Genocidi in Africa: “Per Non Dimenticare”

Le motivazioni delle violenze in Africa

Da diversi anni l’Occidente è raggiunto da flussi di migranti provenienti dalle zone più disparate del mondo, soprattutto dall’Africa. Gli immigrati fuggono dalla miseria e in particolare da regimi oppressivi. La violenza dei Paesi occidentali un tempo colonizzatori dell’Africa è la ragione e la causa di questo imponente flusso migratorio.
Infatti l’invasione migratoria pacifica nei ricchi paesi occidentali è stata preceduta da invasioni coloniali che si sono protratte per secoli e sono state condotte con spietata aggressività, appunto da parte dei paesi occidentali.
Le colonizzazioni occidentali hanno trascinato milioni di schiavi dall’Africa all’America, rapinando materie prime, con l’imposizione di regimi sanguinari.
La lunga storia del colonialismo culmina con l’imperialismo della seconda metà dell’Ottocento.
Sui processi di colonizzazione e in seguito di decolonizzazione, ossia di abbandono delle terre occupate e sottomesse da parte dei paesi occidentali, hanno pesato gli interessi del capitalismo mondiale, per il controllo delle fonti energetiche, petrolifere e per il dominio sulle materie prime.
L’arretratezza e la dipendenza economica dei paesi poveri, sottomessi e occupati, non è stata superata.
Molti paesi dell’Africa sono sprofondati in una miseria ancora più terribile, in seguito alle manovre predatorie occidentali.

AFRICA – Somalia, Congo, Sudan, Nigeria: le violenze rendono impossibili gli interventi umanitari. 
Attualmente si susseguono gli appelli delle organizzazioni umanitarie internazionali, affinché sia reso possibile il loro intervento in diverse situazioni di crisi nel continente africano.
Numerose ONG (Organizzazioni Non Governative) chiedono alla comunità internazionale una maggiore attenzione alla Somalia, dove la situazione sta rapidamente deteriorando a causa della violenza degli scontri.
Secondo le agenzie di notizie, migliaia di persone sono costrette ad abbandonare ogni mese le proprie case a Mogadiscio, a causa degli scontri e dei combattimenti.
Un milione di persone sono sfollate e due milioni hanno bisogno di assistenza e aiuti a causa della carestia che ha colpito molte zone.
Gli operatori umanitari vengono uccisi durante i conflitti armati e gli aiuti umanitari vengono razziati: tutto questo rende sempre più difficile il soccorso delle ONG, che hanno avvisato del rischio di una “catastrofe umanitaria imminente”.
L’Organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere denuncia il perpetrarsi di violenze nella regione occidentale del Bas-Congo, nella Repubblica Democratica del Congo, dove è spesso impossibile raggiungere i feriti.
Da quando la polizia congolese ha iniziato la repressione dei membri del Bundu Dia Kongo, l’ovest della Repubblica Democratica del Congo è teatro di violenti scontri.
Il coordinamento di Medici Senza Frontiere denuncia una situazione d’urgenza, dove tutti i feriti devono essere curati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica o religiosa.
Un comunicato dell’UNICEF riporta che la comunità delle organizzazioni umanitarie in Sudan condanna fermamente gli intollerabili attacchi nella regione di Darfur (Sudan).
Il conflitto armato mette a rischio le operazioni umanitarie e la sicurezza della popolazione.

Genocidi in Africa: “Per Non Dimenticare”

Appunto, la regione del Darfur, nel Sudan occidentale, dal 2003, è teatro di un conflitto armato che gli Stati Uniti e alcuni media e studiosi considerano come genocidio.
Un gruppo di miliziani, appoggiati dal governo, uccidono sistematicamente determinati gruppi etnici come i Fur.
Altri genocidi si sono verificati a Zanzibar, in Tanzania, con migliaia di vittime, nel 1964.
E ancora in Nigeria nel 1966, il governo centrale reagì duramente ai tentativi secessionisti del popolo Igbo, che aveva proclamato la nascita della Repubblica del Biafra.
La guerra civile e la conseguente carestia hanno causato migliaia di morti e questa immane tragedia è stata considerata un genocidio.
Nel 1994 il peggiore genocidio africano avvenne in Ruanda ad opera di milizie e bande Hutu contro la minoranza Tutsi e contro tutti coloro che erano sospettati di favorirli.
Le vittime ammontarono a circa un milione e furono spesso uccise con armi rudimentali.
Nel 1962, migliaia di Tutsi erano già stati massacrati per gli stessi motivi che avrebbero condotto al genocidio del 1994; inoltre, molteplici massacri occasionali si verificarono per tutta la seconda metà del Novecento, anche dopo il 1994.
Nei territori interessati dalla colonizzazione, numerosi popoli indigeni, anche e soprattutto in Africa, hanno subito una forte diminuzione numerica. Nel complesso, agirono diversi fattori di sterminio, come il lavoro forzato, condizioni di sfruttamento e ancora carestie naturali o provocate ed epidemie causate da nuovi agenti patogeni, introdotti dai coloni e soprattutto da cambiamenti sociali ed economici radicali, prodotti dal violento confronto fra i dominatori occidentali e i popoli colonizzati.
Il Congo è uno dei paesi più ricchi al mondo di risorse naturali: il sottosuolo ne trabocca letteralmente. Ma i suoi 66 milioni di abitanti muoiono di fame, di malattie e di stenti, senza poter usufruire di tali straordinarie ricchezze.
Del resto, rapina, saccheggio, miseria, corruzione e impunità in Congo sono sempre attuali da oltre un secolo. Da quando, nel 1885, Leopoldo II, re del Belgio, creò il cosiddetto “Stato Libero del Congo”, un elegante eufemismo per non dovere ammettere che terre, foreste, persone e risorse naturali, tutto diventava, da quel momento, esclusiva proprietà privata del re belga, si verificarono ogni sorta di eccidi. Il Belgio depredò brutalmente il Congo di materie prime. La politica del re belga Leopoldo II ha provocato la morte di 10 milioni di persone, attraverso la militarizzazione del lavoro forzato e un duro sistema di quote di produzione e crudeli punizioni, come l’amputazione degli arti.

Africa coloniale: uno dei tanti inferni che hanno anticipato Lager e Gulag

Trattando di totalitarismi e genocidi risulta necessario ampliare la riflessione storica all’epoca del colonialismo e agli altri “inferni”, “olocausti”, genocidi e pulizie etniche che precedettero il Lager e il Gulag, utilizzando tali termini per estensione.
Non è necessario raccogliere crimini e genocidi, avvenuti in epoche diverse e nei luoghi più disparati, in un’unica categoria, iscrivendoli all’interno della classificazione generica del “Male”, ancora più astratta dell’accezione di “Totalitarismo”.
Occorre, invece, invitare ad evitare facili rimozioni della memoria, sulle reali basi che sono servite alla civiltà europea e occidentale per emanciparsi e diventare tale. Come ha ricordato giustamente il filosofo Domenico Losurdo, il Novecento non è “il secolo in cui per la prima volta hanno fatto la loro apparizione i fenomeni della deportazione, del campo di concentramento, del genocidio, bensì il secolo in cui tutto questo orrore ha fatto irruzione anche in Europa”.
L’ONU ha sempre considerato le crisi di questi paesi africani, come le peggiori tragedie al mondo, ma non ha speso il proprio peso politico affinché questi stati accettino una presenza multinazionale di Pace. Questi genocidi sono avvenuti nel silenzio e nel disinteresse totale dei mezzi di comunicazione di massa occidentali.
La storia dei genocidi in Africa è marchiata dall’indifferenza dell’Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi.
E’ necessario liberare l’Africa dall’oppressione colonialista del mondo capitalistico occidentale e restituirla agli indigeni, ai suoi abitanti, agli africani, per una gestione collettiva delle immense risorse naturali presenti nel continente.

L’ONU e la gestione della missione in Centrafrica

La Repubblica Centrafricana è ancora sconvolta dalla distruzione e dalla “guerra di religione”. L’ambasciatore americano all’ONU, Samantha Power, descrive un quadro terrificante, denunciando la distruzione di oltre 400 moschee per mano delle bande armate degli anti-balaka, per la maggior parte di religione cristiana. L’ambasciatore denuncia anche che i residenti dell’unico quartiere musulmano ancora esistente a Bangui, la Capitale della Repubblica Centrafricana, sono impauriti, terrorizzati, denutriti e necessitano di cure mediche. Inoltre la paura di uscire di casa è così forte che addirittura le donne incinte preferiscono partorire nel proprio letto, piuttosto che recarsi in ospedale. Ovunque si percepisce paura, terrore, assenza di sicurezza. L’ONU interviene con la missione chiamata Minusca, con le mansioni di corpo di pace, la cui priorità è quella di proteggere i civili, riportare nel Paese la legalità, avviarlo verso un nuovo processo politico di stabilità, democrazia e sviluppo, che lo porti a libere elezioni nei primi mesi del 2015. Ban Ki-Moon, nel suo comunicato, ha sottolineato l’importanza del ruolo della mediazione internazionale e l’assistenza dei partner internazionali, per riportare lo stato di diritto nella Repubblica Centrafricana e assicurare la tutela dei diritti umani, esprimendo un suo profondo disappunto per le incessanti violenze. Ban Ki-Moon ha lanciato un appello a tutte le parti in causa, perchè fermino gli attacchi contro la popolazione civile, chiedendo di rispettare gli accordi firmati a Brazzaville nel Luglio del 2014. In Centrafrica oltre 2 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria immediata. Gli sfollati e i rifugiati nei paesi confinanti ammontano a oltre 650mila unità. I Séléka, ossia i miliziani musulmani, non hanno ratificato il trattato di pace di Brazzaville. Dunque la missione ONU Minusca incontrerà molte difficoltà per disarmare tali miliziani. Le truppe ONU dovranno anche controllare le campagne, farsi consegnare le armi da tutti i gruppi belligeranti coinvolti nel conflitto e mettere sotto controllo diretto le risorse di oro e diamanti per impedire che i Séléka e gli anti- balaka, ossia le milizie cristiane, si finanzino attraverso la vendita al mercato nero delle risorse minerarie. Una crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche. La gente muore perchè in balia delle bande armate cristiane anti-balaka e di quelle musulmane, i Séléka. Spesso si muore per fame: una delle peggiori armi in guerra. La fame non aspetta. Uccide.

Il terrorismo in Africa

Una inquietante espansione del terrorismo era uno dei principali timori e le notizie di questi giorni confermano che le preoccupazioni erano (e sono) fondate. Il riferimento è al fatto che avvenisse un collegamento geografico, politico e strategico tra le formazioni del terrorismo che operano a nord del Sahel e quelle del sud, cioè quelle del territorio dell’Africa Occidentale che si affaccia sul Golfo di Guinea.

Quel collegamento sembra ormai operativo e lo si deduce dal fatto che le formazioni che hanno rivendicato azioni nel Maghreb ora riescono anche a spingersi in realtà dove ci erano arrivate solo sporadicamente.

L’esempio eclatante di questi giorni è l’attentato in Mali, nella capitale Bamakò, al ristorante “La Terrasse”, dove sono rimasti uccisi da un commando, pare, di tre persone cinque maliani e un francese e un belga. Quell’attentato è stato rivendicato da un personaggio che ha sempre operato per la formazione Al Qaeda per il Maghreb Islamico ed ha firmato operazioni al massimo nel deserto nigerino e maliano.

Il personaggio è un certo Mokhtar Belmokhtar che aveva firmato un clamoroso attacco, con una sessantina di morti, molti stranieri nel centro gasifero di Amenas, nel remoto deserto algerino. In quell’attacco erano stati reclutati combattenti dal Niger, dalla Libia e anche dalla Nigeria.

Se si guarda una carta geografica ci si può rendere conto di cosa significhi un collegamento tra nord e sud, cioè tra Africa del Maghreb e Africa sud Saheliana: c’è una linea che collega il remoto sud della Mauritania, i deserti del Niger e del Mali, l’intersezione di quattro paesi intorno al Lago Tchad (dove opera Boko Haram), cioè Nigeria, Niger, Tchad e Camerun.

Insomma le formazioni terroristiche (pur di diversa matrice) hanno ormai realizzato un collegamento operativo che rende una vasta regione totalmente impraticabile e impercorribile dal punto di vista turistico, economico e commerciale.

Se si pensa che a nord, sulle coste del Mediterraneo, c’è il Maghreb instabile, travagliato e percorso da formazioni di tutti i tipi non si può non concludere che abbondino le ragioni per essere preoccupati.

Africa e terrorismo: il Kenia

La scena questa volta è toccata al Kenya. Ma in Africa il terrorismo è ormai una realtà assolutamente non limitata a quel tratto di costa orientale del continente al confine tra Somalia e Kenya.

Innanzi tutto i miliziani Al Shebab operano ben oltre quel tratto di costa, si può dire che tengono sotto attacco tutto il Kenya. Basta pensare al Westgate. Contro gli Shebab non l’ha avuta vinta una operazione militare di 17 mila uomini (nulla da invidiare a Restore Hope di venti anni prima, con carri armati, aerei, marina militare e droni americani).

Gli Shebab sono ancora lì e sicuramente dai loro santuari nel quartiere somalo di Nairobi, o nel campo profughi di Dadab (che è diventato la seconda città kenyana con i suoi 500 mila rifugiati della guerra in Somalia), o dai territori intorno alla città somala di Kisimayo stanno già pensando al prossimo obiettivo. Insomma il terrorismo ha ormai cambiato volto all’Africa. E, evidentemente, l’Africa per il terrorismo significa molto perché mai come oggi si può constatare un tentativo di penetrazione così agguerrito e dotato di mezzi.

Boko Haram in Nigeria nel 2009 combatteva con machete e bastoni, non aveva nessun seguito. Oggi combattenti addestrati, armi automatiche in quantità, una buona capacità logistica, esplosivo in dosi industriali e esperti capaci di usarlo con dovizia.

E che dire del Mali? Da quando le truppe francesi hanno arrestato l’avanzata dei qaedisti verso Bamako il paese non è più lo stesso. Era il paese della tolleranza ed è diventato un paese pericoloso e nonostante il dispiegamento di truppe straniere, e quelle di Parigi che non sono mai riuscite a venire via, non è mai tornato quello di prima.

E poi ci sono casi meno eclatanti ma ugualmente significativi: il Centrafrica dove i musulmani sono sempre stati una minoranza ora sono una delle parti in guerra. Nella regione dei Grandi Laghi, estranea all’Islam ora ci sono anche formazioni guerrigliere di questa matrice. E poi il Sudan, e poi Zanzibar….

Insomma l’Africa è cambiata. E in politica i cambiamenti non sono mai spontanei, quasi sempre sono teleguidati, rispondono ad interessi espressi da lobby di potere. Insomma per creare Boko Haram, per tenere in vita gli Shebab, per surgelare il Mali ci vogliono soldi. Tanti.

La domanda è: chi ce li mette? Chi investe nel terrorismo religioso? Chi ha interesse a cambiare l’Africa, chi vuole ridisegnare l’assetto geo-politico del Medio Oriente e dell’Asia Minore? Chi ha scelto gli sciiti a danno dei sunniti?

Una risposta semplice e schematica è quella che individua in questo gioco la potenza finanziaria di lobby economiche interne a paesi come il Qatar, l’Arabia Saudita, le monarchie del Golfo. Sicuramente non sono le sole perché in questi anni c’è stato l’Afghanistan e l’Iraq, e oggi c’è la Siria e la Libia.

Insomma, per restare in Africa si può dire che il continente è conteso e che il blocco degli interessi arabi, quello delle potenze emergenti asiatiche, e le vecchie potenze occidentali non hanno ancora raggiunto una intesa. E in questo gioco vale tutto, anche i colpi bassi.

La Nigeria nell’Internazionale del terrore

Boko Haram, da una locuzione hausa che letteralmente significa «l’istruzione occidentale è proibita» è un’organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria. L’organizzazione ha alla fine scelto a quale delle formazioni del terrorismo internazionale aderire. Lo ha fatto con un video scovato in rete da “site” il sito americano che monitora l’uscita sul web di rivendicazioni o proclami da parte delle formazioni del terrorismo internazionale.

A dare comunicazione di questa adesione è stato ovviamente il sanguinario leader di Boko Haram, Abubakar Shekau con le seguenti parole: “Annunciamo la nostra alleanza con il Califfato al quale obbediremo in tempi difficili e in tempi di prosperità”, ha annunciato Shekau, che poi ha continuato: “ci impegniamo perché non esiste una cura per mettere fine alle divisioni della umma (comunità dei musulmani) se non il califfato. Chiamiamo tutti i musulmani a unirsi a noi”.

Già la costituzione del Califfato era una sorta di adesione allo stato Islamico, ma Abubakar Shekau qualche settimana fa aveva già lanciato un appello ai grandi leader del terrorismo internazionale. Lo aveva fatto con il mezzo che gli è più congegnale, cioè con un altro video.

Chiamandoli fratelli in Allah, Shekau aveva lanciato un appello a tutti, cioè ad Abu Bakr Al Baghdadi, leader dello Stato Islamico, appunto, ma anche al leader dei talebani afghani, il Mullah Omar, e al leader di Al Qaeda Al Zarkawi. L’appello si proponeva di portare tutti insieme il Jihad in l’Africa e instaurare l’Umma, cioè l’unione dei territori abitati dai fedeli nei quali instaurare la comunità degli islamici.

L’annuncio di queste ore è un segnale: evidentemente a rispondere – probabilmente con promesse di aiuti, di armi e certamente anche di combattenti – è stato il leader dello Stato Islamico.

Questa affiliazione fa entrare la Nigeria nel grande gioco degli equilibri del terrorismo internazionale, ma soprattutto fa diminuire il peso specifico delle influenze interne rispetto a quelle esterne. Chi sperava che dopo le elezioni del 28 marzo Boko Haram perdesse di mordente e di aggressività si deve un po’ ricredere, probabilmente.

A pochi giorni dalle elezioni finalmente le Forze Armate nigeriane possono vantare una serie di incontestabili successi contro Boko Haram che sembrava invincibile.

L’esercito nigeriano ha annunciato di avere riconquistato cinque cittadine compresa Gamboru, la più grande. L’operazione di terra è stata condotta da truppe nigeriane ma le postazioni degli jihadisti sono state prima martellate dall’aviazione del Ciad. Poi le truppe di questo paese sono penetrate in territorio nigeriano con una colonna di carri armati e blindati e solo dopo avere aperto la strada l’esercito nigeriano ha potuto “conquistare” la città.

Si tratta, comunque, di un importante successo per il presidente uscente Goodluck Jonathan che continuava a perdere consensi a favore del suo più accreditato rivale, l’ex generale ed ex dittatore Muhammadu Buhari. Di fatto per ottenere questa vittoria ci sono voluti aerei ciadiani e, a terra, duemila soldati scelti di Njamena appoggiati da carri armati e blindati; alcune migliaia di soldati camerunensi che hanno bloccato vie di fuga oltre frontiera per i miliziani di Boko Haram e diverse migliaia di soldati e blindati nigeriani.

Le forze in campo consentono di dedurre la capacità bellica di Boko Haram. Non si tratta di qualche invasato miliziano che può contare sul fervore religioso, ma di combattenti addestrati e preparati capaci di operare in situazione di guerra tradizionale e di conflitti di bassa intensità, cioè di guerriglia e terrorismo. Boko Haram, per quel che se ne sa, controlla ancora il suo califfato, un territorio grande più o meno come il Belgio. Sta mostrando di avere la capacità di compiere attacchi e attentati quotidiani e ha in mano decine di ostaggi. E’ tutt’altro che sconfitta.

E del resto, più che una sconfitta militare Boko Haram teme che dalle elezioni nigeriane possa emergere un presidente e una classe politica che ottenga il consenso delle lobby militari ed economiche occulte che hanno sostenuto la nascita e la crescita di questa setta che sarà surreale ma che ha svolto una innegabile funzione nella politica interna nigeriana.

di Laura Tussi

Articolo realizzato in collaborazione con Raffaele Masto

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