Crimea: sviluppi politici del 2015 e recenti conseguenze

BREVE SINTESI – Il 4 marzo 2014 la Repubblica autonoma di Crimea, tramite il Parlamento, approvò  – con 78 voti su 81 – l’annessione alla Federazione Russa. I passaggi successivi che portarono all’annessione definitiva e che avvennero coerentemente con i procedimenti internazionali furono: la dichiarazione unilaterale di indipendenza dell’11 marzo; il referendum popolare del 16 marzo, con quesito a scelta tra il ricongiungimento della Crimea con la Russia come soggetto federale e il ripristino della Costituzione del 1992 e dello status della Crimea come parte dell’Ucraina; la legge del 21 marzo della Duma, che a seguito del risultato del referendum discusse ed approvò l’inserimento della Crimea all’interno della Federazione Russa. Per la penisola venne decisa la creazione di un intero distretto federale (separato dagli altri distretti originari), esattamente come per la città di Sebastopoli, che essendo situata sulla stessa penisola venne scelta come soggetto federale della Federazione Russa. Gli attuali progetti previsti per collegare la Crimea alla Federazione Russa, e renderla quindi parte effettiva dello Stato, sono quasi totalmente completati o a buon punto. Tra questi, i due più rilevanti sono:

  • Il ponte stradale lungo 19 chilometri che sostituirà gli unici collegamenti aerei e marittimi attualmente in vigore (l’unica porzione di terra che confina con la Crimea è territorio ucraino), e la cui inaugurazione è prevista per dicembre 2018;
  • Un ponte energetico.

Fig. 1 – Il ponte in costruzione che collegherà la Crimea al resto della Russia

LA QUESTIONE ENERGETICA – Il “ponte” o collegamento energetico che sostituirà la dipendenza elettrica dall’Ucraina con quella dalla Russia consiste in un cavo lungo circa 14 chilometri che transiterà lungo il fondale dello Stretto di Kerch collegando la regione Krasnodar alla Crimea. La creazione di questo “ponte energetico” consiste di due fasi: la prima (già terminata nel 2015) ha provveduto a fornire circa 400 MW (potenza a sua volta raggiunta tramite due step di circa 200 MW ciascuno); la seconda, il cui completamento è previsto entro la prossima estate, provvederà a portare la potenza a 800-840 MW, così da raggiungere il consumo medio invernale di 800-1000 MW tipico delle ore di punta. La quantità di energia fornita dalla Russia durante la prima fase, però, corrispondeva solo al 30% del totale, e il restante 70% doveva provenire dall’Ucraina, ma a seguito dell’intervento congiunto effettuato dal gruppo ucraino neonazista Settore Destro con attivisti Tatari, sono state bloccate le riparazioni alle linee elettriche ucraine che pochi giorni prima erano state fatte saltare tramite cariche esplosive, impedendo quindi che a novembre inoltrato la popolazione situata in Crimea potesse usufruire pienamente dell’energia. Il problema è stato inizialmente risolto solo l’8 dicembre scorso a seguito di un accordo tra Governo ucraino e attivisti Tatari-Settore Destro, permettendo quindi che la linea Kakhovsky-Titan-Krasnoperekopsk “colpevole” del blackout energetico in Crimea fosse pienamente ripristinata. In un’intervista precedente alla risoluzione del problema, il ministro dell’Energia russo Alexander Novak aveva dichiarato che la crisi energetica a danno della Crimea avrebbe potuto comportare gravi ripercussioni anche nei confronti della regione ucraina Kherson: la Russia infatti, avrebbe potuto decidere di tagliare i rifornimenti di carbone diretti alla centrale che alimenta tutta l’area. Per ovviare al problema, la Russia ha deciso di installare 300 generatori a diesel nella penisola, così da sopperire alle carenze energetiche provenienti dall’Ucraina. Basti pensare che nel 2014 la Russia ha esportato in Ucraina 5.6 milioni di tonnellate di carbone per produrre energia elettrica e 4.8 tonnellate di coke: la dipendenza dell’Ucraina dai rifornimenti di carbone russo è aumentata esponenzialmente sin da quando le auto-proclamate regioni orientali di Donetsk e di Luhansk (ricche di giacimenti di carbone,e quindi vitali per il fabbisogno energetico dell’intera Ucraina) hanno interrotto i rifornimenti a causa del conflitto con il Governo di Kiev. Attualmente l’Ucraina sta tenendo in funzione le centrali con l’antracite e i rifornimenti di carbone alternativi provenienti dal Sud Africa e, appunto, dalla Russia. A inizio gennaio, in risposta al sabotaggio iniziale, l’Assemblea Legislativa della Repubblica di Crimea ha deciso di rivolgersi all’ONU chiedendo di riconoscere il blocco energetico come violazione dei diritti umani e genocidio; i legislatori hanno chiesto al ministro degli Esteri russo di assisterli ad inoltrare questo documento all’Assemblea Generale ed al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, all’OSCE, al PACE (Parliamentary Assembly of the Council of Europe) e alle altri maggiori organizzazioni internazionali. L’Assemblea ha inoltre aggiunto che le azioni criminali dei politici ucraini sono documentate nei rapporti quotidiani dell’OSCE durante la missione di monitoraggio.

Fig. 2 – Il ministro russo dell’Energia, Alexander Novak

I TATARI DI CRIMEA E IL LORO COLLEGAMENTO AL BLACKOUT – I Servizi federali per la sicurezza della Federazione russa (il noto FSB, servizio segreto erede del KGB) avviarono, alla fine dello scorso novembre, poco prima del ripristino del collegamento energetico tra Ucraina e Crimea, un’indagine sulle cause del blackout: a rivelarlo fu il primo procuratore generale della Repubblica autonoma di Crimea, Natalya Poklonskaya. Il crimine relativo al sabotaggio in Russia è sanzionato con pene che arrivano fino a 20 anni di carcere; l’indagine iniziale aveva rivelato che i fautori del sabotaggio erano attivisti provenienti dalla stessa penisola della Crimea, entrati in territorio ucraino proprio per commettere il crimine. I sospetti provenienti dall’indagine furono confermati e annunciati pubblicamente quando, qualche giorno prima della fine dell’anno, l’autoproclamato leader tataro della Crimea e responsabile del blackout energetico annunciò che il ministro della Difesa turco aveva aiutato ed incaricato la formazione di un battaglione tataro con scopo principale il sabotaggio della linea elettrica. In una serie di interviste ai media ucraini, Lenur Islyamov, il rappresentante dell’organizzazione non dichiarata “Mejlis of the Crimean Tatar People” (il corpo esecutivo più importante che rappresenta i tatari di Crimea), dichiarò che la Turchia aveva ed ha tuttora un ruolo attivo nella formazione del “battaglione Tataro”: «mentre il ministro della Difesa ucraino sta fermo a grattarsi la testa, quello turco ha iniziato a sostenerci; attualmente contiamo più di 100 persone tra le nostre file, tutti giunti come volontari, ma speriamo che il ministro della Difesa e le Forze armate ucraine creino e permettano ai Tatari di Crimea di avere un proprio battaglione nazionale all’interno delle Forze armate». Islyamov crede che questa nuova forza, che conta circa 560 combattenti, possa servire come una sorta di battaglione di “navy seals Tatari”, e il compito principale deve essere un mix di guerriglia e atti di sabotaggio interni alla Crimea. Islyamov ha incoraggiato a isolare ulteriormente la Crimea, e promesso di liberare i Tatari dalla Russia e il ritorno della penisola sotto la guida di Kiev entro un anno. Nel frattempo il movimento Tataro interregionale Qirim, attraverso una conferenza stampa, dichiarava di rinunciare agli autoproclamati leader tatari: «la deriva di Dzhemilev, Chubarov e Islyamov diretta alla cooperazione con i gruppi estremisti e condannata dall’intero mondo progressista, li ha privati del loro diritto a rappresentare i Tatari di Crimea. Da adesso in poi tutte le loro dichiarazioni ai dibattiti pubblici devono essere considerate opinioni personali». I delegati hanno anche condannato l’uso di simboli nazionali dei Tatari di Crimea, inclusa la bandiera, l’emblema e l’inno durante i barbari blocchi alla penisola: «I simboli dei Tatari di Crimea non sono degli strumenti per dei truffatori politici, nessuno può concedere loro il diritto di usarli a loro discrezione».

Lo stesso Presidente ucraino Petro Poroshenko ha ammesso di aver avuto un ruolo di coordinamento nelle azioni rivolte contro la penisola della Crimea, inclusi i continui blocchi energetici che erano stati compiuti dall’organizzazione nazionalista dei Tatari di Crimea: «incontro regolarmente i rappresentanti della comunità Tatara di Crimea, Mustafa Dzhemilev e Refat Chubarov esattamente come con altri attivisti non solo per sostenerli ma anche per coordinare le loro azioni».

Fig. 3 – Il Presidente ucraino, Petro Poroshenko

IL SONDAGGIO – Il Presidente russo Vladimir Putin, prima dell’inizio del 2016, a seguito di ulteriori blackout avvenuti anche dopo quello che era stato il primo e principale, ha istruito il Centro Ricerche dell’Opinione Pubblica (VTsIOM) di effettuare un sondaggio telefonico tra gli abitanti della Crimea per conoscere l’opinione generale in merito alla connessione elettrica della penisola con l’Ucraina; il sondaggio includeva due domande:

  • La prima chiedeva se i crimeani sarebbero stati d’accordo con la stipulazione di un contratto per il rifornimento elettrico che indicava la Crimea e Sebastopoli parti integranti dell’Ucraina, sulla base quindi di quanto il Governo ucraino continuava a sostenere.

Novak ha tenuto a precisare che Mosca non è mai stata d’accordo nella stipulazione del suddetto contratto.

  • La seconda chiedeva se i crimeani fossero pronti a subire una carenza energetica per i successivi tre-quattro mesi nel caso in cui alla precedente domanda si fossero espressi contro la stipulazione del contratto.

L’esito ha mostrato che il 93% dei residenti si è espresso contro la stipulazione del contratto.

IL RUOLO DELLA CINA, L’EMBARGO E LA DECISIONE DELL’UNIVERSITÀ DI OXFORD – Altre azioni interessanti intraprese in Crimea riguardano senza dubbio il sistema di pagamento adottato: i sistemi Visa e Mastercard, forzati a lasciare la penisola a seguito delle sanzioni, sono stati rimpiazzati dall’UnionPay cinese, e la BaykalBank è stata la prima ad adottarla. La UnionPay opera in Russia sin dal 2013 ed è contro le sanzioni economiche internazionali che sono applicate dalla comunità internazionale nei confronti della Russia (e che hanno forzato Visa e Mastercard ad abbandonare il mercato della Crimea).

Fig. 4 – Il sistema di pagamento UnionPay ha rimpiazzato Visa in Crimea

Anche l’embargo russo entrato in vigore il 1° gennaio contro i beni alimentari provenienti dall’Ucraina, attuato in risposta al permanere delle sanzioni economiche e finanziarie applicate contro la Russia stessa, è senz’altro importante: l’introduzione di questo ulteriore embargo verso l’Ucraina è stata decisa poiché gli Stati europei sottoposti all’embargo alimentare russo e fautori delle sanzioni economiche, tentavano di importare in Russia attraverso l’Ucraina i beni alimentari sottoposti a blocco, così da limitare le perdite economiche provenienti da quelle vendite. Le perdite stimate per l’Ucraina e relative a questo nuovo embargo si attestano sui 600 milioni di dollari di esportazioni.
Infine un interessante sviluppo riguardante il riconoscimento della Crimea quale stato appartenente alla Federazione Russa è giunto all’inizio di ottobre 2015 dalla casa editrice appartenente all’Università di Oxford, Oxford University Press: la nuova edizione dei libri di testo di geografia per studenti indica la Crimea, appunto, come parte costituente della Federazione Russa. Dopo le proteste del Governo ucraino, tuttavia, la casa editrice ha riportato tutto com’era prima.

Giacomo Biscosi

Sorgente: Crimea: sviluppi politici del 2015 e recenti conseguenze

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