Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza aprile – maggio 2015

 Relazione del viaggio a Gaza di 2 volontarie di Gazzella. 28 aprile-9 maggio 2015

Atterriamo di sera all’aeroporto di Tel Aviv dove ci aspetta il solito grasso e rassicurante autista palestinese Hakim che ci porta a Gerusalemme e ci lascia alla Porta di Giaffa vicino all’ostello di pietra che è bello e pittoresco da fuori ma, per la verità o forse per la mia età, un po’ molto spartano all’interno e da cui si gode però una vista meravigliosa sulla città vecchia fino al monte degli ulivi. Ci precipitiamo a cercare una birra prima che sia troppo tardi dato che a Gaza ne dovremo fare a meno grazie ad Hamas per cui l’alcool è visto come il male e quindi proibito a tutti. In realtà ne è proibita l’importazione, la vendita e anche il consumo ma si fa finta di non vedere e si tollera quindi che i cristiani locali si producano per il proprio e degli amici consumo sia il vino che il distillato di vinacce.

La mattina presto andiamo in taxi a Eretz, unica entrata per Gaza ormai praticabile anche se molto selettiva, da quando l’Egitto del generale golpista Al Sisi ha chiuso quella di Rafah e non si sa se, quando e per quanto tempo verrà aperto il passaggio. Da mesi se ne parla senza citare la fonte non si sa bene la fonte, ma la notizia gira e tuttavia l’evento non è ancora avvenuto e se e quando Rafah aprirà, non ci si aspetta che rimanga aperto il passaggio per più di 2 o 3 giorni. L’ingresso da Eretz non e’ pero’ utilizzabile dai palestinesi della Cisgiordania che anche se hanno parenti stretti a Gaza che possono nascere o morire, non ottengono il permesso di entrata. Il valico di Eretz è utilizzato dai palestinesi di Gaza per uscire solo con speciali permessi per es per qualche visita specialistica in un ospedale, permessi che vengono però concessi con molta difficoltà. Pare che dopo l’aggressione dell’estate scorsa gli israeliani si mostrino un pò più generosi nella concessione dei permessi e che lo facciano per migliorare l’immagine ad uso non certo dei palestinesi ma degli internazionali, che si era ancora più deteriorata. Pur avendo noi il numero del permesso della “Security” israeliana ottenuto dopo 2 mesi e piu’ di attesa dalla nostra richiesta al Consolato Italiano, come sempre siamo preoccupate che succeda qualcosa per cui non ci lasciano passare. Le procedure cambiano ogni volta e mi domando se non sia fatto appositamente per disorientare e scoraggiare chi e’ già nervoso e preoccupato. Passiamo più facilmente del solito il controllo israeliano, montiamo su una specie di motoretta che ci fa superare il sempre più lungo corridoio che attraversa la terra di nessuno, cioè presa dagli israeliani con la solita scusa del cuscinetto di sicurezza, e arrivando in terra palestinese notiamo con piacere che non c’è più un doppio controllo dell’Autorità Palestinese e di Hamas, ma un controllo unico. Ci viene a prendere la macchina dell’Associazione di Donne “Aisha” con cui abbiamo avuto il finanziamento per il progetto dall’8 X 1000 della Chiesa Valdese e con cui dobbiamo scrivere in questi giorni il resoconto dell’attività del II anno di: “Per una vita senza violenza”. Come al solito, anche con i palestinesi che controllano il permesso di entrata, c’è qualche problema. Questa volta non va bene la stampa a colori del computer, ma è necessario avere il permesso originale con timbri e firme. Grazie all’intervento della ragazza di Aisha che per fortuna e’ arrivata portando il permesso originale, siamo finalmente a Gaza e andiamo direttamente nell’ufficio dove cominciamo a lavorare.

Il giorno dopo iniziamo le visite ai bambini feriti durante l’aggressione israeliana di luglio e agosto 2014 da loro chiamata ” Margine Protettivo” che Gazzella vuole adottare e che sono stati scelti dalle donne di Aisha fra i casi più seri delle migliaia di bambini feriti, considerando la situazione familiare e oltre alle ferite fisiche anche il trauma psicologico di cui tutti questi bambini soffrono. 300000 bambini di Gaza dopo l’aggressione dell’estate scorsa, soffrono di sintomi evidenti risultanti dallo shock post traumatico dell’aggressione. Siamo inorridite. Nel viaggio dello scorso novembre avevamo visitato bambini adottati precedentemente e avevamo visto molta distruzione ma non avevamo percorso in macchina le strade dove quasi tutti i palazzi sono stati distrutti, perchè c’erano ancora le macerie per le strade ed era difficile, anzi impossibile, passare. Le macerie sono state ora rimosse e intere strade che percorriamo di Beit Hanun e Shejaya attraverso cui i carri armati israeliani sono entrati a Gaza sparando protetti dai bombardamenti aerei, sono state rase al suolo. Abbiamo visitato famiglie che per sicurezza si erano rifugiate nelle scuole dell’UNWRA che sono state poi bombardate di notte uccidendo civili che non si erano mai occupati di politica compresi donne e bambini. Vi risparmio il racconto di molte singole storie tragiche che i protagonisti ci hanno raccontato perché al solo pensiero le lacrime mi ricominciano a sgorgare dagli occhi. Abbiamo anche visitato scuole dell’UNWRA dove ancora abitano decine e decine di famiglie poverissime che hanno avuto la casa distrutta e che non hanno alcun luogo dove andare ad abitare. Fra l’altro, anche avendo i soldi che la maggior parte della gente non ha, e’ quasi impossibile ricostruirsi la casa perché non entra nella striscia il materiale da costruzione. Il poco cemento che è entrato è stato utilizzato per la ricostruzione di strade e di qualche edificio pubblico. Abbiamo notato con piacere che le strade principali che uniscono città e villaggi, sono state riparate. Soprattutto la grande strada che attraversa la Striscia da Nord a Sud lungo il mare e che aveva a novembre scorso dei lunghi tratti di sabbia, è ora tutta asfaltata. I Gazawi si lamentano perché le strade interne che vanno a scuole, ospedali e soprattutto alle loro case, sono in pessime condizioni e non solo dai bombardamenti di luglio-agosto 2014.

I 19 bambini nuovi che Gazzella ha adottato hanno storie orrende. Quasi tutti nell’aggressione israeliana della scorsa estate hanno perso almeno un fratello ma spesso più di uno. Due dei bambini adottati hanno perso, oltre a più di un fratello, la mamma. Il padre di uno di loro è in sedia a rotelle con una gamba amputata e l’altra immobilizzata. Ha perso la moglie e due figli. Un bambino ferito non parla dal giorno del bombardamento in cui ha perso la casa e parte della famiglia e la mamma depressa, non sembra reagire a stimoli esterni e di certo non può aiutarlo. Un gruppo di famiglie di 30 persone di cui abbiamo adottato vari ragazzini feriti vive in 3 stanze di uno stabile mezzo diroccato. I gruppi familiari sono collegati fra loro da vincoli familiari e vengono tutti da un grande palazzo a 4 piani che è stato raso al suolo uccidendo molte persone. La coabitazione in una situazione così difficile, ci dice la psicologa che li segue, sta anche rovinando i rapporti interpersonali. Una delle storie che mi ha più colpito è quella di una donna che abita con marito e due figli in un pian terreno restaurato alla meglio di un palazzo distrutto. In inglese ci racconta che di notte li hanno avvertiti che avevano 10 minuti per lasciare la casa che sarebbe stata bombardata. Si rifugiano con marito e 4 figli dai 7 ai 17 anni di corsa in una scuola dell’UNWRA che pensavano essere un luogo sicuro. La scuola era completamente al buio e viene bombardata. Lei sente odore di sangue mischiato all’odore della maglietta del figlio diciassettenne, lo raggiunge e piangendo lo tocca con le mani, sente il sangue e gli dice di non morire e lui le risponde di non piangere. Purtroppo il figlio muore lì nella scuola e un altro figlio, ferito grave, muore dopo 2 mesi di ospedale dove riescono ad andare la mattina seguente finiti i bombardamenti. Lei dopo un pò di tempo supera lo shock e capisce che per i due figli più piccoli sopravvissuti è importante tornare a casa e cercare di vivere una vita normale. Con il marito riparano come possono il pianterreno della loro casa dove noi li incontriamo. I 2 ragazzini, ambedue feriti sono gli unici bambini fra quelli incontrati che a scuola vanno meglio di prima del bombardamento. Tutti gli altri bambini che Gazzella ha adottato questa volta, in seguito al trauma non vanno bene a scuola come prima. Tutti i bambini che abbiamo incontrato hanno paura di stare soli soprattutto la notte, anche se grandi bagnano il letto, hanno paura del buio e non vogliono dormire nel letto da soli ecc

Ero indecisa se raccontare anche questa altra storia che è veramente brutale ma alla fine penso che serva a dare un’idea più precisa di quello che l’aggressione dell’estate scorsa ha provocato. Una delle famiglie visitate per fare la conoscenza del bambino ferito da adottare, ci riceve in una grande stanza molto ben tenuta. I genitori del bambino sono giovani e molto carini. Ci mostrano un muro con una grande macchia e ci spiegano che la macchia corrisponde al cervello del loro bambino decapitato da un colpo e ucciso insieme a un cuginetto e a uno zio e a non so chi altro in quella stanza dove si erano tutti riuniti pensando che fosse un luogo sicuro.

I bambini che Gazzella ha adottato questa volta sono stati trovati dall’associazione Aisha a cui sono stati segnalati dalle psicologhe o dalle assistenti sociali che lavorano sul territorio e che come abbiamo potuto constatare conoscono bene tutte le persone che vivono nella zona a loro assegnata e hanno un buonissimo rapporto con tutti.

Queste storie tragiche non impediscono tuttavia alla massa dei ragazzini di giocare allegramente per le strade e a quasi tutti loro di frequentare la scuola in uno dei 3 turni a loro assegnati. Le classi sono spesso di 40-45 ragazzini. Penso proprio che i risultati di tutte queste brutte storie e di queste difficoltà a far vivere ai bambini una vita normale, avrà delle conseguenze nel prossimo futuro degli abitanti di Gaza. E dunque credo che cercare con le nostre piccole-piccolissime possibilità di alleviare le loro pene e render loro la vita un po’ migliore ma anche di far conoscere al maggior numero di persone possibile la situazione reale di quella striscia di terra, sia un dovere a cui non dobbiamo sottrarci.

Con Aisha per fortuna abbiamo fatto anche cose piacevoli. Siamo andate all’apertura del corso per coppie di fidanzati, organizzato nell’ambito del progetto finanziato dall’8 per 1000 della chiesa Valdese: “Per una vita senza violenza”: E’ stato molto interessante. L’età media delle ragazze è di 18 anni e dei ragazzi forse 20. Abbiamo cercato di capire chi nella coppia aveva spinto per decidere di frequentare il corso e perché. Quasi tutti ci hanno risposto di aver preso insieme la decisione e che sperano che il corso li aiuti ad affrontare insieme con serenità la vita matrimoniale. Nessuno dei fidanzati ha un lavoro ma la cosa è talmente comune a Gaza dove la disoccupazione è del 70% almeno, che non sembra rappresentare una ragione valida per rimandare le nozze. Ci auguriamo che il corso sia utile perché è proprio in questa situazione di povertà, inattività e quindi frustrazione che nascono le violenze in famiglia contro mogli e figli. Ci sembra anche importante che se poi la violenza esplode, le donne abbiano la forza di denunciarla e che conoscano un luogo e delle persone di cui si fidano a cui rivolgersi per essere aiutate. Nel progetto, alle donne vittime di violenza viene insegnato per un anno un mestiere e vengono poi aiutate e assistite per un altro anno ad aprire una piccola attività in proprio. Quest’anno al progetto (III anno) abbiamo aggiunto la possibilità di avere un microcredito per iniziare l’attività, come per es per comprare una macchina da cucire, o il necessario per aprire un salone per parrucchiera ed estetista o una videocamera.

Prima di ripartire per l’Italia ho passato poi qualche giorno a Gerusalemme dove ho incontrato gli esperti della cooperazione italiana che mi hanno illustrato i loro progetti in Cisgiordania e a Gaza e abbiamo discusso della difficilissima situazione e di quello che si può fare. Fra l’altro con la crisi di tutto il medio oriente i soldi delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNWRA) che già erano pochi per soddisfare le esigenze minime dei palestinesi adesso sono pochissimi e non bastano neanche per le razioni alimentari degli abitanti di Gaza che vivono ancora dalla scorsa estate nelle scuole dell’UNWRA, per cui la cooperazione dei paesi europei fornisce parte dei soldi necessari a scapito naturalmente di altri progetti.

Per concludere spero di aver convinto chi leggerà questo resoconto di viaggio a Gaza di dare se possibile un contributo a Gazzella per aiutare ad alleviare almeno un pò le sofferenze dei bambini di Gaza e delle loro famiglie affinché rimettano insieme quello che resta della loro casa e della loro famiglia e possano vivere una vita decente.

S.

DIARIO MINIMO VIAGGIO A GAZA DAL 28 APRILE AL 5 MAGGIO 2015 –

28 aprile 2015 – PRIMO GIORNO: VERSO GAZA

Potrei raccontare di un viaggio a Fiumicino tranquillo, un imbarco civile e un volo in perfetto orario, ma che c’è d’importante in tutto ciò per raccontarlo? Potrei iniziare a raccontare da Gaza, eppure no anche il viaggio è parte di Gaza.

Gaza nei miei pensieri, nei miei interrogativi, nell’energia che serve per affrontare i giorni a Gaza, non per i pericoli, ma per la quotidianità di Gaza, quell’assurda e tragica realtà di Gaza dove il tempo oramai si misura da un bombardamento all’altro, un tempo scandito da macerie e morti e nuove ricostruzioni.

E’ una storia senza fine e senza prospettive eppure anche in questo momento – penso –a Gaza nascono dei bambini, muoiono delle persone. E milioni di persone vivono e si danno da fare per sopravvivere, loro e le loro famiglie.

Un caldo sconosciuto ci accoglie all’uscita dell’aeroporto e, per fortuna, anche Hakim, il nostro autista palestinese che sempre ci aspetta e che non ci vuole far cambiare i soldi all’aeroporto (non ci lascia nemmeno comperare le schede Orange – ci sono i negozi palestinesi a Gerusalemme). Nel suo scarso inglese ci offre il suo telefono per telefonare e mentre guida verso Gerusalemme ci trova un’auto per l’indomani per Gaza e quando arriviamo ci dà una manciata di ricevute, “very useful” dice.

L’ostello come al solito è accogliente, ma la stanza doppia è proprio mini-mini, e il bagno di più; in compenso ha un terrazzo praticamente privato sui tetti di Gerusalemme: una vista meravigliosa che fa dimenticare tutto. Il tutto per circa 20 euro a testa. Ce se po’ sta’.

Usciamo in cerca dell’ultima birra e qualcosa da mangiare e poi a letto!

29 aprile 2015 SECONDO GIORNO – SI VA A GAZA

Sveglia alLe 7, rapida colazione al sole sul terrazzo con panini avanzati da Roma (la città vecchia di Gerusalemme è sempre magica!) e poi via, sul selciato di pietra trascinando le valige, poi giù dalla porta di Giaffa verso l’appuntamento sulla strada ai piedi della città vecchia. Un viaggio gradevole fino ad Heretz. Il sistema di transito è cambiato, al gate esterno nessuno ti ferma, ma poi dentro doppio controllo: l’esercito per il controllo del permesso di entrata e poi la security per le ragioni dell’entrata (penso: “ma che le frega a lei dato che l’ufficio della security mi ha già dato il permesso di entrare?”). Tutto sommato – a parte quel filo di prepotenza sempre presente – tutto fila liscio e rapidamente. All’uscita dal controllo israeliano un’altra piacevole sorpresa, il carretto elettrico per il tunnel è a gratis, paga l’autorità palestinese. Così il chilometro e mezzo, che varie volte ci siamo fatte a piedi bestemmiando, vola via rapidamente. Ok autorità palestinese, “welcome to Gaza” ci dicono e sorridono. Poi taxi per i due chilometri che ci separano dal check point di Hamas. Qui nessuno sorride e praticamente non sanno l’inglese. Abbiamo il visto che ci ha mandato AISHA, ovviamente per mail. Ci dicono: non è l’originale. In inglese facciamo notare che venendo da fuori è difficile avere l’originale… Si mette in mezzo un altro palestinese che spiega in arabo. Arriva il capo e dopo discussione tra loro è ok. Noi assicuriamo che all’uscita avremo l’originale. Non ci ascolta nemmeno. Arriva una ragazza di AISHA con l’originale. Rifacciamo l’operazione. Questo ci chiede: state uscendo? Je avrei menato, mannaggia ma se abbiamo parlato 5 minuti prima…! La ragazza gli piega che dato che aveva l’originale glielo voleva far vedere. Lietamente mi porto via l’originale arricchito di 2 timbri uno rosso e uno blu. Del resto sennò che ci sta a fare?

Per arrivare a Gaza city facciamo un giro diverso, più lungo, attraverso il campo di Jabalia e Beach Camp. Poi scopriremo che era in corso una manifestazione di donne che pare sia stata dispersa dalla polizia.

Ad AISHA comincio subito a lavorare: agenda dei prossimi giorni, in particolare dovremo visitare 19 bambini e bambine feriti/e, chiudere il progetto AISHA-8X1000 valdese 2014-15 e preparare il progetto di cui si aspetta la risposta e anche avere qualche idea del possibile progetto futuro da presentare a novembre prossimo. Discutiamo subito di microcredito, come gestirlo e se può diventare un progetto futuro per i prossimi 3 anni. Le donne di AISHA ci parlano della loro esperienza della mobile-clinic per il supporto psicologico e, in caso psichiatrico, a madri e bambini traumatizzati dall’ultima aggressione che stanno sperimentando con successo. Il finanziamento OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) finirà il prossimo agosto…

Alle 16, finito il primo incontro, andiamo tutte a mangiare un pranzo-cena, in un magnifico posto sul mare: “light house”, il faro. Pieno di fiori e il cibo è troppo e buonissimo. Anche questa è Gaza, non solo i campi profughi e distruzioni, ma non per molto.

Infatti la giornata non è ancora finita: ci hanno promesso un tour nel disastro, la zona di confine più Shaja’iyya (come si scrive?) e Beit Hanun colpita dai bombardamenti via cielo e invasa dai carri armati. Ci troviamo di fronte ad una successione infinita di distruzioni; era la parte più industriale di Gaza (si fa per dire..), fabbrichette di materiale per l’edilizia, l’unica industria che sopravvive a Gaza. Oggi il 50% delle fabbrichette non esiste più. Visitiamo anche una scuola UNRWA trasformata in centro sfollati. Vi abitano 44 famiglie in altrettanti aule con una media di 7-8 persone per classe. Una donna con la quale parliamo (è lei che parla con noi) ha più di 20 figli e “in omaggio” a ciò ha avuto assegnate due aule! Urla che non sa cosa far mangiare ai suoi figli.

Qui dentro ci stanno ancora i poveracci, quelli più poveri dei poveri, quelli che hanno avuto la casa distrutta e non hanno risorse per trovarsene un’altra, o parenti che li possano ospitare ed andarsene. Ma, nella breve conversazione che abbiamo (tradotta da Mariam) ci dicono che da due mesi l’UNWRA non gli fornisce più il pacco cibo. Evidentemente vogliono che se ne vadano. Ma dove?

Insomma dopo questo giro penso proprio che ci sono tante Gaze, quella dei grattacieli che circondano il nostro albergo e quella di chi non sa cosa mangiare e, in mezzo, diversi gradi di povertà e ricchezza. Ci sono delle povertà incancrenite da decenni dove la gente non riesce ad alzare lo sguardo fuori e chi, lentamente si è arricchito, qualcuno anche molto, utilizzando i tunnel, il fatto che Gaza sia uno spazio chiuso; chi si è arricchito con le droghe (pare che una – proveniente dall’Egitto si chiama “Tranadol” – che ironia, presumo sia un antidepressivo…) che pare siano consumate soprattutto dagli uomini. Nel nostro programma pare che visiteremo anche un gruppo di donne con mariti drogati. Anche un progetto di AISHA.

Il pranzo cena è stato tanto abbondante e anche a causa del cuore grosso, decidiamo di non cenare. Ce ne andiamo a mangiare uno yogurt in stanza e poi via al computer per riversare foto e scrivere queste note.

Buona notte. Domani 4 bambini feriti ci attendono.

Giovedì 30 aprile 2015 – TERZO GIORNO – GAZA

Quando si può! Hamas ha deciso di spostare il 1 maggio al 30 aprile! Quindi oggi è festa a Gaza. Il primo maggio avrebbe disturbato il venerdì musulmano, e così già che c’erano hanno regalato un lungo ponte ai Gazani. Ugualmente abbiamo in programma per oggi la visita a 4 bambini dei 19 nuove adozioni di bambini feriti nel luglio ed agosto 2014, adozioni attivate tramite l’associazione AISHA, che per noi è un’esperienza nuova rispetto a quelle attivate con le tre associazioni ‘storiche’ che collaborano con Gazzella.

Prima visita una famiglia dimezzata: sono morte la madre e due sorelle, due sorelle gravemente ferite, con solo qualche scheggia sul corpo due bambini. Siamo a Beach Camp sopra Gaza City, sul mare. E’ morto anche un cugino. La casa di 4 piani è venuta tutta già, solo macerie. Spostando le macerie dal piano terra, il padre ha costruito 3 stanze, dei buchi per le finestre le porte, rifiniti solo con le cornici in attesa degli infissi. Abbiamo chiesto se aveva ricevuto dei soldi per la perdita della casa. No quello che ha costruito lo ha fatto con i soldi ricevuti come rimborso per le morti! La costruzione è veramente essenziale, in blocchi di cemento forati, ci vivono la nonna sopravvissuta, il padre e i 4 figli, le due sorelle rispettivamente di 9 e 10 anni e due bimbetti sui 4 e 5. Ci vive inoltre la sorella del padre, nubile. La bimba di 9 anni è la bimba adottata dal Centro Donna (mando le tre foto a parte). Splendida bimba con un braccio che non so se tornerà a posto, oltre a tantissime piccole cicatrici in tutto il corpo e in viso. La sorella ha anche un braccio che non si piega più e ferite diffuse sul corpo. Ma sono vive. Ricevono aiuto dalla mobile-clinic psichiatrica di AISHA. Tutta la famiglia viene aiutata ad elaborare la tragedia.

Ugualmente la seconda famiglia del campo di Jabalia è stata colpita da un missile che ha attraversato i muri ed ha ucciso due bimbi che stavano in una stanza a piano terra (sono visibili le riparazioni che hanno chiuso il foro di entrata. Erano due cugini. Mi dispiace dirlo: i cervelli spiaccicati sul muro. Era agosto e giocavano nella stanza più fresca della casa. Anche un altro bambino è stato gravemente ferito. Ha una brutta ferita lungo il corpo e segni in testa. E’ stato per tre mesi in Germania per essere “sistemato” in particolare all’apparato digerente. Da solo. Anche questa famiglia riceve un supporto psicologico da AISHA. Sono rimasti vivi il bambino ferito e altri due fratelli. La madre è incinta di quattro mesi. La vita continua. La famiglia è sembrata molto unita.

Ho la telecamera e ho filmato i luoghi che visitiamo, tutto intorno ci sono le macerie.

Esco da questa casa scossa. Da molti anni quando vengo a Gaza visito bambini feriti, ma sono bambini che sono stati feriti anni prima, le famiglie continuano a ricevere aiuti, ma questi sono diversi, sono ancora traumatizzati e nei loro occhi si legge paura e angoscia. Come potranno elaborare tutto questo?

Infatti l’ultimo bambini ferito che visitiamo è soprattutto sotto stress, non alza gli occhi da terra, è disturbato. Il padre fa vedere le foto prima di luglio scorso ed è la foto di un bambino sorridente, a quanto pare era anche bravo a scuola, ora non più. Ha un ghigno fisso in volto e gli occhi bassi. Faccio fatica a fotografarlo. Anche questa famiglia ha perso la casa e in sette persone in due camere in affitto. Anche il padre ha avuto uno shock e si deve riprendere. La moglie lo guarda spesso con faccia preoccupata. Anche loro vengono aiutati psicologicamente. Anche loro non hanno avuto soldi per ricostruire e, non avendo fondi loro, hanno affittato praticamente un buco di due stanze a Jabalia camp.

Effettivamente per le famiglie colpite (non solo da morti) ma anche semplicemente per le case distrutte, per figli o genitori feriti è durissimo riprendere la vita normale. L’associazione AISHA ha ricevuto dei fondi dall’OCHA per il sostegno psicologico alle famiglie dei feriti e si aggirano con psicologhe e psichiatre nelle varie zone di Gaza , in parte su segnalazione UNRWA, in parte di familiari e di conoscenti. Così saranno tutti i 19 bambini che visiteremo. Ma le ferite, non solo quelle visibili, sono profonde, ogni volta mi richiedo come facciano. Io non so se riuscirei a riprendermi se avessi vissuto questo disastro e la perdita di casa, figli, marito….

Ad ogni famiglia visitata hanno consegnato un piccolo ventilatore che serve sia per rinfrescare che per riscaldare. Tipo caldobagno. Ne avranno bisogno: a Gaza siamo già sui 27-30 gradi, non voglio pensare a luglio ed agosto.

Il tardo pomeriggio siamo libere. Ci facciamo una bella passeggiata rigeneratrice sulla spiaggia, in mezzo a molte famiglie: ci sono anche donne totalmente velate che entrano in acqua completamente vestite, spesso per far immergere i loro figli. Sono incredibili, alcune con il chador, con il volto tutto coperto e con l’acqua fino alle ginocchia, altre ancora hanno solo il velo, ma sotto ci sono i jeans (quelle più giovani) coperti poi da una specie di mantello fino ai piedi. Magari così si rinfrescano. L’impressione è di un giorno di festa, intere famiglie siedono intorno ai tavolini ricoperti di sacchetti di plastica e varie pentole protetti dall’ombra degli ombrelloni. Ostia my love!

Il mare è bello, con onde lunghe pieno di bambini vocianti che si tuffano e fanno finta di nuotare. Più in là dei ragazzi giocano al pallone, passa un uomo a cavallo. Dov’è il problema? Qui si vive una vita normale dentro l’assurdità e forse per molti con un pesante dolore nel cuore. Ma si vive. E, lo riscopriamo ogni volta che veniamo a Gaza, e non è poco. Sul molo dei pescatori, restaurato, con nuove illuminazioni solari ci sono centinaia di famiglie a godersi il chiasso, il mare e qualche schifezza che comprano ai bambini. Non mancano qualche aquilone, i palloncini e lo zucchero filato (di un preoccupante colore rosa) per i bambini.

Sera: passeggiata lungo lo stradone che costeggia il mare, dove si trova il nostro albergo (come al solito siamo le uniche ospiti) in mezzo al clamore delle macchine che vanno a clackson; in alcuni locali c’è il solito rimbombo dei bassi che indicano un matrimonio in corso.. Che voglia…! Più in là, mentre ci passiamo davanti, frotte di uomini escono dalla moschea: è iniziato il venerdì e sono andati alla predica. Noi invece andiamo al nostro solito ristorante di pesce a due passi dalla spiaggia, una via più in là dopo la moschea: un fritto misto di calamari e gamberi, una magnifica orata al forno e i soliti antipasti palestinesi. Meno di 15 euro a testa. Se po’ fa.

E poi a letto a scrivere e leggere. Non prima però di aver lavato almeno i piedi, carichi dell’onnipresente sabbia e secchi come acciughe. Un altro giorno a Gaza e passato. E domani è venerdì.

Venerdì 1 maggio 2015 QUARTO GIORNO – GAZA

Oggi è per noi un giorno off perché lo è per Gaza. Non abbiamo impegni ne appuntamenti e non ci sono i cooperanti italiani da vedere e con i quali discutere: non sono autorizzati a soggiornare qui.

Risveglio più lento, la solita colazione (ci siamo affezionate al cameriere che neanche per sbaglio cambia qualcosa alla colazione che ci porta e che consiste in frittatina larga distesa, pane arabo, labane, formaggio più solido, olio di oliva in piattino, za’tar, marmellata di fragole – sempre – e i panini arabi). Ci scherziamo sempre, scommettiamo se cambierà qualcosa. E regolarmente perdiamo la scommessa. Ma anche noi abbiamo le nostre solite medicine: io il Cotareg e Sancia una varietà maggiore di pillole.

In camera io mi metto ancor le gocce per l’occhio, ma è tutto per oggi.

E si esce. Mattina. Bella giornata. Il deserto nelle strade. Ci manca il clamore dei clackson e i taxisti privati che suonando ci offrono un passaggio. Ho sottovalutato Sancia, è una trekkista tremenda, nonostante abbia 10 anni più di me. Io ogni tanto con le mie ginocchia impongo una pausa, sempre all’ombra. Una pausa lunga infine ce la prendiamo in un bellissimo parco, con panchine, tenuto pulito, una piccola Svizzera. Potrebbe essere un parco curato della riviera ligure. Stiamo sedute per un po’ in mezzo a filari di ibisco, buganville, palme, giacarande. Un paradiso. Ad un certo punto veniamo circondate da ragazze giovani, tutte velate due completamente meno gli occhi. Ci cominciano a fotografare con loro, ridono e si divertono. Noi con loro. Qualcuna parla inglese, ci diciamo i vari nomi (un classico a Gaza è sentirsi rivolgere “What’s your name”). Alla fine io riesco a farmi fotografare con una tutta velata tra i suoi tentativi (poco convinti) di sottrarsi alla foto e io che la branchio con convinzione. Alla fine le metto una mano davanti agli occhi tra il tripudio delle altre e ci fotografano. Conservo con un sorriso la foto sul telefonino.

Ci riavviamo: meta il mercato più importante di Gaza. Qui è tutto come ogni giorno: caos, macchine in tripla fila che si contendono lo spazio con i carretti tirati da asini, banchi di verdura, frutta, galline, jeans, paccottiglia varia, un pavimento di verdure scartate e buttata per terra, un casino come al solito. Con Sancia andiamo in cerca della moschea più antica di Gaza; una vecchia chiesa templare-crociata. Sancia l’aveva vista molti anni fa. Io la trovo bellissima. La troviamo dopo aver costeggiato un cimitero e un altro mercato molto più tranquillo. Ed eccola. Ma..ma abbiamo dimenticato di portare con noi i foulard. Ci mettiamo in cerca di un negozio, con 20 shekel ne compriamo uno a testa. E ritentiamo la moschea. Dentro si entra, ma è venerdì e dopo un po’ (Sancia si aggirava come una turista dentro una chiesa e arriva fino a pochi passi dal gruppo in preghiera con Imam…) veniamo cortesemente invitate ad uscire. Oggi non si può stare dentro. Sgrido Sancia per come si è comportata da turista curiosa invece di sedersi discreta e ce ne andiamo. Ma intanto l’abbiamo vista. Facciamo il giro dell’edificio fino al minareto un vero e proprio gioiello.

Alla piazza vicina convinco Sancia a prendere un taxi… per il ritorno. Pranzo pomeriggio in spiaggia, con un succo di mango io, Sancia uno di limone-menta: sembra di stare in vacanza in un paese tropicale, i grattacieli in riva, il mare ondoso: chi ha detto che non si possa andare in vacanza a Gaza? Un bel libro da leggere, un bicchiere di succo tropicale, un sole che scalda: questa è vita! Anche noi siamo risucchiate dalla normalità di Gaza, anche se i bambini feriti visti ieri mi sono ancora dentro, ma qui si fa di tutto per vivere una vita normale e in questo primo venerdì di maggio quasi ci riusciamo!

Pomeriggio al computer, sera a mangiare in un locale di ashishe. Cena quasi occidentale che fa da intervallo alle nostre cene di pesce gazese. E poi una rapida visita al matrimonio in corso nel nostro albergo, lussuoso. Conto 40 mazzoni di fiori (hanno una struttura che stanno in piedi, tutti celofanati). Si presentano lo sposo e sua madre e ci invitano a danzare, resistiamo (anche perché i nostri abiti occidentali casual fanno a botte con la loro eleganza, con le loro scarpette a tacco alto…, i loro volti truccati.., salutiamo ed andiamo. Ad ogni matrimonio non riesco a non pensare quale sarà il futuro della sposa. Pare che qui la violenza sulle donne sia in verticale aumento. La media di figli a famiglia sono di 4,5. Gli orizzonti si chiudono, ma stasera si balla si fa festa e non ci si pensa.

E domani ricominciamo a visitare i bambini feriti nel luglio-agosto 2014. E poi nel pomeriggio incontreremo le coppie di fidanzati, che partecipano al progetto per impostare una relazione di coppia più egualitaria, che fa parte del progetto 8×1000. Vedremo. Registrerò l’incontro, ahimè in arabo con sintetica traduzione in inglese.

Sabato 2 maggio 2015 QUINTO GIORNO – GAZA

Ed eccomi alla sera con una giornata intensa da raccontare.

Oggi è sabato ed ancora festivo, ma abbiamo 4 bambini feriti da visitare. 9.30 puntuali aspettiamo la macchina con la nostra interprete. Prima cerchiamo di stampare la lista finalmente in inglese, ma il nostro file è docx e l’albergo è ancora in doc. Ci rinunciamo e partiamo.

Per arrivare a Shaja’iyya (nord est di Gaza, praticamente al confine) facciamo un lungo tratto di strada con tutte le case distrutte. Fa impressione. Le ho riprese senza riuscire a vedere nel piccolo schermo molto bene, ma penso che qualcosa di buono ci sia. E’ la strada seguita dai tank israeliani per entrare a Gaza. Hanno fatto piazza pulita. Nulla è rimasto in piedi. Case di comune abitazione tutte distrutte, un deserto, ricordava le immagini di Desdra dopo i bombardamenti alleati. Dentro c’erano famiglie che ci vivevano. Molte sono riuscite a scappare, altre no. Ci inoltriamo ed anche una moschea con un bellissimo minareto (antico e quindi immagino che anche la moschea lo fosse) non c’è proprio più, è rimasto il vuoto. Quando arriva l’assistente sociale di AISHA che abita in una casa danneggiata (ma non distrutta, dove si vedono le riparazioni fatte nel frattempo, buchi rinchiusi, tetto di ondulato) ci spiega che nell’ultimo bombardamento chi stava ad est e aveva parenti lungo il mare si è spostato, così come nel 2012, quando c’è stato l’attacco dal mare era successo il contrario.

Oggi visitiamo 3 famiglie, in una sono stati adottati 2 bambini. Il disastro. La prima famiglia che visitiamo ha un quattordicenne ferito alla gamba che gira con le stampelle. Sta aspettando di avere un’altra operazione al ginocchio. Era in strada ed è morto un cugino, lui solo colpito alla parte superiore della gamba compreso il ginocchio. Ma non basta, la sorella oggi di soli 20 anni è vedova, ha perso il marito dopo quattro mesi di matrimonio l’anno scorso (defensive edge l’anno chiamata!) La famiglia ha perso la casa ed è in affitto alla meno peggio, in una casa senza elettrodomestici.

La seconda visita è ad una famiglia con una figlia alla quale è stato quasi staccato un braccio. Pare che un medico ritenesse che era meglio tagliarlo, un altro invece ha deciso di provare a riattacarlo, ha funzionato, ora ha solo una mano che dal polso in giù è piegata ha un tutore che le fa male mettere, anche lei aspetta di essere rioperata. Ma il braccio c’è, è quello sinistro e forse per lei meno importante anche se ha perso (la recupererà?) la funzionalità della mano.

Penso che questi chirurghi palestinesi di Gaza sono diventati veramente degli esperti in braccia, gambe, sistemi nervosi, teste e quant’altro. Soprattutto pensando in quale macelleria stavano operando..! Tutti i feriti che ho visto finora hanno avuto gravi ferite e spesso anche diffuse sul corpo per schegge e quant’altro.

Infine l’ultima famiglia è ancora in uno shelter di una scuola UNRWA. Ogni famiglia ha a disposizione un’aula. Quelli che visitiamo ci vivono in 7: genitori e 5 figli dai 3 ai 13 anni. Su un muro una lunga lavagna, di fronte degli attaccapanni. Loro adesso hanno una serie di materassi sottili impilati, in un angolo, un altro angolo serve probabilmente da gabinetto mobile (ci sono solo due gabinetti al piano per tutte le famiglie) in un altro angolo è organizzata la cucina con una bombola a gas da campeggio, piatti e stoviglie appoggiati su un pianale. Un vecchio tv è acceso in un altro angolo su un programma per bambini. Con l’aiuto dei vicini racimolano 5 sedie per metterci sedute. In questa famiglia una ragazza di 9 anni e suo fratello di 11 sono stati feriti nel corpo. Il padre era un contadino, ha avuto la casa, i campi e gli ulivi distrutti, non ha soldi per riprendere le attività e ha paura a tornare ai campi proprio vicino al confine est.

Non ci sono parole. E’ vero che quando i numeri diventano volti concreti (e fotografati) e storie di bambini e bambine, genitori, senza casa, senza risorse, l’orrore di questi attacchi si fa vivo e reale, vicino, e l’orrore puro ti assale, l’impotenza ti irrigidisce il corpo e annebbia il cervello.

Riportiamo a casa l’assistente sociale e siamo attese a casa di Mariam, la responsabile dei progetti di AISHA. Hanno una casa in mezzo a Shaja’iyya, lambita dai bombardamenti (la casa vicina dello zio che però si affaccia sull’ampio giardino comune ha perso il tetto, e anche qualche pezzo dell’ultimo piano.

Ci aspetta un pranzo luculiano preparato dalla madre: foglie di vite con riso (le più buone mai assaggiate) un riso ricco di pistacchi e tante altre cose, pollo, tabbule. In quantità enormi. In giardino ci ritroviamo con il padre e la madre. Lui è furioso, forse meglio dire profondamente arrabbiato per le aggressioni israeliane, ci porta in giro per il giardino e ci mostra tutti gli ulivi abbattuti, le strutture danneggiate, i colpi di mortaio contro la casa e le varie cose. Mostra gli ulivi tranciati come se fossero figli, o forse meglio gli antenati. Di ognuno dice l’età, da chi è stato piantato. Qui scopriamo che ad ogni attacco gli abitanti di Gaza si spostano, a seconda da dove vengono: se dal mare o da terra, da est o da ovest, presso parenti. Solo così la strage viene in parte limitata.

Nell’ultimo attacco la loro famiglia (si intende sempre allargata, quindi non meno di 20 persone ed anche di più con i bambini) si era rifugiata tutta presso parenti vicino al mare. Si continua a parlare degli attacchi israeliani. Chiedo a Mariam se lei si aspetta un attacco quest’estate. Esita un po’ e poi dice forse quest’anno no, ma il prossimo si. Le chiedo come si fa a vivere così; mi risponde: “che altro possiamo fare?” Insisto “ma come fai a pensare che magari l’anno prossimo la vostra casa viene giù e perdete tutto… ?” Mi risponde “Proprio l’anno scorso avevamo cambiato il salotto e gli infissi della casa. Sono partiti solo i vetri per effetto dei colpi contro la casa dello zio“. “E allora?” Mi risponde di nuovo “what else can we do?” Ed è proprio così. Che altro possono fare? Non hanno il volano nelle loro mani. E non ce l’ha nemmeno Hamas, che tra l’altro, a quanto pare non paga gli impiegati pubblici da 9 mesi se non con pochi acconti. Benvenuti all’inferno, eppure ieri eravamo in spiaggia, al sole, e come noi tanti abitanti di Gaza, e le donne continuano a fare figli, e la vita scorre.

Più tardi incontriamo Elham del Medical Relief, discutiamo dei bambini adottati con l’aiuto del Medical Relief, alcuni dei quali ormai sopra i 18 anni. Chiedo se non potrebbero essere sostituiti da bambini più piccoli e feriti di recente. Risponde che in questo momento non si può togliere gli aiuti alle famiglie perché tutti hanno bisogno. Allora come fare? Come si fa a togliere ad una famiglia misera per darne ad un’altra? Anche AISHA ci dice che ha un numero ben maggiore di bambini feriti se “volessimo”. Sì, ma in Italia nessuno adotta più, o molti pochi. E poi è come versare acqua in un deserto. Ce ne vorrebbe troppa. Ma come diceva Mariam: “what else can we do?”

Pomeriggio, altro contrattempo (nulla rispetto a quello che abbiamo sentito e veduto). Stamani non mi sono trovata il telefonino. Pensavo di averlo lasciato in stanza, ma al ritorno non c’era. Ho provato a chiamarlo, dopo una lunga attesa la linea si è interrotto e alla successiva chiamata il telefono non era più raggiungibile. Mi è stato rubato, ma non capisco dove, perché me n’ero accorta ancora in macchina prima di scendere e tutto sommato ci sembra improbabile che sia stato il cameriere dell’albergo. Intanto l’ho perso e a Roma quando arrivo mi dovrò arrangiare con una scheda Jawwal per comunicare con la macchina. Ma questo è un altro problema, vedrò poi.

Buonanotte. Ho fatto le 23.45, local time.

Domenica 3 maggio 2015 SESTO GIORNO – GAZA

Da dove cominciare? Dalle 9.30 quando abbiamo cominciato il giro per visitare ben 11 bambini feriti nell’ultimo attacco israeliano. E abbiamo sceso un altro girone dell’inferno. Come ieri, storie strazianti. Famiglie dimezzate. Prima famiglia: due figli di 15 e 17 anni morti, altri due feriti gravemente, madre e padre pure, due figlie vivevano altrove perché sposate salve, un bimbetto illeso. Di notte, in un centro di raccolta dell’UNRWA in una scuola, bombardata perché ospitava “terroristi”. La madre al buio ha ritrovato il figlio per l’odore della maglietta e ha immerso le mani nel sangue. Ha raccontato che si è messa a gridare “don’t died” e il figlio “don’t cry”, Morto per strada nell’autoambulanza che trasportava lui ed altri due feriti. L’altro morto per strada. Il padre operaio di una azienda agricola, trattorista, il trattore è distrutto, è disoccupato anche se spera di ricominciare a lavorare. Lei maestra d’asilo ha una mano rovinata ed è a casa. Niente soldi. AISHA ha chiesto l’adozione dei due bambini. Sono ritornati nella loro casa da cui erano fuggiti per paura e, ironia della sorte è rimasta intatta. Ancora oggi si dicono: “se fossimo rimasti qui non sarebbe successo. Il palazzo è danneggiato, ma l’appartamento è intero e anche arredato dignitosamente”. Anche questo succede: si scappa in un luogo che sembra sicuro e si muore!

Siamo a Beit Hanun la cittadina più vicina al confine, le ultime case sono in linea d’aria a meno di un chilometro da Eretz che si vede benissimo.

Altra famiglia: ovvero 5 famiglie riunite in uno spazio di 3 stanze una cucina e un bagno. In tutto 30 persone, bambini compresi. Due capifamiglia hanno perso la moglie e vivono lì con i figli. Uno, maestro, è su una sedia a rotelle con una gamba di meno sopra al ginocchio e un’altra totalmente deturpata messa in orizzontale e sostenuta da vari lacci. Impressionante. Gli sono rimasti due figli, oltre la moglie è morto un figlio. Un altro, sta bene, ha avuto solo piccole ferite, ma è rimasto solo con due figli, un maschio ed una piccolina di due anni, con una larga ferita sopra la caviglia e una lunga cicatrice sul corpo. In questo gruppo familiare, AISHA ha proposto 5 bambini in adozione a distanza. Indispensabili. Li fotografiamo, parlano le donne, parlano gli uomini. Tutte e 5 le famiglie hanno perso la casa e ora sono ricoverate qui. Una donna mi porta fuori in strada e mi indica il vuoto dove prima era la sua casa: non ci sono che macerie. Che posso dire. Spero che almeno il mio volto abbia parlato!

Perdere la casa poi non è come essere sfrattati. Lo spazio dov’era è semplicemente ricoperto da macerie con vari gradi di distruzione. Da dove ricominciare? Questa famiglia riceve dall’UNRWA solo riso. Nessuno lavora. Probabilmente hanno ricevuto dal governo un importo per le morti. Ma sono ripagabili? Chi ricostruirà le case?

Ed è cosi dopo ogni attacco israeliano, solo che questa volta è stato molto più feroce e distruttivo. Sono entrati profondamente con i carri armati, hanno accompagnato questa aggressione con voli F24 e droni. Hanno creato una lunga striscia lunga chilometri e profonda almeno 1-2 di no house e people zone. Per sicurezza. Di chi? Ieri mi guardavo le statistiche del 2014, In tutto sono morti 63 soldati israeliani (quanti suicidi?) dall’altra parte più di 2000 morti, uomini, donne e bambini e feriti più di 11mila e ho visto come. Ferite che rimarranno per sempre nel corpo e non solo.

AISHA in questa zona ha organizzato una mobile psichiatric clinic e identificato le famiglia bisognose di avere i bambini adottati. Sono famiglie con bambini stressati, nervosi, un bambino di 5 anni da un anno non parla più, è in cura psichiatrica del Centro comunitario per la salute psichica, ma non sono riusciti ancora a sbloccarlo, la madre è depressa, la sorellina di due anni (aveva 5 mesi nel luglio scorso) era rimasta ferita in culla ed è visibilmente nervosa. Molte bambine se gli davi la mano la ritraevano cercando la mamma. Che disastro.

Un altro nucleo familiare che abbiamo visitato era composto da 50 persone, ma in un compound ampio con vari edifici. Contadini vivevano in varie case costruite dai vari nuclei familiari che cresceva di un piano ogni volta che un figlio si sposa. Molte di queste sono danneggiate, ma tutto sommato si sono potuti riorganizzare. In questo compound sono 2 i bambini adottati, nelle famiglie con più difficoltà o con la casa semi distrutta. Abbiamo le foto di tutti questi bambini e bambine, i loro occhi parlano per loro.

Alle 13 circa finiamo il giro delle famiglie. Avremmo bisogno di un bel bicchiere di vino, ma qui la vite al massimo la usano per fare gli involtini di foglie di vite e uva. Ma, guardando in giro ho visto della vite… Impegnandosi si potrebbe fare…

Altro appuntamento importante:l’incontro con i fidanzati per superare relazioni violente in famiglia. –quest’anno qui a Beit Hanun ci sono 10 coppie di fidanzati che hanno deciso di partecipare. Io pensavo che fosse la fine del corso, invece sta iniziando. E’ il loro primo incontro.

Ma ora sono troppo stanca, lascerei qui perché anche quell’incontro è stato importante e sono emerse molte cose interessanti che vorrei fissare. Non ultima l’incontro finale con il comitato che gestisce questa casa che è una via di mezzo tra un sindacato e una delegazione del ministero del lavoro.

Ma sono troppo stanca per andare avanti per un’altra pagina. A domani. BUONANOTTE se potete.

Seconda parte di Domenica 3 maggio 2015

Sono giornate intense che si prolungano e si passa da un tema all’altro. Lasciando però una scia di profonda angoscia ed anche di rabbia. In pulmino stiamo tutte zitte. Di ritorno dalle ultime due famiglie (gruppi di famiglie) nessun commento possibile.

Mi dico che in tutti i luoghi di guerra (e oggi ce ne sono molti) è così. Cose insensate che sopportiamo solo perché ci alieniamo da loro. I feriti sono numeri, i morti sono numeri ma sono insopportabili quando ci si avvicina alla loro realtà. Anche solo immaginarla. Così è anche per i morti del Mediterraneo, le famiglie disperse in Siria, il conflitto in Ucraina e in tutte le guerre che attraversano oggi il mondo.

La guerra non è gentile. Come facciamo a dimenticarlo? E non risolve quasi mai niente, anzi crea altri problemi. Qui poi, più che di guerra bisognerebbe parlare di attacco, di aggressione infinita e feroce.

Nel primo pomeriggio ci aspetta un incontro di verifica del lavoro di AISHA negli incontri per “i fidanzati” (di fatto sono le coppie che firmano per il matrimonio in Tribunale). Attraversiamo in lungo Beit Hanun ed arriviamo in una specie di centro sociale-sindacale locale, legato al Ministero del Lavoro, qui si svolgeranno gli incontri di 12 coppie di fidanzati. Veramente io pensavo che avessero già finito e fosse più che altro un incontro di “restituzione” del progetto. Invece era la prima volta. Interessantissimo. Un contesto “urbano” e non contadino come l’anno scorso. Fa impressione: sono tutti giovani dai 22 ai 16 anni (le ragazze sono tutte più giovani), praticamente tutti disoccupati e si sposano lo stesso. Molte ragazze non hanno finito le superiori. Chiediamo come pensano di vivere. “Nella casa di famiglia dell’uomo” rispondono. Di fatto la famiglia estesa è la chiave della solidarietà economica. Non voglio pensare alla vita della nuora nella casa della suocera! Eppure emerge che le coppie hanno “negoziato” (è il termine che usano) tra loro la decisione di partecipare a questi incontri. Lo scopo è quello di stabilire una relazione armoniosa, rispettosa e solidale tra le coppie (questo grosso modo è il titolo del corso).

Si parla anche di violenza in famiglia. Alcuni ragazzi dicono che fanno questo corso proprio per imparare come vivere in coppia. Come aiutarsi. Sembra quasi che vogliano creare una cesura tra la famiglia da cui provengono e il loro modo di impostare la relazione di coppia. L’assistente sociale a fine incontro mi dice “magari parlano così perché non sono ancora sposati” ma ugualmente bisogna tentare. Anche le ragazze sono diverse dalle donne sposate incontrate. In molte coppie di famiglie colpite dai bombardamenti sono le donne che parlano e raccontano, gli uomini tacciono. Qui è un po’ il contrario. Parlano più i ragazzi. Le ragazze assentono, meno un paio che sono più decise. Una addirittura si rifiuta di rispondere (“è troppo timida” dice il suo fidanzato).

Comunque qui a Gaza il diritto di famiglia è peggiore che in West bank anche se è lo stesso, viene applicato di più. In caso di divorzio i bambini non vengono affidati alla madre ma alla madre della madre, e solo fino i 9 anni le bambine e 11 anni i bambini. Poi vanno con il padre (ovvero con la famiglia del padre). E’ vero che spesso il padre, che si è fatto un’altra famiglia non li richiede (sono bocche da sfamare…).

Molto divertente alla fine la discussione sul velo. Siccome sembrava che tutto andasse bene, io ho chiesto cosa pensavano ragazzi e e ragazze del velo. Si è scatenato un putiferio. Chi ha detto che è un fatto religioso, chi ha detto che è la loro tradizione musulmana. Io ho ricordato che nell’88 praticamente solo le donne anziane portavano un velo e solo morbidamente intorno al capo. Uno ha detto: noi siamo chiusi dentro, non abbiamo più contatti con l’Europa e allora ci rinchiudiamo, torniamo a tradizioni più vecchie delle nostre nonne. Una ragazza ha detto che con il velo si sente a posto e protetta. Nessuna però ha manifestato la voglia di non averlo. E’ parte dell’abito e così sono ragazze serie. L’assistente sociale (che porta il velo e il mantello lungo ai piedi) mi ha detto che la discussione verrà utilizzata nel corso.

Stavamo andandocene quando siamo state invitate dal direttore del centro di passare da lui per 5’.

Comandi! Con Sancia ci siamo trovate davanti ad 8 uomini, tutti scuri di pelle come contadini calabresi. Volevano sapere cosa facevamo, hanno detto che erano molto lieti di ospitare quel corso, che per loro era importante, ma il loro problema è la disoccupazione, il fatto che i loro prodotti non li possono esportare, che sono costretti a comperare le merci israeliane, che un’economia chiusa non può svilupparsi. Che nell’ultima guerra (Hamas preferisce parlare di guerra e non di attacco…) hanno perso il 50% della già misera industria che avevano (sostanzialmente legata all’edilizia) ed ora dipendono per molti prodotti (perfino la malta e il cemento) da Israele che li centellina e quindi l’attività edile va a rilento. Sono rimasta colpita. Evidentemente non erano di Hamas anche perché si stavano “degnando” di parlare con delle donne per di più non velate ed occidentali. Tutto il colloquio mi ha dato la sensazione che qualcosa stia cambiando a Gaza a livello politico. Forse (perché non parlando la lingua non si capisce poi molto), forse la gente è stufa della contrapposizione Hamas-Fatah e cerca altre vie. Ma quali? Fanno i conti con i tremendi danni e perdite del bombardamento dell’anno scorso e vogliono un po’ di pace, per le loro vite, per le loro famiglie. Questo emerge anche dai colloqui con i giovani. Ma come al solito è uno spicchio della realtà quindi è difficile affermarlo in assoluto. Ma il muro si sta incrinando.

Torniamo a casa alle 18, distrutte, ci buttiamo sul letto e poi andiamo a cena, facendo una camminata fino ad Al Marna, un ristorante “occidentalizzato” un po’ di pollo alla francese ci fa bene.

Ritorniamo, tranquille e senza problemi, al buio all’albergo, intorno a noi il fragore dei tamburi dei molti matrimoni che sfilano nelle strade dove passiamo. Non finiamo di stupirci della quantità dei matrimoni, che poi vuol dire bambini, vita dura, ma vita.

A letto, non leggo, scrivo un po’, anche per liberare la mente e poi al buio continuo a rimuginare, ed è subito mattina.

Lunedì 4 maggio 2015 SETTIMO GIORNO – GAZA

Oggi ci aspettano due incontri con donne che hanno seguito i corsi di formazione, tutte sottolineano il bisogno di fondi per iniziare le loro attività. Devo dire che è così insistente che mi viene in mente che forse Mariam abbia parlato con loro dicendo che noi abbiamo intenzione di lanciare il microcredito.

Tutte storie interessanti. Le ho appuntate e le voglio trascrivere. Sono storie che pur tutte più o meno uguali, in realtà sono diverse, come diverso è il modo di raccontare. Parecchie ragazze sono ancora single (4) ed una addirittura ha divorziato (lei!) dopo 4 mesi di matrimonio. E’ una ragazza forte. Non indaghiamo le cause, dice che non andavano bene. E’ un tunnel nel quale non entriamo.

Una che ha fatto il corso per coiffeur mi offre di sistemarmi i capelli. Evidentemente devo averli in uno stato penoso. Sopravviverò.

Altro incontro con mogli di drogati. Durissimo. Se hanno un soldo lo devono nascondere al marito e avere una “doppia contabilità. Spesso sono picchiate dai mariti. A queste donne hanno insegnato a difendersi, a metter via i coltelli, cercare compagnia, e mandare dalla nonna i bambini. La droga che ora va per la maggiore si chiama “Tronadol” (Ho visto una pubblicità contro fuori da un dispensario medico)

E poi il pomeriggio a parlare con Mariam e Reem dei vari progetti. Quello che stanno chiudendo, come realizzare quello che forse verrà approvato che comprende il microcredito, e in caso si sposti sull’attività delle cliniche psico-psichiatrice mobili, perché ce n’è tanto bisogno, discutiamo dei metodi del microcredito, e infine di cosa presentare di nuovo per un nuovo ciclo di 3 anni. Qui le idee sono un po’ confuse perché si capisce che il loro core business e il lavoro di sostegno, incontro con le donne, loro formazione, empowerment e difesa legale. E le donne a Gaza non mancano. Ma non si può presentare un progetto 8×1000 uguale per più di tre anni. Lasciamo depositare le idee ripromettendoci scambi di mail e chiacchierate via skype. Io sonderò a Roma quale progetto potrebbe essere accolto, loro vedranno tra i vari finanziamenti che hanno quale parte del lavoro e scoperto.

Si ragiona anche sui bambini e bambine ferite. Ci sarebbe bisogno di altre adozioni. Toccherà vedere a Roma se si riattiva la campagna per le adozioni. Gazzella a un calo di persone/gruppi adottanti e sta dando fondo ai fondi ricevuti senza obblighi.

Torniamo all’albergo. Abbiamo due ore libere prima di andare a casa di Elias, il presidente di AISHA, e poi insieme al ristorante. Con Sancia si ragiona che questo modo di entrare nelle famiglie e di incontrare delle donne e uomini “normali” è veramente unico. Nelle visite che si fanno normalmente gli incontri sono più “politici” e manca la sensazione di quello che pensa la gente e di come vive. Noi, invece, abbiamo la possibilità di incontrare almeno un piccolo spicchio di ordinary people. A casa (ops, in albergo), senza pranzo, ci aspetta uno snack di tarallucci e cubetti di parmigiano e qualche mandorla tostata. Sappiamo cosa ci aspetta a cena.

Vero, la cena, di nuovo al Faro, splendido ristorante della riviera ligure, siamo in 9, Khalil economista del Human Rights di Gaza e suo figlio, Elias e sua moglie e i loro 3 figli. Bella cena, con molte discussioni economiche, kebab, insalate gazawi, e shisha finale. L’amicizia è importante e permette di condividere quanto visto in questi giorni, ascoltare le loro reazioni, discutere del futuro di gaza e delle prospettive politiche. Anche la moglie di Elias, bella donna, lavora al Human Rights Gaza e discutiamo tutti insieme.

I figli, come in Italia, sono ripiegati sui loro telefonini intelligenti e tablet.

In albergo, monto la valigia e mi infilo sotto le coperte. La serata, ce lo diciamo con Sancia, è durata un’ora di più di quanto potevamo resistere. Ma è finita.

Domani ci aspetta una visita a Khan Younis alla scuola per audiolesi e poi Eretz. Gerusalemme e Roma.

A Gerusalemme potrò parlare con Carla e AnnaRita e poi ROMA con Gaza nel cuore.

FINE

Gianna

Pubblicato il 14 giugno 2015 da Gazzella

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