Obama si confessa sulla Libia: ‘Spettacolo di merda’

Estratto dall’intervista di The Atlantic

Barack Obana, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

Barack Obama, Susan Rice, John Kerry e Joe Biden

(…) Ma ciò che sigla la visione fatalistica di Obama è il fallimento dell’intervento della sua amministrazione in Libia nel 2011. Questo intervento aveva lo scopo di evitare che l’allora dittatore del Paese, Muammar Gheddafi, massacrasse gli abitanti di Bengasi, come minacciava. Obama non voleva immischiarsi; fu consigliato da Joe Biden e dal segretario alla Difesa uscente Robert Gates, tra gli altri, a starne alla larga. Ma una forte fazione nella sicurezza nazionale, la segretaria di Stato Hillary Clinton e Susan Rice, allora ambasciatrice alle Nazioni Unite, insieme a Samantha Power, Ben Rhodes e Antony Blinken, allora consigliere per la sicurezza nazionale di Biden, spinsero duramente a proteggere Bengasi, prevalendo. (Biden è aspro nel giudicare la politica estera di Clinton, dicendo in privato, “Hillary vuole solo essere Golda Meir”). Le bombe statunitensi furono sganciate e la gente di Bengasi fu risparmiata da ciò che poteva, o non poteva, essere un massacro, e Gheddafi fu catturato e giustiziato. Ma Obama dice oggi che l’intervento, “Non ha funzionato”. Gli Stati Uniti, crede, pianificarono l’operazione in Libia con attenzione, eppure il Paese è ancora un disastro. Perché, dato da ciò che sembra la naturale reticenza del presidente a un maggiore coinvolgimento militare dove la sicurezza nazionale statunitense non sia direttamente in gioco, accettò la raccomandazione dei consiglieri più attivisti d’intervenire? “L’ordine sociale in Libia si è spezzato”, aveva detto Obama spiegando il suo pensiero al momento. “C’erano proteste di massa contro Gheddafi. Divisioni tribali in Libia. Bengasi era il fulcro dell’opposizione al regime. E Gheddafi aveva inviato l’esercito verso Bengasi, dicendo, ‘Li stermineremo come topi’. “Ora, l’opzione era non fare nulla, e c’erano alcuni nella mia amministrazione che dissero, per tragico che fosse la situazione libica, non era un nostro problema. La vidi come cosa che sarebbe stata un nostro problema se, in realtà, caos e guerra civile scoppiavano in Libia. Ma non era così importante per degli interessi degli Stati Uniti da permetterci di colpire unilateralmente il regime di Gheddafi. A quel punto c’erano l’Europa e numerosi Paesi del Golfo che disprezzavano Gheddafi o erano preoccupati per motivi umanitari, che chiedono l’azione. Ma come al solito negli ultimi decenni in queste circostanze, c’è chi ci spingeva ad agire per poi mostrare assenza di volontà nel mettere la pelle nel gioco”.
“Banditi?” intervengo.
“Banditi”, disse continuando. “Allora, dissi a quel punto che dovevamo agire nell’ambito di una coalizione internazionale. Ma poiché questo non era al centro dei nostri interessi, dovevamo avere un mandato delle Nazioni Unite; che i Paesi europei e del Golfo fossero attivamente coinvolti nella coalizione; attuare la forza militare che solo noi abbiamo, ma ci aspettiamo che gli altri sopportassero la loro parte. E lavorammo con le nostri squadre della difesa per assicurarci una strategia senza inviare truppe e un impegno militare a lungo termine in Libia. “Così effettivamente attuammo il piano come avrei potuto aspettarmi: ottenemmo il mandato delle Nazioni Unite, costruimmo una coalizione costatatici 1 miliardo di dollaro, che per le operazioni militari fu molto a buon mercato. Impedimmo un gran numero di vittime, impedimmo quello che quasi sicuramente sarebbe stato un conflitto civile prolungato e sanguinoso. E nonostante tutto questo, la Libia è un casino”. Casino è il termine diplomatico del presidente; privatamente, chiama la Libia “spettacolo di merda”, in parte perché è diventata il santuario dello SIIL già colpito da attacchi aerei. E’ diventato uno spettacolo di merda, pensa Obama, per ragioni che avevano poco a che fare con l’incompetenza statunitense e più con la passività degli alleati e la forza ostinata del tribalismo. “Quando mi volto indietro e mi chiedo cosa è andato storto”, aveva detto Obama, “c’è spazio per le critiche perché avevo più fiducia nei cittadini europei, data la vicinanza della Libia, che si occupassero del seguito”. Osservava che Nicolas Sarkozy, il presidente francese, perse la carica l’anno successivo. E disse che il primo ministro inglese David Cameron smise solo d’interessarsene, “distraendosi con varia altre cose”. Della Francia diceva, “Sarkozy si vantava della propria partecipazione nell’operazione aerea, nonostante avessimo spazzato via tutte le difese aeree configurando essenzialmente l’intera infrastruttura per l’intervento”. Questa vanteria andava bene, secondo Obama, perché permise agli Stati Uniti di “coinvolgere la Francia in modo meno costoso e meno rischioso per noi”. In altre parole, dando credito supplementare alla Francia in cambio di meno rischi e costi per gli Stati Uniti, fece uno scambio utile, tranne che “dal punto di vista di molta gente addetta alla politica estera, che pensava fosse terribile. Se abbiamo intenzione di fare qualcosa, ovviamente, dovevamo farci avanti e nessun altro deve condividere i riflettori”. Obama accusava anche le dinamiche libiche interne. “Il grado di divisione tribale in Libia era maggiore di quanto avevano previsto i nostro analisti. E la nostra capacità di avervi una qualsiasi struttura per poter interagire, avviare la formazione e iniziare a fornire le risorse fu distrutta assai rapidamente”. La Libia gli ha dimostrato che il Medio Oriente era meglio evitarlo. “Non c’è modo d’impegnarsi a governare Medio Oriente e Nord Africa”, aveva detto di recente a un ex-collega del Senato. “Sarebbe un errore fondamentale”.

Samantha Power, John Kerry e Barack

Samantha Power, John Kerry e Barack Obama

thanks to: Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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