HEBRON, IN MORTE DI UN RESISTENTE

Hashem Azzeh e il muro costruito dai coloni per separare la città

Non c’è città, nella Palestina occupata, nella quale il peso dell’ingiustizia sia insostenibile quanto ad Hebron. Qui i coloni si sono spinti fino al centro storico della città vecchia, costruendo muri e barriere, rivendicando l’appartenenza di queste zone all’antico quartiere ebraico. A Shuhada street, la via dei martiri, i negozi dei palestinesi sono stati sbarrati, molte delle case sono state evacuate e all’ingresso della strada c’è una banda di filo spinato che precede un checkpoint, presidiato da un manipolo di soldati ventenni che controllano il passaggio dei palestinesi. Nel 2011, quando ci andai per la prima volta, cittadini e attivisti protestavano contro la vergognosa occupazione di Shuhada street, da loro rinominata “la strada dell’apartheid”.
Di fatto, Hebron è una città tagliata in due dal disegno coloniale israeliano. Dal 1997 è stata divisa in una zona sotto l’autorità palestinese (H1) e in una sotto l’autorità israeliana (H2). Per Israele, la città è importante sia a livello strategico che religioso, dal momento che connette le colonie del sud a quelle del nord e poiché ospita La grotta dei Patriarchi, luogo in cui, secondo le religioni del libro, sono sepolti Abramo, Isacco, Sara, Rebecca e Lia. Violando il diritto internazionale, famiglie di coloni supportati dalle forze armate di Tel Aviv, hanno confiscato ai palestinesi alcune delle terre che ritenevano parte integrante di quel “Grande Israele” che ortodossi e nazionalisti ambiscono, costi quel che costi, a ricostruire.
Il fanatismo a Hebron ha messo da tempo le radici. E’ qui che nel 1994 Baruch Goldstein, un fanatico sionista, uccise 29 palestinesi durante la preghiera del mattino. E’ qui che le proteste sono ricominciate questo autunno, facendo da eco alle tensioni di Gerusalemme e al possibile inizio di una terza intifada. E’ qui che le vie del centro storico sono state protette da delle lastre di ferro, per impedire che i coloni insediatisi ai piani superiori dei palazzi del centro, continuassero a tirare pietre a chi passava per la strada, per far capire loro di andarsene. E’ qui che durante la seconda intifada è scattato un coprifuoco durato per oltre cinque anni, durante i quali la libertà di movimento dei palestinesi è stata in alcune fasi del tutto azzerata.
L’inferno di quegli anni, e le continue tensioni con i coloni, hanno convinto molta gente a fare la valigie e ad andarsene. Molti dei palestinesi nati e cresciuti nei territori trasformati in colonie sono partiti volontariamente, non potendo più sopportare una vita di odio e disperazione. Altri hanno deciso di rimanere e resistere, ma poi non hanno saputo rifiutare le laute cifre di denaro loro offerte da alcuni ricchi coloni ebrei, per fare armi e bagagli e sparire per sempre. C’è però anche chi ha da sempre rifiutato di andarsene, anche alla vista di milioni di dollari americani. Tra questi Hashem Azzeh, che ha fatto della sua vita una lotta politica, impersonificando il motto palestinese “l’esistenza è resistenza”.
La famiglia di Hashem si era insediata negli anni Cinquanta nel quartiere di Tel Rumeida a Hebron, dopo la creazione dello stato isrealiano, ricordata tristemente come la nakba, la catastrofe, dai palestinesi. Hashem è cresciuto in quello stesso quartiere dai continui saliscendi nel quale, dopo gli anni Settanta, si sono insediati alcuni dei coloni ebraici più nazionalisti e ortodossi. Come vicino di casa si è trovato Baruch Marzel, leader estremista del Jewish Defense League, che all’ingresso della sua abitazione ha un cartello esposto con scritto “Ho già ucciso un arabo. E tu?”. Quando visitai la sua casa nel 2011, Hashem mi raccontava che non avrebbe mai ceduto alle pressioni e sarebbe rimasto, per fierezza e per giustizia, mostrandomi con orgoglio e disgusto i danni causati a casa propria dagli spari dei coloni.
Hashem li odiava e loro odiavano lui, che era diventato il più grande ostacolo alla realizzazione dei loro disegni coloniali. Hashem infastidiva i coloni, per il fatto di invitare ripetutamente a cas propria giornalisti e attivisti, per mostrare loro la brutalità dell’occupazione. Hashem non aveva più paura. Aveva già sopportato di tutto, come vedere la sua moglie incinta venire ripetutamente picchiata dai soldati, con la conseguente perdita di due figli durante due gravidanze. Aveva visto uno dei suoi figli venire arrestato all’età di cinque anni. Aveva dovuto arrampicarsi oltre un muro di sei metri per poter tornare a casa. Si era trovato senz’acqua ed elettricità dopo che gli erano state tagliate le tubature e i cavi elettrici. Si era visto distruggere ogni anno il raccolto delle sue cinquanta piante di olive. I coloni volevano liberarsi di lui e lui voleva liberarsi di Israele, che a suo avviso non avrebbe mai dovuto esistere. La Palestina dei suoi sogni era quella che si estendeva dal Mar Morto a Haifa e Eliat.
Negli ultimi anni la sua casa era diventata un punto di riferimento per la resistenza palestinese. Diceva che non avrebbe mai permesso ai coloni di essere cacciato dalla sua terra, fino a che sarebbe stato in vita e fino a che la Palestina non sarebbe stata liberata. La morte se lo è portato con sé Martedì scorso, il 20 di Ottobre, mentre cercava di raggiungere a piedi l’ospedale, dopo un attacco di cuore. L’ambulanza non poteva raggiungere la sua casa, a causa dei checkpoint, e così Hashem ha dovuto fare il solito pezzo di strada a piedi, prima di imbattersi in una serie di tafferugli a Bab Zawiye, dove il fumo dei lacrimogeni ha probabilmente peggiorato le sue già critiche condizioni di salute. Una volta arrivato in ospedale le sue speranze di sopravvivenza erano già nulle.
Ha lasciato una moglie e quattro figli, nonché un vuoto enorme nella lotta di resistenza di un popolo che auspica la fine dell’occupazione, senza avere i mezzi politici, economici e diplomatici per farlo. La sua lotta ha ispirato migliaia di persone, dentro e fuori la Palestina. Chi lo ha seguito e rispettato ha istituito un fondo di solidarietà per aiutare la sua famiglia a continuare la lotta di resistenza del padre. Alla fine della settimana scorsa è già stata raccolta la straordinaria cifra di 10.000 dollari. Hashem Azzeh è morto a testa alta, senza cedere ai ricatti, senza farsi corrompere dal denaro, senza abbandonare quella battaglia politica che ha da sempre costituito il senso della sua esistenza. Hebron, e Shuhada street, non saranno più le stesse senza di lui, ma il ricordo della sua tenacia non svaniranno così in fretta.
Pubblicato su LEFT – 31 Ottobre 2015
thanks to: ViaTerra

 

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