Ecco i poveri migranti che scappano dalle guerre

Povere famiglie in fuga sulle rotte ghiacciate dal vento e dalla neve. Scappano dalle nostre guerre umanitarie. E noi alziamo muri assassini.

 


Migranti in fuga sulla rotta balcanica
Migranti in fuga sulla rotta balcanica

Fotoracconto di un dramma umanitario, attraverso gli scatti di Marko Djurica a Miratovac in Serbia. Immagini accompagnate da testi scritti da Antonio Cipriani nei suoi editoriali contro la guerra infinita combattuta dai ricchi contro i poveri di tutto il mondo.

 


 

Perché alla fine di ogni analisi, di ogni slogan o ragionevole dubbio, sono i poveri a morire nelle guerre. Nei luoghi dove le bombe devastano, dove uccide l’embargo, dove si crepa per mano di dittatori criminali o di altri fantasmi evocati dall’Occidente; o durante la fuga da quelle bombe, dalla schiavitù e dalla fame, in una traversata disperata in mare, nelle mani degli aguzzini mafiosi che si arricchiscono con i disperati alla ricerca di futuro, nelle città occidentali dove esplodono i kamikaze, dove il terrorismo scoppia improvviso.

 

Non solo sangue di vittime civili innocenti sotto le bombe occidentali, anche vittime nei mesi successivi a causa di un embargo che causò la morte di quasi milione di persone. Uno studio dell’Unicef ha reso noto che tra il 1991 e il 1998 sono morti 500.000 bambini iracheni di età inferiore ai cinque anni.

Chirurgia plastica mediatica, sulla pelle delle vittime innocenti. E non che sia accaduto qualcosa di diverso nella altre cosiddette operazioni umanitarie. Guerre raccontate da un giornalismo embedded su media in ginocchioni, rese virtuali dalla sproporzione mediatica messa in campo: Jugoslavia 1999, Afghanistan 2001, Iraq 2003, Libia 2011. Siria dal 2013. Dopo tanti anni possiamo dire che la guerra infinita ha due aspetti che la rendono feroce e inquietante: la tecnologia senza limiti e l’apparato mediatico-informativo che crea una costante narrazione tossica. A uso dei cittadini che sono tenuti fuori dalle decisioni, esclusi dalla conoscenza, imboccati con fandonie dal primo all’ultimo momento. Senza una sola possibilità che cresca una coscienza. In una costruzione della realtà xenofoba e fascista, utile a militarizzare ogni aspetto della vita democratica con azioni repressive giustificate ogni volta con la ferocia simbolica e mediatica dei cattivi di turno. Il frutto marcio di tutto questo ordine mondiale, che si basa sul disordine controllato in alcune parti del pianeta, è quello che viviamo ogni giorno. Quello che leggiamo e non capiamo. Quello che vediamo, brutale e simbolico, e non capiamo. Le immagini dei bambini che scappano dai luoghi che le guerre hanno devastate, e non capiamo.

 

Mi fa sempre venire i brividi l’idea che per risolvere una tragedia umanitaria si debba andare in armi a sganciare bombe sulla testa dei bambini. Eppure da decenni non fanno altro che spiegarci che è giusto così. E mi irrita pensare che ogni volta i precursori del sangue innocente, delle vittime da danni collaterali, siano i media: ossia quel complesso informativo fatto di annunci, pressappochismo, certezze assolute della politica rilanciate dai giornali e dalle tv. Inanellando suggestioni, indirizzando l’opinione pubblica sempre più ottusa e xenofoba, rendendo plausibile ogni efferatezza futura e cancellando tracce di quelle presenti e passate.

 

Così, in questi giorni in cui davanti ai nostri occhi si sta consumando una tragedia epocale, siamo impietriti di fronte al dolore umano e scossi di fronte alle lacrime di coccodrillo di chi per decenni e decenni ha costruito, armi in pugno, un mondo così asimmetrico. Decidendo che anche chi scappava dalle guerre e dalle dittature sanguinarie (con l’Occidente sempre implicato) o dalla povertà non avesse alcun canale umanitario, nessun aiuto se non la sorte del mare. Libera circolazione dei capitali e delle merci, ma non di tutti cittadini, divisi sulla base della sorte che li ha fatti nascere al Nord o al Sud del mondo. I primi privilegiati, possono viaggiare e vivere come vogliono; i secondi, poveri cristi, non hanno diritti.

 

Quelli chiedono vita e noi rispondiamo morte. In un modo o nell’altro. Non ci sono solo i guerrieri o gli allarmisti, ci sono anche quelli più eleganti che vorrebbero mettere muri per separare i poveri dai meno poveri e poi altri muri per separarli dai ricchi. Ed eserciti a guardia dei muri di ingiustizia. Come dire: ti stanno ammazzando, fanno a pezzi i tuoi figli, tu scappi e per proteggerti mettiamo reti e fili spinati per non farti uscire dai luoghi del massacro. E se ci provi ti spariamo. E se sei fortunato per risolvere col metodo iracheno o libico la cosa ti mandiamo i bombardieri.

 

Di fronte a crisi internazionali, a guerre o vicende che ne rappresentano la declinazione asimmetrica dell’epoca, è difficile trovare le parole giuste in una tempesta comunicativa nel deserto delle conoscenze. Perché emerge di colpo il problema di questa democrazia neoliberista che in guerra, come in economia si basa su pochi e solidi principi: favorire la strategia più utile al capitale, massimizzando profitti sia dal punto di vista dell’accumulo di risorse che sul piano della destabilizzazione generale delle coscienze.

Una guerra asimmetrica combattuta dal potere economico-militare, con tutte le armi a disposizione – per prima la comunicazione – per difendere la fortezza e i suoi interessi imperialisti dall’assalto dei poveri del mondo. Di chi chiede pane e un domani per i figli. Di chi rischia la vita in mare per una speranza di futuro. Quella speranza che nella propria terra non esiste più. Sottratta ai poveri da un sistema di ingiustizie che serve per arricchire ancora di più i ricchi del mondo.

 

Ps. Secondo studi recenti dell’Oxfam l’1% della popolazione mondiale è più ricco del 99% del resto del mondo. Solo 62 persone possiedono la stessa ricchezza di metà della popolazione più povera, mentre solo 6 anni fa erano 388. E si pensava che per riequilibrare la giustizia sociale si dovesse lavorare per redistribuire ricchezze e possibilità. Ecco perché il nuovo ordine si deve per forza basare sulle armi e sulla guerra. Ce lo insegna la storia, solo con le armi si difendono i privilegi dell’ingiustizia sociale.

thanks to: Globalist

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