Il dibattito sul boicottaggio di Israele censurato nelle università

Quest’anno la conferenza della Società per gli studi sul Medio Oriente, che si è tenuta a Catania dal 17 al 19 marzo, doveva ospitare un incontro dedicato alla campagna internazionale di boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele (Bds). Ma, dopo essere stato approvato dal comitato scientifico, l’evento è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore dell’università di Catania. Perché censurare una discussione tra accademici?
Se la forza di un movimento si misura dal numero dei suoi nemici, si potrebbe pensare che la campagna Bds stia vivendo un momento di grande successo, viste le azioni legali in Francia, e le intimidazioni nel Regno Unito e un po’ ovunque nel resto d’Europa. In alcuni stati americani, come la Florida e l’Arizona, sono state approvate leggi contro la Bds. Ora, nell’università italiana, è arrivata la censura. La ricercatrice Paola Rivetti, dell’università di Dublino, tra le coordinatrici dell’incontro, spiega: “Il nostro panel è stato accettato a tutti i livelli scientifici. Poi è stato cancellato dal programma su richiesta del rettore di Catania, che voleva ritirare il suo patrocinio alla conferenza”.
La campagna Bds è nata nel 2005  su richiesta di 171 organizzazioni non governative palestinesi, spiega l’attivista per i diritti umani Stephanie Westbrook, sul modello del boicottaggio che ha portato alla caduta del regime dell’apartheid in Sudafrica. È nata dal senso di smarrimento “davanti all’inerzia internazionale” nel trovare una soluzione politica alla crisi israelopalestinese. Un gruppo di attivisti ha scelto di fare pressioni economiche su Israele con tre richieste specifiche: mettere fine all’occupazione e alla colonizzazione israeliana, riconoscere il diritto al ritorno dei rifugiati e affermare l’uguaglianza tra cittadini israeliani e arabi.

Quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio

La campagna prende di mira aziende coinvolte nelle operazioni svolte nei territori che la comunità internazionale considera occupati illegalmente o aziende come la G4s, che forniva servizi alle prigioni israeliane dove sono detenuti minorenni e prigionieri politici palestinesi.
La campagna contro G4s ha ottenuto dei risultati. L’azienda ha perso il sostegno di Bill Gates, uno degli azionisti, e ha venduto le sue attività israeliane. Non ha mai dichiarato che la decisione sia stata una conseguenza diretta della Bds, “ma ricordiamo che quando Citibank si ritirò dal Sudafrica, non ammise di averlo fatto a causa del boicottaggio”, commenta Stephanie Westbrook.
Altre campagne sono state lanciate contro Caterpillar, spiega il ricercatore Enrico Bartolomei, perché i suoi bulldozer sono usati per demolire le case palestinesi e inoltre sono stati “perfezionati” per Israele, creando dei sistemi di controllo in remoto, cioè senza guidatore.
Nel caso di SodaStream, la campagna ha attaccato Scarlett Johansson perché l’attrice aveva prestato la sua immagine al marchio, nonostante fosse anche ambasciatrice dell’organizzazione umanitaria Oxfam, che si oppone con decisione alla colonizzazione illegale israeliana. La fabbrica di SodaStream si trova nella colonia di Maale Adumim, un territorio occupato da Israele dopo la guerra del 1967 e mai restituito ai palestinesi, in violazione della convenzione di Ginevra, dello statuto di Roma e delle sentenze della Corte internazionale di giustizia. Per Stephanie Westbrook, “la campagna Bds è oggi lo strumento più efficace che abbiamo all’estero per sostenere i diritti dei palestinesi”.

L’Europa e la censura sul conflitto israelopalestinese
Il ricercatore statunitense e opinionista di Al Jazeera Mark LeVine racconta la proposta discussa di recente all’università della California di condannare ogni iniziativa antisionista equiparandola all’antisemitismo, e si rammarica del fatto che l’Europa stia prendendo la via della censura, come gli Stati Uniti: “Vista dall’America, l’Europa era un modello di libertà di espressione. E ora? È inaccettabile aver vietato il dibattito di Catania. La ricerca accademica non può essere separata dalla realtà e dalla politica”.
Non si tratta di escludere i colleghi israeliani dagli incontri accademici, sottolinea LeVine. Nessuno chiede di boicottare persone o docenti israeliani, ma le loro istituzioni e i loro eventuali finanziatori. “Sono ebreo, parlo ebraico, ma voglio portare la mia solidarietà ai colleghi palestinesi. Noi che viviamo in occidente abbiamo il dovere di sostenere i nostri colleghi in difficoltà”, spiega LeVine.
“Invocare la necessaria obiettività della ricerca è anacronistico”, sostiene l’antropologa Rubah Salih della School of oriental and african studies (Soas) di Londra. Quando Hannah Arendt scrisse La banalità del male non lo fece per puro interesse accademico ma spinta dalle sue sofferenze personali. Inoltre la questione dell’obiettività scientifica è stata “risolta da tempo nelle scienze sociali”. La messa al bando della campagna Bds dall’università dice molto sul nostro mondo e sul fatto che “l’occidente ha sempre più difficoltà a gestire e comprendere le tragedie contemporanee”.
Che si sia d’accordo o meno con la campagna internazionale Bds, discuterne dovrebbe essere il punto di partenza in ambito universitario. La professoressa Laleh Khalili della Soas di Londra avverte: “Le azioni legali contro la campagna – come quelle in Francia – sono preoccupanti. È inaccettabile che lo stato si permetta di dire all’università di cosa può o non può parlare. Se non difendiamo adesso la nostra libertà di espressione, nel futuro potrebbero arrivare divieti ancora peggiori”.
thanks to: Frammenti Vocali

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