Siria, il capo del Pentagono Mattis ammette che non ci sono prove di un attacco chimico

Smentito anche il presidente francese Macron

Il capo del Pentagono James Mattis ha riconosciuto che gli Stati Uniti non possiedono prove dell’uso di cloro o sarin nel presunto attacco chimico nella città siriana di Duma. Secondo Mattis, le uniche prove del Pentagono secondo cui questo incidente è avvenuto provengono da resoconti dei media.

 

“Ci sono stati diversi attacchi di questo tipo, in molti casi, voi sapete che non abbiamo truppe, non siamo coinvolti nel terreno lì, quindi non posso dire che abbiamo avuto prove, anche se abbiamo raccolto molte indicazioni sui social media e sulle reti che il cloro o il sarin sono stati usati”, ha ammesso Mattis quando gli è stato chiesto in seno al Congresso del presunto attacco nella città siriana di Duma.

 

“Credo che l’attacco chimico abbia avuto luogo e stiamo aspettando prove basate su fatti”, ha detto il funzionario militare, riferendosi alla missione OPCW, che prevede di iniziare a lavorare sul terreno questo sabato.


La Domanda della senatrice democratica Niki Tsongas e la risposta di Mattis dal minuto 25;00 al minuto 30:32

Nonostante l’ammissione di Mattis c’è chi come il presidente francese Macron che soffia sul fuoco della guerra affermano di avere le prove dell’attacco chimico.

Peccato che queste prove al momento non siano state mostrate ma solo annunciate. 

Poi c’è anche chi come Andrea Romano del Partito Democratico che in diretta tv fa sfoggio di arroganza e ignoranza, arrivando a definire morto l’ex agente doppiogiochista Sergei Skripal, quando invece sarebbe stato vittima di un presunto avvelenamento. Il condizionale è d’obbligo visto che sulla sorte dell’ex spia russa al soldo dei britannici e di sua figlia Yulia è calato il silenzio più totale.

 

L’esponente del PD alla luce di non si sa quali evidenze in suo possesso afferma che il “macellaio” Assad ha compiuto una strage a Douma e quindi la Siria va sanzionata. In pratica chiede il bombardamento. Una posizione guerrafondaia che indigna a tal punto Carlo Freccero tanto da spingerlo a lasciare lo studio in aperta polemica con il dirigente dell’ex partito di maggioranza.

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