NON DOBBIAMO TACERE. Perché fare le Giornate della memoria

Avveniva nell’agosto del 1942. La Svizzera chiudeva le frontiere agli ebrei che cercavano di salvarsi dalla deportazione. Berna era al corrente della minaccia che incombeva su quelle persone ma decise di respingerle. Da allora si sono moltiplicate in Europa le giornate della memoria, i parchi della memoria, i monumenti alla memoria, i musei della memoria, cinematografia, letteratura e arte dedicate alla memoria. Celebrare la memoria è diventato un imperativo morale e civico, richiesto in Italia alle scuole di ogni ordine e grado dalla legge 211 del 20 luglio 2000.

Perché fare memoria?
In prima battuta diremmo che ricordare il cattivo agire di ieri dovrebbe servire a migliorare l’agire di oggi. A che servirebbe fare nomi e cognomi delle vittime del passato se non favorisse la denuncia dei responsabili delle vittime del presente? Eppure sembra che gli occidentali cresciuti a suon di commemorazioni non si facciano tanti scrupoli a brindare con i boia odierni. Che memoria è quella di Renzi quando condanna Hitler ma poi se ne va in Arabia Saudita a vendere armi al re Salman che le usa per distruggere il già stremato Yemen, che finanzia l’estremismo islamico, foraggia l’Isis in Siria e taglia teste e crocifigge in massa persone sospettate di dissenso politico, minorenni compresi? Quale credibilità può avere l’Italia che siede ai tavoli negoziali invocando soluzioni diplomatiche e nel contempo vende armi agli stati estremisti? Quale credibilità possono avere gli Stati uniti e l’Inghilterra quando condannano il nazifascismo e l’Isis e nel frattempo, per convincere l’Occidente a radere al suolo l’Iraq nel 2003, fabbricano intenzionalmente la falsa accusa delle armi di distruzione di massa? E come giudicare la nostra Europa e i capi di stato di tutto il mondo, mano nella mano, compunti e commossi per Charlie Hebdo ma per i 130 mila civili uccisi in Iraq (prevalenza donne e bambini) non hanno trovato di meglio da dire che: “scusate, ci siamo sbagliati”!? Come giudicare l’Europa che si commuove di fronte alle camere a gas e riempie di fiaccolate Parigi ma tace le sue responsabilità dirette e indirette nella sistematica distruzione della Siria, delle comunità Yazidi e Cristiane, dei civili che muoiono a grappoli e fuggono a milioni? Cosa pensare di Israele che attorno alla Memoria della Shoah ha costruito la legittimazione della sua esistenza ma proibisce con una Legge apposita ai palestinesi di fare memoria pubblica della catastrofe (Nakba) che li ha colpiti nel 1948? E non è rivoltante che i capi delle nazioni facciano inderogabilmente omaggio alle vittime della Shoah allo Yad Vashem e nessuno di loro citi Israele in giudizio presso i Tribunali Internazionali per i crimini contro l’umanità che ininterrottamente dal 1948 Israele compie impunemente contro la popolazione palestinese? A che serve “commemorare” se poi chiamiamo barbarie la violenza altrui e “guerre giuste” le nostre? E soprattutto, a che serve celebrare “giornate della memoria” se non ci interessa conoscere e capire queste cose? Se voltarci verso il passato non ci muove a guardare il presente con verità, allora il nostro è soltanto un voltafaccia, né più né meno di quello svizzero nel 1942.

Lo stesso male sotto spoglie diverse
Tutti i governi e gli stati europei si sono fatti premura di istituzionalizzare le celebrazioni della giornata della memoria, di renderle obbligatorie a scuola, di richiamarne l’importanza in programmi televisivi di approfondimento, di descriverne la necessità in numerosi articoli di approfondimento. Com’è possibile allora che nell’Europa della memoria non esista un vasto, generale e unanime sussulto di fronte alle migliaia di persone (uomini, donne e bambini) che premono sulle frontiere europee perché fuggono da guerre di cui sono vittime designate? Nessuno si accorge che il male è lo stesso? Nessuno si accorge che ha soltanto cambiato nome, che ieri si chiamava nazi-fascismo e oggi si chiama capitalismo selvaggio? Due facce diverse di un male endemico: il primo si era diffuso in un’Europa malata di nazionalismo, il secondo è cresciuto a dismisura in un’Europa già malata di colonialismo. E’ risaputo che la situazione del Medio Oriente è al centro di una ridefinizione delle aree di influenza da parte dei paesi colonizzatori (Israele, Stati Uniti, Europa, Turchia, Russia) che stanno facendo a brandelli quel territorio decisi ad accaparrarsene il più possibile. L’Isis è l’ultimo arrivato e pretende di avere la sua parte. Il punto è che vuole troppo. Quindi va combattuto. Ma non troppo, cioè non fino al punto di impedirgli di far cadere il presidente siriano. Da questo punto di vista gli attentati di Parigi sono stati un ottimo spot pubblicitario a sostegno della campagna militare che la Francia stava già portando avanti contro Assad.

Associazione a delinquere
Dobbiamo cominciare a dire che ogni giornata della Memoria a cui non corrisponde un esercizio metodico di conoscenza circostanziata delle forme odierne di violazione della dignità umana ad opera degli stati e di chiunque altro, è inevitabilmente complice di quei poteri il cui terrore ha spinto l’Europa di ieri a tacere. Nazionalismo ieri, neo-colonialismo e capitalismo selvaggio oggi. Entrambi stanno facendo milioni di vittime. Alle migliaia che muoiono di stenti in viaggio, vanno aggiunte infatti le decine di migliaia che vengono dilaniate dalle bombe intelligenti delle coalizioni che di volta in volta nascono attorno ai soliti capofila (USA, Francia, Inghilterra), a volte perfino con la benedizione dell’ONU. Tra queste coalizioni ce n’è una permanente, si chiama NATO, un’organizzazione intergovernativa finalizzata a proteggere militarmente gli interessi dei suoi membri anche a scapito di tutti gli altri. E pazienza se per raggiungere lo scopo le diverse coalizioni abbiano messo a ferro e fuoco Stati interi (Iraq, Libano, Siria), abbattuto governi legittimi democraticamente eletti (Iran 1954), premiato Stati occupanti e punito la resistenza delle popolazioni occupate (Israele-Palestina), razziato interi continenti, (Africa), affamato un quarto dell’umanità. Questa cosa non si chiama “coalizione”, si chiama “associazione a delinquere”.

Nel nostro nome

L’opinione pubblica occidentale continua a pensare se stessa come la migliore compagine umana mai apparsa sotto il sole. E’ vero che l’Europa è stata grembo di civiltà. Questo non significa che quella di oggi sia degna di quella di ieri. In un passato remoto l’Europa ha saputo apparire al mondo come la patria della democrazia, la stella polare del progresso, la madre dei diritti dell’uomo, la culla della civiltà. Ma di quell’Europa (se mai è esistita) non è rimasto nulla. Le nostre società civili (cioè noi, la gente), insieme alle classi dirigenti, ai politici, agli intellettuali, agli industriali, ai professionisti della comunicazione non si sono sollevati con sufficiente energia di fronte all’affondamento dei primi barconi…hanno permesso che la cosa si ripetesse e continuano a permetterlo. Nel solo 2015 abbiamo lasciato annegare in mare 700 bambini che erano in fuga da condizioni allucinanti strettamente connesse alla destabilizzazione dell’area mediorientale e nord-africana. Destabilizzazione di cui proprio le politiche occidentali hanno una responsabilità fondamentale. Basterebbe soffermarsi sulla cronaca degli ultimi 25 anni per rendersi conto di come le politiche occidentali abbiano soffocato ogni dissenso democratico interno al mondo mediorientale e africano quando si trattava di sostenere i dittatori alleati e come abbiano finanziato l’estremismo per dividere la società araba quando gli stessi dittatori risultavano scomodi agli interessi di Borsa. Come abbiamo potuto permettere ai nostri rappresentanti di commettere questi scempi nel nostro nome? Come possiamo pensare che le nuove generazioni del mondo palestinese, arabo, afgano e nordafricano, cresciute con i fischi dei missili negli orecchi e costretti a nascondersi come topi per non morire non nutrano risentimento verso l’Occidente che finanzia la corruzione dei loro paesi, spalleggia il proliferare dei gruppi terroristici spontanei e giustifica senza vergogna le azioni terroristiche sistematiche e decennali compiute da Stati quali Israele e Arabia saudita?
E’ vero che nelle nostre città si aprono mostre, si tengono concerti, si fa teatro, si stampano libri e si scrivono poesie. Ma se non proviamo un po’ di empatia per gli incolpevoli che picchiano alle nostre frontiere, se ci commuoviamo per i morti di Parigi ma non ci accorgiamo che Israele uccide i palestinesi come fossero insetti, se non diciamo “basta” al vezzo militare di chiamare effetti collaterali i morti accidentali (?) delle nostre bombe…allora “la bellezza non ci salverà”.

Prendere coscienza

Noi occidentali viviamo in quella parte di mondo che gode di privilegi dai quali la maggioranza dell’umanità è esclusa. Non è una colpa essere nati dalla parte ricca del mondo, lo diventa però goderne senza chiedersi da dove arrivi quella ricchezza, perché sia così sproporzionata, perché in taluni luoghi si accumuli e in altri scarseggi. Diventa un colpa abituarsi ad essa sapendo che il suo prezzo è la riduzione in schiavitù di una parte dell’umanità. Diventa una colpa anche descriverla come l’esito di un sistema socio culturale e organizzativo più avanzato (i nostri valori) trascurando l’enorme vantaggio accumulato in secoli di colonialismo e sfruttamento. Diventa una colpa sorvolare sul fatto che questo sistema non cambia perché blindato da sistemi politico-giuridici internazionali creati appositamente da coloro che ne traggono vantaggio. Diventa una colpa l’ingenuità protratta nel credere che quella in corso sia una guerra globale dettata da ragioni di sicurezza. Sicurezza si, ma non della gente, non dei diritti umani, non delle legittime aspirazioni dei popoli ma dei privilegiati e dei privilegi, con qualsiasi mezzo, a qualsiasi costo. Con il pretesto della lotta al terrorismo le potenze mondiali e regionali stanno conducendo la più grande e trasversale operazione militare e politica dai tempi del primo dopoguerra per assicurarsi il controllo di maggior territorio possibile. In questo gioco mortale su vasta scala assumono rilevanza strategica i gruppi terroristici che vengono combattuti o finanziati nella misura in cui possono essere utili agli interessi delle contrapposte coalizioni internazionali o regionali. La guerra in corso peraltro considera i terroristi e i resistenti un irrilevante distinguo lessicale: ciò che conta è che entrambi minacciano lo status quo. Così mentre gli elefanti combattono, sul terreno restano stritolate comunità, famiglie, villaggi. Guerra contro la gente, guerra contro l’umanità: è questo il nome che dobbiamo dare alla guerra in corso. Non è detto che prima o poi toccherà a noi. Il futuro non lo prevede nessuno. Ma la colpa delle nostre società civili diventa palese nell’assordante contrasto tra l’enorme movimento di uomini, donne e bambini in fuga dalla guerra e l’assenza di ampi e significativi movimenti civili di solidarietà e di condanna delle politiche dei nostri governi. Le strade dei poveri pullulano di mani, volti, e voci imploranti. Le nostre sono desolatamente vuote. Così noi legittimiamo le scelte dei nostri governanti e ci rendiamo complici.

don Gianluca
don Andrea
don Alessandro
don Emanuele

 

Pubblicato da il 31/12/15
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