecipanti, tra cui Maor Edri, Moshik Afia e Amos Elgali, insieme al rapper Subliminal. I canti di “Elor [il soldato] è un eroe” e gli appelli per liberarlo erano frequenti. Una donna è stata fotografata con un cartello con la scritta “Uccidili tutti”.
Un giornalista ebreo presente sulla scena ha osservato che sembrava “più di qualsiasi altra cosa, una celebrazione dell’omicidio”. Nonostante l’evidente animosità e l’incitamento resi evidenti durante il raduno, non è difficile immaginare quale sarebbe stata la risposta se si fosse trattato di una manifestazione pro-palestinese con la richiesta di morte diretta agli ebrei. Il netto divario tra ciò che è ammissibile per i Palestinesi e ciò che è permesso  agli Israeliani dovrebbe riguardarci tutti come il fatto che il diffuso pregiudizio dei social media, della stampa e molti governi minacciano di renderci ciechi dalle realtà del conflitto israelo-palestinese.
Traduzione per InfoPal di Bushra Al Said

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“Mi vergogno di essere israeliano”. Sospeso conduttore radiofonico per aver criticato la mattanza di Gaza

Mi vergogno di essere israeliano. Sospeso conduttore radiofonico per aver criticato la mattanza di Gaza

Il principale annunciatore radiofonico della radio dell’esercito israeliano, Kobi Meidan, è stato sospeso dal suo incarico dopo aver affermato di essersi vergognato di essere israeliano e per aver criticato duramente il massacro di 17 palestinesi nella Striscia di Gaza durante la lunga marcia del ritorno, protesta svoltasi nell’ambito della Giornata della Terra della Palestina.

“Oggi mi vergogno di essere un israeliano”, ha scritto Kobi Meidan, principale conduttore della Radio militare di Israele sul suo social account Facebook.

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fpermalink.php%3Fstory_fbid%3D10156328514168308%26id%3D632273307&width=500

Secondo il quotidiano israeliano ‘Haaretz‘, dopo questo commento, il capo della radio israeliana, Shimon Elkabetz, ha annunciato che Meidan non dovrebbe più lavorare lì, anche se non è ancora chiaro se la sua sospensione sia temporanea o permanente.

Il commento di Kobi Meidan ha provocato, inoltre, la reazione del ministro degli affari militari di Israele, Avigdor Lieberman.

“Questo ho detto alla radio israeliana che gli avrebbe procurato “imbarazzato per avere un tale annunciatore su una stazione radio militare”. “Se (Meidan) si vergogna, lui stesso deve trarre conclusioni e lasciare la stazione”, ha aggiunto Lieberman.

Poco tempo dopo che il capo dell’opposizione, il laburista Avi Gabay, si è schierato a difesa di Meidan tramite il suo account Twitter, notando che “Lieberman è un ministro della difesa e non può assegnare agli annunciatori radiofonici dell’esercito”.

“Sono molto orgoglioso di essere un israeliano, ma sono totalmente contrario a licenziare le persone per motivi di libertà di espressione”, ha scritto.

Fonte: Haaretz
Notizia del:

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Grande Marcia per il Ritorno, padre Musallam: USA e Israele sono i veri terroristi

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Gaza – PIC. Manuel Musallam, sacerdote della Chiesa romana di Gaza e membro dell’Organizzazione islamo-cristiana, ha dichiarato: “Il popolo palestinese perderà il suo diritto al ritorno se resta in silenzio e non resiste per recuperare i suoi diritti”.

Nell’intervista realizzata da PIC, Musallam ha sottolineato che la Grande Marcia per il Ritorno è un messaggio forte rivolto a Donald Trump: “Da 70 anni il popolo palestinese è in rivolta e continua a lottare per i suoi diritti”, ha dichiarato, ricordando che chi non resiste perderà il suo diritto al ritorno.

Musallam ha spiegato che incoraggia le persone che vanno alla frontiera con l’obiettivo di far ritorno nel loro Paese, dal quale furono espulsi dai sionisti. Ha inoltre lanciato un messaggio ai partecipanti alla Marcia: “Alzate le vostre mani verso Gerusalemme e dite ‘oh Gerusalemme, siamo i tuoi figli e ti offriamo tutte le nostre forze, il nostro spirito e i nostri sacrifici affinché tu sia liberata. Siamo determinati nel proteggerti e nel restituirti il tuo aspetto storico sacro perché noi siamo gli autoctoni”, riaffermando l’importanza del ritorno di ogni rifugiato alla sua terra da dove lui o i suoi antenati furono espulsi.

“Israele e l’America dovrebbero avere paura del sangue versato. Noi non resteremo schiavi perché non hanno umanità”, ha aggiunto.

Ha respinto ogni concessione a scapito dei diritti dei palestinesi, ripetendo “chi vuole diventare un asino in Israele, potrà farlo e dovrà sopportare tutti i fardelli dell’umiliazione, mentre gli uomini liberi combattono e non rinunciano mai a una singola briciola della loro patria. Israele non ha alcuna legittimità sui nostri Territori occupati”.

Musallam ha descritto Trump e Israele come dei terroristi: “Chi manipola il diritto internazionale, non lo rispetta e lo viola è il vero terrorista, nel verso senso della parola”.

Traduzione per InfoPal di Chiara Parisi

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Israele ha ricevuto poche critiche per le morti palestinesi

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Di Patrick Cockburn

8 aprile  2018

Questo venerdì migliaia di dimostranti sono ritornati al confine e hanno dato fuoco a grossi mucchi di pneumatici per produrre una cortina fumogena nera che speravano li avrebbe nascosti ai cecchini israeliani. Il ministro della sanità di Gaza ha detto che sono state uccise 5 persone e che 1070 sono state ferite , comprese 293 uccise da munizioni vere.

I dimostranti sanno che cosa aspettarsi. Un video girato il primo giorno della manifestazione mostra un dimostrante che viene colpito alla schiena da un cecchino israeliano mentre si allontana dalla recinzione che separa Gaza da Israele. In un altro

filmato, dei Palestinesi vengono uccisi o feriti mentre pregano, camminano senza nulla in mano verso la recinzione del confine, o semplicemente reggono una bandiera palestinese. Tutti quelli che arrivano a una distanza di circa 275 m., sono etichettati come “istigatori” dall’esercito israeliano, i cui soldati hanno l’ordine di sparare contro di loro.

Nulla è stato  compiuto senza controllo: ogni cosa è stata precisa e misurata, e sappiamo dove è caduta ogni pallottola,” si dichiarava in un tweet delle forze armate israeliane il giorno dopo gli scontri del 30 marzo, all’inizio dei 45 giorni di quella che i palestinesi chiamano la “Grande Marcia del Ritorno” alle case che avevano a Israele 70 anni fa. Il tweet è stato cancellato subito dopo forse perché era venuto fuori il filmato di un dimostrante che veniva colpito alle spalle.

La  portata completa delle  vittime nel  primo giorno delle proteste, una settimana fa, è  impressionante : 16 persone uccise e 1415 ferite, delle quali 758 sono state colpite da munizioni vere, secondo i funzionari della sanità di Gaza. Queste cifre sono contestate da Israele che dice che i feriti ammontavano soltanto a poche dozzine. L’Osservatorio per i Diritti Umani ha però parlato con i medici dell’Ospedale Shifa a Gaza City che ha detto che avevano curato 294 dimostranti feriti, soprattutto “con ferite agli arti inferiori causate da munizioni vere.

Immaginate per un momento che non fossero due milioni di Palestinesi a Gaza che per lo più sono profughi del 1948, ma i 6 milioni di profughi siriani in Turchia, Libano e Giordania che avessero organizzato una marcia per tornare nelle loro case che avevano perduto in Siria fin dal 2011. Supponete che, mentre si avvicinavano al confine siriano venissero colpiti dal fuoco dell’esercito siriano e che centinaia di loro venissero uccisi o feriti. La Siria avrebbe certamente dichiarato che i dimostranti erano armati e pericolosi, anche se questo sarebbe stato contradetto dall’assenza di vittime tra i militari siriani.

Il grido di protesta internazionale contro il sanguinario regime siriano lanciato da Washington, Londra, Parigi e Berlino  sarebbe risuonato in tutto il mondo. Boris Johnson avrebbe denunciato Assad per essere un macellaio e Nikki Haley, l’ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU avrebbe tenuto in mano foto dei morti e dei moribondi di fronte al Consiglio di Sicurezza.

Naturalmente, Israele avrebbe negato furiosamente che ci fosse qualsiasi parallelo tra le due situazioni. Il portavoce del suo governo, David Keyes, ha rimproverato la CNN per avere usato la parola “protesta” , quando “ciò che è realmente accaduto è che Hamas ha progettato un evento con il quale volevano che migliaia di persone sciamassero a Israele, schiacciassero Israele e commettessero azioni terroristiche, In effetti, abbiamo catturato delle immagini di persone che sparavano, che piazzavano bombe, che sparavano razzi.”

In realtà non è mai venuta fuori nessuna fotografia di questi dimostranti presumibilmente bene armati. Quattro giorni dopo, però, l’Osservatorio per i Diritti Umani ha pubblicato un rapporto intitolato: illegali uccisioni a Gaza, illegali e calcolate. Funzionari israeliani –  Luce verde all’Uccisione di Dimostranti Disarmati, in cui si diceva che “non poteva trovare alcuna prova che qualche dimostrante usava armi da fuoco”. Aggiungeva che era venuto fuori che il filmato pubblicato dall’esercito israeliano che mostrava due uomini che sparavano a soldati israeliani non era stato girato durante la protesta.

I ministri israeliani sono imperturbabili di fronte al fatto che vengano screditate le affermazioni che i dimostranti costituiscono una minaccia militare per Israele. Il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman ha detto che i soldati israeliani avevano tenuto lontani gli agenti del ramo militare di Hamas abilmente e risolutamente… Hanno il mio appoggio completo.” La politica del ‘fuoco a volontà’ sta continuano come prima e il risultato è che l’organizzazione israeliana per i diritti umani, B’Tselem, ha lanciato una campagna che si chiama “Mi spiace,  comandante, non posso sparare” che incoraggia i soldati a rifiutarsi di sparare a civili disarmati per il motivo che è un’azione illegale.

Perché l’aumento delle proteste israeliane arriva adesso e perché Israele reagisce così violentemente? Non c’è nulla di nuovo nelle dimostrazioni palestinesi per la perdita della loro terra e per la reazione militare aggressiva di Israele. Ci possono, però, essere motivi particolari per cui uno scontro accade adesso, come per esempio, la rabbia dei palestinesi per la decisione presa in dicembre dal Presidente Trump, di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele e per lo spostamento dell’ambasciata degli Stati Uniti da Tel Aviv a Gerusalemme. Questo ha pubblicizzato l’appoggio incondizionato di Washington alla posizione israeliana  e il

disprezzo degli Stati Uniti per i Palestinesi e per qualsiasi residua speranza che questi potrebbero dover ottenere almeno qualche concessione con l’aiuto degli Stati Uniti.

La stampa israeliana ha riferito che il forte appoggio da parte dell’amministrazione Trump è stato un ulteriore motivo per cui il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu pensa che una cattiva pubblicità per le sparatorie a Gaza non danneggeranno la posizione di Israele negli Stati Uniti. In passato, controversie sui massacri di Palestinesi o di Libanesi compiuti di Israele, ha talvolta provocato una reazione negativa degli Stati Uniti che ha limitato l’uso della forza da parte di Israele.

Finora Israele affrontato poche critiche da media internazionali che non sono interessati alla storia di Gaza, oppure sono contenti di essere d’accordo con l’interpretazione degli eventi che fa Israele. Il vocabolario usato dagli organi di stampa è spesso rivelatore: per esempio, il sito web della BBC il 31 marzo aveva un titolo che diceva: “Confine tra Gaza e Israele: scontri provocano la morte di 16 Palestinesi e il ferimento di centinaia”. La parola “scontri” implica il combattimento tra due gruppi in grado di combattersi, anche se, come dice l’Osservatorio per i Diritti Umani, i dimostranti non pongono alcuna minaccia a una macchina militare israeliana che ha un potere assoluto – un argomento rafforzato dal fatto che tutti i morti e i feriti sono palestinesi.

Probabilmente gli Israeliani stanno valutando male l’impatto dell’uso eccessivo della forza sull’opinione: nell’età dell’ wifi e di internet, le immagini esplicite delle vittime di violenze vengono trasmesse immediatamente al mondo, spesso con un effetto devastante. Come in Siria e in Iraq, il prezzo politico dell’assedio o del blocco di zone urbane come Gaza o la Ghouta Orientale sta aumentando perché è impossibile che impedire che le informazioni sulle sofferenze di coloro intrappolati dentro queste enclave diventino pubbliche, anche se questo potrebbe non avere alcun impatto sul corso degli eventi.

Contrariamente alle dichiarazioni di Keyes, ‘idea di una dimostrazione di massa contro la recinzione   sembra essere emersa per la prima volta sui media sociali a Gazam ed è soltanto in seguito adottata da Hamas. E’ l’unica strategia che probabilmente mostra dei risultati per i Palestinesi perché non hanno alcuna opzione militare, né alleati potenti, e la loro leadership è moribonda e corrotta. Hanno però i numeri: un recente rapporto al parlamento israeliano dice che ci sono grosso modo 6,5 milioni arabi palestinesi che e un uguale numero di cittadini ebrei in Israele e in Cisgiordania, senza contare quelli a Gerusalemme Est e a Gaza. Di solito Israele ha avuto maggiore difficoltà a trattare con movimenti di massa come quelli non violenti per i diritti civili tra i Palestinesi, rispetto a quella avuta a combattere le insorgenze armate.

Keyes sostiene che le dimostrazioni sono organizzate da Hamas, ma, anche in questo caso, si sbaglia su un punto importante, perché i testimoni sul posto dicono che l’impulso per le proteste arriva da gruppi non politici e da individui. Esprimono la frustrazione con i leader palestinesi falliti, divisi ed egoisti, sia di Hamas che di Fatah. L’aspetto più pericoloso della situazione nei termini del suo potenziale di violenza, potrebbe essere che nessuno è realmente responsabile.

Nella foto: | Gaza: i dimostranti  palestinesi bruciano centinaia di pneumatici,

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: https://zcomm.org/znetarticle/israel-has-faced-little-criticism-over-palestinian-deaths/

Originale: The Independent

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0

What happened at emergency UN session on Syria

Russian Ambassador to the UN Vassily Nebenzia speaks during the United Nations Security Council meeting on threats to international peace and security and the situation in the Middle East April 9, 2018 in New York. (Photo by AFP)

Russia has said that it has warned the US of “grave repercussions” if it attacks Syria over claims of a chemical weapons attack.

“There was no chemical weapons attack,” said Russian UN Ambassador Vassily Nebenzia during a UN Security Council meeting held on Monday.

“Through the relevant channels we already conveyed to the US that armed force under mendacious pretext against Syria – where, at the request of the legitimate government of a country, Russian troops have been deployed – could lead to grave repercussions,” he added.

He added that investigators with the global chemical weapons watchdog should travel to Syria as early as Tuesday to investigate accusations concerning the attack.

“Our military, radiological, biological, chemical unit was on site with the alleged chemical accident and it confirmed that there was no chemical substances found on the ground. There were no dead bodies found. There were no poisoned people in the hospitals. The doctors in Douma denied that there were people who came to the hospital claiming that they were under the chemical attack. The Syrian Red (Crescent) that was said to be treating people which were poisoned denied that it was ever doing that today. So what we’re saying — we are requesting the OPCW (Organization for the Prohibition of Chemical Weapons), which said in the person of its director general that they were ready to go to Douma, to do it immediately and to see themselves what happened on the ground,” he added.

An alleged chemical attack on Saturday in the militant-held town of Douma in Eastern Ghouta reportedly left dozens dead.

Damascus, in a statement released late on Saturday, strongly rejected the allegation of using chemical munitions and said that the so-called Jaish al-Islam Takfiri terrorist group, which has dominant presence in Douma, was repeating the accusations “in order to accuse the Syrian Arab army, in a blatant attempt to hinder the Army’s advance.”

US will respond to attack: Haley

During the UNSC meeting, US Ambassador to the United Nations Nikki Haley said that Washington “will respond” to incident regardless of whether the United Nations Security Council takes action or not.

“We have reached the moment when the world must see justice done,” she said.

“History will record this as the moment when the Security Council either discharged its duty or demonstrated its utter and complete failure to protect the people of Syria…Either way, the United States will respond,” she added.

US Ambassador to the UN Nikki Haley speaks during the United Nations Security Council meeting on threats to international peace and security and the situation in the Middle East April 9, 2018 in New York. (Photo by AFP)

Syria once again denies chemical attack    

Also present at the meeting, Syria’s ambassador to the United Nations Bashar Ja’afari once again denied that Syria was involved in a alleged chemical weapons attack in Douma.

“The Syrian Arab Republic stresses once again that it does not possess any chemical weapons of any type, including chlorine, and we condemn once again the use of chemical weapons at any time anywhere and under any circumstance,” he said.

Syria’s Ambassador to the United Nations, Bashar Jaafari addresses the United Nations Security Council meeting on Syria at the U.N. headquarters in New York, US, April 9, 2018. (Photo by Reuters)

“The Russian Center for Reconciliation in Syria announced today that military experts have carried out investigations in Douma, and these investigations suggest that there are no signs of the use of chemical weapons there. And while treating the sick that are being treated in the hospitals of Douma, Russian doctors have proven that these patients have not been subjected to any chemical substance. So what we are witnessing here is really a Hollywood scene. Thank you, Mr President,” he added.

Ja’afari further condemned an Israeli attack on a Syrian military airbase in Homs province.

“The government of the Syrian Arab Republic condemns in the strongest terms the ruthless Israeli aggression that took place this morning on the airport in Homs governorate, killing and injuring a number of civilians,” he said.

Sorgente: PressTV-What happened at emergency UN session on Syria

Chi ci guadagna dal mantenere Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria?

Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa sì che l’aiuto umanitario internazionale continui a fluire esattamente dove fa comodo agli interessi israeliani

La striscia di Gaza è sull’orlo di una crisi umanitaria. Vi suona familiare? Abbiamo sentito parlare di continuo dell’imminente collasso del sistema dell’acqua potabile, delle fogne, della salute e dell’elettricità di Gaza almeno dallo scoppio della Seconda Intifada, 18 anni fa.

Nel loro libro The One State Condition Ariella Azoulay e Adi Ophin cercano di dare una risposta alla domanda: che interesse ha Israele a mantenere Gaza sull’orlo del collasso? La loro risposta rimane valida pure 15 anni dopo: mantenere i palestinesi perpetuamente sull’orlo del baratro è una prova della vittoria finale di Israele. I palestinesi non possono prendere in mano le proprie vite, poiché Israele può sottrargliele in ogni momento. Questa è la base della chiara relazione di dominio sui palestinesi.

Ma anche se la risposta è vera, non è sufficiente. C’è anche una risposta economica. Finché Gaza rimane sull’orlo del collasso, i donatori internazionali mantengono il flusso di denaro dell’aiuto umanitario. Se la crisi finisse e l’assedio fosse tolto, si può assumere che i donatori internazionali cambierebbero il tipo di aiuto offerto e invece dell’aiuto umanitario tornerebbero a focalizzarsi sull’aiuto allo sviluppo dell’economia di Gaza (come fecero dal 1994 al 2000, fino allo scoppio della seconda intifada). Questo tipo di aiuto competerebbe con certi settori delle imprese israeliane e pertanto minaccerebbe l’economia israeliana. Mantenere Gaza sull’orlo del collasso fa si che il flusso monetario di aiuto umanitario internazionale scorra esattamente dove beneficia gli interessi israeliani.

Alla luce del crescente rafforzamento della destra populista che raffigura i palestinesi come nemici totali dello stato di Israele, dobbiamo chiederci perché il governo israeliano abbia rifiutato la sua seconda opportunità di fuoriuscire “dall’orlo del baratro” – cioè determinare una crisi umanitaria peggiore e causare morti in massa a Gaza e in generale nei territori occupati. Nonostante l’odio che si acutizza sempre più contro i palestinesi, il governo israeliano ha chiaramente agito per evitare questo tipo di scenario, permettendo la consegna di medicine e di macchine di desalinizzazione (finanziate da aiuti internazionali) al fine di evitare morìe di massa a Gaza. Ma perché?

Nonostante numerose proteste dal lato palestinese, gli Accordi di Parigi siglati nel 1994 continuano a costituire il quadro delle principali regolamentazioni economiche tra Israele e l’Autorità palestinese, includendo la Striscia di Gaza. Israele controlla il regime doganale, e perciò non ci sono dazi su beni importati da Israele ai territori occupati, mentre ce ne sono sui beni importati dall’estero.

Alle organizzazioni umanitarie internazionali viene richiesto di dare aiuto nel modo più efficiente possibile. Devono comprare il cibo più economico disponibile per aiutare il più alto numero possibile di persone con il loro budget. Anche se il cibo è più economico in Giordania ed Egitto, il cibo importato da Giordania e Egitto nei territori occupati palestinesi è tassato. Le tasse, in linea principio, vanno nelle casse della Autorità palestinese, ma questa non può essere una considerazione da tenere in conto per le organizzazioni umanitarie. Al contrario a queste viene richiesto di acquistare la maggior parte dei beni che distribuiscono da imprese israeliane, a meno che importarle da un altro paese, inclusi i dazi doganali, sia ancora più economico del prezzo in Israele.

In aggiunta, le regole di sicurezza israeliane richiedono alle organizzazioni umanitarie di usare imprese di trasporto e veicoli israeliani, poiché alle imprese palestinesi non è concesso entrare in Israele a prendere i beni dagli aeroporti o dai porti. Ancora più significativo è il fatto che i palestinesi non hanno una propria moneta né una banca centrale: il supporto finanziario deve essere dato in Shekel israeliani. La moneta straniera rimane nella Banca di Israele e le banche commerciali israeliane ne approfittano con numerosi ricarichi nel corso delle transazioni.

Nei fatti questo significa che Israele esporta l’occupazione: fino a che la comunità internazionale é disponibile a contribuire finanziariamente per evitare una crisi umanitaria a Gaza, le imprese israeliane continueranno a fornire beni e servizi e ricevere in cambio pagamenti in moneta straniera.

In uno studio che ho condotto per l’organizzazione palestinese Aid Watch nel 2015, ho osservato la correlazione tra l’aiuto internazionale, da un lato, e il deficit in commercio di beni e servizi tra le economie israeliana e palestinese dall’altro. I dati per lo studio vanno dal 2000 al 2013. Ho trovato che il 78 per cento dell’aiuto ai palestinesi trova la sua strada verso l’economia israeliana. Questa è una cifra approssimativa, di sicuro. Dobbiamo ricordare che non è semplicemente un profitto pulito per le imprese israeliane ma una entrata. Le imprese israeliane hanno bisogno di offrire beni e servizi per i soldi e si fanno carico dei costi di produzione.

Alla luce di queste statistiche, è facile capire il gap tra le dichiarazioni populiste del governo contro i palestinesi e i passi che vengono fatti in modo consistente per aumentare l’aiuto internazionale ai palestinesi.

Durante un incontro di emergenza dei paesi donatori a gennaio, il ministro della cooperazione regionale Tzahi Hanegbi ha presentato un piano da milioni di dollari per ricostruire la striscia di Gaza- finanziato dall’estero, ovviamente. Il piano del ministro dei trasporti Yisrael Katz’s di costruire un isola artificiale a largo della costa di Gaza parimenti ha suggerito che i finanziatori stranieri si assumano parte del costo dell’occupazione, portando cash straniero nelle casse israeliane, e, al tempo stesso, evitando che la situazione a Gaza si deteriori fino a un punto di non ritorno.

Il quadro qui presentato non è nuovo. È chiaro agli stati contribuenti, alle organizzazioni internazionali di aiuto umanitario, all’esercito israeliano e al governo israeliano. Ovviamente è chiaro pure ai palestinesi, che hanno bisogno di aiuti ma che capiscono che questo rende il lavoro dell’occupazione più facile per le autorità israeliane.

Comunque c’è anche un serio problema in questo quadro. Presuppone l’esistenza di uno stato chiamato “l’orlo del baratro” della crisi umanitaria e genera infinite discussioni sul fatto che lo stato attuale costituisca una crisi o no. Ma quando esattamente la situazione economica a Gaza costituirà una crisi umanitaria? Quante persone devono morire prima che l’assedio sia levato per evitare di raggiungere quel punto, oltre il quale masse di persone affamate, malattie e disintegrazione del tessuto sociale non si potranno fermare?

La più importante iniziativa recente di aiuto per superare questa situazione è quella della flottilla. Le flottilla hanno portato aiuto ai palestinesi in coordinamento con le richieste specifiche degli abitanti di Gaza, per beni ai quali non è concesso di passare la frontiera di Kerem Shalom. Senza usare la moneta israeliana e senza pagare tasse al tesoro israeliano, le navi hanno cercato di portare aiuto direttamente, senza mediazioni. Non ci sorprende che la risposta israeliana è stata violenta – l’esercito ha ucciso 9 attivisti sulla nave Mavi Marmara nel maggio 2010.

Ma cosa farebbe il governo israeliano se le maggiori agenzia di aiuto adottassero una simile modalità di azione per dare ai palestinesi aiuti diretti, senza usare imprese israeliane e senza pagare tasse alle autorità israeliane? La strategia dimostrerebbe l’interesse economico che Israele ha nel mantenere Gaza “sull’orlo baratro” e forzerebbe il governo israeliano a scegliere: prendere direttamente il controllo delle vite dei palestinesi e pagare il costo correlato, o permettere alle agenzie internazionali di offrire aiuto nelle condizioni che possono scegliere i palestinesi: aiutandoli a venire fuori dalla crisi. Questo non cancellerebbe la responsabilità Israeliana per i palestinesi – come è definita dal diritto internazionale – ma eliminerebbe l’incentivo finanziario a mantenere l’occupazione e l’assedio di Gaza.

 

Shir Hever è un economista e giornalista israeliano, Tra i suoi libri ricordiamo The Political Economy of Israeli occupation,  2010, e The Privatization of Israeli Security, 2017.  Purtroppo i suoi libri non sono mai stati tradotti in italiano.

L’articolo è stato pubblicato per +972mag.com

Traduzione a cura di DINAMOpress

Sorgente: Chi ci guadagna dal mantenere Gaza sul baratro di una catastrofe umanitaria? – DINAMOpress

Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile

Intervista a Francinara Barè, attivista indigena brasiliana della Coiab, in prima linea nel difendere l’Amazzonia e i diritti degli indigeni, resistendo alla repressione di Temer

Dinamopress ha incontrato a Roma Francinara Baré, difensora di diritti umani indigena brasiliana e coordinatrice di COIAB (Coordinadora de Organizaciones Indigenas de la Amazônia Brasilera) all’interno della sua visita in Italia coordinata dalla rete In Difesa di e da Greenpeace.

L’attivista ci aiuta a comprendere la situazione molto poco conosciuta delle popolazioni indigene brasiliane, in prima linea per difendere l’Amazzonia dallo scempio dello sfruttamento agroindustriale ed estrattivo e al tempo stesso isolate e dimenticate anche all’interno dello stesso Brasile.

 

Puoi spiegarci il lavoro sociale e ambientale della vostra organizzazione in Brasile?

Sono la coordinatrice generale di Coaib, lavoriamo in nove stati dell’Amazzonia brasiliana, siamo parte della Coica (Coordinazione delle popolazioni indigene del Bacino del Rio delle Amazzoni, che unisce anche indigeni di paesi limitrofi come Perù, Colombia e Bolivia ndr) e il nostro coordinamento nazionale in Brasile è la PIB (Articolazione dei Popoli indigeni del Brasile)

Siamo nati nel 1988, successivamente alla Costituzione. La Costituzione in due articoli specifici garantisce i diritti dei popoli indigeni, sono gli articoli 31 e 32. Il primo ci riconosce come indigeni e riconosce la nostra forma organizzativa originaria. Nonostante questo abbiamo deciso di avere una personalità giuridica, perché per lottare per i nostri diritti dovevamo avere uno strumento istituzionalmente riconosciuto. Nel nostro lavoro principale ci interfacciamo con lo stato per garantire i diritti e l’accesso a una serie di servizi sociali. Difendiamo i diritti degli indigeni, non solo di chi abita in comunità rurali ma anche di chi ha deciso di vivere in città. Siamo presenti a livello statale e regionale, abbiamo anche rappresentanze municipali.

 

Quali sono le principali discriminazioni che vivono oggi i popoli indigeni brasiliani?
La discriminazione più grande è proprio quella di essere indigeni. Il governo brasiliano non riconosce la nostra specificità e le nostre necessità in quanto indigeni. Siamo 365 popoli differenti ma fingono di non vederci e ci lasciano nell’ombra.

Soffriamo di discriminazioni quando lasciamo le nostre comunità e andiamo in città per poter studiare.

Parliamo 275 lingue diverse, ci è difficile spesso avere pronuncia ottima del portoghese e questo ci discrimina molto. Siamo discriminati per il modo di vestire e comportarci. Appena vestiamo scarpe sportive o utilizziamo un cellulare non siamo più riconosciuti come indigeni.

Sono e rimarrò indigena in qualunque luogo di questo mondo. Se ho accesso a tecnologie, come i droni, per poter monitorare la foresta, non smetto di essere indigena e voglio essere riconosciuta come tale.

 

La questione indigena in Brasile come in tutta l’America Latina è molto legata al problema della proprietà della terra, a che punto è il vostro lavoro per tutelare le terre all’interno dell’Amazzonia?

Diciamo sempre che dobbiamo iniziare a lavorare dai libri di storia. Nei nostri libri di scuola la storia parte dall’arrivo degli europei, non prima.  Noi abitavamo quelle terre ben prima del loro arrivo. Gli europei non hanno scoperto il Brasile perché non è mai stato scoperto, è stato invaso e saccheggiato.

Abbiamo una grande biodiversità e infinite risorse naturali. Gli invasori sono arrivati dalla costa e hanno subito distrutto un bioma, la Mata Atlantica, prima parte di foresta Amazzonica a essere distrutta.

La terra genera vita più di quanto facciamo noi con le nostre strumentazioni ma si è voluto distruggere l’ecosistema esistente. Chi è arrivato da fuori ha iniziato a saccheggiare la natura e a cambiare il nostro sistema agricolo.

L’agricoltura è diventata agrobusiness su larga scala ed è ora questa una delle cause principali della deforestazione e una minaccia enorme per la popolazione indigena.

Siamo stati allontanati dalle nostre terre perché erano ottime per monoculture e allevamenti.

Dividiamo la nostra storia in tre momenti fondamentali, prima, durante e dopo la Costituzione.
Prima della Costituzione sono stati gli anni più difficili, siamo stati massacrati in modo atroce, perché il piano del governo brasiliano era quello di incorporare l’Amazzonia al Brasile uccidendo chi vi abitava. Prima della scrittura della Costituzione, a causa di queste violenze, abbiamo iniziato ad andare a Brasilia e chiedere i nostri diritti. Nel 1988 ci hanno finalmente accolto e hanno incluso i due articoli nella Costituzione.

Tra il 1987 e il 1988 viene deciso che tutte le terre dei popoli indigeni devono essere riconosciute di nostra proprietà collettiva attraverso un procedimento di demarcazione, con una deadline di 10 anni per chiudere il processo. Numerosi attivisti sono morti nel processo che ha permesso questo risultato.

Nel 2018 tuttavia sono ancora molto poche le terre indigene riconosciute. Lottiamo perché ciù avvenga, ma l’obbiettivo è ancora molto lontano dalla realtà. Oggi il processo di demarcazione delle terre che permetterebbe il nostro riconoscimento si è paralizzato. Per questo ci troviamo ad affrontare megaprogetti: dighe, ferrovie, passaggi fluviali costruiti per trasportare la soya, abbiamo visto negli ultimi anni un preoccupante aumento della deforestazione legale all’interno delle terre dei popoli indigeni.

Dal primo invasore a oggi il nostro grande slogan è “Resistere”. Dobbiamo tenere duro nonostante la situazione così difficile.

 

In Italia si è parlato di Marielle Franco, e Dinamopress ha seguito con molti articoli quanto è accaduto. Il suo caso è uno specchio di quanto si vive in Brasile?

Marielle è un esempio di quello che può succedere in Brasile. L’elemento straordinario è che è accaduto in una città. In questo caso il suo destino è stato molto simile a quello che accade ogni giorno nella foresta amazzonica.

È stata uccisa perché aveva denunciato la violenza della polizia contro la popolazione delle favelas di Rio e contro l’immenso potere del narcotraffico rispetto alla polizia stessa. Pur nella sua tragicità, per fortuna, essendo accaduto in città e a una donna nera l’omicidio ha ottenuto visibilità e se ne è potuto parlare e ci sono state grandi proteste. Purtroppo ci sono molte donne e uomini indigeni che vengono uccisi in tutto il Brasile rurale e nella foresta, nessuno ne parla, neppure all’interno del paese.

 

Ci sono statistiche sul numero di morti indigeni?

Non ci sono numeri precisi. Non c’è nessun sistema di sostegno per chi difende i diritti umani degli indigeni ci grandi difficoltà organizzative logistiche per reperire numeri e raccogliere le testimonianze.

La visibilità è un problema enorme, non riusciamo a portare l’attenzione sui nostri problemi. A Brasilia, quando ci raduniamo, affrontiamo gas, pallottole a salve, gas al peperoncino che la polizia utilizza contro di noi.

Ancora più tremendo è quello che accade nella foresta. Quando lì cerchiamo di contrastare l’avanzata dell’agrobusiness ci troviamo davanti a pallottole vere e alla morte.

Alle Nazioni Unite hanno presentato alcuni dati sulla situazione dei diritti umani nel paese, ma le statistiche sono sempre divise tra bianchi e neri:  gli indigeni non sono considerati.

Il governo non ci riconosce e non classifica i nostri dati. Ci stiamo organizzando con una banca dati indipendente e cerchiamo di compensare la mancanza di dati da parte istituzionale.

 

Ritieni che la condizione dei popoli indigeni sia peggiorata da quando Temer ha preso il potere?

Ora siamo molto più perseguitati. Facciamo molta più fatica a riunirci e ad avere spazio nel Congresso per farlo. Parte del nostro abbigliamento tradizionale (archi, frecce) è ora considerata “arma bianca” e se più di una persona che ha con sé quegli oggetti si riunisce viene accusata di associazione a delinquere

Siamo molto più criminalizzati e a causa della criminalizzazione veniamo arrestati con frequenza.
Abbiamo avuto più visibilità in questioni ambientali come la Renca, (riserva ambientale amazzonica che Temer voleva aprire allo sfruttamento minerario e che è stata fermata grazie a un intervento della magistratura, ndr), ma in tema di diritti umani nessuno parla di noi.

Spesso le leggi che sta promuovendo Temer vanno contro i nostri interessi e vengono discusse in momenti in cui non siamo presenti o non siamo stati avvisati.

Cerchiamo di comunicare i dati che stiamo raccogliendo sulla repressione e sulla devastazione dell’Amazzonia. Ci rendiamo conto che veniamo ascoltati di più all’estero, anche perché c’è grande differenza tra i dati che presentiamo noi e quelli che il governo brasiliano comunica al resto del mondo.

Sorgente: Dimenticati e massacrati per lo sfruttamento forestale: i popoli indigeni del Brasile – DINAMOpress

La Commissione europea ha presentato il 28 marzo il Piano d’azione sulla mobilità militare. L’avete letta con attenzione?

di Manlio Dinucci* – il manifesto, 3 aprile 2018

La Commissione europea ha presentato il 28 marzo il Piano d’azione sulla mobilità militare. «Facilitando la mobilità militare all’interno della Ue – spiega la rappresentante esteri dell’Unione, Federica Mogherini – possiamo reagire più efficacemente quando sorgono le sfide». Anche se non lo dice, è  evidente il riferimento alla «aggressione russa».

Il Piano d’azione è stato deciso in realtà non dalla Ue, ma dal Pentagono e dalla Nato.

Nel 2015, il generale Ben Hodges, comandante delle forze terrestri Usa in Europa (U.S. Army Europe), ha richiesto l’istituzione di «un’Area Schengen militare» così che le forze Usa, per fronteggiare «l’aggressione russa»,  possano muoversi con la massima rapidità da un paese europeo all’altro, senza essere rallentate da regolamenti nazionali e procedure doganali.

Tale richiesta è stata fatta propria dalla Nato: il Consiglio Nord Atlantico, riunitosi l’8 novembre 2017 a livello di ministri della Difesa, ha chiesto ufficialmente all’Unione europea di «applicare legislazioni nazionali che facilitino il passaggio di forze militari attraverso le frontiere» e, allo stesso tempo, di «migliorare le infrastrutture civili così che siano adattate alle esigenze militari».

Il 15 febbraio 2018, il Consiglio Nord Atlantico a livello di ministri della Difesa ha annunciato la costituzione di un nuovo Comando logistico Nato per «migliorare il movimento in Europa di truppe ed equipaggiamenti essenziali alla difesa».

Poco più di un mese dopo, l’Unione europea ha presentato il Piano d’azione sulla mobilità militare, che risponde esattamente ai requisiti stabiliti dal Pentagono e dalla Nato. Esso prevede di «semplificare le formalità doganali per le operazioni militari e il trasporto di merci pericolose di tipo militare».

Si prepara così «l’Area Schengen militare», con la differenza che a circolare liberamente non sono persone ma carrarmati. Movimentare carrarmati e altri mezzi militari su strada e per ferrovia non è però lo stessa cosa che farvi circolare normali autoveicoli e treni.

Si devono perciò rimuovere «le esistenti barriere alla mobilità militare», modificando «le infrastrutture non adatte al peso o alle dimensioni dei mezzi militari, in particolare ponti e ferrovie con insufficiente capacità di carico». Ad esempio, se un ponte non è in grado di reggere il peso di una colonna di carrarmati, dovrà essere rafforzato o ricostruito.

La Commissione europea «individuerà le parti della rete trans-europea dei trasporti adatte al trasporto militare, stabilendo le necessarie modifiche». Esse dovranno essere effettuate lungo decine di migliaia di chilometri della rete stradale e ferroviaria. Ciò richiederà una enorme spesa a carico dei paesi membri, con un «possibile contributo finanziario Ue per tali opere».

Saremo comunque sempre noi cittadini europei a pagare queste «grandi opere», inutili per usi civili, con conseguenti tagli alle spese sociali e agli investimenti in opere di pubblica utilità. In Italia, dove scarseggiano i fondi per la ricostruzione delle zone terremotate, si dovranno spendere miliardi di euro per ricostruire infrastrutture adatte alla mobilità militare.

I 27 paesi della Ue, 21 dei quali appartengono alla Nato, vengono ora chiamati ad esaminare il Piano. L’Italia avrebbe quindi la possibilità di respingerlo.

Questo però significherebbe, per il prossimo governo, opporsi non solo alla Ue ma alla Nato sotto comando Usa, cominciando a sganciarsi dalla strategia che, con l’invenzione della minaccia russa, prepara la guerra, questa sì vera, contro la Russia. Sarebbe una decisione politica fondamentale per il nostro paese ma, data la sudditanza agli Usa, resta nel regno della fantapolitica.

*Pubblichiamo su gentile concessione dell’Autore

L’antidiplomatico – Liberi di svelarvi il mondo

Porton Down: Lab behind Skripal poison probe has dark history of human testing

The Porton Down lab at the center of the Skripal poisoning case has a dark history of secret government-run human testing. The human trials were conducted as part of the UK’s war preparation against the Soviet Union.

Sorgente: Porton Down: Lab behind Skripal poison probe has dark history of human testing — RT UK News

Come nascondere un massacro?

Media internazionali e nazionali hanno raccontato in modo vergognoso, parziale e profondamente scorretto quanto accaduto ieri a Gaza. Ma i fatti e le immagini parlano più di qualunque menzogna.

La popolazione palestinese è stata abituata negli anni alla disinformazione per quanto riguarda la narrazione dominante rispetto alle proprie vicende.

Quanto accaduto ieri, nel primo giorno della Great Return March ha ampiamente superato il limite della vergogna e della decenza e non solo in Italia.

I fatti sono abbastanza espliciti ed inequivocabili, quasi 20.000 persone si sono avvicinate alla barriera tra la Striscia e Israele a partire da sei accampamenti lungo il perimetro, invadendo quella buffer zone, o zona cuscinetto che percorre tutta la frontiera, permanentemente interdetta alla coltivazione e all’accesso. A parte un singolo isolato caso di due militanti della Jihad islamica che erano armati (e sono stati subito uccisi dall’esercito israeliano) tutti i manifestanti hanno utilizzato esclusivamente modalità di protesta popolari e nonviolente,avvicinandosi al muro di separazione disarmati, a volto scoperto, assieme a bambini e donne.

La repressione si è trasformata in un vero e proprio massacro, si parla ad oggi di 16 morti e più di mille feriti. Hamas, pure ovviamente presente durante la marcia, non ha avuto un ruolo centrale: questa è stata convocata da una larga coalizione che include anche tutti i pezzi laici e di sinistra della società civile palestinese. Non a caso, parti della sinistra israeliana si sono organizzate nei giorni scorsi per manifestare il proprio supporto dall’altra parte del muro. Nessun soldato israeliano è stato ferito nella giornata di ieri.

Vediamo cosa riportano i giornali.  Repubblica parla di «violenti scontri» «violentissima battaglia». Perché un massacro di persone disarmate diventa improvvisamente una battaglia? Una battaglia linguisticamente parlando è un confronto tra due entità armate.  La Stampa titola «Hamas sposta le masse al confine e punta al ritorno dei profughi del 1948» mentre l’articolo è ancora peggiore: «La strategia adottata da Hamas ha messo in difficoltà Israele e costretto i suoi militari nella difficile posizione di chi deve sparare sui civili. L’esercito se lo aspettava, perché i preparativi andavano avanti da giorni, ma non era facile trovare contromisure».  Del resto, cosa altro si può fare davanti a migliaia di persone disarmate che vanno verso un confine invalicabile, se non sparare?

Il Corriere (che oggi ha già spostato molto giù l’articolo) riporta «La “Marcia del ritorno” finisce in un bagno di sangue: l’esercito ebraico risponde con caccia e blindati all’attacco dei manifestanti: bombardati 3 siti di Hamas». A quale attacco si risponde con caccia e blindati? A quello di migliaia di persone disarmate?

Il Messaggero si unisce alla definizione «scontri al confine» e riporta un articolo in cui sono virgolettati solo comunicati dell’esercito israeliano e di media israeliani, i palestinesi non meritano neanche il microfono, strana deontologia professionale.

Anche a livello internazionale la giornata è stata riportata in modo non meno grave, come Mondoweiss sottolinea, riportando la lettura estremamente parziale e ingiusta dello stesso New York Times.

Ieri la popolazione di Gaza ha dimostrato coraggio e capacità di mobilitazione impensabili dopo anni di prigionia dentro la Striscia dove le condizioni di vita sono impossibili, come ha raccontato recentemente Dinamo.

Per ricordare chi ieri è stato ucciso, per sostenere chi ha creduto nella Great Return March e continuerà a crederci nei prossimi giorni, pubblichiamo questa photogallery tratta dal portale indipendente +972mag.com

Sorgente: Come nascondere un massacro? – DINAMOpress

Strage a Gaza

 

Nel momento in cui mandiamo in stampa questo comunicato, almeno 16 sono i palestinesi uccisi a Gaza,  e migliaia i feriti, alcuni gravemente, come ha dichiarato il Ministro della sanità palestinese, che ha lanciato un appello alla popolazione per donazioni di sangue.

La situazione è tanto più grave in quanto gli ospedali di Gaza sono allo stremo per mancanza di presidi sanitari e medicochirurgici, farmaci, energia e rifornimenti idrici a causa del blocco di Israele che dura da 11 anni.

Ieri era il 42 esimo anniversario della “Giornata della Terra”, che commemora i  palestinesi uccisi  dalla polizia israeliana in Galilea, mentre protestavano contro la confisca della propria terra.

In questa occasione diverse organizzazioni politiche palestinesi hanno promosso la “Marcia del ritorno”, iniziativa che si dovrebbe concludere il 15 maggio in occasione dell’anniversario della Nakba, la “catastrofe” allorché oltre 800.000 palestinesi 70 anni fa, nel 1948, furono espulsi dalle loro o trucidati.

Da giovedì 29 marzo decine di migliaia di palestinesi si sono accampati a 700 metri dal confine, e ieri si sono messi in marcia verso la fascia, che per una larghezza di 300 metri dal  muro che separa Gaza da Israele, non può essere calpestata da palestinesi, nemmeno per coltivare le proprie terre, senza  correre il rischio di essere colpiti da armi da fuoco. E infatti, ieri mattina il primo palestinese ad essere ucciso è stato un coltivatore di Gaza.

Questa zona è stata dichiarata “area militare chiusa”, e qui si sono schierate le forze israeliane con oltre 100 tiratori scelti, squadre speciali e carrarmati, dichiarando che chiunque avesse osato penetrare nell’area sarebbe stato colpito con munizioni vive.

E questo è successo: non appena migliaia di palestinesi, tra cui moltissime donne, in numero crescente hanno iniziato a manifestare e camminare pacificamente, sono stati accolti da una pioggia di gas lacrimogeni, pallottole di acciaio ricoperte di gomma e munizioni vere.

Non vi sono stati “scontri” e azioni violente da parte dei palestinesi, come riferiscono i media nostrani che si basano esclusivamente sui comunicatidell’esercito israeliano.

E’ stata l’intera popolazione della Striscia ad andare e venire verso i confini. Da nord a sud della striscia sono arrivati sin dalle prime ore del giorno donne, uomini, bambini, anziani, disabili, a piedi, in moto, in macchina, con il ciuco o il cavallo. Con la sola bandiera palestinese

Per gridare al mondo che hanno voglia di vivere e di andare sulla loro terra anche oltre il confine, che non vogliono e non possono continuare a stare chiusi in una prigione a cielo aperto.

Volti sorridenti, fiori in mano anche se spari e gas cadevano su di loro ferendo e uccidendo.

Nessuna battaglia campale come purtroppo i nostri media stanno descrivendo, nessun provocatore ma una grande forza popolare per la libertà.

La Comunità internazionale non può continuare a voltarsi dall’altra parte. Vi è una sola risposta che deve essere data perché cessi lo strazio odierno e di ben 11 anni di embargo: che Israele tolga il blocco  totale che lentamente sta uccidendo la popolazione di Gaza e che l’ONU intervenga  immediatamente per proteggere la popolazione civile.

31 marzo 2018 – Rete Romana di Solidarietà con il popolo palestinese –

Sorgente: Per Gaza, per la vita, terra, libertà della Palestina e dei Palestinesi | Assopace Palestina

Giornata della Terra nella Striscia di Gaza: 15 Palestinesi uccisi e oltre 1400 feriti

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Nella Striscia di Gaza sotto assedio israelo-egiziani la popolazione è in marcia, pacificamente, per commemorare la Giornata della Terra, Yom al-Ard.

Da giorni, Israele ha piazzato cecchini, truppe e droni pronti a sparare.

Al momento, 15 Palestinesi sono stati uccisi e oltre 1400 sono stati feriti.

Venerdì, decine di migliaia di palestinesi nella Striscia di Gaza sono confluiti al confine orientale della Striscia con Israele, radunandosi per affermare il loro diritto di tornare alle loro case native nella Palestina storica.

I raduni sono sostenuti da praticamente tutte le fazioni politiche palestinesi, che hanno ripetutamente sottolineato la natura pacifica dell’evento.

A mezzogiorno, decine di migliaia di palestinesi erano già arrivati ​​in diverse aree lungo il confine nella Striscia di Gaza settentrionale, centrale e meridionale, secondo i corrispondenti della zona.

Gli accampamenti sono stati allestiti lungo il confine – a soli 700 metri dalla barriera, in alcuni casi -per i sit-in a tempo indeterminato programmati dopo le marce del venerdì.

Gli attivisti palestinesi hanno descritto gli accampamenti come “il punto d’inizio per il nostro ritorno alla terra da cui siamo stati espulsi nel 1948”.

Alcuni di quelli che hanno preso parte alle marce di venerdì hanno scritto, all’entrata delle loro tende, i nomi delle città o dei villaggi da cui le loro famiglie furono sfollate.

Gli organizzatori hanno anche fornito un servizio di autobus gratuito al confine per chiunque voglia prendere parte all’evento.

A mezzogiorno, i funzionari sanitari palestinesi stavano già segnalando alcuni feriti alla frontiera.

Soprannominata “Great Return March”, i raduni di questo venerdì nella Striscia di Gaza coincidono anche con la Giornata della Terra, che commemora l’assassinio di sei palestinesi da parte delle forze israeliane nel 1976.

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thanks to: Infopal

15 Palestinians shot dead as Gazans hold mass rallies

Israeli military forces have shot and killed 15 Palestinians during massive anti-Israeli rallies staged by thousands along Gaza-Israel borders.

Palestinian medical officials say at least 15 Palestinians have lost their lives and more than a thousand others sustained injuries when Israeli military forces opened fire on thousands of protesters, who have flocked to a sit-in near the border fence between the Gaza Strip and occupied Palestinian territories.

Spokesman for the Gaza Ministry of Health, Ashraf al-Qidra, said three were fatally shot east of the southern Gaza Strip city of Khan Yunis, Jabalia, located 4 kilometers (2.5 miles) north of Gaza City as well as the border town of Rafah.

He identified the victims as 27-year-old Omar Wahid Abu Samour, Mohammed Kamal Al-Najjar, 25, and 38-year-old Mahmoud Muammar.

The fourth was Mohammed Abu Omar, 22, who was shot and killed east of Shuja’iyya neighborhood of Gaza City.

Ahmed Oudeh, 19, 33-year-old Jihad Farina and Mahmoud Sa’di Rahmi were all killed east of Gaza City as well.

A 22-year-old Palestinian man, identified as Ibrahim Abu Sha’ar, was also shot dead east of Rafah.

Abdel Fattah Bahjat Abdelnee, 18, and 42-year-old Abdul Qader Mardhi al-Hawajri also lost their lives in Israeli attacks shortly afterwards.

Six more Palestinian protesters were also killed in the Israeli assaults.

Al-Qidra added that nearly 1,500 protesters were also injured during the rally.

Israeli drone fires teargas on protesters

http://presstv.com/Default/embedattached/596310

An Israeli drone was filmed firing several rounds of teargas on the protesters near the Gaza border. An AFP correspondent said several people were injured by the containers, which fell from a height of between 10 and 20 meters.

Amnesty International slams Israel’s land expropriation policies

Meanwhile, human rights organization Amnesty International has condemned the Tel Aviv regime’s policies of land confiscation and dispossession, calling on Israeli authorities to stop them.

The Britain-based organization, in a post published on its official Twitter page on Friday, stated Israel’s policies of land theft exacerbate the sufferings of the Palestinian nation, and deprive them of their basic rights.

A picture taken on March 30, 2018 shows Palestinians taking part in a tent city protest erected along the border with Israel east of Gaza City in the Gaza strip to commemorate Land Day. (Photo by AFP)

We won’t concede ‘a single inch of Palestine’

Later in the day, Hamas political bureau chief Ismail Haniyeh arrived at the “return camps” along the eastern Gaza border and spoke to protesters.

In a statement broadcast on Palestinian television, Haniyeh said, “We welcome the Palestinian people everywhere, who have defeated the enemy leaders’ gamble that the old die and the young forget. Here are the young people, the grandparents and the grandchildren.”

“We will not concede a single inch of the land of Palestine and do not recognize the Israeli entity. We promise Trump and all those who stand by his business and his plot that we are not giving up on Jerusalem al-Quds, and there is no solution but for the right of return,” Haniyeh added.

The Palestinian rally, dubbed the “Great March of Return,” will last until May 15, which coincides with the 70th anniversary of Nakba Day (Day of Catastrophe) on which Israel was created.

Every year on May 15, Palestinians all over the world hold demonstrations to commemorate Nakba Day, which marks the anniversary of the forcible eviction of hundreds of thousands of Palestinians from their homeland by Israelis in 1948.

More than 760,000 Palestinians – now estimated to number nearly five million with their descendants – were driven out of their homes on May 14, 1948.

Since 1948, the Israeli regime has denied Palestinian refugees the right to return, despite United Nations resolutions and international law that upholds people’s right to return to their homelands.

Israeli soldiers take aim as they lie prone over an earth barrier along the border with the Gaza strip in the southern Israeli kibbutz of Nahal Oz on March 30, 2018, as Palestinians demonstrate on the other side commemorating Land Day. (Photo by AFP)

This year’s Land Day demonstrations appear especially combustible as Palestinian anger is already high over US President Donald Trump’s decision in December to recognize Jerusalem al-Quds as Israel’s “capital.”

Israel occupied the West Bank, East Jerusalem al-Quds and parts of Syria’s Golan Heights during the Six-Day War in 1967. It later annexed East Jerusalem al-Quds in a move not recognized by the international community.

Israel is required to withdraw from all the territories seized in the war under the United Nations Security Council Resolution 242, adopted months after the Six-Day War, in November 1967, but the Tel Aviv regime has been in non-compliance of that piece of international law ever since.

Sorgente: PressTV-15 Palestinians shot dead as Gazans hold mass rallies

Perché commemoriamo la giornata della terra?

Di Sulaiman Hijazi. Perché commemoriamo la giornata della terra? Le prime proteste che sarebbero poi state ricordate come “Giornata della Terra” si svolsero il 30 marzo 1976. Il ministero israeliano delle Finanze aveva confiscato 5500 ettari di terra palestinese tra i villaggi palestinesi di Sakhnin e Arraba, in Galilea,  per costruire 8 villaggi industriali sionisti progettati sul terreno sequestrato.

Il 30 marzo del 1976, le città palestinesi dal Negev alla Galilea lanciarono una giornata di proteste nonviolente e scioperi in solidarietà con Sakhnin e Arraba: sei civili palestinesi furono uccisi e più di 100 feriti dalle forze armate e polizia israeliane che repressero violentemente le proteste. Quel giorno, Khair Mohammad Yasin, Raja Husein Abu Ria, Khader Abd Khalaileh, Khadijeh Shawahneh, Mohammad Yousef Taha e Rafat Al Zuheiri persero la vita per difendere i loro diritti. In 300 furono arrestati.

Ogni anno, dal 1976, i Palestinesi ricordano quegli eventi attraverso la Giornata della Terra, o Youm al-Ard, in arabo.

© Agenzia stampa Infopal

Sorgente: Perché commemoriamo la giornata della terra? | Infopal

Il Diritto di boicottare Israele – Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni: un legittimo movimento per i diritti umani

dossier-headerPubblichiamo il dossier “Il Diritto di boicottare Israele – Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni: un legittimo movimento per i diritti umani”, a cura di BDS Italia con il sostegno di AssoPace Palestina, Centro Studi Sereno Regis, Pax Christi Italia, Rete Ebrei Contro l’occupazione, Servizio Civile Internazionale Italia e Un ponte per…

Lo scopo del documento è di chiarire le ragioni e gli obiettivi del movimento globale nonviolento per il BDS, che si propone di esercitare pressione su Israele fino a quando non rispetterà il diritto internazionale e i diritti umani del popolo palestinese.

Il dossier è corredato da una ricca documentazione che presenta le basi giuridiche della legittimità del movimento e una rassegna delle prese di posizione da parte di governi, organizzazioni della società civile ed esperti che sostengono il pieno diritto del BDS ad essere esercitato.

Contiene inoltre una consistente sezione sugli attacchi che, a livello internazionale, vengono mossi al movimento e agli attivisti in esso impegnati, che, per Amnesty International, sono “difensori dei diritti umani.”

Il dossier si conclude con alcune raccomandazioni alle istituzioni italiane affinché siano tutelati i diritti alla libertà di espressione, di associazione e di riunione, come sancito nella nostra Costituzione, e sia rispettato e garantito il diritto di contribuire al raggiungimento dei diritti umani del popolo palestinese attraverso la pacifica promozione del BDS.

Il dossier sarà uno strumento utile per la stampa, le istituzioni, la politica e chiunque voglia un’informazione obiettiva sul movimento BDS, recentemente nominato da un parlamentare norvegese al Premio Nobel per la Pace.

Il BDS, sostenuto da milioni di uomini e donne in tutto il mondo, incluse personalità come l’Arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per la pace, Naomi Klein, Roger Waters, Angela Davis e Judith Butler, si sta rivelando uno strumento efficace nella lotta per porre fine al sistema di occupazione militare, colonizzazione e apartheid che Israele impone ai palestinesi.

»Scarica il dossier

thanks to: BDS Italia

Cina, Global Times: Le espulsioni dei diplomatici russi indicano le reali intenzioni occidentali

Cina, Global Times: Le espulsioni dei diplomatici russi indicano le reali intenzioni occidentali
Tali azioni non sono altro che una forma di bullismo occidentale che minaccia la pace e la giustizia globali

Global Times

Il 26 marzo, Stati Uniti, Canada e diversi paesi dell’Unione Europea hanno espulso diplomatici russi dalle loro rispettive ambasciate e consolati stranieri per rappresaglia contro il presunto avvelenamento da parte della Russia dell’ex agente doppiogiochista Sergei Skripal e sua figlia. Al momento, 19 paesi, tra cui 15 Stati membri dell’UE, hanno dimostrato il loro sostegno alla Gran Bretagna applicando tali misure.

Il 4 marzo, Skripal e sua figlia Yulia sono stati portati di corsa in ospedale dopo essere stati trovati svenuti in un parco di Salisbury. In seguito è stato riferito che il padre e la figlia erano entrati in contatto con un oscuro agente nervino. Funzionari del governo britannico hanno detto che gli Skripal sono stati attaccati con il “Novichok”, un potente agente nervino chimico dell’era sovietica usato dai militari.

Il governo britannico non ha fornito prove che collegassero la Russia al crimine ma si è detto convinto fin dall’inizio che non ci sarebbe stata altra “spiegazione ragionevole” per il tentato omicidio. La Gran Bretagna era talmente convinta della teoria sulla Russia, da non perdere tempo nel prendere l’iniziativa imponendo sanzioni contro il paese, come l’espulsione di alcuni diplomatici russi da Londra. Poco dopo, i funzionari della capitale britannica hanno contattato la NATO e i loro alleati europei che hanno fornito sostegno immediato.

Le accuse che i paesi occidentali hanno lanciato contro la Russia si basano su motivi, simili a come quando i cinesi usano l’espressione “forse è vero” per cogliere l’opportunità desiderata. Da una prospettiva in terza persona, i principi e la logica diplomatica dietro a tali drastici sforzi sono viziati, per non parlare del fatto che espellere diplomatici russi quasi contemporaneamente è una forma di comportamento grossolano. Tali azioni hanno poco impatto se non quello di aumentare l’ostilità e l’odio tra la Russia e le loro controparti occidentali.

Il governo britannico dovrebbe condurre un’indagine indipendente sull’avvelenamento di Skripal con rappresentanti della comunità internazionale. Uno sforzo come questo fornirebbe risultati abbastanza forti da consentire a chi segue il caso di prendere una decisione su chi dovrebbe o non dovrebbe essere accusato dell’atto criminale. Adesso, la maggioranza di coloro che sostengono la conclusione unilaterale della Gran Bretagna sono membri della NATO e dell’UE, mentre altri si sono schierati dietro il Regno Unito a causa di relazioni di vecchia data.

Il fatto che le grandi potenze occidentali possano coalizzarsi e “condannare” un paese straniero senza seguire le stesse procedure che altri paesi rispettano e secondo i principi fondamentali del diritto internazionale è agghiacciante. Durante la Guerra Fredda, nessuna nazione occidentale avrebbe osato fare una tale provocazione, eppure oggi è portata avanti con disinvoltura. Tali azioni non sono altro che una forma di bullismo occidentale che minaccia la pace e la giustizia globali.

Negli ultimi anni lo standard internazionale è stato falsificato e manipolato in modi mai visti prima. La ragion e fondamentale alla base della riduzione degli standard globali è radicata nelle disparità di potere post guerra fredda. Gli Stati Uniti, insieme ai loro alleati, hanno incastrato le loro ambizioni negli standard internazionali così che le loro azioni, che dovevano seguire una serie di procedure e protocolli standardizzati, non siano altro che opportunità di profitto progettate solo per se stesse. Queste stesse nazioni occidentali si sono attivate attraverso piattaforme e agenzie di stampa per difendere e giustificare tali privilegi.

Negli ultimi tempi, altri paesi stranieri sono stati vittime di retorica occidentale e di misure diplomatiche senza senso. Alla fine, i leader di queste nazioni sono costretti a indossare un cappello con slogan e parole che affermano “opprime la propria gente”, “autoritario” o “pulizia etnica”, senza badare alla loro innocenza.

È oltraggioso come gli Stati Uniti e l’Europa abbiano trattato la Russia. Le loro azioni sono incoscienti e contaminano le relazioni internazionali. Questo è il momento perfetto per le nazioni non occidentali di rafforzare l’unità e gli sforzi di collaborazione tra di loro. Queste nazioni hanno bisogno di stabilire un livello di indipendenza al di fuori della portata dell’influenza occidentale, mentre rompono le catene del monopolio, i giudizi predeterminati, e arrivano a valutare le proprie capacità di giudizio.

È già chiaro che raggiungere tali sforzi collettivi internazionali è più facile a dirsi che a farsi, poiché richiedono un sostegno fondamentale prima che tutto possa accadere. Fino a quando non emergerà una nuova linea di alleati, le associazioni multinazionali come i BRICS, o anche la Shanghai Cooperation Organization, devono fornire valore a quelle nazioni non occidentali e creare attivamente alleanze con loro.

Ciò che la Russia sta vivendo potrebbe servire da riflesso per altre nazioni non occidentali, che così possono aspettarsi di essere trattate in un futuro non troppo lontano. Espellere i diplomatici russi contemporaneamente è appena sufficiente a scoraggiare la Russia. Nel complesso, è una tattica intimidatoria che è diventata emblematica delle nazioni occidentali e inoltre tali misure non sono supportate dal diritto internazionale e quindi ingiustificate. Ancora più importante, la comunità internazionale dovrebbe avere gli strumenti e i mezzi per controbilanciare tali azioni.

L’Occidente è solo una piccola parte del mondo e non è neanche lontanamente vicino al rappresentante globale che una volta pensava che fosse. Le minoranze silenziate all’interno della comunità internazionale devono rendersene conto e dimostrare quanto profonda sia la loro comprensione dimostrandola al mondo attraverso l’azione. Sul caso Skripal, il grande pubblico non conosce la verità, e il governo britannico deve ancora fornire uno straccio di prova che sostenga le accuse contro la Russia.

Accuse mosse da un paese all’altro che non siano i risultati finali di un’indagine approfondita e professionale non dovrebbero essere incoraggiate. Espellere simultaneamente i diplomatici è una forma di comportamento non civilizzato che deve essere abolito immediatamente.

thanks to: l’Antidiplomatico

Costa Rica – ancora record nel 2017 trecento giorni di 100% rinnovabile

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Il Costa Rica continua con la sua corsa solitaria e vittoriosa verso il futuro rinnovabile.

Il suo obiettivo e’ di arrivare alla “neutralita’ da carbone”, cioe’ di emettere meno CO2 di quanto ne viene assoribita, entro il 2021.

Nel frattempo, vanno avanti per fatti e non per parole.

Nel 2017, e con i dati fermi al giorno 8 Dicembre 2017, il Costa Rica segna 300 giorni *consecutivi* di 100% energia rinnovabile.

Il record precendente era di 299 giorni nel 2015.
Nel 2016 sono stati 271 i giorni senza fossili.

Il Costa Rica ha 5 milioni di persone, e l’elettricita’ arriva per il 78% dall’idroelettrico, per il 10% dal geotermico, per un altro 10% dal vento e per l’1% dal sole.

Carlos Manuel Obregón, e’ il presidente dell’Istituto per l’Elettricita’ del Costa Rica, e parla non solo di aumento produttivo ma anche di migliorie alla rete elettrica degli ultimi anni.

Certo, e’ un paese piccolo, con poche persone e con molte risorse energetiche “naturali”, prime fra tutte l’idroeletrico. Certo, e’ piu’ difficile fare tutto questo in Cina o negli USA o in India, nazioni molto piu’ popolose. Ma il punto e’ che lo vogliono, ci provano, sono attivi e lo vogliono, fortissimamente lo vogliono.

Vediamo quali saranno i numeri finali, dei giorni rinnovabili in Costa Rica per tutto il 2017.

thanks to: Dorsogna

 

La Cina a riforestare un area grande quanto l’Irlanda

E mentre in Italia continuiamo ad abbattere alberi come se fossero il public enemy number one, in Cina succede tutto il contrario.

Il governo annuncia infatti un mega-piano di riforestazione. Pianteranno alberi su quasi 7 milioni di ettari di terra, un area grande tanto quanto l’intera Irlanda.

Perche’ fanno questo? Beh, certo perche’ la Cina e’ inquinanta, perche’ c’e’ bisogno di verde, ma soprattutto perche’ vogliono essere *leader*.

Io ci sono stata tante volte in Cina, e si, anche se alcune citta’ non hanno niente da invidiare a nessuno, nella loro complessita’ non si possono definire propriamente un paese sviluppato ed avanzato come in Europa o in Nord America.

Ma quello che di loro mi piace e’ la volonta’, l’ambizione, il fatto che ci provino.

E il piantare alberi fa parte del loro desiderio di non farsi piu’ riconoscere come un paese inquinato ma per dare di se’ una immagine migliore al mondo.

Fra i vari obiettivi quello di aumentare la percentuale di foresta dal 21.7% al 23% entro il 2020. E poi, dal 2020 al 2035, l’idea e’ di arrivare al 26%.

Il capo del servizio forestale della Cina, Zhang Jianlong, dice che tutti quelli che lavorano nel settore della riforestazione sono benvenuti nel partecipare alla campagna di ri-verdificazione della Cina. Saranno privilegiati rapporti di cooperazione fra il governo ed i privati.

Le nuove foreste verranno create nell’area di Hebei e di Qinghai nei pressi del Tibet e nell’area vicino al deserto Hunshandake in Mongolia.

Finora, la Cina ha speso 83 miliardi di dollari nel piantare foreste negli scorsi 5 anni, piantando alberi per ben 208 milioni di ettari.

E cigliegina sulla torta, cosa del tutto sconosciuta ai governanti italiani, la Cina sta anche progettando un linea rossa-ecologica: cioe’ la designazione di zone dove costruire sara’ offlimits: vicino a parchi nazionali, fiumi e foreste e vicino a zone dove lo sviluppo sarebbe irrazionale.

Certo possono fare tutto questo perche’ non sono una democrazia,  ma lo stesso, e’ un piccolo grande esempio di cosa si possa fare se solo ci fosse la volonta’ politica, questa sconosciuta.

Siria: si vis pacem para veritatem

Siria: si vis pacem para veritatem
(Foto di Media Selvas – modificato)

Perché questa cecità dell’Occidente? Non ci si può scandalizzare per la brutalità della guerra e tacere su chi la guerra l’ha voluta e la vuole ancora oggi. Non si può confondere chi attacca con chi si difende. Liberaci, Signore dalla guerra… e dalla mala stampa”.

di Suor Maria Francesca Righi, Sorelle Trappiste in Siria.

Quando taceranno le armi ? E quando tacerà tanto giornalismo di parte ?
Noi, che in Siria ci viviamo, siamo davvero stanchi, nauseati da questa indignazione generale che si leva a bacchetta per condannare chi difende la propria vita e la propria terra.
Più volte in questi mesi siamo andati a Damasco; siamo andati dopo che le bombe dei ribelli avevano fatto strage in una scuola, eravamo lì anche pochi giorni fa, il giorno dopo che erano caduti 90 missili sulla parte governativa della città, lanciati dal Goutha. Abbiamo ascoltato i racconti dei bambini, la paura di uscire di casa e andare a scuola, il terrore di dover vedere ancora i loro compagni di classe saltare per aria, o saltare loro stessi… bambini che non riescono a dormire la notte per la paura che un missile arrivi sul loro tetto. Paura, lacrime, sangue, morte. Non sono degni della nostra attenzione anche questi bambini?
Perché l’opinione pubblica non ha battuto ciglio, perché nessuno si è indignato, perché non sono stati lanciati appelli umanitari o altro per questi innocenti? E perchéci si indigna per la ferocia della guerra solo e soltanto quando il Governo siriano interviene, suscitando gratitudine nei cittadini siriani che si sentono difesi da tanto orrore (come abbiamo constatato e ci raccontano)?
Certo, anche quando l’esercito siriano bombarda ci sono donne, bambini, civili, feriti o morti. E anche per loro preghiamo, Non solo i civili: preghiamo anche per i jihadisti, perché ogni uomo che sceglie il male è un figlio perduto, è un mistero nascosto nel cuore di Dio. Ed è a Dio che si deve lasciare il giudizio, Lui che non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

Ma questo non significa che non si debbano chiamare le cose con il loro nome. E non si può confondere chi attacca con chi si difende.
A Damasco, è dalla zona del Goutha che sono cominciati gli attacchi verso i civili che abitano nella parte controllata dal governo, e non viceversa. Lo stesso Goutha dove – occorre ricordarlo? – i civili che non appoggiavano i jihadisti sono stati messi in gabbie di ferro: uomini, donne, esposti all’aperto e usati come scudi umani. Goutha: il quartiere dove oggi i civili che vogliono scappare, e rifugiarsi nella parte governativa approfittando dalla tregua concessa, sono presi di mira dai cecchini dei ribelli…
Perché questa cecità dell’Occidente? Come è possibile che chi informa, anche in ambito ecclesiale, sia così unilaterale?
La guerra è brutta, oh sì, sì se è brutta! Non venitelo a raccontare ai siriani, che da sette anni se la sono vista portare in casa… Ma non ci si può scandalizzare per la brutalità della guerra e tacere su chi la guerra l’ha voluta e la vuole ancora oggi, sui Governi che hanno riversato in Siria in questi anni le loro armi sempre più potenti, le loro intelligence… per non parlare dei mercenari lasciati deliberatamente entrare in Siria facendoli passare dai Paesi confinanti (tanti che poi sono diventati Isis, va ricordato all’Occidente, che almeno questa sigla sa cosa significa).
Tacere sui Governi che da questa guerra hanno guadagnato e guadagnano. Basta vedere che fine hanno fatto i più importanti pozzi petroliferi siriani. Ma questo è solo un dettaglio, c’è molto più importante in gioco.
La guerra è brutta. Ma non siamo ancora arrivati alla meta, là dove il lupo e l’agnello dimoreranno insieme, e per chi è credente, bisogna ricordare che la Chiesa non condanna la legittima difesa; e se anche non si augura certamente il ricorso alle armi e alla guerra, la fede non condanna chi difende la propria patria, la propria famiglia, la propria vita. Si può scegliere la non-violenza, fino a morirne. Ma è una scelta personale, che può mettere in gioco solo la vita di chi lo sceglie, non si può certo chiederlo a una nazione intera, a un intero popolo.

Nessun uomo che abbia un minimo di umanità vera può augurarsi la guerra. Ma oggi dire alla Siria, al governo siriano, di non difendere la sua nazione è contro ogni giustizia: troppo spesso è solo un modo per facilitare il compito di quanti vogliono depredare il Paese, fare strage del suo popolo, come accaduto in questi lunghi anni nei quali le tregue sono servite soprattutto per riarmare i ribelli, e i corridoi umanitari per far entrare nuove armi e nuovi mercenari… e come non ricordare quali atrocità sono accadute in questi anni nelle zone controllate dai jihadisti? Violenze, esecuzioni sommarie, stupri… i racconti rilasciati da chi alla fine è riuscito a scappare?

In queste settimane ci hanno fatto leggere un articolo veramente incredibile: tante parole per far passare in fondo una sola tesi, e cioè che tutte le Chiese di Oriente sono solo serve del potere… per convenienza… Qualche bella frase ad effetto, tipo la riverenza di Vescovi e Cristiani verso il Satrapo Siriano… un modo per delegittimare qualunque appello della Chiesa siriana che faccia intravedere l’altro lato della medaglia, quello di cui non si parla.
Al di là di ogni inutile difesa e polemica, facciamo un ragionamento semplice, a partire da una considerazione. E cioè che Cristo – che conosce bene il cuore dell’uomo, e sa che il bene e il male coabitano in ciascuno di noi – vuole che i suoi siano lievito nella pasta, cioè quella presenza che a poco a poco, dall’interno, fa crescere una situazione e la orienta verso la verità e il bene. La sostiene dove è da sostenere, la cambia dove è da cambiare. Con coraggio, senza doppiezze, ma dall’interno. Gesù non ha assecondato i figli del tuono, che invocavano un fuoco di punizione .
Certo che la corruzione c’è nella politica siriana (come in tutti i Paesi del mondo) e c’è il peccato nella Chiesa (come in tutte le Chiese, come tante volte il Papa ha lamentato). Ma, appellandoci al buon senso di tutti, anche non credenti : qual è l’alternativa reale che l’Occidente invoca per la Siria? Lo Stato islamico, la sharia? Questo in nome della libertà e la democrazia del popolo siriano? Ma non fateci ridere, anzi, non fateci piangere…
Ma se pensate che in ogni caso non sia mai lecito scendere a compromessi, allora per coerenza vi ricordiamo, solo per fare un piccolo esempio, che non potreste fare benzina ‘senza compromessi coi poteri forti’, dato che la maggior parte delle compagnie ha comprato petrolio a basso costo dall’Isis, attraverso il ponte della Turchia: così quando percorrete qualche chilometro in auto, lo fate anche grazie alla morte di qualcuno a cui questo petrolio è stato rubato, state consumando il gasolio che doveva scaldare la casa di qualche bambino in Siria…
Se proprio volete portare la democrazia nel mondo, assicuratevi della vostra libertà dalle satrapie dell’Occidente, e preoccupatevi della vostra coerenza, prima di intervenire su quella degli altri..
Non ultimo, non si può non dire che dovrebbe suscitare almeno qualche sospetto il fatto che se un cristiano o un musulmano denuncia le atrocità dei gruppi jihadisti è fatto passare sotto silenzio, non trova che una rara eco mediatica, per rivoli marginali, mentre chi critica il governo siriano guadagna le prime pagine dei grandi media. Qualcuno ricorda forse l’intervista o un intervento di un Vescovo siriano su qualche giornale importante dell’Occidente? Si può non essere d’accordo, evidentemente, ma una vera informazione suppone differenti punti di vista.

Del resto, chi parla di una interessata riverenza della Chiesa siriana verso il presidente Assad come di una difesa degli interessi miopi dei cristiani, dimostra di non conoscere la Siria, perché in questa terra cristiani e musulmani vivono insieme. E’ stata solo questa guerra a ferire in molte parti la convivenza, ma nelle zone messe in sicurezza dall’esercito (a differenza di quelle controllate dagli ‘altri’) si vive ancora insieme. Con profonde ferite da ricucire, oggi purtroppo anche con molta fatica a perdonare, ma comunque insieme. E il bene è il bene per tutti: ne sono testimonianza le tante opere di carità, soccorso, sviluppo gestite da cristiani e musulmani insieme.
Certo, questo lo sa chi qui ci vive, pur in mezzo a tante contraddizioni, non chi scrive da dietro una scrivania con tanti stereotipi di opposizione tra cristiani e musulmani.
“Liberaci Signore dalla guerra… e liberaci dalla mala stampa…”.
Con tutto il rispetto per i giornalisti che cercano davvero di comprendere le situazioni, ed informarci veramente. Ma non saranno certo loro ad aversene a male per quanto scriviamo…

thanks to: Pressenza

Ecco perché gli inglesi volevano uccidere Skripal

Numidia Liberum 23 marzo 2018Secondo il sito WhatDoesItMean, l’agente doppio Sergej Skripal e la figlia sono stati avvelenati dall’MI6 perché volevano tornare in Russia in cambio di documenti in loro possesso che provano che il dossier sulla falsa collusione “Trump-Russia” o “RussiaGate” è completamente ideato dall’MI6. Negli articoli “Il Regno Unito usa l’avvelenamento sotto falsa bandiera per accusare la Russia” e “Una spia avvelenata: esiste un legame con la campagna anti-Trump?” si era visto che gli inglesi avvelenarono l’ex-agente doppio Sergej Skripal e sua figlia a Salisbury, col gas nervino, nel Regno Unito, il 4 marzo 2018. Come naturalmente avviene in occidente, il governo inglese sostiene che il gas utilizzato è il Novichok prodotto solo nell’ex-Unione Sovietica. Ma l’unica fabbrica di armi chimiche sovietiche che produceva tale gas si trovava nell’Uzbekistan, smantellata dagli Stati Uniti dopo il crollo dell’Unione Sovietica… Stati Uniti e Regno Unito quindi sanno come fabbricarlo. Per coincidenza, il laboratorio di armi chimiche dell’esercito inglese di Porton Down è a sole 8 miglia da Salisbury, dove gli Skripal sarebbero stati avvelenati. Il governo inglese sostiene che Porton Down avesse identificato l’agente che sarebbe stato usato sugli Skripal. Ma il laboratorio è perfettamente in grado di produrre il Novichok, così come altri laboratori simili in altri Paesi. Inoltre, il vicino centro di addestramento nucleare chimico, biologico e radiologico CBRN Defense Center di Winterbourne Gunner, è a soli 4 km da Slisbury.
Tuttavia, all’inizio di febbraio il servizio di sicurezza federale russo (FSB) fu contattato da Julja Skripal, che viveva a Londra dal 2011 e si preparava a tornare in Russia per sposare il figlio di un alto funzionario della sicurezza russa. Sergej Skripal, già demoralizzato dalla morte del figlio l’anno scorso, e della moglie nel 2012, voleva tornare in Russia con lei. Per consentirlo, Sergej Skripal avrebbe fornito la prova che l’MI6, in collaborazione col regime di Obama-Clinton, aveva completamente creato ciò che ora è noto come dossier Trump, progettato per distruggere la legittimità del presidente Trump. Sergej Skripal è un ex-ufficiale dell’intelligence militare russa reclutato dall’MI6 come agente doppio. Il suo reclutamento fu orchestrato dall’agente dell’MI6 Pablo Miller che lavorava direttamente sotto l’egida del creatore del “Dossier Trump”, l’ufficiale dell’MI6 Christopher Steele. Da parte sua, Skripal aveva lavorato per l’Orbis Business Intelligence, il team di Steele che fabbricò il famigerato “Dossier Trump”. Le due spie dell’MI6, Miller e Steele, lavoravano anche per la stessa compagnia. Qui il ciclo si chiude.
Sebbene i dettagli dell’offerta di Skripal all’FSB per assicurarsi il ritorno in Russia restino segreti, è confermano che Julija Skripal ne discutesse col padre il 4 marzo, quando furono aggrediti ed abbandonati in condizioni critiche. Contemporaneamente, il quotidiano The Telegraph scriveva che tutti i collegamenti su Internet tra Skripal e Orbis Business Intelligence di Steele furono cancellati. Nello stesso tempo, tutti i collegamenti Internet tra Skripal e i creatori del falso “Dossier Trump” scomparvero. Parallelamente a tali azioni organizzate da professionisti dell’intelligence, il governo inglese accusò improvvisamente la Russia di aver avvelenato la spia e la figlia col gas nervino. Ma quando la Russia chiese le prove, gli inglesi le rifiutarono categoricamente, nonostante ciò che dice la Convenzione sulle armi chimiche, che il Regno Unito ha firmato come la Russia. E quando Jeremy Corbyn, leader del Labour Party, chiese perché il Regno Unito reagisse in questo modo, le forze favorevoli alla premier Teresa May lo presero in giro, seguite dal segretario della Difesa Gavin Williamson che disse che “la Russia dovrebbe andarsene e stare zitta“. Mentre il Presidente Putin disse alla riunione del Consiglio di Sicurezza russo di essere “estremamente preoccupato” dalla posizione lesiva e provocatoria del Regno Unito, il governo inglese continuava a scatenare l’isterismo bloccando il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite su un progetto sponsorizzato dalla Russia che chiede un’”inchiesta urgente” in conformità cogli standard internazionali. Ciò portava il senatore russo Sergej Kalashnikov ad avvertire: “L’occidente ha lanciato una massiccia operazione per espellere la Russia dal Consiglio di sicurezza dell’ONU… La Russia è ora un attore molto fastidioso per gli occidentali e ciò spiega i recenti attacchi al nostro Paese”.
È importante notare che nessuno in occidente si prende la briga di chiedersi perché la Russia avrebbe infranto la prima regola cardinale dell’”etichetta dello spionaggio” prendendo di mira una spia scambiata con altre spie, che Unione Sovietica e Russia hanno mai violato in oltre 70 anni. Come sottolinea il professor Anthony Glees, direttore del Center for Security and Intelligence Studies della Buckingham University, se la Russia ha davvero avvelenato Skripal, “Nessuno scambierebbe mai più con essa“, ponendo la domanda logica: “Se la Russia voleva davvero uccidere Skripal, perché non l’ha fatto quando era in prigione in Russia?Scienziati inglesi non collegano il gas nervino alla Russia, nonostante le pressioni
Craig Murray, ex-diplomatico ed ex-ambasciatore inglese

Ora ho ricevuto conferma da una fonte ben piazzata nel Ministero degli Esteri del Regno Unito, che gli scienziati di Porton Down (il laboratorio scientifico del ministero della Difesa) non sanno dire che il gas neurotossico sia un prodotto russo nonostante la pressione subita a dirlo. Porton Down non poteva che formulare “un tipo sviluppato dalla Russia”, dopo un incontro piuttosto difficile in cui questa formulazione fu concordata come compromesso. Per chi conosce Whitehall (governo), questo era ovvio da diversi giorni. Il governo non ha mai detto che l’agente nervino sia stato fabbricato in Russia o che possa essere fabbricato solo in Russia. L’esatta dicitura “un tipo sviluppato dalla Russia” fu utilizzata da Theresa May in parlamento, dal Regno Unito nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, da Boris Johnson alla BBC e, ancora più rivelatore, “di un tipo sviluppato dalla Russia” è la frase utilizzata nella dichiarazione congiunta rilasciata da Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Germania.

Conoscevate questi fatti interessanti?
Gli ispettori dell’OPCW hanno avuto pieno accesso a tutti gli impianti per armi chimiche russi per più di un decennio, compresi quelli identificati dal presunto informatore sul “Novichok” Mirzajanov, e l’anno scorso gli ispettori dell’OPCW completarono la distruzione delle ultime 40000 tonnellate di armi chimiche russe. Al contrario, il programma di distruzione delle scorte di armi chimiche degli Stati Uniti richiede cinque anni. Israele ha grandi scorte di armi chimiche ma ha costantemente rifiutato di dichiararle all’OPCW. Israele non ha firmato la Convenzione sulle armi chimiche, ne è membro dell’OPCW, che Israele sottoscrisse nel 1993 ma si rifiutò di ratificare perché significava ispezioni e distruzione delle sue armi chimiche. Israele ha indubbiamente la capacità tecnica come qualsiasi altro Stato di sintetizzare il Novichok. Porton Down non è ancora sicuro che siano stati i russi a sintetizzarlo, perciò “un tipo sviluppato dalla Russia”. Nota: sviluppata non prodotta. L’operazione è ovviamente propaganda formulata molto attentamente, un tipo elaborato di bugia.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via Ecco perché gli inglesi volevano uccidere Skripal

Perché il pilota ucraino “si è suicidato”?

Svjatoslav Knjazev, Sebastopoli, Eurasia Daily, 21 marzo 2018La misteriosa morte dell’ex-pilota ucraino Vladislav Voloshin, in pensione dal 2017 dopo una carriera di successo a Nikolaev, presenta altre prove che l’Ucraina viene derubata e da un motivo in più per dubitare che Voloshin non sia coinvolto nell’abbattimento del Boeing malese del 2014. L’ultima notizia, del 18 marzo, è la morte di Vladislav Voloshin, ex-pilota e direttore dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. Il primo rapporto diceva che Voloshin si era sparato con una pistola Makarov dal numero di serie cancellato. Più tardi, i mass media aggiunsero che l’aveva fatto a casa quando moglie e figli erano nella stanza accanto. Non era morto subito e aveva persino parlato coi medici del pronto soccorso. Alcuni giornalisti locali pubblicavano gli screenshot del suo messaggio a un certo Max, dove si lamentava di essere costretto a svolgere attività illegali, suggerendo che poteva essere eliminato se avesse fatto qualcosa di sbagliato, aggiungendo che non gli sarebbe piaciuto lasciare i figli senza padre. Aveva anche detto che pensava al “suicidio”. Ma il tono del messaggio era più sarcastico che depressivo. Voloshin si lamentò che tutti attorno a lui, incluso Max, badassero solo a se stessi. Nella risposta, Max assicurava Voloshin di essere sincero nei suoi confronti. I due erano amici: scherzavano e pensavano di bere della birra. Voloshin criticava il governatore dell’Oblast Nikolaev Oleksiy Savchenko, ma l’uomo di cui aveva paura non era lui, ma una persona più influente. Qui va ricordato chi fosse Voloshin e come divenne un personaggio pubblico.
Vladislav Voloshin era nato a Lugansk nel 1988 e crebbe nel Donbas. A 16 anni entrò nella scuola militare di Lugansk e in seguito nella Kharkov National Air Force University. Nel 2010, entrò nelle forze aeree ucraine. Nel 2014 prese parte alla cosiddetta operazione antiterrorismo sul Donbas. I media ucraini l’avevano definito il pilota più coraggioso delle forze aeree ucraine. Nell’agosto 2014 l’aereo di Voloshin fu abbattuto, ma sopravvisse. Durante l’operazione, compì 33 missioni. Il presidente ucraino Petro Poroshenko gli assegnò un ordine per il suo valore. Voloshin divenne famoso nel dicembre 2014, quando uno dei suoi commilitoni l’accusò di aver abbattuto il Boeing malese sul Donbas. L’uomo disse che l’aereo di Voloshin aveva missili aria-aria al momento e lo citò dire, dopo la missione: “Era l’aereo sbagliato… nel posto sbagliato nel momento sbagliato“. Kiev si affrettò a negare le accuse e ad incolparne i russi. A 26 anni, Voloshin era già maggiore, ma nell’estate 2017 si ritirò e fu nominato direttore aggiunto dell’aeroporto internazionale di Nikolaev. La comunità internet ucraina era indignata dalla “fuga dalle forze armate” ma Voloshin spiegò che i suoi comandanti erano di mentalità ristretta ed esibizionisti e che nell’esercito riceveva solo 13000 grivne al mese, il che non bastava per lui e la famiglia (anche se era il doppio del salario medio in Ucraina). Voloshin aggiunse che aveva fatto abbastanza per proteggere il Paese a differenza di chi lo criticava. All’aeroporto, Voloshin ebbe un discreto successo all’inizio. Nel dicembre 2017, il direttore dell’Aeroporto Mikhaylo Halaiko fu arrestato mentre cercava di consegnare al governatore dell’Oblast di Nikolaev Savchenko una tangente di 2,5 milioni di grivne. Halaiko fu licenziato e Voloshin nominato direttore. Il 24 gennaio 2018, convocò i suoi dipendenti e li informò che l’aeroporto aveva guadagnato 133 milioni di grivne, e stava attivamente ripristinando la pista, i sistemi di navigazione ed illuminazione e pagava puntualmente i salari del personale. Alla fine del febbraio 2018, Voloshin parlò con l’amico giornalista russofobo Juriij Butusov e gli disse che non aveva né nemici né problemi. Tuttavia, il 18 marzo, Voloshin decise di spararsi. Il giorno successivo Hromadske TV citava la vicedirettrice dell’aeroporto internazionale di Nikolaev, Alina Korotich, dire che l’amministrazione dell’Oblast di Nikolaev aveva costretto Voloshin a firmare documenti che certificano il completamento dei lavori nel quadro di una gara annullata, ovviamente illegale. La somma della gara era di 100 milioni di grivne. Sotto questa luce, abbiamo una serie di domande:
Perché Voloshin decise di suicidarsi mentre solo un paio di settimane prima aveva inviato all’amico un messaggio dicendo che non voleva che i suoi figli perdessero il padre?
Perché Voloshin decise di suicidarsi a casa quando l’amata famiglia era accanto?
Se il suo suicidio fu provocato dalle azioni illegali di qualcuno, perché non scrisse nulla nel tentativo di avere giustizia?
Perché Voloshin si è sparato al petto? Da ex-militare, avrebbe dovuto sapere che non era il modo migliore per uccidersi? Fu vivo e cosciente per un’ora e mezza dopo lo sparo.
Dove prese la pistola Makarov? Era un regalo? Perché i numeri di serie della pistola erano cancellati?
Come mai un uomo che ha subito molti test psicologici all’università e bombardato a sangue freddo asili, scuole e ospedali nel Donbas era così psicologicamente instabile?
Perché Voloshin, molto duro nel criticare l’esercito di Poroshenko, accettò di entrare nell’agenzia controllata dal governatore nominato dal Blocco di Poroshenko?
Perché Voloshin era così ottimista solo un paio di settimane prima della morte, anche se aveva problemi così seri?
La teoria secondo cui Voloshin si è suicidato perché si vergognava non dà alcuna risposta alle domande sopra menzionate. Ci sono solo due possibilità logiche: o il pilota è stato ucciso e la sua famiglia è stata costretta al silenzio o fu costretto a uccidersi. La data del suicidio di Voloshin non era una coincidenza. Il 18 marzo, la Russia eleggeva il presidente, un evento che avrebbe sicuramente oscurato la morte dell’uomo sospettato di aver abbattuto il Boeing malese, notizia che altrimenti sarebbe stata in prima pagina.
Chi voleva liberarsi di Voloshin avrebbe avuto due motivi:
Voloshin avrebbe potuto pubblicare fatti che esponevano la corruzione delle autorità di Nikolaev. Alcuni blogger ucraini suggeriscono che chi avrebbe potuto fare pressione su Voloshin quando era vivo era l’eminenza grigia della politica locale, il parlamentare del Blocco di Poroshenko David Makarian. Voloshin avrebbe anche voluto rivelare alcuni fatti sul Boeing abbattuto distruggendo Poroshenko e l’intero regime post-Majdan. Se Voloshin fosse morto due anni fa, sarebbe stato fatale per il regime di Poroshenko, ma ora a Kiev potranno collegare il caso a certi problemi legati alla corruzione nell’Oblast di Nikolaev ed incolparne il governatore locale o alcuni parlamentari. In ogni caso, la morte di Voloshin ha dimostrato che corruzione ed anarchia corrodono le fondamenta dello Stato ucraino e possono farlo crollare da un momento all’altro. Ora possiamo vedere per cosa lottasse Maidan, per il diritto di certuni di derubare i resti del tesoro dell’Ucraina.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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La svolta globale della Cina: Yuan-oro e avvertimenti

King World News, 26 marzo 2018

Nell’ultima settimana di marzo, uno dei maggiori gestori di fondi al mondo dichiarava a King World News che la Cina ha appena compiuto una svolta globale che porterà a 20000 dollari l’oro e a un sistema monetario e uno yuan basati sull’oro. C’è anche un terribile avvertimento.La Cina compie una svolta globale
Dr. Stephen Leeb: “Oh, ironia. Il presidente Trump potrebbe essere quello che risolve i problemi commerciali degli USA. Ma non coi dazi o il forte riarmo dei nostri partner commerciali… Piuttosto arriverà dalla Cina che accelera la transizione a una nuova valuta di riserva, probabilmente un paniere di valute basate sull’oro, creando un sistema monetario centrato sull’oro. La Cina ha gettato accuratamente le basi per avere i mezzi per definire la nuova valuta di riserva che influenzerà l’Oriente, se non il mondo”. E con la Cina non solo maggiore trader del mondo ma anche possessore di un esercito in grado di proteggere i partner commerciali orientali, le sue capacità sono indubbie.

La Cina ora commercia il petrolio con lo Yuan-oro
Segnatevi la data: oggi è iniziato il commercio del nuovo benchmark del petrolio orientale di Shanghai. I fornitori di petrolio possono ora coprire i loro yuan in futures basati sull’oro, la cui compensazione sarà in oro. In effetti, il petrolio ora viene commercializzato in yuan-oro. Il segnale che la Cina vuole accelerare il commercio in yuan e oro ben oltre il petrolio, è apparso in un articolo sul South China Post di fine febbraio. L’articolo citava Cheung Tak-hay, presidente della Borsa dell’oro di Hong Kong, dire: “La Borsa dell’oro di Hong Kong è in trattative con Singapore, Myanmar e Dubai per stabilire un corridoio merci in oro per promuovere prodotti denominati in yuan nell’ambito dell’Iniziativa Cintura e Via della Cina. Il corridoio delle merci d’oro… potrebbe collegare il deposito doganale proposto a Qianhai con utenti e commercianti di metalli preziosi nei Paesi della Fascia e Via“.

Deposito d’oro da 1500 tonnellate nella zona di libero scambio
Qianhai fa parte della zona di libero scambio di Shenzhen e Hong Kong. Il deposito doganale, secondo l’articolo, potrà immagazzinare 1500 tonnellate di oro. I servizi di regolamento di custodia e fisico inizierà probabilmente nei prossimi mesi. La posizione di Trump sulla politica commerciale spinge la Cina ad estenderne il commercio ben oltre il petrolio. Finora queste cifre equivalgono alla soppressione dei dazi in nome della “sicurezza nazionale” (che ironia). L’affermazione è che economia ed esercito statunitensi non possono essere sicuri se il Paese non produce abbastanza acciaio. E così il presidente Trump annunciava dazi che colpiranno alleati affidabili mentre avrà impatto assai minore sulla Cina, le cui pratiche commerciali Trump ha ripetutamente lamentato. I dazi furono quindi modificati esentando Canada e Messico, almeno per ora, ma si applicano ancora a molti altri alleati degli Stati Uniti.

Il vero pericolo
Ma il vero pericolo deriverà da una guerra commerciale totale. Il Presidente della PBoC Zhou ha spesso notato il rovescio della medaglia quando una nazione sovrana ha la valuta di riserva mondiale. O la valuta è sopravvalutata, portando il Paese a grandi deficit commerciali. Oppure (se il Paese emittente cerca di evitarlo limitando l’offerta della propria valuta), la crescita mondiale ne risentirà. Non fraintendetemi: non sostengo che la Cina e altri partner commerciali giochino in modo equo. Dico che l’unico modo in cui gli Stati Uniti possono sfidare il deficit commerciale è con un forte rallentamento della crescita mondiale o rinunciando al ruolo del dollaro come valuta di riserva. Il dollaro è nettamente sopravvalutato e rimarrà tale fin quando sarà la valuta di riserva mondiale. Vedo la Cina alla ricerca urgente del modo per evitare il collasso economico che potrebbe comportare una guerra commerciale. Noi siamo le nostre peggiori minacce alla nostra sicurezza nazionale, non solo rischiando una guerra commerciale che infliggerebbe danni ingenti all’economia mondiale, ma anche a causa delle nostre specifiche vulnerabilità, soprattutto e sorprendentemente nell’arena militare. Ignoranza ed autocompiacimento degli USA su questo sono mozzafiato.

La Cina potrebbe piegare gli Stati Uniti
L’adagio rilevante è che se vivi in una casa di vetro, non lanciare pietre. Qualsiasi pena commerciale imponiamo alla Cina, senza dubbio causando qualche sofferenza, non paralizzerà l’economia cinese. Ma se la Cina rispondesse nello stesso modo, piegherebbe gli Stati Uniti. Il motivo: mentre Trump si concentra su acciaio e alluminio, la Cina insieme ad altri Paesi controlla le risorse, in particolare i metalli delle terre rare, di gran lunga più vitali per le nostre forze armate e sicurezza. Ogni anno l’US Geological Survey (USGS), l’agenzia incaricata di fornire dati e analisi sulle risorse naturali e i pericoli, pubblica un annuario che dettaglia riserve mondiali, risorse e produzione di materie prime e minerali. Negli ultimi due decenni i rapporti sono sempre più lugubri. Una volta largamente autonomi per risorse, gli Stati Uniti sono sempre più dipendenti da altri Paesi, alcuni dei quali, come la Cina, potrebbero facilmente divenire dei nemici. Nessuno può obiettare che non sia intelligente, o vantaggioso per la sicurezza nazionale, dipendere dai nemici sulle risorse cruciali.Il generale dell’aeronautica Robert Latiff avverte
Ho parlato di terre rare prima. In effetti il mio libro del 2011 “Red Alert” era in parte un avviso agli USA sul pericolo derivante dalla nostra crescente inaccessibilità a questi metalli. Nei sette anni passati da allora, non abbiamo fatto nulla per far fronte ai nostri dubbi. Nel suo libro del 2017 “Future War“, il generale dell’aeronautica militare Robert Latiff ha scritto: “L’elettronica di consumo sempre più piccola e capace… dipende in modo cruciale dai metalli delle terre rare… Più preoccupante dal punto di vista degli armamenti, i metalli delle terre rare si trovano su tutti gli aerei ad alte prestazioni, missili ed elettronica avanzata“. Forse più spaventoso in vista delle recenti valutazioni militari è il suo commento: “I magneti delle terre rare consentono il controllo del tiro dei missili altamente manovrabili e ad altissima velocità“.

Missili ipersonici cinesi
La Cina sviluppa missili ipersonici che volano cinque o più volte la velocità del suono e sono estremamente difficili da rilevare o neutralizzare. Possono, senza testata nucleare, affondare una portaerei. Un rapporto della National Academy of Sciences, commissionato dall’US Air Force nel 2016, osservava che quando si tratta di tali tecnologie: “L’assenza in questo Paese di un chiaro percorso all’acquisizione… è in netto contrasto col ritmo febbrile della ricerca nei potenziali avversari… I loro investimenti sono significativi… e le loro realizzazioni in alcuni casi sorprendenti“. A cui si può aggiungere che senza terre rare, “un chiaro percorso di acquisizione” non esiste. Il fatto che il rapporto sia stato scritto nel 2016 e che nei due anni successivi non sia cambiato nulla, è più che sufficiente a tenermi sveglio la notte. Più recentemente due importanti gruppi di riflessione, RAND Corporation e International Institute for Strategic Studies (IISS), hanno pubblicato relazioni di ampio respiro sulla difesa degli Stati Uniti. Il rapporto RAND affermava che le forze statunitensi “non riescono a tenere il passo con le forze modernizzatrici delle grandi potenze avversarie” e “sono mal posizionate per affrontare le sfide chiave in Europa ed Asia orientale“.

La Cina ha già raggiunto il suo obiettivo
Il rapporto IISS fa commenti simili. Ad esempio, afferma: “Gli sviluppi dei nuovi armamenti in Cina e l’ampio progresso tecnologico nella difesa sono volti a favorire la transizione dal “recupero” con l’occidente a divenire innovatore nella difesa globale: in alcune aree della tecnologia della difesa, la Cina ha già raggiunto i suoi obiettivi“. A cui posso aggiungere le valutazioni su ciò che si può vedere, non da ciò che la Cina potrebbe nascondere, che sarebbe enorme. Non asserisco che una qualsiasi mancanza nella nostra supremazia militare sia dovuta unicamente all’assenza di rifornimenti di terre rare, cobalto e altri prodotti essenziali che la Cina controlla virtualmente attraverso possesso naturale e/o capacità di ricostituzione. Ma dovrebbe essere ovvio che è stupido, e contro i nostri interessi nella sicurezza nazionale, fare qualsiasi cosa che rischi di limitarci l’accesso a questi materiali chiave. In altre parole, una guerra commerciale minaccia non solo l’economia mondiale ma anche la nostra capacità di difenderci e di produrre beni consumo di alta qualità. La posizione meno invidiabile in cui ci troviamo non iniziò con Trump, Obama o Bush. Piuttosto, risale a quando Nixon ci tolse il gold standard nel 1971 e alla politica miope che scaturì da tale infame decisione. Siamo mezzo secolo dopo a sperare che una nuova versione del sistema monetario centrato sull’oro possa salvarci.

Oro a 20000 dollari
Ciò spingerà l’oro molto in alto. E se la Cina in qualche modo non ci riesce, probabilmente significherà gravi disordini geopolitici, nel qual caso, l’oro, ancora una volta, è ciò che vorreste possedere. L’oro si prepara a un balzo per forza e durata impressionanti. Eric, il prezzo dell’oro sarà di almeno 20000 dollari e probabilmente di più, e i lettori di KWN non dovrebbero più rimanerne fuori: è troppo tardi perché il tempo sta per scadere.Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Lobby israeliana e Cambridge Analytica per influenzare le elezioni

Wayne Madsen SCF 26.03.2018Da qualche parte nelle viscere del complesso israeliano di sorveglianza-intelligence-militare, forse in una dozzina o più laboratori informatici altamente protetti a Tel Aviv, Herzliya, Ramat Gan e Petach Tikva, l’idea fu per la prima volta sollevata. Prendendo in prestito gli strumenti psicografici sviluppati dalle società di marketing online e abbinandoli con metodi di propaganda antichissimi e tecniche di guerra psicologica più moderne utilizzate dai servizi militari e d’intelligence, è stato deciso che le elezioni possono essere manipolate, non alle urne, ma influenzando gli elettori. Benvenuti nel mondo della guerra basata sui risultati psicografici o “POW”. Non è più di moda interferire nel conteggio dei voti. Invece, gli esperti di guerra psicografica hanno deciso che è molto più vantaggioso influenzare gli elettori prima di esprimere il voto. Questa forma di guerra informatica apparve nel 2006 dopo lo sviluppo del Megaphone Desktop Tool, un programma software progettato per rispondere a ciò che era considerato contenuto anti-israeliano sul web. Utilizzando feed RSS (Rich Site Summary), Megaphone e un’organizzazione di propaganda ombrello denominata Give Israel Your United Support (GIYUS) poterono sostenere le politiche israeliane votando automaticamente nei sondaggi on-line, rispondendo ai commenti ritenuti negativi nei confronti d’Israele nelle chat room e nei forum online e indirizzando la posta elettronica a varie organizzazioni giornalistiche, tra cui BBC, Independent Television News (ITN) e Reuters. Secondo “The Register” nel Regno Unito, ciò che Megaphone fece fu “un esercizio high-tech sul ballottaggio“. Megaphone fu soprannominato “lobby”. Nel 2007, Megaphone fu riprogrammato per altri usi e una versione riveduta fu commercializzata da Collactive, un’azienda al centro della diffusione di software spamming a rivenditori online senza scrupoli. Il denaro per Collactive fu fornito da Sequoia Capital, una società di capitale di rischio di Menlo Park, in California, attiva nel finanziamento di imprese ad alta tecnologia israeliane. Non è un caso che il quartier generale della Sequoia Capital si trovi a soli 12 km dalla sede centrale di Facebook ad East Palo Alto. Il nesso tra gli sviluppatori di software per lo spamming e le società di datamining sono profonde quanto tra Facebook e Google, quest’ultimo a sole 10 miglia da Sequoia, costituirebbe una seria minaccia per le elezioni in oltre 100 Paesi, regioni e province in tutto il mondo. È ormai noto che Facebook consentiva a Cambridge Analytica, società del Regno Unito, di estrapolare l’onnipresente repository di dati personali dai provider, sviluppare software per il targeting geo-demografico e quindi influenzare gli elettori nel mondo. Lungi dal manomettere le macchine per il voto o di tabulazione dei voti, ciò che Cambridge Analytica ha fatto, insieme alla consociata negli Stati Uniti Cambridge Analytica LLC, era manomettere le menti degli elettori. Ciò fu realizzato utilizzando sofisticati programmi psicografici. Dopo diverse elezioni discutibili negli Stati Uniti, come le elezioni presidenziali del 2000 e 2004, fraudolente in Florida e Ohio, il nuovo metodo di “lancio” delle elezioni risiedeva sulle decisioni degli elettori. Analizzando psicologicamente gli elettori in base ad attività e comportamento, interessi, atteggiamenti, valori sul web, Cambridge Analytica, armata di un software basato sui risultati delle elezioni, poté condurre campagne da guerra psicologica di massa per allontanare gli elettori da determinati candidati, partiti e scelte referendarie popolari. Il fattore determinante nella vittoria elettorale di Trump fu il microtargeting di 230 milioni di elettori statunitensi utilizzando ben 5000 diversi vettori di raccolta dati dai massicci database di Facebook, Twitter, Google e altre applicazioni dei social media. In quasi tutti i casi in cui le elezioni erano influenzate da tali operazioni di manipolazione, i vincitori erano partiti e candidati favorevoli agli interessi israeliani. GIYUS e Megaphone divennero da operazione di propaganda ad operazione d’influenza determinante sull’esito del voto, con un cambiamento comportamentale elettorale in piena regola. Invece di sondaggi on-line che soccombevano ai creatori di tali illeciti, era il voto vero a divenire obiettivo della manipolazione psicologica “Made in Israel“.
La vittoria elettorale di Donald Trump nel 2016 fu favorita da Long Island dal magnate degli hedge fund di New York e scienziato informatico Robert Mercer. Mercer, un prodotto di destra del complesso d’intelligence militare, grazie ai suoi primi lavori sull’intelligenza artificiale per il Laboratorio di armi dell’aeronautica statunitense presso la base militare di Kirtland, nel Nuovo Messico. Mercer poté trasformare l’intelligenza artificiale utilizzata per i sistemi d’arma per prevedere vincitori e perdenti nel mercato azionario. I programmi sviluppati da Mercer l’hanno reso miliardario. La Renaissance Technologies di Mercer era un importante investitore della Cambridge Analytica. Robert Mercer e sua figlia Rebekah Mercer furono anche i principali finanziatori del sito di destra filo-Trump Breitbart News. Cambridge Analytica, lavorando a braccetto con Breitbart e l’unità operativa digitale della campagna presidenziale Trump, impegnata in una campagna da guerra psicologica mai vista nella storia degli Stati Uniti, fu preceduta da operazioni di interferenza elettorale praticamente non dichiarate in Europa, America Latina e Asia. La società madre di Cambridge Analytica, SCL Group di Londra, già Strategic Communication Laboratories (SCL), collegata a Ministero della Difesa inglese, MI-6 e dipartimenti della Difesa e dello Stato degli Stati Uniti, fu fondata nel 1993 da un ex-dirigente della società pubblicitaria Saatchi & Saatchi. Il gigante pubblicitario fu fondato nel 1970 dai fratelli Maurice e Charles Saatchi, che provenivano da una famiglia ebrea molto ricca di Baghdad, in Iraq. I fratelli Saatchi, entrambi ebrei ortodossi, come il genero di Trump Jared Kushner e la figlia Ivanka Trump, sono forti sostenitori di Israele. Le connessioni tra SCL e Cambridge Analytica nelle precedenti operazioni di propaganda sul web sviluppate dall’intelligence israeliana, quindi, non dovrebbero sorprendere. Uno psicologo di Cambridge Analytica, Michal Kosinski, fu coinvolto nella ricerca di un’azienda privata che concluse che gli utenti di Internet che “gradivano” le scarpe Nike e le barrette di cioccolato KitKat erano anche anti-israeliani. Alcuni fondi di Kosinski provenivano dall’Agenzia per la ricerca avanzata di difesa degli Stati Uniti (DARPA), nota operazione di riciclaggio e ricerca di Central Intelligence Agency e National Security Agency.
Né dovrebbe sorprendere che Cambridge Analytica abbia assunto i servizi di due rabbiosi funzionari filo-israeliani nella campagna di Trump e nella prima amministrazione, l’incriminato l’ex-consigliere della sicurezza nazionale di Trump, tenente-generale Michael Flynn, e l’ex-stratega capo di Trump, Steve Bannon. Jared Kushner, il cui ex-detenuto padre Charles Kushner ha stretti legami con l’intelligence israeliana, supervisionò personalmente l’impiego di Cambridge Analytica nella campagna Trump. Infatti, la classica “intelligenza” usata da Cambridge Analytica, sotto la direzione del suo ex-amministratore delegato Alexander Nix, scatenò voci malevoli sull’orientamento sessuale dei candidati politici e su altre abitudini sessuali, oltre a cercare di comprometterli con attraenti prostitute ucraine, tattiche preferite dal Mossad di Israele. Charles Kushner impiegò tattiche d’intrappolamento, con un”honeytrap” omosessuale guidato dall’intelligence israeliano, l’ex governatore democratico del New Jersey Jim McGreevey. Charles Kushner fu anche accusato in tribunale di cercare di usare prostitute per intrappolare il contabile e il cognato, testimoni del governo nel processo federale per corruzione intentatogli contro. Cambridge Analytics aveva almeno 10 dipendenti nelle operazioni digitali della campagna Trump, guidati da Brad Parscale, recentemente nominato capo della campagna elettorale di Trump per il 2020. Ci sono anche collegamenti tra Cambridge Analytica e Palantir, l’azienda fondata con fondi venture capital della CIA e guidata dal caro amico e consigliere economico di Trump Peter Thiel. Con sede a pochi chilometri da Facebook e Google a Palo Alto, Palantir utilizza dati personali e geo-spaziali supportando Pentagono e comunità di intelligence degli Stati Uniti nelle operazioni di guerra psicologica ed “operazioni informative” micro e macro-mirate. Ed è a sole 10 miglia da un’altra azienda che avviata con capitale iniziale della CIA, Oracle, Inc., il nonno dei database relazionali. In un’esposizione su Cambridge Analytica trasmessa da Channel 4, Nix rivelò che l’azienda utilizzava “alcune compagnie israeliane“, che considerava “molto efficaci nella raccolta di informazioni“. Lo sviluppatore dell’applicazione utilizzata da Cambridge Analytica per raccogliere ed estrarre dati personali di 50 milioni di utenti statunitensi di Facebook, per scopi politici e di altro genere, è Aleksandr Kogan, collega di Kosinski. Nato in quella che era la Repubblica socialista sovietica moldava, Kogan e la famiglia erano tra le centinaia di migliaia di ebrei residenti nell’Unione Sovietica che emigrarono negli Stati Uniti negli ultimi anni dell’URSS. In una mossa degna del peggior James Bond, Kogan cambiò nome in Dr. Alexander Spectre. È interessante notare che un programma dannoso che abbatte la sicurezza delle applicazioni informatiche “sicure” è anche noto come “Spectre“. Molti ebrei moldavi fungono da boss in quello che il Federal Bureau of Investigation chiama “mafia euroasiatica”. Il Presidente Vladimir Putin aveva assolutamente ragione quando dichiarò a NBC News che dei russi non sarebbe coinvolti nell’ingerenza delle elezioni statunitensi, ma che potevano essere “ucraini, tartari o ebrei con cittadinanza russa… Forse doppia cittadinanza o visto. O forse gli statunitensi li hanno pagati per questo lavoro“.
Sulla base delle origini di Cambridge Analytica, SCL Group, Renaissance Technologies, Saatchi & Saatchi, Sequoia Capital, Facebook, Google, Palantir, Collactive e Megaphone/GIYUS, non c’è “forse” sul coinvolgimento di ucraini e ebrei ex-sovietici nella psicologia della manipolazione elettorale. Si potrebbe aggiungere alla lista del Presidente Putin, moldavi, israeliani e cittadini inglesi e statunitensi, per non parlare di lettoni, estoni, rumeni, turchi e macedoni. SCL Group ha condotto ricerche classificate per il Ministero della Difesa inglese e la NATO su “Target Audience Analysis” (TAA), sottoinsieme di ciò che le agenzie d’intelligence occidentali chiamano “Population Intelligence“. Piuttosto che avere legami con l’intelligence o il governo russi, Cambridge Analytica e la collegata SCL Group hanno un rapporto diretto con Whitehall, Pentagono, Foggy Bottom, US Defense Intelligence Agency quando era sotto il comando del generale Flynn, quartier generale del partito conservatore del Regno Unito, quartier generale della NATO a Bruxelles e, in particolare, Mossad e ministero della Difesa israeliano a Tel Aviv. L’ex-commissario per la privacy australiano Malcolm Crompton, ha riassunto il modo in cui aziende come Cambridge Analytica e SCL Group interferiscono nelle elezioni. Disse al “Brisbane Times” che i partiti politici, da soli, vanno biasimati. Crompton disse che i partiti usano “macchine molto sofisticate sull’elettorato” che raccolgono informazioni dai contatti cogli elettori. Aggiunse che tali “fonti di informazione potrebbero poi essere combinate con i dati di Facebook per costruire il profilo degli elettori“. La portata delle interferenze elettorali di Cambridge/SCL Group nel mondo è sbalorditiva. Oltre agli Stati Uniti, il conglomerato è stato attivo nelle elezioni in Kenya, India, Trinidad e Tobago, Antigua e Barbuda, Moldova, St. Lucia, Argentina, Repubblica Ceca, Ghana, Lettonia, Italia, Nigeria, St. Kitts-Nevis, Messico, Giamaica, Polonia, Scozia, Lituania, Germania, Francia, Ungheria, Romania, Tailandia, Sud Africa, Brasile, Indonesia, Irlanda del Nord, Kedah, Bihar, Colombia, Dominica, St. Vincent e Grenadine, Islanda, Nepal, Iran, Malesia e nella campagna “Leave” della Brexit nel Regno Unito.
Nel 2015, gli hacker israeliani di Cambridge Analytica, che lavoravano dall’ufficio di Londra, hackerarono le e-mail dell’ex-candidato presidenziale nigeriano Muhammadu Buhari per scovare informazioni personali imbarazzanti sul candidato musulmano. Ciò avrebbe giovato al presidente in carica Goodluck Jonathan, cristiano che sosteneva stretti legami con Israele. Nello stesso anno, gli hacker israeliani hackerarono e-mail e cartelle cliniche del leader dell’opposizione di St. Kitts-Nevis, Timothy Harris, del Partito laburista popolare. Il governo israeliano era noto opporsi ad Harris per la sua politica volta a rafforzare i legami col Venezuela, deciso avversario d’Israele. Harris, contro le probabilità imposte dagli hacker israeliani e da Cambridge, vinse le elezioni. Cambridge Analytica colpì ancora nel 2017, quando sostenne la rielezione del presidente Uhuru Kenyatta in Kenya diffondendo online voci e pettegolezzi sul suo avversario, usando Facebook e l’applicazione Whatsapp. Kenyatta mantenne forti relazioni d’intelligence e militari con Israele. In quasi tutte le elezioni in cui interferirono, Cambridge Analytica e SCL lo fecero per conto di capi e partiti favorevoli allo stretto legame con Israele. Non è una coincidenza. Con tutta l’attenzione sull’integrità elettorale, ora arriva un’azienda che offre tecnologia blockchaining per controllare e autenticare il conteggio dei voti. L’8 marzo 2018, Agora, società di tecnologia blockchain con sede in Svizzera, emise il seguente comunicato stampa, l’8 marzo 2018: “Le elezioni presidenziali della Sierra Leone del 2018, tenutesi il 7 marzo, rappresentano la prima volta nella storia che la tecnologia blockchain viene utilizzata per le elezioni governative. I risultati del West District sono stati registrati sul blockchain ledger di Agora, e il conteggio fu reso disponibile pubblicamente giorni prima del consueto conteggio manuale“. La tecnologia blockchain è al centro delle criptovalute come Bitcoin. Non è un caso, infatti, che dietro l’introduzione della criptovaluta nella Repubblica delle Isole Marshall, stretto alleato diplomatico d’Israele, vi siano le società tecnologiche israeliane. Manipolazione e penetrazione delle elezioni globali a beneficio di Israele non finirà nel prossimo futuro, né i politici, timorosi della Lobby israeliana, accusano i veri colpevoli di violazioni elettorali in oltre 100 Paesi.Traduzione di Alessandro Lattanzio

via L’alba della guerra psicografica

“Supremacy”, il brano di Roger Waters per i palestinesi

 

L’ex componente della storica band dei Pink Floyd ha voluto esprimere, tra le  altre cose, la sua protesta contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere, lo scorso 6 dicembre, Gerusalemme come capitale di Israele

Roger Waters (foto Afp)

della redazione

Roma, 16 marzo 2018, Nena NewsSi intitola “Supremacy” il nuovo brano a sostegno dei palestinesi di Roger Waters, ex componente della storica band dei Pink Floyd, che con esso ha voluto esprimere la sua protesta contro la decisione del presidente Usa, Donald Trump, di riconoscere, lo scorso 6 dicembre, Gerusalemme come capitale di Israele.

“Supremacy” paragona la storia dei soprusi sui palestinesi a quella dei coloni americani contro gli indiani d’America. Il brano è stato realizzato con la collaborazione del trio di musicisti “Joubran” che ha messo in musica i versi del poema “Il penultimo discorso del pellerossa all’uomo bianco” del grande poeta palestinese Mahmoud Darwish.

Waters è considerato un nemico dal governo Netanyahu perché è un attivista del movimento Bds, movimento internazionale che esorta al boicottaggio di Israele, ed assieme ad altre personalità del mondo dell’arte e dello spettacolo, tra le quali il regista Ken Loach, condanna le politiche di occupazione nei territori palestinesi praticate da Tel Aviv. Tra le sue ultime iniziative ci sono le lettere aperte contro i musicisti che accettano di tenere tour in Israele nonostante la repressione della popolazione palestinese. Hanno fatto notizia quelle indirizzate ai Radiohead e a Nick Cave.

Il musicista si è avvicinato molto alla causa palestinese dopo il 2002, in seguito alla costruzione del Muro di separazione israeliano nella Cisgiordania occupata e intorno a Gerusalemme. Una barriera che ha condannato con forza in molteplici occasioni, in particolare durante le sue visite nei Territori occupati, e che ha accostato ai contenuti espressi nel capolavoro dei Pink Floyd, “The Wall”.

thanks to: Nena News

CINEMA. Al via la XV edizione del Festival del Cinema Al Ard

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Il Festival, tra le principali rassegne  europee di cinema arabo e palestinese, presenta una ricca edizione con un occhio particolare al 70esimo anniversario della Nakba palestinese.

Cagliari, 16 marzo 2018, Nena NewsDal 17 al 24 marzo 2018, a Cagliari, si svolgerà la XV edizione  del Festival del Cinema Arabo Palestinese Al Ard Doc Film Festival, organizzato dall’Associazione Amicizia Sardegna Palestina che quest’anno presenta una ricchissima edizione e prevede un’ulteriore continuazione per una due giorni a Macomer.

Il Festival, tra le principali rassegne  europee di cinema arabo e palestinese,  propone  una formula basata sul bisogno di informare e accrescere la consapevolezza dei cittadini rispetto a uno scenario geopolitico  mutevole e che lancia numerosi interrogativi all’Europa.  “In questo contesto di crisi politiche, sociali ed economiche, di guerre e conflitti, di flussi migratori e morti in mare”- afferma l’Associazione Amicizia Sardegna Palestina – “un’associazione come la nostra ha il diritto e il dovere di colmare le paure e i quesiti che, spesso, conducono ad alimentare stereotipi, pregiudizi e intolleranze”.

Proiezioni delle più recenti e importanti produzioni cinematografiche riguardanti le tradizioni, la politica, la storia, la religione e la cultura araba con una particolare attenzione alla Palestina. In questi 15 anni il Festival Al Ard si è evoluto diventando un appuntamento non solo per i cultori del genere documentaristico o del cinema arabo, ma anche e soprattutto per coloro che desiderano aprire una finestra su un mondo poco conosciuto o spesso  frainteso.

Saranno 36 i film proiettati, dei quali 32 in concorso, scelti e selezionati dalla commissione esaminatrice tra moltissime proposte arrivate da tutto il mondo arabo e non solo.

Lo sguardo femminile sul conflitto è ormai presente in una parte consistente del cinema  palestinese ed emergerà durante il festival grazie alla presenza di numerose registe: la documentarista palestinese  Mai Masri, ad esempio, sarà presente la prima sera per raccontare e spiegare il proprio lavoro che riporta le vicende di una giovane palestinese, la violenza e le ambiguità del regime di detenzione amministrativa in Israele.

In Road to Sufsaf, della regista Nour Maatuk, un ingegnere palestinese ricostruisce la mappa del suo villaggio d’origine, distrutto dagli israeliani nel 1948 o nel film A Long Hot Summer in Palestine la regista palestinese Norma Marcos, racconta attraverso la voce dei palestinesi come le guerre e l’occupazione abbiano cambiato la loro vita quotidiana.

Per rievocare i settant’anni dalla Nakba (l’espulsione dei palestinesi e la catastrofe) il film  1948: Creation & Catastrophe, della regista  Ahlam Muhtaseb insieme a  Andy Trimlett,  riannoda i fili della memoria di israeliani e palestinesi sui fatti che portarono alla cacciata di una nazione e alla costruzione di uno stato. Altrettanto significativo e storico è  Rasheed, della regista libanese Samia Badih, che cerca di ricostruire l’uccisione di suo zio, morto durante un bombardamento israeliano a Sidone, nel 1982.

Saranno anche presenti le vicende della Freedom Flotilla, una flotta di imbarcazioni che cercarono di rompere l’assedio su Gaza, con la testimonianza diretta della regista Rifat Audeh nel suo film  The Truth: Lost at Sea o le  più recenti vicende nei paesi arabi come Repeating History di Nadim Fetaih, un mediometraggio che racconta il rapporto tra padre e figlio egiziani tra due rivoluzioni. Altrettanto importante e significativa la presenza del cinema maghrebino con Couscous: Seeds of Dignity di Habib Ayeb,  che  offre uno spaccato originale delle forme di dipendenza alimentare della Tunisia post-coloniale o Dreams fragments della regista algerina Bahïa Bencheikh-El- Fegoun  che racconta i sogni infranti dei giovani del suo paese.

Come di consueto alle proiezioni si aggiungeranno workshop e incontri didattici: martedì, mercoledì e giovedì pomeriggio alle 15 si terranno tre incontri seminariali a cura dell’Associazione sui temi della situazione d’assedio di Gaza, del Watergrabbing e della prospettiva degli studi di Ilan Pappe sulla Nakba.

Due, infine, gli spettacoli teatrali previsti a Cagliari: la sera di giovedì 22, La tragedia di Guevara, su testo di Muin Bsiso, verrà portato in scena da Monica Zuncheddu; sabato 24, prima della premiazione dei film in concorso, andrà in scena La terra degli aranci tristi, su testo di Ghassan Kanafani, con Omar Suleiman.

Il programma completo è disponibile al link: http://www.alardfilmfestival.com/news/programme-of-the-festivalprogramma-del-festival

Le sinossi dei film in concorso sono disponibili al link: http://www.alardfilmfestival.com/xv-edition-films.html

di Stefano Mauro

thanks to: Nena News

 

La Nakba continua: 70 anni di Resistenza – Settimana contro l’apartheid israeliana 2018

Anche quest’anno torna in Italia e nel mondo la Settimana contro l’apartheid israeliana (Israeli Apartheid Week – IAW).

La IAW è un’iniziativa internazionale, giunta alla sua quattordicesima edizione, che ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle politiche di occupazione militare, colonizzazione e apartheid attuate da Israele contro i palestinesi e di promuovere le campagne del movimento BDS per fare pressione su Israele al rispetto dei diritti umani e la legalità internazionale.

Lanciata nel 2005 da un gruppo di studenti di Toronto (Canada),  nel corso degli anni si è diffusa in tutto il mondo fino a toccare oltre 200 città.

A 70 anni dalla Nakba del 1948, la pulizia etnica che ha privato i palestinesi della libertà e della terra con la fondazione dello stato di Israele, la resistenza popolare palestinese continua contro l’occupazione militare, per la libertà, la giustizia e l’uguaglianza.

Nonostante gli attacchi e la propaganda di Israele contro il BDS, la IAW e il movimento BDS continuano a costruire legami e solidarietà internazionale con il popolo Palestinese, per l’affermazione della legalità internazionale.

Partecipa alle iniziative!

A Roma, BDS Italia organizza la presentazione del dossier Il Diritto di boicottare Israele – BDS: un legittimo movimento per i diritti umani, giovedì, 22 marzo, ore 16.00 presso l’Ufficio in Italia del Parlamento europeo in via IV Novembre, 149. Interverranno l’europarlamentare Eleonora Forenza, l’Avv. Fausto Gianelli dei Giuristi Democratici, e Vera Pegna, scrittrice e traduttrice.

**È necessario confermare la partecipazione: info@bdsitalia.org

Il dossier è a cura di BDS Italia con il sostegno di AssoPace Palestina, Centro Studi Sereno Regis, Pax Christi Italia, Rete Ebrei Contro l’occupazione, Servizio Civile Internazionale Italia e Un ponte per…

Il programma per IAW in tutta Italia

Bologna – dibattiti all’università, proiezioni e incontri sull’informazione

Cagliari – La XV edizione dell’Al Ard Doc Film Festival

Milano – coming soon…

Napoli –  Proiezione del documentario Roadmap to Apartheid

Pisa – incontro all’università

Roma – incontro per ricordare Rachel Corrie e presentazione del dossier sul diritto al boicottaggio

Torino – proiezioni, dibattiti all’università e concerti

Udine – mostra, proiezioni, letture

Per informazioni sulla IAW nel mondo: www.apartheidweek.org

thanks to: BDS Italia

Gli Israeliani vogliono avere una vita normale. L’unico popolo che può garantirgli questo sono i Palestinesi.

 

al panel “Memorie e Identità”del CONVEGNO L’eredità di Edward Said in Palestina,

TORINO 1-2 MARZO 2018

Aula Magna Campus Luigi Einaudi*

Sono un professore di storia e vedendo qui studenti, non studenti e professori nei banchi, credo che farò una lezione molto storica… è nel mio DNA! Metto da parte le questioni più concettuali e teoriche, e avrò un approccio più storico.

Ho appena firmato un contratto per un libro, che non ho ancora scritto (un errore!), l’unica cosa che so è il titolo che avrà: “Qual è il senso della storia?”. Ho scelto questo titolo perché negli ultimi 30-40 anni c’è stato un grande dibattito tra gli storici e gli accademici, non su cosa sia il senso della storia, ma su cosa sia la storia. Abbiamo distrutto cinque belle foreste in Brasile per farne dei libri su cui scrivere centinaia di pagine, per dire che cosa è la storia, e oggi non ne sappiamo molto di più. Abbiamo avuto delle scuole di pensiero nel 1900, e sono ancora le stesse. Ancora non sappiamo esattamente che cosa è la storia. I relativisti e gli empiristi stanno ancora dibattendo se si può o non si può conoscere esattamente ciò che è accaduto nel passato. Vico soleva dire “Ciò che sapete del passato è in realtà ciò che sapete del presente, non di più.” La maggior parte di noi si colloca nel mezzo tra un punto di vista relativista ed il suo opposto. È tempo di affrontare un altro problema: quale è il significato della storia.

Il motivo è che la questione palestinese è diventata un nodo che riporta ad un problema molto più ampio: che cosa è stata la Palestina negli ultimi 30-40 anni; è diventata un simbolo, o un oggetto di ricerca, di questioni che vanno molto al di là della Palestina stessa, come la giustizia sociale, o la decolonizzazione. Inoltre la Palestina è diventata importante per la discussione di che cosa sia il senso della storia. Noi viviamo in una società e in un ambiente neoliberale e anche l’università è vittima di questo tipo di percezione ideologica ed economica: da un punto di vista neoliberale l’insegnamento della storia è inutile e non molto importante. L’insegnamento della letteratura, la cultura, in generale l’umanesimo non sono considerati molto importanti. In Gran Bretagna, dove insegno, c’è una nuova idea di rendere la laurea in materie umanistiche e in scienze sociali molto più economica di quella in materie scientifiche, perché sono considerate meno importanti, per cui si paga meno per una laurea in sociologia o storia e molto di più per laurearsi in legge o in medicina. Non me lo sto inventando, è ciò che avverrà in Gran Bretagna nei prossimi anni.

Credo sia importante lottare per l’importanza della storia, non solo per il passato, ma per tutti noi. Sappiamo tutti che se c’è un vuoto nella storia, se l’università e gli storici non vengono considerati come una parte essenziale della nostra società, sappiamo da chi verrà colmato questo grande gap nella società: lo si è visto in Italia, dove stanno tornando i nuovi fascisti, quando la storia non viene raccontata correttamente e quando non viene considerata come questione morale: allora ci sono persone che propongono una loro narrazione e creano la base per politiche razziste ed immorali, in questo paese come anche altrove. Perciò credo che dobbiamo lottare per il diritto di parlare dell’importanza della storia e non vi è un altro caso che richieda un così serio approccio quanto il caso della Palestina. Voglio perciò fornirvi un approccio storico alla lotta contro la cancellazione della memoria della Palestina.

Il punto di partenza, che è già stato citato dai due amici che mi hanno preceduto, è che cerchiamo di guardare al sionismo di Israele oggi come ad un progetto di colonialismo di insediamento. Sono sicuro che tutti voi avete già sentito questo termine, colonialismo di insediamento, ma per essere certo che siamo sulla stessa lunghezza d’onda, chiariamo la differenza tra colonialismo e colonialismo di insediamento. Quest’ultimo non è il classico colonialismo. Il colonialismo di insediamento è stato creato dai rifugiati, da quelli che hanno dovuto fuggire dall’Europa con l’aiuto di un altro potere colonialista ed in realtà non volevano tornare in Europa, non cercavano solo una nuova casa, ma una nuova patria. E tra le sfide in cui potevano imbattersi dovunque andassero, in America, Australia, Africa o Palestina, la maggiore era che vi fossero persone che già vivevano là, in un territorio che gli apparteneva, che per loro era invece il territorio dove costruire una propria nuova identità. In molti casi questi incontri con popoli indigeni andarono a finire con il genocidio dei nativi. Nel caso del Sudafrica e della Palestina vi furono la pulizia etnica, l’apartheid, ed altre atrocità che dopo la seconda guerra mondiale sono state considerate crimini di guerra contro l’umanità.

Fin dall’inizio la storia è molto importante per il colonialismo di insediamento. Questo intende dire ai popoli indigeni “inferiori, voi non avete una storia”. Gli indigeni sono stati rimossi dai libri di storia dei coloni, prima ancora di essere espulsi fisicamente dalla loro terra. Per esempio, se considerate i pittori sionisti nelle prime fasi del progetto sionista, alla fine del diciannovesimo secolo – inizio del ventesimo, se leggete le loro poesie o i loro racconti, ma penso che soprattutto la pittura sia significativa, potete vedere che i pittori sionisti guardavano la collina dove noi sappiamo che c’era un villaggio palestinese, ma nel dipinto o nel disegno il villaggio non c’è. Il villaggio è stato fisicamente distrutto nel 1948, ma non c’era già più nel 1910. Si tratta dello stesso approccio, attraverso il disegno, di rimuovere i nativi prima di eliminarli fisicamente che si trova… per chi di voi ha visto il muro israeliano intorno a Gerusalemme, là ci sono dei graffiti israeliani (no, non di Bansky…) di ciò che si può vedere al di là del muro, perché gli israeliani di Gerusalemme si lamentavano di dover passare da una parte all’altra della città attraverso un muro molto brutto, quindi qualcuno ha detto “bene, dipingiamolo e ci disegneremo un paesaggio che sta oltre il muro”, per cui si possono vedere le colline, ma non ci sono villaggi né città palestinesi. In realtà ci sono ancora e noi che abbiamo coscienza sappiamo che è un brutto segno che nei graffiti israeliani sul muro i villaggi che ancora esistono, nel disegno non ci sono, il che significa che loro hanno un piano diverso.

Prendiamo in considerazione il colonialismo di insediamento, non solo quello sionista, ma dovunque. Prima che abbiano il potere di espellere la popolazione indigena, la rimuovono dalla narrazione; ma fanno anche altro, lo sappiamo riguardo agli Stati Uniti. Si appropriano della storia degli indigeni come fosse la propria. Prendono la storia dei palestinesi, dei nativi d’America, degli aborigeni e sostengono che in realtà quella è la loro storia. Questo è parte di un progetto che costringe i nativi, la popolazione locale, a lottare per qualcosa che ai loro occhi è evidente, quindi ci vuole molto tempo prima che i palestinesi si rendano conto che devono difendere qualcosa che a loro appare un concetto naturale. Perché dovevano spiegare alle Nazioni Unite nel 1947 che appartenevano alla Palestina? Perché la popolazione di Torino dovrebbe spiegare all’Unione Europea che fa parte di Torino? È un esercizio inutile. Eppure ai palestinesi venne chiesto dalle Nazioni Unite nel 1947: ‘Diteci, siete voi il popolo della Palestina?’ Risposero ‘Sì, noi siamo palestinesi, siamo il popolo della Palestina.’

‘Sì, ma voi non lo avete articolato bene, perché ci sono i sionisti che hanno detto di essere loro il popolo della Palestina.’ Con un’assenza di 2000 anni, è vero, ma …

Questa sorta di de-indigenizzazione, o di negazione dell’identità indigena dei nativi, la pretesa che la loro storia sia la vostra, è una potente azione di cancellazione e ridefinizione della memoria e dobbiamo capire che la difesa della memoria inizia dal primo momento in cui un colono ebreo venne in Palestina alla fine dell’800.

I coloni ebrei, soprattutto quelli arrivati con la seconda ondata, tra il 1905 e il 1920, divennero il gruppo dal quale più tardi nacque la leadership israeliana fino al 1990, forse fino ad oggi. Molti di loro sono morti, ma la maggioranza di coloro che hanno impostato il sistema politico ed economico israeliano erano arrivati in quell’ondata, ciò che chiamiamo in ebraico la seconda Aliyah, la seconda ondata. Non era un grande gruppo, ma era molto qualificato. Quelle persone hanno scritto riguardo a qualunque cosa, ci hanno lasciato montagne di diari e di giornali ed hanno continuato a scrivere dal momento in cui sono arrivati, non è sfuggito nulla alla loro attenzione, ogni puntura di zanzara, ogni goccia d’acqua, se gli piacesse o no, ci hanno riferito tutto di quel periodo. Ciò che è stupefacente riguardo a questi coloni è che non erano mai stati prima in Palestina e solitamente hanno passato la prima notte nella città di Jaffa, dove tra l’altro i palestinesi li hanno ospitati, perché erano molto poveri; non sapevano dove stare a Jaffa per cui i palestinesi gli hanno permesso di rimanere gratis almeno per i primi due giorni prima di tentare di raggiungere le più vecchie colonie nel nord o nel centro della Palestina. Di notte, probabilmente usando lampade a petrolio (non c’era elettricità) scrivevano del loro primo arrivo nei diari o nelle lettere a casa. Erano davvero stupefatti perché in Polonia o in Russia, da dove provenivano, gli avevano detto che quando fossero arrivati avrebbero trovato una terra vuota, ma poi hanno scoperto che non era vuota, quindi vi è già una narrazione della storia che gli israeliani avrebbero poi portato avanti fino ad oggi, nel 2018. E la narrazione è: noi siamo ospitati da alieni, siamo ospitati da stranieri della nostra patria, che hanno preso la terra dei nostri antenati, e noi siamo venuti a riscattarla, quindi la generosità dei palestinesi, la loro umanità, vengono totalmente ignorate. Ciò che importa è che qui c’è una sfida, c’è una contraddizione tra l’idea che la terra che era deserta da 2000 anni doveva essere vuota, ma se ci sono esseri umani non possono far parte della patria, perciò sono stranieri. Questa idea che i palestinesi siano stranieri non è mai cambiata nella concezione degli israeliani, nemmeno di quelli di sinistra oggi: quando ragionano di compromesso coi palestinesi o quando parlano della cosiddetta pace con loro, li pensano sostanzialmente come stranieri in Palestina; anche se da un punto di vista liberale o socialista intendono arrivare ad un compromesso o a tollerarli in una piccola parte della Palestina, non li riconosceranno mai come indigeni. E questo fa parte del sistema educativo israeliano ancora oggi: noi siamo gli indigeni e chiunque altro è un immigrato, magari ebreo, che si accoglie, oppure è uno straniero. Anche l’ebraismo ha un ben noto modo di dire, che bisogna trattare bene lo straniero, quindi c’è un’idea religiosa che dice che si possono integrare gli stranieri, ma il profondo concetto dei palestinesi come stranieri esiste fin dall’inizio e i palestinesi hanno dovuto combatterlo fin dal primo momento.

Negli anni Trenta per la prima volta la comunità internazionale si è resa conto che la storia ha svolto un ruolo nel destino palestinese. Come saprete, negli anni Trenta gli inglesi che occupavano la Palestina dal 1918 cominciarono a pensare che c’era un problema in Palestina fra le promesse fatte agli ebrei con la Dichiarazione Balfour, che si sarebbe creata una casa per loro in Palestina, e il fatto che sul terreno c’era quella che si può definire una popolazione locale, un popolo che costituiva la schiacciante maggioranza della popolazione [96%], che aveva aspirazioni diverse rispetto alla terra, all’identità collettiva e che esistevano già movimenti di liberazione, gruppi di resistenza all’occupazione. Insomma gli inglesi capirono di dover trovare un modo per conciliare questi contrasti e non sapevano bene come rapportarsi alla Storia in merito. Se avessero utilizzato criteri universali nel 1936, e cioè quante persone, democraticamente, vogliono che la Palestina sia la Palestina, quante vogliono che la Palestina sia uno stato arabo, insomma usando i criteri che le nazioni legalmente usano per stabilire i diritti delle persone all’autodeterminazione, era molto chiaro che al massimo i coloni ebrei avrebbero potuto avere una qualche autonomia culturale nelle loro colonie e che l’aspirazione ebrea di avere una patria a spese dei palestinesi già nel 1936 non andava d’accordo con il diritto internazionale all’indipendenza e all’autodeterminazione. È molto chiaro, come ha detto anche Jamil Khader, che a causa del sionismo cristiano e di altri elementi in gioco, chi perseguiva quel disegno ha visto l’occasione di mettere in dubbio il diritto dei palestinesi alla Palestina attraverso la narrazione di un ritorno in patria dopo 2000 anni di esilio, che di base quella è la patria degli ebrei e i palestinesi sono stranieri. Ma non funzionò tanto bene, ci furono delle pressioni sul movimento sionista affinché provasse non solo che la Palestina fosse disabitata ma anche una continua presenza degli ebrei dall’epoca Romana. Gli inglesi dissero loro che se avessero potuto dimostrare una continuità questo avrebbe rafforzato la loro richiesta della Palestina. Ci fu un famoso incontro, fra David Ben Gurion, capo della comunità ebrea durante il periodo del mandato inglese, e lo storico più importante della comunità ebraica Ben-Zion Dinaburg, più tardi Ben-Zion Dinur, il secondo Ministro all’Istruzione dello Stato israeliano. Ben Gurion chiamò questo eminente storico sionista e gli disse “Voglio che tu faccia un grande progetto di ricerca: dimostra, indaga se c’è stata una presenza continua degli ebrei in Palestina dall’epoca Romana ai nostri giorni.” – cioè gli anni Trenta. Ben-Zion era un serio storico professionista e disse “È un grande progetto e mi piace! Mi darai i fondi?” – ciò che qualsiasi accademico avrebbe chiesto – e Ben Gurion disse “Certo! Tutto ciò di cui hai bisogno!” e poi gli chiese “Quanto tempo pensi di metterci per darci i risultati?” e Ben Zion disse “È un grande progetto, penso una decina d’anni… epoche differenti, lingue diverse, devo raccogliere un gruppo di ricerca ecc.” e Ben Gurion disse: “Non capisci. Una commissione d’inchiesta inglese, la Commissione Peel, arriverà tra un paio di settimane e dunque hai due settimane per trovare le prove che gli ebrei hanno sempre vissuto in Palestina; poi avrai altri dieci anni per sostanziare il tuo lavoro.” E in effetti se leggete il documento ebreo, sionista, consegnato alla Commissione Peel, c’è questa incredibile falsificazione di una continua presenza degli ebrei in Palestina, poiché questo avrebbe fornito la giustificazione morale al diritto degli ebrei di costruire una loro nazione in Palestina. I palestinesi all’epoca non capirono affatto la spaventosa sfida che dovevano affrontare: lo vediamo quando gli inglesi ne ebbero abbastanza della Palestina e demandarono il problema all’ONU e l’ONU creò una speciale commissione di inchiesta, l’UNSCOP, e anche UNSCOP era interessato alla Storia. Voleva capire i racconti, le narrazioni storiche di entrambe le parti. I palestinesi dissero – ed è probabilmente comprensibile – “Non vogliamo fornirvi la narrazione storica, non abbiamo intenzione di fornire le giustificazioni morali” – come penso sappiate, i palestinesi boicottarono la commissione speciale d’inchiesta dell’ONU, pensando “Noi siamo palestinesi in Palestina, perché dovremmo aver bisogno di andare all’ONU a dimostrare che è così!?” Ma quando sei un colonizzatore con il progetto di insediarti, sei bravissimo in storia, e la ricostruzione storica che il movimento sionista consegnò all’UNSCOP è un documento impressionante, di invenzione e falsificazione, ma comunque un documento impressionante: più note a pié pagina di quanto in Italia un dottorando metterebbe nella sua tesi, un mucchio di note, incredibile, è così sostenuto e comprovato e con tanti e tali riferimenti incrociati che prenderebbe 100 su 100 come lavoro storico se sottoposto ad una giuria accademica – quanto alla validità delle affermazioni… lasciamo stare. Era chiaro già nel 1946 allo stesso movimento sionista come alla comunità internazionale che fosse essenziale una narrazione storica, quand’anche falsa e inventata, per giustificare l’immorale idea di dare la Palestina al popolo ebreo come ricompensa in generale per l’antisemitismo e in particolare per l’Olocausto. Non si può procedere direttamente dall’argomento morale: non basta che gli ebrei meritino una patria a causa dell’antisemitismo, bisogna motivare perché in Palestina e a spese dei palestinesi e ottimi storici erano presenti sia nel movimento sionista che alle Nazioni Unite nel 1946… e dunque qual è il senso della storia? di fornire giustificazione morale ad azioni di disumanizzazione [riduzione demografica], pulizia etnica, colonizzazione, che hanno fatto davvero tante vittime umane. Allora “Storia” non è soltanto il nome di una pratica accademica, è anche la narrazione che giustifica l’umanità [nel suo agire]. Dopo il 1948, per la prima volta vediamo i palestinesi rivolgersi di nuovo alla storia, specialmente alla storia recente. I palestinesi, malgrado il trauma dei fatti del 1948, cercarono di spiegare al mondo, con libri storici, cosa era accaduto in quel 1948 – fra questi uno famoso è quello di Walid Khalid [All That Remains: The Palestinian Villages Occupied and Depopulated by Israel in 1948]. Ma nel 1949 e nemmeno negli anni cinquanta il mondo era minimamente interessato a sentire la versione storica di un palestinese, che fosse di uno storico professionista o di livello amatoriale. È molto interessante: Walid l’ha studiata per tutta la vita, è considerato oggi uno storico palestinese dei più importanti e voleva fare un PhD a Oxford, nel 1949-’50, usando la sua memoria ancora molto fresca dei fatti accaduti in Palestina e anche ricostruendo una narrazione e spiegando chiaramente quali fossero i risultati della risoluzione dell’ONU e dell’atteggiamento internazionale rispetto alla Palestina. Fu però convinto dal suo professore della prestigiosa università inglese a non trattare di quei fatti perché erano troppo politici, troppo emotivi, troppo vicini nel tempo, e lui fece un PhD su un altro argomento. Anni dopo avrebbe contribuito alla nostra conoscenza storica della Palestina, ma nei tardi anni quaranta e cinquanta, nella memoria degli studi universitari la versione degli israeliani era considerata professionale, valida, accademica, mentre gli storici palestinesi… chi erano? erano considerati degli emotivi, orientali, che lavoravano su visioni di fantasia piuttosto che sui fatti. Ma è incredibile che gli israeliani scrissero un numero incredibile di libri, specialmente i generali che avevano partecipato alle pulizie etniche del 1948 scrissero le proprie memorie, erano chiamati “i libri della Brigata” in Israele, una letteratura enormemente vasta che uscì in ebraico nel 1950 e ’51, in base a cui infatti qualcuno di noi – ma nessuno di noi lo fece – insomma se qualcuno fra gli ebrei vivo e abbastanza cosciente nel 1951 avesse voluto, avrebbe potuto scrivere quella che fu in seguito chiamata la “nuova storia” del 1948, avrebbe potuto farlo nel 1950 senza un solo documento degli Archivi israeliani. Sapete, il mito che dovessimo aspettare la desecretazione degli archivi nel 1978 per sapere cosa fosse accaduto in Palestina nel 1948, è un’assurdità: nel 1950 i generali, i militari, le truppe che avevano preso parte alla pulizia etnica della Palestina scrissero molto onestamente di ciò che avevano fatto, ma quando non hai le giuste lenti ideologiche, morali, non leggi correttamente quella produzione di conoscenza, non capisci che la parola “nemico” vuol dire “donne e bambini”, non capisci che la parola “base nemica” vuol dire “un villaggio o un quartiere”, non capisci che l’espressione “eliminare il nemico” vuol dire “distruggere un’intera comunità”; è solo dopo, quando il dizionario ideologico cambia e si inizia a rileggere queste fonti – disponibili, non desecretate – capisci che non era necessario aspettare il 1978, che già nel 1950 era possibile scrivere la vera storia del 1948. Ma di certo Israele allora era protetto da quella nuova idea degli storici che un documento in un archivio scritto da un politico, un militare – il genere di persone più inattendibili che ci sia al mondo – insomma che questo scritto, già coperto dalla polvere di 30 anni, non debba essere altro che la verità e nient’altro che la verità e questa era una cosa su cui anche i palestinesi sfortunatamente cominciarono a riflettere più tardi, quando la nuova storia di Israele cominciò ad apparire. Cominciarono a tenere in considerazione i documenti dell’esercito israeliano sui fatti del 1948, pensando che contenessero la sola versione possibile degli eventi rispetto alle testimonianze orali o ad altri mezzi che si usano per ricostruire cosa accadde nel passato. Per questo la nostra battaglia contro il memoriale è anche la nostra battaglia contro la gerarchia, che considera dei documenti politici e militari desecretati possedere una sorta di validità che ogni altra fonte che usiamo per ricordare e rammentare non possiede. Penso a questo proposito al lavoro di Jacques Derrida e di Michel Foucault sugli archivi, che aiutano molto a invalidare gli Archivi Nazionali in quanto deposito di fatti manipolati e aggiustati dallo Stato, e non una via diretta alla verità del passato.

Procedo verso il prossimo punto, con cui concluderò. Una cosa importante da ricordare riguardo ad Edward Said è che scrisse un libro, The Question of Palestine, pubblicato negli anni Settanta e dunque prima che si avesse accesso agli archivi israeliani, o agli archivi britannici o americani. E questo perché lui aveva idea che ciò che è importante dei fatti sia il loro significato piuttosto che la loro autenticità; lui fu in grado per la prima volta di articolare in modo molto chiaro una narrativa palestinese, che naturalmente compare più tardi nell’atto costitutivo dell’OLP e nella Dichiarazione di Indipendenza nel 1988; per la prima volta i lettori inglesi ebbero a disposizione una narrazione concisa, che conteneva ciò che è importante in una narrazione e cioé non i dettagli, ma lo scheletro della storia, una storia di colonizzazione, spossessamento – non una storia complicata, infatti è il primo a dire che ciò che fa Israele erige anche uno schermo di complessità. Penso che ognuno di voi che abbia discusso in veste ufficiale o con un portavoce informale di Israele sa che il maggiore genere di rivendicazione di Israele è che la cosa è troppo complessa, voi non riuscirete mai a capire, solo Israele la capirebbe. E questa complessità della storia è costruita, perché purtroppo la storia non è affatto complessa, di gente che arriva e caccia via altra gente, è già accaduto e purtroppo accadrà ancora, e la domanda è se si possa fermare piuttosto che se si possa comprendere. Come sapete negli anni ottanta capitarono due cose, e con questo concludo. Apparve il grande articolo di Edward Said che hanno menzionato i miei colleghi, Permission to Narrate, un articolo molto importante che vi raccomando di leggere se non l’avete già fatto, che Said scrisse immediatamente dopo l’invasione israeliana del Libano, nel 1982. Dopo l’invasione del Libano del 1982, che in Israele è chiamata la Prima Guerra del Libano, l’ONU nominò una commissione d’inchiesta con a capo una persona di nome Sean McCright, un irlandese che era famoso nel mondo come l’avvocato più autorevole per i Diritti Umani, e fu nominato dall’ONU anche perché aveva effettivamente a livello internazionale la reputazione di persona integra e questo avvocato produsse un report molto incriminatorio della guerra in Libano, specialmente [delle azioni] contro i campi profughi palestinesi, report che fu completamente ignorato dalle Nazioni Unite, dai media internazionali e questo irritò molto Said. E fu così che iniziò a scrivere il suo articolo.

E la seconda cosa che successe, che lo irritò, fu che il buon amico Noam Chomsky scrisse un libro intitolato Il triangolo palestinese e concludeva il libro dicendo che, riguardo alla questione palestinese, se si guardavano realmente le cose in faccia, i palestinesi non avrebbero avuto proprio alcuna possibilità di cambiare la realtà. Non so che cosa l’abbia irritato di più, se il report di McCright o le conclusioni di Chomsky, ma scrisse l’articolo con molta rabbia, questo è evidente. E nell’articolo dice, e questo è molto importante, che non solo i palestinesi hanno il permesso di avere la loro narrazione, e che anche se l’equilibrio di potere è contro di te, non hai il potere militare, non hai il potere economico, non hai il potere diplomatico, nessuno può toglierti il potere di raccontare la tua storia.

Ma questo non è il punto principale, il punto principale è che Said ha detto a Chomsky: se i fatti sono così deprimenti devi raccontarli in modo che si possa scegliere di venirne fuori. Il ruolo della Storia non è quello di dire le cose così come sono state, la Storia racconta le storie del passato con una visione di cambiamento della realtà nel futuro. Certo, così dicendo Said entrava in conflitto con la percezione professionale accademica del lavoro della Storia in quanto imparziale, oggettiva, priva di agenda politica, e diceva: la gente non ha un’agenda politica, una posizione morale e se si ricostruisce la storia della Palestina senza alcun impegno, si finisce certo con il rappresentare dei fatti che perpetuano la realtà. Mentre le persone che scrivono assumendosi un impegno, possono anche contribuire scrivendo a produrre un cambiamento nella realtà.

Lui credeva che la penna possa a volte essere più potente dei pensieri; la maggior parte di voi è molto giovane e magari non sa che cos’è una penna, allora diciamo che una tastiera può essere più potente dei pensieri…..Ma Said da più punti di vista non era certo naïf su questo, semplicemente pensava che questa fosse una parte importante della lotta. Permettetemi di finire dicendo che oggi in Palestina, in Israele, nei Territori Occupati e all’interno della comunità palestinese Said lancia un appello al permesso di narrare, e cioè “io ho il diritto di raccontare la mia storia anche se sono occupato, anche se sono colonizzato e anche se sono rifugiato”, e ho il diritto come storico professionista di essere un attivista. Queste sono le due raccomandazioni di Said per il futuro per noi storici professionisti. Lui viene preso molto sul serio dalla società civile, ma ancora non abbastanza sul serio dalla comunità accademica, purtroppo. Quindi molte delle cose che Said avrebbe voluto veder accadere in ambito accademico – cioè che avremmo fatto lezioni sul 1948 come pulizia etnica, che avremmo fatto lezioni sulla Palestina nei nostri corsi sul colonialismo, che avremmo fatto lezioni su Gaza nei nostri corsi sul genocidio, negli studi sul genocidio – non è successo. Questo non è successo, né in Italia, né in Inghilterra, in nessun posto, quindi non sentitevi esclusi. In nessuna parte del mondo è facile cambiare il piano di studi in modo che rappresenti il tema Palestina come una conquista nella produzione accademica di conoscenza.

Ma nella società civile, che è meno inibita dalla nuova scuola di pensiero liberale, lo stanno facendo, e in Palestina potete vedere progetti di storia orale, progetti di ricostruzione di modelli dei villaggi distrutti, il racconto di storie attraverso interviste individuali o spettacoli o folclore. Il permesso di narrare è ciò che Gramsci probabilmente chiamava resistenza culturale, come prova concessa alla resistenza politica. Come sapete Gramsci diceva che se non si può fare resistenza politica, si fa una resistenza culturale nel senso che questa è il banco di prova concesso alla resistenza politica. E da più punti di vista gli Israeliani stanno iniziando a capire il progetto culturale di memoria che i giovani palestinesi hanno intrapreso non solo in Israele, ma anche in altri paesi, in Palestina e fuori dalla Palestina, e improvvisamente stanno capendo, senza comprendere appieno il perché, che si sentono spaventati da questo molto più che dai missili che Hamas lancia contro di loro da Gaza o dai missili di Hezbollah ed è per questo che hanno approvato delle leggi, di cui la più famosa è la legge sulla Nakba, hanno approvato una legge che dice che i palestinesi non hanno il permesso di fare riferimento agli eventi del 1948 come Nakba. Credo che persino George Orwell non avrebbe potuto inventare una legge di questo tipo, voglio dire che è incredibile il modo in cui lo fanno, ma lo fanno perchè percepiscono che in qualche modo la società civile palestinese, non quella accademica, ricorda il 1948 come un evento contemporaneo. Come ha detto Jamil Khader a questo proposito, è la “Al-Nabka al-Mustamirra” [“La Nakba ininterrotta”, ndt], voglio dire che non sono riusciti nonostante i fatti, nonostante abbiamo cancellato i villaggi e le foreste ora coltivate con alberi europei, nonostante il fatto che abbiano costruito le colonie, eliminando quartieri e villaggi, nonostante tutto lo smantellamento che hanno fatto e continuano a fare, non possono controllare un progetto di questo tipo, che riporta e ripete la storia di Israele in modo da dimostrargli che il loro progetto di spopolare la Palestina dei palestinesi non è riuscito.

E questo richiede un grosso sforzo ed ottimismo, lo so, ed i tempi non ci offrono una buona ragione per essere ottimisti, ma ritengo che Said, il permesso di narrare di Said, ci dimostri che qualsiasi sia l’equilibrio di potere – e nessuno può pensare uno squilibrio di potere peggiore tra i palestinesi e gli Israeliani, non me ne viene in mente uno, almeno non nella storia contemporanea –, qualunque sia lo squilibrio, un fatto resta innegabile: gli Israeliani vogliono avere una vita normale, essere accettati come una normale parte organica della Palestina – cosa che potrebbe anche diminuire la possibilità di una prevedibile terza ondata di coloni – ed essere parte del Medio Oriente, gli Israeliani vogliono questo tipo di normalità. L’unico popolo che può garantirgli questo, sfortunatamente per loro, sono i palestinesi, non gli americani, non i cinesi, non gli indiani, non gli europei. È in qualche modo assurdo, perchè i palestinesi sono le vittime principali, sono stati oppressi, colonizzati, è stata fatta una pulizia etnica nei loro confronti, ma sono l’unico popolo che può dar loro legittimità; ora certo gli Israeliani hanno sufficiente potere per fare a meno della legittimità, ma lo potete vedere nella reazione alla campagna del BDS: la delegittimazione è qualcosa con cui gran parte degli Israeliani non sarebbe in grado di coesistere per lungo tempo. E questo è qualcosa che noi dovremmo comprendere, è qualcosa che noi dovremmo utilizzare e non perdere la speranza, nonostante la discordia, lo squilibrio di potere, una comunità internazionale indifferente, nonostante tutto questo, perché ciò che è successo in quell’area del mondo non si dovrebbe mai permettere che accada, pensando positivamente alla Palestina, nonostante tutto questo o il colonialismo dei coloni è trionfante, come in caso di genocidio, o alla fine è destinato a perdere, come è successo in Algeria o in Sud Africa.

Quella è la speranza, che la Palestina nel 2055 sia insegnata in questa università come caso della possibilità di sconfitta del progetto colonialista.

Grazie!

(traduzione di Cristiana Cavagna, Luciana Galliano e Paola Merlo)

vers. orig. https://www.youtube.com/watch?v=e2Y7ZH27Tt4,video a cura di Invicta Palestina

*Il seminario “L’eredità di Edward Said in Palestina” è stato organizzato dagli studenti del Progetto Palestina e si è svolto nei giorni del 1 e 2 marzo con quattro panel con tre relatori ciascuno.

thanks to: Zeitun

Gandhi: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”

Storia della Pace – A 70 anni dalla morte di Gandhi – Con lui gli sconfitti vinsero e anche noi oggi possiamo fare lo stesso, tutti insieme

31 gennaio 2018 – Alessandro Marescotti

Nel 1948 veniva assassinato Gandhi. Lo vogliano ricordare rievocando un episodio che puo’ far riflettere sul potere positivo dell’informazione e su un eventuale buon uso della telematica oggi.Il 4 maggio 1932 Gandhi venne arrestato senza alcuna imputazione e trattenuto in carcere “a discrezione del governo inglese”. Un simile sopruso non sarebbe stato possibile in Inghilterra, ma in India era consentito in quanto colonia. Quell’arresto si trasformo’ pero’ in un boomerang. “I dominatori inglesi imprigionando Gandhi facevano di lui un martire e rendevano piu’ stabile e duraturo il risentimento di milioni di indiani di fronte alla prepotenza del dominio straniero”, scrive lo storico e giornalista William L. Shirer che in un suo libro ha descritto un emblematico episodio della lotta nonviolenta per la liberazione dal colonialismo.

Eccolo.

Il 21 maggio 1932, mentre Gandhi era in carcere, presso le saline di Dharasana duemilacinquecento manifestanti non-violenti guidati da Mrs.Sarojini Naidu si avvicinarono pacificamente alla polizia. D’improvviso, a un ordine secco, schiere di poliziotti si gettarono sui manifestanti e cominciarono a colpirli con i loro manganelli rivestiti d’acciaio“Non uno dei seguaci di Gandhi alzo’ una mano per parare i colpi. Caddero come birilli”, racconta Shirer. “Da dove mi trovavo – scrive il giornalista Webb Miller dell’agenzia United Press – udivo il suono tremendo dei randelli sulle teste non protette. La folla dei dimostranti in attesa guardava la scena, gemendo e trattenendo il respiro, sentendo su di se’ ogni singolo colpo. Quelli caduti a terra giacevano privi di sensi o si torcevano con il cranio fratturato e le spalle spezzate. Quelli ancora incolumi, senza rompere i ranghi, continuarono silenziosamente ad avanzare finche’ furono tutti abbattuti. Marciavano compatti, a testa alta, senza l’incoraggiamento della musica e degli applausi e senza alcuna possibilita’ di potersi sottrarre a gravi ferite e forse alla morte. La polizia arrivava a ondate e metodicamente colpiva una colonna dopo l’altra. Non ci fu battaglia, ne’ lotta, essi avanzavano semplicemente fino a quando cadevano. La polizia comincio’ a prendere selvaggiamente a calci gli uomini seduti per terra, colpendoli all’addome e ai testicoli. Alle undici del mattino il caldo era arrivato a 46 gradi e l’assalto si placo’.”

Miller ando’ nell’ospedale dove erano ricoverati i feriti, molti ancora privi di sensi, altri che si torcevano dal dolore: ne conto’ 320, due erano morti. Le autorita’ inglesi vinsero la “battaglia” ma la storia di quell’episodio fece il giro del mondo perche’ Miller – che era un giornalista onesto di un’agenzia stampa molto diffusa – scrisse un servizio che fu pubblicato da oltre mille giornali in America e all’estero. La violenza della polizia al comando inglese sollevo’ l’indignazione generale, persino in Inghilterra. In tutte le regioni dell’India essa riaccese il risentimento piu’ profondo e rese ancora piu’ determinata la lotta per l’indipendenza. Come scrive Shirer “al momento dell’azione, lo strumento della non-violenza forgiato da Gandhi aveva dimostrato tutta la sua validita'”. Infatti i vincitori risultarono i perdenti, gli sconfitti invece vinsero. Ma se tutto questo non fosse stato diffuso nel “villaggio globale” dell’informazione il fatto, per milioni di persone nel mondo, non sarebbe mai esistito: un fatto non comunicato non esiste.

Fortuna volle che li’ fosse presente un giornalista sensibile che lavorava per un’agenzia molto diffusa.

Ma oggi il lavoro onesto e coscienzioso di Miller lo possiamo fare anche noi con il nostro computer, magari un portatile collegato al cellulare. Oggi infatti con la posta elettronica e con i social network quei mille e piu’ giornali possono essere raggiunti con la telematica e la comunicazione online.

Oggi non manca piu’ il mezzo: manca semmai la cultura e la consapevolezza sociale per farne questo buon uso.

Sorgente: Gandhi: “Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”

Deputata UE chiede un’inchiesta sulle calunnie della lobby israeliana

Ali Abunimah

9 marzo 2018, Electronic Intifada

Un’importante esponente del Parlamento Europeo sta chiedendo un’inchiesta ufficiale sul ruolo di una funzionaria di alto livello dell’Unione Europea in una campagna di diffamazione della lobby israeliana che l’ha presa di mira.

Ana Gomes, una parlamentare portoghese di centro-sinistra, è stata denunciata da gruppi della lobby filoisraeliana come antisemita dopo che li ha pubblicamente criticati per aver tentato di bloccare il suo invito al militante per i diritti umani dei palestinesi Omar Barghouti per una conferenza al Parlamento Europeo la scorsa settimana a Bruxelles.

Le accuse dei gruppi della lobby filoisraeliana sono state poi amplificate da Katharina von Schnurbein, la più importante funzionaria dell’UE incaricata di combattere l’antisemitismo, e dall’ambasciata UE a Tel Aviv, nota ufficialmente come la “Delegazione dell’Unione Europea in Israele”.

Gomes ha fatto la sua richiesta mercoledì con una lettera a Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea – il governo dell’UE – e alla responsabile della diplomazia dell’UE Federica Mogherini. “Chiedo un’inchiesta sulla campagna diffamatoria diretta contro di me, in quanto MEP (membro del Parlamento Europeo) eletta, da parte di qualcuno della Delegazione UE in Israele e dalla signora von Schnurbein,” afferma la lettera.

Gomes vuole l’indagine per definire se questi funzionari abbiano violato i loro doveri in base al regolamento del personale e alle norme dell’UE sui social media.

In linea con la prassi comune nei sistemi democratici, ai funzionari dell’UE viene richiesto di rimanere politicamente neutrali, il che rende l’attacco pubblico a Gomes – una politica eletta – da parte di von Schnurbein e dell’ambasciata UE a Tel Aviv una grave violazione del loro dovere.

Gomes ha anche sporto la propria denuncia al difensore civico europeo, un ente indipendente incaricato di indagare su accuse di comportamento scorretto presso le istituzioni europee.

Una “lobby perversa”

Il 28 febbraio Gomes ha ospitato un seminario sul movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni (BDS) [contro Israele] con Omar Barghouti.

Barghouti è uno dei fondatori della campagna di base non violenta per i diritti umani e vincitore nel 2017 del “Gandhi Peace Award” [Premio Gandhi per la Pace].

All’inizio del seminario Gomes ha sottolineato che discussioni sui diritti umani dei palestinesi erano molto più frequenti, “ma sono diventate sempre più rare in questo parlamento in seguito ad una lobby molto perversa che tenta di intimidire le persone.”

Gomes ha aggiunto di essere stata sottoposta a simili pressioni nei giorni precedenti il seminario da parte di gruppi che “dicono molte falsità” e “fraintendono le parole di molti studiosi.”

In risposta l’“AJC Transatlantic Institute” [Istituto Transatlantico AJC] ha denunciato le notazioni di Gomes come “antisemite”, sostenendo che lei stava “demonizzando le organizzazioni della società civile ebraica” e ha chiesto “un’azione disciplinare” contro di lei da parte del suo gruppo parlamentare.

L’ “AJC Transatlantic Institute” è l’ufficio di Bruxelles dell’”American Jewish Committee” [Commissione Ebraica Americana], un’organizzazione lobbystica che afferma di “appoggiare Israele ai più alti livelli” dai “corridoi dell’ONU a New York a quelli dell’Unione Europea.”

Una delle sue principali attività è insabbiare i crimini di guerra israeliani.

Katharina von Schnurbein, dell’UE, ha ritwittato l’attacco dell’“AJC Transatlantic Institute”, sostenendo che le obiezioni di Gomes per essere stata censurata da gruppi politici che lavorano per Israele rappresentano “abominevoli espressioni antisemite.”

A loro volta, i tweet di von Schnurbein che attaccavano Gomes sono stati ritwittati da @EUinIsrael, l’account ufficiale dell’ambasciata UE a Tel Aviv.

In almeno uno dei propri tweet, l’ambasciata ha fornito il proprio appoggio implicito alle critiche a Gomes.

Allineata con Israele

In realtà uno dei suoi [di von Schnurbein] principali obiettivi è stato aiutare la lobby filoisraeliana a combattere l’attivismo solidale con i palestinesi diffamando come antisemite le critiche contro l’occupazione, la colonizzazione di insediamento e l’apartheid di Israele.

Ha sostenuto senza prove che le attività del BDS hanno portato ad un incremento di episodi antisemiti nei campus universitari.

In risposta ad una richiesta di informazioni da parte di “Electronic Intifada”, la Commissione Europea ha fornito il proprio pieno appoggio a von Schnurbein in seguito al suo attacco contro Gomes.

“La Commissione Europea rimane ferma contro l’antisemitismo – così come più in generale contro il razzismo e la xenofobia – e il lavoro della coordinatrice nella lotta contro l’antisemitismo è una parte importante dei nostri sforzi a questo proposito,” ha detto un portavoce.

Questa settimana von Schnurbein era a Londra per partecipare alla cena di un gruppo lobbystico israeliano, il “Community Security Trust”, insieme all’ambasciatore israeliano Mark Regev.

L’ambasciata UE a Tel Aviv si è anche schierata con opinioni di estrema destra: lo scorso anno ha ingaggiato un sostenitore israeliano del genocidio dei palestinesi perché comparisse in un video in cui reclamizzava i benefici della cooperazione tra UE ed Israele.

Tentativi di bloccare la conferenza

Nella lettera in cui chiede l’inchiesta, Gomes afferma che l’annuncio del seminario con Barghouti “ha provocato tentativi da parte di alcune organizzazioni di bloccarlo, di etichettare esso, il signor Barghouti e me con l’insulto di “antisemiti”.

Oltre all’”AJC Transatlantic Institute”, Gomes afferma che le “organizzazioni che hanno condotto questa campagna diffamatoria” includono gruppi della lobby filoisraeliana come l’“European Coalition for Israel”, l’“European Jewish Congress” e l’“European Leadership Network”.

Come riportato da Electronic Intifada, l’“European Leadership Network” ha una politica di collaborazione con politici dell’estrema destra europea, compresi neonazisti e negazionisti dell’Olocausto, nella misura in cui sono filoisraeliani.

Anche l’“Israel Project”, un’importante organizzazione antipalestinese, si è dato da fare contro la conferenza di Barghouti, definendo “vergognoso” che il Parlamento Europeo “legittimi il suo antisemitismo.”

Coraggio morale

“Insistendo perché io parlassi al Parlamento Europeo, resistendo alle intimidazioni ed ai tentativi menzogneri della lobby dell’UE filoisraeliana, Ana Gomes ha dimostrato il proprio coraggio morale e il suo fermo impegno per i diritti umani,” ha detto Barghouti a “Electronic Intifada”.

Ha aggiunto: “Lei ha anche rappresentato la crescente ripulsa della società civile europea e di base nei confronti delle gravissime violazioni dei diritti umani da parte di Israele contro il popolo palestinese e, in modo decisivo, della complicità dell’UE nel consentire e rafforzare il sistema pluridecennale di oppressione coloniale e apartheid di Israele.”

Nella sua conferenza al seminario – il cui testo Gomes ha postato sul suo sito – Barghouti ha detto che “solo consistenti pressioni da parte della società civile europea possono porre fine a questa complicità dell’UE.”

Anche Israele lo sa, ed è la ragione per cui i lobbysti di Bruxelles ed i loro alleati all’interno della burocrazia dell’UE appaiono così determinati a calunniare chiunque resista loro.

(traduzione di Amedeo Rossi)

Sorgente: Deputata UE chiede un’inchiesta sulle calunnie della lobby israeliana – Zeitun

In arrivo una legge mangia-foreste?

Il decreto legislativo sulla revisione della normativa nazionale in tema di foreste e filiere forestali – in attuazione dell’articolo 5 della legge 28 luglio 2016, n. 154 – rischia di essere approvato in questi giorni dal Consiglio dei Ministri. Mondo accademico e associazioni ambientaliste chiedono al governo di ripensarci. “Il testo del decreto legge sulle foreste che si vorrebbe approvare in Consiglio dei Ministri preoccupa perché impone una visione delle foreste come mero serbatoio da cui attingere legname e disconosce il ruolo importante che esse svolgono a livello ecologico” spiega Martina Borghi, di Greenpeace.

Greenpeace valuta positivamente alcuni aspetti del testo, come l’armonizzazione di una normativa che è materia concorrente tra Stato e Regioni e che vede nel Paese una gran quantità di definizioni discordanti di “bosco”. Ma non è tuttavia accettabile fare tabula rasa dei benefici naturalistici e ambientali dei boschi pere trasformarli in oggetto di mero sfruttamento economico. Inoltre, preoccupa la nuova definizione del diboscamento, ora denominato “trasformazione”, così come preoccupa l’idea di consentire il disboscamento quando è “compensato” con rimboschimenti, eventualmente distanti o di diverso o discutibile valore ecologico. “Approvare frettolosamente una legge così importante per le nostre foreste e per migliaia di specie animali e vegetali è un atto irresponsabile. Chiediamo al Governo Gentiloni di fare un passo indietro” conclude Borghi.

Sorgente: In arrivo una legge mangia-foreste? – Salva le Foreste

Pedalando per i diritti palestinesi: 20 città in tutto il mondo chiedono a UCI e Giro di Italia: #CambiaGiro / #RelocateTheRace

Ciclisti e sostenitori dei diritti umani dei palestinesi sono scesi in strada in 20 città in tutto il mondo sabato 10 marzo 2018 per la Giornata internazionale di azione #CambiaGiro / #RelocateTheRace.

Manifestazioni in bicicletta e azioni hanno chiesto all’Unione Ciclistica Internazionale (UCI), l’organo direttivo del ciclismo, di spostare la partenza del famoso evento ciclistico Giro d’Italia, fissata per il 4 maggio da Gerusalemme. I partecipanti hanno sottolineato la negazione da parte di Israele dei diritti dei palestinesi, compresa la libertà di movimento, e il suo uso della corsa per coprire con lo sport il suo regime di occupazione e apartheid.

La giornata di azione è cominciata in Palestina, con la partecipazione di dozzine di giovani uomini e donne palestinesi ad una corsa “Contro Giro” in Cisgiordania da Ramallah a Qalandia, una località rinchiusa dal muro dell’apartheid e dai checkpoint militari di Israele. La corsa faceva parte degli eventi della Israeli Apartheid Week (Settimana contro l’apartheid israeliana) e ha sottolineato la continua distruzione di case e fattorie palestinesi da parte di Israele.

In Svizzera, ciclisti hanno pedalato fino alla sede centrale dell’UCI a Aigle. Malgrado numerosi lettere e appelli per spostare l’inizio della corsa che citavano lo stesso codice etico dell’UCI, l’organizzazione non ha intrapreso azioni per impedire al ciclismo professionistico di essere complice nelle violazioni israeliane del diritto internazionale.

No al Giro d’Italia nell’Israele dell’#Apartheid! #RelocateTheRace #DéplacezLaCourse

Inviato da BDS Svizzera lunedì 12 marzo 2018

A Kuala Lumpur, più di 50 persone, giovani e vecchi, singoli e famiglie, studenti e ciclisti, si sono radunati sabato mattina per invitare la Federazione Ciclistica Malesiana, un membro del direttivo dell’UCI, a prendere le misure per assicurare che l’UCI sposti la corsa.

Proteste si sono tenute in più di 10 città in tutta Italia. A Roma, dozzine di ciclistisi sono radunati per una parodia di una cerimonia di premiazione vicino al Colosseo, dove sarà il traguardo finale del Giro d’Italia. Il fornitore elettrico italiano ENEL è stato “premiato” come “Migliore Sponsor dell’Apartheid Israeliana”. All’UCI è stato dato il “Premio dello struzzo” per avere tenuto la sua testa nella sabbia. Gli organizzatori del Giro, che a quanto risulta hanno ricevuto 10 milioni di euro da Israele, sono stai premiati come “Migliori approfittatori delle violazioni di diritti umani”. La squadra ciclistica israeliana è stata premiata per la “Migliore copertura ciclistica dei crimini israeliani”.

In Sicilia, attivisti hanno tenuto una assemblea pubblica a Catania per preparare le proteste al Giro d’ Italia. Le prime tappe italiane della corsa saranno sull’isola. Manifestazioni in bicicletta sono state tenute inoltre a Bologna, Milano, Napoli, Ravenna, Torino, Udine, Vicenza e Venezia.

Nei Paesi Bassi, circa 80 ciclisti hanno partecipato  a un “Giro Alternativo” a L’Aia, pedalando dal Parlamento al Palazzo della Pace e alla Corte Criminale Internazionale, rimarcando la lunga lista di crimini di guerra e violazioni dei diritti umani di Israele.

A Manchester, ciclisti del Grande Giro per la Palestina hanno pedalato fino alla Sede Centrale della Federazione Ciclistica Britannicae al Consolato italiano, gridando “Salvate la faccia! Spostate la corsa!

In Francia, ciclisti a Parigi sono andati dalla Torre Eiffel fino all’emittente francese del Giro L’Equipe. Manifestazioni in bicicletta si sono tenute anche a Saint-Étienne e a Marsiglia, dove gli attivisti hanno distribuito oltre 1500 volantini.

In Belgio, attivisti a Lovanio hanno distribuito bandierine per bici con scritto “Andate in bici per la pace e la libertà, non per l’apartheid israeliana” ad un pubblico che ha risposto in maniera incredibilmente favorevole e ha protestato contro l’uso del ciclismo per nascondere gli abusi verso i diritti umani da parte di Israele.

Israele si è lungamente ispirato al regime di apartheid in Sudafrica, usando lo sport per mascherare il suo regime decennale di occupazione militare e di apartheid.

I sostenitori dei diritti dei palestinesi in tutto il mondo sono impegnati a continuare la pressione nei confronti del ciclismo professionistico fino a che non porrà fine alla sua partnership con il governo israeliano, che permette che una delle più importanti gare di ciclismo sia sfruttata per fini politici.

Sorgente: Pedalando per i diritti palestinesi: 20 città in tutto il mondo chiedono a UCI e Giro di Italia: #CambiaGiro / #RelocateTheRace – BDS Italia – Boicotta Israele

Stephen Hawking e Hamas: come uno scienziato ha preso la parola a favore dei palestinesi

Redazione di MEE

mercoledì 14 marzo 2018,Middle East Eye

Nel 2006 il fisico, morto mercoledì, incontrò il primo ministro israeliano Ehud Olmert, ma auspicò colloqui tra Israele ed Hamas dopo la guerra contro Gaza del 2008-09

Mercoledì si sono resi omaggi al famoso fisico inglese Stephen Hawking – ricordandolo non solo per la genialità della sua mente come scienziato, ma anche come appassionato attivista che ha prestato la propria impareggiabile voce a cause come il diritto dei palestinesi a resistere e per chiedere la fine della guerra in Siria.

Hawking, morto mercoledì mattina a 76 anni, raggiunse la fama internazionale in seguito alla pubblicazione nel 1988 di “Una breve storia del tempo”, il suo libro sulla ricerca di fisica teorica per una teoria unitaria che permettesse di risolvere [la contraddizione tra] la relatività generale e la meccanica quantistica.

Il libro arrivò a vendere più di 10 milioni di copie e trasformò Hawking in uno dei più rinomati scienziati al mondo.

A quel tempo Hawking era costretto su una sedia a rotelle e in grado di parlare solo tramite il suo particolare sintetizzatore vocale, poiché all’età di 22 anni gli venne diagnosticata una patologia neuronale.

Tra quanti hanno postato sui social media omaggi alla sua memoria ci sono stati i militanti per i diritti dei palestinesi, che hanno ricordato il suo appoggio al movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS), che chiede il boicottaggio accademico di Israele.

Nel 2013 Hawking si è ritirato da una conferenza a Gerusalemme sul futuro di Israele, affermando di aver deciso di “rispettare il boicottaggio” in base al parere di accademici palestinesi.

Hawking è stato condannato da sostenitori di Israele ; un portavoce del ministero degli Esteri israeliano ha detto: “Mai uno scienziato di una tale importanza ha boicottato Israele.”

Israel Maimon, il presidente della conferenza, ha affermato: “Il boicottaggio accademico di Israele secondo noi è vergognoso e scorretto, sicuramente da parte di una persona per la quale lo spirito di libertà è alla base della propria missione umana e accademica.”

Nel gennaio 2009, parlando con Al Jaazera dell’invasione israeliana di Gaza, “Piombo fuso”, in cui vennero uccisi più di 1.000 palestinesi, Hawking disse: “Un popolo sotto occupazione continuerà a resistere in ogni modo possibile. Se Israele vuole la pace dovrà parlare con Hamas come la Gran Bretagna ha parlato con l’IRA (l’Irish Republican Army) [il gruppo armato degli indipendentisti irlandesi, ndt.].”

“Hamas è il rappresentante democraticamente eletto del popolo palestinese e non può essere ignorato.”

In quel periodo la posizione di Hawking sulla Palestina sembrò essersi radicalizzata, dai tempi della visita di otto giorni in Israele nel 2006, quando si incontrò con l’allora primo ministro Ehud Olmert.

Durante quel viaggio Hawking tenne anche una lezione presso l’Università Ebraica di Gerusalemme e visitò l’università [palestinese] di Birzeit nella Cisgiordania illegalmente occupata.

Hawking ha anche utilizzato la sua pagina Facebook per appoggiare gli scienziati palestinesi, chiedendo lo scorso anno ai suoi followers di donare fondi per sostenere l’apertura di una seconda scuola palestinese di studi di fisica avanzata.

Nel 2014 Hawking ha anche fatto sentire la propria voce sulla guerra in Siria, come parte di una campagna di “Save the Children”, per ricordare quello che allora era il terzo anno del conflitto, dando voce alle esperienze dei bambini colpiti dagli scontri.

Hawking ha affermato: “Quello che sta avvenendo in Siria è un abominio che il mondo sta guardando impotente dall’esterno. Dobbiamo lavorare insieme per porre fine a questa guerra e per proteggere i bambini siriani.”

Nel 2003 Hawking si espresse anche contro l’invasione dell’Iraq guidata dagli USA.

Nel 2004, rivolgendosi ad un raduno contro la guerra, Hawking disse che la guerra era stata giustificata sulla base delle “due menzogne”, secondo cui l’Iraq possedeva ordigni di distruzione di massa e insinuazioni su legami tra il governo di Saddam Hussein e gli attacchi dell’11 settembre 2001 contro gli USA.

“È stata una tragedia per tutte le famiglie. Se questo non è un crimine di guerra, che cos’è?” disse Hawking. “Mi scuso per la mia pronuncia. Il mio sintetizzatore vocale non è stato impostato per i nomi iracheni.”

(traduzione di Amedeo Rossi)

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