Cento giorni dopo il nuovo premier: cosa (non) cambiato in Ucraina

di Eugenio Cipolla

Lo scorso 14 aprile, quando venne chiamato da Petro Poroshenko a risolvere uno stallo politico lunghi mesi, nessuno credeva in Volodymyr Groisman. L’ex speaker della Rada, uomo molto vicino al magnate ucraino, appariva una figura sbiadita, molto all’ombra del suo mentore politico (Poroshenko, per l’appunto), non in grado di far uscire l’Ucraina dalle sabbie mobili di una crisi economica senza fine. Oggi, che di giorni ne sono passati cento, si può dire con grande certezza che quelle attese (al ribasso) sono state pienamente rispettate. I sondaggi, d’altronde, parlano chiaro. Gli ultimi, condotti dalla società demoscopica Rating, sintetizzano alla perfezione il sentimento della popolazione ucraina nei confronti del governo che, nell’immaginario di Poroshenko, avrebbe dovuto imprimere una svolta alla direzione del Paese.
Attualmente Groysman gode della fiducia di appena il 20% degli ucraini, contro un netto 59% che disapprova il suo modo di governare. La sua nomina, nata secondo molti analisti dal desiderio di Poroshenko di ottenere il controllo del ramo esecutivo, non è stata percepita positivamente dalla popolazione, convinta (nel 64%) che la sua nomina non cambierà affatto l’attuale crisi politica che investe l’Ucraina. Eppure, quando lo presentò alla Rada, Poroshenko parlò di una “nuova generazione di politici” chiamata a guidare il paese, capace di garantire la promozione delle riforme promesse all’occidente. Dietro l’impopolarità di Groysman ci sono molte ragioni. E la prima è l’attuazione indiscussa delle riforme di austerità imposte dal Fondo Monetario Internazionale con la spinta di Ue e Usa, che non solo non hanno portato i soldi promessi nelle casse del paese, ma hanno peggiorato sensibilmente il tenore di vita di un popolo già messo a dura prova dalla crisi post-Maidan.
Per questo molti osservatori politici ritengono che Groysman difficilmente può essere definito un premier di “successo” o “vincente” e che, al contrario di quanto non si pensi, non resterà molto su quella che una volta era la poltrona di Arsenij Yatsenyuk. Le voci nei palazzi del potere ucraini girano molto in fretta e non è escluso che già entro la fine dell’anno, quando la popolarità di Groisman avrà raggiunto, in appena otto mesi, le disastrose percentuali di consenso ottenute da Yatsenyuk in due anni. Sulle spalle dell’ex sindaco di Vinnycia, in Ucraina centrale, pesano anche una scarsa propensione alla leadership, una mancanza di ambizioni presidenziali (che era invece ciò di cui era dotato Yatsenyuk e per questo è stato silurato da Poroshenko) e un governo che di certo non spicca per ministri dotati di capacità manageriali.
A pagare tutto questo, ovviamente, sono stati i cittadini. Delle tante promesse di Groysman, che si era impegnato a riformare il settore doganale, medico, stradale e burocratico, l’unica veramente manutenuta è stata l’attuazione delle riforme volute da Cristine Lagarde, con il raddoppio, a partire dal primo maggio, delle tariffe del gas per famiglie e imprese. Cosa che naturalmente si è riflessa su tutti quei settori che lavorano con questa preziosa materia prima. Con l’inizio della stagione di riscaldamento, secondo quanto riportato da Unian, il numero di famiglie che avranno bisogno di sussidi pubblici crescerà fino a raggiungere i 9 milioni.  Un ucraino su quattro non avrà i soldi necessari per poter pagare il gas e le varie utilities connesse e ciò costringerà il governo a intervenire con sovvenzioni pubbliche (un po’ il cane che si morde la coda).
Sullo sfondo, poi, si è assistito a una caduta progressiva dei salari e delle pensioni, seguita dalla svalutazione che negli ultimi cinque anni ha perso quasi il 200% del suo valore. Il futuro non promette nulla di buono per ora. Groisman è tra l’incudine e il martello. Da un lato il FMI temporeggia nell’erogare i prestiti promessi, dall’altro i veti incrociati di un Parlamento frastagliato e che mira solo a proteggere le rendite di posizione. Così ogni proposta di legge diventa una battaglia politica, trasformandosi nello stesso circo penoso che ha caraterizzato la prima Repubblica in Italia.
All’estero non va tanto meglio. Groysman ha seguito i dettami di Poroshenko, gli stessi ai quali si era ancorato anche Yatsenyuk. La politica di avvicinamento a Ue e Nato continua incessante ma per adesso non si vedono segno di netto miglioramento rispetto alla precedente gestione. Oltre confine Yatsenyuk era percepito come un politico indipendente, con un proprio partito alle spalle e una buona padronanza della lingua inglese. E ciò lo metteva allo stesso livello degli omologhi stranieri. Cosa che per Groysman non è accaduta. Nonostante i 38 anni e discreta carriera politica, viene percepito come troppo dipendente rispetto ai voleri di Poroshenko e ciò trasformare gli incontri tra lui e gli altri capi di governo in semplici formalità diplomatiche.
Cosa aspettarsi dai prossimi 100 giorni per ora è difficile dirlo. “Se in Ucraina si assisterà a una svolta economica, dipenderà da molti fattori, incluso se il governo Groysman sarà in grado di tirare fuori l’economia da questa zona d’ombra, per attirare denaro necessario a modernizzare il paese”, ha scritto l’agenzia di stampa Unian in un report sui 100 giorni del nuovo premier. “Una cosa, però, è chiara – si legge – il paese e l’economia funzioneranno quando ci saranno i soldi per il credito e gli investimenti. Solo allora l’Ucraina sarà in grado di allungare le ali e produrre valore in più. Solo allora farà un vero mercato di concorrenza, senza monopoli e con regole chiare e regolatori indipendenti”.
“Sarà difficile resistere a una caduta per queto governo”, ha commentato invece il direttore del Centro studi sulla politica e i conflitti di Kiev, Mikheil Pogrebinsky. “Nei prossimi mesi cresceranno le proteste e in questo caso Groysman si troverà davanti due opzioni: andare via non appena il presidente richiederà le dimissioni di governo e Parlamento o restare, ma accrescere il malcontento delle persone e la loro voglio di elezioni anticipate. In ogni caso, io credo che Groysman non rimarrà fino alla fine dell’anno”.
Per l’analista ucraino Mikheil Pavliv “se Groysman non prenderà le distanze pubblicamente da Poroshenko, la sua reputazione politica nel 2017 rischia di crollare seriamente ed arrivare a livelli ben peggiori rispetti a quelli di Yatsenyuk”. Alla fine il rischio è che si concretizzi realmente ciò che prevede Ruslan Bortnik, politigo e direttore dell’Instituto ucraino di analisi e gestione delle politiche, per il quale “Groysman svolge un programma di cooperazione con il FMI e i suoi partner occidentali e questo è costato molto caro a Yatsenyuk. Molto probabilmente questa tendenza continuerà e se non cambierà nulla, senza una vera autonomia politica, questo governo durerà al massimo un anno, ripercorrendo la stessa strada di quello precedente”.
Notizia del: 22/07/2016

Sorgente: Cento giorni dopo il nuovo premier: cosa (non) cambiato in Ucraina – World Affairs – L’Antidiplomatico

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