Lo “Sviluppo” sta privando i popoli indigeni delle loro terre, dell’autosufficienza e della dignità, lasciandoli senza niente.

Sta accadendo ancora oggi, in India, in Etiopia, in Canada e in altre parti del mondo, con conseguenze devastanti..

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Il governo etiope, principale beneficiario degli aiuti americani e britannici nonché partner “prioritario” della Cooperazione italiana, sta reinsediando con la forza 200.000 indigeni fino ad oggi autosufficienti, tra cui i Mursi, i Kwegu e i Bodi, lasciandoli a migliaia senza terra, senza bestiame né mezzi di sostentamento. Impossibilitati a continuare a mantenersi da soli, dicono di non poter far altro che “aspettare di morire”. Secondo il Primo Ministro, questo progetto, in un paese famoso per le sue carestie, servirà a dare alle tribù “una vita moderna”.

I presunti destinatari di questo “sviluppo” subiscono arresti, pestaggi e stupri. I loro granai vengono distrutti nel tentativo di costringerli a rinunciare alle loro terre e ai loro stili di vita. Il risultato sarà un’autentica catastrofe umanitaria.

Tre generazioni di Kwegu lungo il fiume Omo, in Etiopia.

Tre generazioni di Kwegu lungo il fiume Omo, in Etiopia.

 

Felici e prosperi

Una donna Dongria impegnata a raccogliere cibo, India.

Una donna Dongria impegnata a raccogliere cibo, India.

I popoli indigeni che vivono nelle loro terre sono generalmente prosperi. Studi recenti dimostrano che i miliardari più ricchi del mondo non sono più felici della media dei pastori masai. Tuttavia, molti governi, che spesso ambiscono alle loro terre, considerano gli autosufficienti stili di vita dei popoli tribali arretrati e imbarazzanti. Gli indigeni vengono costretti ad adeguarsi alla nozione altrui di progresso, trasformandosi in agricoltori stanziali e piegandosi alle logiche dell’economia di mercato.

I Dongria Kondh dell’India coltivano oltre cento prodotti diversi e raccolgono quasi duecento tipi differenti di alimenti selvatici, che garantiscono loro un’alimentazione ricca per tutto l’anno, anche durante i periodi di siccità. Sino ad oggi hanno respinto ogni tentativo di assimilazione nella società dominante.

“È assurdo che questi stranieri vengano qui a insegnarci lo sviluppo. Si può parlare di sviluppo quando distruggi l’ambiente che ti dà cibo, acqua e dignità? Devi pagare per lavarti, per mangiare e persino per bere acqua. Nella nostra terra, noi non dobbiamo comprare l’acqua come fate voi, e possiamo mangiare qualunque cosa, gratuitamente.” –Lodu Sikaka, Dongria Kondh

 

Costretti a cambiare

Alcune tribù, come i Penan del Borneo malese, sono confinate in insediamenti alieni e obbligate a praticare l’agricoltura “moderna” pur avendo una conoscenza enciclopedica della biodiversità delle loro foreste e dei loro ambienti, che le sostengono da generazioni. Sono sfrattate per far spazio a dighe gigantesche con la scusa e nella convinzione che il passaggio da un’economia di caccia e raccolta a una basata sull’agricoltura significhi “progresso”.

I Penan protestano contro la distruzione della foresta e dei loro stili di vita, Sarawak.

I Penan protestano contro la distruzione della foresta e dei loro stili di vita, Sarawak.

“Gli stranieri che vengono qui sostengono sempre di portare il progresso. Ma tutto ciò che portano sono solo vane promesse. Stiamo lottando per la nostra terra. È l’unica cosa di cui abbiamo realmente bisogno.” – Arau, Penan, Sarawak

 

Conseguenze devastanti

I Guarani del Brasile sono costretti a vivere sul ciglio delle strada. Derubati delle loro terre, centinaia di Guarani si sono tolti la vita. Il più piccolo aveva solo nove anni.

I Guarani del Brasile sono costretti a vivere sul ciglio delle strada. Derubati delle loro terre, centinaia di Guarani si sono tolti la vita. Il più piccolo aveva solo nove anni.

I popoli tribali costretti ad abbandonare le loro pratiche tradizionali di coltivazione, caccia e raccolta, perdono anche la loro autosufficienza e finiscono in balìa di un’economia di mercato che non comprendono e che spesso finisce per sfruttarli.

Come nel filmato “Arrivano i nostri!”, le tribù che hanno subito questo “sviluppo” passano dall’essere comunità floride e indipendenti, padrone delle loro terre, al vivere ai margini della società. Vittime di continue pressioni e di un processo di sradicamento dei loro stili di vita, spesso le società tribali implodono tra altissimi tassi di tossicodipendenza, suicidio e malattie croniche.

“Mi chiedo che razza di progresso sia quello che fa vivere le persone meno di prima. Prendiamo l’HIV/AIDS, i nostri bambini non vogliono andare a scuola perché là li picchiano, le donne si prostituiscono. Gli uomini non possono cacciare. Alcuni litigano perchè si annoiano e si ubriacano. Iniziano a togliersi la vita…. Non si era mai visto niente di simile prima. È questo lo “sviluppo”?” – Roy Sesana, Boscimane Gana, Botswana

 

Terra e libertà di scelta

Non è che gli indigeni non vogliano cambiare: come tutti i popoli del pianeta, sono in continua evoluzione e mutamento. Ma anziché subirlo per mano di estranei, devono poter scegliere e controllare la direzione di questo cambiamento. Il fattore più importante per il benessere dei popoli tribali è il rispetto dei loro diritti territoriali. Garantirgli sicurezza nella loro terra, significa metterli nella condizione migliore per decidere liberamente dei loro stili di vita e del tipo di “sviluppo” che desiderano.

Una donna Yanomami, Brasile.

Una donna Yanomami, Brasile.

 

“Non è che gli Yanomami rifiutino il progresso o che non vogliano le cose che hanno i Bianchi. Vogliamo solo avere la possibilità di scegliere, senza essere costretti a cambiare a tutti i costi, volenti o nolenti.”

thanks to: Survival

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