Chi sono i rom?

Storia di pregiudizi e riconoscimenti (adesso) possibili.
La diversità, la convivenza e la conoscenza reciproca.
Culture che si intrecciano, per vincere l’indifferenza.
Arturo Gianluca Di Giovine (dottore di ricerca in Ambiente Medicina e Salute, Università di Bari)

Chi sono i rom? Spesso le risposte conseguenti a tale domanda sono intrise di pregiudizi, di ignoranza e/o sono il frutto di processi di falsificazione storico-culturale. Pertanto è opportuno evidenziare chi sono i rom, provare a capire come si sono sedimentati alcuni pregiudizi e come sono state possibili letture razziste e infondate dal punto di vista scientifico.

Alcune nozioni

Le popolazioni romanì, secondo l’International Romanì Union, si suddividono in rom, sinti, kalè, manouches e romanichals, che a loro volta si suddividono in altri sottogruppi o comunità appartenenti alla galassia romanes. Il termine rom deriva dal sanscrito domba, che significa uomo. Un elemento importante per la storia delle popolazioni romanì è caratterizzato dal fatto che “le comunità romanes non hanno avuto scrittura, trasmettendo la propria cultura solo oralmente”  (Spinelli, 2012). L’oralità da una parte non ha permesso di ricostruire con certezza la storia delle origini delle popolazioni romanì e, dall’altra, ha consentito “la conservazione e la trasmissione di tanti elementi linguistici acquisiti attraverso il contatto con i popoli ospitanti” (op. cit.). Proprio grazie agli studi storico-linguistici si è potuto pervenire alla delineazione dell’origine indo-ariana delle popolazioni romanì, originarie del “territorio compreso a nord-ovest dell’India tra il Sindh, il Punjab, il Rajasthan, l’Uttar Pradesh, l’Afghanistan Meridionale e l’attuale Pakistan” (op. cit.).

Giornata internazionale della minoranza romanì

L’8 aprile si è celebrata la giornata internazionale della minoranza romanì, per ricordare il primo storico congresso mondiale del 1971, tenutosi a Orpington Chelsfield in Inghilterra, nel quale i vari intellettuali e politici delle comunità romanes hanno stabilito la denominazione ufficiale del termine rom, del ‘romanès’ come propria lingua, la bandiera romanì (una ruota indiana rossa su sfondo verde-azzurro) e infine l’inno Gelem Gelem.

Quando si parla della storia delle popolazioni romanì non si può prescindere dal dato che la loro storia sia stata scritta da non rom (gagè).

Il girovagare delle varie e molteplici comunità romanès ha comportato anche cambiamenti linguistici. Infatti, il termine dom, che identifica le popolazioni romanì in Persia, dopo varie vicissitudini in Armenia, cambia in lom e in rom nell’Impero Bizantino, dove domina la lingua greca (op. cit).

Proprio quando approdano nell’Impero Bizantino, le popolazioni romanì vengono letteralmente scambiate con una popolazione manichea dell’antica Frigia, denominati athingani (in greco intoccabili). Gli athingani sono “una setta eretica che rifiuta il contatto fisico con le altre popolazioni circostanti, pratica la magia, conduce una vita itinerante” (op. cit.).

L’assimilazione e/o lo scambio delle popolazioni romanì con gli athingani dell’Impero Bizantino ha comportato un processo di falsificazione storico-culturale, per mezzo del quale le comunità romanès hanno subito l’attribuzione dell’eteronimo di zingari (athingani) e quindi il mancato riconoscimento secondo il proprio etnonimo di rom.

Il mancato riconoscimento del proprio nome è causa di un tentativo di negazione dell’identità. I rom assumono le caratteristiche degli athingani, praticano la magia, viaggiano, sono chiusi e intoccabili, elementi che fino ai nostri giorni persistono e sono stati interiorizzati dalle stesse popolazioni romanì, come una profezia che si auto-avvera; una sorta di ‘etichettamento’ perenne.

La dimensione culturale

Alcuni tratti culturali delle popolazioni romanì vanno, dunque, letti e contestualizzati dal punto di vista storico-antropologico. Nel corso della storia i rom si sono contraddistinti per essere i signori delle sfasature, ossia capaci di insediarsi economicamente e socialmente nelle zone di confine, “tra città e campagna, in quegli spazi momentaneamente sfuggiti all’opera dei gagè” (Piasere, 2004), oppure dove l’opera dei gagè è meno presente, poco visibile e di conseguenza più adatta alla dimensione romanì. In un contesto di zone intermedie, confini labili, il gagjo (non rom) potrebbe configurarsi come colui con il quale il rom cerca di fare affari, mentre tra rom si entra in un circuito di doni. Nell’ambito della distinzione tra mercato e dono, “l’elemosina ricade nelle leggi del dono” (Piasere), in base alla quale si definiscono i legami sociali. La mendicità, tuttavia, non è un elemento culturalmente fondante la dimensione romanì, ma è legata alla condizione economica di una comunità, “alle condizioni economiche delle famiglie (le quali d’altra parte dipendono dalla consuetudine della condivisione interna più che dall’accumulo, il che non significa che i rom non possano avere un conto in banca), ma anche che non viene rifiutata, né considerata una vergogna […] In romanès mendicare si dice chiedere (mangìbe, mángapen, mangimós)” (Piasere, 2004).

Per approfondire

Habermas, J. (1990), Conoscenza e interesse, Laterza

Hancock, I. (2002), We are romanì people. University of Hartfordshire Press

Piasere, L. (2004), I rom d’Europa, Laterza

Sigona, N. (2002), Figli del ghetto. Gli italiani, i campi nomadi e l’invenzione degli zingari,

Non Luoghi Libere Edizioni

Spinelli, S. (2012), Rom, genti libere, Dalai Editore

Seppur le popolazioni romanì possiedono “una reale capacità di integrazione nelle economie locali” ad essa “non è mai corrisposta un’integrazione politica nella struttura del potere dei gagè” (Piasere, 2004,p.95). Nel corso della storia le popolazioni romanì hanno subito persecuzioni, angherie, oppressioni, come il porrajmos, lo sterminio dei rom nei campi di concentramento nazifascisti durante la seconda guerra mondiale; oppure l’attuale segregazione in “campi rom” che rappresentano i luoghi nei quali si crea un target group, dove si accentrano servizi, si costruisce un’utenza speciale e l’essere rom coincide con il vivere in un campo (Sigona, 2002).

La mancanza di una strategia d’integrazione politica nei confronti delle comunità romanès e le brutali misure repressive adottate nei loro confronti hanno aumentato l’autoaffermazione della dimensione romanì.

Riconoscimento

L’Italia (in ritardo), assieme ad altri Paesi membri dell’Unione Europea, dopo diverse raccomandazioni, ha elaborato una strategia d’inclusione – lavorativa, abitativa, sanitaria e sociale – per le popolazioni romanì. Il processo di inclusione non può non prescindere dal riconoscimento giuridico della minoranza linguistica. Come detto, la cultura rom è prevalentemente una cultura orale, il racconto delle storie ha una funzione identitaria e trasmissiva. La lingua dei rom è il romanès che, seppur si articola in sessantaquattro varianti dialettali, costituisce una realtà unitaria.

Il riconoscimento giuridico, sociale e culturale della lingua romanì può contribuire al miglioramento dei processi di inclusione, avviando un circuito virtuoso capace di stimolare il desiderio di parlare, di scrivere e trasmettere la propria lingua e le proprie tradizioni dentro e fuori la comunità.

La legge n. 482/1999 (“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”) esclude alcune comunità linguistiche tra cui la minoranza romanì. Presso la Camera dei Deputati della Repubblica Italiana alcuni parlamentari hanno presentato una proposta di legge di modifica alla vigente legge chiedendo “il riconoscimento formale, da parte dello Stato italiano, della lingua romanì in quanto minoranza linguistica storica della Repubblica e, di conseguenza, parte del suo patrimonio culturale”. Tale riconoscimento è di ordine culturale ed è soprattutto l’impostazione dialogica, per intraprendere un autentico percorso inclusivo.

Sorgente: Chi sono i rom?

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