Armi e repressione: il legame pericoloso dell’America Latina con Israele

di David Lifodi

Due figli di desaparecidos della dittatura militare cilena residenti in Israele hanno chiesto allo stato ebraico, tramite il tribunale di Tel Aviv, di declassificare circa ventimila documenti relativi alla vendita di armi al regime di Augusto Pinochet. Se venissero provati i legami tra Israele e il Cile pinochettista, emergerebbero una volta di più le relazioni pericolose e le responsabilità dello stato ebraico per quanto riguarda il rifornimento di armi delle dittature del Cono Sur e del Centroamerica tra gli anni Settanta e Ottanta.

Daniel Silberman, figlio di David Silberman, arrestato nel 1973 e divenuto desaparecido nel 1974, sostiene che, “trascorsi 40 anni, Israele non alcun motivo per tenere secretati i documenti”. La scusa ufficiale accampata da Israele, spiega Lily Traubman, figlia del desaparecido Ernesto Traubman, ucciso nel settembre 1973, è che la mole di documenti è tale che declassificarli tutti comporterebbe un impegno troppo gravoso. “Vi immaginate”, argomenta Lily Traubman, “se una dichiarazione del genere fosse pronunciata dalla Germania a proposito del periodo nazista, che scandalo solleverebbe?” L’intento degli israeliani figli di desaparecidos è quello di spingere Israele a stabilire criteri chiari e trasparenti per evitare la vendita di armi a dittature militari e, a questo scopo, è stata chiesta la declassificazione dei documenti che testimonierebbero il legame tra il Cile di Pinochet e lo stato ebraico. L’avvocato che si occupa del caso, Itay Mack, ha spiegato che la richiesta dei figli dei desaparecidos è stata rivolta al Ministero della Difesa e a quello degli Esteri, i più coinvolti nel commercio di armi con il Cile e con il resto dell’America Latina. Una cosa è comunque certa: almeno fino al 2013, il commercio di tra Israele e Cile è proseguito. Sotto la presidenza di Piñera, l’impresa israeliana BlueBird Aero Systems si è aggiudicata commesse per tre milioni di dollari, da parte dell’esercito cileno, per l’acquisto dei mini-droni SpyLite, come confermato dalla stessa Difesa di Tel Aviv, nonostante il vicepresidente di BlueBird Aero Systems abbia nicchiato a questo proposito. In quella circostanza il Cile aveva acquistato per la prima volta dei droni, mentre nel 2011, ancora con Piñera presidente, il Cile aveva ratificato un accordo commerciale con Elbit System per la compravendita dei velivoli di ultima tecnologia Hermes 900. Tuttavia, il rapporto dei governi latinoamericani con Israele è sempre stato molto forte, anche negli anni in cui buona parte del continente aveva abbracciato l’onda progressista. Il legame con Israele risulta comunque paradossale se pensiamo all’appoggio dato dallo stato ebraico a dittatori sanguinari quali Trujillo, Pinochet, Videla, Montt e García Meza, solo per i citare i più clamorosi, senza dimenticare il redditizio commercio di armi realizzato con i paramilitari delle Autodefensas Unidas de Colombia (Auc). Tra il 1975 e il 1985 l’America Latina ha rappresentato il più grande mercato di armi di Israele. Tel Aviv ha armato il Nicaragua somozista, il Guatemala che intendeva sterminare le comunità maya, El Salvador e, ovviamente, il Cile pinochettista e l’Argentina di Videla. Non solo: nel 1985 Israele svolse il ruolo intermediario affinché l’amministrazione Reagan vendesse le armi all’Iran, aggirando il Congresso, per inviarne il ricavato ai contras che volevano abbattere il governo sandinista in Nicaragua. Attualmente, ad eccezione dei paesi aderenti all’Alba, non c’è governo latinoamericano che non abbia ratificato accordi militari con Israele, a partire dal Brasile e passando per l’allora Argentina kirchnerista. Il rapporto con lo stato ebraico non si limita solo agli armamenti: a Tel Aviv è stato appaltato tutto ciò che riguarda la sicurezza, dai sistemi di controllo di carceri, aeroporti e frontiere ad attività di contrainsurgencia. A guadagnarci sono le stesse imprese israeliane che offrono le infrastrutture necessarie ad Israele per mantenere l’occupazione in Palestina, dai sistemi di controllo dei check-point al muro della vergogna costruito dallo stato ebraico in Cisgiordania. E così il Brasile, che sia in epoca lulista sia con Dilma Rousseff ha sempre appoggiato la nascita di uno stato palestinese, si è trasformato nel quinto maggior importatore di armi e di tecnologia militare israeliana. A loro volta le aziende militari israeliane acquistano da quelle brasiliane, non a caso Israele è uno dei pochi paesi al mondo dove è presente un ufficio dell’esercito brasiliano, e tutto ciò ha certamente favorito la penetrazione della stella di David in America Latina. Ad esempio, il temibile Bope (Batalhão de Operações Policiais Especiais), inviato dallo stato brasiliano nelle favelas, ma utilizzato anche per reprimere le proteste in occasione della Coppa del Mondo del 2014, ha appreso le principali tecniche di addestramento dai militari israeliani e dalle imprese dello stato ebraico dedite al commercio delle armi. Se questo è lo scenario, non sorprende che uno dei primi atti di nomina del presidente argentino Mauricio Macri, a pochi giorni dal suo insediamento, sia stato quello di nominare come responsabile della segreteria dei diritti umani Claudio Avruji, già membro delle Associazioni Israelite Argentine (struttura molto vicina all’estrema destra israeliana) e convinto sostenitore delle guerra sporca condotta contro le organizzazioni popolari. Del resto, le relazioni armate tra Israele e Argentina, sviluppatesi all’epoca di Videla, sono proseguite nel 1982 in occasione della guerra delle Malvinas. Come ha evidenziato il giornalista Hernán Dobry nel suo libro Operación Israel, aerei argentini si recavano in Perù per rifornirsi di armi israeliane. Alla stessa conclusione è arrivato anche Gonzalo Sánchez, giornalista del destrorso quotidiano Clarín, noto per le sue simpatie verso la dittatura, che nel suo Malvinas, los vuelos secretos ha scritto di almeno sette voli segreti realizzati da piloti civili delle Aerolíneas Agentinas tra il 7 aprile e il 9 luglio del 1982 allo scopo di raccogliere armi a Tel Aviv, Tripoli e in Sudafrica.

Tutto ciò testimonia che sia il passato sia il presente di buona parte dell’America Latina è fortemente condizionato da Israele, nonostante gran parte della società civile del continente sia assai critica verso le politiche di occupazione e colonizzazione dello stato ebraico.

Sorgente: Armi e repressione: il legame pericoloso dell’America Latina con Israele – La Bottega del Barbieri

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