Ebrei in difesa del boicottaggio di Israele

Un mese fa 352 tra organizzazioni per i diritti umani, associazioni ecclesiali, sindacati e partiti politici hanno lanciato un appello alla Commissione europea per sollecitare un intervento a difesa del diritto di parola e di espressione in sostegno al popolo palestinese, preoccupati per gli attacchi subiti, negli ultimi mesi, dai sostenitori del movimento di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) contro l’apartheid e l’occupazione israeliane (v. Adista Segni Nuovi n. 21/16). Al loro grido di allarme si uniscono ora anche 14 organizzazioni di ebrei di tutto il mondo che il 3 giugno scorso hanno diffuso una lettera aperta in cui invitano governi e organismi internazionali a utilizzare tutti i mezzi a disposizione per obbligare il governo israeliano a cessare immediatamente la campagna di intimidazione contro Omar Barghouti e il movimento BDS da lui guidato.

Nella missiva – indirizzata al Congresso degli Stati Uniti, alla Commissione e al Parlamento europei e ai governi di Canada, Francia, Germania, Israele, Italia, Messico, Irlanda, Spagna, Sud Africa, Svezia e Regno Unito – i firmatari, sconvolti da questa guerra contro la resistenza nonviolenta all’illegale occupazione israeliana, sottolineano «una verità di base che sembra sfuggire all’attuale amministrazione israeliana e ai suoi apologeti: il boicottaggio messo in atto da cittadini di tutto il mondo contro la violazione continua del diritto internazionale è un diritto civile fondamentale protetto dalla legge. Il boicottaggio è uno strumento chiave della protesta nonviolenta. Non può essere vietato, reso illegale o punibile».

La richiesta dei firmatari (tra cui figura anche l’italiana Rete Ebrei contro l’Occupazione; nonché singole persone del calibro di Noam Chomsky e Nurit Peled) è quella di «porre immediatamente fine a tutti i tentativi di criminalizzare il sostegno al BDS e di riconoscere il diritto inalienabile alla resistenza nonviolenta».

E qualche risposta, seppur indiretta, alle due iniziative in difesa del BDS si comincia a registrare. Il 26 maggio, il ministro degli Esteri irlandese Charles Flanagan ha risposto a un’ interrogazione parlamentare del deputato Paul Murphy sugli attacchi di Israele contro il movimento BDS dicendo che questo non gode del sostegno del governo, ma che comunque si tratta di un «punto di vista politico legittimo».

Sulla stessa lunghezza d’onda il ministro degli Affari esteri olandese, Bert Koenders, il quale ha, sì, dichiarato che il governo non sostiene il boicottaggio di Israele, ma ha poi precisato che l’adesione al BDS rientra nella sfera della libertà di espressione ed è dunque tutelata, «come sancito dalla Costituzione olandese e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo».

Non la pensa così il governatore di New York, Andrew Cuomo, che all’inizio di giugno ha firmato un ordine esecutivo che fa divieto a tutte le agenzie e i dipartimenti su cui ha potere esecutivo di devolvere fondi a quei soggetti, istituzioni, compagnie, aziende, che boicottano o disinvestono da Israele.

Di «precedente inquietante» parla, sul New York Times, Daniel Sieradski, fondatore del Progressive Jews PAC, ricordando come nel 1985 il padre dell’attuale governatore, Mario Cuomo, avesse invece proposto che lo Stato di New York disinvestisse dalle aziende che facevano affari in Sud Africa, «a dimostrazione – spiegava l’allora governatore – dell’orrore che proviamo di fronte a questo sistema di apartheid». «Alla fine – racconta Sieradski – i repubblicani bloccarono il suo progetto e Cuomo decise di disinvestire i propri fondi, ritirando i soldi depositati in banche che avevano legami con il Sud Africa». «Come sono cambiati i tempi», commenta Sieradski.

Ma anche in Italia c’è poco da stare allegri. Il 1° giugno scorso, la ministra dell’Educazione Stefania Giannini si è recata in visita in Israele, insieme ad alcuni membri della Conferenza dei Rettori e a una delegazione di docenti italiani, per commemorare i 15 anni dell’accordo di collaborazione scientifica, tecnologica e industriale tra i due Paesi. Il viaggio era tra le altre cose teso a rinsaldare i rapporti dopo le polemiche scaturite dalla collaborazione tra alcune università italiane e il Technion, il Politecnico di Haifa. Più di 300 docenti italiani hanno infatti sottoscritto nei mesi scorsi un appello a interrompere ogni cooperazione con l’ateneo coinvolto più di ogni altro nel complesso militare-industriale israeliano. L’iniziativa alla ministra non è andata giù e durante la permanenza in Israele non ha mancato di stigmatizzarla, ribadendo che il boicottaggio «è sbagliato nel principio e nella pratica». Citando Renzi, la ministra non si è poi fatta scrupolo di aggiungere che «Israele è una parte di noi».

di Ingrid Colanicchia

( Fonte: bdsitalia.org )

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