SOMALIA: CONTINUITÀ DELL’IMPERIALISMO ITALIANO

 

di Antonio Moscato

Questo articolo è uscito sul n. 14, nuova serie, di “Marx centouno”, novembre 1993.

Nel nostro paese la spedizione in Somalia è stata presentata spudoratamente come il coronamento di una lunga tradizione italiana di solidarietà con i popoli. In realtà, l’imperialismo italiano ha approfittato dei lunghi rapporti stabiliti in passato con questo paese per candidarsi ad un ruolo di primo piano nelle operazioni di “ricolonizzazione” dell’ Africa.1 Il ministro Andò [ministro “socialista“ della Difesa, che rispondeva con querele e richiesta di risarcimenti danni per miliardi a ogni critica. NdA] aveva già fornito la giustificazione teorica: la sfera di sicurezza del nostro paese non si limita ai paesi limitrofi, ma investe tutta l’area in cui ci sono significativi interessi economici, a partire appunto dal Corno d’Africa.

Di fatto, l’imperialismo italiano segue linee di penetrazione che sono costanti da circa un secolo: Balcani e Corno d’Africa sono gli obiettivi principali, ma anche il Vicino e Medio Oriente sono da sempre oggetto di un’attenzione continua anche se sfortunata. Ma è un dato quasi sconosciuto alla maggioranza degli italiani: nei manuali di storia per le scuole si sorvola ad esempio sul fatto che tra i principali obiettivi dell’entrata dell’Italia nella prima Guerra mondiale, oltre alla Dalmazia, c’era la partecipazione alla spartizione dell’impero ottomano, che doveva estendere la precedente conquista del Dodecaneso alla fascia di Antalya.2 D’altra parte la maggior parte degli italiani ignora la storia dei crimini compiuti dalle truppe italiane durante l’occupazione della Grecia e della Jugoslavia, per non parlare delle guerre coloniali.3 Praticamente sconosciuto il bilancio umano della lunga Guerra di Libia, che sulla maggior parte dei nostri manuali di storia si conclude nel 1911 anziché nel 1932!

Nel corso degli ultimi decenni alcuni storici hanno dedicato la loro attenzione al colonialismo italiano con studi preziosi ma che hanno circolato quasi esclusivamente tra gli specialisti, anche perché il colonialismo sembrava argomento di un passato storico ormai concluso. Tra essi vanno ricordati Rochat, Santarelli, Rainero, Valabrega, ma senza dubbio il lavoro più sistematico è stato svolto da Angelo Del Boca, autore di molti libri essenziali, tra cui i quattro volumi de Gli italiani in Africa Orientale e i due de Gli italiani in Libia, (tutti editi da Laterza), che hanno il pregio di giungere fino alle vicende dell’Italia repubblicana, cogliendo quindi meglio di altri quegli elementi di continuità – di interessi, di istituzioni e anche di uomini – che rappresentano le premesse dell’attuale ritorno in Africa.

Nel 1991 Del Boca ha curato la pubblicazione, sempre presso Laterza. di un volume collettivo su Le guerre coloniali del fascismo, a cui hanno contribuito studiosi dei paesi che erano stati vittime del colonialismo italiano, invitati per un convegno sullo stesso tema che non poté mai avere luogo per i numerosi ostacoli frapposti da varie parti: un testo prezioso per la documentazione di prima mano sui crimini compiuti dai “boni italiani”. Probabilmente sono state proprio le tante resistenze a quel convegno a spingere Del Boca verso la sua ultima opera, che in parte raccoglie – in genere rielaborandoli – scritti apparsi su riviste o concepiti come relazioni a seminari e convegni, e che è dedicata appunto alla «rimozione (conscia o inconscia) delle colpe coloniali».4 Del Boca ha scritto nell’Introduzione che quella rimozione e il «mancato dibattito sul periodo dell’espansionismo imperialista» hanno consentito «la permanenza nel paese di ampie sacche di ignoranza, di disinformazione o di puntigliosa malafede, faticosamente contrastate da una storiografia progressista, che sta compiendo, ma con troppo ritardo, una vasta opera di benefica controinformazione».5

Le conseguenze di questa distorsione dell’immagine dell’Africa coloniale si riflettono anche su quella dell’Africa indipendente, col risultato che agli italiani sfugge completamente la logica che ha portato a nuove forme distruttive di presenza nei paesi che furono sotto il loro dominio coloniale e che i governi post-fascisti tentarono sterilmente di recuperare, «dando un penoso spettacolo di incapacità e imprevidenza».

Proprio nel tentativo di contrastare direttamente queste mistificazioni il libro affronta dapprima la storia della partecipazione italiana alla spartizione dell’ Africa, ricostruendo i crimini spaventosi di quegli esploratori, come Giovanni Miani, Eugenio Ruspoli o Vittorio Bottego, presentati in genere come «eroi purissimi», a cui sono state dedicate vie e piazze o eretti «faraonici monumenti» (a Bottego a Parma, ad esempio), mentre essi non esitavano a descrivere nei loro diari le orrende stragi a cui si dedicavano i mercenari che avevano assoldato.

Bene ha fatto Del Boca a partire dalla ricostruzione di questa fase preparatoria, affidata prima ad avventurieri e poi a missionari che intrecciavano la diffusione del Verbo alla redazione di rapporti per il governo italiano, senza tacere il ruolo di quei sacerdoti che nel 1935 «si tolsero l’abito talare per indossare la divisa da ufficiali dell’esercito» partecipando alla campagna come cappellani militari. Esplorando una vastissima memorialistica, e soprattutto preziosi carteggi e diari inediti, viene ricostruita la nascita di una mentalità razzista («Alla vista di questi indigeni nasce in noi un orgoglio che prima non ci conoscevamo: quello di essere bianchi»), e la «banalità del male» coloniale fatto di piccole e grandi ruberie, di soprusi, di corruzione.

Il craxismo in Somalia

 

La parte dedicata ai rapporti tra Somalia e Italia nell’ultimo decennio è veramente sconvolgente. Del Boca aveva già ricostruito le complicità della sinistra nell’immediato dopoguerra (in particolare l’avallo dato ai tentativi di recuperare le colonie fino al 1947, e le critiche alle «debolezze» del governo negli anni successivi),6 ma quel che emerge sui rapporti con Siad Barre è ancora più penoso.

Naturalmente, al primo posto nelle responsabilità per la politica di ingerenza e di spoliazione mascherata da aiuti umanitari ci sono i funzionari democristiani (spesso ex fascisti, almeno nei primi anni) della Farnesina, ma la stessa sinistra non è esente da colpe. E non solo il Partito socialista, che ha raggiunto poi livelli insuperabili: nei primi anni di un Siad Barre (che secondo i suoi più coerenti e tenaci oppositori aveva rivelato fin dall’inizio le sue caratteristiche essenziali, e che ricorreva sistematicamente ad arresti arbitrari, uccisioni e stava già attizzando gli odi tribali), è il PCI che rappresenta la sua sponda principale, con giornalisti e quadri politici che tessono le lodi del regime, e le cooperative emiliane che stabiliscono legami economici.

Il PSI si lancia in primo piano quando il PCI, di fronte allo scontro tra Somalia ed Etiopia, sceglie quest’ultima. Il candido Pertini riceve Siad Barre al Quirinale, l’11 settembre 1978, elogiando gli «ideali di indipendenza e di democrazia» a cui Siad avrebbe «votato con infaticabile impegno la sua nobile esistenza».7 Poche ore dopo la partenza da Roma, il “nobile” Barre annunciava l’esecuzione di 17 oppositori…

La svolta verso un maggior impegno del PSI comincia tuttavia un po’ più tardi, con una lunga intervista a Siad Barre di Paolo Pillitteri, raccolta poi con altri scritti in un volumetto con prefazione di Bettino Craxi.8

Il rapporto tra socialisti e Somalia è oggi abbastanza noto: complicità con Barre fino all’ultimo, silenzio sui massacri e sugli arresti, aiuti militari ed economici alla cricca al potere. Meno noto che questi aiuti provocarono anche risentimenti nello stesso beneficato. Ad esempio, durante la visita di Craxi a Mogadiscio nel 1985, organizzata con fasto regale (colpi di cannone, archi trionfali, ghirlande agitate da bambini, inni, fanfare, campanacci, bandiere, parate militari e perfino una pioggia di petali mandati in aereo dall’Italia), ci furono anche polemiche aperte sulla qualità delle forniture.

In quei giorni, conversando con i giornalisti italiani, Siad Barre si lamentò che «le armi fornite dall’Italia alla Somalia erano ferraglia, specie i carri armati». Lo stesso Craxi era costretto a una precisazione che tendeva a ridimensionare l’assistenza militare (i giornalisti erano italiani e spesso critici), ma ammetteva di aver «dato cento carri che erano in uso al nostro esercito», di una categoria superata (l’esercito italiano li aveva sostituiti con i Leopard), ma «quasi tutti funzionanti».9

Il viaggio di Craxi non è certo un caso unico: in Somalia sono andati moltissimi esponenti politici italiani, tutti prodighi di promesse e di riconoscimenti, compreso Cossiga (che forse sentiva qualche affinità spirituale con l’ex mare-sciallo dei carabinieri divenuto uomo forte della Somalia) e che visita la Somalia, già in preda alla guerra civile, pochi mesi prima dell’assassinio del vescovo italiano Salvatore Pietro Colombo, che innescherà altri terribili eccidi.10

Aidid socio in affari di Craxi

 

I libri di Del Boca sono sempre una vera miniera di preziose notizie. Ad esempio, egli ha fornito una biografia del generale Mohamed Farah Hassan detto “Aidid” (cioè il vittorioso), assai prima che fosse attaccato volgarmente dalla stampa del nostro paese per aver espresso il suo scarso gradimento per la presenza del contingente italiano, e ovviamente prima di diventare il “nuovo Saddam”, il superbandito, il mostro.

Secondo Del Boca, Aidid ha qualche ragione per diffidare degli italiani: formato alla scuola di fanteria di Cesano, era colonnello al momento del golpe di Barre, che lo spedì ben presto in carcere per sette anni. Tirato fuori alla vigilia della sciagurata offensiva nell’Ogaden, aveva conquistato sul campo il grado di generale, che aveva consolidato successivamente studiando in un’accademia militare sovietica. Era poi stato allontanato dai comandi militari con vari incarichi onorifici: nell’ultimo periodo era stato mandato da Siad Barre come ambasciatore in India per allontanarlo dal paese. Dall’India era tornato nel giugno del 1989, prendendo la direzione delle forze che hanno rovesciato il dittatore.

La sua irritazione contro gli italiani si deve sia alla protezione accordata a Barre fino all’ultimo, sia a un episodio curioso e sintomatico: insieme al cognato Ali Hasci Dorre aveva intentato causa presso la magistratura italiana a Paolo Pillitteri (che dal 1978 al 1986 era stato presidente della Camera di commercio italo-somala), Pietro Bearzi e Bettino Craxi, accusandoli di non aver onorato un accordo che prevedeva la provvigione (o tangente) del 10% su ogni affare procurato in Somalia. Il 25 novembre 1991 la prima sezione del tribunale civile di Milano ha respinto l’istanza per «carenza probatoria», condannando i due somali troppo fiduciosi nella giustizia italiana alle spese processuali: 73.600.000 lire a Pillitteri, 72.600.000 a Craxi. I due somali rivendicavano un pagamento di circa 50 miliardi, che lascia capire l’entità degli affari passati per le mani dell’ex sindaco di Milano e del suo potente cognato.11 Non capiamo proprio da quale pulpito i giornali italiani possano rinfacciare qualcosa ad Aidid, che non inten­diamo certo nobilitare, ma il cui operato vorremmo inquadrare proprio all’interno della squallida realtà della cosiddetta “missione civilizzatrice dell’Italia”.

Le radici del conflitto attuale

 

Due libri di autori somali di diverso orientamento, Mohamed Aden Sheikh e Mohamed Yusuf Hassan, sono molto utili per ricostruire le premesse dell’attuale conflitto: quello di Mohamed Aden Sheikh chiarisce soprattutto le ragioni dell’involuzione del regime di Barre attraverso un discorso prevalentemente autobiografico dell’autore, un chirurgo laureato in Italia che è stato tra i primi collaboratori di Siad Barre, più volte ministro, e poi a lungo incarcerato dal dittatore.12

Mohamed Aden Sheikh è un moderato, partecipe del tentativo del gruppo noto come il Manifesto di assicurare una transizione graduale e pacifica anche a costo di lasciare Siad Barre alla testa della repubblica fino allo scadere del suo “mandato” (cioè fino alla fine del 1993). Tuttavia, egli spiega onestamente che quel tentativo è fallito perché il regime «è stato travolto da una rivolta popolare incontenibile, una versione mogadisciana dell’ intifada palestinese». Gli abitanti di Mogadiscio e della regione circostante erano «stufi del regime e dei suoi soprusi» e di «una crisi economica che aveva letteralmente ridotto la gente alla fame». È per questo che «lo scontro armato si è trasformato in insurrezione. Le testimonianze concordano nel dire che i protagonisti della rivolta sono stati gli adolescenti, ragazzini di 14 o 15 anni che erano riusciti ad arraffare un mitra. Questi ragazzi sono andati a migliaia incontro alla morte e hanno seminato la morte a loro volta».13 Quei ragazzi, appartenenti a molti clan diversi e in molti casi neppure più legati al clan di provenienza, hanno formato la base della forza di Aidid, che ha avuto un ruolo decisivo sia sul terreno militare che su quello politico nell’abbattimento del regime di Barre.

Il più recente libro di Mohamed Yusuf Hassan ricostruisce, invece, soprattutto la fase successiva alla caduta di Barre.14 Il ruolo di Aidid è cresciuto non solo per la sua innegabile capacità militare, ma anche perché si è opposto decisamente ai compromessi “continuisti” tentati da vari politici che hanno abbandonato Barre in extremis e di cui Ali Mahdi è divenuto il rappresentante o il fantoccio. Ali Mahdi non ha avuto nessun ruolo militare nella caduta del regime, ma è anche una figura politica di terzo piano: è un commerciante nonché proprietario di un grande albergo, che si è arricchito all’ombra di Barre e della “cooperazione” italiana; dietro di lui, ci sono gli interessi dei “proprietari di Mogadiscio”.

In un articolo sul numero 3 (maggio-giugno 1993) de «Il passaggio», Mohamed Aden Sheikh ha chiarito che colloca Aidid sullo stesso piano del rivale Ali Mahdi, considerandoli entrambi ugualmente responsabili dello sfacelo del paese, e rimprovera all’ONU e agli italiani in particolare di delegare tutto ai due. Tuttavia i fatti sembrano confermare che si tratta di un pregiudizio, dato che nei confronti dei due rivali vengono applicati due pesi e due misure. Ad esempio, i carabinieri italiani stanno recuperando e armando gli appartenenti alla feroce polizia del vecchio regime sotto la guida del generale Ahmed Gilehow, capo dei torturatori della polizia di Siad Barre, con l’appoggio del solo Ali Mahdi, mentre Aidid accusa proprio questi poliziotti di aver innescato gli scontri del 2 luglio al pastificio.

In realtà, Mohamed Farah Aidid non è un gigante, né una figura limpida: egli si rafforza soprattutto per gli attacchi che riceve dalle forze di occupazione, che hanno come interlocutori privilegiati i suoi ricchi nemici. Contrariamente a quanto si dice spesso, tuttavia, la forza di Mohamed Farah Aidid è la meno caratterizzata in senso tribale di quelle che operano in Somalia. Il libro di Mohamed Yusuf Hassan è assai dettagliato nella ricostruzione della rottura dell’accordo che aveva unito praticamente tutti i clan somali nella lotta contro Barre (con la sola eccezione dei marehan, degli ogaden e dei dulbahante a cui appartengono Barre, sua madre e il genero e che sono stati favoriti oltre misura negli ultimi anni della dittatura). Analogamente a quel che era avvenuto durante la lotta per l’indipendenza, l’appartenenza al clan era stata messa in sordina o negata nel movimento che ha abbattuto Siad Barre, in cui il ruolo di Aidid era stato essenziale.

I conflitti attuali sono stati innescati in primo luogo dall’eredità di contrapposizioni claniche lasciata dall’ultimo Barre, e poi dalle ciniche manovre di chi ha tentato di salvare il regime sacrificando il dittatore, e ha fatto leva su vecchi pregiudizi e recenti risentimenti per spezzare il fronte di lotta. Un ruolo particolare è stato assunto in tal senso dal genero di Siad Barre, Mohamed Said Hersi “Morgan”, ma anche dallo stesso Ali Mahdi. La forza di Aidid invece è basata soprattutto sui “giovani della boscaglia”, di origine clanica assai eterogenea, che hanno abbattuto il regime di Siad Barre e che odiano ovviamente il “continuismo” dei notabili appoggiati dagli occupanti italiani.

Mohamed Yusuf Hassan (che fa parte del gruppo dirigente dell’USC di Aidid, anche se mantiene un atteggiamento abbastanza critico nei suoi confronti) sottolinea poi il ruolo unitario e di opposizione alle contrapposizioni claniche rappresentato dalle organizzazioni delle donne, che teoricamente dovrebbero fornire un terzo dei membri del Consiglio nazionale di transizione deciso a marzo nell’incontro di Addis Abeba tra i capi delle quindici fazioni.

Molte donne, oltre a partecipare alla lotta contro Barre, hanno svolto in questi anni compiti preziosi per assicurare strutture sanitarie, alimentazione, assistenza agli orfani nelle regioni devastate dalla guerra civile. Tuttavia, esse sono minacciate dall’unica altra forza effettivamente interclanica che si delinea in Somalia, quella degli integralisti islamici. La forza dei Fratelli Musulmani, che pure non hanno svolto nessuna attività politica e sociale durante la guerra civile, sta aumentando nel quadro della distruzione dello Stato e di ogni principio associativo laico, presentandosi come unica alternativa al caos. Inoltre, godono di consistenti appoggi da parte dell’Iran e del Sudan. Inutile dire che un loro successo avrebbe effetti nefasti, e non solo per le donne emancipate, che rappresentano oggi il loro principale bersaglio.

Tutto questo non lo sanno i soldati italiani, che non hanno nessun elemento per capire la complessità dello scontro. Le interviste ai feriti dopo lo scontro del 2 luglio sono piene di odio contro il “mostro” Aidid, di cui è evidente che sanno solo quel poco che gli è stato presentato da ufficiali ignoranti e menzogneri. Non possiamo più sopportare le “provocazioni” dei somali, dobbiamo avere libertà di “reagire più duramente”, hanno detto. I toni sono vergognosamente razzisti, alla Rambo. Ad esempio, in un’intervista a «l’Unità», uno dei feriti, Pasquale La Rocca, si vanta apertamente di aver «cominciato a far fuoco a volontà» col fucile mitragliatore SCP 70: «Gli ho dato sotto con le raffiche… Sparavo contro ogni cosa nera che si muovesse».15

D’altra parte, ogni volta che sulla stampa italiana si fa riferimento alla morte dei 23 pakistani nello scontro del 5 giugno che ha iniziato la fase apertamente conflittuale tra Unosom e popolazione, si parla di «vile aggressione» somala, senza dire che il conflitto era stato iniziato dalle forze dell’ONU attaccando un edificio sotto il controllo di Aidid, e aveva provocato subito oltre 40 morti tra i somali, prima delle ritorsioni pakistane dei giorni successivi. Nessuno parla poi dei 200 morti provocati dai parà belgi in una sola settimana di “rastrellamenti” a Chisimaio! C’è voluto il massacro a freddo del 12 luglio da parte dei Cobra statunitensi (con la conseguente caccia al giornalista bianco da parte della popolazione esasperata) perché la stampa italiana scoprisse toni preoccupati e indignati. Rimane tuttavia il sospetto che a innescare tanta sensibilità sia stato soprattutto il contemporaneo attacco del «New York Times» al ruolo degli ufficiali italiani.

Le ragioni profonde della crisi somala

 

La crisi della Somalia non può essere spiegata solo con i crimini di Siad Barre e di chi lo ha sostenuto.

Certo, la scelta di risolvere i problemi interni del paese attaccando l’Etiopia “socialista” per “liberare” i somali dell’Ogaden (sperando di essere ricompensato dall’imperialismo statunitense e da quello italiano) ha innescato la crisi più acuta, provocando l’afflusso di oltre un milione di profughi, che hanno scardinato i già precari equilibri di un’economia debole e povera.

Certo, il sostegno militare accordato in primo luogo dall’Italia ha fatto incancrenire la crisi, rinviandone la soluzione e provocando lacerazioni e risentimenti non facilmente risanabili dopo la sua caduta.

Certo, gli interventi successivi, le pesanti ingerenze di Boutros Ghali [segretario generale dell’ONU, egiziano di religione cristiana-copta, molto legato agli Stati Uniti NdA] o dei diplomatici e militari italiani o americani, i riconoscimenti di fatto accordati ai vari signori della guerra e peggio ancora a “capi-clan” praticamente inventati (le vecchie strutture claniche, tranne per pochissimi casi, erano scomparse nei primi anni dopo l’indipendenza), per non parlare delle brusche svolte successive. con le taglie su Aidid e i bombardamenti di rappresaglia, hanno aggravato i conflitti anziché risolverli.

Tuttavia, non ci si può fermare a queste responsabilità politiche. A monte di tutto c’è il precipitare della situazione economica, aggravata certo dagli errori e dalle ruberie di Siad Barre “Bocca larga”, dei suoi familiari e dei suoi complici somali e italiani, ma che ha origini fuori della Somalia. Agli inizi degli anni Ottanta il FMI ha imposto alla Somalia, come a pressoché tutti gli altri paesi africani, una politica di feroce compressione della spesa pubblica, la distruzione della sanità e dell’istruzioe pubblica e soprattutto la privatizzazione dell’ assistenza veterinaria al bestiame dei nomadi, imponendo prezzi tali per essa da provocare la distruzione dell’allevamento tradizionale.16

Le spese per l’agricoltura si sono ridotte dell’85% rispetto agli anni Settanta, quelle per la sanità del 78% (1989 rispetto al 1975), le spese per l’educazione primaria sono passate da 82$ nel 1982 a 4$ annui nel 1989. I salari del pubblico impiego si sono ridotti a 3$ mensili, con una caduta del 90% rispetto agli anni Settanta, accelerando così la distruzione dell’amministrazione.

Al tempo stesso gli “aiuti” alimentari, quando ci sono veramente, hanno un ulteriore effetto dirompente, perché provocano la distruzione definitiva della vecchia economia agropastorale di sussistenza e facilitano la formazione di gruppi che controllano – in genere a mano armata – la distribuzione.

Non è solo la Somalia a conoscere questo destino: in realtà di “Somalie” ce ne sono tante, in Africa: secondo le stime della FAO, 235 milioni di persone, il 44% della popolazione del continente, soffrono di gravi carenze alimentari, e 170 milioni rischiano di non sopravvivere per la cronica malnutrizione.17 Il Mozambico ad esempio, altra meta privilegiata dell’Italia, ha un PIL pro capite annuo che è circa la metà di quello somalo: 80$ contro 172$!

La penuria assoluta che colpisce la maggior parte dei paesi dell’Africa a partire dalla metà degli anni Settanta per l’effetto combinato del crollo dei prezzi delle materie prime e dell’indebitamento (con la conseguente ingerenza del FMI e della BM), ha fatto a poco a poco perdere tutto quel che era stato conquistato nei confronti dei pregiudizi razziali, etnici, religiosi o culturali subito dopo l’indipendenza. Il senso della collettività e della comunità di interessi arretra brutalmente di fronte alla paura che venga a mancare il minimo indispensabile per la sopravvivenza, senza speranza alcuna di soccorso.

Lo Stato, costruito riproducendo il peggio del modello occidentale e di quello del “socialismo reale”, si disgrega quasi ovunque, e non rappresenta più, neppure in modo distorto, l’espressione della nazione e dello Stato ereditato dal colonialismo. La coscienza sociale arretra contemporaneamente a quella nazionale. Anche le reti tradizionali di redistribuzione dei redditi attraverso prebende e corruzione sono entrate in crisi per le drastiche restrizioni imposte da tutte le istituzioni finanziarie internazionali. Le basi sociali dello Stato così si indeboliscono o si estinguono e, anche quando non si arriva all’esplosione in mille pezzi che caratterizza oggi la Somalia (paradossalmente il meno artificiale degli Stati africani, perché monoetnico), si lascia spazio a un ritorno al clan o alla tribù o all’ etnia o alla religione, secondo le specificità storiche del paese. (1993)


Note

1 In realtà, la conoscenza della Somalia da parte degli uomini che vi hanno soggiornato a lungo nel periodo coloniale e poi in quello della “cooperazione” è assai relativa, e rivela un misto di ignoranza e arroganza da parvenus del colonialismo. Ad esempio i quadri coloniali inglesi studiavano seriamente il somalo (e in genere le lingue e le culture dei paesi che dominavano), mentre gli italiani non lo hanno fatto in cento anni di presenza coloniale e neocoloniale, affidandosi costantemente a “interpreti” e mediatori di cui non potevano valutare a fondo la politica.

2 Se l’Italia non è riuscita ad ottenere la fascia di Antalya che le era stata promessa nelle trattative segrete lo si deve solo alla straordinaria reazione del nazionalismo turco – sotto la guida di Kemal Ataturk – nei confronti dell’invasione greca ugualmente istigata e appoggiata dall’Inte- sa. Negli anni Trenta, d’altra parte, la pubblicistica fascista risollevava periodicamente la questione del mandato sulla Palestina, per cui l’Italia avrebbe avuto maggiori diritti dell’Inghilterra non solo in quanto potenza cattolica. ma per una presunta discendenza di Vittorio Emanuele III da un re crociato di Gerusalemme!

3 Pochissimi giovani in Italia sanno ad esempio che i conflitti tra i popoli della Jugoslavia non sono stati eterni, ma sono stati attizzati dall’occupazione italiana del “Regno di Croazia”, assegnato a un Aymone di Savoia che si guardò bene dal prenderne possesso, ed affidato in gestione al capo del gruppuscolo criminale degli Ustascia, Ante Pavelic, già da anni al soldo del fascismo italiano ed esecutore di diversi crimini per suo conto. I risentimenti che hanno innescato l’attuale guerra non risalgono a un passato remotissimo, ma agli spaventosi massacri di serbi e musulmani compiuti tra il 1941 e il 1945 dagli ustascia sotto protezione italiana (con la complicità del clero cattolico, a cui erano affidati alcuni campi di sterminio da cui si poteva uscire solo convertendosi al cattolicesimo).

4 Angelo Del Boca, L’Africa nella coscienza degli italiani, Laterza, Bari-Roma 1992 (pp. XVI-486, £.55.000). L’inizio della spedizione in Somalia ha spinto l’autore a curare una rapida riedizione della parte dedicata a quel paese, integrata con alcuni articoli di quotidiani e aggiornata fino all’inizio di “Restore Hope”, e apparsa in edizione veramente economica (14.000 lire) presso lo stesso editore (dal titolo Somalia. Una sconfitta dell’intelligenza).

5 Sul «vasta», forse, si può dissentire: ad esempio il prezzo del volume non lo rendeva certo accessibile a un pubblico veramente amplio, e lo stesso si può dire per i due preziosi volumi sulla Libia.

6 D’altra parte Del Boca sottolinea come l’ignoranza sul passato coloniale sia stata facilitata dalla delega ai funzionari del vecchio regime coloniale del compito di tracciare la storia de L’Italia in Africa e, peggio ancora, di custodirne la documentazione, impedendo l’accesso agli studiosi indipendenti.

7 Pertini fu forse ingenuo, ma non fu solo: anche “quel galantuomo di Scalfaro” si recò nel 1984 in Somalia in qualità di ministro dell’Interno per consigliare gli uomini del regime «ad organizzare la sicurezza pubblica e l’amministrazione civile». Che consigli poteva dare a una «sicurezza pubblica» che funzionava anche troppo? Proprio nei giorni in cui Luigi Scalfaro era in visita in Somalia, ad esempio, centinaia di oppositori venivano uccisi nella sola città di Hargheisa. A. Del Boca, L’Africa nella coscienza, cit., p. 304.

8 Paolo Pillitteri, Somalia ’81, Sugarco, Milano 1981.

9 A. Del Boca. L’Africa nella coscienza, cit., p. 307. La dichiarazione era stata riportata dal «Corriere della sera» del 22-9-1985.

10 Dell’uccisione del vescovo – quasi sicuramente opera dei servizi segreti – furono accusati a torto gli integralisti islamici. Alcuni dignitari religiosi e membri influenti della comunità islamica vennero arrestati con questo pretesto, e la polizia sparò sulla folla che protestava, il 14 luglio 1989, uccidendo 450 persone e ferendone 1.000.

11 Ivi, p. 335. Cfr. anche «Corriere della sera», 26-11-1991 e «l’Espresso», 1 dicembre 1991.

12 Mohamed Aden Sheikh. Arrivederci a Mogadiscio, Conversazione sulla Somalia con Pietro Petrucci, Edizioni Associale, Roma 1991.

13 Ivi, p. 167.

1414 Mohamed Yusuf Hassan, Somalia. Le radici del futuro, Il passaggio, Roma 1993.

15 «l’Unità», 5 luglio 1993. Secondo le sue stesse dichiarazioni La Rocca sa­rebbe stato ferito a un occhio da una scheggia mentre si chinava per prendere altri caricatori per continuare a sparare contro la folla. Il giornale ex comunista ha riportato questa ed altre simili dichiarazioni senza una parola di dissociazione o di commento. D’altra parte, sul piano più strettamente politico, sono sempre più esplicite le difese della logica interventista dell’imperialismo italiano da parte del PDS (ma il termine “imperialismo è ovviamente al bando da moltissimi anni).

16 Si veda di Michel Chossudovsky. Dépendence alimentaire, “ingérence humanitaire en Somalie˝, in «Le monde diplomatique», juillet 1993.

17 La parte dell’Africa nel commercio mondiale è caduta dall’8% del 1970 all’1% del 1989. Ciò si deve soprattutto al crollo dei prezzi delle materie prime (dal 1985 ad esempio il prezzo del caffè si è ridotto a un sesto. Quello del cacao a un quarto di quello precedente, provocando la rovina totale di paesi come la Costa d’Avorio, che avevano puntato sulle esportazioni di quei prodotto per finanziare ambiziosi e reclamizzatissimi piani di sviluppo). Il debito estero è così cresciuto in modo spaventoso, fino ad eguagliare, per molti paesi africani, l’intero prodotto interno lordo. Il 20% delle esportazioni servono solo a pagare gli interessi sul debito!

 

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out / Change )

Connecting to %s