Solo la pressione internazionale porrà fine all’apartheid di Israele.

La crescente perdita di legittimità da parte di Israele è opera delle sue stesse mani. Se Israele decidesse di metter fine all’apartheid, tornerebbe legittima sotto ogni aspetto.

di Amos Schocken

Haaretz, 22 gennaio 2016

La polizia di frontiera israeliana controlla a un checkpoint le carte d’identità di Palestinesi che escono dal quartiere di Issawiyeh, Gerusalemme. 22 ottobre 2015, AP

La polizia di frontiera israeliana controlla a un checkpoint le carte d’identità di Palestinesi che escono dal quartiere di Issawiyeh, Gerusalemme. 22 ottobre 2015, AP

Ci sono molte differenze tra la situazione del Sud Africa all’epoca dell’apartheid e quella attuale nella regione compresa tra il Giordano e il mare, specialmente nei territori che Israele controlla al di fuori dei suoi confini internazionalmente riconosciuti. C’è, tuttavia, un’importante caratteristica in comune: due popoli che vivono sullo stesso territorio.

Uno dei popoli ha tutti i diritti e tutte le protezioni, mentre l’altro è privo di numerosi diritti e vive sotto il controllo dell’altro. Israele decide il destino e la vita quotidiana di milioni di persone che non hanno alcuna influenza sulle sue decisioni. Il governo di Israele è la parte che deciderà se accogliere o meno la raccomandazione dell’Esercito Israeliano di alleviare le misure nei confronti dell’Autorità Palestinese e della sua gente. Anche in Sud Africa ci furono simili discussioni se alleviare o meno l’apartheid verso i neri.

Se Israele rimane uno stato di apartheid, questa non è una situazione sostenibile, non solo perché lede i princìpi morali, ma anche perché questa situazione tende a portare Israele, come fu a suo tempo per il Sud Africa, ad essere bandita dalla famiglia delle nazioni. Non a caso Israele insiste a definirsi l’unica democrazia nel Medio Oriente, sebbene in realtà sia una democrazia solo per una parte dei suoi abitanti e quindi una non-democrazia. (Il Sud Africa era una democrazia solo per i bianchi e quindi non era una democrazia). Non a caso Israele insiste a sottolineare i “valori comuni” che condivide con i paesi democratici e innanzitutto con gli Stati Uniti. Indubbiamente questi valori comuni ci sono, e questo è un elemento a suo favore rispetto agli altri paesi del Medio Oriente. Ma i più elementari valori democratici, cioè uguaglianza di fronte alla legge per tutte le persone sotto il controllo di Israele, e uguali diritti di elettorato attivo e passivo, non esistono.

I quasi 50 anni di apartheid in Israele non sono dovuti a motivi di sicurezza. Il sionismo, che era disposto a condividere la terra di Israele con i suoi abitanti arabi, è stato rimpiazzato dalla promessa divina fatta al popolo ebreo di tutta la terra di Israele. Questa promessa viene avverata mediante un costante e metodico insediamento in Cisgiordania (compresa Gerusalemme Est), mentre i Palestinesi vengono sospinti entro enclave ben definite ed entro piccole e affollate aree abitative.

Questi sono i motivi della violenza fatta ai Palestinesi, della loro espulsione ed esclusione, dei divieti di costruire, della mancata libertà di movimento e del blocco allo sviluppo della zona C, che rappresenta all’incirca il 60% della Cisgiordania. Questa ideologia da colonizzatori guida il paese ed è anche l’ideologia del primo ministro (e se non lo è, lui ha capìto che deve adottarla se vuol essere rieletto). Alla fine, secondo il suo programma politico, che ha guadagnato consensi nel pubblico israeliano, non c’è posto per i Palestinesi, eccetto forse per una loro piccola minoranza. Gli assassinii di Duma, che hanno scioccato tutti, sono solo il modo più estremo per realizzare l’obiettivo di disfarsi dei Palestinesi.

Auto palestinesi in attesa al checkpoint di Qalandia, dalla parte di Ramallah del muro israeliano di separazione. 26 marzo 2006. AP

Auto palestinesi in attesa al checkpoint di Qalandia, dalla parte di Ramallah del muro israeliano di separazione. 26 marzo 2006. AP

Israele ha diverse opzioni per porre fine al regime di apartheid e al controllo di persone private dei loro diritti. La soluzione dei due stati è l’approccio sionista, ma Israele non mostra alcun interesse nella ricerca di una soluzione. L’approccio pluridecennale in cui l’unica variabile è la costante crescita degli insediamenti, è ciò che continuerà ad esistere in futuro.

Questa è stata anche per molti anni la posizione del regime sudafricano, ma a un certo punto il mondo ha deciso che questa posizione era illegittima. Anche il regime di apartheid di Israele è illegittimo e non sorprende che la completa immedesimazione della politica di Israele con l’apartheid, porti il mondo a mettere in questione non solo il controllo di Israele sui Palestinesi che non hanno diritti, ma anche la legittimità dello stesso stato e tutta l’idea sionista. Se, secondo la politica del governo, l’apartheid è una condizione necessaria per la realizzazione del sionismo e la sopravvivenza di Israele, allora il sionismo e lo stato stesso sono illegittimi.

Esisteva un modo per eliminare dall’interno il regime sudafricano di apartheid, senza che i Sudafricani lavorassero per anni a spargere la voce della loro situazione sul piano internazionale? Sembra proprio di no. Le classi dominanti tendono a non cedere spontaneamente i loro privilegi. In Israele, come abbiamo visto, l’obiettivo ideologico va anche oltre, e non consiste solo nel controllo di persone senza diritti.

Molti Sudafricani che si impegnarono contro l’apartheid, cioè contro la politica del regime bianco, furono denunciati come traditori, furono imprigionati o costretti all’esilio. Ma grazie alla loro attività decisa ed estesa a tutto il mondo, l’apartheid sudafricano fu riconosciuto come un sistema illegittimo, contro cui vennero imposte sanzioni internazionali, e il sistema crollò. I non-bianchi conquistarono uguali diritti e gli attivisti anti-apartheid ottennero rispetto e ammirazione.

La crescente perdita di legittimità da parte di Israele è opera delle sue stesse mani. Se Israele decidesse di metter fine all’apartheid, tornerebbe legittima sotto ogni aspetto. Chiunque si batta contro l’apartheid israeliano sta di fatto combattendo per rinnovare e rinforzare la legittimità di Israele come casa nazionale del popolo Ebreo nella terra di Israele, un rifugio sicuro che garantisce l’autodeterminazione degli Ebrei in uno stato ebraico e democratico.

Chi ha paura dell’ostinazione di Israele a mantenere il suo regime di apartheid e si rende conto che non è possibile eliminarlo dall’interno, dovrebbe considerare come segni incoraggianti l’etichettatura decisa dall’UE per i prodotti delle colonie, la pressione che la FIFA ha fatto su Israele, il rifiuto del Brasile di accettare Dani Dayan come ambasciatore. Questo è il cruciale inizio di un’azione globale contro una situazione di illegittimità che Israele si ostina a mantenere, ma che sarà costretta a troncare. È prevedibile che il governo prenderà “adeguate misure sioniste” contro queste pressioni e approverà iniziative anti-democratiche per sopprimere e far tacere quegli Israeliani che, convinti che solo una pressione esterna produrrà cambiamenti, attirano l’attenzione del mondo sulle manifestazioni di apartheid di Israele.

Non sorprende che gli studenti del privilegiato Interdisciplinary Center statale (IDC) si siano precipitati a firmare una petizione per rimuovere Aron Liel dalla sua posizione di insegnante del Center a causa della sua attività contro la nomina ad ambasciatore di Dayan e a causa del suo sostegno a Breaking the Silence. Quando i partiti di opposizione Zionist Union e Yesh Atid ignorano il problema fondamentale di Israele e non si battono contro l’apartheid, mentre condannano azioni come l’etichettatura dei prodotti delle colonie o il rifiuto del Brasile ad accettare Dayan, altro non fanno se non segnalare alla società israeliana e al mondo intero che l’apartheid in Israele non è un argomento controverso, ma un elemento che ha il consenso nazionale.

Un simile decadimento morale nella politica, nelle istituzioni e nella popolazione si è verificato in altre società del passato. Nel caso di Israele, oltre alla sua immoralità, questo decadimento contribuisce alla strisciante delegittimazione internazionale dello stato. Quando Israele si sarà scrollata di dosso l’anti-sionismo e l’apartheid che ha adottato e sarà tornata sul sentiero sionista e democratico, gli studenti dell’IDC e tutti quelli che condannano chi si oppone all’apartheid si affretteranno a nascondere le loro azioni di oggi. Le reazioni del governo di fronte all’attivismo anti-apartheid sono penose. Anti-semitismo? Probabilmente ce n’è, ma l’apartheid israeliano lo legittima a rialzare la testa e gli offre un facile bersaglio. In ogni caso, l’anti-semitismo che c’è nel mondo non può giustificare la spoliazione e l’oppressione dei Palestinesi. Minacce all’azione di un governo democraticamente eletto? Qualunque governo che adotti una politica di apartheid e che sia palesemente anti-democratico, non ha il diritto di fare appelli in nome della democrazia. Non vengono boicottati stati che sono peggiori di Israele? Israele, che vuole e può diventare uno dei paesi più illuminati del mondo, una luce sui popoli, non si può permettere ragionamenti di questo tipo.

Si stenta a credere che quanto qui scritto non sia capìto da chi tiene le redini del potere, ma resta il fatto che essi non traggono le necessarie conclusioni pratiche dal progetto in cui il primo ministro ha detto di credere, cioè il progetto dei due stati. Si lamenteranno e protesteranno, ma è possibile che alla fine la pressione internazionale sarà proprio la forza che li costringerà a fare la cosa giusta.

Amos Schocken

Amos Schocken è l’editore del quotidiano israeliano Haaretz.

http://www.haaretz.com/opinion/.premium-1.698874

thanks to: Assopace Palestina

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