La Freedom Flotilla lascia Creta, prossima tappa: Gaza

Il racconto di un attivista italiano presente a bordo. A seguire la Marianne, l’imbarcazione principale, altre tre navi che stanno portando verso la Striscia 50 attivisti e tante emittenti tv.

La Marianne, principale imbarcazione della terza Freedom Flotilla

della redazione

Roma, 27 giugno 2015, Nena News – E’ sulla via di Gaza la Freedom Flotilla III, il convoglio di imbarcazioni partito da Goteborg, in Svezia, e pronto a rompere l’assedio israeliano sulla Striscia con un carico di medicinali e pannelli solari per gli abitanti della piccola enclave palestinese. Secondo quanto appreso da un attivista italiano presente a bordo, “Marianne”, l’imbarcazione principale, sarebbe salpata giovedì, seguita tra venerdì da “Vittorio”, “Rachel” e “Juliano II”. Il forte vento ne avrebbe ritardato la partenza dal porto greco di Eraklion, nell’isola di Creta.

Claudio Tamagnini ha raccontato dei training che si fanno in coppia: “Io – ha spiegato – mi occupo della parte teorica, mentre Welo, finlandese, il comandante della Marianne fino a Palermo, spiega le tecniche di resistenza. E’ stato non solo sulla Estelle, ma ha fatto tante operazioni con Greenpeace, conosce i commando francesi e degli altri paesi, così ci spiega bene come proveremo a resistere”. Forte solidarietà è stata data alla Flotilla nell’isola di Creta, dove è stato organizzato un evento con raccolta fondi per il convoglio umanitario.

Tamagnini ha inoltre parlato delle condizioni per raggiungere le imbarcazioni al porto: “Dovremmo tenere le partenze nascoste, invece ci vuole un’ora per fare arrivare macchine, caricare persone e cose, e tutto questo in centro città, con poliziotti che ci guardano. L’idea è partire dal centro a bordo di auto, raggiungere un porticciolo, e da lì con barchette si raggiungono le nostre. In teoria avremmo buone misure di sicurezza per non farci trovare, ma se poi la nostra partenza è così plateale non serve a niente”.

“Negli ultimi giorni  – racconta Claudio – sono continuati gli arrivi.  Si sono uniti a noi un deputato giordano e uno marocchino,  una suora benedettina di Montserrat, in Catalogna e vari palestinesi, tra cui un ragazzo di Gaza che studia in Grecia e palestinesi residenti in Libano e in Giordania, oltre al presidente delle comunità palestinesi in Italia, che vive a Genova. C’è anche l’ex presidente tunisino Marzouki”.

Moncef Marzouki, che ha alle spalle un passato da attivista per i diritti umani, ha guidato la Tunisia dal 2011 al 2014, nel periodo di transizione che ha seguito le rivolte della primavera araba. La sua è stata una delle prime adesioni, annunciata durante il Social Forum che si è tenuto lo scorso marzo Tunisia. Altra presenza importante è quella di Basel Ghattas, deputato di origine palestinese della Lista Araba Unita alla Knesset, che domenica scorsa aveva annunciato la sua partecipazione al convoglio diretto a Gaza, suscitando le ire quasi dell’intero parlamento israeliano.

Accusato di volersi servire della sua immunità parlamentare per scopi politici, addirittura “terroristici” secondo il leader di Yisrael Beitenu Avigdor Lieberman, Ghattas ha difeso il suo “atto politico legittimo e non-violento” alla radio militare e chiedendo in una lettera al premier Netanyahu e al ministro della Difesa Ya’alon di “istruire le forze di sicurezza israeliane a stare lontano dalla Flotilla e lasciarla continuare per la sua strada: non vi è alcun motivo per impedirci di raggiungere Gaza e fornire l’assistenza che stiamo portando con noi”.

Inoltre, come annuncia il comitato della Freedom Flotilla in un comunicato stampa, a bordo ci sarebbero circa 50 attivisti per i diritti umani, giornalisti, artisti e politici che rappresentano 17 paesi. Oltre a Ghattas, ci sarebbero membri del parlamento di Spagna, Giordania, Grecia, Algeria e deputati del Parlamento Europeo. Presenti anche alcune emittenti televisive, come al-Jazeera, Euronews, Maori Tv (Nuova Zelanda), al Quds Tv, Channel 2 (Israele) e Russia Today Tv, oltre ad altri giornalisti indipendenti della carta stampata.

Il viaggio della Flotilla è accompagnato da una lettera firmata da più di 100 parlamentari europei e indirizzato all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri  della Ue, Federica Mogherini, in  cui si chiede di sostenere il convoglio umanitario e di porre fine al blocco di Gaza. Questa, oltre alle nove singole imbarcazioni degli anni scorsi, è la terza flotilla che tenta di rompere l’assedio imposto da Tel Aviv a Gaza dal 2007, quando Hamas vinse le elezioni. Nel 2010 la Mavi Marmara, che trasportava un carico di attivisti e di materiale sanitario, fu abbordata dalla marina militare israeliana, che aprì il fuoco uccidendo nove attivisti turchi.

thanks to: Nena News

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Partecipa anche tu al boicottaggio, 10 giorni di Iniziative 9-18 luglio 2015

Iniziative in programma in Italia:

Evento Facebook

CAGLIARI: BDS@10 – Sardegna contro l’Apartheid: 10 anni dall’appello palestinese per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS)
25 giugno – 16 luglio

ROMA: Un anno dall’ultimo attacco su Gaza e 10 dall’esordio del movimento BDS
9-13 luglio

TORINO: Caetano Veloso e Gilberto Gil NON esibitevi a Tel Aviv! Rifiutate l’Apartheid israeliana!
10 luglio

Il 9 Luglio 2005, oltre 170 organizzazioni della società civile palestinese si appellarono agli attivisti internazionali, ai sostenitori dei diritti umani e a tutte le persone di coscienza e diedero vita al Movimento per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS) nei confronti di Israele. Ispirato al vincente boicottaggio che contribuì alla fine del regime di apartheid in Sudafrica, il BDS è un movimento globale e nonviolento che lotta contro l’occupazione, la colonizzazione e le politiche di apartheid perpetrate da Israele nei confronti del popolo palestinese; e che fonda la sua lotta sul rispetto del diritto internazionale e sulla tutela dei diritti umani universali, rifiutando con forza ogni forma di razzismo, di antisemitismo e di islamofobia.

Quest’anno ricorre il decimo anniversario dell’appello BDS, e mentre il movimento ha ottenuto importanti successi e viene definito come una minaccia strategica dal governo israeliano, l’ultimo spietato e sanguinoso massacro israeliano su Gaza dimostra che Israele continua ad agire con impunità.

Ora più che mai è necessario agire, intensificando le campagne di Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele, sensibilizzando la società civile e denunciando ogni complicità tra le nostre comunità, istituzioni pubbliche e private e lo Stato d’Israele, affinché quest’ultimo sia costretto a rispondere dei crimini commessi, e a rispettare il diritto internazionale e i diritti umani dei Palestinesi.

Facciamo appello ai gruppi BDS presenti in Italia, e a tutte le associazioni impegnate nella difesa dei diritti umani affinché si uniscano a noi, sviluppando nuove campagne BDS o intensificando e diffondendo quelle già in atto, e organizzando, dal 9 al 18 Luglio, eventi (iniziative pubbliche, proiezioni di film, azioni BDS) in solidarietà con il popolo Palestinese e in sostegno del BDS e finalizzati in particolare:

  • alla divulgazione dei 10 anni di successi e di crescita globale del movimento BDS;
  • alla commemorazione delle vittime del regime israeliano;
  • alle denuncia della pulizia entica e delle politiche sioniste di colonialismo e di apartheid che da ormai troppo tempo opprimono il popolo palestinese.

Sul nostro sito si trovano volantini ed immagini da utilizzare. Consultate “8 modi per sostenere la Palestina attraverso il BDS” per idee sul come agire sulle campagne BDS.

Seguiteci su Facebook e Twitter per gli ultimi aggiornamenti.

**Per segnalare le iniziative, scrivete a: bdsitalia@gmail.com

La campagna BDS potrebbe costare a Israele 4,7 miliardi di dollari all’anno

Ti chiedi perché Benjamin Netanyahu abbia dichiarato guerra al movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), perché Sheldon Adelson e Haim Saban abbiano organizzato una conferenza segreta a Las Vegas per combatterlo, Yair Lapid dica che le persone dietro il BDS abbiano pianificato gli attacchi dell’11 settembre, e Ari Shavit definisca il movimento “malvagio e sofisticato”?

Bene, ecco perché. Il Financial Times ha pubblicato un articolo lungo, e abbastanza equilibrato, sulla rapida crescita del BDS, che comprende due splendide cifre finanziarie che dimostrano quanto stia diventando potente il movimento nonviolento per la giustizia in Israele / Palestina.

L’informazione più importante è in fondo all’articolo:

Tuttavia, ci sono segnali che l’inquietudine di Israele sul BDS è genuina. Questa settimana un quotidiano finanziario israeliano ha dato notizia di un rapporto del governo trapelato in cui si stima che il BDS potrebbe costare all’economia israeliana $1,4 miliardi all’anno. La stima si basa anche sulle ridotte esportazioni dagli insediamenti, in linea con i piani dell’Unione europea di iniziare ad etichettatura le merci ivi fabbricate, – non fa parte del movimento BDS, anche se molti israeliani mettono le due cose insieme. La Rand Corporation, il think-tank statunitense, afferma che i costi potrebbero essere più di tre volte superiori: $47 miliardi in 10 anni.

Questa è la vera storia del BDS. Sta avendo un impatto enorme. La CNN ha fatto un servizio sul rapporto della Rand l’altro giorno – un colpo da 15 miliardi dollari da parte del BDS, in gran parte dovuto ai suoi successi in Europa – mentre lo stesso giorno il New York Times ha pubblicato un pezzo sulla Telecom francese che nega il suo sostegno al BDS, ma senza una parola tanto riguardo lo studio della Rand, quanto le cifre trapelate del governo israeliano. (Jodi Rudoren, giornalista del New York Times, ha scritto sul rapporto della Rand l’8 giugno, ma per qualche motivo ha trovato la stima del costo del BDS di 47 miliardi dollari immeritevole di menzione). L’articolo fazioso di Rudoren sul BDS – che riporta la marcia indietro dell’Orange, ma  ommette le cifre miliardarie che hanno creato scalpore nei media israeliani e altri – dimostra ancora una volta il perfetto , totale allineamento del suo “giornalismo” al Centro di Hasbara (propaganda).

Fonte: Mondoweiss

Traduzione di BDS Italia

thanks to: BDS Italia

Israele amico dell’Isis

Una manifestazione di drusi presso il villaggio di Majdal Shams (Reuters).

Una manifestazione di drusi presso il villaggio di Majdal Shams (Reuters).

“Per Israele si avvicina il momento della verità?”. Davvero la situazione è così drammatica come sembra descriverla il titolo di Yediot Ahronot, il più diffuso quotidiano del Paese? Certo è che le incognite di certe scelte strategiche si avverte oggi come non mai. Nel conflitto permanente tra Paesi arabi sunniti e Paesi sciiti che tormenta il Medio Oriente, Israele si è schierato con i primi e su questa opzione, in buona sostanza basata sull’ossessione per il pericolo rappresentato dall’Iran, il premier Netanyahu ha fondato la propria politica estera. Con ancor più convinzione e frenesia da quando gli Usa di Obama hanno cominciato a trattare con gli ayatollah per regolare la questione del nucleare.

Anche con la guerra in Siria alle porte del Golan, e con il rischio che Al Nusra, l’Isis e le altre formazioni del terrorismo islamico prendessero sempre più piede, Israele non ha cambiato strategia. Al contrario, ha semmai stretto ancor più i legami con l’Arabia Saudita, che delle formazioni armate che operano in Siria è stata a lungo ispiratrice e finanziatrice, e con alcuni dei Paesi che sono poi intervenuti anche in Yemen contro i ribelli sciiti Houthi. In Siria, Israele non è mai intervenuta, se non con qualche incursione molto mirata e rivolta non contro Al Nusra o l’Isis ma contro i convogli degli Hezbollah (schierati con Assad), riuscendo pure ad ammazzare un generale iraniano che con i miliziani libanesi stava compiendo una ricognizione sul fronte Sud della guerra civile.

La cosa va avanti da tempo. Ed è chiaro che, tra la vittoria dei terroristi islamici e la sopravvivenza di Assad in Siria, Israele opta per la prima ipotesi. Forse perché rassicurato dalla solita Arabia Saudita, che non ha mai tagliato i ponti con le formazioni armate anti-Assad, sul fatto che un futuro regime sunnita, per quanto estremista, sarà incline ad accordarsi coi vicini che non siano l’Iraq filo-sciita? Forse nella speranza che il crollo della Siria di Assad, ormai preventivato da molti, gli offra il modo di allargare ancora la zona del Golan sotto il suo controllo?

Difficile rispondere, ma la sostanza non cambia: per Israele è “meglio” Al Nusra di Assad. Quindi, perché certi titoli allarmistici come quello di Yediot Ahronot? Il problema ha un nome: drusi. I drusi, una particolare componente dell’intricato mondo islamico, sono circa un milione e mezzo. Circa 120 mila di loro vivono in Israele, cittadini fedeli allo Stato ebraico, soldati coraggiosi di Tsahal e così via. Ma assai più numerosi sono i drusi che vivono in Siria, appena oltre il confine con Israele, spesso solo rami diversi delle stesse famiglie di quelli che hanno il passaporto dello Stato ebraico. I drusi di Siria, rimasti fedeli ad Assad, si sentono ormai minacciati dalle milizie di Al Nusra che controllano il Sud e da quelle dell’Isis che controllano l’Est. Detto in poche parole, temono di fare la fine degli yazidi o dei cristiani dell’Iraq: conversioni forzate (gli estremisti islamici li considerano eretici), esecuzioni sommarie, rapimenti, fuga verso un esilio senza fine. E la politica di Israele, così “tenera” nei confronti dei terroristi islamici, ai drusi piace poco.

Piace poco anche ai drusi che vivono in Israele. Ed è stato proprio un giovane soldato druso, Hillah Chalabi, 19 anni, di stanza nel Golan,  denunciare i contatti tra le truppe israeliane e le milizie di Al Nusra, il passaggio di rifornimenti, i miliziani di Al Nusra trasportati in Israele per essere curati. Hillal è ovviamente finito in prigione ma nei villaggi drusi il fermento cresce: un’ambulanza dell’esercito israeliano che portava due siriani feriti, considerati “soldati” di Al Nusra, è stata attaccata dalla popolazione a Majdal Shams e uno dei due siriani ucciso prima dell’intervento della polizia. 

Queste e altre storie sono poi finite sulla stampa internazionale (per esempio, Newsweek ha raccontato la vicenda di Hillal), a conferma di quanto peraltro già sostenuto in recenti rapporti dei peacekeeper dell’Onu di stanza nel Golan: e cioè di regolari contatti tra la forze armate israeliane e miliziani armati provenienti dalla Siria. Drusi a parte, tutto questo se non altro dimostra che Israele, dipinto da molti come un piccolo Stato minacciato di estinzione, gioca la partita politica con consapevolezza e fiducia nella propria forza degne di una potenza regionale. Quale in effetti Israele è. L’unica vera potenza del Medio Oriente.

Fulvio Scaglione

thanks to: Famiglia Cristiana

Record di rifugiati nel mondo: chiediamoci perché

I migranti sbarcano da noi per arraffarsi le nostre ricchezze? Semmai il contrario. Sbarcano incessantemente dal 1990 perché, a partire da quella data, noi sbarchiamo incessantemente nei loro paesi, a seguito dei nostri eserciti, per arraffarci le loro ricchezze, a suon di bombe. Il che provoca il loro esodo.

Per cui un modo per fermare le orde migratorie in fuga ci sarebbe: non causarle.
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20 giugno 2015 – Patrick Boylan

Migranti soccorsi dalla Guardia Costiera greca

Azzeccato lo spot che l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati (Unhcr) ha diffuso oggi, 20 giugno, per la Giornata Mondiale del Rifugiato. Denuncia il record assoluto di sfollati nel mondo verificatosi nel 2014 – sono stati costretti ad abbandonare casa 60 milioni di persone, equivalente all’intera popolazione dell’Italia – e quella cifra potrebbe essere addirittura superata quest’anno. Davanti a questa impennata vertiginosa, mai vista prima, il video lancia allo spettatore un invito pressante: “Chiediti perché.”

Noi della Redazione di PeaceLink ci siamo chiesti perché – peraltro, è da tempo che ce lo chiediamo – ed ecco le nostre risposte. Sono due. Una individua una causa push (ciò che spinge un soggetto ad andar via dal proprio paese, suo malgrado). L’altra, che sarà oggetto di un successivo editoriale, individua una causa pull (ciò che noi facciamo, pur lamentandoci dei nuovi arrivi sulle nostre coste, per farli arrivare comunque).

Né l’una né l’altra di queste due cause hanno a che fare con le spiegazioni razziste o comunque autoassolventi che circolano oggi con sempre maggiore insistenza, grazie anche ad una certa stampa e a certi ambienti politici demagogici.

Non crediamo affatto, ad esempio, per citare la spiegazione populista fornita più frequentemente, che l’ondata crescente di migranti in quest’ultimi tempi sia dovuta all’“invidia che loro hanno della nostra ricchezza, che vogliono arraffarsi”.

Questa “spiegazione” non regge proprio. Negli anni del boom economico italiano (1950-1980), infatti, i popoli dell’Africa e del Medio Oriente, attraverso la TV, conoscevano benissimo il divario di ricchezza che li separava dal Nord mondiale, eppure non migravano in massa. I dati ONU sulle migrazioni, in particolare quelli nelle caselle verdi, parlano chiaro:

Saldi Migratori

Se i popoli dell’Africa e del Medio Oriente non migravano in massa, è perché, nonostante il più alto tenore di vita in Europa durante gli anni del boom, la scelta di migrare, come sottolinea lo spot dell’Unhcr, rimane una scelta difficile – non solo per i rischi tremendi, ma per il tormento di dover abbandonare la propria casa e tutti gli affetti e, squattrinati, di dover affrontare nuove lingue e nuove abitudini in ambienti spesso ostili. Ecco perché, tranne per i casi eccezionali, la migrazione viene rifiutata dalla gente comune – a meno di non esservi costretti, ad esempio per scappare dalle bombe.

E allora, perché, dopo 1980, e vertiginosamente negli ultimi quattro anni, c’è stata un’impennata di migrazioni?

Non è che la situazione economica per un lavoratore in Europa sia diventata, ad un tratto, molto più attraente rispetto agli anni ’60 o ’70. Semmai il contrario: il reddito pro capite per un lavoratore manuale in Europa è sceso in termini reali, particolarmente negli ultimi sei anni (dati CNEL 2014).

E non è che la situazione economica nei paesi africani o medio-orientali, tranne per le zone di guerra, sia diventata, ad un tratto, molto meno attraente rispetto a prima. Semmai il contrario. Il seguente grafico illustra, infatti, l’andamento economico recente dell’Unione Europea nei confronti di sei paesi segnati da guerre o comunque da violenti conflitti interni. Come si vede, tutti hanno recuperato, più o meno, dalla crisi economica mondiale nel 2009. Tranne per la Libia, che ha subito una seconda catastrofe nel 2011: buona parte delle sue infrastrutture produttive è stata deliberatamente distrutta dall’aviazione italiana, francese e angloamericana, col pretesto che era necessario farlo per rovesciare Gheddafi.

PIL (a parità di potere di acquisto) tra l'EU e sei paesi in guerra

Questo grafico dimostra chiaramente, dunque, che i sei paesi in guerra elencati sopra hanno non solo recuperato almeno una parte del livello economico da loro raggiunto prima del 2009 ma, in alcuni casi, hanno persino ridotto il divario tra loro e l’Unione Europea (che stenta a ripartire).

Tutto ciò significa che chi scappa da questi paesi in guerra, non scappa da una situazione economica catastrofica o comunque molto peggiorata rispetto a prima, per ricercare un presunto “Eldorado” in Europa.

La catastrofe da cui scappa, dunque, non può essere che la guerra stessa, e le sue conseguenze: la distruzione della propria casa e la perdita dei propri cari, la paura delle violenze delle milizie nemiche, il timore delle proprie forze armate e dell’aviazione “amica”, che ti può far saltare in aria come “danno collaterale” senza battere ciglio. Perché questa è la guerra.

Anche quelle migrazioni che sembrano avere origine nelle persecuzioni etniche o religiose sono, in realtà, fughe dalla guerra – o meglio, da uno sterminio manu militari, condotto apparentemente in nome di una etnia o di una religione ma, come tutte le guerre, in realtà per motivi molto più bassi: il dominio politico-economico di un territorio, anche per conto terzi. Abitualmente, infatti, questi stermini etnici o religiosi sono istigati e alimentati da interessi finanziari internazionali che non hanno né etnia né religione. Pecunia non olet,

Infine, molte migrazioni – che appaiono provocate dalla povertà, non dalle guerre – possono essere, anch’esse, ricondotte a fughe da conflitti armati occulti, generalmente istigati e finanziati dall’Occidente. Emblematico è il caso dell’Eritrea oggi: non c’è più la guerra guerreggiata interetnica con l’Etiopia, finanziata dagli USA nel 1998-2000 per far cadere Isaias Afewerki, il Presidente eritreo anti NATO e anti Fondo Monetario Internazionale. Ma continuano comunque gli attacchi sporadici logoranti da parte di guerriglieri etiopici lungo la frontiera con l’Eritrea. (Nel 2011, l’Etiopia ha ammesso di sostenere questa guerriglia.) Inoltre, tramite le sanzioni, l’Occidente strangola economicamente l’Eritrea, nella speranza che il depauperamento del paese provochi una rivolta anti regime. (E’ la stessa strategia usata dall’Occidente in passato contro l’Iraq ed ora contro la Siria.) Infine, ad intervalli, la CIA attua tentativi di golpe nel paese, che porta il governo, già autoritario, a barricarsi (e il paese) ancora di più – permettendo all’Occidente di inveire con sdegno contro il regime anti-democratico di Afeweki. In mezzo a tutto ciò, l’Italia mantiene la propria equidistanza, fornendo armi ad entrambe le parti.

Naturalmente nei mass media occidentali non appare quasi nulla di tutto ciò: le ondate di profughi eritrei vengono spiegate come fuga, non da una guerra occulta che noi alimentiamo, ma da un “feroce dittatore”. L’epiteto virulento ricorda quello applicato dai mass media a Mu’ammar Gheddafi per giustificare i bombardamenti del 2011 e il suo assassinio. I mass media stanno forse sollecitando la nostra adesione ad un’altra operazione del genere?

Riprendiamo il grafico presentato prima (“Tabella 2 – Saldi migratori”), questa volta allineando i dati verticalmente, per poter paragonare la crescita esponenziale delle migrazioni, a partire dagli anni ’90, con la crescita esponenziale delle guerre, anch’essa iniziatasi a partire dagli anni ’90.

Si tratta di guerre che ci riguardano da vicino perché sono quelle condotte, direttamente o per procura, da noi occidentali. Vengono condotte in particolar modo attraverso la NATO che, da forza difensiva atlantica, è passata, all’inizio degli anni ’90 e senza alcuna ratifica nei parlamenti europei, a forza offensiva mondiale.

Confronto tra "Migrazioni" e "Guerre a partecipazione europea e/o con ricadute migratorie in Europa, dal 1950 al 2015"

fonte: Wikipedia, List of ongoing armed conflicts e fonti integrative. Sulla creazione dell’ISIS vedi qui, qui e qui.

Come si evince dalla tabella, c’è stata una spaventosa impennata di “guerre per la democrazia” e di “guerre contro il terrorismo” dopo l’implosione dell’ex Unione Sovietica nel 1990. Infatti, a partire da quel momento, gli USA e i loro alleati, sotto l’egida della nuova NATO offensiva, hanno potuto usare le loro armi, incontrastati nel mondo. E ne hanno approfittato, altro che!

Ovviamente la “democrazia” e il “terrorismo” c’entrano poco con queste guerre; esse vengono condotte, nella realtà dei fatti, per ben altri motivi. Segnatamente, vengono condotte per rovesciare regimi non graditi da Washington o da Bruxelles e per sostituirli con regimi filo NATO e filo Fondo Monetario Internazionale. E se i nuovi regimi si dimostrano più sanguinari ed autoritari di quelli vecchi? In questo caso, la NATO fa finta di niente.

Conclusione

La vertiginosa crescita delle migrazioni nel mondo viene causata in primo luogo – non dalla povertà o dalle carestie – ma dall’impennata, a partire dal 1990, delle guerre da noi intraprese nel mondo. I migranti sono i “danni collaterali” delle operazioni militari che noi lanciamo per impadronirci delle materie prime e delle altre ricchezze che si trovano nei loro paesi.

Ecco perché il più comune grido razzista – “Via i migranti, vogliono solo arraffarsi le nostre ricchezze!” – è così ipocrita: infatti, i veri saccheggiatori siamo noi.  Su scala planetaria.  Ma rifiutiamo ostinatamente di vederlo.

Siamo, ahimè, un po’ come il marito ossessivo che accusa continuamente la moglie di presunti tradimenti e che, poi, si scopre di avere lui un sfilza di relazioni extraconiugali. Egli teme nella moglie un impulso libidico incontrollato che sa benissimo di esistere – nella realtà dei fatti – perché ce l’ha lui dentro; e per non guardare in faccia questa triste verità, proietta quell’impulso su di lei. Così il razzista che denuncia l’avidità dei migranti.

Ma lasciamo stare le diatribe razziste. Pensiamo piuttosto a cosa possiamo fare per ridurre la prima causa delle ondate di migrazioni – quella push (che spinge un soggetto ad andar via dal proprio paese, suo malgrado).

La risposta è ormai chiara: ridurre il numero di guerre a cui l’Italia partecipa e, nel contempo, spingere il Ministro degli Affari Esteri Gentiloni a recuperare il ruolo prestigioso che l’Italia svolgeva nel Rinascimento, quando i diplomatici italiani insegnavano a tutta l’Europa l’arte di risolvere pacificamente i conflitti più intricati.

Ma perché questa soluzione produca davvero risultati positivi, è essenziale che l’Italia assuma un ruolo attivo e propositivo nel mondo. Non è sufficiente, infatti, che l’Italia smetta di partecipare alle guerre, perché diminuiscano gli sbarchi sulle sue spiagge. L’Italia deve, nel contempo, contribuire a fermare le guerre tout court, anche a costo di dover tener testa ad alleati bellicosi. Bisogna dunque ripristinare la diplomazia internazionale come vocazione qualificante del Bel Paese, facendo leva sullo status morale che l’Italia acquisirà dalla pratica di una ferrea politica di neutralità. E’ ciò che fecero, con successo, molti Paesi Non Allineati durante l’epoca d’oro di quel movimento.

Sul piano pratico, dal momento che la NATO ci coinvolge in sempre più guerre all’estero, la soluzione più immediata sarebbe quella di fare campagna per l’uscita dell’Italia dal patto atlantico e per il pronunciamento formale di uno status di neutralità internazionale. Rivendicazioni vecchiotte? Pura utopia? Non è detto. Pochi lo sanno (i giornali si ostinano a non parlarne), ma tre Senatori della Repubblica, del Gruppo Misto, hanno depositato un Disegno di Legge che chiede proprio quello: si può firmare la petizione a sostegno della loro DL qui.

Male che vada, come ripiego, si potrebbe fare campagna per rimanere nella NATO ma a titolo di partner, non membro. Come semplice partner – la qualifica che hanno rivendicato ed ottenuto l’Austria, la Svezia e l’Irlanda – l’Italia parteciperebbe agli esercizi NATO di difesa del continente europeo ma, come i predetti paesi, non sarebbe costretta a partecipare alle guerre offensive all’estero – peraltro in flagrante violazione dell’art. 11 della Costituzione italiana.

Come ultima possibilità, per chi trova che anche un cambio di status all’interno della NATO sia utopistico, si potrebbe pur sempre fare campagna per uscire dalle varie compagini ad hoc, create per fomentare e foraggiare le guerre, di cui l’Italia fa tuttora parte.

Per esempio, si potrebbe chiedere al Ministro Gentiloni:

  1. di togliere l’Italia dal Gruppo di Londra (gli ex “Amici della Siria”), la compagine che fornisce le armi ai mercenari jihadisti da noi foraggiati per rovesciare il governo Assad (in palese violazione della carta dell’ONU).;
  1. di uscire dalla missione Resolute Support in Afghanistan (dove altri 17 civili sono morti l’altro ieri sotto le bombe delle forze occidentali di occupazione), rimpatriando ora tutte le truppe italiane. Siccome si tratta – su carta se non nella realtà dei fatti – di una missione di addestramento delle truppe afghane, l’Italia non è vincolato dall’art. 5 dello Statuto NATO e perciò non ha nessun obbligo di parteciparvi;
  1. di uscire dal Gruppo UE che fornisce gli aiuti militari al governo di Kiev per condurre la sua guerra nel Donbass. Chiediamocelo: se i secessionisti veneti dovessero prendere con le armi piazza San Marco, sarebbe concepibile che un governo italiano ordinasse il bombardamento a tappeto di Venezia “per stanare i terroristi”? Eppure è quello che fa il Presidente ucraino Poroshenko (le parole virgolettate sono sue). Ora basta, egli deve smettere di bombardare il proprio popolo! Non si tratta di cedere nulla a Putin.  Dal momento che esistono altri modi per risolvere – con successo – i tentativi di secessione, come la storia insegna, bisogna utilizzare quei mezzi, non le bombe. Il Ministro Gentiloni dovrebbe, dunque, non solo interrompere il flusso di aiuti militari italiani a Kiev ma anche minacciare di escludere l’Ucraina dall’UE, ponendo un veto, se il Governo non cercherà di risolvere il conflitto senza i canoni.

Soprattutto, per quanto riguarda la questione specifica dei flussi migratori, si potrebbe chiedere al Ministro Gentiloni

  1. di uscire dall’EUNAVFOR Med, la missione anti-scafisti approvata il 18 maggio scorso dai Ministri degli Esteri e della Difesa dell’Unione Europea. Questa missione propone, come “ultima ratio” (ma si sa già come andrà a finire), una vera e propria “guerra agli scafisti” libici per “salvare i migranti dalle loro grinfie” e ridurre i flussi in transito. Si tratta di una balla colossale.

La “guerra agli scafisti”, infatti, è un chiaro pretesto per ricominciare con i bombardamenti che hanno devastato la Libia nel 2011. Qualcuno crede ancora che la NATO si sia mossa allora per difendere i dimostranti libici in piazza, minacciati da Gheddafi? Figuriamoci. La NATO si è mossa, come in tutte le guerre, per assicurare ai suoi referenti (ENI per l’Italia, tanto per fare un nome) il dominio economico-territoriale del paese bersagliato.

Solo che, in Libia, non l’ha ottenuto completamente; ci sono troppe milizie di ribelli che, dopo l’assassinio di Gheddafi, non si sono lasciati arruolare dai leader libici sponsorizzati dall’Europa. Perciò ora bisogna completare il lavoro di colonizzazione, annientando tutte le milizie che non ubbidiscono all’auto-proclamato governo filo-UE. Si tratta di un governo che molti paesi europei hanno già riconosciuto, disconoscendo nel contempo il governo meno manovrabile, ma regolarmente eletto, insediatosi a Tripoli. (Ma non avevamo bombardato la Libia per portarci la democrazia e far rispettare lo stato di diritto?) L’Italia, poi, sempre per mantenere le equidistanze, riconosce entrambi i governi.

Quindi come nel 2011, con un pretesto umanitario, EUNAVFOR Med – assistita dalla NATO – si propone di impadronirsi della Libia. Ma questa volta, si propone di farlo per davvero, eliminando ogni opposizione e, nel fare ciò, distruggendo quel poco di infrastrutture che il paese si è potuto ricostruire finora. Ciò creerà immancabilmente nuove ondate di migranti che fuggono dalle devastazioni, ma non importa, fermare le migrazioni non è e non sarà il vero scopo della missione. Ecco perché bisogna dire no a questo progetto criminale, strappare l’intesa EUNAVFOR Med, e rifiutare l’utilizzo delle basi italiane per qualsiasi azione militare in Libia.

Tutto questo per dire che esiste una soluzione al “problema” delle migrazioni di massa. Anzi, esistono almeno due soluzioni. La seconda sarà oggetto di un prossimo editoriale: come eliminare la causa pull delle migrazioni, ossia l’attrattiva.

Per quanto riguarda la prima soluzione, ossia come eliminare la principale causa push che “spinge” a migrare, la si può riassumere in due parole soltanto:

Basta guerre!

thanks to: peacelink

Genocidi in Africa: “Per Non Dimenticare”

Le motivazioni delle violenze in Africa

Da diversi anni l’Occidente è raggiunto da flussi di migranti provenienti dalle zone più disparate del mondo, soprattutto dall’Africa. Gli immigrati fuggono dalla miseria e in particolare da regimi oppressivi. La violenza dei Paesi occidentali un tempo colonizzatori dell’Africa è la ragione e la causa di questo imponente flusso migratorio.
Infatti l’invasione migratoria pacifica nei ricchi paesi occidentali è stata preceduta da invasioni coloniali che si sono protratte per secoli e sono state condotte con spietata aggressività, appunto da parte dei paesi occidentali.
Le colonizzazioni occidentali hanno trascinato milioni di schiavi dall’Africa all’America, rapinando materie prime, con l’imposizione di regimi sanguinari.
La lunga storia del colonialismo culmina con l’imperialismo della seconda metà dell’Ottocento.
Sui processi di colonizzazione e in seguito di decolonizzazione, ossia di abbandono delle terre occupate e sottomesse da parte dei paesi occidentali, hanno pesato gli interessi del capitalismo mondiale, per il controllo delle fonti energetiche, petrolifere e per il dominio sulle materie prime.
L’arretratezza e la dipendenza economica dei paesi poveri, sottomessi e occupati, non è stata superata.
Molti paesi dell’Africa sono sprofondati in una miseria ancora più terribile, in seguito alle manovre predatorie occidentali.

AFRICA – Somalia, Congo, Sudan, Nigeria: le violenze rendono impossibili gli interventi umanitari. 
Attualmente si susseguono gli appelli delle organizzazioni umanitarie internazionali, affinché sia reso possibile il loro intervento in diverse situazioni di crisi nel continente africano.
Numerose ONG (Organizzazioni Non Governative) chiedono alla comunità internazionale una maggiore attenzione alla Somalia, dove la situazione sta rapidamente deteriorando a causa della violenza degli scontri.
Secondo le agenzie di notizie, migliaia di persone sono costrette ad abbandonare ogni mese le proprie case a Mogadiscio, a causa degli scontri e dei combattimenti.
Un milione di persone sono sfollate e due milioni hanno bisogno di assistenza e aiuti a causa della carestia che ha colpito molte zone.
Gli operatori umanitari vengono uccisi durante i conflitti armati e gli aiuti umanitari vengono razziati: tutto questo rende sempre più difficile il soccorso delle ONG, che hanno avvisato del rischio di una “catastrofe umanitaria imminente”.
L’Organizzazione umanitaria Medici Senza Frontiere denuncia il perpetrarsi di violenze nella regione occidentale del Bas-Congo, nella Repubblica Democratica del Congo, dove è spesso impossibile raggiungere i feriti.
Da quando la polizia congolese ha iniziato la repressione dei membri del Bundu Dia Kongo, l’ovest della Repubblica Democratica del Congo è teatro di violenti scontri.
Il coordinamento di Medici Senza Frontiere denuncia una situazione d’urgenza, dove tutti i feriti devono essere curati, indipendentemente dalla loro appartenenza politica o religiosa.
Un comunicato dell’UNICEF riporta che la comunità delle organizzazioni umanitarie in Sudan condanna fermamente gli intollerabili attacchi nella regione di Darfur (Sudan).
Il conflitto armato mette a rischio le operazioni umanitarie e la sicurezza della popolazione.

Genocidi in Africa: “Per Non Dimenticare”

Appunto, la regione del Darfur, nel Sudan occidentale, dal 2003, è teatro di un conflitto armato che gli Stati Uniti e alcuni media e studiosi considerano come genocidio.
Un gruppo di miliziani, appoggiati dal governo, uccidono sistematicamente determinati gruppi etnici come i Fur.
Altri genocidi si sono verificati a Zanzibar, in Tanzania, con migliaia di vittime, nel 1964.
E ancora in Nigeria nel 1966, il governo centrale reagì duramente ai tentativi secessionisti del popolo Igbo, che aveva proclamato la nascita della Repubblica del Biafra.
La guerra civile e la conseguente carestia hanno causato migliaia di morti e questa immane tragedia è stata considerata un genocidio.
Nel 1994 il peggiore genocidio africano avvenne in Ruanda ad opera di milizie e bande Hutu contro la minoranza Tutsi e contro tutti coloro che erano sospettati di favorirli.
Le vittime ammontarono a circa un milione e furono spesso uccise con armi rudimentali.
Nel 1962, migliaia di Tutsi erano già stati massacrati per gli stessi motivi che avrebbero condotto al genocidio del 1994; inoltre, molteplici massacri occasionali si verificarono per tutta la seconda metà del Novecento, anche dopo il 1994.
Nei territori interessati dalla colonizzazione, numerosi popoli indigeni, anche e soprattutto in Africa, hanno subito una forte diminuzione numerica. Nel complesso, agirono diversi fattori di sterminio, come il lavoro forzato, condizioni di sfruttamento e ancora carestie naturali o provocate ed epidemie causate da nuovi agenti patogeni, introdotti dai coloni e soprattutto da cambiamenti sociali ed economici radicali, prodotti dal violento confronto fra i dominatori occidentali e i popoli colonizzati.
Il Congo è uno dei paesi più ricchi al mondo di risorse naturali: il sottosuolo ne trabocca letteralmente. Ma i suoi 66 milioni di abitanti muoiono di fame, di malattie e di stenti, senza poter usufruire di tali straordinarie ricchezze.
Del resto, rapina, saccheggio, miseria, corruzione e impunità in Congo sono sempre attuali da oltre un secolo. Da quando, nel 1885, Leopoldo II, re del Belgio, creò il cosiddetto “Stato Libero del Congo”, un elegante eufemismo per non dovere ammettere che terre, foreste, persone e risorse naturali, tutto diventava, da quel momento, esclusiva proprietà privata del re belga, si verificarono ogni sorta di eccidi. Il Belgio depredò brutalmente il Congo di materie prime. La politica del re belga Leopoldo II ha provocato la morte di 10 milioni di persone, attraverso la militarizzazione del lavoro forzato e un duro sistema di quote di produzione e crudeli punizioni, come l’amputazione degli arti.

Africa coloniale: uno dei tanti inferni che hanno anticipato Lager e Gulag

Trattando di totalitarismi e genocidi risulta necessario ampliare la riflessione storica all’epoca del colonialismo e agli altri “inferni”, “olocausti”, genocidi e pulizie etniche che precedettero il Lager e il Gulag, utilizzando tali termini per estensione.
Non è necessario raccogliere crimini e genocidi, avvenuti in epoche diverse e nei luoghi più disparati, in un’unica categoria, iscrivendoli all’interno della classificazione generica del “Male”, ancora più astratta dell’accezione di “Totalitarismo”.
Occorre, invece, invitare ad evitare facili rimozioni della memoria, sulle reali basi che sono servite alla civiltà europea e occidentale per emanciparsi e diventare tale. Come ha ricordato giustamente il filosofo Domenico Losurdo, il Novecento non è “il secolo in cui per la prima volta hanno fatto la loro apparizione i fenomeni della deportazione, del campo di concentramento, del genocidio, bensì il secolo in cui tutto questo orrore ha fatto irruzione anche in Europa”.
L’ONU ha sempre considerato le crisi di questi paesi africani, come le peggiori tragedie al mondo, ma non ha speso il proprio peso politico affinché questi stati accettino una presenza multinazionale di Pace. Questi genocidi sono avvenuti nel silenzio e nel disinteresse totale dei mezzi di comunicazione di massa occidentali.
La storia dei genocidi in Africa è marchiata dall’indifferenza dell’Occidente di fronte ad eventi percepiti come distanti dai propri interessi.
E’ necessario liberare l’Africa dall’oppressione colonialista del mondo capitalistico occidentale e restituirla agli indigeni, ai suoi abitanti, agli africani, per una gestione collettiva delle immense risorse naturali presenti nel continente.

L’ONU e la gestione della missione in Centrafrica

La Repubblica Centrafricana è ancora sconvolta dalla distruzione e dalla “guerra di religione”. L’ambasciatore americano all’ONU, Samantha Power, descrive un quadro terrificante, denunciando la distruzione di oltre 400 moschee per mano delle bande armate degli anti-balaka, per la maggior parte di religione cristiana. L’ambasciatore denuncia anche che i residenti dell’unico quartiere musulmano ancora esistente a Bangui, la Capitale della Repubblica Centrafricana, sono impauriti, terrorizzati, denutriti e necessitano di cure mediche. Inoltre la paura di uscire di casa è così forte che addirittura le donne incinte preferiscono partorire nel proprio letto, piuttosto che recarsi in ospedale. Ovunque si percepisce paura, terrore, assenza di sicurezza. L’ONU interviene con la missione chiamata Minusca, con le mansioni di corpo di pace, la cui priorità è quella di proteggere i civili, riportare nel Paese la legalità, avviarlo verso un nuovo processo politico di stabilità, democrazia e sviluppo, che lo porti a libere elezioni nei primi mesi del 2015. Ban Ki-Moon, nel suo comunicato, ha sottolineato l’importanza del ruolo della mediazione internazionale e l’assistenza dei partner internazionali, per riportare lo stato di diritto nella Repubblica Centrafricana e assicurare la tutela dei diritti umani, esprimendo un suo profondo disappunto per le incessanti violenze. Ban Ki-Moon ha lanciato un appello a tutte le parti in causa, perchè fermino gli attacchi contro la popolazione civile, chiedendo di rispettare gli accordi firmati a Brazzaville nel Luglio del 2014. In Centrafrica oltre 2 milioni di persone necessitano di assistenza umanitaria immediata. Gli sfollati e i rifugiati nei paesi confinanti ammontano a oltre 650mila unità. I Séléka, ossia i miliziani musulmani, non hanno ratificato il trattato di pace di Brazzaville. Dunque la missione ONU Minusca incontrerà molte difficoltà per disarmare tali miliziani. Le truppe ONU dovranno anche controllare le campagne, farsi consegnare le armi da tutti i gruppi belligeranti coinvolti nel conflitto e mettere sotto controllo diretto le risorse di oro e diamanti per impedire che i Séléka e gli anti- balaka, ossia le milizie cristiane, si finanzino attraverso la vendita al mercato nero delle risorse minerarie. Una crisi umanitaria di dimensioni catastrofiche. La gente muore perchè in balia delle bande armate cristiane anti-balaka e di quelle musulmane, i Séléka. Spesso si muore per fame: una delle peggiori armi in guerra. La fame non aspetta. Uccide.

Il terrorismo in Africa

Una inquietante espansione del terrorismo era uno dei principali timori e le notizie di questi giorni confermano che le preoccupazioni erano (e sono) fondate. Il riferimento è al fatto che avvenisse un collegamento geografico, politico e strategico tra le formazioni del terrorismo che operano a nord del Sahel e quelle del sud, cioè quelle del territorio dell’Africa Occidentale che si affaccia sul Golfo di Guinea.

Quel collegamento sembra ormai operativo e lo si deduce dal fatto che le formazioni che hanno rivendicato azioni nel Maghreb ora riescono anche a spingersi in realtà dove ci erano arrivate solo sporadicamente.

L’esempio eclatante di questi giorni è l’attentato in Mali, nella capitale Bamakò, al ristorante “La Terrasse”, dove sono rimasti uccisi da un commando, pare, di tre persone cinque maliani e un francese e un belga. Quell’attentato è stato rivendicato da un personaggio che ha sempre operato per la formazione Al Qaeda per il Maghreb Islamico ed ha firmato operazioni al massimo nel deserto nigerino e maliano.

Il personaggio è un certo Mokhtar Belmokhtar che aveva firmato un clamoroso attacco, con una sessantina di morti, molti stranieri nel centro gasifero di Amenas, nel remoto deserto algerino. In quell’attacco erano stati reclutati combattenti dal Niger, dalla Libia e anche dalla Nigeria.

Se si guarda una carta geografica ci si può rendere conto di cosa significhi un collegamento tra nord e sud, cioè tra Africa del Maghreb e Africa sud Saheliana: c’è una linea che collega il remoto sud della Mauritania, i deserti del Niger e del Mali, l’intersezione di quattro paesi intorno al Lago Tchad (dove opera Boko Haram), cioè Nigeria, Niger, Tchad e Camerun.

Insomma le formazioni terroristiche (pur di diversa matrice) hanno ormai realizzato un collegamento operativo che rende una vasta regione totalmente impraticabile e impercorribile dal punto di vista turistico, economico e commerciale.

Se si pensa che a nord, sulle coste del Mediterraneo, c’è il Maghreb instabile, travagliato e percorso da formazioni di tutti i tipi non si può non concludere che abbondino le ragioni per essere preoccupati.

Africa e terrorismo: il Kenia

La scena questa volta è toccata al Kenya. Ma in Africa il terrorismo è ormai una realtà assolutamente non limitata a quel tratto di costa orientale del continente al confine tra Somalia e Kenya.

Innanzi tutto i miliziani Al Shebab operano ben oltre quel tratto di costa, si può dire che tengono sotto attacco tutto il Kenya. Basta pensare al Westgate. Contro gli Shebab non l’ha avuta vinta una operazione militare di 17 mila uomini (nulla da invidiare a Restore Hope di venti anni prima, con carri armati, aerei, marina militare e droni americani).

Gli Shebab sono ancora lì e sicuramente dai loro santuari nel quartiere somalo di Nairobi, o nel campo profughi di Dadab (che è diventato la seconda città kenyana con i suoi 500 mila rifugiati della guerra in Somalia), o dai territori intorno alla città somala di Kisimayo stanno già pensando al prossimo obiettivo. Insomma il terrorismo ha ormai cambiato volto all’Africa. E, evidentemente, l’Africa per il terrorismo significa molto perché mai come oggi si può constatare un tentativo di penetrazione così agguerrito e dotato di mezzi.

Boko Haram in Nigeria nel 2009 combatteva con machete e bastoni, non aveva nessun seguito. Oggi combattenti addestrati, armi automatiche in quantità, una buona capacità logistica, esplosivo in dosi industriali e esperti capaci di usarlo con dovizia.

E che dire del Mali? Da quando le truppe francesi hanno arrestato l’avanzata dei qaedisti verso Bamako il paese non è più lo stesso. Era il paese della tolleranza ed è diventato un paese pericoloso e nonostante il dispiegamento di truppe straniere, e quelle di Parigi che non sono mai riuscite a venire via, non è mai tornato quello di prima.

E poi ci sono casi meno eclatanti ma ugualmente significativi: il Centrafrica dove i musulmani sono sempre stati una minoranza ora sono una delle parti in guerra. Nella regione dei Grandi Laghi, estranea all’Islam ora ci sono anche formazioni guerrigliere di questa matrice. E poi il Sudan, e poi Zanzibar….

Insomma l’Africa è cambiata. E in politica i cambiamenti non sono mai spontanei, quasi sempre sono teleguidati, rispondono ad interessi espressi da lobby di potere. Insomma per creare Boko Haram, per tenere in vita gli Shebab, per surgelare il Mali ci vogliono soldi. Tanti.

La domanda è: chi ce li mette? Chi investe nel terrorismo religioso? Chi ha interesse a cambiare l’Africa, chi vuole ridisegnare l’assetto geo-politico del Medio Oriente e dell’Asia Minore? Chi ha scelto gli sciiti a danno dei sunniti?

Una risposta semplice e schematica è quella che individua in questo gioco la potenza finanziaria di lobby economiche interne a paesi come il Qatar, l’Arabia Saudita, le monarchie del Golfo. Sicuramente non sono le sole perché in questi anni c’è stato l’Afghanistan e l’Iraq, e oggi c’è la Siria e la Libia.

Insomma, per restare in Africa si può dire che il continente è conteso e che il blocco degli interessi arabi, quello delle potenze emergenti asiatiche, e le vecchie potenze occidentali non hanno ancora raggiunto una intesa. E in questo gioco vale tutto, anche i colpi bassi.

La Nigeria nell’Internazionale del terrore

Boko Haram, da una locuzione hausa che letteralmente significa «l’istruzione occidentale è proibita» è un’organizzazione terroristica jihadista diffusa nel nord della Nigeria. L’organizzazione ha alla fine scelto a quale delle formazioni del terrorismo internazionale aderire. Lo ha fatto con un video scovato in rete da “site” il sito americano che monitora l’uscita sul web di rivendicazioni o proclami da parte delle formazioni del terrorismo internazionale.

A dare comunicazione di questa adesione è stato ovviamente il sanguinario leader di Boko Haram, Abubakar Shekau con le seguenti parole: “Annunciamo la nostra alleanza con il Califfato al quale obbediremo in tempi difficili e in tempi di prosperità”, ha annunciato Shekau, che poi ha continuato: “ci impegniamo perché non esiste una cura per mettere fine alle divisioni della umma (comunità dei musulmani) se non il califfato. Chiamiamo tutti i musulmani a unirsi a noi”.

Già la costituzione del Califfato era una sorta di adesione allo stato Islamico, ma Abubakar Shekau qualche settimana fa aveva già lanciato un appello ai grandi leader del terrorismo internazionale. Lo aveva fatto con il mezzo che gli è più congegnale, cioè con un altro video.

Chiamandoli fratelli in Allah, Shekau aveva lanciato un appello a tutti, cioè ad Abu Bakr Al Baghdadi, leader dello Stato Islamico, appunto, ma anche al leader dei talebani afghani, il Mullah Omar, e al leader di Al Qaeda Al Zarkawi. L’appello si proponeva di portare tutti insieme il Jihad in l’Africa e instaurare l’Umma, cioè l’unione dei territori abitati dai fedeli nei quali instaurare la comunità degli islamici.

L’annuncio di queste ore è un segnale: evidentemente a rispondere – probabilmente con promesse di aiuti, di armi e certamente anche di combattenti – è stato il leader dello Stato Islamico.

Questa affiliazione fa entrare la Nigeria nel grande gioco degli equilibri del terrorismo internazionale, ma soprattutto fa diminuire il peso specifico delle influenze interne rispetto a quelle esterne. Chi sperava che dopo le elezioni del 28 marzo Boko Haram perdesse di mordente e di aggressività si deve un po’ ricredere, probabilmente.

A pochi giorni dalle elezioni finalmente le Forze Armate nigeriane possono vantare una serie di incontestabili successi contro Boko Haram che sembrava invincibile.

L’esercito nigeriano ha annunciato di avere riconquistato cinque cittadine compresa Gamboru, la più grande. L’operazione di terra è stata condotta da truppe nigeriane ma le postazioni degli jihadisti sono state prima martellate dall’aviazione del Ciad. Poi le truppe di questo paese sono penetrate in territorio nigeriano con una colonna di carri armati e blindati e solo dopo avere aperto la strada l’esercito nigeriano ha potuto “conquistare” la città.

Si tratta, comunque, di un importante successo per il presidente uscente Goodluck Jonathan che continuava a perdere consensi a favore del suo più accreditato rivale, l’ex generale ed ex dittatore Muhammadu Buhari. Di fatto per ottenere questa vittoria ci sono voluti aerei ciadiani e, a terra, duemila soldati scelti di Njamena appoggiati da carri armati e blindati; alcune migliaia di soldati camerunensi che hanno bloccato vie di fuga oltre frontiera per i miliziani di Boko Haram e diverse migliaia di soldati e blindati nigeriani.

Le forze in campo consentono di dedurre la capacità bellica di Boko Haram. Non si tratta di qualche invasato miliziano che può contare sul fervore religioso, ma di combattenti addestrati e preparati capaci di operare in situazione di guerra tradizionale e di conflitti di bassa intensità, cioè di guerriglia e terrorismo. Boko Haram, per quel che se ne sa, controlla ancora il suo califfato, un territorio grande più o meno come il Belgio. Sta mostrando di avere la capacità di compiere attacchi e attentati quotidiani e ha in mano decine di ostaggi. E’ tutt’altro che sconfitta.

E del resto, più che una sconfitta militare Boko Haram teme che dalle elezioni nigeriane possa emergere un presidente e una classe politica che ottenga il consenso delle lobby militari ed economiche occulte che hanno sostenuto la nascita e la crescita di questa setta che sarà surreale ma che ha svolto una innegabile funzione nella politica interna nigeriana.

di Laura Tussi

Articolo realizzato in collaborazione con Raffaele Masto

thanks to: peacelink

The Myth of the U.N. Creation of Israel

The U.N. General Assembly, November 29, 1947

There is a widely accepted belief that United Nations General Assembly Resolution 181 “created” Israel, based upon an understanding that this resolution partitioned Palestine or otherwise conferred legal authority or legitimacy to the declaration of the existence of the state of Israel. However, despite its popularity, this belief has no basis in fact, as a review of the resolution’s history and examination of legal principles demonstrates incontrovertibly.

Great Britain had occupied Palestine during the First World War, and in July 1922, the League of Nations issued its mandate for Palestine, which recognized the British government as the occupying power and effectively conferred to it the color of legal authority to temporarily administrate the territory.[1] On April 2, 1947, seeking to extract itself from the conflict that had arisen in Palestine between Jews and Arabs as a result of the Zionist movement to establish in Palestine a “national home for the Jewish people”,[2] the United Kingdom submitted a letter to the U.N. requesting the Secretary General “to place the question of Palestine on the Agenda of the General Assembly at its next regular Annual Session”, and requesting the Assembly “to make recommendations, under Article 10 of the Charter, concerning the future government of Palestine.”[3] To that end, on May 15, the General Assembly adopted Resolution 106, which established the U.N. Special Committee on Palestine (UNSCOP) to investigate “the question of Palestine”, to “prepare a report to the General Assembly” based upon its findings, and to “submit such proposals as it may consider appropriate for the solution of the problem of Palestine”.[4]

On September 3, UNSCOP issued its report to the General Assembly declaring its majority recommendation that Palestine be partitioned into separate Jewish and Arab states. It noted that the population of Palestine at the end of 1946 was estimated to be almost 1,846,000, with 1,203,000 Arabs (65 percent) and 608,000 Jews (33 percent). Growth of the Jewish population had been mainly the result of immigration, while growth of the Arab population had been “almost entirely” due to natural increase. It observed that there was “no clear territorial separation of Jews and Arabs by large contiguous areas”, and even in the Jaffa district, which included Tel Aviv, Arabs constituted a majority.[5] Land ownership statistics from 1945 showed that Arabs owned more land than Jews in every single district in Palestine. The district with the highest percentage of Jewish ownership was Jaffa, where 39 percent of the land was owned by Jews, compared to 47 percent owned by Arabs.[6] In the whole of Palestine at the time UNSCOP issued its report, Arabs owned 85 percent of the land,[7] while Jews owned less than 7 percent.[8]

Despite these facts, the UNSCOP proposal was that the Arab state be constituted from only 45.5 percent of the whole of Palestine, while the Jews would be awarded 55.5 percent of the total area for their state.[9] The UNSCOP report acknowledged that

With regard to the principle of self-determination, although international recognition was extended to this principle at the end of the First World War and it was adhered to with regard to the other Arab territories, at the time of the creation of the ‘A’ Mandates, it was not applied to Palestine, obviously because of the intention to make possible the creation of the Jewish National Home there. Actually, it may well be said that the Jewish National Home and the sui generis Mandate for Palestine run counter to that principle.[10]

In other words, the report explicitly recognized that the denial of Palestinian independence in order to pursue the goal of establishing a Jewish state constituted a rejection of the right of the Arab majority to self-determination. And yet, despite this recognition, UNSCOP had accepted this rejection of Arab rights as being within the bounds of a legitimate and reasonable framework for a solution.

Following the issuance of the UNSCOP report, the U.K. issued a statement declaring its agreement with the report’s recommendations, but adding that “if the Assembly should recommend a policy which is not acceptable to both Jews and Arabs, the United Kingdom Government would not feel able to implement it.”[11] The position of the Arabs had been clear from the beginning, but the Arab Higher Committee issued a statement on September 29 reiterating that “the Arabs of Palestine were determined to oppose with all the means at their disposal, any scheme that provided for segregation or partition, or that would give to a minority special and preferential status”. It instead

advocated freedom and independence for an Arab State in the whole of Palestine which would respect human rights, fundamental freedoms and equality of all persons before the law, and would protect the legitimate rights and interests of all minorities whilst guaranteeing freedom of worship and access to the Holy Places.[12]

The U.K. followed with a statement reiterating “that His Majesty’s Government could not play a major part in the implementation of a scheme that was not acceptable to both Arabs and Jews”, but adding “that they would, however, not wish to impede the implementation of a recommendation approved by the General Assembly.”[13]

The Ad Hoc Committee on the Palestinian Question was established by the General Assembly shortly after the issuance of the UNSCOP report in order to continue to study the problem and make recommendations. A sub-committee was established in turn that was tasked with examining the legal issues pertaining to the situation in Palestine, and it released the report of its findings on November 11. It observed that the UNSCOP report had accepted a basic premise “that the claims to Palestine of the Arabs and Jews both possess validity”, which was “not supported by any cogent reasons and is demonstrably against the weight of all available evidence.” With an end to the Mandate and with British withdrawal, “there is no further obstacle to the conversion of Palestine into an independent state”, which “would be the logical culmination of the objectives of the Mandate” and the Covenant of the League of Nations. It found that “the General Assembly is not competent to recommend, still less to enforce, any solution other than the recognition of the independence of Palestine, and that the settlement of the future government of Palestine is a matter solely for the people of Palestine.” It concluded that “no further discussion of the Palestine problem seems to be necessary or appropriate, and this item should be struck off the agenda of the General Assembly”, but that if there was a dispute on that point, “it would be essential to obtain the advisory opinion of the International Court of Justice on this issue”, as had already been requested by several of the Arab states. It concluded further that the partition plan was “contrary to the principles of the Charter, and the United Nations have no power to give effect to it.” The U.N. could not

deprive the majority of the people of Palestine of their territory and transfer it to the exclusive use of a minority in the country…. The United Nations Organization has no power to create a new State. Such a decision can only be taken by the free will of the people of the territories in question. That condition is not fulfilled in the case of the majority proposal, as it involves the establishment of a Jewish State in complete disregard of the wishes and interests of the Arabs of Palestine.[14]

Nevertheless, the General Assembly passed Resolution 181 on November 29, with 33 votes in favor to 13 votes against, and 10 abstentions.[15] The relevant text of the resolution stated:

The General Assembly….

Recommends to the United Kingdom, as the mandatory Power for Palestine, and to all other Members of the United Nations the adoption and implementation, with regard to the future government of Palestine, of the Plan of Partition with Economic Union set out below;

Requests that

(a) The Security Council take the necessary measure as provided for in the plan for its implementation;

(b) The Security Council consider, if circumstances during the transitional period require such consideration, whether the situation in Palestine constitutes a threat to the peace. If it decides that such a threat exists, and in order to maintain international peace and security, the Security Council should supplement the authorization of the General Assembly by taking measure, under Articles 39 and 41 of the Charter, to empower the United Nations Commission, as provided in this resolution, to exercise in Palestine the functions which are assigned to it by this resolution;

(c) The Security Council determine as a threat to the peace, breach of the peace or act of aggression, in accordance with Article 39 of the Charter, any attempt to alter by force the settlement envisaged by this resolution;

(d) The Trusteeship Council be informed of the responsibilities envisaged for it in this plan;

Calls upon the inhabitants of Palestine to take such steps as may be necessary on their part to put this plan into effect;

Appeals to all Governments and all peoples to refrain from taking action which might hamper or delay the carrying out of these recommendations….[16]

A simple reading of the text is enough to show that the resolution did not partition Palestine or offer any legal basis for doing so. It merely recommended that the partition plan be implemented and requested the Security Council to take up the matter from there. It called upon the inhabitants of Palestine to accept the plan, but they were certainly under no obligation to do so.

A Plan Never Implemented

The matter was thus taken up by the Security Council, where, on December 9, the Syrian representative to the U.N., Faris El-Khouri, observed that “the General Assembly is not a world government which can dictate orders, partition countries or impose constitutions, rules, regulations and treaties on people without their consent.” When the Soviet representative Andrei Gromyko stated his government’s opposing view that “The resolution of the General Assembly should be implemented” by the Security Council, El-Khouri replied by noting further that

Certain paragraphs of the resolution of the General Assembly which concern the Security Council are referred to the Council, namely, paragraphs (a), (b) and (c), outlining the functions of the Security Council in respect of the Palestinian question. All of the members of the Security Council are familiar with the Council’s functions, which are well defined and clearly stated in the Charter of the United Nations. I do not believe that the resolution of the General Assembly can add to or delete from these functions. The recommendations of the General Assembly are well known to be recommendations, and Member States are not required by force to accept them. Member States may or may not accept them, and the same applies to the Security Council. [17]

On February 6, 1948, the Arab Higher Committee again communicated to the U.N. Secretary General its position that the partition plan was “contrary to the letter and spirit of the United Nations Charter”. The U.N. “has no jurisdiction to order or recommend the partition of Palestine. There is nothing in the Charter to warrant such authority, consequently the recommendation of partition is ultra vires and therefore null and void.” Additionally, the Arab Higher Committee noted that

The Arab Delegations submitted proposals in the Ad Hoc Committee in order to refer the whole legal issue raised for a ruling by the International Court of Justice. The said proposals were never put to vote by the president in the Assembly. The United Nations is an International body entrusted with the task of enforcing peace and justice in international affairs. How would there be any confidence in such a body if it bluntly and unreasonably refuses to refer such a dispute to the International Court of Justice?

“The Arabs of Palestine will never recognize the validity of the extorted partition recommendations or the authority of the United Nations to make them”, the Arab Higher Committee declared, and they would “consider that any attempt by the Jews or any power or group of powers to establish a Jewish State in Arab territory is an act of aggression which will be resisted in self-defense by force.”[18]

On February 16, the U.N. Palestine Commission, tasked by the General Assembly to prepare for the transfer of authority from the Mandatory Power to the successor governments under the partition plan, issued its first report to the Security Council. It concluded on the basis of the Arab rejection that it “finds itself confronted with an attempt to defect its purposes, and to nullify the resolution of the General Assembly”, and calling upon the Security Council to provide an armed force “which alone would enable the Commission to discharge its responsibilities on the termination of the Mandate”. In effect, the Palestine Commission had determined that the partition plan should be implemented against the will of the majority population of Palestine by force.[19]

In response to that suggestion, Colombia submitted a draft Security Council resolution noting that the U.N. Charter did “not authorize the Security Council to create special forces for the purposes indicated by the United Nations Palestine Commission”.[20] The U.S. delegate, Warren Austin, similarly stated at the 253rd meeting of the Security Council on February 24 that

The Security Council is authorized to take forceful measures with respect to Palestine to remove a threat to international peace. The Charter of the United Nations does not empower the Security Council to enforce a political settlement whether it is pursuant to a recommendation of the General Assembly or of the Security Council itself. What this means is this: The Security Council, under the Charter, can take action to prevent aggression against Palestine from outside. The Security Council, by these same powers, can take action to prevent a threat to international peace and security from inside Palestine. But this action must be directed solely to the maintenance of international peace. The Security Council’s action, in other words, is directed to keeping the peace and not to enforcing partition.[21]

The United States nevertheless submitted its own draft text more ambiguously accepting the requests of the Palestine Commission “subject to the authority of the Security Council under the Charter”.[22] Faris El-Khouri objected to the U.S. draft on the grounds that “before accepting these three requests, it is our duty to ascertain whether they are or are not within the framework of the Security Council as limited by the Charter. If it is found that they are not, we should decline to accept them.” He recalled Austin’s own statement on the lack of authority of the Security Council, saying, “It would follow from this undeniable fact that any recommendation on a political settlement can be implemented only if the parties concerned willingly accept and complement it.” Furthermore, “the partition plan itself constitutes a threat to the peace, being openly rejected by all those at whose expense it was to be executed.”[23] Austin in turn explained the intent of the U.S. draft that its acceptance of Resolution 181 is

subject to the limitation that armed force cannot be used for implementation of the plan, because the Charter limits the use of United Nations force expressly to threats to and breaches of the peace and aggression affecting international peace. Therefore, we must interpret the General Assembly resolution as meaning that the United Nations measures to implement this resolution are peaceful measures.

Moreover, explained Austin, the U.S. draft

does not authorize use of enforcement under Articles 39 and 41 of the Charter to empower the United Nations Commission to exercise in Palestine the functions which are assigned to it by the resolution, because the Charter does not authorize either the General Assembly or the Security Council to do any such thing.[24]

When the Security Council did finally adopt a resolution on March 5, it merely made a note of “Having received General Assembly resolution 181″ and the first monthly Palestine Commission report, and resolved

to call on the permanent members of the Council to consult and to inform the Security Council regarding the situation with respect to Palestine and to make, as the result of such consultations, recommendations to it regarding the guidance and instructions which the Council might usefully give to the Palestine Commission with a view to implementing the resolution of the General Assembly.[25]

During further debates at the Security Council over how to proceed, Austin observed that it had become “clear that the Security Council is not prepared to go ahead with efforts to implement this plan in the existing situation.” At the same time, it was clear that the U.K.’s announced termination of the Mandate on May 15 “would result, in the light of information now available, in chaos, heavy fighting and much loss of life in Palestine.” The U.N. could not permit this, he said, and the Security Council had the responsibility and authority under the Charter to act to prevent such a threat to the peace. The U.S. also proposed establishing a Trusteeship over Palestine to give further opportunity to the Jews and Arabs to reach a mutual agreement. Pending the convening of a special session of the General Assembly to that end, “we believe that the Security Council should instruct the Palestine Commission to suspend its efforts to implement the proposed partition plan.”[26]

The Security Council President, speaking as the representative from China, responded: “The United Nations was created mainly for the maintenance of international peace. It would be tragic indeed if the United Nations, by attempting a political settlement, should be the cause of war. For these reasons, my delegation supports the general principles of the proposal of the United States delegation.”[27] At a further meeting of the Security Council, the Canadian delegate stated that the partition plan “is based on a number of important assumptions”, the first of which was that “it was assumed that the two communities in Palestine would co-operate in putting into effect the solution to the Palestine problem which was recommended by the General Assembly.”[28] The French delegate, while declining to extend either approval for or disapproval of the U.S. proposal, observed that it would allow for any number of alternative solutions from the partition plan, including “a single State with sufficient guarantees for minorities”.[29] The representative from the Jewish Agency for Palestine read a statement categorically rejecting “any plan to set up a trusteeship regime for Palestine”, which “would necessarily entail a denial of the Jewish right to national independence.”[30]

Mindful of the worsening situation in Palestine, and wishing to avoid further debate, the U.S. proposed another draft resolution calling for a truce between Jewish and Arab armed groups that Austin noted “would not prejudice the claims of either group” and which “does not mention trusteeship.”[31] It was adopted as Resolution 43 on April 1.[32] Resolution 44 was also passed the same day requesting “the Secretary-General, in accordance with Article 20 of the United Nations Charter, to convoke a special session of the General Assembly to consider further the question of the future government of Palestine.”[33] Resolution 46 reiterated the Security Council’s call for the cessation of hostilities in Palestine,[34] and Resolution 48 established a “Truce Commission” to further the goal of implementing its resolutions calling for an end to the violence.[35]

On May 14, the Zionist leadership unilaterally declared the existence of the State of Israel, citing Resolution 181 as constituting “recognition by the United Nations of the right of the Jewish people to establish their State”.[36] As anticipated, war ensued.

The Authority of the U.N. with Regard to Partition

Chapter 1, Article 1 of the U.N. Charter defines its purposes and principles, which are to “maintain international peace and security”, to “develop friendly relations among nations based on respect for the principle of equal rights and self-determination of peoples”, and to “achieve international co-operation” on various issues and “promoting and encouraging respect for human rights and for fundamental freedoms for all”.

The functions and powers of the General Assembly are listed under Chapter IV, Articles 10 through 17. It is tasked to initiate studies and make recommendations to promote international cooperation and the development of international law, to receive reports from the Security Council and other organs of the U.N., and to consider and approve the organization’s budget. It is also tasked with performing functions under the international trusteeship system. Its authority is otherwise limited to considering and discussing matters within the scope of the Charter, making recommendations to Member States or the Security Council, or calling attention of matters to the Security Council.

Chapter V, Articles 24 through 26, states the functions and powers of the Security Council.  It is tasked with maintaining peace and security in accordance with the purposes and principles of the U.N. The specific powers granted to the Security Council are stated in Chapters VI, VII, VIII, and XII. Under Chapter VI, the Security Council may call upon parties to settle disputes by peaceful means, investigate, and make a determination as to whether a dispute or situation constitutes a threat to peace and security. It may recommend appropriate procedures to resolve disputes, taking into consideration that “legal disputes should as a general rule be referred by the parties to the International Court of Justice”. Under Chapter VII, the Security Council may determine the existence of a threat to peace and make recommendations or decide what measures are to be taken to maintain or restore peace and security. It may call upon concerned parties to take provisional measures “without prejudice to the rights, claims, or position of the parties concerned.” It may call upon member states to employ “measures not involving the use of armed force” to apply such measures. Should such measures be inadequate, it may authorize the use of armed forces “to maintain or restore international peace and security”. Chapter VIII states that the Security Council “shall encourage the development of pacific settlements of local disputes” through regional arrangements or agencies, and utilize such to enforce actions under its authority.

The functions and powers of the International Trusteeship System are listed under Chapter XII, Articles 75 through 85. The purpose of the system is to administer and supervise territories placed therein by agreement with the goal of “development towards self-government or independence as may be appropriate to the particular circumstances of each territory and its peoples and the freely expressed wishes of the peoples concerned”. The system is to operate in accordance with the purposes of the U.N. stated in Article 1, including respect for the right of self-determination. The General Assembly is tasked with all functions “not designated as strategic”, which are designated to the Security Council. A Trusteeship Council is established to assist the General Assembly and the Security Council to perform their functions under the system.

Chapter XIII, Article 87 states the functions and powers of the Trusteeship Council, which are shared by the General Assembly. Authority is granted to consider reports, accept and examine petitions, provide for visits to trust territories, and “take these and other actions in conformity with the terms of the trusteeship agreements.”

Another relevant section is Chapter XI, entitled the “Declaration Regarding Non-Self-Governing Territories”, which states that

Members of the United Nations which have or assume responsibilities for the administration of territories whose peoples have not yet attained a full measure of self-government recognize the principle that the interests of the inhabitants of these territories are paramount, and accept as a sacred trust the obligation to promote to the utmost, within the system of international peace and security established by the present Charter, the well-being of the inhabitants of these territories…

To that end, Member states are “to develop self-government, to take due account of the political aspirations of the peoples, and to assist them in the progressive development of their free political institutions”.

Conclusion

The partition plan put forth by UNSCOP sought to create within Palestine a Jewish state contrary to the express will of the majority of its inhabitants. Despite constituting only a third of the population and owning less than 7 percent of the land, it sought to grant to the Jews more than half of Palestine for purpose of creating that Jewish state. It would, in other words, take land from the Arabs and give it to the Jews. The inherent injustice of the partition plan stands in stark contrast to alternative plan proposed by the Arabs, of an independent state of Palestine in which the rights of the Jewish minority would be recognized and respected, and which would afford the Jewish population representation in a democratic government. The partition plan was blatantly prejudicial to the rights of the majority Arab population, and was premised on the rejection of their right to self-determination. This is all the more uncontroversial inasmuch as the UNSCOP report itself explicitly acknowledged that the proposal to create a Jewish state in Palestine was contrary to the principle of self-determination. The plan was also premised upon the erroneous assumption that the Arabs would simply acquiesce to having their land taken from them and voluntarily surrender their majority rights, including their right to self-determination.

U.N. General Assembly Resolution 181 neither legally partitioned Palestine nor conferred upon the Zionist leadership any legal authority to unilaterally declare the existence of the Jewish state of Israel. It merely recommended that the UNSCOP partition plan be accepted and implemented by the concerned parties. Naturally, to have any weight of law, the plan, like any contract, would have to have been formally agreed upon by both parties, which it was not. Nor could the General Assembly have legally partitioned Palestine or otherwise conferred legal authority for the creation of Israel to the Zionist leadership, as it simply had no such authority to confer. When the Security Council took up the matter referred to it by the General Assembly, it could come to no consensus on how to proceed with implementing the partition plan. It being apparent that the plan could not be implemented by peaceful means, the suggestion that it be implemented by force was rejected by members of the Security Council. The simple fact of the matter is that the plan was never implemented. Numerous delegates from member states, including the U.S., arrived at the conclusion that the plan was impracticable, and, furthermore, that the Security Council had no authority to implement such a plan except by mutual consent by concerned parties, which was absent in this case.

The U.S., Syria, and other member nations were correct in their observations that, while the Security Council did have authority to declare a threat to the peace and authorize the use of force to deal with that and maintain or restore peace and security, it did not have any authority to implement by force a plan to partition Palestine contrary to the will of most of its inhabitants. Any attempt to usurp such authority by either the General Assembly or the Security Council would have been a prima facie violation of the Charter’s founding principle of respect for the right to self-determination of all peoples, and thus null and void under international law.

In sum, the popular claim that the U.N. “created” Israel is a myth, and Israel’s own claim in its founding document that U.N. Resolution 181 constituted legal authority for Israel’s creation, or otherwise constituted “recognition” by the U.N. of the “right” of the Zionist Jews to expropriate for themselves Arab land and deny to the majority Arab population of that land their own right to self-determination, is a patent fraud.

Further corollaries may be drawn. The disaster inflicted upon Palestine was not inevitable. The U.N. was created for the purpose of preventing such catastrophes. Yet it failed miserably to do so, on numerous counts. It failed in its duty to refer the legal questions of the claims to Palestine to the International Court of Justice, despite requests from member states to do so. It failed to use all means within its authority, including the use of armed forces, to maintain peace and prevent the war that was predicted would occur upon the termination of the Mandate. And most importantly, far from upholding its founding principles, the U.N. effectively acted to preventthe establishment of an independent and democratic state of Palestine, in direct violation of the principles of its own Charter. The consequences of these and other failures are still witnessed by the world today on a daily basis. Recognition of the grave injustice perpetrated against the Palestinian people in this regard and dispelling such historical myths is essential if a way forward towards peace and reconciliation is to be found.

References

[1] The Palestine Mandate of the Council of the League of Nations, July 24, 1922, http://avalon.law.yale.edu/20th_century/palmanda.asp.

[2] Great Britain had contributed to the conflict by making contradictory promises to both Jews and Arabs, including a declaration approved by the British Cabinet that read, “His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine, or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country.” This declaration was delivered by Foreign Secretary Arthur James Balfour to representative of the Zionist movement Lord Lionel Walter Rothschild in a letter on November 2, 1917, and thus came to be known as “The Balfour Declaration”, http://avalon.law.yale.edu/20th_century/balfour.asp.

[3] Letter from the United Kingdom Delegation to the United Nations to the U.N. Secretary-General, April 2, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/87aaa6be8a3a7015802564ad0037ef57?OpenDocument.

[4] U.N. General Assembly Resolution 106, May 15, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/f5a49e57095c35b685256bcf0075d9c2?OpenDocument.

[5] United Nations Special Committee on Palestine Report to the General Assembly, September 3, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/07175de9fa2de563852568d3006e10f3?OpenDocument.

[6] “Palestine Land Ownership by Sub-Districts (1945)”, United Nations, August 1950, http://domino.un.org/maps/m0094.jpg. The map was prepared on the instructions of Sub-Committee 2 of the Ad Hoc Committee on the Palestinian question and presented as Map No. 94(b). Statistics were as follows (Arab/Jewish land ownership in percentages): Safad: 68/18; Acre: 87/3; Tiberias: 51/38; Haifa: 42/35; Nazareth: 52/28; Beisan: 44/34; Jenin: 84/1, Tulkarm: 78/17; Nablus: 87/1; Jaffa: 47/39; Ramle: 77/14; Ramallah: 99/less than 1; Jerusalem: 84/2; Gaza: 75/4; Hebron: 96/less than 1; Beersheeba: 15/less than 1.

[7] UNSCOP Report.

[8] Walid Khalidi, “Revisiting the UNGA Partition Resolution”, Journal of Palestine Studies XXVII, no. 1 (Autumn 1997), p. 11, http://www.palestine-studies.org/enakba/diplomacy/Khalidi,%20Revisiting%20the%201947%20UN%20Partition%20Resolution.pdf. Edward W. Said, The Question of Palestine (New York: Vintage Books Edition, 1992), pp. 23, 98.

[9] Khalidi, p. 11.

[10] UNSCOP Report.

[11] “U.K. Accepts UNSCOP General Recommendations; Will Not Implement Policy Unacceptable by Both Arabs and Jews”, Press Release, Ad Hoc Committee on Palestinian Question 2nd Meeting, September 26, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/ecb5eae2e1d29ed08525686d00529256?OpenDocument.

[12] “The Arab Case Stated by Mr. Jamal Husseini”, Press Release, Ad Hoc Committee on Palestinian Question 3rd Meeting, United Nations, September 29, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/a8c17fca1b8cf5338525691b0063f769?OpenDocument.

[13] “Palestine Committee Hears U.K. Stand and Adjourns; Sub-Committees Meet”, Press Release, Ad Hoc Committee on Palestine 24th Meeting, United Nations, November 20, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/12966c9f443583e085256a7200661aab?OpenDocument.

[14] “Ad Hoc Committee on the Palestinian Question Report of Sub-Committee 2″, United Nations, November 11 1947, http://unispal.un.org/pdfs/AAC1432.pdf.

[15] United Nations General Assembly 128th Plenary Meeting, United Nations, November 29, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/46815f76b9d9270085256ce600522c9e?OpenDocument.

[16] United Nations General Assembly Resolution 181, November 29, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/7f0af2bd897689b785256c330061d253?OpenDocument.

[17] United Nations Security Council 222nd Meeting, December 9, 1947, http://unispal.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/ce37bc968122a33985256e6900649bf6?OpenDocument.

[18] “First Special Report to the Security Council: The Problem of Security in Palestine”, United Nations Palestine Commission, February 16, 1948, http://domino.un.org/unispal.nsf/5ba47a5c6cef541b802563e000493b8c/fdf734eb76c39d6385256c4c004cdba7?OpenDocument.

[19] Ibid.

[20] Draft Resolution on the Palestinian Question Submitted by the Representative of Colombia at the 254th Meeting of the Security Council, February 24, 1948, http://unispal.un.org/pdfs/S684.pdf.

[21] U.N. Security Council 253rd Meeting (S/PV.253), February 24, 1948, http://documents.un.org.

[22] Draft Resolution on the Palestinian Question Submitted by the Representative of the United States at the Two Hundred and Fifty Fifth Meeting of the Security Council, February 25, 1948, http://unispal.un.org/pdfs/S685.pdf.

[23] United Nations Security Council 260th Meeting, March 2, 1948, http://domino.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/fcbe849f43cbb7158525764f00537dcb?OpenDocument.

[24] Ibid.

[25] United Nations Security Council Resolution 42, March 5, 1948, http://domino.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/d0f3291a30a2bc30852560ba006cfb88?OpenDocument.

[26] U.N. Security Council 271st Meeting, March 19, 1948, http://domino.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/5072db486adf13d0802564ad00394160?OpenDocument.

[27] Ibid.

[28] United Nations Security Council 274th Meeting, March 24, 1948, http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/NL4/812/32/PDF/NL481232.pdf?OpenElement.

[29] Ibid. [30] Ibid.

[31] United Nations Security Council 275th Meeting, March 30, 1948, http://daccess-dds-ny.un.org/doc/UNDOC/GEN/NL4/812/32/PDF/NL481232.pdf?OpenElement.

[32] United Nations Security Council Resolution 43, April 1, 1948, http://domino.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/676bb71de92db89b852560ba006748d4?OpenDocument.

[33] United Nations Security Council Resolution 44, April 1, 1948, http://domino.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/1b13eb4af9118629852560ba0067c5ad?OpenDocument.

[34] United Nations Security Council Resolution 46, April 17, 1948, http://domino.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/9612b691fc54f280852560ba006da8c8?OpenDocument.

[35] United Nations Security Council Resolution 48, April 23, 1948, http://domino.un.org/unispal.nsf/9a798adbf322aff38525617b006d88d7/d9c60b4a589766af852560ba006ddd95?OpenDocument.

[36] The Declaration of the Establishment of the State of Israel, May 14, 1948, http://www.mfa.gov.il/mfa/peace%20process/guide%20to%20the%20peace%20process/declaration%20of%20establishment%20of%20state%20of%20israel.

thanks to: Jeremy R. Hammond

Behind the Balfour Declaration – Britain’s Great War Pledge To Lord Rothschild

By Robert John

Acknowledgements

To Benjamin H. Freedman, who committed himself to finding and telling the facts about Zionism and Communism. and encouraged others to do the same. The son of one of the founders of the American Jewish Committee, which for many years was anti-Zionist, Ben Freedman founded the League for Peace with Justice in Palestine in 1946. He gave me copies of materials on the Balfour Declaration which I might never have found on my own and encouraged my own research. (He died in April 1984.)

The Institute for Historical Review is providing means for the better understanding of the events of our time.

Attempts to review historical records impartially often reveal that blame, culpability, or dishonor are not to be attached wholly to one side in the conflicts of the last hundred years. To seek to untangle fact from propaganda is a worthy study, for it increases understanding of how we got where we are and it should help people resist exploitation by powerful and destructive interests in the present and future, by exposing their working in the past.

May I recommend to the Nobel Prize Committee that when the influence of this organization’s historical review and search for truth has prevailed the societies of its contributors — say about 5 years or less from now — that they consider the IHR for the Nobel Peace Prize.

Regrettably, some of the company in that award would be hard to bear!


The Balfour Declaration may be the most extraordinary document produced by any Government in world history. It took the form of a letter from the Government of His Britannic Majesty King George the Fifth, the Government of the largest empire the world has even known, on which — once upon a time — the sun never set; a letter to an international financier of the banking house of Rothschild who had been made a peer of the realm.

Arthur Koestler wrote that in the letter “one nation solemnly promised to a second nation the country of a third.” More than that, the country was still part of the Empire of a fourth, namely Turkey.

It read:

Foreign Office, November 2nd,1917

Dear Lord Rothschild,

I have much pleasure in conveying to you on behalf of His Majesty’s Government the following declaration of sympathy with Jewish Zionist aspirations, which has been submitted to and approved by the Cabinet:

“His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, and will use their best endeavours to facilitate the achievement of this object, it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed by Jews in any other country.”

I should be grateful if you would bring this Declaration to the knowledge of the Zionist Federation.

Yours sincerely,

Arthur James Balfour.[1]

It was decided by Lord Allenby that the “Declaration” should not then be published in Palestine where his forces were still south of the Gaza-Beersheba line. This was not done until after the establishment of the Civil Administration in 1920.

Then why was the “Declaration” made a year before the end of what was called The Great War?

“The people” were told at the time that it was given as a return for a debt of gratitude which they were supposed to owe to the Zionist leader (and first President of Israel), Chaim Weizman, a Russian-born immigrant to Britain from Germany who was said to have invented a process of fermentation of horse chestnuts into scarce acetone for production of high explosives by the Ministry of Munitions.

This horse chestnut propaganda production was not dislodged from the mass mind by the short bursts of another story which was used officially between the World Wars.

So let us dig into the records and bury the chestnuts forever.

To know where to explore we must stand back from the event and look over some parts of the relevant historical background. The terrain is extensive and the mud deep, so I shall try to proceed by pointing out markers.

Herzl on the Jewish Problem

Support for a “national home” for the Jews in Palestine from the government of the greatest empire in the world was in part a fulfillment of the efforts and scheming of Theodore Herzl (1860-1904), descendant of Sephardim (on his rich father’s side) who had published Der Judenstaat (The Jewish State) in Vienna in l896. It outlined the factors which he believed had created a universal Jewish problem, and offered a program to regulate it through the exodus of unhappy and unwanted Jews to an autonomous territory of their own in a national-socialist setting.

Herzl offered a focus for a Zionist movement founded in Odessa in 1881, which spread rapidly through the Jewish communities of Russia, and small branches which had sprung up in Germany, England and elsewhere. Though “Zion” referred to a geographical location, it functioned as a utopian conception in the myths of traditionalists, modernists and Zionists alike. It was the reverse of everything rejected in the actual Jewish situation in the “Dispersion,” whether oppression or assimilation.

In his diary Herzl describes submitting his draft proposals to the Rothschild Family Council, noting: “I bring to the Rothschilds and the big Jews their historical mission. I shall welcome all men of goodwill — we must be united — and crush all those of bad.” [2]

He read his manuscript “Addressed to the Rothschilds” to a friend, Meyer-Cohn, who said,

Up till now I have believed that we are not a nation — but more than a nation. I believed that we have the historic mission of being the exponents of universalism among the nations and therefore were more than a people identified with a specific land.

Herzl replied:

Nothing prevents us from being and remaining the exponents of a united humanity, when we have a country of our own. To fulfill this mission we do not have to remain literally planted among the nations who hate and despite us. If, in our present circumstances, we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.” [2a]

In this era, there were a number of Christians and Messianic groups who looked for a Jewish “return.” One of these was the Protestant chaplain at the British Embassy in Vienna, who had published a book in 1882: The Restoration of the Jews to Palestine According to the Prophets. Through him, Herzl obtained an audience of the Grand Duke of Baden, and as they waited for their appointment to go to the castle, Herzl said to Chaplain Hechler, ”When I go to Jerusalem I shall take you with me.”

The Duke gave Herzl’s proposal his consideration, and agreed to Herzl’s request that he might refer to it in his meetings outside of Baden. He then used this to open his way to higher levels of power.

Through intermediaries, he endeavoured to ingratiate himself with the Sultan of Turkey by activities designed to reduce the agitation by émigré Armenian committees in London and Brussels for Turkish reforms and cessation of oppression [A] and started a press campaign to calm public opinion in London on the Armenian question. But when offered money for Palestine, the Sultan replied that his people had won their Empire with blood, and owned it. ”The Jews may spend their millions. When my Empire is divided, perhaps they will get Palestine for nothing. But only our corpse can be divided. I will never consent to vivisection. ” [2b]

Herzl met the Papal Nuncio in Vienna and promised the exclusion of Jerusalem, Bethlehem and Nazareth from the Jewish state. He started a Zionist newspaper, Die Welt, and was delighted to hear from the United States that a group of rabbis headed by Dr. Gustave Gottheil favored a Zionist movement. All this, and more, in a few months.

It was Herzl who created the first Zionist Congress at Basel, Switzerland, 29-31 August 1897, [B] There were 197 “delegates”; some were orthodox, some nationalist, liberal, atheist, culturalist, anarchist, socialist and some capitalist.

”We want to lay the foundation stone of the house which is to shelter the Jewish nation,” and ”Zionism seeks to obtain for the Jewish people a publicly recognized, legally secured homeland in Palestine.” declared Herzl. And his anti-assimilationist dictum that “Zionism is a return to the Jewish fold even before it is a return to the Jewish land,” was an expression of his own experience which was extended into the official platform of Zionisn as the aim of “strengthening the Jewish national sentiment and national consciousness.” [3]

Another leading figure who addressed the Congress was Max Nordau, a Hungarian Jewish physician and author, who delivered a polemic against assimilated Jews. “For the first time the Jewish problem was presented forcefully before a European forum,” wrote Weizmann. But the Russian Jews thought Herzl was patronizing them as Askenazim. They found his “western dignity did not sit well with our Russian-Jewish realism; and without wanting to, we could not help irritating him.” [4]

As a result of the Congress, the “Basic Protocol,” keystone of the world Zionist movement, was adopted as follows:

Zionism strives to create for the Jewish people a home in Palestine secured by public law. The Congress contemplates the following means to the attainment of this end:

1. The promotion on suitable lines of the colonization of Palestine by Jewish agricultural and industrial workers.

2. The organization and binding together of the whole of Jewry by means of appropriate institutions, local and international, in accordance with the laws of each country.

3. The strengthening and fostering of Jewish national sentiment and consciousness.

4. Preparatory steps towards obtaining Government consent where necessary to the attainment of the aim of Zionism.[5]

The British Chovevei-Zion Association declined an invitation to be represented at the Congress, and the Executive Committee of the Association of Rabbis in Germany protested that:

1. The efforts of so-called Zionists to found a Jewish national state in Palestine contradict the messianic promise of Judaism as contained in the Holy Writ and in later religious sources.

2. Judaism obligates its adherents to serve with all devotion the Fatherland to which they belong, and to further its national interests with all their heart and with all their strength.

3. However, those noble aims directed toward the colonization of Palestine by Jewish peasants and farmers are not in contradiction to these obligations, because they have no relation whatsoever to the founding of a national state.[6]

In conversation with a delegate at the First Congress, Litman Rosenthal, Herzl said,

It may be that Turkey will refuse or be unable to understand us. This will not discourage us. We will seek other means to accomplish our end. The Orient question is now the question of the day. Sooner or later it will bring about a conflict among the nations. A European war is imminent. . The great European War must come. With my watch in hand do I await this terrible moment. After the great European war is ended the Peace Conference will assemble. We must be ready for that time. We will assuredly be called to this great conference of the nations and we must prove to them the urgent importance of a Zionist solution to the Jewish Question. We must prove to them that the problem of the Orient and Palestine is one with the problem of the Jews — both must be solved together. We must prove to them that the Jewish problem is a world problem and that a world problem must be solved by the world. And the solution must be the return of Palestine to the Jewish people.[American Jewish News, 7 March 1919]

A few months later, in a message to a Jewish conference in London, Herzl wrote “the first moment I entered the Movement my eyes were directed towards England because I saw that by reason of the general situation of things there it was the Archimedean point where the lever could be applied.” Herzl showed his desire for some foothold in England, and also perhaps his respect for London as the world’s financial center, by causing the Jewish Colonial Trust, which was to be the main financial instrument of his Movement, to be incorporated in 1899 as an English company.

Herzl was indefatigable. He offered the Sultan of Turkey help in re-organizing his financial affairs in return for assistance in Jewish settlement in Palestine.[7] To the Kaiser, who visited Palestine in 1888 and again in 1898, [C] he promised support for furthering German interests in the Near East; a similar offer was made to King Edward VII of England; and he personally promised the Pope to respect the holy places of Christendom in return for Vatican support.[D] But only from the Czar did he receive, through the Minister of the Interior, a pledge of “moral and material assistance with respect to the measures taken by the movement which would lead to a diminution of the Jewish population in Russia.” [8]

He reported his work to the Sixth Zionist Congress at Basle on 23 August 1903, but stated, “Zion is not and can never be. It is merely an expedient for colonization purposes, but, be it well understood, an expedient founded on a national and political basis.” [9]

When pressed for Jewish colonization in Palestine, the Turkish Sublime Porte offered a charter for any other Turkish territory [with acceptance by the settlers of Ottoman citizenship] which Herzl refused.[11] The British Establishment, aware of Herzl’s activities through his appearance before the Royal Commission on Alien Immigration, [E] and powerful press organs such as the Daily Chronicle and Pall Mall Gazette which were demanding a conference of the Powers to consider the Zionist program, [12] somewhat characteristically, had shown a willingness to negotiate about a Jewish colony in the Egyptian territory of El-‘Arish on the Turco-Egyptian frontier in the Sinai Peninsula. But the Egyptian Government objected to making Nile water available for irrigation; the Turkish Government, through its Commissioner in Cairo, objected; and the British Agent in Cairo, Lord Cromer, finally advised the scheme’s rejection.[13]

Meanwhile, returning from a visit to British East Africa in the Spring of 1903, Prime Minister Joseph Chamberlain put to Herzl the idea of a Jewish settlement in what was soon to become the Colony of Kenya, but through a misunderstanding Herzl believed that Uganda was intended, and it was referred to as the “Uganda scheme.” Of the part of the conversation on the El-‘Arish proposal, Herzl wrote in his diary that he had told Chamberlain that eventually we shall gain our aims “not from the goodwill but from the jealously of the Powers.” [14] With the failure of the El-‘Arish proposal, Herzl authorized the preparation of a draft scheme for settlement in East Africa. This was prepared by the legal firm of Lloyd George, Roberts and Company, on the instructions of Herzl’s go-between with the British Government, Leopold Greenberg.[15]

Herzl urged acceptance of the “Uganda scheme,” favoring it as a temporary refuge, but he was opposed from all sides, and died suddenly of heart failure on 3 July 1904. Herzl’s death rid the Zionists of an “alien,” and he was replaced by David Wolffsohn (the Litvak [F]).[16]

The “Uganda proposal” split the Zionist movement. Some who favored it formed the Jewish Territorial Organization, under the leadership of Israel Zangwill (1864-1926). For these territorialists, the renunciation of “Zion” was not generally felt as an ideological sacrifice; instead they contended that not mystical claims to “historic attachment” but present conditions should determine the location of a Jewish national homeland.[17]

In Turkey, the “Young Turk” (Committee of Union and Progress) revolution of 1908 was ostensibly a popular movement opposed to foreign influence. However, Jews and crypto-Jews known as Dunmeh had played a leading part in the Revolution.[19]

The Zionists opened a branch of the Anglo-Palestine Bank in the Turkish capital, and the bank became the headquarters of their work in the Ottoman Empire. Victor Jacobson [G] was brought from Beirut, “ostensibly to represent the Anglo-Palestine Company, but really to make Zionist propaganda among the Turkish Jews.” [20] His contacts included both political parties, discussions with Arab members of Parliament from Syria and Palestine, and a general approach to young Ottoman intellectuals through a newspaper issued by the Zionist office.[21] In Turkey, as in Germany, “Their own native Jews were resentful of the attempt to segregate them as Jews and were opposed to the intrusion of Jewish nationalism in their domestic affairs.” Though several periodicals in French “were subvened” by the Zionist-front office under Dr. Victor Jacobson, [22] (the first Zionist who aspired to be not a Zionist leader but a “career” diplomat,) and although he built up good political connections through social contacts, “always avoiding the sharpness of a direct issue, and waiting in patient oriental fashion for the insidious seed of propaganda to fructify,” [23] yet some of those engaged in the work, notably Vladimir (Zev) Jabotinsky (1880-1940), came to despair of success so long as the Ottoman Empire controlled Palestine. They henceforth pinned their hopes on its collapse.[24]

At the Tenth Zionist Congress in 1911, David Wolffsohn, who had succeeded Herzl, said in his presidential address that what the Zionists wanted was not a Jewish state but a homeland, [26] while Max Nordau denounced the “infamous traducers,” who alleged that “the Zionists … wanted to worm their way into Turkey in order to seize Palestine . It is our duty to convince (the Turks) that … they possess in the whole world no more generous and self-sacrificing friends than the Zionists.” [H][27]

The mild sympathy which the Young Turks had shown for Zionism was replaced by suspicion as growing national unrest threatened the Ottoman Empire, especially in the Balkans. Zionist policy then shifted to the Arabs, so that they might think of Zionism as a possible make-weight against the Turks. But Zionists soon observed that their reception by Arab leaders grew warmer as the Arabs were disappointed in their hopes of gaining concessions from the Turks, but cooled swiftly when these hopes revived. The more than 60 Arab parliamentary delegates in Constantinople and the newly active Arabic press kept up “a drumfire of complaints” against Jewish immigration, land purchase and settlement in Palestine.[28]

“After many years of striving, the conviction was forced upon us that we stood before a blank wall, which it was impossible for us to surmount by ordinary political means,” said Weizmann of the last pre-war Zionist Congress. But the strength of the national will forged for itself two main roads towards its goal — the gradual extension and strengthening of our Yishuv (Hebrew: literally, “settlement,” a collective name for the Jewish settlers) in Palestine and the spreading of the Zionist idea throughout the length and breadth of Jewry.[29]

The Turks were doing all they could to keep Jews out of Palestine. But this barrier was covertly surmounted, partly due to the venality of Turkish officials, [30] (as delicately put in a Zionist report — “it was always possible to get round the individual official with a little artifice”); [32] and partly to the diligence of the Russian consuls in Palestine in protecting Russian Jews and saving them from expulsion.[33]

But if Zionism were to succeed in its ambitions, Ottoman rule of Palestine must end. Arab independence could be prevented by the intervention of England and France, Germany or Russia. The Eastern Jews hated Czarist Russia. With the entente cordiale in existence, it was to be Germany or England, with the odds slightly in Britain’s favor in potential support of the Zionist aim in Palestine, as well as in military power.[I] On the other hand, Zionism was attracting some German and Austrian Jews with important financial interests and had to take into account strong Jewish anti-Zionist opinion in England.

But before Zionism had finally reckoned it could gain no special consideration in Palestine from Turkey, the correspondent of The Times was able to report in a message published 14 April 1911, of the Zionist organ Jeune Turc’s [J] “violent hostility to England” and “its germanophile enthusiasm,” and to the propaganda carried on among Turkish Jews by “German Zionist agents.” When the policy line altered, this impression in England had to be erased.[34] The concern of the majority of rich English Jews was not allayed by articles in the Jewish Chronicle, edited by Leopold Greenberg, pointing out that in the Basle program there was “not a word of any autonomous Jewish state,” [35] and in Die Welt, the official organ of the Movement, the article by Nahum Sokolow, then the General Secretary of the Zionist Organization, in which he protested that there was no truth in the allegation that Zionism aimed at the establishment of an independent Jewish State.[36] Even at the 11th Congress in 1913, Otto Warburg, speaking as chairman of the Zionist Executive, gave assurances of loyalty to Turkey, adding that in colonizing Palestine and developing its resources, Zionists would be making a valuable contribution to the progress of the Turkish Empire.[37]


[A]  A letter entered in Herzl’s diary on 15 May 1896 states that the head of the Armenian movement in London is Avetis Nazarhek, “and he directs the paper Huntchak (The Bell). He will be spoken to.”
[B]  On either side of the main doorway of the hall hung white banners with two blue stripes, and over the doorway was placed a six-pointed “Shield of David.” It was the invention of David Wolffsohn, who employed the colors of the traditional Jewish prayer shawl. Fifty years later, the combined emblems became the flag of the Zionist state. The “Shield of David” is of Assyrian origin: previously a decorative motif or magical emblem. It appeared on the heraldic flag of the Jews in Prague in 1527.
[C]  On the latter trip he was accompanied by his Empress. Their yacht, the Hohenzollern, put in at Haifa, and they were escorted to Jerusalem by 2,000 Turkish soldiers.
[D]  Pope Pius X told him that the Church could not support the return of “infidel Jews” to the Holy Land.[10]
[E]  In 1880, there were about 60,000 Jews in England. Between 1881 and 1905, there was an immigration of some 100,000 Eastern Jews. Though cut by the Aliens Bill of the Balfour Government, which became law in the summer of 1905, immigration continued so that by 1914 there was a Jewish population in England of some 300,000. A leader of the fight against the Aliens Bill and against tightening up naturalization regulations in 1903-1904 was Winston S. Churchill.[18]
[F]  The Eastern Jews referred to each other as “Litvaks” (Lithuania), “Galizianers” (Galicia), “Polaks,” “Hungarians,” and geographical regions of their ancestral origin, e.g., “Pinskers”; never by the term Jew.
[G]  (1869 — 1935). Born in the Crimea, and nurtured in the atmosphere of assimilation and revolutionary agitation in Russia, Jacobson had organized clubs and written about Zionism in Russian Jewish newspapers. After the First World War, the era of the direct and indirect bribe and the contact man gave way to one in which the interests of nationalities, represented by diplomat-attorneys, had to be met, wrote Lipsky: “In this new world into which Jacobson was thrown, he laboured with the delicacy and concentration of an artist . . working persistently and with vision to build up an interest in the cause. He had to win sympathy as well as conviction.” [25]
[H]  In the Zionist Congress of 1911, (22 years before Hitler came to power, and three years before World War I), Nordau said, “How dare the smooth talkers, the clever official blabbers, open their mouths and boast of progress … Here they hold jubilant peace conferences in which they talk against war… But the same righteous governments, who are so nobly, industriously active to establish the eternal peace, are preparing, by their own confession, complete annihilation for six million people, and there is nobody, except the doomed themselves, to raise his voice in protest although this is a worse crime than any war … ” [31]
[I]  Approximate annual expenditure for military purposes by the European Powers in the first years of the century were: France — £38,400,000; Germany — £38,000,000; Italy — £15,000,000; Russia — £43,000,000; United States — £38,300,000; Great Britain — £69,000,000 at pre-1914 values of sterling.
[J]  Its business manager was a German Jew, Sam Hochberg. Among invited contributors was the immensely wealthy Russian Jew Alexander Helphand who, as “Parvus,” was later to suggest to the German left-wing parties that Lenin and his associates be sent to Russia in 1917 to demoralize still further the beaten Russian armies.


The Great War

Until mid-1914, the surface of European diplomatic relations was placid, reflecting successfully negotiated settlements of colonial and other questions. But certain British journalists were charged by their contemporaries “that they deliberately set out to poison Anglo-German relations and to create by their scaremongering such a climate of public opinion that war between the two Great Powers became inevitable.” (The Scaremongers: The Advocacy of War and Rearmament 1896-1914, A. J. A. Morris, Routledge & Kegan Paul, 1984)

Were they paid or pure? Every anti-German diatribe in British newspapers added to German government concern as to whether it was part of a policy instigated or condoned by Downing Street. Further, there were groups in every major European country which could see only in war the possible means to further their interests or to thwart the ambitions of their rivals. This is why the assassination of Archduke Franz Ferdinand, heir-apparent to the Austro-Hungarian throne, on 28 June in Sarajevo, soon set Europe crackling with fire, a fire which naturally spread through the lines of communications to colonial territories as far away as China.

On 28 July, Austria declared war on Serbia. Germany sent an ultimatum to Russia threatening hostilities if orders for total mobilization of the Russian army and navy were not countermanded.

A telegram dated 29 July 1914 from the Czar Nicholas to the Emperor Wilhelm, proposing that the Austro-Serbian dispute should be referred to the Hague Tribunal, remained unanswered. At the same time Germany sent a message to France asking if she would remain neutral; but France, which had absorbed issue after issue of Russian railroad bonds in addition to other problems, was unequivocal in supporting Russia. Amid mounting tension and frontier violations, Germany declared war on Russia and France.

The French Chief-of-Staff, General Joseph Joffre, was prepared to march into Belgium if the Germans first violated its neutrality [38] which had been guaranteed by Britain, France, Prussia, Austria and Russia. German troops crossed the Belgian frontier (on 4 August at 8 a.m.) and the United Kingdom declared war on Germany.

First Pledge

Lord Kitchener, who had left London at 11:30 on the morning of 3 August to return to Egypt after leave, was stopped at Dover and put in charge of the War Office.[39] At the first meeting of the War Council he warned his colleagues of a long struggle which would be won not at sea but on land, for which Britain would have to raise an army of millions of men and maintain them in the field for several years.[40] When the defense of Egypt was discussed at the meeting, Winston Churchill suggested that the ideal method of defending Egypt was to attack the Gallipoli Peninsula which, if successful, would give Britain control of the Dardenelles. But this operation was very difficult, and required a large force. He preferred the alternative of a feint at Gallipoli, and a landing at Haifa or some other point on the Syrian coast.

In Turkey, the Sultan had taken the title of Khalif-al-IsIam, or supreme religious leader of Moslems everywhere, and emissaries were dispatched to Arab chiefs with instructions that in the event of Turkey being involved in the European hostilities, they were to declare a jihad, or Moslem holy war. A psychological and physical force which Kitchener of Khartoum, the avenger of General Gordon’s death, understood very well.

Kitchener planned to draw the sting of the jihad, which could affect British-Indian forces and rule in the East, by promoting an Arab revolt to be led by Hussein, who had been allowed by the Turks to assume his hereditary dignity as Sherif of Mecca and titular ruler of the Hejaz. Kitchener cabled on 13 October 1914 to his son, Abdullah, in Mecca, saying that if the Arab nation assisted England in this war, England would guarantee that no internal intervention took place in Arabia, and would give the Arabs every assistance against external aggression.

A series of letters passed between Sherif Hussein and the British Government through Sir Henry McMahon, High Commissioner for Egypt, designed to secure Arab support for the British in the Great War. One dated 24 October 1915 committed HMG to the inclusion of Palestine within the boundaries of Arab independence after the war, but excluded the area now known as Lebanon. This is clearly recognized in a secret “Memorandum on British Commitments to King Hussein” prepared for the inner group at the Peace Conference in 1919. (See Appendix) I found a copy in 1964 among the papers of the late Professor Wm. Westermann, who had been adviser on Turkish affairs to the American Delegation to the Peace Conference.

The Second Pledge

As the major ally, France’s claim to preference in parts of Syria could not be ignored. The British Foreign Minister, Sir Edward Grey, told the French Ambassador in London, Mr. Paul Gambon, on 21 October 1915, of the exchanges of correspondence with Sherif Hussein, and suggested that the two governments arrive at an understanding with their Russian ally on their future interests in the Ottoman Empire.

M. Picot was appointed French representative with Sir Mark Sykes, now Secretary of the British War Cabinet, to define the interests of their countries and to go to Russia to include that country’s views in their agreement.

In the subsequent secret discussions with Foreign Secretary Sazonov, Russia was accorded the occupation of Constantinople, both shores of the Bosporus and some parts of “Turkish” Armenia.[K] France claimed Lebanon and Syria eastwards to Mosul. Palestine did in fact have inhabitants and shrines of the Greek and Russian Orthodox and Armenian churches, and Russia at first claimed a right to the area as their protector. This was countered by Sykes-Picot and the claim was withdrawn to the extent that Russia, in consultation with the other Allies, would only participate in deciding a form of international administration for Palestine.

The Sykes-Picot Agreement was incompatible with the pledges made to the Arabs. When the Turks gave Hussein details of the Agreement after the Russian revolution, he confined his action to a formal repudiation.

Like the Hussein-McMahon Correspondence, the Tripartite Agreement made no mention of concessions to Zionism in the future disposition of Palestine, or even mention of the word “Jew.” However it is now known that before the departure of Sykes [L] for Petrograd on 27 February 1916 for discussions with Sazonov, he was approached with a plan by Herbert Samuel, who had a seat in the Cabinet as President of the Local Government Board and was strongly sympathetic to Herzl’s Zionism.[41]

The plan put forward by Samuel was in the form of a memorandum which Sykes thought prudent to commit to memory and destroy, Commenting on it, Sykes wrote to Samuel suggesting that if Belgium should assume the administration of Palestine it might be more acceptable to France as an alternative to the international administration which she wanted and the Zionists did not.[42] Of boundaries marked on a map attached to the memorandum he wrote, “By excluding Hebron and the East of the Jordan there is less to discuss with the Moslems, as the Mosque of Omar then becomes the only matter of vital importance to discuss with them and further does away with any contact with the bedouins, who never cross the river except on business. I imagine that the principal object of Zionism is the realization of the ideal of an existing center of nationality rather than boundaries or extent of territory. The moment I return I will let you know how things stand at Pd.” [43]

However, in conversations both with Sykes and the French ambassador, Sazonov was careful not to commit himself as to the extent of the Russian interest in Palestine, but made it clear that Russia would have to insist that not only the holy places, but all towns and localities in which there were religious establishments belonging to the Orthodox Church, should be placed under international administration, with a guarantee for free access to the Mediterranean.[44]

Czarist Russia would not agree to a Zionist formula for Palestine; but its days were numbered.

The Third Pledge

In 1914, the central office of the Zionist Organization and the seat of its directorate, the Zionist Executive, were in Berlin. It already had adherents in most Eastern Jewish communities, including all the countries at war, though its main strength was in Russia and Austria-Hungary.[45] Some important institutions, namely, the Jewish Colonial Trust, the Anglo-Palestine Company and the Jewish National Fund, were incorporated in England. Of the Executive, two members (Otto Warburg [M] and Arthur Hantke) were German citizens, three (Yechiel Tschlenow, Nahum Sokolow and Victor Jacobson) were Russians and one (Shmarya Levin) had recently exchanged his Russian for Austro-Hungarian nationality. The 25 members of the General Council included 12 from Germany and Austria-Hungary, 7 from Russia…Chaim Weizmann and Leopold Kessler) from England, and one each from Belgium, France, Holland and Rumania.[46]

Some prominent German Zionists associated themselves with a newly founded organization known as the Komitee fur den Osten, whose aims were: “To place at the disposal of the German Government the special knowledge of the founders and their relations with the Jews in Eastern Europe and in America, so as to contribute to the overthrow of Czarist Russia and to secure the national autonomy of the Jews.” [47]

Influential Zionists outside the Central Powers were disturbed by the activities of the K.f.d.O. and anxious for the Zionist movement not to be compromised. Weizmann’s advice was that the central office be moved from Berlin and that the conduct of Zionist affairs during the war should he entrusted to a provisional executive committee for general Zionist affairs in the United States.

At a conference in New York on 30 August 1914, this committee was set up under the chairmanship of Louis D. Brandeis, with the British-born Dr. Richard Gottheil and Jacob de Haas, Rabbi Stephen Wise and Felix Frankfurter, among his principal lieutenants. For Shmarya Levin, the representative of the Zionist Executive in the United States, and Dr. Judah Magnes, to whom the alliance of England and France with Russia seemed “unholy,” Russian czarism was the enemy against which their force should be pitted.[48] But on 1 October 1914 Gottheil, first President of the Zionist Organization of America, wrote from the Department of Semitic Languages, Columbia University, to Brandeis in Boston enclosing a memorandum on what the organization planned to seek from the belligerents, with respect to the Russian Jews:

We have got to be prepared to work under the Government of any one of the Powers … shall be glad to have any suggestion from you in regard to this memorandum, and shall be glad to know if it meets with your approval. I recognize that I ought not to have put it out without first consulting you; but the exigencies of the situation demanded immediate action. We ought to be fully prepared to take advantage of any occasion that offers itself.[49]

In a speech on 9 November, four days after Britain’s declaration of war on Turkey, Prime Minister Asquith said that the traditional eastern policy had been abandoned and the dismemberment of the Turkish Empire had become a war aim. “It is the Ottoman Government,” he declared, “and not we who have rung the death knell of Ottoman dominion not only in Europe but in Asia.” [50] The statement followed a discussion of the subject at a Cabinet meeting earlier that day, at which we know, from Herbert Samuel’s memoirs, that Lloyd George, who had been retained as legal counsel by the Zionists some years before, [51] “referred to the ultimate destiny of Palestine.” In a talk with Samuel after the meeting, Lloyd George assured him that “he was very keen to see a Jewish state established in Palestine.”

On the same day, Samuel developed the Zionist position more fully in a conversation with the Foreign Secretary, Sir Edward Grey. He spoke of Zionist aspirations for the establishment in Palestine of a Jewish state, and of the importance of its geographical position to the British Empire. Such a state, he said, ”could not be large enough to defend itself.” and it would therefore be essential that it should be by constitution, neutral. Grey asked whether Syria as a whole must necessarily go with Palestine, and Samuel replied that this was not only unnecessary but inadvisable, since it would bring in a large and unassimilable Arab population. ”It would,” he said be a great advantage if the remainder of Syria were annexed by France, as it would be far better for the state to have a European Power as a neighbor than the Turk. ” [52]

In January 1915 Samuel produced a Zionist memorandum on Palestine after discussions with Weizmann and Lloyd George. It contained arguments in favor of combining British annexation of Palestine with British support for Zionist aspirations, and ended with objections to any other solution.[53] Samuel circulated it to his colleagues in the Cabinet. Lloyd George was already a Zionist ”partisan”; Lord Haldane, to whom Weizmann had had access, wrote expressing a friendly interest; [54] though privately expressing Zionist sympathies, the Marquess of Crewe presumably did not express any views in the Cabinet on the memorandum; [55] Zionism had a strong sentimental attraction for Grey[56] but his colleagues, including his cousin Edwin Montagu, did not give him much encouragement. Prime Minister Asquith wrote: “I confess that I am not attracted by the proposed addition to our responsibilities, but it is a curious illustration of Dissy’s favorite maxim that race is everything to find this almost lyrical outburst proceeding from the well-ordered and methodical brain of H.S.” [57]

After further conversations with Lloyd George and Grey.[58] Samuel circulated a revised text to the Cabinet in the middle of March 1915.

It is not known if the memorandum was formally considered by the Cabinet, but Asquith wrote in his diary on 13 March 1915 of Samuel’s “dithyrambic memorandum” of which Lloyd George was ”the only other partisan. ” [59] Certainly, at this time, Zionist claims and aspirations were secondary to British policy towards Russia and the Arabs.

Britain, France and Germany attached considerable importance to the attitudes of Jewry towards them because money and credit were needed for the war. The international banking houses of Lazard Frères, Eugene Mayer, J. & W. Seligman, Speyer Brothers and M.M. Warburg, were all conducting major operations in the United States, as were the Rothschilds through the New York banking house of Kuhn, Loeb & Co.[N] Apart from their goodwill. the votes of America’s Jewish community of 3,000,000 were important to the issue of that country’s intervention or non-intervention in the war, and the provision of military supplies. The great majority represented the one-third of the Jews of Eastern Europe. including Russia, who had left their homelands and come to America between 1880 and 1914. Many detested Czarist Russia and wished to see it destroyed. Of these Jews, not more than 12,000 were enrolled members of the Zionist Organization.[60]

The goodwill of Jewry, and especially America’s Jews, was assessed by both sides in the war as being very important. The once-poor Eastern European Jews had achieved a dominant position in New York’s garment industry. and had become a significant political force. In 1914 they sent a Russian-born socialist to the Congress of the United States. They produced dozens of Yiddish periodicals; they patronized numerous Yiddish theatres and music halls; their sons and daughters were filling the metropolitan colleges and universities.[61]

From the beginning of the war, the German Ambassador in Washington. Count Bernstorff, was provided. by the Komitee fuer den Osten, with an adviser on Jewish Affairs (Isaac Straus); and when the head of the Zionist Agency in Constantinople appealed, in the winter of 1914, to the German Embassy to do what it could to relieve the pressure on the Jews in Palestine, it was reinforced by a similar appeal to Berlin from Bernstorff.[62] In November 1914, therefore, the German Embassy in Constantinople received instructions to recommend that the Turks sanction the re-opening of the Anglo-Palestine Company’s Bank — a key Zionist institution. In December the Embassy made representations which prevented a projected mass deportation of Jews of Russian nationality.[63] In February 1915 German influence helped to save a number of Jews in Palestine from imprisonment or expulsion, and “a dozen or twenty times” the Germans intervened with the Turks at the request of the Zionist office in Turkey, “thus saving and protecting the Yishuv.” [65] The German representations reinforced those of the American Ambassador in Turkey (Henry Morgenthau).[O][66] Moreover, both the German consulates in Palestine and the head of the German military mission there frequently exerted their influence on behalf of the Jews.[67]

German respect for Jewish goodwill enabled the Constantinople Zionist Agency from December 1914 to use the German diplomatic courier service and telegraphic code for communicating with Berlin and Palestine.[68] On 5 June 1915 Victor Jacobson was received at the German Foreign Office by the Under-Secretary of State (von Zimmerman) and regular contact commenced between the Berlin Zionist Executive (Warburg, Hantke and Jacobson) and the German Foreign Office.[69]

Zionist propagandists in Germany elaborated and publicized the idea that Turkey could become a German satellite and its Empire in Asia made wide open to German enterprise; support for “a revival of Jewish life in Palestine” would form a bastion of German influence in that part of the world.[70] This was followed by solicitation of the German Foreign Office to notify the German consuls in Palestine of the German Government’s friendly interest in Zionism. Such a course was favored by von Neurath [P] when asked by Berlin for his views in October, and in November of 1915, the text for such a document was agreed upon and circulated after the approval of the German Chancellor (Bethmann-Hollweg). It was cautiously and vaguely worded so as not to upset Turkish susceptibilities, stating to the Palestine consuls that the German Government looked favorably on “Jewish activities designed to promote the economic and cultural progress of the Jews in Turkey, and also on the immigration and settlement of Jews from other countries.” [71]

The Zionists felt that an important advance toward a firm German commitment to their aims had been made, but when the Berlin Zionist Executive pressed for a public assurance of sympathy and support, the Government told them to wait until the end of the war, when a victorious Germany would demonstrate its goodwill.[72]

When Zionist leaders in Germany met Jemal Pasha, by arrangement with the Foreign Office, during his visit to Berlin in the summer of 1917, they were told that the existing Jewish population would be treated fairly but that no further Jewish immigrants would he allowed. Jews could settle anywhere else but not in Palestine. The Turkish Government, Jemal Pasha declared, wanted no new nationality problems, nor was it prepared to antagonize the Palestinian Arabs, “who formed the majority of the population and were to a man opposed to Zionism.” [73]

A few weeks after the interview, the Berlin Zionists’ pressure was further weakened by the uncovering by Turkish Intelligence of a Zionist spy ring working for General Allenby’s Intelligence section under an Aaron Aaronssohn. “It is no wonder that the Germans, tempted as they may have been by its advantages, shrank from committing themselves to a pro-Zionist declaration.” [74]

It was fortunate for Zionism that the American Jews as a whole showed no enthusiasm for the Allied cause, wrote Stein, political secretary of the Zionist Organization from 1920 to 1929, “If they had all along been reliable friends, there would have been no need to pay them any special attention.” [75]

In 1914 the French Government had sponsored a visit to the United States by Professor Sylvain Levy and the Grand Rabbi of France with the object of influencing Jewish opinion in their favor, but without success. A year later, it tried to reply to disturbing reports from its embassy in Washington about the sympathies of American Jews [76] by sending a Jew of Hungarian origin (Professor Victor Basch) to the United States in November 1915.[77]

Ostensibly he represented the Ministry of Public Instruction, but his real mission was to influence American Jews through contact with their leaders.[78] Though armed with a message to American Jewry from Prime Minister Briand, he encountered an insuperable obstacle — the Russian alliance. “For Russia there is universal hatred and distrust … We are reproached with one thing only, the persecution of the Russian Jews, which we tolerate — a toleration which makes us accomplices … It is certain that any measures in favor of Jewish emancipation would be equivalent to a great battle lost by Germany.” [79] Basch had to report to French President Poincare the failure of his mission.[80]

At the same time that Basch had been dispatched to the United States, the French Government approved the setting up of a “Comité de propagande Francais aupres des Juifs neutres,” and Jacques Bigart, the Secretary of the Alliance Israelite, accepted a secretaryship of the Comité. Bigart suggested to Lucien Wolf, of the Jewish Conjoint Foreign Committee in London, that a similar committee be set up there. Wolf consulted the Foreign Office and was invited by Lord Robert Cecil to provide a full statement of his views.[81]

In December 1915 Wolf submitted a memorandum in which he analyzed the characteristics of the Jewish population of the United States and reached the conclusion that “the situation, though unsatisfactory, is far from unpromising.” Though disclaiming Zionism, be wrote that “In America, the Zionist organizations have lately captured Jewish opinion.” If a statement of sympathy with their aspirations were made, “I am confident they would sweep the whole of American Jewry into enthusiastic allegiance to their cause.” [82]

Early in 1916 a further memorandum was submitted to the British Foreign Office as a formal communication from the Jewish Conjoint Foreign Committee. This stated that “the London (Conjoint) and Paris Committees formed to influence Jewish opinion in neutral countries in a sense favorable to the Allies” had agreed to make representations to their respective Governments. First, the Russian Government should be urged to ease the position of their Jews by immediate concessions for national-cultural autonomy secondly, “in view of the great organized strength of the Zionists in the United States,” (in fact out of the three million Jews in the U.S. less than 12,000 had enrolled as Zionists in 1913), [83] the Allied Powers should give assurances to the Jews of facilities in Palestine for immigration and colonization, liberal local self-government for Jewish colonists, the establishment of a Jewish university, and for the recognition of Hebrew as one of the vernaculars of the land — in the event of their victory.[84]

On 9 March 1916 the Zionists were informed by the Foreign Office that “your suggested formula is receiving (Sir Edward Grey’s) careful and sympathetic attention, but it is necessary for H.M.G. to consult their Allies on the subject.” [85] A confidential memorandum was accordingly addressed to the Russian Minister of Foreign Affairs in Petrograd, to ascertain his views, though its paternity, seeing that Asquith was still Prime Minister, “remains to be discovered.” [86] No direct reply was received, but in a note addressed to the British and French ambassadors four days later, Sazonov obliquely assented, subject to guarantees for the Orthodox Church and its establishments, to raise no objection to the settlement of Jewish colonists in Palestine.[87]

Nothing came of these proposals. On 4 July the Foreign Office informed the Conjoint Committee that an official announcement of support was inopportune.[88] They must be considered alongside the Sykes-Picot Agreement being negotiated at this time, and the virtual completion of the Hussein-McMahon Correspondence by 10 March 1916, with the hope that an Arab revolt and other measures would bring victory near.

But 1916 was a disastrous year for the Allies. “In the story of the war” wrote Lloyd George,

the end of 1916 found the fortunes of the Allies at their lowest ebb. In the offensives on the western front we had lost three men for every two of the Germans we had put out of action. Over 300,000 British troops were being immobilized for lack of initiative or equipment or both by the Turks in Egypt and Mesopotamia, and for the same reason nearly 400,000 Allied soldiers were for all purposes interned in the malarial plains around Salonika.[89]

The voluntary system of enlistment was abolished, and a mass conscript army of continental pattern was adopted, something which had never before occurred in British history.[Q][90] German submarine activity in the Atlantic was formidable; nearly 11/2 million tons of merchant shipping had been sunk in 1916 alone. As for paying for the war, the Allies at first had used the huge American debts in Europe to pay for war supplies, but by 1916 the resources of J.P. Morgan and Company, the Allies’ financial and purchasing agents in the United States, were said to be nearly exhausted by increased Allied demands for American credit.[91] There was rebellion in Ireland. Lord Robert Cecil stated to the British Cabinet: “France is within measurable distance of exhaustion. The political outlook of Italy is menacing. Her finance is tottering. In Russia, there is great discouragement. She has long been on the verge of revolution. Even her man-power seems coming near its limits. ” [94]

Secretary of State Kitchener was gone — drowned when the cruiser Hampshire sank on 5 June 1916 off the Orkneys when he was on his way to Archangel and Petrograd to nip the revolution in the bud. He had a better knowledge of the Middle East than anyone else in the Cabinet. The circumstances suggest espionage and treachery. Walter Page, the U.S. Ambassador in London, entered in his diary: “There was a hope and feeling that he (Lord Kitchener) might not come back… as I make out.”

There was a stalemate on all fronts. In Britain, France and Germany, hardly a family numbered all its sons among the living. But the British public — and the French, and the German — were not allowed to know the numbers of the dead and wounded. By restricting war correspondents, the American people were not allowed to know the truth either.

The figures that are known are a recital of horrors.[R]

In these circumstances, a European tradition of negotiated peace in scores of wars, might have led to peace at the end of 1916 or early 1917.

Into this gloomy winter of 1916 walked a new figure. He was James Malcolm, [S] an Oxford educated Armenian [T] who, at the beginning of 1916, with the sanction of the British and Russian Governments, had been appointed by the Armenian Patriarch a member of the Armenian National Delegation to take charge of Armenian interests during and after the war. In this official capacity, and as adviser to the British Government on Eastern affairs, [95] he had frequent contacts with the Cabinet Office, the Foreign Office, the War Office and the French and other Allied embassies in London, and made visits to Paris for consultations with his colleagues and leading French officials. He was passionately devoted to an Allied victory which he hoped would guarantee the national freedom of the Armenians then under Turkish and Russian rule.

Sir Mark Sykes, with whom he was on terms of family friendship, told him that the Cabinet was looking anxiously for United States intervention in the war on the side of the Allies, but when asked what progress was being made in that direction, Sykes shook his head glumly, “Precious little,” he replied.

James Malcolm now suggested to Mark Sykes that the reason why previous overtures to American Jewry to support the Allies had received no attention was because the approach had been made to the wrong people. It was to the Zionist Jews that the British and French Governments should address their parleys.

“You are going the wrong way about it,” said Mr. Malcolm. “You can win the sympathy of certain politically-minded Jews everywhere, and especially in the United States, in one way only, and that is, by offering to try and secure Palestine for them.” [96]

What really weighed most heavily now with Sykes were the terms of the secret Sykes-Picot Agreement. He told Malcolm that to offer to secure Palestine for the Jews was impossible. “Malcolm insisted that there was no other way and urged a Cabinet discussion. A day or two later, Sykes told him that the matter had been mentioned to Lord Milner who had asked for further information. Malcolm pointed out the influence of Judge Brandeis of the American Supreme Court, and his strong Zionist sympathies.” [97]

In the United States, the President’s adviser, Louis D. Brandeis, a leading advocate of Zionism, had been inducted as Associate Justice of the Supreme Court on 5 June 1916. That Wilson was vulnerable was evident, in that as early as 1911, he had made known his profound interest in the Zionist idea and in Jewry.[98]

Malcolm described Wilson as being “attached to Brandeis by ties of peculiar hardness,” a cryptic reference to the story that Wilson had been blackmailed for $40,000 for some hot love letters he had written to his neighbor’s wife when he was President of Princeton. He did not have the money, and the go-between, Samuel Untermeyer, of the law firm of Guggenheim, Untermeyer & Marshall, said he would provide it if Wilson would appoint to the next vacancy on the Supreme Court a nominee selected by Mr. Untermeyer. The money was paid, the letters returned, and Brandeis had been the nominee.

Wilson had written to the Senate, where opposition to the nominee was strong: “I have known him. I have tested him by seeking his advice upon some of the most difficult and perplexing public questions about which it was necessary for me to form a judgment When Brandeis had been approved by the Senate, Wilson wrote to Henry Morgenthau: “I never signed any commission with such satisfaction.” “Relief” might have been a more appropriate word.

The fact that endorsement of Wilson’s nominee by the Senate Judiciary Committee had only been made “after hearings of unprecedented length” [99] was not important. Brandeis had the President’s ear; he was “formally concerned with the Department of State.” [100] This was the significant development, said Malcolm, which compelled a new approach to the Zionists by offering them the key to Palestine.

The British Ambassador to the United States (Sir Cecil Spring-Rice) had written from Washington in January 1914 that “a deputation came down from New York and in two days ‘fixed’ the two Houses so that the President had to renounce the idea of making a new treaty with Russia.” [101] In November 1914 he had written to the British Foreign Secretary of the German Jewish bankers who were extending credits to the German Government and were getting hold of the principal New York papers” thereby “bringing them over as much as they dare to the German side and “toiling in a solid phalanx to compass our destruction.” [102]

This anti-Russian sentiment was part of a deep concern for the well-being of Russian and Polish Jews. Brandeis wrote to his brother from Washington on 8 December 1914: “… You cannot possibly conceive the horrible sufferings of the Jews in Poland and adjacent countries. These changes of control from German to Russian and Polish anti-semitism are bringing miseries as great as the Jews ever suffered in all their exiles.” [U][103]

In a speech to the Russian Duma on 9 February (27 January Gregorian) 1915, Foreign Minister Sazonov denied the calumnious stories which, he said, were circulated by Germany, of accounts of alleged pogroms against the Jews and of wholesale murders of Jews by the Russian armies. “If the Jewish Population suffered in the war zone, that circumstance unfortunately was inevitably associated with war, and the same conditions applied in equal measure to all people living within the region of military activity.” He added to the rebuttal with accounts of hardship in areas of German military action in Poland, Belgium and Serbia.[104]

It is noteworthy that the chairman of the non-Zionist American Jewish Committee responded to an appeal by the Brandeis group that all American Jews should organize to emphasize Zionist aims in Palestine before the Great Powers in any negotiations during or at the end of the war, by dissociating his community from the suggestion that Jews of other nationalities were to be accorded special status. He said that “the very thought of the mass of the Jews of America having a voice in the matter of deciding the welfare of the Jews in the world made him shrink in horror.”[107]

The new approach to the Zionist movement by Mark Sykes with James Malcolm as preliminary interlocutor took the form of a series of meetings at Chaim Weizmann’s London house, with the knowledge and approval of the Secretary of the War Cabinet, Sir Maurice Hankey.

A Programme for a New Administration of Palestine in Accordance with the Aspirations of the Zionist Movement was issued by the English Political Committee of the Zionist Organization in October 1916, and submitted to the British Foreign Office as a basis for discussion in order to give an official character to the informal house-talks. It included the following:

(1) The Jewish Chartered Company is to have power to exercise the right of pre-emption over Crown and other lands and to acquire for its own use all or any concessions which may at any time be granted by the suzerain government or governments.

(2) The present population, being too small, too poor and too little trained to make rapid progress, requires the introduction of a new and progressive element in the population. (But the rights of minority nationalities were to be protected).

Other Points were, (3) recognition of separate Jewish nationality in Palestine; participation of the Palestine Jewish population in local self-government; (5) Jewish autonomy in purely Jewish affairs; (6) official recognition and legalization of existing Jewish institutions for colonization in Palestine.[108]

This Programme does not appear to have reached Cabinet level at the time it was issued, probably because of Asquith’s known lack of sympathy, but as recorded by Samuel Landman, the Zionist Organization was given official British facilities for its international correspondence.[109]

Lloyd George, an earnest and powerful demagogue, was now prepared to oust Asquith, his chief, by a coup de main. With the death of Kitchener in the summer of 1916, he had passed from Munitions to the War Office and he saw the top of the parliamentary tree within his grasp. In this maneuver he was powerfully aided by the newspaper proprietor Northcliffe, [V] who turned all his publications from The Times downwards to depreciate Asquith, and by the newspaper-owing M.P., Max Aitken (later Lord Beaverbrook).

With public sympathy well prepared, Lloyd George demanded virtual control of war policy. It was intended that Asquith should refuse. He did. Lloyd George resigned. Asquith also resigned to facilitate the reconstruction of the Government. The King then sent for the Conservative leader, Bonar Law, who, as prearranged, advised him to offer the premiership to Lloyd George.[110]

Asquith and Grey were out; Lloyd George and Balfour were in. With Lloyd George as Prime Minister from December 1916, Zionist relations with the British Government developed fast. Lloyd George had been legal counsel for the Zionists, and while Minister of Munitions, had had assistance from the Zionist leader Chaim Weizmann; the new Foreign Minister, Arthur Balfour, was already known for his Zionist sympathies.

The Zionists were undermining the wall between them and their Palestine objective which they had found impossible “to surmount by ordinary political means” prior to the war.[111] Herzl’s suggestion that they would get Palestine “not from the goodwill but from the jealousy of the Powers,” [112] was being made to come true.

The Zionists moved resolutely to exploit the new situation now that the Prime Minister and Foreign Secretary were their firm supporters.

Landman, in his Secret History of the Balfour Declaration, wrote:

Through General McDonogh, Director of Military Operations, who was won over by Fitzmaurice (formerly Dragoman of the British Embassy in Constantinople and a friend of James Malcolm), Dr. Weizmann was able, about this time, to secure from the Government the services of half a dozen younger Zionists for active work on behalf of Zionism. At the time, conscription was in force, and only those who were engaged on work of national importance could be released from active service at the Front. I remember Dr. Weizmann writing a letter to General McDonogh and invoking his assistance in obtaining the exemption from active service of Leon Simon, (who later rose to high rank in the Civil Service as Sir Leon Simon, C.B.), Harry Sacher, (on the editorial staff of the Manchester Guardian), Simon Marks, [W] Yamson Tolkowsky and myself. At Dr. Weizmann’s request I was transferred from the War Office (M.I.9), where I was then working, to the Ministry of Propaganda, which was under Lord Northcliffe, and later to the Zionist office, where I commenced work about December 1916. Simon Marks actually arrived at the Office in khaki, and immediately set about the task of organizing the office which, as will be easily understood, had to maintain constant communications with Zionists in most countries.

From that time onwards for several years, Zionism was considered an ally of the British Government, and every help and assistance was forthcoming from each government department. Passport or travel difficulties did not exist when a man was recommended by our office. For instance. a certificate signed by me was accepted by the Home Office at that time as evidence that an Ottoman Jew was to be treated as a friendly alien and not as an enemy, which was the case with the Turkish subjects.


[K]  This new offer to Russia of a direct outlet into the Mediterranean is a measure of the great importance attached by Britain and France to continued and wholehearted Russian participation in the war. British policy from the end of the Napoleonic wars had been directed against Russia’s efforts to extend its conquests to the Golden Horn and the Mediterranean (threatening Egypt and the way to India). For this reason, Britain and France had formed an alliance and fought the Crimean War (1854-56), which ended in the Black Sea being declared neutral; no warships could enter it nor could arsenals be built on its shores.
But Russian concern for the capture of Constantinople was more than economic and strategic. It was not unusual for priests to declare that the Russian people had a sacred duty to drive out the “infidel” Turk and raise the orthodox cross on the dome of Santa Sophia.
In 1877, the Russian armies again moved towards Constantinople with the excuse of avenging cruelties practiced on Christians. Again England frustrated these designs and the aggression ended with the Congress of Berlin, and British occupation of Cyprus.
[L]  Sir Mark Sykes, Secretary of the British War Cabinet, sent to Russia to negotiate the Tripartite (Sykes-Picot) Agreement for the Partition of the Ottoman Empire. M. Picot was the French representative in the negotiations. Neither Hussein nor Sir Henry McMahon were made aware of these secret discussions. Among other things, the agreement called for parts of Palestine to be placed under “an international administration.”
[M]  Of the Warburg international banking family. Although ostensibly a second Secretary in the Wilhelmstrasse, Warburg has been reported as having the same postition in German counterintelligence as Adrmiral Canaris in World War II.
[N]  Jacob Schiff, German-born senior partner in Kuhn, Loeb & Co. and “the most influential figure of his day in American Jewish life,” wrote in The Menorah Journal of April 1915: “It is well known that I am a German sympathizer … England has been contaminated by her alliance with Russia … am quite convinced that in Germany anti-Semitism is a thing of the past.[64] The Jewish Encyclopedia for 1906 states that “Schiff’s firm subscribed for and floated the large Japanese war loan in 1904-05” (for the Russo-Japanese war). “in recognition of which the Mikado conferred on Schiff the second order of the Sacred Treasure of Japan.” Partners with Schiff were Felix M. Warburg and his brother Paul who had come to New York in 1902 from Hamburg, and organized the Federal Reserve System.
[O]  An award for Morgenthau’s heavy financial support for Wilson’s presidential campaign.
[P]  Later, Foreign Minister (1932-38) and Protector of Bohemia (1939-43).
[Q]  Russian nationals resident in the United Kingdom (nearly all of them Jews), not having become British subjects, some 25,000 of military age, still escaped military service.[92] This prompted Jabotinsky and Weizmann to urge the formation of a special brigade for Russian Jews, but the idea not favorably received by the Government, and the Zionists joined non-Zionists in an effort to persuade Russian Jews of military age to volunteer as individuals for service in the British army. The response was negligible, and in July 1917 the Military Service (Conventions with Allies) Act was given Royal assent. Men of military age were invited to serve in the British army or risk deportation to Russia. However, the Russian revolution prevented its unhindered application.[93]
[R]  Half a million Frenchmen were lost in the first four months of war, 1 million lost by the end of 1915, and 5 million by 1918. Who can imagine that the Allies lost 600,000 men in one battle, the Somme, and the British more officers in the first few months than all wars of the previous hundred years put together?
At Stalingrad, in the Second World War, the Wehrmacht had 230,000 men in the field. The German losses at Verdun alone were 325,000 killed or wounded.
By this time a soldier in one of the better divisions could count on a maximum of three months’ service without being killed or wounded, and the life expectancy for an officer at the front was down to five months in an ordinary regiment and six weeks in a crack one.
[S]  See his Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution .
[T]  Born in Persia, where his family had settled before Elizabethan days. He was sent to school in England in 1881, being placed in the care of a friend and agent of his family, Sir Albert (Abdullah) Sassoon. Early in 1915, he founded the Russia Society in London among the British public as a means of improving relations between the two countries. Unlike the Zionists, he had no animus towards Czarist Russia.
[U]  A reference to the 1914 invasion of Austria and East Prussia by the Russians with such vigor that many people believed that the “Russian steamroller” would soon reach Berlin and end the war. Only the diversion of whole army divisions from the Western to the Eastern Front under the command of General von Hindenburg saved Berlin, and in turn saved Paris.
There was a direct effort by certain groups to support anti-Imperial activities in Russia from the United States, [105][106] but Brandeis was apparently not implicated.
[V]  Northcliffe was small-minded enough to have Lloyd George called to the telephone, in front of friends, to demonstrate the politician’s need of the Press.
[W]  Associated with Israel M. Sieff, another of Weizmann’s inner circle, in the business which later became Marks & Spencer, Ltd. Sieff was appointed an economic consultant to the U.S. Administration (OPA) in March 1924. As subsequent supporters, with Lord Melchett, of “Political and Economic Planning” (PEP), they exercised considerable influence on British inter-war policy.


The Declaration, 1917

The informal committee of Zionists and Mark Sykes as representative of the British Government, met on 7 February 1917 at the house of Moses Gaster, [X] the Chief Rabbi of the Sephardic (Spanish and Portuguese) congregations in England. Gaster opened the meeting with a statement that stressed Zionist support for British strategic interests in Palestine which were to be an integral part of any agreement between them. As these interests might be considered paramount to British statesmen, support for Zionist aims there, Caster said, was fully justified. Zionism was irrevocably opposed to any internationalization proposals, even an Anglo-French condominium.[113]

Herbert Samuel followed with an expression of the hope that Jews in Palestine would receive full national status, which would be shared by Jews in the Diaspora. The question of conflict of nationality was not mentioned and a succeeding speaker, Harry Sacher, suggested that the sharing should not involve the political implications of citizenship.[114] Weizmann spoke of the necessity for unrestricted immigration. It is clear that the content of each speech was thoroughly prepared before the meeting.

Sykes outlined the obstacles: the inevitable Russian objections, the opposition of the Arabs, and strongly pressed French claims to all Syria, including Palestine.[115] James de Rothschild and Nahum Sokolow, the international Zionist leader, also spoke. The meeting ended with a summary of Zionist objectives:

1. International recognition of Jewish right to Palestine;

2. Juridical nationhood for the Jewish community in Palestine;

3. The creation of a Jewish chartered company in Palestine with rights to acquire land;

4. Union and one administration for Palestine; and

5. Extra-territorial status for the holy places.[117]

The first three points are Zionist, the last two were designed to placate England and Russia, respectively [118] and probably Italy and the Vatican. Sokolow was chosen to act as Zionist representative, to negotiate with Sir Mark Sykes.

The Zionists were, of course, coordinating their activities internationally. On the same day as the meeting in London, Rabbi Stephen Wise in the United States wrote to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes: ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [118a]

The reports reaching England of impending dissolution of the Russian state practically removed the need for Russian endorsement of Zionist aims, but made French and Italian acceptance even more urgent. This at any rate was the belief of Sykes, Balfour, Lloyd George and Winston Churchill, who, as claimed in their subsequent statements, were convinced that proclaimed Allied support for Zionist aims would especially influence the United States. Events in Russia made the cooperation of Jewish groups with the Allies much easier. At a mass meeting in March 1917 to celebrate the revolution which had then taken place, Rabbi Stephen Wise, who had succeeded Brandeis as chairman of the American Provisional Zionist Committee after Brandeis’s appointment to the Supreme Court, said: “I believe that of all the achievements of my people, none has been nobler than the part the sons and daughters of Israel have taken in the great movement which has culminated in free Russia.” [119]

Negotiations for a series of loans totalling $190,000,000 by the United States to the Provisional Government in Russia of Alexander Kerensky were begun on the advice of the U.S. ambassador to Russia, David R. Francis, who noted in his telegram to Secretary of State Lansing, “financial aid now from America would be a master-stroke. Confidential. Immeasurably important to the Jews that revolution succeed… ” [120]

On 22 March 1917 Jacob H. Schiff of Kuhn, Loeb & Co., wrote to Mortimer Schiff, “We should be somewhat careful not to appear as overzealous but you might cable Cassel because of recent action of Germany (the declaration of unlimited U-boat warfare) and developments in Russia we shall no longer abstain from Allied Governments financing when opportunity offers.”

He also sent a congratulatory cable to the Minister of Foreign Affairs in the first Provisional Government, referring to the previous government as “the merciless persecutors of my co-religionists.”

In the same month, Leiber Davidovich Bronstein, alias Leon Trotsky, a Russian-born U.S. immigrant, had left the Bronx, New York, for Russia, with a contingent of followers, while V.I. Ulyanov (Lenin) and a party of about thirty were moving across Germany from Switzerland, through Scandinavia to Russia. Some evidence exists that Schiff and other sponsors like Helphand financed these revolutionaries.

In March 1917, President Wilson denounced as “a little group of willful men,” the non-interventionists who filibustered an Administration-sponsored bill that would have empowered Wilson to wage an undeclared naval war against Germany. The opposition to Wilson was led by Senators La Follette and Norris.

On 5 April, the day before the United States Congress adopted a resolution of war, Schiff had been informed by Baron Gunzburg of the actual signing of the decrees removing all restrictions on the Jews in Russia.

At a special session of Congress on 2 April 1917, President Wilson referred to American merchant ships taking supplies to the Allies which had been sunk during the previous month by German submarines (operating a counter-blockade; the British and French fleets having blockaded the Central Powers from the beginning of the war); and then told Congress that “wonderful and heartening things have been happening within the last few weeks in Russia.”

He asked for a declaration of war with a mission:

for democracy, for the right of those who submit to authority to have a voice in their own governments, for the rights and liberties of small nations, for a universal dominion of right by such a concert of free peoples as shall bring peace and safety to all nations and make the world itself at last free.

To such a task we can dedicate our lives and our fortunes, everything that we are and everything that we have, with the pride of those who know that the day has come when America is privileged to spend her blood and her might for the principles that gave her birth and happiness and the peace that she has treasured. God helping her, she can do no other. (emphasis supplied)

That night crowds filled the streets, marching, shouting, singing Dixie” or “The Star Spangled Banner.” Wilson turned to his secretary, Tumulty: “Think what that means, the applause. My message tonight was a message of death, How strange to applaud that!”

So, within six months of Malcolm’s specific suggestion to Sykes, the United States of America, guided by Woodrow Wilson, was on the side of the Allies in the Great War.

Was Wilson guided by Brandeis away from neutrality — to war?

In London, the War Cabinet led by Lloyd George lost no time committing British forces first to the capture of Jerusalem, and then to the total expulsion of the Turks from Palestine. The attack on Egypt, launched on 26 March 1917, attempting to take Gaza, ended in failure. By the end of April a second attack on Gaza had been driven back and it had become clear that there was no prospect of a quick success on this Front.

From Cairo, where he had gone hoping to follow the Army into Jerusalem with Weizmann, Sykes telegraphed to the Foreign Office that, if the Egyptian Expeditionary Force was not reinforced then it would be necessary “to drop all Zionist projects … Zionists in London and U.S.A. should be warned of this through M. Sokolow… ” [120a]

Three weeks later, Sykes was told that reinforcements were coming from Salonika. The War Cabinet also decided to replace the Force’s commander with General Allenby.

Sykes was the official negotiator for the whole project of assisting the Zionists. He acted immediately after the meeting at Gaster’s house by asking his friend M. Picot to meet Nahum Sokolow at the French Embassy in London in an attempt to induce the French to give way on the question of British suzerainty in Palestine.[121] James Malcolm was then asked to go alone to Paris to arrange an interview for Sokolow directly with the French Foreign Minister. Sokolow had been previously unsuccessful in obtaining the support of French Jewry for a meeting with the Minister; since the richest and most influential Jews in the United States and England, with the notable exception of the Rothschilds, who could have arranged such a meeting, were opposed to the political implications of Zionism. In Paris, the powerful Alliance Israélite Universelle had made every effort to dissuade him from his mission.[122] Not that the Zionists had no supporters in France other than Edmond de Rothschild, [Y]but the Ministry of Foreign Affairs had no reason to entangle itself with them.[123] Now James Malcolm opened the door directly to them as he had done in London.

Sykes joined Malcolm and Sokolow in Paris. Sykes and Malcolm, apart from the consideration of Zionism and future American support for the war, were concerned with the possibility of an Arab-Jewish-Armenian entente which, through amity between Islamic, Jewish and Christian peoples, would bring peace, stability and a bright new future for the inhabitants of this area where Europe, Asia Minor and Africa meet. Sokolow went along for the diplomatic ride, but in a letter to Weizmann (20 April 1917) he wrote: “I regard the idea as quite fantastic. It is difficult to reach an understanding with the Arabs, but we will have to try. There are no conflicts between Jews and Armenians because there are no common interests whatever.” [Z][124]

Several conversations were held with Picot, including one on 9 April when other officials included Jules Cambon, the Secretary-General of the Foreign Ministry, and the Minister’s Chef de Cabinet, Exactly what assurances were given to Sokolow is uncertain, but he wrote to Weizmann “that they accept in principle the recognition of Jewish nationality in terms of a national home, local autonomy, etc.” [125] And to Brandeis and Tschlenow, he telegraphed through French official channels: “… Have full confidence Allied victory will realise our Palestine Zionist aspirations.” [126]

Sokolow set off for Rome and the Vatican. “There, thanks to the introductions of Fitzmaurice on the one hand and the help of Baron Sidney Sonnino [AA] on the other,” a Papal audience and interviews with the leading Foreign Office officials were quickly arranged.[127]

When Sokolow returned to Paris, he requested and received a letter from the Foreign Minister dated 4 June 1917, supporting the Zionist cause in general terms. He hastily wrote two telegrams which he gave to M. Picot for dispatch by official diplomatic channels. One was addressed to Louis D. Brandeis in the United States. It read: “Now you can move. We have the formal assurance of the French Government.” [BB][128]

“After many years, ‘ wrote M. Picot, “I am still moved by the thanks he poured out to me as he gave me the two telegrams … do not say that it was the cause of the great upsurge of enthusiasm which occurred in the United States, but I say that Judge Brandeis, to whom this telegram was addressed, was certainly one of the elements determining the decision of President Wilson.” [129]

But Wilson had declared war one month before!

It is natural that M. Picot should want to believe that he had played a significant part in bringing America into the war and therefore helping his country’s victory. The evidence certainly supports his having a part in helping a Zionist victory.

Their objective was in sight, but had still to be taken and held.

Although the United States was now a belligerent, no declaration of support had been made for the Zionist program for Palestine, either by Britain or the United States, and some of the richest and most powerful Jews in both countries were opposed to it.

The exception among these Jewish merchant princes was, of course, the House of Rothschild. From London on 25 April 1917, James de Rothschild cabled to Brandeis that Balfour was coming to the United States, and urged American Jewry to support “a Jewish Palestine under British Protection,,, as well as to press their government to do so. He advised Brandeis to meet Balfour.[134] The meeting took place at a White House luncheon, “You are one of the Americans I wanted to meet,” said the British Foreign Secretary.[135] Brandeis cabled Louis de Rothschild: “Have had a satisfactory talk with Mr. Balfour, also with Our President. This is not for Publication. ” [136]

On the other hand, a letter dated 17 May 1917 appeared in The Times (London) signed by the President of the Jewish Board of Deputies and the President of the Anglo-Jewish Association (Alexander and Montefiore, both men of wealth and eminence) stating their approval of Jewish settlement in Palestine as a source of inspiration for all Jews, but adding that they could not favor the Zionist’s political scheme. Jews, they believed, were a religious community and they opposed the creation of “a secular Jewish nationality recruited on some loose and obscure principle of race and ethnological peculiarity.” They particularly took exception to Zionist Pressure for a Jewish chartered company invested with political and economic privileges in which Jews alone would participate, Since this was incompatible with the desires of world Jewry for equal rights wherever they lived.[137]

A controversy then ensued in the British press, in Jewish associations and in the corridors of government, between the Zionist and non-Zionist Jews. In this, Weizmann really had less weight, but he mobilized the more forceful team. The Chief Rabbi dissociated himself from the non-Zionist statement and charged that the Alexander-Montefiore letter did not represent the views of their organizations.[138] Lord Rothschild wrote: “We Zionists cannot see how the establishment of an autonomous Jewish State under the aegis of one of the Allied Powers could be subversive to the loyalty of Jews to countries of which they were citizens. In the letter you have published, the question is also raised of a chartered company.” He continued: “We Zionists have always felt that if Palestine is to be colonized by the Jews, some machinery must be set up to receive the immigrants, settle them on the land and develop the land, and to be generally a directing agency. I can only again emphasize that we Zionists have no wish for privileges at the expense of other nationalities, but only desire to be allowed to work out our destinies side by side with other nationalities in an autonomous state under the suzerainty of one of the Allied Powers.” [139] This letter stressed the colonialist aspect of Zionism, but detracted from the strong statist declaration of Weizmann. The Zionist body in Palestine was to be of a more organizational character for the Jewish community.

Perhaps feeling that his statement had been a little too strong for liberal acceptance, Weizmann also joined this correspondence in the Times. Writing as President of the English Zionist Federation, he first claimed that,

it is strictly a question of fact that the Jews are a nationality. An overwhelming majority of them had always had the conviction that they were a nationality, which has been shared by non-Jews in all countries.”

The letter continued:

The Zionists are not demanding in Palestine monopolies or exclusive privileges, nor are they asking that any part of Palestine should he administered by a chartered company to the detriment of others. It always was and remains a cardinal principle of Zionism as a democratic movement that all races and sects in Palestine should enjoy full justice and liberty, and Zionists are confident that the new suzerain whom they hope Palestine will acquire as a result of the war will, in its administration of the country, be guided by the same principle.[140] (emphasis supplied)

The competition for the attention of the British public and British Jewry by the Zionists and their Jewish opponents continued in the press and in their various special meetings. A manifesto of solidarity with the opinions of Alexander and Montefiore was sent to The Times on 1 June 1917; and in the same month at Buffalo, N.Y., the President of the Annual Convention of the Central Conference of American Rabbis added his weight against Jewish nationalism: “I am not here to quarrel with Zionism. Mine is only the intention to declare that we, as rabbis, who are consecrated to the service of the Lord … have no place in a movement in which Jews band together on racial or national grounds, and for a political State or even for a legally-assured Home.” [141]

But while the controversy continued, the Zionists worked hard to produce a draft document which could form a declaration acceptable to the Allies, particularly Britain and the United States, and which would be in the nature of a charter of international status for their aims in Palestine. This was treated as a matter of urgency, as Weizmann believed it would remove the support from non-Zionist Jews [142] and ensure against the uncertainties inseparable from the war.

On 13 June 1917 Weizmann wrote Sir Ronald Graham at the Foreign Office that “it appears desirable from every point of view that the British Government should give expression to its sympathy and support of the Zionist claims on Palestine. In fact, it need only confirm the view which eminent and representative members of the Government have many times expressed to us … ” [143] This was timed to coincide with a minute of the same date of one of Balfour’s advisers in which it was suggested that the time had arrived “when we might meet the wishes of the Zionists and give them an assurance that H.M.G. are in general sympathy with their aspirations. ” [144] To which Balfour remarked, “Personally, I should still prefer to associate the U.S.A. in the Protectorate, should we succeed in securing it.” [145]

The Zionists also had to counter tentative British and American plans to seek a separate peace with Turkey. When Weizmann, for the Zionists, together with Malcolm, for the Armenians, went on 10 June to the Foreign Office to protest such a plan, Weizmann broadly suggested that the Zionist leaders in Germany were being courted by the German Government, and he mentioned, to improve credibility, that approaches were made to them through the medium of a Dr. Lepsius.

The truth, probably, is that the Berlin Zionist Executive was initiating renewed contact with the German Government so as to give weight to the pleading of their counterparts in London that the risk of German competition could not be left out of account. Lepsius was actually a leading Evangelical divine, well known for his championship of the Armenians, who were then being massacred in Turkey. When Leonard Stein examined the papers of the Berlin Executive after the war, his name was not to be found, and Mr. Lichtheim of the Executive had no recollection of any overtures by Lepsius.[146]

In the U.S., in July 1917, a special mission consisting of Henry Morgenthau, Sr., and Justice Brandeis’s nephew, Felix Frankfurter, was charged by President Wilson to proceed to Turkey, against which the United States did not declare war, to sound out the possibility of peace negotiations between Turkey and the Allies. In this, Wilson may have been particularly motivated by his passion to stop the massacres of Armenian and Greek Christians which were then taking place in Turkey and for whom he expressed immense solicitude On many occasions. Weizmann, however, accompanied by the French Zionist M. Weyl, forewarned, proceeded to intercept them at Gibraltar and persuaded them to return home.[147] During 1917 and 1918 more Christians were massacred in Turkey. Had Morgenthau and Frankfurter carried out their mission successfully, maybe this would have been avoided.

This account appears in William Yale’s book The Near East: A Modern History. He was a Special Agent of the State Department in the Near East during the First World War. When I had dinner with him on 12 May 1970 at the Biltmore Hotel in New York, I asked him if Weizmann had told him how the special mission had been aborted. He replied that Weizmann said that the Governor of Gibraltar had held a special banquet in their honor, but at the end all the British officials withdrew discretely, leaving the four Jews alone. “Then,” said Weizmann, “we fixed it.”

The same evening, he told me something which he said he had never told anyone else, and which was in his secret papers which were only to be opened after his death. He later wrote to me, after he had read The Palestine Diary, saying that he would like me to deal with those papers.

One of Yale’s assignments was to follow Wilson’s preference for having private talks with key personalities capable of influencing the course of events. He did this with Lloyd George, General Allenby and Col. T.E. Lawrence, for example. Yale said he had a talk with Weizmann “somewhere in the Mediterranean in 1919,” and asked him what might happen if the British did not support a national home for the Jews in Palestine. Weizmann thumped his fist on the table and the teacups jumped, “If they don’t,” he said, “we’ll smash the British Empire as we smashed the Russian Empire.”

Brandeis was in Washington during the summer of 1917 and conferred with Secretary of State Robert S. Lansing from time to time on Turkish-American relations and the treatment of Jews in Palestine.[148] He busied himself in particular with drafts of what later became the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine, and in obtaining American approval for them.[149] A considerable number of drafts were made in London and transmitted to the United States, through War Office channels, for the use of the American Zionist Political Committee. Some were detailed, but the British Government did not want to commit itself to more than a general statement of principles.

On 18 July, such a statement, approved in the United States, was forwarded by Lord Rothschild to Lord Balfour. It read as follows:

His Majesty’s Government, after considering the aims of the Zionist Organization, accepts the principle of recognizing Palestine as the National Home [CC] of the Jewish people and the right of the Jewish people to build up its national life in Palestine under a protectorate to be established at the conclusion of peace following the successful issue of war.

His Majesty’s Government regards as essential for the realization of this principle the grant of internal autonomy to the Jewish nationality in Palestine, freedom of immigration for Jews, and the establishment of a Jewish national colonization corporation for the resettlement and economic development of the country.

The conditions and forms of the internal autonomy and a charter for the Jewish national colonizing corporation should, in the view of His Majesty’s Government, be elaborated in detail, and determined with the representatives of the Zionist Organization.[150]

It seems possible that Balfour would have issued this declaration but strong representatives against it were made directly to the Cabinet by Lucien Wolf, Claude Montefiore Sir Mathew Nathan, Secretary of State for India Edwin Montagu, [DD] and other non-Zionist Jews. It was significant they believed that “anti-semites are always very sympathetic to Zionism,” and though they would welcome the establishment in Palestine of a center of Jewish culture, some — like Philip Magnes — feared that a political declaration would antagonize other sections of the population in Palestine, and might result in the Turks dealing with the Jews as they had dealt with the Armenians.[154] The Jewish opposition was too important to ignore, and the preparation of a new draft was commenced. At about this time, Northcliffe and Reading [EE] visited Washington and had a discussion with Brandeis at which they undoubtedly discussed Zionism.[155]

Multiple pressures at key points led Lord Robert Cecil to telegraph to Col. E.M. House on 3 September 1917: “We are being pressed here for a declaration of sympathy with the Zionist movement and I should be very grateful if you felt able to ascertain unofficially if the President favours such a declaration. ” [156] House, who had performed services relating to Federal Reserve and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, [157] and was Wilson’s closest adviser, relayed the message, but a week later Cecil was still without a reply.

On 11 September the Foreign Office had ready for dispatch the following message for Sir William Wiseman, [FF] head of the British Military Intelligence Service in the United States: “Has Colonel House been able to ascertain whether the President favours sympathy with Zionist aspirations as asked in my telegram of September 3rd? We should be most grateful for an early reply as September 17th is the Jewish New Year and announcement of sympathy by or on that date would have excellent effect.” But before it was sent, a telegram from Colonel House dated 11 September reached the Foreign Office.

Wilson had been approached as requested and had expressed the opinion that “the time was not opportune for any definite statement further, perhaps, than one of sympathy, provided it can be made without conveying any real commitment.” Presumably, a formal declaration would presuppose the expulsion of the Turks from Palestine, but the United States was not at war with Turkey, and a declaration implying annexation would exclude an early and separate peace with that country.[158]

In a widely publicized speech in Cincinnati on 21 May 1916, after temporarily relinquishing his appointment as Ambassador to Turkey in favor of a Jewish colleague, Henry Morgenthau had announced that he had recently suggested to the Turkish Government that Turkey should sell Palestine to the Zionists after the war. The proposal, he said, had been well received, but its publication caused anger in Turkey.[159]

Weizmann was “greatly astonished” at this news, especially as he had “wired to Brandeis requesting him to use his influence in our favour … But up to now I have heard nothing from Brandeis.” [161]

On 19 September Weizmann cabled to Brandeis:

Following text declaration has been approved by Foreign Office and Prime Minister and submitted to War Cabinet:

1. H.M. Government accepts the principle that Palestine should be reconstituted as the national home of the Jewish people.

2. H.M. Government will use its best endeavours to secure the achievement of the object and will discuss the necessary methods and means with the Zionist Organization.[162]

Weizmann suggested that non-Zionist opposition should be forestalled, and in this it would “greatly help if President Wilson and yourself support the text. Matter most urgent.” [163] He followed this up with a telegram to two leading New York Zionists, asking them to “see Brandeis and Frankfurter to immediately discuss my last two telegrams with them,” adding that it might be necessary for him to come to the United States himself.[164]

Brandeis saw House on 23 September and drafted a message, sent the following day through the British War Office. It advised that presidential support would be facilitated if the French and Italians made inquiry about the White House attitude, but he followed this the same day with another cable stating that from previous talks with the President and in the opinion of his close advisers, he could safely say that Wilson would be in complete sympathy.[165]

Thus Brandeis had either persuaded Wilson that there was nothing in the draft (Rothschild) declaration of 19 September which could be interpreted as “conveying any real commitment,” which is difficult to believe, or he had induced the President to change his mind about the kind of declaration he could approve or was sure he and House could do so.[166]

On 7 February 1917, Stephen Wise had written to Brandeis: “I sent the memorandum to Colonel House covering our question, and he writes, ‘I hope the dream you have may soon become a reality.” [167] In October, after seeing House together with Wise, de Haas reported to Brandeis: ”He has told us that he was as interested in our success as ourselves.” To Wilson, House stated that “The Jews from every tribe descended in force, and they seem determined to break in with a jimmy, if they are not let in.” [168] A new draft declaration had been prepared; Wilson had to support it.

On 9 October 1917, Weizmann cabled again to Brandeis from London of difficulties from the “assimilants” Opposition: “They have found an excellent champion … in Mr. Edwin Montagu who is a member of the Government and has certainly made use of his position to injure the Zionist cause. ” [169]

Weizmann also telegraphed to Brandeis a new (Milner-Amery) formula. The same draft was cabled by Balfour to House in Washington on 14 October:

His Majesty’s Government view with favour the establishment in Palestine of a national home for the Jewish race and will use its best endeavours to facilitate achievement of this object; it being clearly understood that nothing shall be done which may prejudice the civil and religious rights of the existing non-Jewish communities in Palestine or the rights and political status enjoyed in any other country by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship.[170]

It was reinforced by a telegram from the U.S. Embassy in London direct to President Wilson (by-passing the State Department), stating that the “question of a message of sympathy with the (Zionist) movement” was being reconsidered by the British Cabinet “in view of reports that (the) German Government are making great efforts to capture (the) Zionist movement.” [171]

Brandeis and his associates found the draft unsatisfactory in two particulars. They disliked that part of the draft’s second safeguard clause which read, “by such Jews who are fully contented with their existing nationality and citizenship,” and substituted “the rights and civil political status enjoyed by Jews in any country. In addition, Brandeis apparently proposed the change of “Jewish race” to “Jewish people.” [172] Jacob de Haas, then Executive Secretary of the Provisional Zionist Committee, has written that the pressure to issue the declaration was coming from the English Zionist leaders: “they apparently needed it to stabilize their position against local anti-Zionism. If American Zionists were anxious about it, Washington would act.” De Haas continues:

Then one morning Baron Furness, one of England’s unostentatious representatives, brought to 44 East 23rd Street, at that time headquarters of the Zionist Organization, the final draft ready for issue. The language of the declaration accepted by the English Zionists based as it was on the theory of discontent was unacceptable to me. I informed Justice Brandeis of my views, called in Dr. Schmarya Levin and proceeded to change the text. Then with Dr. Wise, I hurried to Colonel House. By this time he had come to speak of Zionism as “our cause.” Quietly he perused my proposed change, discussed its wisdom and promised to call President Wilson on his private wire and urge the change. He cabled to the British Cabinet. Next day he informed me that the President had approved. I had business that week-end in Boston and it was over the long distance wire that my secretary in New York read to me the final form as repeated by cable from London. It was the text as I had altered it.[173]

“It seems clear,” wrote Stein, “that it was not without some prompting by House that Wilson eventually authorized a favourable reply to the British enquiry.” Sir William Wiseman, “who was persona grata both with the President and with House, was relied upon by the Foreign Office for dealing with the declaration at the American end. Sir William’s recollection is that Colonel House was influential in bringing the matter to the President’s attention and persuading him to approve the formula.” [174]

On 16 October 1917, after a conference with House, Wiseman telegraphed to Balfour’s private secretary: ”Colonel House put the formula before the President who approves of it but asks that no mention of his approval shall be made when His Majesty’s Government makes formula public, as he had arranged the American Jews shall then ask him for approval, which he will publicly give here.”[175]

The Balfour Declaration, as stated, was issued on 2 November 1917. Its text, seemingly so simple, had been prepared by some the craftiest of the craft of legal drafting. Leaflets containing its message were dropped by air on Germany and Austria and on the Jewish belt from Poland to the Baltic Sea.

Seven months had passed since America entered the war. It was an epochal triumph for Zionism, and some believe, for the Jews.

On the other hand, two months before the declaration, Sokolow had written of a marked falling off in “le philo-sémitisme d’autrefois,” ascribed by some to the impression that the Russian Jews were the mainspring of Bolshevism; and on the day it was issued, The Jewish Chronicle complained of “the antisemitic campaign which a section of the press in this country, indifferent to the national interests, is sedulously conducting.” [176] There only remained certain courtesies to be effected. On November 1917, Weizmann wrote a letter of thanks to Brandeis:

“… I need hardly say how we all rejoice in this great event and how grateful we all feel to you for the valuable and efficient help which you have lent to the cause in the critical hour … Once more, dear Mr. Brandeis, I beg to tender to you our heartiest congratulations not only on my own behalf but also on behalf of our friends here — and may this epoch-making be a beginning of great work for our sorely tried people and also of mankind.” [177]

The other principal Allied governments were approached with requests for similar pronouncements. The French simply supported the British Government in a short paragraph on 9 February 1918. Italian support was contained in a note dated 9 May 1918 to Mr. Sokolow by their ambassador in London in which he stressed the religious divisions of communities, grouping “a Jewish national centre” with existing religious communities.”

On 31 August 1918, President Wilson wrote to Rabbi Wise “to express the satisfaction I have felt in the progress of the Zionist movement . . since … Great Britain’s approval of the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people.” Brandeis joined in Zionist delight at the President’s endorsement and wrote: “Since the President’s letter, anti-Zionism is pretty near disloyalty and non-Zionism is slackening.” [178] Non-Zionist Jews now had a hard time if they wanted to disseminate their views; if they could not support Zionism they were asked at least to remain silent.

On 30 June 1922, the following resolution was adopted by the United States Congress:

Favouring the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people;

Resolved by the Senate and the House of Representatives of the United States of America in Congress assembled. That the United States of America favours the establishment in Palestine of a national home for the Jewish people, it being clearly understood that nothing shall be done which should prejudice the civil and religious rights of Christians and all other non-Jewish communities in Palestine, and that the holy places and religious buildings and sites in Palestine shall be adequately protected.[GG]

All people tend to see the world and its events in terms of their own experience, ideas and prejudices. This is natural. It is a fact used by master politicians and manipulators of opinion who form their appeals accordingly. The case of the Balfour Declaration is a fascinating example of a scheme presenting a multiplicity of images according to the facet of mind on which it reflected.

There were critics of the Balfour Declaration, although among the cacophony of many events competing for attention, few but its beneficiaries concentrated on the significance of what was being offered. One was the Jewish leader and statesman Mr. Edwin Montagu, who had no desire that Jews should be regarded as a separate race and a distinct nationality.[181] The other was Lord Curzon, who became Foreign Secretary at the end of October 1918. He prepared a memorandum dated 26 October 1917, on the penultimate and final drafts of the Balfour Declaration and related documents, and circulated it in the Cabinet. It was titled “The Future of Palestine.” Here are some extracts:

I am not concerned to discuss the question in dispute between the Zionist and anti-Zionist Jews . I am only concerned in the more immediately practical questions:

(a) What is the meaning of the phrase “a national home for the Jewish race in Palestine,” and what is the nature of the obligation that we shall assume if we accept this as a principle of British policy?

(b) If such a policy be pursued what are the chances of its successful realisation?

If I seek guidance from the latest collection of circulated papers (The Zionist Movement, G.-164) I find a fundamental disagreement among the authorities quoted there as to the scope and nature of their aim.

A “national home for the Jewish race or people” would seem, if the words are to bear their ordinary meaning, to imply a place where the Jews can be reassembled as a nation, and where they will enjoy the privileges of an independent national existence. Such is clearly the conception of those who, like Sir Alfred Mond, speak of the creation in Palestine of “an autonomous Jewish State,” words which appear to contemplate a State, i.e., a political entity, composed of Jews, governed by Jews, and administered mainly in the interests of Jews…

The same conception appears to underlie several other of the phrases employed in these papers, e.g., when we are told that Palestine is to become “a home for the Jewish nation,” “a national home for the Jewish race,” “a Jewish Palestine,” and when we read of “the resettlement of Palestine as a national centre,” and “the restoration of Palestine to the Jewish people,” all these phrases are variants of the same idea, viz., the re-creation of Palestine as it was before the days of the dispersion.

On the other hand, Lord Rothschild, when he speaks of Palestine as “a home where the Jews could speak their own language, have their own education, their own civilization, and religious institutions under the protection of Allied governments,” seems to postulate a much less definite form of political existence, one, indeed, which is quite compatible with the existence of an alien (so long as it is not Turkish) government…

Now what is the capacity as regards population of Palestine within any reasonable period of time? Under the Turks there is no such place or country as Palestine, because it is divided up between the sanjak of Jerusalem and the vilayets of Syria and Beirut. But let us assume that in speaking of Palestine in the present context we mean the old scriptural Palestine, extending from Dan to Beersheba, i.e., from Banias to Bir es-Sabi… . an area of less than 10,000 square miles. What is to become of the people of this country, assuming the Turk to be expelled, and the inhabitants not to have been exterminated by the war? There are over a half a million of these, Syrian Arabs — a mixed community with Arab, Hebrew, Canaanite, Greek, Egyptian, and possibly Crusaders’ blood. They and their forefathers have occupied the country for the best part of 1,500 years. They own the soil, which belongs either to individual landowners or to village communities. They profess the Mohammadan faith. They will not be content either to be expropriated for Jewish immigrants, or to act merely as hewers of wood and drawers of water to the latter.

Mr. Hamilton Fish replied: “As author of the first Zionist Resolution patterned on the Balfour Resolution, I denounce and repudiate the Ben Gurion statements as irreconcilable with my Resolution as adopted by Congress, and if they represent the Government of Israel and public opinion there, then I shall disavow publicly my support of my own Resolution, as I do not want to be associated with such un-American doctrines.”[180]


[X]  Born in Rumania in 1856, his imposing presence and scholarship combined with “an oracular manner suggesting that he had access to mysteries hidden from others, had made him an important figure at Zionist Congresses and on Zionist platforms in England and abroad.” It was calculated that Sykes would be impressed by his personality and background.[116]
[Y]  These included the socialist leader, Jules Cuesde, who had joined Viviani’s National Government as Minister of State; Gustave Herve: the publicist and future Minister de Monzie; and others.
[Z]  Privately, Sokolow resented Malcolm as “a stranger in the center of our work,” who was “endowed with an esprit of a goyish kind. ” [130]
[AA]  Of Jewish extraction.[131]
[BB]  The French note represented a defeat for the “Syrian Party” in the government who believed in French dominion over the entire area. This was not only due to the strong representations of Sykes on behalf of his Government, but was assisted by those of Baron Edmond de Rothschild, [132] who prevailed upon the Alliance Israélite to back the Zionist cause.
The result of the no less successful conversations in Rome and the Vatican were cabled to the Zionist Organization over British controlled lines.[133]
[CC]  The use of the term “National Home” was a continuation of the euphemism deliberately adopted since the first Zionist Congress, when the term “Heimstaette” was used instead of any of the possible German words signifying “state.” At that time, its purpose was to avoid provoking the hostility of non-Zionist Jews.[151]
The author or inventor of the term ”Heimstaette” was Max Nordau who coined it ”to deceive by its mildness ” until such time as ”there was no reason to dissimulate our real aim.” [152]
The Arabic translation of ”National Home” ignores the intended subtlety, and the words employed: watan, qawm, and sha’b, are much stronger in meaning than an abstract notion of government.[153]
[DD]  (1879-1924). His father, the first Lord Swaythling, and Herbert Samuel’s father were brothers.
[EE]  Rufus Isaacs, a Jewish lawyer, who had quickly risen to fame in his profession, and then in politics. This was a period when elevations to the peerage for political and financial assistance to the party in power were so numerous that the whole system of British peerage was weakened. In 1916, Isaacs was a viscount; in 1917 an earl.
[FF]  Joined Kuhn, Loeb & Co. in 1921. and was responsible for their liaison with London banks, and was “in charge of financing several large enterprises.” [160]
[GG]  This was introduced by Mr. Hamilton Fish. His interpretation of his action was clarified thirty-eight years later, when the World Zionists held their 25th Congress in Jerusalem. David Ben Gurion, as Prime Minister of Israel, in his address to the gathering stated: “every religious Jew has daily violated the precepts of Judaism by remaining in the diaspora”; and, citing the authority of the Jewish sages, said: “Whoever dwells outside the land of Israel is considered to have no god.” He added: “Judaism is in danger of death by strangulation. In the free and prosperous countries it faces the kiss of death, a slow and imperceptible decline into the abyss of assimilation.” [179]


Wilson and the War

If the contract with Jewry was to bring the United States into the Great War in exchange for the promise of Palestine, did they in fact deliver, through Brandeis or anyone else?

For the German-Jewish princes of the purse in the United States, the evidence points more to the Russian revolution being the factor of most weight in determining their attitude.

Was it the resumption of Germany’s submarine blockade, the sinking of the Laconia, the Zimmerman telegram, which really influenced Wilson for war? Was it the Zionist counsel of Brandeis? In a careful study, Prof. Alex M. Arnett showed in 1937 that Wilson had decided to put the United States into the war on the side of the Allies many months before the resumption of U-boat warfare by Germany, which was promoted as a sufficient reason.[182]

In the propaganda battle for American public opinion between Britain and Germany, the former had the advantage of language, and the fact that on 5 August 1914 they had cut the international undersea cables linking Germany and the United States, thus eliminating quick communication between those two countries and giving British “news” the edge in forming public opinion.

The success of British propaganda methods were acknowledged by a German soldier of the time when he dictated his memoirs, Mein Kampf, in 1925: “In England propaganda was regarded as a weapon of the first order, whereas with us it represented the last hope of a livelihood for our unemployed politicians and a snug job for shirkers of the modest heroic type. Taken all in all, its results were negative.”

British propaganda portrayed the war as one of just defense against a barbarian aggressor akin to the hordes of Genghis Khan, who were rapers of nuns, mutilators of children, led by the Kaiser — pictured as a beast in human form, a lunatic, deformed monster, modern Judas, and criminal monarch.

Stories that German soldiers cut off the hands of Belgian children and crucified prisoners and perpetrated and all sorts of other atrocities said to have been practiced in Belgium, were circulated as widely as possible. The story about their making glycerine and soap from corpses did not appear until the end of April 1917, when new stories were created by American propagandists. One, a book called Christine, by “Alice Cholmondeley,” a collection of letters purporting to have been written by a teenage girl music student to her mother in Britain until her death in 1914, mingled a damning catalogue of alleged German character faults with emotional feelings for her fictitious mother and music. Propaganda experts rated it highly.[183]

The head of the American section of the British propaganda bureau, Sir Gilbert Parker, was able to report on his Success in the issue of his secret American Press Review for 11 October 1916 before the Presidential election: ”This week supplies satisfactory evidence of the permeation of the American Press by British influence.”

Men of British ancestry still dominated the powerful infrastructure of the economy, filled top positions in the State Department, in the influential Eastern universities, and in the communications and cultural media. Britain and France were more identified with democracy and freedom, and the Central Powers with imperial militaristic autocracy. From Oyster Bay, former President Theodore Roosevelt, recipient of the Nobel Peace Prize, performed high-pitched war dances of words in support of belligerency.

But at the Democratic convention, and in the subsequent campaign, it was William Jennings Bryan and his allied orators who created the theme and slogan: “He kept us out of war.”

Bryan had resigned as Secretary of State in June 1915 because he believed Wilson was jeopardizing American neutrality and showing partiality towards England. In his last interview, he told Wilson bitterly, “Colonel House has been Secretary of State, not I, and I have never had your full confidence.”

House, a secretive and subtle flatterer who had performed services relating to the Federal Reserve Bank and currency legislation for Jacob W. Schiff and Paul Warburg, was perceived by Wilson as the “friend who so thoroughly understands me,” “my second personality….my independent self, His thoughts and mine are one.”

Bryan had wanted to go on a peace mission to Europe at the beginning of 1915, but the President sent House instead. House had actually sailed on the British ship Lusitania and as it approached the Irish coast on 5 February, the captain ordered the American flag to be raised.

The Intimate Papers of Colonel House record that on the morning of 7 May 1915, he and the British Foreign Secretary Grey drove to Kew. “We spoke of the probability of an ocean liner being sunk,” recorded House, “and I told him if this were done, a flame of indignation would sweep across America, which would in itself probably carry us into the war.” An hour later, House was with King George in Buckingham Palace. “We fell to talking, strangely enough,” the Colonel wrote that night, ”of the probability of Germany sinking a trans-Atlantic liner… ” He said, “Suppose they should sink the Lusitania with American passengers on board… “

That evening House dined at the American Embassy. A dispatch came in, stating that at two in the afternoon a German submarine had torpedoed and sunk the Lusitania off the southern coast of Ireland. 1,200 lives were lost, including 128 Americans. It took 60 years for the truth about its cargo to be confirmed; that it had carried munitions which exploded when the torpedo hit. But Secretary of State Bryan remarked to his wife, “I wonder if that ship carried munitions of war… . If she did carry them, it puts a different face on the whole matter! England has been using our citizens to protect her ammunition.”

In a telegram to President Wilson from England on 9 May 1915, House said he believed an immediate demand should made to Germany for assurance against a similar incident.

I should inform her that our Government expected to take measures … to ensure the safety of American citizens.

If war follows, it will not be a new war, but an endeavor to end more speedily an old one. Our intervention will save, rather than increase loss of life. We can no longer be neutral spectators .

In another telegram on 25 May, he noted that he had received from Ambassador Gerard a cable that Germany is in no need of food. “This does away with their contention that the starving of Germany justified their submarine policy.”

The next day, House lunched with Sir Edward Grey and read him all the telegrams that had passed between the President, Gerard and himself since last they had met. And he wrote on 30 May 1915, “I have concluded that war with Germany is inevitable, and this afternoon at six o’clock I decided to go home on the S.S. St. Paul on Saturday. I sent a cable to the President to this effect.” After his arrival in the United States, he wrote to the President from Rosslyn, Long Island, on 16 June 1915, a long letter which included the paragraph:

I need not tell you that if the Allies fail to win, it must necessarily mean a reversal of our entire policy.

I think we shall find ourselves drifting into war with Germany … Regrettable as this would be, there would be compensations. The war would be more speedily ended, and we would be in a strong position to aid the other great democracies in turning the world into the right paths. It is something that we have to face with fortitude, being consoled by the thought that no matter what sacrifices we make, the end will justify them. Affectionately yours, E.M. House.

Are these references related to Zionism or Palestine? I think not. Perhaps the clue is that immediately after the election of Wilson, House had anonymously published a political romance entitled Philip Dru: Administrator. Dru leads a revolt and becomes a dictator in Washington, where he formulates a new American constitution and brings about an international grouping or league of Powers.

Let us look to the other side of the water again in 1916, a year later.

About a month before Malcolm’s meeting with Sir Mark Sykes, Lloyd George gave an interview to the President of the United Press Association of America, in which he said “that Britain had only now got into her stride in her war effort, and was justifiably suspicious of any suggestion that President Wilson should choose this moment to ‘butt in’ with a proposal to stop the war before we could achieve victory.”

“The whole world … must know that there can be no outside interference at this stage. Britain asked no intervention when she was unprepared to fight. She will tolerate none now that she is prepared, until the Prussian military despotism is broken beyond repair… . The motto of the Allies was ‘Never Again!’ ” And this made worthwhile the sacrifices so far as well as those needed to end the war with victory.[184]

Grey wrote to him on the 29th of September that he was apprehensive about the effect “of the warning to Wilson in your interview… . It has always been my view that until the Allies were sure of victory the door should be kept open for Wilson’s mediation.”

But the following month, at one of the formal regular meetings with the Chief of the Imperial Staff, when Lloyd George received the familiar answers as to the course of the war — the German losses were greater than the Allies, that the Germans were gradually being worn down, and their morale shaken by constant defeat and retreat — he asked Sir Wm. Robertson for his views as “to how this sanguinary conflict was to be brought to a successful end … He just mumbled something about ‘attrition’.”

Lloyd George then asked for a formal memorandum on the subject. This was not encouraging, and said that an end could not be expected “before the summer of 1918. How long it may go on afterwards I cannot even guess.”

The facts were far from rosy, but were the hopes of Great Britain really hanging upon American entry into the war? There were two other possible courses.

One was suggested by the Marquess of Landsdowne, a member of the Cabinet and a statesman of considerable standing as the author of the Entente Cordiale in 1904. It was contained in a Memorandum Respecting a Peace Settlement, circulated to the Cabinet with the consent of the Prime Minister. Landsdowne suggested doubts as to the possibility of victory within a reasonable space of time.

What does the prolongation of the war mean? Our own casualties already amount to over 1,100,000. We have had 15,000 officers killed, not including those who are missing. There is no reason to suppose that, as the force at the front in the different theatres of war increases, the casualties will increase at a lower rate. We are slowly but surely killing off the best of the male population of these islands. The figures representing the casualties of our Allies are not before me. The total must be appalling.[185]

The other members of the Cabinet and the Chief of Staff repudiated peace without victory.

The other course was that adopted: to thrust more men and money into the holocaust (defined as a wholesale sacrifice or destruction). What would now be called political and military summit meetings were held in France to plan for it. They commenced on 15 November 1916.

In the political presentations, the only reference to America seems to have been offered by Lloyd George:

The difficulties we have experienced in making payment for our purchases abroad must be as present to the minds of French statesmen as to ourselves. Our dependence upon America is growing for food, raw material and munitions. We are rapidly exhausting the securities negotiable in America. If victory shone on our banners, our difficulties would disappear.[Asquith deleted the next sentence, which read] Success means credit: financiers never hesitate to lend to a prosperous concern: but business which is lumbering along amidst great difficulties and which is making no headway in spite of enormous expenditure will find the banks gradually closing their books against it.

This reference to Allied problems in getting more credit from the bankers in the United States, who were predominantly German-Jewish, elucidates Schiff’s agreement to arrange credit for Britain through the Jewish banker Cassel — they were not waiting for a Balfour Declaration, they were waiting for the Russian Revolution!

On the military side, there was general agreement at the summit conference that what was needed was a ”knock-out blow,” and it was decided that the 1917 plan of campaign would be an offensive on all fronts, including Palestine, with the Western Front as the principal one.

On 7 December the Asquith government fell and Lloyd George, who was pledged to a more vigorous prosecution of the war, took over the Government. Five days later, Germany and her allies put forward notes in which they stated their willingness to consider peace by compromise and negotiations.

The first of the battles opened on 9 April 1917, heralded by a bombardment of 2,700,000 shells. Another attack was launched by the French nine days later, these resulting in about a million dead and wounded on both sides. The French Army mutinied, and General Petain was put in charge.

At this time the two events which were to twist the world into a new shape were occurring, the Russian Revolution and American entry into the war.

French Government wanted to defer all offensive operations until American assistance became available, but the generals thought otherwise. Maj.-Gen. J.F.C. Fuller, whom I have met, one of the few bright military-political minds in this century, tells us that Haig “had set his heart on a decisive battle in Flanders, and so obsessed was he by it that he believed that he could beat the Germans single-handed, and before the Americans came in.” [186] I do not think that people who did not live in the great days of the British Empire can have a sense of the hubris of a Haig, unless one gets it from classical literature. Perhaps today it would be found in the head of the World Bank, from whom we taxpayers, like the common soldiers of that time, are so far removed! There was actually resentment in the England of my boyhood about Americans claiming to have played any significant part in fighting the Great War.

The outcome of the grandiosity of the generals and politicians was the costly Flanders campaign of the summer and autumn. On 7th June it was opened by the limited and successful Battle of Messines, which was preceded by a seventeen days’ bombardment of 3,500,000 shells, and initiated by the explosion of nineteen mines packed with a million pounds of high explosives.

On 31st July it was followed by the Third Battle of Ypres, for which the largest force of artillery ever seen in British history was assembled. In all, the preliminary bombardment lasted nineteen days, and during it 4,300,000 shells, some 107,000 tons in weight were hurled onto the prospective low lying battlefield. Its entire surface was upheaved; all drains, dikes, culverts and roads were destroyed, and an almost uncrossable swamp created, in which the infantry wallowed for three and a half months. When, on 10th November, the battle ended, the Germans had been pushed back a maximum depth of five miles on a frontage of ten miles, at a cost of a little under 200,000 men to themselves, and, at the lowest estimate, of 300,000 to their enemy.

Thus ended the last of the great artillery battles of attrition on the Western Front, and when in retrospect they are looked on, it becomes understandable why the politicians were so eager to escape them.

The Great War was like a greatly magnified version of the mutual destruction of noble men in the Niebelungenlied. Set against each other by the vanity and lack of vision of their rulers, the more they fought the more there was to avenge until death delivered them from their need. “At the going down of the sun and in the morning,” we should learn their lesson.

Britain’s Obligation?

In a memorandum marked in his own handwriting “Private & Confidential” to Lord Peel and other members of the Royal Commission on Palestine in 1936, James Malcolm wrote:

I have always been convinced that until the Jewish question was more or less satisfactorily settled there could be no real or permanent peace in the world, and that the solution lay in Palestine. This was one of the two main considerations which impelled me, in the autumn of 1916, to initiate the negotiations which led eventually to the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine. The other, of course, was to bring America into the War.

For generations Jews and Gentiles alike have assumed in error that the cause of Anti-Semitism was in the main religious. Indeed, the Jews in the hope of obtaining relief from intolerance, engaged in the intensive and subversive propagation of materialistic doctrines productive of ”Liberalism,” Socialism, and Irreligion, resulting in de-Christianisation. On the other hand, the more materialistic the Gentiles became, the more aware they were subconsciously made of the cause of Anti-Semitism, which at bottom was, and remains to this day, primarily an economic one. A French writer — Vicomte de Poncins — has remarked that in some respects Anti-Semitism is largely a form of self-defence against Jewish economic aggression. In my opinion, however, neither the Jews nor the Gentiles bear the sole responsibility for this.

As I have already said, I had a part in initiating the negotiations in the early autumn of 1916 between the British and French Governments and the Zionist leaders, which led to the Balfour Declaration and the British Mandate for Palestine.

The first object, of course, was to enlist the very considerable and necessary influence of the Jews, and especially of the Zionist or Nationalist Jews, to help us bring America into the War at the most critical period of the hostilities. This was publicly acknowledged by Mr. Lloyd George during a recent debate in the House of Commons.

Our second object was to enable and induce Jews all the world over to envisage constructive work as their proper field, and to take their minds off destructive and subversive schemes which, owing to their general Sense of insecurity and homelessness, even in the periods preceding the French Revolution, had provoked so much trouble and unrest in various countries, until their ever-increasing violence culminated in the Third International and the Russian Communist Revolution. But to achieve this end it was necessary to promise them Palestine in consideration of their help, as already explained, and not as a mere humanitarian experiment or enterprise, as represented in certain quarters.

It is no wonder that Weizmann did not refer to Malcolm in his autobiography, and Sokolow privately resented Malcolm “as a stranger in the center of our work,” who was “endowed with an esprit of a goyish kind. ” [187]

It is also worth noting that on page seven of his memorandum Malcolm quoted General Ludendorff, former Quartermaster General of the German Army, and perhaps at least remembered for heading an unsuccessful coup in Munich in 1923, as saying that the Balfour Declaration was “the cleverest thing done by the Allies in the way of propaganda and that he wished Germany had thought of it first.”

On the other hand, might it not have provided some cold comfort for Ludendorff to believe that the Zionist Jews were a major factor in the outcome of the war — if that is what he is implying?

Malcolm’s belief in the Balfour Declaration as a means of bringing the United States into the war was confirmed by Samuel Landman, secretary to the Zionist leaders Weizmann and Sokolow, and later secretary of the World Zionist Organization. As

the only way (which proved so to be) to induce the American President to come into the war was to secure the cooperation of Zionist Jews by promising them Palestine, and thus enlist and mobilize the hitherto unsuspectedly powerful forces of Zionist Jews in America and elsewhere in favour of the Allies on a quid pro quo contract basis. Thus, as will be seen, the Zionists having carried out their part, and greatly helped to bring America in, the Balfour Declaration of 1917 was but the public confirmation of the necessarily secret “gentlemens’ ” agreement of 1916, made with the previous knowledge, acquiescence, and or approval of the Arabs, and of the British, and of the French and other Allied governments, and not merely a voluntary, altruistic and romantic gesture on the part of Great Britain as certain people either through pardonable ignorance assume or unpardonable ill-will would represent or rather misrepresent …[188]

Speaking in the House of Commons on 4 July 1922, Winston Churchill asked rhetorically,

Are we to keep our pledge to the Zionists made in 1917…? Pledges and promises were made during the war, and they were made, not only on the merits, though I think the merits are considerable. They were made because it was considered they would be of value to us in our struggle to win the war. It was considered that the support which the Jews could give us all over the world, and particularly in the United States, and also in Russia, would be a definite palpable advantage. I was not responsible at that time for the giving of those pledges, nor for the conduct of the war of which they were, when given, an integral part. But like other members I supported the policy of the War Cabinet. Like other members, I accepted and was proud to accept a share in those great transactions, which left us with terrible losses, with formidable obligations, but nevertheless with unchallengeable victory.

However, Hansard notes, one member, Mr. Gwynne, plaintively complained that “the House has not yet had an opportunity of discussing it.”

Writing to The Times on 2 November 1949, Malcolm Thomson, the official biographer of Lloyd George, noted that this was the thirty-second anniversary of the Balfour Declaration and it seemed a

suitable occasion for stating briefly certain facts about its origin which have recently been incorrectly recorded.

When writing the official biography of Lloyd George, I was able to study the original documents bearing on this question. From these it was clear that although certain members of the Cabinets of 1916 and 1917 sympathized with Zionist aspirations, the efforts of Zionist leaders to win any promise of support from the British Government had proved quite ineffectual, and the secret Sykes-Picot agreement with the French for partition of spheres of interest in the Middle East seemed to doom Zionist aims. A change of attitude was, however, brought about through the initiative of Mr. James A. Malcolm, who pressed on Sir Mark Sykes, then Under-Secretary to the War Cabinet, the thesis that an allied offer to restore Palestine to the Jews would swing over from the German to the allied side the very powerful influence of American Jews, including Judge Brandeis, the friend and adviser of President Wilson. Sykes was interested, and at his request Malcolm introduced him to Dr. Weizmann and the other Zionist leaders, and negotiations were opened which culminated in the Balfour Declaration.

These facts have at one time or another been mentioned in various books and articles, and are set out by Dr. Adolf Boehm in his monumental history of Zionism, “Die Zionistische Bewegung,” Vol. 1, p.656. It therefore surprised me to find in Dr. Weizmann’s autobiography, “Trial and Error,” that he makes no mention of Mr. Malcolm’s crucially important intervention, and even attributes his own introduction to Sir Mark Sykes to the late Dr. Caster. As future historians might not unnaturally suppose Dr. Weizmann’s account to be authentic, I have communicated with Mr. Malcolm, who not only confirms the account I have given, but holds a letter written to him by Dr. Weizmann on March 5, 1941, saying: “You will be interested to hear that some time ago I had occasion to write to Mr. Lloyd George about your useful and timely initiative in 1916 to bring about the negotiations between myself and my Zionist colleagues and Sir Mark Sykes and others about Palestine and Zionist support of the allied cause in America and elsewhere.”

No doubt a complexity of motives lay behind the Balfour Declaration, including strategic and diplomatic considerations and, on the part of Balfour, Lloyd George, and Smuts, a genuine sympathy with Zionist aims. But the determining factor was the intervention of Mr Malcolm with his scheme for engaging by some such concession the support of American Zionists for the allied cause in the first world war.

Yours, & c.,

MALCOLM THOMSON

According to Lloyd George’s Memoirs of the Peace Conference, where, as planned many years before, the Zionists were strongly represented,

There is no better proof of the value of the Balfour Declaration as a military move than the fact that Germany entered into negotiations with Turkey in an endeavor to provide an alternative scheme which would appeal to Zionists. A German-Jewish Society, the V.J.O.D., [HH] was formed, and in January 1918, Talaat, the Turkish Grand Vizier, at the instigation of the Germans, gave vague promises of legislation by means of which “all justifiable wishes of the Jews in Palestine would be able to meet their fulfillment.”

Another most cogent reason for the adoption by the Allies of the policy of the Declaration lay in the state of Russia herself. Russian Jews had been secretly active on behalf of the Central Powers from the first; they had become the chief agents of German pacifist propaganda in Russia; by 1917 they had done much in preparing for that general disintegration of Russian society, later recognised as the Revolution. It was believed that if Great Britain declared for the fulfillment of Zionist aspirations in Palestine under her own pledge, one effect would be to bring Russian Jewry to the cause of the Entente.

It was believed, also, that such a declaration would have a potent influence upon world Jewry outside Russia, and secure for the Entente the aid of Jewish financial interests. In America, their aid in this respect would have a special value when the Allies had almost exhausted the gold and marketable securities available for American purchases. Such were the chief considerations which, in 1917, impelled the British Government towards making a contract with Jewry.[189]

As for getting the support of Russian Jewry, Trotsky’s aims were to overthrow the Provisional Government and turn the imperialist war into a war of international revolution. In November 1917 the first aim was accomplished. Military factors primarily influenced Lenin to sign the peace treaty of Brest-Litovsk in 1918.

The Zionist sympathizers Churchill and George seemed never to lose an opportunity to tell the British people that they had an obligation to support the Zionists.

But what had the Zionists done for Britain?

Where was the documentation?

“Measured by British interests alone,” wrote the Oxford historian Elizabeth Monroe in 1963, the Balfour Declaration “was one of the greatest mistakes in our imperial history!”

The Zionists had the Herzlian tradition — shall we call it — of Promises, “promises.” Considerable credit for the diplomacy which brought into existence the Jewish national home must go to Weizmann. A British official who came into contact with him summarized his diplomatic method in the following words:

When (the First World War) began, his cause was hardly known to the principal statesman of the victors. It had many enemies, and some of the most formidable were amongst the most highly placed of his own people … He once told me that 2,000 interviews had gone into the making of the Balfour Declaration. With unerring skill he adapted his arguments to the special circumstances of each statesman. To the British and Americans he could use biblical language and awake a deep emotional undertone; to other nationalities he more often talked in terms of interest. Mr. Lloyd George was told that Palestine was a little mountainous country not unlike Wales; with Lord Balfour the philosophical background of Zionism could be surveyed; for Lord Cecil the problem was placed in the setting of a new world organization; while to Lord Milner the extension of imperial power could be vividly portrayed. To me, who dealt with these matters as a junior officer of the General Staff, he brought from many sources all the evidences that could be obtained of the importance of a Jewish national home to the strategical position of the British Empire, but he always indicated by a hundred shades and inflections of the voice that he believed that I could also appreciate better than my superiors other more subtle and recondite arguments.[190]


[HH]   Vereinigung Jüdischer Organisationen in Deutschland zur Wahrung der Rechte des Osten. (Alliance of the Jewish Organizations of Germany for the Safeguarding of the Rights of the East.)


Triumph and Tragedy

Herzl correctly predicted a great war between the Great Powers. His followers organized to be ready for that time to further their ambitions through exploiting the rivalry of the Great Powers. They had a vested interest in promoting that war and in its continuance until Palestine was wrested from Turkey by British soldiers.

They prepared for the Peace Conference at Versailles although they had no belligerent standing, but they had the weight of the Rothschilds, Bernard Baruch, Felix Frankfurter, and others, which made room for them.

In the Introduction to The Palestine Diary I wrote,

The establishment in 1948 of a “Jewish state” in Palestine was a phenomenal achievement. In fifty years from the Zionist Congress in Basle, Switzerland, in 1897 — attended by a small number of Jews who represented little more than themselves — the Zionist idea had captivated the vast majority of world Jewry, and enlisted in particular Britain, America and the United Nations to intervene in Palestine in its support.

In 1983, seventy-five years after the Balfour Declaration and nearly ninety years after the first Zionist Congress in Switzerland a meeting was held there of the International Conference on the Question of Palestine — but the conferees were not Jews — they were Palestinians — two million are in exile — displaced by Jews!

Where is the meaning for us?

On a day-to-day level, we can look in our newspapers for Zionist tactics of influence and leverage which we can document they have used successfully in the past.

Then there is a long-term strategy, From the mass of material in a century of history and in our complex society of today I see the underlying effect of two themes, They influence the lives of every one of us, and will continue to do so unless a change is made.

We can see them clearly in their early formulation, before they had been fed as valid data into the information processing and software systems of our society, with the result that most of the answers we get are wrong!

They are found in the conversation of Herzl and Meyer-Cohn in 1895. The sets of ideas are those associated with Jewish nationalism and racism on the Right [191] — racism being defined by Sir Andrew Huxley P.R.S. as the belief in the subjugation of one race by another, and on the other hand the concept of “universalism.”

Acceptance of this input from the Right into our computations has resulted in the transfer of some $50 billion from our pockets into theirs.[192] In 1983, budgeted American tax money, labeled “aid,” alone amounts to $625 for every man, woman and child in Israel.[193] It results in our acceptance of concentration camps for Palestinians containing thousands of people without a squeak from the so-called “international community” in acceptance of their assassination, torture, deportation, closing of their schools and colleges, even of their massacre.[194] The lives of American troops — men and women, are committed to supporting these crimes.[195] Criticism is called “antisemitism,” a word which computes as “unemployable social outcast.”

Jewish nationalism and Israeli policy planned the present destabilization of Lebanon in 1955.[196] This is part of larger schemes to fragment and enfeeble possible challenges to their supremacy in the Middle East.[197]

On the other hand we have “universalism.” This, I believe was the factor motivating Woodrow Wilson through House in his telegram of 30 May 1916 and letter of 16 June 1915 to the President, to which I have referred. “The League of Nations,” the United Nations Organization, are its printouts. Just as House was a coefficient of the international bankers, so the United Nations and the international bankers have been part of the coefficient whereby over $400 billion of the earnings of workers in countries where universalism is a significant force, has been transferred to the peoples of Asia, Africa, South America and Communist countries; money needed for our capital investment.

People should ask: How is it that, with such multiplication of industrial power and resources, our peoples’ standard of living and possibilities to have and support children have not multiplied accordingly? Why do so many of our women have to work? Why does no public figure — politician, labor leader — dare to ask — and raise the roof?

Universalism and Marxism compete superficially for first place as finalists in western culture distortion. Both promote its ethnic dilution, but deny us the reality of racial differences. Against our individuality and our nationalism, they and the global capitalists and their corporations unite as transnationals to reduce all but themselves to a common consumer market of blurred boundaries and one color. They would like one law — which they would make; one armed force — which they would control. Universalism would impose — not a global peace, but a global tyranny!

Universalism has come up with “interdependence,” an expression used as a cover for the expropriation of our earnings as foreign aid in various forms; it has anesthetized the sense of self-defense of our countries so that those who have tried to stop their colonization by people from exploding populations of Africa, Asia and Latin America have been made to feel that they were depriving others of their “human rights.”

In countries where they live other than Israel, Zionists are in the forefront of opposition to restrictions on immigration. Note that even in 1903 a leader of the fight against the Alien’s Bill and against tightening up naturalization regulations in Britain was the pro-Zionist Winston S. Churchill, and the super-Zionist Herzl appeared before the Royal Commission on Alien Immigration to oppose any restriction.

And yet, my Arab friends born in Jerusalem are cast out and cannot return.

“If,” said Herzl, “we wanted to bring about the unity of mankind independent of national boundaries, we would have to combat the ideal of patriotism. The latter, however, will prove stronger than we for innumerable years to come.

In a hundred years they have almost won that struggle.

In a conversation with Joseph Chamberlain in 1903, Theodore Herzl was asked how the Jewish colony would survive in the distant future. Herzl said, “We shall play the role of a small buffer state. We shall attain this not through the goodwill but from the jealousy of the Powers.”

This is the game that Israel plays today, obtaining its military supplies, its high technology, and its billions of dollars from the pay packets of American workers, using the rivalry of the USSR and the U.S.A.

We should not allow ourselves to be made pawns in the games of others.


Appendix

SECRET

Political Intelligence Department,

Foreign Office.

Special 3.

Memorandum on British Commitments to King Husein

(Page 9) With regard to Palestine, His Majesty’s Government are committed by Sir H. McMahon’s letter to the Sherif on the 24th October, 1915, to its inclusion in the boundaries of Arab independence. But they have stated their policy regarding the Palestinian Holy Places and Zionist colonisation in their message to him of the 4th January, 1918:

“That so far as Palestine is concerned, we are determined that no people shall be subjected to another, but that in view of the fact:

“(a.) That there are in Palestine shrines, Wakfs, and Holy Places, sacred in some cases to Moslems alone, to Jews alone, to Christians alone, and in others to two or all three, and inasmuch as these places are of interest to vast masses of people outside Palestine and Arabia, there must be a special regime to deal with these places approved of by the world.

“(b.) That as regards the Mosque of Omar, it shall be considered as a Moslem concern alone, and shall not be subjected directly or indirectly to any non-Moslem authority.

“That since the Jewish opinion of the world is in favour of a return of Jews to Palestine, and inasmuch as this opinion must remain a constant factor, and further, as His Majesty’s Government view with favour the realisation of this aspiration. His Majesty’s Government are determined that in so far as is compatible with the freedom of the existing population, both economic and political, no obstacle should be put in the way of the realisation of this ideal.”

This message was delivered personally to King Husein by Commander Hogarth, and the latter reported on his reception of it as follows:

“The King would not accept an independent Jewish State in Palestine, nor was I instructed to warn him that such a State was contemplated by Great Britain. He probably knows nothing of the actual or possible economy of Palestine, and his ready assent to Jewish settlement there is not worth very much. But I think he appreciates the financial advantage of Arab co-operation with the Jews.”


Notes

[1]A Survey of Palestine, 1945-1946, H.M.S.O., vol. I, p.1.
[2]  Lowenthal, The Diaries of Theodor Herzl. pp.35.
[2a]Ibid., p.63.
[2b]Ibid., pp. 128-129, 132, 152, 176.
[3]Ibid., p.215.
[4]  Weizmann, Trial and Error, p.45-46.
[5]  Stein, Leonard, Zionism (London: Kegan Paul, Trench, Trubaer and Ca., 1932). p.62.
[6]  Bela. Alex., Theodor Herzl (tr. Maurice Samuel). (Philadelphia: Jewish Palestine Society), pp. 304-305; Halpern. The Ideal of a Jewish State, p.144.
[7]Ibid,. For financial details. see pp. 262-264.
[8]  Lowenthal, The Diaries of Theodor Herzl, p.398.
[9]  Lewisohn, Ludwig, Theodor Herzl. (New York: World. 1955). pp. 335-341.
[10] Bela. Theodor Herzl, p.490.
[11]Ibid., pp. 361ff. 378f.
[12] Ziff, William B., The Rape of Palestine. (New York: Longmans & Green, 1938), p. 43.
[13] British Foreign Office to Herzl, 19 lane 1903, Zionist Archives, Jerusalem.
[14]Tagebuecher,vol.111, pp, 412-413 (24 April 1903), Berlin 1922.
[15] Stein. Leonard, The Balfour Declaration. (New York: Simon & Schuster, 1916),
[16] Lipsky, Louis, A Gallery of Zionist Profiles (New York: Farrar, Straus & Cudahy, 1956), p.37.
[17] Halpern, The Idea of a Jewish State, pp. 154-155.
[18] Stein, The Balfour Declaration, p.78. [19]Ibid., p. 35.
[20] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.94.
[21] Alsberg, F.A., Ha-Sh’ela ha-Aravit, vol. I, Shivat Zion, IV, pp. 161-209. Quoted by Halpern in The Idea of a Jewish State, p.267.
[22] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.36.
[23]Ibid., p. 98.
[24] Halpern, The Idea of a Jewish State, p.267.
[25] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, pp.95.98.
[26] Protocols of the 10th Zionist Congress, p.11.
[27] Lipsky, A Gallery of Zionist Profiles, p.26.
[28] Halpern. The Idea of a Jewish State, p. 267.
[29] Report of the 12th Zionist Congress (London: Central Office of the Organization. 1922) pp. 13ff.
[30] Bela, A., Return to the Soil. (Jerusalem: Zionist Organization. 1952) p.27.
[31] Hecht, Ben, Perfidy (New York: Julian Messner, Inc., 1961), p.254.
[32] Reports submitted by the Executive of the Zionist Organization to the 12th Zionist Congress, London, 1921, Palestine Report. p.7.
[33] Hyamson, A.M., The Near East, 31 Oct. 1913 (London, 1917), p.68.
[34]Ibid., pp.39-40.
[35]Jewish Chronicle, 16 October 1908.
[36]Die Welt, 22 January 1909.
[37] Protocols of the 11th Zionist Congress, p.6.
[38] Joffre, Joseph J.C., The Memoirs of Marshal Joffre (London and New York: Harper & Brothers, 1932), Vol.1, pp.38-39.
[39] Chamberlain, Austen, Down the Years (London: Cassell & Co., 1935), p.104.
[40] Churchill, Winston L.S., The World Crisis, 1911-1918 (London: T. Butterworth, 1931), Vol.1, p.234.
[41] Stein, The Balfour Declaration, pp.104-105.
[42]Ibid., p.109.
[43]Ibid., pp.233-234.
[44] Adamov, E., Ed., Die Europaeische Maechte und die Tuerkei Waehrend des Weltkriegs-Die Aufteilung der Asiatischen Tuerkei. Translation from Russian (Dresden, 1932), No.91.
[45] Stein, The Balfour Declaration, p.97.
[46] For details see 1921 Reports submitted by the Executive Committee of the Zionist Organization to the Twelfth Zionist Congress, London, 1921.
[47] Letter from Max Bodheimer to Otto Warburg, 22 November 1914 Jerusalem: Zionist Archives), quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.98, n.8.
[48] Stein, The BalfourDeclaration, pp.197-198.
[49] Gottheil to Louis 0. Brandeis, 1 October 1914 (unpublished).
[50] London: The Times, 10 November 1914.
[51] Letter from Greenberg to Herzl, 4 July 1903, quoted in Stein, TheBalfour Declaration, p.28. This seems to indicate Lloyd George’s first contact with the Zionist movement: ‘Lloyd George, as you know, is an M.P.; he, therefore, knows the ropes of these things and can be helpful to us.’
[52] Samuel, Viscount Herbert, Memoirs (London: Cresset Press, 1945), pp 139ff.
[53] Letter from Samuel to Weizmann, 11 January 1915, quoted in Stein, The BalfourDeclaration, p.109, fo. 24; also Samuel, Memoirs, p.144.
[54] Samuel, Memoirs, p.143. In a letter of 20 November 1912 to the Zionist Executive, Weizmann mentioned Haldane as one of the important persons to whom he thought he could gain access: Zionist Archives.
[55] Stein, The BalfourDeclaration, p.111, fn. 33; Crewe’s mother-in-law was the Countess of Rosebery, daughter of Baron Mayer de Rothschild, see p.112, fn. 34.
[56] Samuel, Memoirs, p.141.
[57] Oxford and Asquith, Earl, Memories and Reflections (London: Cassell, 1928), Vol. II , p. 59.
[58] Samuel, Memoirs, pp.143-144.
[59] Oxford and Asquith, Memories and Reflections, Vol. II, p. 65.
[60]Ibid., p. 188; Reports submitted by the Executive Committee of the Zionist Organization to the Twelfth Zionist Congress, London 1921. ‘Organization Report.’ p. 113, gives a much smaller figure.
[61] Rischin, Moses, The Promised City: New York’s Jews, 1870-1914 (Cambridge: Harvard University Press, 1962).
[62] German Foreign Office Documents at London Record Office, Washington to Berlin K 692/K 176709-10, and K 692/K 17611-12-Berlin to Washington, 1 November 1914. ‘Some time ago we already strongly advised Turkey, on account of international Jewry, to protect Jews of every nationality, and we are now reverting to the matter once again.’
[63] German Foreign Office Documents, K 692/K 176723 and 176745.
[64] Stein, The Balfour Declaration, p.201.
[65] Richard Lichtheim to Leonard Stein, 12 February 1952, The Balfour Declaration, p.209, fn. 9.
[66] Report dated 8 March 1915, Papers of Nahum Sokolow, Quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.210, fn. 10.
[67]Palestine Report to 1921 Zionist Congress, p. 34.
[68] Lichtheim, Richard, Memoirs, published in Hebrew version as She’ar Yashoov (Tel Aviv: Newman, 1953), Chapter XV.
[69]Ibid., Chapter XVIII.
[70]The Timesof history of the War; Vol. XIV, pp. 320-321; Stein, The Balfour Declaration, pp. 212-213; e.g., Preussicher Jahrbuecher, August-September 1915, article by Kurt Blumenfeld.
[71] Lichtheim, Memoirs, Chapter XVIII; Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 213-214, fns. 21.22.
[72] Stein, The Balfour Declaration, p.214, fn. 23.
[73] Stein, The Balfour Declaration, pp. 536-537; Note of the interview in memorandum 28 August 1917, Zionist Archives.
[74] Stein, The Balfour Declaration, p.537. Even in 1959, Aaronssohn’s superior, Colonel Richard Meinertzhagen. wrote: “I am not at liberty to divulge any of his exploits as it would publicize methods better kept secret”- Middle East Diary 1917-1956 (New York: Yoseloff, 1960) p.5.
[75] Stein, The Balfour Declaration, p.217.
[76] Conjoint Foreign Committee 1916/210, 5 April 1916; Stein, The Balfour Declaration, p.218.
[77]Hatikvah (Antwerp), December 1927, contains article by Basch.
[78] Conjoint Foreign Committee, 1915/340.
[79]Ibid., 1916/183ff; Translated in Stein, The Balfour Declaration, p.219.
[80] Poincare, R., Au Service de la France (Paris: Plon, 1926), Vol. VIII, p.220,15 May 1916.
[81] Conjoint Foreign Committee, 1916/110, 124; Stein, The Balfour Declaration, p 220.
[82] Conjoint Foreign Committee, 1916/11ff; Stein, The Balfour Declaration, pp. 220-221.
[83]Die Welt, 1913, No. 35, p. 1146; Stein, The Balfour Declaration, p. 67.
[84] Conjoint Foreign Committee, 1916/130ff, 18 February 1916; Stein. The Balfour Declaration, p. 221.
[85] Conjoint Foreign Committee, 1916/206; Stein, The Balfour Declaration, p. 223.
[86] Stein. The Balfour Declaration, p.225.
[87] Adamov, E., Ed., Die Europoeische Maechte und die Tuerkei Waehrend des Weltkriegs-Die Aufteilung der Asiatischen Tuerkei. Translation from Russian (Dresden, 1932), No.80.
[88] Conjoint Foreign Committee, 1916/387.
[89] Lloyd George, WarMemoirs, 1915-1916, p.434.
[90] Falls, Cyril, The Great War (New York; Putnam, 1959), p.180.
[91] Yale, William, The Near East: A Modern History (Ann Arbor: The University of Michigan Press. 1958) p. 263.
[92] Caster (Moses) Papers, quoted in Stein, The Balfour Declaration, p.285, fn.
[93] Stein, The Balfour Declaration, pp. 488-490.
[94] Lloyd George, War Memoirs, 1915-1916, p.276.
[95] Landman, S., in World Jewry, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed (London: Independent Weekly Journal, 1935), Vol.2, No.43, 22 February 1935.
[96] Landman, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed, Vol. 2, No 43, 22 February 1935; also, Malcolm, Origins of the Balfour Declaration: Dr. Weizmann’s Contribution, pp. 2-3.
[97] Landman, Balfour Declaration: Secret Facts Revealed, Vol. 2, No 43, 22 February 1935; also, Link, A.S., Wilson, The New Freedom (Princeton: University Press. 1956) pp. 10ff, 13ff.
[98] Ziff, The Rape of Palestine, p. 58.
[99] Mason, Alphoos T.M., Brandeis, A Free Man’s Life (New York: Viking Press, 1956), p. 451.
[100]Ibid., p. 452.
[101] Gwynn, Stephen, Ed., Letters and Friendships of Sir Cecil Spring Rice (London: Constable, 1929), Vol. II, pp. 200-201.
[102] Yale, The Near East, p.268.
[103] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 448.
[104]The TimesDocumentary History of the War, London, 1917, Vol. IX, Part 3, p. 303.
[105] National Archives. Department of State, Decimal File 1910-1929, No. 881.4018/325.
[106]Jewish Advocate, 13 August 1915.
[107]Boston Post, 4 October 1915.
[108] The ESCO (Ethel Silverman Cohn) Foundation of Palestine. Inc., Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies (New Haven: Yale University Press 1947), Vol. I, pp.87-89.
[109] Sykes, Two Studies in Virtue, p.187.
[110] Somervell, D.C., British Politics Since 1900 (New York: Oxford University Press 1950), p. 113.
[111] Report of the Twelfth Zionist Congress (London: Central Office of the Zionist Organization, 1922), p. 13ff.
[112] Stein, The Balfour Declaration, p. 25.
[113] Antonius, The Arab Awakening, p. 263.
[114] Taylor. Alan, Prelude to Israel (New York: Philosophical Library, 1959), p. 19.
[115] The ESCO Foundation, Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Vol. I, pp. 92-93
[116] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 286-287.
[117] The ESCO Foundation, Palestine: A Study of Jewish, Arab and British Policies, Vol. I, pp. 94.
[118] Taylor. Alan, Prelude to Israel, p. 20.
[118a] Stein, p 509 citing Brandeis’ papers.
[119]New York Times 24 March 1917.
[120] United States: State Department Document 861.00/288, 19 March 1917.
[120a] 120a. Stein, p 332 fn.
[121] Sykes, Two Studies in Virtue, p. 196.
[122] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 140. Stein, TheBalfourDeclaration, p. 396, fn. 10.
[123] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 396-397.
[124]Ibid., p. 394 fn 3.
[125] Letter from Sokolow to Weizmann, quoted in TheBalfourDeclaration, p. 400, fn. 27.
[126] Stein, TheBalfourDeclaration, p.400. fn. 29.
[127] Landman, S., in World Jewry, BalfourDeclaration: Scent Facts Revealed (London: Independent Weekly Journal 1935), 1 March 1935.
[128]Les Origines de la Déclaration Balfour, Question d’Israel (Paris, 1939), Vol. 17, p. 680 (Translation)
[129]Ibid.
[130] Translation from Russian in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 395.
[131] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 414.
[132] Sykes, Two Studies in Virtue, p. 211.
[133] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 141.
[134] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.452.
[135] Dugdale, Blanche E.C., Arthur James Balfour (London, Hutchinson, 1936), Vol, II. p. 231.
[136] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, pp. 452-453.
[137]The Times (London), 24 May 1917.
[138]Ibid., 28 May 1917.
[139] Jeffries, Palestine: The Reality, p. 148.
[140]Ibid., p 149.
[141]Ibid., p 153.
[142] Weizmann, Trial and Error, p. 179.
[143] Stein, p. 462.
[144]Ibid.
[145]Ibid.
[146]Ibid., pp 463-64.
[147] Yale, The Near East: A Modern History, p. 241 Also article by William Yale in World Politics (New Haven: April 1949), Vol. I, No.3, pp. 308-320 on ‘Ambassador Morgenthau’s Special Mission of 1917’; Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 352-360.
[148] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 453.
[149]Ibid., p 453.
[150] Jeffries, Palestine: The Reality, pp. 163-164.
[151] De Haas, Jacob, Theodor Herzl: A Biographical Study (Chicago: University Press, 1027), Vol. I, pp. 194 et seq
[152] Sykes, Two Studies in Virtue: On the basis of Nordan’s manuscript, ‘The Prosperity of His Servant.’ p 160 fn 1.
[153] Sadaqu Najib, Qadiyet Falastin (Beirut: 1946) pp. 19, 31.
[154] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 526.
[155] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.673.
[156] Stein, TheBalfourDeclaration, p. 504, fn. 5.
[157] Seymour, Charles (ed. by), The Intimate Papers of Col. House (New York: Houghton Mifflin, 1926), pp. 161, 174.
[158] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 504-505, fn. 5, 7.
[159] The Jewish Chronicle, 26 May 1916. In a personal communication, Prof. W. Yale notes that the Cairo publisher Dr. Faris Nimr told him that Morgenthau had talked with the Khedive, Abbas Hilmi, in 1914, regarding a role in promoting the cession of Palestine to Egypt.
[160]New York Times, Obituary, 18 June, 1962.
[161]Chaim Weizmann Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 506.
[162] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p. 453.
[163]Ibid., p.453. Stein, TheBalfourDeclaration, p.506.
[164] Brandeis to de Haas and Lewin-Epstein. 20 September 1917, Brandeis Papers, in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 506.
[165]Ibid., Brandeis to House, 24 September 1917.
[166] Stein, TheBalfourDeclaration, pp. 507-508.
[167]The Brandeis Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p.509.
[168]The Wilson Papers in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 509.
[169] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.453.
[170]Ibid.
[171] Adler. ‘The Palestine Question in the Wilson Era,’ pp. 305-306. Quoted in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 528.
[172] See ‘The Zionist-Israel Juridical claims to constitute “The Jewish people” nationality entity and to confer membership in it: Appraisal in public international law.’ W.T. Mallinson, Jr., George Washington Law Review, Vol. 32, No.5, (June 1964). pp. 983-1075, particularly p. 1015.
[173]The New Palestine published by the Zionist Organization of America, 28 October 1927, pp. 321, 343.
[174] William Wiseman to Leonard Stein, 7 November 1952: in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 529.
[175] In a dispatch dated 19 May 1919 from Balfour to Curzon, ‘The correspondence with Sir William Wiseman in October 1917’ is mentioned as evidence of endorsement of the Balfour Declaration. Document on British Foreign Policy, First Series, Vol. IV, No.196, fn. 4, p.281.
[176] Stein, pp. 561-62.
[177] Mason, Brandeis, A Free Man’s Life, p.454.
[178]Ibid., p.455.
[179]The New York Times, 8 January 1961, 53:6.
[180]Ibid., 14 January 1961, 22:5.
[181] Lloyd George, Memoirs of the Peace Conference, Vol. II, p. 732.
[182]Claude Kitchen and the Wilson War Policies, 1937, reprinted 1971, Russel.
[183] Knightley, Phillip, The First Casualty (N.Y.: Harcourt Brace, 1975), p. 122.
[184]War Memoirs of David Lloyd George (Boston: Little, Brown, 1933), pp. 280-3.
[185]War Memoirs, p.291.
[186]The Conduct of War, J.F.C. Fuller (New Brunswick: Rutgers, 1961), p.171
[187] Translation from the Russian in Stein, TheBalfourDeclaration, p. 395.
[188]Great Britain, the Jews and Palestine (London, 1936), pp. 4-5, New Zionist Press.
[189] George, Memoirsof the Peace Conference, p. 726.
[190] Taylor, Prelude to Israel, p.24.
[191] Example: resigning Israeli Chief of Staff, Gen. Rafael Eytan, following the invasion of Lebanon, likened the Palestinians to “cockroaches.”
[192] The U.S. General Accounting Office figure for military and economic aid to Israel from 1948 through 1982 was $24 billion. To this must be added the tax-free contributions to Israeli organizations, loss on investment of funds in Israeli bonds by American cities such as New York, by labor unions, and other entities. To the add the costs of transfer of American technology to Israel. Since 1982, IJ.S. annual taxpayer levies for Israel have been increased by Congress. so that the cost of Israel for the United States could easily climb to well in excess of $100 billion over the next decade.
[193]The New York Times, 10 July 1983.
[194] I recall distinctly how our soldiers fired their weapons at the elderly, at women and children, all on order of their commanders. I witnessed the pleas and cries of small children after their mothers were brutally killed in front of them by our soldiers. Some of the soldiers even fired phosphorus canisters into Ein El-Helweh shelters, where hundreds of civilians had taken refuge. None of them survived.” Account by Lt. Eytan Kleibneuf in Haolam Hazeh, Israel, 7 July 1982. Kleibneuf is a member of Mi’jan Michael Kibbutz and member of Mapam’s United Kibbutzim Movement, and a reserve officer in the Israel infantry forces.
The West German weekly Stern, 24 August 1982, carried an article by Austria’s Jewish Chancellor, Bruno Kreisky, stating that Israel had committed “gigantic crimes” in its invasion of Lebanon. “Israel stands morally naked. Its leaders have shown their true face,” he concluded.
During Israel’s invasion of Lebanon, the U.S. Jewish Press carried a regular column by Rabbi Meir Kahane advocating the killing of Palestinians of all ages. This he wrote, was G-d’s will as expressed in the Torah. Not to do so, opposed that will. This is the Holy War (herem) which God “commanded” the Hebrews to wage against the Canaanites for the possession of the Promised Land. The Old Testament repeatedly refers to the terror that the herem would produce and to Israel’s obligation to destroy all persons with their property who remain in the land, lest they become slaves or corrupting influences. The Hebrew word herem designates a sacred sphere where ordinary standards do not apply, and in a military context … herem is a total war of annihilation without limits against men, women, animals and property. For a discussion of the herem and its revival by the Zealots as reflected in the Dead Sea Scrolls, see de Vaux, R., Ancient Israel, New York: McGraw-Hill. 1972, pp.258-267.
In psychological terms, the defense for indulgence in the horror of herem is projection -projection of ideas of herem as being held by others, or indulging in behavior which invites the ”Group-Fantasy of Martyrdom.” See Journal of Psychohistory, Vol.6, No.2, Fall 1978, H.F. Stein, “The Psychodynamic Paradox of Survival Through Persecution,” pp.151-210.
[195] Within three weeks of the presentation of this lecture at the IHR conference, 241 U.S. Marines and 58 French servicemen were killed in Beirut on 23 October 1983.
[196]Israel’s Sacred Terrorism by Livia Rokach. Belmont 1980: Assoc. of Arab-Amer. Grads. Amer. Grads. Contains the Memoirs of Moshe Sharett 1953-57, Israel’s first Foreign Minister and second Prime Minister.
[197] “A Strategy for Israel in the Nineteen Eighties,” by Oded Yinon, a former officer in the Israeli Foreign Ministry. In Kivunim (Directions), the Hebrew-language journal of the Department of Information of the World Zionist Organization, February 1982. “The dissolution of Syria and Iraq … into ethnically or religious unique areas such as in Lebanon, is Israel’s primary target on the eastern front in the long run, while the dissolution of the military power of those states serves as the short term target,” the presentation reads in part.


From The Journal of Historical Review, Winter 1985-6 (Vol. 6, No. 4), pages 389-450, 498. This paper was first presented by the author at the Fifth IHR Conference, 1983. It was also the basis for the booklet, Behind the Balfour Declaration: The Hidden Origin of Today’s Mideast Crisis, published by the Institute for Historical Review in 1988.

About the Author

Robert John — foreign affairs analyst, diplomatic historian, author and psychiatrist — was educated in England . He graduated from University of London King’s College, and then studied at the Middle Temple , Inns of Court, in London . He was the author, with Sami Hadawi, of The Palestine Diary: British, American and United Nations Intervention, 1914-1948. This detailed two-volume work, first published in 1970, includes a foreword by British historian Arnold Toynbee. Robert John died on June 4, 2007, age 86.

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Epitaffio agli ulivi

ulivi del salento Autore: Luciano Manna Fonte: peacelink

Quando guardi qualcosa fin da quando sei piccolo è difficile pensare che possa scomparire così, da un giorno all’altro.
E tuo nonno l’aveva mostrato a tuo padre e lui a te e quella cosa era lì fin da prima, era lì da secoli.
Questo è ciò che devono aver visto gli occhi pieni di lacrime del contadino del Salento.
Una gran ferita è stata inferta oggi a coloro che vivono la splendida terra pugliese e a coloro che ne sono lontani.
Perché quando da lontano pensi alla tua terra la immagini sempre a metà tra come te la ricordi e come vorresti che fosse e fino a ieri gli ulivi facevano parte della prima categoria.
Non starò qui a spiegare la gravissima ingiustizia che è stata commessa, è stato già fatto da PeaceLink, dalle associazioni del Salento che si sono battute perché il sapere dei contadini e delle università venisse considerato all’interno della vicenda xylella, perché finora è stato solo imposto ai contadini senza che nessuno avesse chiesto mai il loro parere.
E l’Europa ci ha ascoltati.
L’Europa aveva avvisato, aveva concesso tempo.
Come hanno osato persone così piccole distruggere qualcosa di così grande?
Malgrado autorità superiori avessero detto loro di aspettare.
Una tragedia greca in pura salsa italiana.
Ebbene, noi siamo stati universalmente riconosciuti una terra splendida, siamo l’avanguardia di un meridione d’Italia che vuole risorgere.
I tarantini, i salentini si battono, si sono battuti e si batteranno in prima fila.
National Geographic ci ha inserito tra le migliori mete al Mondo.
Ad Ostuni abbiamo scoperto Delia, ominide di sesso femminile del paleolitico, conservava in grembo i resti di un feto in fase terminale.
La Puglia ha dato al mondo la più antica madre della storia, i primi consanguinei di cui si ha traccia dell’intera storia dell’umanità.
Taranto è l’unica colonia spartana della storia ed ha avuto il governante che Platone, ovviamente studiato a livello mondiale, prese ad esempio, Archita da Taranto.
I Bizantini favorirono l’immigrazione dei Greci nel sud del Salento, per ripopolarlo. Sopravvivono. Nell’isola linguistica della Grecìa salentina, si parla ancora una lingua estremamente simile al greco antico, il griko.
Il Salento è terra di taranta, di pizzica, di tradizioni studiate attentamente da paesi più attenti e consapevoli del nostro.
Di Taranto parla Orazio: “E se il destino avverso mi terrà lontano allora cercherò le dolci acque del Galeso caro alle pecore avvolte nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì furono di Falanto lo Spartano.”
Brindisi, crocevia culturale, diede i natali al poeta Marco Pacuvio, il più grande tragediografo latino, nipote del leccese Quinto Ennio, considerato da Cicerone il “padre della letteratura latina”.
Ed il Salento, nel 1480, sotto gli Aragonesi, diede ancora prova del suo valore, Otranto fu invasa dai Turchi guidati da Ahmet Pascià, con l’eccidio di 800 persone che rifiutarono la conversione all’Islam.
“Poiché abbiamo discorsa l’antica Italia fino a Metaponto, ci convien ora parlar del rimanente; e prima di tutto seguita la Japigia. Gli Elleni la chiamano anche Messapia; e gli abitanti in parte si chiamano Salentini (e son quelli intorno al promontorio Japigio), in parte Calabri. Al di sopra di costoro verso il settentrione stanno i Peucezii, poi quelli che nel greco linguaggio sono denominati Daunii: ma i nativi di quella regione chiamano Apulia tutto il paese al di là dei Calabri. Alcuni poi de’ popoli onde son abitati que’ luoghi si dicono anche Pedicli, principalmente i Peudicizii.” (Strabone)
Strabone è di età romana, ma l’Apulia esisteva già.
Certo la memoria da tenere viva è millenaria e non è facile, ma siamo antichi almeno quanto gli ulivi.
Siamo lo stesso popolo che li ha visti nascere, che oggi li piange e che li ripianterà ancora.
Un popolo millenario non si può abbattere, annientare gli ulivi, non può permettere di annientare la memoria, la dignità ed il valore di un popolo che ha bisogno dalle lacrime di riscoprirsi ancora più consapevole di se stesso.

La dignità degli ulivi è la nostra. Ora abbatteteci tutti.

Antonio Caso

Relazione del viaggio di Gazzella a Gaza aprile – maggio 2015

 Relazione del viaggio a Gaza di 2 volontarie di Gazzella. 28 aprile-9 maggio 2015

Atterriamo di sera all’aeroporto di Tel Aviv dove ci aspetta il solito grasso e rassicurante autista palestinese Hakim che ci porta a Gerusalemme e ci lascia alla Porta di Giaffa vicino all’ostello di pietra che è bello e pittoresco da fuori ma, per la verità o forse per la mia età, un po’ molto spartano all’interno e da cui si gode però una vista meravigliosa sulla città vecchia fino al monte degli ulivi. Ci precipitiamo a cercare una birra prima che sia troppo tardi dato che a Gaza ne dovremo fare a meno grazie ad Hamas per cui l’alcool è visto come il male e quindi proibito a tutti. In realtà ne è proibita l’importazione, la vendita e anche il consumo ma si fa finta di non vedere e si tollera quindi che i cristiani locali si producano per il proprio e degli amici consumo sia il vino che il distillato di vinacce.

La mattina presto andiamo in taxi a Eretz, unica entrata per Gaza ormai praticabile anche se molto selettiva, da quando l’Egitto del generale golpista Al Sisi ha chiuso quella di Rafah e non si sa se, quando e per quanto tempo verrà aperto il passaggio. Da mesi se ne parla senza citare la fonte non si sa bene la fonte, ma la notizia gira e tuttavia l’evento non è ancora avvenuto e se e quando Rafah aprirà, non ci si aspetta che rimanga aperto il passaggio per più di 2 o 3 giorni. L’ingresso da Eretz non e’ pero’ utilizzabile dai palestinesi della Cisgiordania che anche se hanno parenti stretti a Gaza che possono nascere o morire, non ottengono il permesso di entrata. Il valico di Eretz è utilizzato dai palestinesi di Gaza per uscire solo con speciali permessi per es per qualche visita specialistica in un ospedale, permessi che vengono però concessi con molta difficoltà. Pare che dopo l’aggressione dell’estate scorsa gli israeliani si mostrino un pò più generosi nella concessione dei permessi e che lo facciano per migliorare l’immagine ad uso non certo dei palestinesi ma degli internazionali, che si era ancora più deteriorata. Pur avendo noi il numero del permesso della “Security” israeliana ottenuto dopo 2 mesi e piu’ di attesa dalla nostra richiesta al Consolato Italiano, come sempre siamo preoccupate che succeda qualcosa per cui non ci lasciano passare. Le procedure cambiano ogni volta e mi domando se non sia fatto appositamente per disorientare e scoraggiare chi e’ già nervoso e preoccupato. Passiamo più facilmente del solito il controllo israeliano, montiamo su una specie di motoretta che ci fa superare il sempre più lungo corridoio che attraversa la terra di nessuno, cioè presa dagli israeliani con la solita scusa del cuscinetto di sicurezza, e arrivando in terra palestinese notiamo con piacere che non c’è più un doppio controllo dell’Autorità Palestinese e di Hamas, ma un controllo unico. Ci viene a prendere la macchina dell’Associazione di Donne “Aisha” con cui abbiamo avuto il finanziamento per il progetto dall’8 X 1000 della Chiesa Valdese e con cui dobbiamo scrivere in questi giorni il resoconto dell’attività del II anno di: “Per una vita senza violenza”. Come al solito, anche con i palestinesi che controllano il permesso di entrata, c’è qualche problema. Questa volta non va bene la stampa a colori del computer, ma è necessario avere il permesso originale con timbri e firme. Grazie all’intervento della ragazza di Aisha che per fortuna e’ arrivata portando il permesso originale, siamo finalmente a Gaza e andiamo direttamente nell’ufficio dove cominciamo a lavorare.

Il giorno dopo iniziamo le visite ai bambini feriti durante l’aggressione israeliana di luglio e agosto 2014 da loro chiamata ” Margine Protettivo” che Gazzella vuole adottare e che sono stati scelti dalle donne di Aisha fra i casi più seri delle migliaia di bambini feriti, considerando la situazione familiare e oltre alle ferite fisiche anche il trauma psicologico di cui tutti questi bambini soffrono. 300000 bambini di Gaza dopo l’aggressione dell’estate scorsa, soffrono di sintomi evidenti risultanti dallo shock post traumatico dell’aggressione. Siamo inorridite. Nel viaggio dello scorso novembre avevamo visitato bambini adottati precedentemente e avevamo visto molta distruzione ma non avevamo percorso in macchina le strade dove quasi tutti i palazzi sono stati distrutti, perchè c’erano ancora le macerie per le strade ed era difficile, anzi impossibile, passare. Le macerie sono state ora rimosse e intere strade che percorriamo di Beit Hanun e Shejaya attraverso cui i carri armati israeliani sono entrati a Gaza sparando protetti dai bombardamenti aerei, sono state rase al suolo. Abbiamo visitato famiglie che per sicurezza si erano rifugiate nelle scuole dell’UNWRA che sono state poi bombardate di notte uccidendo civili che non si erano mai occupati di politica compresi donne e bambini. Vi risparmio il racconto di molte singole storie tragiche che i protagonisti ci hanno raccontato perché al solo pensiero le lacrime mi ricominciano a sgorgare dagli occhi. Abbiamo anche visitato scuole dell’UNWRA dove ancora abitano decine e decine di famiglie poverissime che hanno avuto la casa distrutta e che non hanno alcun luogo dove andare ad abitare. Fra l’altro, anche avendo i soldi che la maggior parte della gente non ha, e’ quasi impossibile ricostruirsi la casa perché non entra nella striscia il materiale da costruzione. Il poco cemento che è entrato è stato utilizzato per la ricostruzione di strade e di qualche edificio pubblico. Abbiamo notato con piacere che le strade principali che uniscono città e villaggi, sono state riparate. Soprattutto la grande strada che attraversa la Striscia da Nord a Sud lungo il mare e che aveva a novembre scorso dei lunghi tratti di sabbia, è ora tutta asfaltata. I Gazawi si lamentano perché le strade interne che vanno a scuole, ospedali e soprattutto alle loro case, sono in pessime condizioni e non solo dai bombardamenti di luglio-agosto 2014.

I 19 bambini nuovi che Gazzella ha adottato hanno storie orrende. Quasi tutti nell’aggressione israeliana della scorsa estate hanno perso almeno un fratello ma spesso più di uno. Due dei bambini adottati hanno perso, oltre a più di un fratello, la mamma. Il padre di uno di loro è in sedia a rotelle con una gamba amputata e l’altra immobilizzata. Ha perso la moglie e due figli. Un bambino ferito non parla dal giorno del bombardamento in cui ha perso la casa e parte della famiglia e la mamma depressa, non sembra reagire a stimoli esterni e di certo non può aiutarlo. Un gruppo di famiglie di 30 persone di cui abbiamo adottato vari ragazzini feriti vive in 3 stanze di uno stabile mezzo diroccato. I gruppi familiari sono collegati fra loro da vincoli familiari e vengono tutti da un grande palazzo a 4 piani che è stato raso al suolo uccidendo molte persone. La coabitazione in una situazione così difficile, ci dice la psicologa che li segue, sta anche rovinando i rapporti interpersonali. Una delle storie che mi ha più colpito è quella di una donna che abita con marito e due figli in un pian terreno restaurato alla meglio di un palazzo distrutto. In inglese ci racconta che di notte li hanno avvertiti che avevano 10 minuti per lasciare la casa che sarebbe stata bombardata. Si rifugiano con marito e 4 figli dai 7 ai 17 anni di corsa in una scuola dell’UNWRA che pensavano essere un luogo sicuro. La scuola era completamente al buio e viene bombardata. Lei sente odore di sangue mischiato all’odore della maglietta del figlio diciassettenne, lo raggiunge e piangendo lo tocca con le mani, sente il sangue e gli dice di non morire e lui le risponde di non piangere. Purtroppo il figlio muore lì nella scuola e un altro figlio, ferito grave, muore dopo 2 mesi di ospedale dove riescono ad andare la mattina seguente finiti i bombardamenti. Lei dopo un pò di tempo supera lo shock e capisce che per i due figli più piccoli sopravvissuti è importante tornare a casa e cercare di vivere una vita normale. Con il marito riparano come possono il pianterreno della loro casa dove noi li incontriamo. I 2 ragazzini, ambedue feriti sono gli unici bambini fra quelli incontrati che a scuola vanno meglio di prima del bombardamento. Tutti gli altri bambini che Gazzella ha adottato questa volta, in seguito al trauma non vanno bene a scuola come prima. Tutti i bambini che abbiamo incontrato hanno paura di stare soli soprattutto la notte, anche se grandi bagnano il letto, hanno paura del buio e non vogliono dormire nel letto da soli ecc

Ero indecisa se raccontare anche questa altra storia che è veramente brutale ma alla fine penso che serva a dare un’idea più precisa di quello che l’aggressione dell’estate scorsa ha provocato. Una delle famiglie visitate per fare la conoscenza del bambino ferito da adottare, ci riceve in una grande stanza molto ben tenuta. I genitori del bambino sono giovani e molto carini. Ci mostrano un muro con una grande macchia e ci spiegano che la macchia corrisponde al cervello del loro bambino decapitato da un colpo e ucciso insieme a un cuginetto e a uno zio e a non so chi altro in quella stanza dove si erano tutti riuniti pensando che fosse un luogo sicuro.

I bambini che Gazzella ha adottato questa volta sono stati trovati dall’associazione Aisha a cui sono stati segnalati dalle psicologhe o dalle assistenti sociali che lavorano sul territorio e che come abbiamo potuto constatare conoscono bene tutte le persone che vivono nella zona a loro assegnata e hanno un buonissimo rapporto con tutti.

Queste storie tragiche non impediscono tuttavia alla massa dei ragazzini di giocare allegramente per le strade e a quasi tutti loro di frequentare la scuola in uno dei 3 turni a loro assegnati. Le classi sono spesso di 40-45 ragazzini. Penso proprio che i risultati di tutte queste brutte storie e di queste difficoltà a far vivere ai bambini una vita normale, avrà delle conseguenze nel prossimo futuro degli abitanti di Gaza. E dunque credo che cercare con le nostre piccole-piccolissime possibilità di alleviare le loro pene e render loro la vita un po’ migliore ma anche di far conoscere al maggior numero di persone possibile la situazione reale di quella striscia di terra, sia un dovere a cui non dobbiamo sottrarci.

Con Aisha per fortuna abbiamo fatto anche cose piacevoli. Siamo andate all’apertura del corso per coppie di fidanzati, organizzato nell’ambito del progetto finanziato dall’8 per 1000 della chiesa Valdese: “Per una vita senza violenza”: E’ stato molto interessante. L’età media delle ragazze è di 18 anni e dei ragazzi forse 20. Abbiamo cercato di capire chi nella coppia aveva spinto per decidere di frequentare il corso e perché. Quasi tutti ci hanno risposto di aver preso insieme la decisione e che sperano che il corso li aiuti ad affrontare insieme con serenità la vita matrimoniale. Nessuno dei fidanzati ha un lavoro ma la cosa è talmente comune a Gaza dove la disoccupazione è del 70% almeno, che non sembra rappresentare una ragione valida per rimandare le nozze. Ci auguriamo che il corso sia utile perché è proprio in questa situazione di povertà, inattività e quindi frustrazione che nascono le violenze in famiglia contro mogli e figli. Ci sembra anche importante che se poi la violenza esplode, le donne abbiano la forza di denunciarla e che conoscano un luogo e delle persone di cui si fidano a cui rivolgersi per essere aiutate. Nel progetto, alle donne vittime di violenza viene insegnato per un anno un mestiere e vengono poi aiutate e assistite per un altro anno ad aprire una piccola attività in proprio. Quest’anno al progetto (III anno) abbiamo aggiunto la possibilità di avere un microcredito per iniziare l’attività, come per es per comprare una macchina da cucire, o il necessario per aprire un salone per parrucchiera ed estetista o una videocamera.

Prima di ripartire per l’Italia ho passato poi qualche giorno a Gerusalemme dove ho incontrato gli esperti della cooperazione italiana che mi hanno illustrato i loro progetti in Cisgiordania e a Gaza e abbiamo discusso della difficilissima situazione e di quello che si può fare. Fra l’altro con la crisi di tutto il medio oriente i soldi delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNWRA) che già erano pochi per soddisfare le esigenze minime dei palestinesi adesso sono pochissimi e non bastano neanche per le razioni alimentari degli abitanti di Gaza che vivono ancora dalla scorsa estate nelle scuole dell’UNWRA, per cui la cooperazione dei paesi europei fornisce parte dei soldi necessari a scapito naturalmente di altri progetti.

Per concludere spero di aver convinto chi leggerà questo resoconto di viaggio a Gaza di dare se possibile un contributo a Gazzella per aiutare ad alleviare almeno un pò le sofferenze dei bambini di Gaza e delle loro famiglie affinché rimettano insieme quello che resta della loro casa e della loro famiglia e possano vivere una vita decente.

S.

DIARIO MINIMO VIAGGIO A GAZA DAL 28 APRILE AL 5 MAGGIO 2015 –

28 aprile 2015 – PRIMO GIORNO: VERSO GAZA

Potrei raccontare di un viaggio a Fiumicino tranquillo, un imbarco civile e un volo in perfetto orario, ma che c’è d’importante in tutto ciò per raccontarlo? Potrei iniziare a raccontare da Gaza, eppure no anche il viaggio è parte di Gaza.

Gaza nei miei pensieri, nei miei interrogativi, nell’energia che serve per affrontare i giorni a Gaza, non per i pericoli, ma per la quotidianità di Gaza, quell’assurda e tragica realtà di Gaza dove il tempo oramai si misura da un bombardamento all’altro, un tempo scandito da macerie e morti e nuove ricostruzioni.

E’ una storia senza fine e senza prospettive eppure anche in questo momento – penso –a Gaza nascono dei bambini, muoiono delle persone. E milioni di persone vivono e si danno da fare per sopravvivere, loro e le loro famiglie.

Un caldo sconosciuto ci accoglie all’uscita dell’aeroporto e, per fortuna, anche Hakim, il nostro autista palestinese che sempre ci aspetta e che non ci vuole far cambiare i soldi all’aeroporto (non ci lascia nemmeno comperare le schede Orange – ci sono i negozi palestinesi a Gerusalemme). Nel suo scarso inglese ci offre il suo telefono per telefonare e mentre guida verso Gerusalemme ci trova un’auto per l’indomani per Gaza e quando arriviamo ci dà una manciata di ricevute, “very useful” dice.

L’ostello come al solito è accogliente, ma la stanza doppia è proprio mini-mini, e il bagno di più; in compenso ha un terrazzo praticamente privato sui tetti di Gerusalemme: una vista meravigliosa che fa dimenticare tutto. Il tutto per circa 20 euro a testa. Ce se po’ sta’.

Usciamo in cerca dell’ultima birra e qualcosa da mangiare e poi a letto!

29 aprile 2015 SECONDO GIORNO – SI VA A GAZA

Sveglia alLe 7, rapida colazione al sole sul terrazzo con panini avanzati da Roma (la città vecchia di Gerusalemme è sempre magica!) e poi via, sul selciato di pietra trascinando le valige, poi giù dalla porta di Giaffa verso l’appuntamento sulla strada ai piedi della città vecchia. Un viaggio gradevole fino ad Heretz. Il sistema di transito è cambiato, al gate esterno nessuno ti ferma, ma poi dentro doppio controllo: l’esercito per il controllo del permesso di entrata e poi la security per le ragioni dell’entrata (penso: “ma che le frega a lei dato che l’ufficio della security mi ha già dato il permesso di entrare?”). Tutto sommato – a parte quel filo di prepotenza sempre presente – tutto fila liscio e rapidamente. All’uscita dal controllo israeliano un’altra piacevole sorpresa, il carretto elettrico per il tunnel è a gratis, paga l’autorità palestinese. Così il chilometro e mezzo, che varie volte ci siamo fatte a piedi bestemmiando, vola via rapidamente. Ok autorità palestinese, “welcome to Gaza” ci dicono e sorridono. Poi taxi per i due chilometri che ci separano dal check point di Hamas. Qui nessuno sorride e praticamente non sanno l’inglese. Abbiamo il visto che ci ha mandato AISHA, ovviamente per mail. Ci dicono: non è l’originale. In inglese facciamo notare che venendo da fuori è difficile avere l’originale… Si mette in mezzo un altro palestinese che spiega in arabo. Arriva il capo e dopo discussione tra loro è ok. Noi assicuriamo che all’uscita avremo l’originale. Non ci ascolta nemmeno. Arriva una ragazza di AISHA con l’originale. Rifacciamo l’operazione. Questo ci chiede: state uscendo? Je avrei menato, mannaggia ma se abbiamo parlato 5 minuti prima…! La ragazza gli piega che dato che aveva l’originale glielo voleva far vedere. Lietamente mi porto via l’originale arricchito di 2 timbri uno rosso e uno blu. Del resto sennò che ci sta a fare?

Per arrivare a Gaza city facciamo un giro diverso, più lungo, attraverso il campo di Jabalia e Beach Camp. Poi scopriremo che era in corso una manifestazione di donne che pare sia stata dispersa dalla polizia.

Ad AISHA comincio subito a lavorare: agenda dei prossimi giorni, in particolare dovremo visitare 19 bambini e bambine feriti/e, chiudere il progetto AISHA-8X1000 valdese 2014-15 e preparare il progetto di cui si aspetta la risposta e anche avere qualche idea del possibile progetto futuro da presentare a novembre prossimo. Discutiamo subito di microcredito, come gestirlo e se può diventare un progetto futuro per i prossimi 3 anni. Le donne di AISHA ci parlano della loro esperienza della mobile-clinic per il supporto psicologico e, in caso psichiatrico, a madri e bambini traumatizzati dall’ultima aggressione che stanno sperimentando con successo. Il finanziamento OCHA (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) finirà il prossimo agosto…

Alle 16, finito il primo incontro, andiamo tutte a mangiare un pranzo-cena, in un magnifico posto sul mare: “light house”, il faro. Pieno di fiori e il cibo è troppo e buonissimo. Anche questa è Gaza, non solo i campi profughi e distruzioni, ma non per molto.

Infatti la giornata non è ancora finita: ci hanno promesso un tour nel disastro, la zona di confine più Shaja’iyya (come si scrive?) e Beit Hanun colpita dai bombardamenti via cielo e invasa dai carri armati. Ci troviamo di fronte ad una successione infinita di distruzioni; era la parte più industriale di Gaza (si fa per dire..), fabbrichette di materiale per l’edilizia, l’unica industria che sopravvive a Gaza. Oggi il 50% delle fabbrichette non esiste più. Visitiamo anche una scuola UNRWA trasformata in centro sfollati. Vi abitano 44 famiglie in altrettanti aule con una media di 7-8 persone per classe. Una donna con la quale parliamo (è lei che parla con noi) ha più di 20 figli e “in omaggio” a ciò ha avuto assegnate due aule! Urla che non sa cosa far mangiare ai suoi figli.

Qui dentro ci stanno ancora i poveracci, quelli più poveri dei poveri, quelli che hanno avuto la casa distrutta e non hanno risorse per trovarsene un’altra, o parenti che li possano ospitare ed andarsene. Ma, nella breve conversazione che abbiamo (tradotta da Mariam) ci dicono che da due mesi l’UNWRA non gli fornisce più il pacco cibo. Evidentemente vogliono che se ne vadano. Ma dove?

Insomma dopo questo giro penso proprio che ci sono tante Gaze, quella dei grattacieli che circondano il nostro albergo e quella di chi non sa cosa mangiare e, in mezzo, diversi gradi di povertà e ricchezza. Ci sono delle povertà incancrenite da decenni dove la gente non riesce ad alzare lo sguardo fuori e chi, lentamente si è arricchito, qualcuno anche molto, utilizzando i tunnel, il fatto che Gaza sia uno spazio chiuso; chi si è arricchito con le droghe (pare che una – proveniente dall’Egitto si chiama “Tranadol” – che ironia, presumo sia un antidepressivo…) che pare siano consumate soprattutto dagli uomini. Nel nostro programma pare che visiteremo anche un gruppo di donne con mariti drogati. Anche un progetto di AISHA.

Il pranzo cena è stato tanto abbondante e anche a causa del cuore grosso, decidiamo di non cenare. Ce ne andiamo a mangiare uno yogurt in stanza e poi via al computer per riversare foto e scrivere queste note.

Buona notte. Domani 4 bambini feriti ci attendono.

Giovedì 30 aprile 2015 – TERZO GIORNO – GAZA

Quando si può! Hamas ha deciso di spostare il 1 maggio al 30 aprile! Quindi oggi è festa a Gaza. Il primo maggio avrebbe disturbato il venerdì musulmano, e così già che c’erano hanno regalato un lungo ponte ai Gazani. Ugualmente abbiamo in programma per oggi la visita a 4 bambini dei 19 nuove adozioni di bambini feriti nel luglio ed agosto 2014, adozioni attivate tramite l’associazione AISHA, che per noi è un’esperienza nuova rispetto a quelle attivate con le tre associazioni ‘storiche’ che collaborano con Gazzella.

Prima visita una famiglia dimezzata: sono morte la madre e due sorelle, due sorelle gravemente ferite, con solo qualche scheggia sul corpo due bambini. Siamo a Beach Camp sopra Gaza City, sul mare. E’ morto anche un cugino. La casa di 4 piani è venuta tutta già, solo macerie. Spostando le macerie dal piano terra, il padre ha costruito 3 stanze, dei buchi per le finestre le porte, rifiniti solo con le cornici in attesa degli infissi. Abbiamo chiesto se aveva ricevuto dei soldi per la perdita della casa. No quello che ha costruito lo ha fatto con i soldi ricevuti come rimborso per le morti! La costruzione è veramente essenziale, in blocchi di cemento forati, ci vivono la nonna sopravvissuta, il padre e i 4 figli, le due sorelle rispettivamente di 9 e 10 anni e due bimbetti sui 4 e 5. Ci vive inoltre la sorella del padre, nubile. La bimba di 9 anni è la bimba adottata dal Centro Donna (mando le tre foto a parte). Splendida bimba con un braccio che non so se tornerà a posto, oltre a tantissime piccole cicatrici in tutto il corpo e in viso. La sorella ha anche un braccio che non si piega più e ferite diffuse sul corpo. Ma sono vive. Ricevono aiuto dalla mobile-clinic psichiatrica di AISHA. Tutta la famiglia viene aiutata ad elaborare la tragedia.

Ugualmente la seconda famiglia del campo di Jabalia è stata colpita da un missile che ha attraversato i muri ed ha ucciso due bimbi che stavano in una stanza a piano terra (sono visibili le riparazioni che hanno chiuso il foro di entrata. Erano due cugini. Mi dispiace dirlo: i cervelli spiaccicati sul muro. Era agosto e giocavano nella stanza più fresca della casa. Anche un altro bambino è stato gravemente ferito. Ha una brutta ferita lungo il corpo e segni in testa. E’ stato per tre mesi in Germania per essere “sistemato” in particolare all’apparato digerente. Da solo. Anche questa famiglia riceve un supporto psicologico da AISHA. Sono rimasti vivi il bambino ferito e altri due fratelli. La madre è incinta di quattro mesi. La vita continua. La famiglia è sembrata molto unita.

Ho la telecamera e ho filmato i luoghi che visitiamo, tutto intorno ci sono le macerie.

Esco da questa casa scossa. Da molti anni quando vengo a Gaza visito bambini feriti, ma sono bambini che sono stati feriti anni prima, le famiglie continuano a ricevere aiuti, ma questi sono diversi, sono ancora traumatizzati e nei loro occhi si legge paura e angoscia. Come potranno elaborare tutto questo?

Infatti l’ultimo bambini ferito che visitiamo è soprattutto sotto stress, non alza gli occhi da terra, è disturbato. Il padre fa vedere le foto prima di luglio scorso ed è la foto di un bambino sorridente, a quanto pare era anche bravo a scuola, ora non più. Ha un ghigno fisso in volto e gli occhi bassi. Faccio fatica a fotografarlo. Anche questa famiglia ha perso la casa e in sette persone in due camere in affitto. Anche il padre ha avuto uno shock e si deve riprendere. La moglie lo guarda spesso con faccia preoccupata. Anche loro vengono aiutati psicologicamente. Anche loro non hanno avuto soldi per ricostruire e, non avendo fondi loro, hanno affittato praticamente un buco di due stanze a Jabalia camp.

Effettivamente per le famiglie colpite (non solo da morti) ma anche semplicemente per le case distrutte, per figli o genitori feriti è durissimo riprendere la vita normale. L’associazione AISHA ha ricevuto dei fondi dall’OCHA per il sostegno psicologico alle famiglie dei feriti e si aggirano con psicologhe e psichiatre nelle varie zone di Gaza , in parte su segnalazione UNRWA, in parte di familiari e di conoscenti. Così saranno tutti i 19 bambini che visiteremo. Ma le ferite, non solo quelle visibili, sono profonde, ogni volta mi richiedo come facciano. Io non so se riuscirei a riprendermi se avessi vissuto questo disastro e la perdita di casa, figli, marito….

Ad ogni famiglia visitata hanno consegnato un piccolo ventilatore che serve sia per rinfrescare che per riscaldare. Tipo caldobagno. Ne avranno bisogno: a Gaza siamo già sui 27-30 gradi, non voglio pensare a luglio ed agosto.

Il tardo pomeriggio siamo libere. Ci facciamo una bella passeggiata rigeneratrice sulla spiaggia, in mezzo a molte famiglie: ci sono anche donne totalmente velate che entrano in acqua completamente vestite, spesso per far immergere i loro figli. Sono incredibili, alcune con il chador, con il volto tutto coperto e con l’acqua fino alle ginocchia, altre ancora hanno solo il velo, ma sotto ci sono i jeans (quelle più giovani) coperti poi da una specie di mantello fino ai piedi. Magari così si rinfrescano. L’impressione è di un giorno di festa, intere famiglie siedono intorno ai tavolini ricoperti di sacchetti di plastica e varie pentole protetti dall’ombra degli ombrelloni. Ostia my love!

Il mare è bello, con onde lunghe pieno di bambini vocianti che si tuffano e fanno finta di nuotare. Più in là dei ragazzi giocano al pallone, passa un uomo a cavallo. Dov’è il problema? Qui si vive una vita normale dentro l’assurdità e forse per molti con un pesante dolore nel cuore. Ma si vive. E, lo riscopriamo ogni volta che veniamo a Gaza, e non è poco. Sul molo dei pescatori, restaurato, con nuove illuminazioni solari ci sono centinaia di famiglie a godersi il chiasso, il mare e qualche schifezza che comprano ai bambini. Non mancano qualche aquilone, i palloncini e lo zucchero filato (di un preoccupante colore rosa) per i bambini.

Sera: passeggiata lungo lo stradone che costeggia il mare, dove si trova il nostro albergo (come al solito siamo le uniche ospiti) in mezzo al clamore delle macchine che vanno a clackson; in alcuni locali c’è il solito rimbombo dei bassi che indicano un matrimonio in corso.. Che voglia…! Più in là, mentre ci passiamo davanti, frotte di uomini escono dalla moschea: è iniziato il venerdì e sono andati alla predica. Noi invece andiamo al nostro solito ristorante di pesce a due passi dalla spiaggia, una via più in là dopo la moschea: un fritto misto di calamari e gamberi, una magnifica orata al forno e i soliti antipasti palestinesi. Meno di 15 euro a testa. Se po’ fa.

E poi a letto a scrivere e leggere. Non prima però di aver lavato almeno i piedi, carichi dell’onnipresente sabbia e secchi come acciughe. Un altro giorno a Gaza e passato. E domani è venerdì.

Venerdì 1 maggio 2015 QUARTO GIORNO – GAZA

Oggi è per noi un giorno off perché lo è per Gaza. Non abbiamo impegni ne appuntamenti e non ci sono i cooperanti italiani da vedere e con i quali discutere: non sono autorizzati a soggiornare qui.

Risveglio più lento, la solita colazione (ci siamo affezionate al cameriere che neanche per sbaglio cambia qualcosa alla colazione che ci porta e che consiste in frittatina larga distesa, pane arabo, labane, formaggio più solido, olio di oliva in piattino, za’tar, marmellata di fragole – sempre – e i panini arabi). Ci scherziamo sempre, scommettiamo se cambierà qualcosa. E regolarmente perdiamo la scommessa. Ma anche noi abbiamo le nostre solite medicine: io il Cotareg e Sancia una varietà maggiore di pillole.

In camera io mi metto ancor le gocce per l’occhio, ma è tutto per oggi.

E si esce. Mattina. Bella giornata. Il deserto nelle strade. Ci manca il clamore dei clackson e i taxisti privati che suonando ci offrono un passaggio. Ho sottovalutato Sancia, è una trekkista tremenda, nonostante abbia 10 anni più di me. Io ogni tanto con le mie ginocchia impongo una pausa, sempre all’ombra. Una pausa lunga infine ce la prendiamo in un bellissimo parco, con panchine, tenuto pulito, una piccola Svizzera. Potrebbe essere un parco curato della riviera ligure. Stiamo sedute per un po’ in mezzo a filari di ibisco, buganville, palme, giacarande. Un paradiso. Ad un certo punto veniamo circondate da ragazze giovani, tutte velate due completamente meno gli occhi. Ci cominciano a fotografare con loro, ridono e si divertono. Noi con loro. Qualcuna parla inglese, ci diciamo i vari nomi (un classico a Gaza è sentirsi rivolgere “What’s your name”). Alla fine io riesco a farmi fotografare con una tutta velata tra i suoi tentativi (poco convinti) di sottrarsi alla foto e io che la branchio con convinzione. Alla fine le metto una mano davanti agli occhi tra il tripudio delle altre e ci fotografano. Conservo con un sorriso la foto sul telefonino.

Ci riavviamo: meta il mercato più importante di Gaza. Qui è tutto come ogni giorno: caos, macchine in tripla fila che si contendono lo spazio con i carretti tirati da asini, banchi di verdura, frutta, galline, jeans, paccottiglia varia, un pavimento di verdure scartate e buttata per terra, un casino come al solito. Con Sancia andiamo in cerca della moschea più antica di Gaza; una vecchia chiesa templare-crociata. Sancia l’aveva vista molti anni fa. Io la trovo bellissima. La troviamo dopo aver costeggiato un cimitero e un altro mercato molto più tranquillo. Ed eccola. Ma..ma abbiamo dimenticato di portare con noi i foulard. Ci mettiamo in cerca di un negozio, con 20 shekel ne compriamo uno a testa. E ritentiamo la moschea. Dentro si entra, ma è venerdì e dopo un po’ (Sancia si aggirava come una turista dentro una chiesa e arriva fino a pochi passi dal gruppo in preghiera con Imam…) veniamo cortesemente invitate ad uscire. Oggi non si può stare dentro. Sgrido Sancia per come si è comportata da turista curiosa invece di sedersi discreta e ce ne andiamo. Ma intanto l’abbiamo vista. Facciamo il giro dell’edificio fino al minareto un vero e proprio gioiello.

Alla piazza vicina convinco Sancia a prendere un taxi… per il ritorno. Pranzo pomeriggio in spiaggia, con un succo di mango io, Sancia uno di limone-menta: sembra di stare in vacanza in un paese tropicale, i grattacieli in riva, il mare ondoso: chi ha detto che non si possa andare in vacanza a Gaza? Un bel libro da leggere, un bicchiere di succo tropicale, un sole che scalda: questa è vita! Anche noi siamo risucchiate dalla normalità di Gaza, anche se i bambini feriti visti ieri mi sono ancora dentro, ma qui si fa di tutto per vivere una vita normale e in questo primo venerdì di maggio quasi ci riusciamo!

Pomeriggio al computer, sera a mangiare in un locale di ashishe. Cena quasi occidentale che fa da intervallo alle nostre cene di pesce gazese. E poi una rapida visita al matrimonio in corso nel nostro albergo, lussuoso. Conto 40 mazzoni di fiori (hanno una struttura che stanno in piedi, tutti celofanati). Si presentano lo sposo e sua madre e ci invitano a danzare, resistiamo (anche perché i nostri abiti occidentali casual fanno a botte con la loro eleganza, con le loro scarpette a tacco alto…, i loro volti truccati.., salutiamo ed andiamo. Ad ogni matrimonio non riesco a non pensare quale sarà il futuro della sposa. Pare che qui la violenza sulle donne sia in verticale aumento. La media di figli a famiglia sono di 4,5. Gli orizzonti si chiudono, ma stasera si balla si fa festa e non ci si pensa.

E domani ricominciamo a visitare i bambini feriti nel luglio-agosto 2014. E poi nel pomeriggio incontreremo le coppie di fidanzati, che partecipano al progetto per impostare una relazione di coppia più egualitaria, che fa parte del progetto 8×1000. Vedremo. Registrerò l’incontro, ahimè in arabo con sintetica traduzione in inglese.

Sabato 2 maggio 2015 QUINTO GIORNO – GAZA

Ed eccomi alla sera con una giornata intensa da raccontare.

Oggi è sabato ed ancora festivo, ma abbiamo 4 bambini feriti da visitare. 9.30 puntuali aspettiamo la macchina con la nostra interprete. Prima cerchiamo di stampare la lista finalmente in inglese, ma il nostro file è docx e l’albergo è ancora in doc. Ci rinunciamo e partiamo.

Per arrivare a Shaja’iyya (nord est di Gaza, praticamente al confine) facciamo un lungo tratto di strada con tutte le case distrutte. Fa impressione. Le ho riprese senza riuscire a vedere nel piccolo schermo molto bene, ma penso che qualcosa di buono ci sia. E’ la strada seguita dai tank israeliani per entrare a Gaza. Hanno fatto piazza pulita. Nulla è rimasto in piedi. Case di comune abitazione tutte distrutte, un deserto, ricordava le immagini di Desdra dopo i bombardamenti alleati. Dentro c’erano famiglie che ci vivevano. Molte sono riuscite a scappare, altre no. Ci inoltriamo ed anche una moschea con un bellissimo minareto (antico e quindi immagino che anche la moschea lo fosse) non c’è proprio più, è rimasto il vuoto. Quando arriva l’assistente sociale di AISHA che abita in una casa danneggiata (ma non distrutta, dove si vedono le riparazioni fatte nel frattempo, buchi rinchiusi, tetto di ondulato) ci spiega che nell’ultimo bombardamento chi stava ad est e aveva parenti lungo il mare si è spostato, così come nel 2012, quando c’è stato l’attacco dal mare era successo il contrario.

Oggi visitiamo 3 famiglie, in una sono stati adottati 2 bambini. Il disastro. La prima famiglia che visitiamo ha un quattordicenne ferito alla gamba che gira con le stampelle. Sta aspettando di avere un’altra operazione al ginocchio. Era in strada ed è morto un cugino, lui solo colpito alla parte superiore della gamba compreso il ginocchio. Ma non basta, la sorella oggi di soli 20 anni è vedova, ha perso il marito dopo quattro mesi di matrimonio l’anno scorso (defensive edge l’anno chiamata!) La famiglia ha perso la casa ed è in affitto alla meno peggio, in una casa senza elettrodomestici.

La seconda visita è ad una famiglia con una figlia alla quale è stato quasi staccato un braccio. Pare che un medico ritenesse che era meglio tagliarlo, un altro invece ha deciso di provare a riattacarlo, ha funzionato, ora ha solo una mano che dal polso in giù è piegata ha un tutore che le fa male mettere, anche lei aspetta di essere rioperata. Ma il braccio c’è, è quello sinistro e forse per lei meno importante anche se ha perso (la recupererà?) la funzionalità della mano.

Penso che questi chirurghi palestinesi di Gaza sono diventati veramente degli esperti in braccia, gambe, sistemi nervosi, teste e quant’altro. Soprattutto pensando in quale macelleria stavano operando..! Tutti i feriti che ho visto finora hanno avuto gravi ferite e spesso anche diffuse sul corpo per schegge e quant’altro.

Infine l’ultima famiglia è ancora in uno shelter di una scuola UNRWA. Ogni famiglia ha a disposizione un’aula. Quelli che visitiamo ci vivono in 7: genitori e 5 figli dai 3 ai 13 anni. Su un muro una lunga lavagna, di fronte degli attaccapanni. Loro adesso hanno una serie di materassi sottili impilati, in un angolo, un altro angolo serve probabilmente da gabinetto mobile (ci sono solo due gabinetti al piano per tutte le famiglie) in un altro angolo è organizzata la cucina con una bombola a gas da campeggio, piatti e stoviglie appoggiati su un pianale. Un vecchio tv è acceso in un altro angolo su un programma per bambini. Con l’aiuto dei vicini racimolano 5 sedie per metterci sedute. In questa famiglia una ragazza di 9 anni e suo fratello di 11 sono stati feriti nel corpo. Il padre era un contadino, ha avuto la casa, i campi e gli ulivi distrutti, non ha soldi per riprendere le attività e ha paura a tornare ai campi proprio vicino al confine est.

Non ci sono parole. E’ vero che quando i numeri diventano volti concreti (e fotografati) e storie di bambini e bambine, genitori, senza casa, senza risorse, l’orrore di questi attacchi si fa vivo e reale, vicino, e l’orrore puro ti assale, l’impotenza ti irrigidisce il corpo e annebbia il cervello.

Riportiamo a casa l’assistente sociale e siamo attese a casa di Mariam, la responsabile dei progetti di AISHA. Hanno una casa in mezzo a Shaja’iyya, lambita dai bombardamenti (la casa vicina dello zio che però si affaccia sull’ampio giardino comune ha perso il tetto, e anche qualche pezzo dell’ultimo piano.

Ci aspetta un pranzo luculiano preparato dalla madre: foglie di vite con riso (le più buone mai assaggiate) un riso ricco di pistacchi e tante altre cose, pollo, tabbule. In quantità enormi. In giardino ci ritroviamo con il padre e la madre. Lui è furioso, forse meglio dire profondamente arrabbiato per le aggressioni israeliane, ci porta in giro per il giardino e ci mostra tutti gli ulivi abbattuti, le strutture danneggiate, i colpi di mortaio contro la casa e le varie cose. Mostra gli ulivi tranciati come se fossero figli, o forse meglio gli antenati. Di ognuno dice l’età, da chi è stato piantato. Qui scopriamo che ad ogni attacco gli abitanti di Gaza si spostano, a seconda da dove vengono: se dal mare o da terra, da est o da ovest, presso parenti. Solo così la strage viene in parte limitata.

Nell’ultimo attacco la loro famiglia (si intende sempre allargata, quindi non meno di 20 persone ed anche di più con i bambini) si era rifugiata tutta presso parenti vicino al mare. Si continua a parlare degli attacchi israeliani. Chiedo a Mariam se lei si aspetta un attacco quest’estate. Esita un po’ e poi dice forse quest’anno no, ma il prossimo si. Le chiedo come si fa a vivere così; mi risponde: “che altro possiamo fare?” Insisto “ma come fai a pensare che magari l’anno prossimo la vostra casa viene giù e perdete tutto… ?” Mi risponde “Proprio l’anno scorso avevamo cambiato il salotto e gli infissi della casa. Sono partiti solo i vetri per effetto dei colpi contro la casa dello zio“. “E allora?” Mi risponde di nuovo “what else can we do?” Ed è proprio così. Che altro possono fare? Non hanno il volano nelle loro mani. E non ce l’ha nemmeno Hamas, che tra l’altro, a quanto pare non paga gli impiegati pubblici da 9 mesi se non con pochi acconti. Benvenuti all’inferno, eppure ieri eravamo in spiaggia, al sole, e come noi tanti abitanti di Gaza, e le donne continuano a fare figli, e la vita scorre.

Più tardi incontriamo Elham del Medical Relief, discutiamo dei bambini adottati con l’aiuto del Medical Relief, alcuni dei quali ormai sopra i 18 anni. Chiedo se non potrebbero essere sostituiti da bambini più piccoli e feriti di recente. Risponde che in questo momento non si può togliere gli aiuti alle famiglie perché tutti hanno bisogno. Allora come fare? Come si fa a togliere ad una famiglia misera per darne ad un’altra? Anche AISHA ci dice che ha un numero ben maggiore di bambini feriti se “volessimo”. Sì, ma in Italia nessuno adotta più, o molti pochi. E poi è come versare acqua in un deserto. Ce ne vorrebbe troppa. Ma come diceva Mariam: “what else can we do?”

Pomeriggio, altro contrattempo (nulla rispetto a quello che abbiamo sentito e veduto). Stamani non mi sono trovata il telefonino. Pensavo di averlo lasciato in stanza, ma al ritorno non c’era. Ho provato a chiamarlo, dopo una lunga attesa la linea si è interrotto e alla successiva chiamata il telefono non era più raggiungibile. Mi è stato rubato, ma non capisco dove, perché me n’ero accorta ancora in macchina prima di scendere e tutto sommato ci sembra improbabile che sia stato il cameriere dell’albergo. Intanto l’ho perso e a Roma quando arrivo mi dovrò arrangiare con una scheda Jawwal per comunicare con la macchina. Ma questo è un altro problema, vedrò poi.

Buonanotte. Ho fatto le 23.45, local time.

Domenica 3 maggio 2015 SESTO GIORNO – GAZA

Da dove cominciare? Dalle 9.30 quando abbiamo cominciato il giro per visitare ben 11 bambini feriti nell’ultimo attacco israeliano. E abbiamo sceso un altro girone dell’inferno. Come ieri, storie strazianti. Famiglie dimezzate. Prima famiglia: due figli di 15 e 17 anni morti, altri due feriti gravemente, madre e padre pure, due figlie vivevano altrove perché sposate salve, un bimbetto illeso. Di notte, in un centro di raccolta dell’UNRWA in una scuola, bombardata perché ospitava “terroristi”. La madre al buio ha ritrovato il figlio per l’odore della maglietta e ha immerso le mani nel sangue. Ha raccontato che si è messa a gridare “don’t died” e il figlio “don’t cry”, Morto per strada nell’autoambulanza che trasportava lui ed altri due feriti. L’altro morto per strada. Il padre operaio di una azienda agricola, trattorista, il trattore è distrutto, è disoccupato anche se spera di ricominciare a lavorare. Lei maestra d’asilo ha una mano rovinata ed è a casa. Niente soldi. AISHA ha chiesto l’adozione dei due bambini. Sono ritornati nella loro casa da cui erano fuggiti per paura e, ironia della sorte è rimasta intatta. Ancora oggi si dicono: “se fossimo rimasti qui non sarebbe successo. Il palazzo è danneggiato, ma l’appartamento è intero e anche arredato dignitosamente”. Anche questo succede: si scappa in un luogo che sembra sicuro e si muore!

Siamo a Beit Hanun la cittadina più vicina al confine, le ultime case sono in linea d’aria a meno di un chilometro da Eretz che si vede benissimo.

Altra famiglia: ovvero 5 famiglie riunite in uno spazio di 3 stanze una cucina e un bagno. In tutto 30 persone, bambini compresi. Due capifamiglia hanno perso la moglie e vivono lì con i figli. Uno, maestro, è su una sedia a rotelle con una gamba di meno sopra al ginocchio e un’altra totalmente deturpata messa in orizzontale e sostenuta da vari lacci. Impressionante. Gli sono rimasti due figli, oltre la moglie è morto un figlio. Un altro, sta bene, ha avuto solo piccole ferite, ma è rimasto solo con due figli, un maschio ed una piccolina di due anni, con una larga ferita sopra la caviglia e una lunga cicatrice sul corpo. In questo gruppo familiare, AISHA ha proposto 5 bambini in adozione a distanza. Indispensabili. Li fotografiamo, parlano le donne, parlano gli uomini. Tutte e 5 le famiglie hanno perso la casa e ora sono ricoverate qui. Una donna mi porta fuori in strada e mi indica il vuoto dove prima era la sua casa: non ci sono che macerie. Che posso dire. Spero che almeno il mio volto abbia parlato!

Perdere la casa poi non è come essere sfrattati. Lo spazio dov’era è semplicemente ricoperto da macerie con vari gradi di distruzione. Da dove ricominciare? Questa famiglia riceve dall’UNRWA solo riso. Nessuno lavora. Probabilmente hanno ricevuto dal governo un importo per le morti. Ma sono ripagabili? Chi ricostruirà le case?

Ed è cosi dopo ogni attacco israeliano, solo che questa volta è stato molto più feroce e distruttivo. Sono entrati profondamente con i carri armati, hanno accompagnato questa aggressione con voli F24 e droni. Hanno creato una lunga striscia lunga chilometri e profonda almeno 1-2 di no house e people zone. Per sicurezza. Di chi? Ieri mi guardavo le statistiche del 2014, In tutto sono morti 63 soldati israeliani (quanti suicidi?) dall’altra parte più di 2000 morti, uomini, donne e bambini e feriti più di 11mila e ho visto come. Ferite che rimarranno per sempre nel corpo e non solo.

AISHA in questa zona ha organizzato una mobile psichiatric clinic e identificato le famiglia bisognose di avere i bambini adottati. Sono famiglie con bambini stressati, nervosi, un bambino di 5 anni da un anno non parla più, è in cura psichiatrica del Centro comunitario per la salute psichica, ma non sono riusciti ancora a sbloccarlo, la madre è depressa, la sorellina di due anni (aveva 5 mesi nel luglio scorso) era rimasta ferita in culla ed è visibilmente nervosa. Molte bambine se gli davi la mano la ritraevano cercando la mamma. Che disastro.

Un altro nucleo familiare che abbiamo visitato era composto da 50 persone, ma in un compound ampio con vari edifici. Contadini vivevano in varie case costruite dai vari nuclei familiari che cresceva di un piano ogni volta che un figlio si sposa. Molte di queste sono danneggiate, ma tutto sommato si sono potuti riorganizzare. In questo compound sono 2 i bambini adottati, nelle famiglie con più difficoltà o con la casa semi distrutta. Abbiamo le foto di tutti questi bambini e bambine, i loro occhi parlano per loro.

Alle 13 circa finiamo il giro delle famiglie. Avremmo bisogno di un bel bicchiere di vino, ma qui la vite al massimo la usano per fare gli involtini di foglie di vite e uva. Ma, guardando in giro ho visto della vite… Impegnandosi si potrebbe fare…

Altro appuntamento importante:l’incontro con i fidanzati per superare relazioni violente in famiglia. –quest’anno qui a Beit Hanun ci sono 10 coppie di fidanzati che hanno deciso di partecipare. Io pensavo che fosse la fine del corso, invece sta iniziando. E’ il loro primo incontro.

Ma ora sono troppo stanca, lascerei qui perché anche quell’incontro è stato importante e sono emerse molte cose interessanti che vorrei fissare. Non ultima l’incontro finale con il comitato che gestisce questa casa che è una via di mezzo tra un sindacato e una delegazione del ministero del lavoro.

Ma sono troppo stanca per andare avanti per un’altra pagina. A domani. BUONANOTTE se potete.

Seconda parte di Domenica 3 maggio 2015

Sono giornate intense che si prolungano e si passa da un tema all’altro. Lasciando però una scia di profonda angoscia ed anche di rabbia. In pulmino stiamo tutte zitte. Di ritorno dalle ultime due famiglie (gruppi di famiglie) nessun commento possibile.

Mi dico che in tutti i luoghi di guerra (e oggi ce ne sono molti) è così. Cose insensate che sopportiamo solo perché ci alieniamo da loro. I feriti sono numeri, i morti sono numeri ma sono insopportabili quando ci si avvicina alla loro realtà. Anche solo immaginarla. Così è anche per i morti del Mediterraneo, le famiglie disperse in Siria, il conflitto in Ucraina e in tutte le guerre che attraversano oggi il mondo.

La guerra non è gentile. Come facciamo a dimenticarlo? E non risolve quasi mai niente, anzi crea altri problemi. Qui poi, più che di guerra bisognerebbe parlare di attacco, di aggressione infinita e feroce.

Nel primo pomeriggio ci aspetta un incontro di verifica del lavoro di AISHA negli incontri per “i fidanzati” (di fatto sono le coppie che firmano per il matrimonio in Tribunale). Attraversiamo in lungo Beit Hanun ed arriviamo in una specie di centro sociale-sindacale locale, legato al Ministero del Lavoro, qui si svolgeranno gli incontri di 12 coppie di fidanzati. Veramente io pensavo che avessero già finito e fosse più che altro un incontro di “restituzione” del progetto. Invece era la prima volta. Interessantissimo. Un contesto “urbano” e non contadino come l’anno scorso. Fa impressione: sono tutti giovani dai 22 ai 16 anni (le ragazze sono tutte più giovani), praticamente tutti disoccupati e si sposano lo stesso. Molte ragazze non hanno finito le superiori. Chiediamo come pensano di vivere. “Nella casa di famiglia dell’uomo” rispondono. Di fatto la famiglia estesa è la chiave della solidarietà economica. Non voglio pensare alla vita della nuora nella casa della suocera! Eppure emerge che le coppie hanno “negoziato” (è il termine che usano) tra loro la decisione di partecipare a questi incontri. Lo scopo è quello di stabilire una relazione armoniosa, rispettosa e solidale tra le coppie (questo grosso modo è il titolo del corso).

Si parla anche di violenza in famiglia. Alcuni ragazzi dicono che fanno questo corso proprio per imparare come vivere in coppia. Come aiutarsi. Sembra quasi che vogliano creare una cesura tra la famiglia da cui provengono e il loro modo di impostare la relazione di coppia. L’assistente sociale a fine incontro mi dice “magari parlano così perché non sono ancora sposati” ma ugualmente bisogna tentare. Anche le ragazze sono diverse dalle donne sposate incontrate. In molte coppie di famiglie colpite dai bombardamenti sono le donne che parlano e raccontano, gli uomini tacciono. Qui è un po’ il contrario. Parlano più i ragazzi. Le ragazze assentono, meno un paio che sono più decise. Una addirittura si rifiuta di rispondere (“è troppo timida” dice il suo fidanzato).

Comunque qui a Gaza il diritto di famiglia è peggiore che in West bank anche se è lo stesso, viene applicato di più. In caso di divorzio i bambini non vengono affidati alla madre ma alla madre della madre, e solo fino i 9 anni le bambine e 11 anni i bambini. Poi vanno con il padre (ovvero con la famiglia del padre). E’ vero che spesso il padre, che si è fatto un’altra famiglia non li richiede (sono bocche da sfamare…).

Molto divertente alla fine la discussione sul velo. Siccome sembrava che tutto andasse bene, io ho chiesto cosa pensavano ragazzi e e ragazze del velo. Si è scatenato un putiferio. Chi ha detto che è un fatto religioso, chi ha detto che è la loro tradizione musulmana. Io ho ricordato che nell’88 praticamente solo le donne anziane portavano un velo e solo morbidamente intorno al capo. Uno ha detto: noi siamo chiusi dentro, non abbiamo più contatti con l’Europa e allora ci rinchiudiamo, torniamo a tradizioni più vecchie delle nostre nonne. Una ragazza ha detto che con il velo si sente a posto e protetta. Nessuna però ha manifestato la voglia di non averlo. E’ parte dell’abito e così sono ragazze serie. L’assistente sociale (che porta il velo e il mantello lungo ai piedi) mi ha detto che la discussione verrà utilizzata nel corso.

Stavamo andandocene quando siamo state invitate dal direttore del centro di passare da lui per 5’.

Comandi! Con Sancia ci siamo trovate davanti ad 8 uomini, tutti scuri di pelle come contadini calabresi. Volevano sapere cosa facevamo, hanno detto che erano molto lieti di ospitare quel corso, che per loro era importante, ma il loro problema è la disoccupazione, il fatto che i loro prodotti non li possono esportare, che sono costretti a comperare le merci israeliane, che un’economia chiusa non può svilupparsi. Che nell’ultima guerra (Hamas preferisce parlare di guerra e non di attacco…) hanno perso il 50% della già misera industria che avevano (sostanzialmente legata all’edilizia) ed ora dipendono per molti prodotti (perfino la malta e il cemento) da Israele che li centellina e quindi l’attività edile va a rilento. Sono rimasta colpita. Evidentemente non erano di Hamas anche perché si stavano “degnando” di parlare con delle donne per di più non velate ed occidentali. Tutto il colloquio mi ha dato la sensazione che qualcosa stia cambiando a Gaza a livello politico. Forse (perché non parlando la lingua non si capisce poi molto), forse la gente è stufa della contrapposizione Hamas-Fatah e cerca altre vie. Ma quali? Fanno i conti con i tremendi danni e perdite del bombardamento dell’anno scorso e vogliono un po’ di pace, per le loro vite, per le loro famiglie. Questo emerge anche dai colloqui con i giovani. Ma come al solito è uno spicchio della realtà quindi è difficile affermarlo in assoluto. Ma il muro si sta incrinando.

Torniamo a casa alle 18, distrutte, ci buttiamo sul letto e poi andiamo a cena, facendo una camminata fino ad Al Marna, un ristorante “occidentalizzato” un po’ di pollo alla francese ci fa bene.

Ritorniamo, tranquille e senza problemi, al buio all’albergo, intorno a noi il fragore dei tamburi dei molti matrimoni che sfilano nelle strade dove passiamo. Non finiamo di stupirci della quantità dei matrimoni, che poi vuol dire bambini, vita dura, ma vita.

A letto, non leggo, scrivo un po’, anche per liberare la mente e poi al buio continuo a rimuginare, ed è subito mattina.

Lunedì 4 maggio 2015 SETTIMO GIORNO – GAZA

Oggi ci aspettano due incontri con donne che hanno seguito i corsi di formazione, tutte sottolineano il bisogno di fondi per iniziare le loro attività. Devo dire che è così insistente che mi viene in mente che forse Mariam abbia parlato con loro dicendo che noi abbiamo intenzione di lanciare il microcredito.

Tutte storie interessanti. Le ho appuntate e le voglio trascrivere. Sono storie che pur tutte più o meno uguali, in realtà sono diverse, come diverso è il modo di raccontare. Parecchie ragazze sono ancora single (4) ed una addirittura ha divorziato (lei!) dopo 4 mesi di matrimonio. E’ una ragazza forte. Non indaghiamo le cause, dice che non andavano bene. E’ un tunnel nel quale non entriamo.

Una che ha fatto il corso per coiffeur mi offre di sistemarmi i capelli. Evidentemente devo averli in uno stato penoso. Sopravviverò.

Altro incontro con mogli di drogati. Durissimo. Se hanno un soldo lo devono nascondere al marito e avere una “doppia contabilità. Spesso sono picchiate dai mariti. A queste donne hanno insegnato a difendersi, a metter via i coltelli, cercare compagnia, e mandare dalla nonna i bambini. La droga che ora va per la maggiore si chiama “Tronadol” (Ho visto una pubblicità contro fuori da un dispensario medico)

E poi il pomeriggio a parlare con Mariam e Reem dei vari progetti. Quello che stanno chiudendo, come realizzare quello che forse verrà approvato che comprende il microcredito, e in caso si sposti sull’attività delle cliniche psico-psichiatrice mobili, perché ce n’è tanto bisogno, discutiamo dei metodi del microcredito, e infine di cosa presentare di nuovo per un nuovo ciclo di 3 anni. Qui le idee sono un po’ confuse perché si capisce che il loro core business e il lavoro di sostegno, incontro con le donne, loro formazione, empowerment e difesa legale. E le donne a Gaza non mancano. Ma non si può presentare un progetto 8×1000 uguale per più di tre anni. Lasciamo depositare le idee ripromettendoci scambi di mail e chiacchierate via skype. Io sonderò a Roma quale progetto potrebbe essere accolto, loro vedranno tra i vari finanziamenti che hanno quale parte del lavoro e scoperto.

Si ragiona anche sui bambini e bambine ferite. Ci sarebbe bisogno di altre adozioni. Toccherà vedere a Roma se si riattiva la campagna per le adozioni. Gazzella a un calo di persone/gruppi adottanti e sta dando fondo ai fondi ricevuti senza obblighi.

Torniamo all’albergo. Abbiamo due ore libere prima di andare a casa di Elias, il presidente di AISHA, e poi insieme al ristorante. Con Sancia si ragiona che questo modo di entrare nelle famiglie e di incontrare delle donne e uomini “normali” è veramente unico. Nelle visite che si fanno normalmente gli incontri sono più “politici” e manca la sensazione di quello che pensa la gente e di come vive. Noi, invece, abbiamo la possibilità di incontrare almeno un piccolo spicchio di ordinary people. A casa (ops, in albergo), senza pranzo, ci aspetta uno snack di tarallucci e cubetti di parmigiano e qualche mandorla tostata. Sappiamo cosa ci aspetta a cena.

Vero, la cena, di nuovo al Faro, splendido ristorante della riviera ligure, siamo in 9, Khalil economista del Human Rights di Gaza e suo figlio, Elias e sua moglie e i loro 3 figli. Bella cena, con molte discussioni economiche, kebab, insalate gazawi, e shisha finale. L’amicizia è importante e permette di condividere quanto visto in questi giorni, ascoltare le loro reazioni, discutere del futuro di gaza e delle prospettive politiche. Anche la moglie di Elias, bella donna, lavora al Human Rights Gaza e discutiamo tutti insieme.

I figli, come in Italia, sono ripiegati sui loro telefonini intelligenti e tablet.

In albergo, monto la valigia e mi infilo sotto le coperte. La serata, ce lo diciamo con Sancia, è durata un’ora di più di quanto potevamo resistere. Ma è finita.

Domani ci aspetta una visita a Khan Younis alla scuola per audiolesi e poi Eretz. Gerusalemme e Roma.

A Gerusalemme potrò parlare con Carla e AnnaRita e poi ROMA con Gaza nel cuore.

FINE

Gianna

Pubblicato il 14 giugno 2015 da Gazzella

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Guerra a Gaza, Rapporto medico: «Gravi violazioni»

23/06/2015  «Gravi violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario». È questa la sintesi di “No safe place” (Nessun luogo sicuro), il primo rapporto medico indipendente su “Margine protettivo”, l’operazione attuata dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza tra l’8 luglio e il 26 agosto 2014.

Lo studio è stato redatto, su richiesta di Medici per i Diritti Umani–Israele e in collaborazione con tre associazioni umanitarie palestinesi, da un team di otto esperti internazionali. Hanno raccolto testimonianze di feriti (a Gaza, in Cisgiordania, Israele e Giordania), letto cartelle cliniche, analizzato foto di cadaveri, intervistato i medici che durante i 50 giorni di scontri hanno assistito i palestinesi, ma anche i soldati e i residenti israeliani.

Alla firma della tregua, il bollettino di guerra contava tra gli abitanti di Gaza 2.100 morti (almeno il 70% civili, oltre 500 bambini), 11 mila feriti e 100 mila rimasti senza tetto, mentre gli israeliani uccisi erano 67 soldati e 6 civili, tra cui un bambino e un lavoratore migrante. I feriti erano 469 militari e 255 civili.

In particolare, ora gli esperti internazionali puntano il dito contro i vertici dell’esercito israeliano per la mancanza di «distinzione tra obiettivi militari legittimi e popolazione civile» e per le modalità che hanno causato un incremento delle vittime. «Fallimento dei meccanismi di allarme, assenza di vie di fuga, collasso del sistema dei feriti e attacchi contro le squadre di soccorso», sintetizzano.

«Le prove raccolte», aggiungono, «dovrebbero essere utilizzate per l’accertamento legale attraverso le istituzioni giudiziarie locali e internazionali». Secondo l’inchiesta, la quasi totalità delle lesioni mortali sono il risultato di esplosioni o traumi da schiacciamento, spesso subiti nella propria abitazione o in quella di vicini e parenti. Sono stati registrati «numerosi casi di attacco double tap (doppio colpo), o una serie di attacchi consecutivi su una singola zona».

E l’elenco continua con «esplosivi pesanti nei quartiere residenziali, soccorittori feriti o uccisi in particolare a Shuja’iya a Gaza, l’utilizzo di mine tsefa shirion in una strada residenziale di Khuza’a a Khan Yunis, l’attacco deliberato all’ospedale Shuhada Al Aqsa di Deir Al Balah (21 luglio 2014)».

Il lungo elenco delle violazioni dei diritti umani

Il rapporto documenta che nella città di Khuza’a, il 23 luglio, è stato attaccato un convoglio che trasportava centinaia di civili in fuga; quando poi si sono rifugiati in una clinica medica, i missili hanno colpito anche questa struttura, causando ulteriori morti e feriti. Il giorno dopo, «è stata negata assistenza medica a un bambino di 6 anni ferito gravemente. Dopo che la sua evacuazione è stata ostacolata nonostante fosse stato visto dalle truppe di terra, il bambino è deceduto». Sempre a Khuza’a «in una casa occupata da soldati israeliani», denunciano gli esperti internazionali, «i civili hanno subito abusi e maltrattamenti, sono stati percossi, si sono visti rifiutare acqua e cibo e infine sono stati usati come scudi umani. Uno di essi è stato ucciso a distanza ravvicinata».

Dal punto di vista medico, le conseguenze dei 50 giorni dell’operazione sono legate anche «alle restrizioni imposte agli ospedali di Gaza, agli effetti della distruzione di circa 18 mila abitazioni, ai danni a lungo termine sulla salute psicosociale e mentale dei civili, all’aumento della richiesta di servizi di riabilitazione».

Per l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente (Unrwa), «praticamente tutti i bambini di Gaza contano un familiare o un amico ucciso, menomato o ferito durante il conflitto, spesso davanti ai loro occhi. Mille dei 3.000 bambini feriti rimarranno disabili per il resto della vita».

Nel frattempo, il portavoce Unrwa Chris Gunness denuncia che «a sei mesi di distanza, i soldi promessi dai donatori internazionali non sono arrivati». Per questo, da febbraio la sua Agenzia ha dovuto interrompere il programma “Salva vita” per le famiglie sfollate. All’inizio del 2015 Gaza è stata colpita dalla tempesta Huda: quattro bambini sono morti per ipotermia. Salma, la più piccola, aveva solo 40 giorni. Da quando una bomba ha distrutto la casa, la sua famiglia abita a Beit Hanoun in una baracca di legno coperta da un telone di plastica che sventola ad ogni folata di vento gelido. «Quel giorno eravamo tutti bagnati fino alle ossa», ha raccontato la madre, «perché la pioggia entrava in casa e ha bagnato la copertina di Salma. L’ho trovata che tremava, il corpo freddo come il ghiaccio».

Stefano Pasta

thanks to: Famiglia Cristiana

Monsanto Linked to Israel’s Use of White Phosphorous in Gaza ‘War’

Phos - 620

Agribusiness giant Monsanto – best known for their genetically modified soybeans and “probably carcinogenic” herbicide – has supplied the US government with white phosphorous used in incendiary weapons for at least 20 years, and some of that made its way to Israel for use in Operation Cast Lead.

Monsanto Linked to Israel’s Use of White Phosphorous in Gaza ‘War’.

Wikileaks Sony Hack Reveals Hollywood’s Hand In Repairing Israel’s Broken Image

zionist-dictionary
WikiLeaks released a searchable archive of leaked internal emails and documents on April 16. Investigation of the archive shows a pattern of support for Israel and its violent Zionist policies both during and after the 2014 assault on Gaza by Sony employees and other important members of the film industry.

Wikileaks Sony Hack Reveals Hollywood’s Hand In Repairing Israel’s Broken Image.

WhatsApp Messages Show Israeli Soldiers Knew They Were About To Kill A Child

IOF - 620

In March 2014, Israeli soldiers were ordered to use live ammunition to ambush three Palestinian teens in the southern region of the occupied West Bank, according to an investigation by the Israeli rights group B’Tselem.
Yousef al-Shawamreh, 14, was fatally shot in the back and hip as he and two friends attempted to cross Israel’s wall inside the West Bank from their village of Deir al-Asal al-Fawqa on the morning of 19 March.
According to B’Tselem’s investigation, al-Shawamreh was shot and killed “in broad daylight, although he posed no danger.” The rights group obtained a partial copy of the investigation file and a video of the shooting from the Israeli military. The video, above, shows the soldiers methodically carrying out an ambush that resulted in the killing of a child.
Messages exchanged between the soldiers throughout the incident on the messaging service WhatsApp ”showed that at least some of the soldiers believed the three Palestinians to be minors,” B’Tselem states.

WhatsApp Messages Show Israeli Soldiers Knew They Were About To Kill A Child.

Musalam: Israel practices religious terrorism, ethnic cleansing

Israel practices religious terrorism against both Islam and Christianity since its occupation of Palestine in 1948, member of the Islamic-Christian support committee of Jerusalem and holy sites in Palestine Father Manuel Musalam said.

Musalam: Israel practices religious terrorism, ethnic cleansing – The Palestinian Information Center.

Alarming accounts of human rights violations of Palestinians

GENEVA (19 June 2015) – The United Nations Special Rapporteur on the situation of human rights in the Palestinian territories occupied since 1967, Makarim Wibisono, today expressed deep concern about the human rights situation of Palestinians living under the 48-year-long Israeli occupation.

Alarming accounts of human rights violations of Palestinians | Scoop News.

Jokowi’s Second Presidential Visit to Papua

Papuans have supported the election of Jokowi, who received about 70% of the vote in Papua. They expected that President Jokowi would be a better partner to listen to their aspirations and problems. In his campaign for the presidency, Jokowi promised to be there for the people, to open a dialogue with them and to give special attention to solving of the problems in Papua.

Jokowi’s Second Presidential Visit to Papua | Scoop News.

Monsignor Capucci: “Rendo omaggio alla fermezza di tutti i prigionieri palestinesi”

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Memo. ​L’Arcivescovo melchita, Hilarion Capucci, ha inviato una lettera circolare di solidarietà ai palestinesi prigionieri nelle carceri israeliane, specialmente quelli in sciopero della fame.

Nella lettera, divulgata dal Comitato per gli Affari dei Prigionieri, Capucci ha detto: “Rendo omaggio alla fermezza di tutti i prigionieri palestinesi che difendono il diritto del loro popolo di vivere in pace, senza occupazione e sofferenza. I miei saluti a tutti i prigionieri in sciopero della fame che combattono contro i loro torturatori e oppressori della libertà, della dignità e dell’umanità”.
“Ritornerò alla mia Gerusalemme molto presto. Ritornerò in una Gerusalemme libera. A Gerusalemme, la città della coesistenza, della pace e dell’unità sociale, dove la bandiera palestinese verrà alzata contro la politica di ebraicizzazione, deportazione, arresti e colonie”.
Capucci ha invitato a sostenere i prigionieri palestinesi nella loro situazione critica e a sostenere le loro famiglie e bambini.
L’arcivescovo Hilarion Capucci è diventato vescovo della Chiesa Cattolica Romana a Gerusalemme nel 1965 ed è conosciuto per la sua opposizione all’occupazione israeliana.
Venne arrestato nel 1974 sotto l’accusa di sostenere la resistenza palestinese.
Una corte militare israeliana lo condannò a 12 anni di prigione, venne rilasciato dopo quattro e espulso dalla Palestina nel 1978.​

thanks to: Infopal

Samantha Comizzoli espulsa da Israele

Samantha Comizzoli espulsa da Israele

Samantha Comizzoli, la blogger e attivista italiana arrestata venerdì scorso dalla polizia israeliana rientrerà domani in Italia con il decreto di espulsione da Israele.
Samantha Comizzoli era stata arrestata venerdi e dopo sette giorni di detenzione nel carcere di Tel Aviv, dove aveva anche iniziato uno sciopero della fame, domani alle 21,30 atterrerà all’aeroporto di Fiumicino.
Samantha Comizzoli ha chiesto che al suo arrivo a Fiumicino siano presenti i giornalisti. venerdi 12 giugno, a Nablus, i soldati israeliani hanno arrestato Samatha Comizzoli in quanto “clandestina”, poiché il suo visto turistico era scaduto. Samantha ha girato per mesi la Cisgiordania segnalando sul suo blog le violenze dei soldati israeliani sui palestinesi, le vessazioni dei coloni sulla popolazione, il crimine dell’occupazione militare israeliana, con tutte le inevitabili violazioni dei diritti umani. L’arresto, secondo Comizzoli, è funzionale a mettere il bavaglio alla sua attività giornalistica e il fatto che le sia stato bloccato l’accesso a Facebook e a Twitter corrobora questa ipotesi.  Il suo ultimo tweet risale proprio al 12 giugno: “Mi hanno presa”. A maggio, durante una manifestazione insieme ai palestinesi, era stata ferita dai proiettili di gomma sparati dai soldati israeliani.

Samantha Comizzoli espulsa da Israele – contropiano.org.

Roma, incontro con Abla Sa’adat, militante e moglie del segretario del FPLP

Registrazione dell’incontro organizzato dall’Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP) sulla condizione dei prigionieri politici palestinesi tenutosi venerdì 12 giugno 2015, presso la Sala Cobas di Viale Manzoni.

Ospite Abla Sa’adat, militante politica, membro dell’Unione dei Comitati delle Donne Palestinesi e moglie del Segretario Generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, Ahmad Sa’adat, recluso nelle carceri dell’Autorità Nazionale Palestinese dal 2002 al 2006, e dal 2006 ad oggi nelle carceri sioniste, condannato a 30 anni per il suo impegno politico.
Interventi della compagna Abla Sa’adat e di rappresentanti dell’Unione Democratica Arabo-Palestinese (UDAP).

In Palestina sono soprattutto le persone politicamente impegnate ad esser prese di mira dall’occupazione; ovviamente non vengono risparmiati gli esponenti delle forze politiche palestinesi, difatti ben 14 membri del Consiglio Legislativo Palestinese sono rinchiusi nelle carceri sioniste. Uno di questi è Ahmad Saadat, segretario del FPLP.
Da oltre due mesi anche la compagna Khalida Jarrar, da sempre impegnata a difesa dei prigionieri, è entrata a far parte della lunga lista di detenuti amministrativi, ossia dei circa 600 che stanno scontando periodi di detenzione amministrativa, una pratica utilizzata durante il andato britannico in Palestina e attraverso la quale l’entità sionista arresta e detiene senza alcuna giustificazione legale, nessuna accusa, rinnovando a propria discrezione la carcerazione di 6 mesi in 6 mesi.
Dal 1967 ad oggi circa un milione di palestinesi è passato per le carceri israeliane il ché significa che un palestinese su quattro è stato arrestato almeno una volta nella sua vita. Centinaia le donne arrestate, tra queste 24 ancora sono recluse; si consideri anche la detenzione dei minori, in violazione di tutte le leggi e le convenzioni internazionali: ad oggi, tra i 6.000 prigionieri palestinesi, 240 sono minorenni, 25 di questi non hanno neppure compiuto il 16esimo anno d’età. Il duro regime carcerario non risparmia neppure i prigionieri con gravi malattie incurabili, alcuni dei quali molto anziani; diversi i casi di negligenza medica che hanno portato al decesso di prigionieri malati.

thanks to: forumpalestina

Estremisti ebrei bruciano la chiesa sorta dove Gesù operò il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci – Israeli extremists burn the church where Jesus multiplied loaves and fishes

Il luogo di culto, noto per il miracolo dei pani e dei pesci, è stato dato alle fiamme nella notte. Distrutto un atrio esterno. Sono oltre 40 gli attacchi contro chiese e moschee negli ultimi sette anni

Foto Ma'an

della redazione

Roma, 19 giugno 2015, Nena News – Sono stati fermati, interrogati e rilasciati senza accuse i 16 giovani coloni sospettai di aver appiccato l’incendio che nella notte ha distrutto un atrio esterno della chiesa di Tabga, nel nord di Israele. Il complesso sacro sorge sul luogo in cui la tradizione cristiana vuole che sia avvenuto il miracolo di Gesù della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

L’incendio, appiccato in più punti, è stato subito domato dai vigili del fuoco e non ha provocato danni ingenti all’edificio che custodisce preziosi mosaici del V secolo, risparmiati dalle fiamme. Su un muro è stata ritrovata una scritta in ebraico contro i “falsi dei”, che ha fatto subito pensare all’azione di ebrei ultraortodossi non nuovi a questi attacchi.

I 16 ragazzi fermati dalla polizia in una spiaggia vicino alla chiesa sono originari di insediamenti della Cisgiordania. Dieci di loro sono della colonia ultraortodossa di Yitzhar, i cui abitanti sono stati spesso coinvolti in reati di odio e attacchi analoghi a quello contro la chiesa di Tabga, già in passato finita nel mirino di ebrei estremisti. Nell’aprile del 2014 un gruppo di adolescenti ebrei aveva danneggiato alcuni simboli sacri e aggredito i sacerdoti.

L’incendio della scorsa notte ha sollevato un coro di condanne in Israele. Il premier Benjamin Netanyahu ha assicurato che i responsabili saranno puniti. Il complesso è di proprietà della Chiesa cattolica romana di Germania, il cui inviato in Israele, Andreas Michaelis, si è detto “scioccato” per l’accaduto.

Ma attacchi di questo tipo, contro i luoghi di culto cristiani e islamici, sono frequenti in Israele e di solito sono opera di estremisti ebrei. Lo scorso aprile vandali hanno distrutto le lapidi di un cimitero maronita vicino al confine con il Libano. Secondo i Rabbini per i diritti umani, dal 2009 ci sono stati 43 attacchi contro chiese, moschee, monasteri nei Territori occupati e in Israele.

Israeli extremists burn the church where Jesus multiplied loaves and fishes

Early Thursday morning, right-wing Israelis set on fire the Church of the Multiplication, where Christians believe that Jesus multiplied loaves and fishes, and wrote graffiti in Hebrew on the walls that read, “False idols will be smashed” and “Pagans”.

Church burned in Tiberias (image by 'Palestinian Christians'  Facebook group)
Church burned in Tiberias (image by ‘Palestinian Christians’ Facebook group)

The fire was set at about 3 am in the early hours of Thursday morning, severely damaging church offices and storage rooms. The entire church was saturated with smoke damage.

In addition, Hebrew graffiti was spraypainted all over the front entrance to the church reading “Pagans” in red paint.

The Church of the Multiplication is believed by Christians to be the site of Jesus’s miracle of multiplying two fish and five loaves to feed 5,000 people.

Several church volunteers suffered from smoke inhalation while trying to extinguish the fire before the firefighters arrived on the scene. The fire was put out several hours after it began.

The church, which is run by the Catholic Benedictine Order, is best known for its fifth-century mosaics, including one depicting two fish flanking a basket of loaves.

Christian churches have been targeted by right-wing Jewish Israeli attacks hundreds of times in recent years.

In May 2014, the Romanian Orthodox Church on Hahoma Hashlishit Street in Jerusalem was defaced in a suspected hate attack. That incident saw the words “price tag”, “Jesus is garbage” and “King David for the Jews” spray-painted on the site’s walls.

Two weeks earlier, ahead of a visit to the country by Pope Francis, suspected Jewish extremists daubed hate graffiti on Vatican-owned offices in Jerusalem.

The Hebrew-language graffiti, reading “Death to Arabs and Christians and those who hate Israel,” was sprayed on the walls of the offices of the Assembly of Bishops at the Notre Dame center, a complex just outside the Old City, the Roman Catholic Church said.

Dmitry Diliani, a member of the Fateh revolutionary council, as well as the Secretary-General of the national Christian Assembly in Palestine, issued a statement that the attack on the church represents a practical application of the stances taken by the Israeli government, which funds fanatic groups.

He noted that some of the leaders of those fanatic groups hold political positions in spite of their incitement. By refusing to list those groups as terrorist organizations, Diliani argued, the Israeli Knesset is effectively providing them with legal protection, and is not taking seriously the ongoing, multiple attacks by right-wing Israelis against Christian and Muslim holy sites.

Knesset Member Dr. Basil Khattas was quoted as saying, “Those terrorist groups attack both Christian and Muslim holy sites with impunity. The Israeli government must open a serious investigation into this and other incidents of violence against holy sites.”

Israeli authorities say they are investigating to see if the fire was an accident or was intentional. But Christians who live in the area say that the Israeli police are not taking the investigation seriously – adding that this was obviously an anti-Christian hate crime, given the graffiti that was written on the site of the fire.

No arrests have been made in connection with the arson.

Church burned in Tiberias (image by 'Palestinian Christians'  Facebook group)
Church burned in Tiberias (image by ‘Palestinian Christians’ Facebook group)

Church burned in Tiberias (image by 'Palestinian Christians'  Facebook group)
Church burned in Tiberias (image by ‘Palestinian Christians’ Facebook group)

Graffiti on front entrance of church in Tiberias (image by 'Palestinian Christians'  Facebook group)
Graffiti on front entrance of church in Tiberias (image by ‘Palestinian Christians’ Facebook group)

thanks to: Nena News

International Middle East Media Center

Se vi è un paese, governato da veri terroristi, allora è Israele.

Pierre Stambul, professore di matematica a Marsiglia, è copresidente dell’Union Juive Française pour la Paix , organizzazione paifista e antisionista di grande importanza, dato che in Francia vive la comunità ebraica più numerosa d’Europa.

Quali sono le differenze fondamentali tra ebraismo e sionismo?

L’ebraismo è un concetto religioso, ossia la forma assunta dalla religione nel corso di circa due millenni. L’ebraismo religioso oggi comprende diverse tendenze, tra cui in particolare figurano gli haredim (gli ebrei ortodossi), contrapposti a quelli liberali …

A partire dalla fine del 19esimo secolo, numerosi ebrei (soprattutto in Europa) non sono più credenti. Si può parlare di “ebraismo laico” di cui facevano parte numerose personalità quali Einstein, Freud, Arendt e Kafka. Tra questi ebrei non-credenti si sviluppò un importante movimento di ebrei progressisti o rivoluzionari, che consideravano la loro emancipazione inseparabile da quella dell’umanità intera.

Il sionismo è un’ideologia, una teoria della separazione tra ebrei e non-ebrei che secondo i sionisti non potrebbero convivere. Si tratta di un’idea colonialista che mira a cacciare il popolo autoctono (ovvero i palestinesi) dalla sua/loro terra, di un nazionalismo che ha inventato un popolo, una lingua e una terra. Si tratta di una gigantesca strumentalizzazione della storia, della memoria e delle identità ebraiche. Per i sionisti, gli ebrei hanno vissuto per 2000 anni in esilio e ora ritornano in patria. Questa storia è del tutto inventata.

La maggior parte dei fondatori del sionismo non erano credenti, ma utilizzavano la Bibbia per giustificare la loro conquista coloniale.

Il sionismo si rivolta contro l’ebraismo, sia laico si religioso. Dove si ritrovano infatti, nella storia recente dell’ebraismo, il razzismo, il militarismo o la negazione dell’altro?

Come vorrebbe sostenere il popolo palestinese? Quali sono le strategie migliori?

La guerra che lo stato di Israele conduce contro il popolo palestinese non è né razziale, né religiosa o comunitaria. Ci porta dunque a considerare tre aspetti fondamentali: il rifiuto del colonialismo e del razzismo e l’eguaglianza dei diritti. Sebbene sia fondamentale, che in Israele esista una piccola minoranza anticolonialista, è anche importante che in Francia esista una componente ebraica nel movimento di solidarietà con la Palestina. Possiamo spiegare dall’interno la deriva ideologica in corso. Visto che spesso il genocidio nazista e l’antisemitismo fanno parte della nostra storia familiare ed intima, siamo in grado di denunciare più facilmente il carattere osceno del sionismo, che accusa di essere antisemita qualsiasi persona che critica Israele.

A volte ci dicono che siamo coraggiosi. Invece non facciamo che salvare la nostra pelle. L’ideologia sionista infatti non rappresenta solo un crimine contro il popolo palestinese, ma è totalmente suicida per gli ebrei sia laici sia religiosi.

Facciamo notare che esiste oramai da secoli una tradizione ebraica universalista, molto impegnata in tutte le lotte progressiste. Noi vorremmo esserne gli eredi. Infatti, come dice il militante israeliano anticolonialista Eitan Bronstein, “non saremo liberi fino a che non lo saranno i palestinesi.” La nostra presenza all’interno del movimento di solidarietà palestinese conferisce un senso alla “convivenza nell’eguaglianza dei diritti” che rappresenta il solo esito non barbarico di questa guerra. Allo stesso tempo in Francia colleghiamo tutte le lotte contro le diverse forme di discriminazione e contro il razzismo.

Che cosa significa per Lei la pace come ebreo francese?

In Israele tutti dicono di essere a favore della “pace”. Per loro infatti significa che della pace non gliene frega niente. Vogliono mantenere lo status quo del colonialismo. Per loro la pace, significa soprattutto il riconoscimento del crimine fondatore, della Nakba del 1948, quando la maggioranza dei palestinesi sono stati espulsi in maniera deliberata dal loro paese. La pace invece significa la riparazione di questo crimine. Il filo conduttore consiste nel diritto internazionale e nell’eguaglianza dei diritti. È ingiusto ed illusorio ripetere il processo di Oslo, oramai morto e sepolto. Il sionismo ha frammentato la Palestina in diverse entità, tutte discriminate ed oppresse: la Cisgiordania (a sua volta frammentata in 3 zone), Gerusalemme Est, Gaza, i Palestinesi di Israele, i profughi, i prigionieri …. L’appello palestinese al BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) nel 2005 ci mostra la via verso la pace. Esige la libertà (la fine dell’occupazione, del colonialismo, la distruzione del muro, la fine del blocco di Gaza e la liberazione dei prigionieri), l’eguaglianza (per i palestinesi di Israele, che subiscono l’apartheid) e la giustizia (diritto dei rifugiati di ritornare in patria).

Come ebreo francese, vorrei aggiungere che, quando Netanyahu è venuto in Francia per spiegarci che ci siamo sbagliati, che siamo stranieri a casa nostra e che il nostro paese sarebbe Israele, non ha fatto che metterci volutamente in pericolo. La pace significa la fine di questa concezione omicida che persegue l’obiettivo di dividere gli ebrei dal resto del mondo, espellendo i palestinesi.

Quali sono gli obiettivi fondamentali dell’Union Juive Française  pour la Paix?

In Medio Oriente noi ci battiamo per una pace fondata sull’eguaglianza dei diritti e sulla giustizia. Condividiamo del tutto le rivendicazioni del BDS. L’UJFP fa parte di BDS Francia. La questione delle sanzioni gioca un ruolo essenziale. Non ci saranno cambiamenti, se questo stato canaglia non dovrà rispondere degli atti dei suoi dirigenti. L’UJFP sostiene la resistenza palestinese e gli anticolonialisti israeliani. Diffonde i loro scritti e le loro azioni.

In Francia contestiamo le associazioni ebraiche comunitarie che dicono di parlare a nostro nome, mentre invece non fanno che sostenere in maniera incondizionata i crimini delle forze dell’occupazione. Denunciamo anche il modo in cui strumentalizzano l’antisemitismo. Lottiamo contro tutte le forme di razzismo (antisemitismo, islamofobia…) e contro tutte le forme di discriminazione (zingari, immigrati illegali …).

Per favore può spiegare questa sua frase: Il sionismo rappresenta per la storia dell’ebraismo quello che Milosevic rappresenta per la storia del popolo serbo.

Milosevic affermava, che la Serbia si estendeva a tutte le regioni in cui vivevano o avevano vissuto i serbi. Ha riscritto la storia della Serbia. Prima dello scoppio delle guerre jugoslave a Kosovo Polje, aveva tenuto un discorso revisionista ad un pubblico di centinaia di migliaia di serbi, affermando che nel 1389 i serbi si erano sacrificati per salvare l’occidente dai turchi musulmani, identificando gli albanesi con essi. E durante la guerra, sebbene fossero commesse delle atrocità su tutti i fronti, fu egli a ordinare dei massacri orrendi: gli stupri collettivi, i campi di concentramento e i pesanti bombardamenti contro i villaggi assediati…

Comunque la grande maggioranza del popolo serbo aveva dimostrato un coraggio esemplare nella resistenza contro i nazisti. Rifiutando il nazionalismo e le divisioni etniche, la resistenza jugoslava, composta in gran parte da serbi, ha liberato territori estesi del paese. Ma nessun popolo, nessuna comunità umana, si può salvare del tutto da una caduta collettiva nella barbarie.

Il sionismo è nato come risposta al sionismo, che comunque è una risposta terribile che consiste nella conquista coloniale e nella pulizia etnica. Come Milosevic, anche i sionisti hanno inventato una storia idilliaca, ovvero la teoria dell’esilio degli ebrei e del loro “ritorno in patria”. Si tratta di una storia manipolatoria come nel caso della teoria della “Grande Serbia”. Il sionismo si rivolta contro l’ebraismo, sia laico sia religioso. Per creare l’israeliano nuovo, si deve distruggere l’ebreo con i suoi valori universali.

In che modo si possono cambiare i media attuali per lottare per i diritti dei palestinesi?

Per i media fa comodo pensare che gli arabi siano a favore dei palestinesi e gli ebrei a favore di Israele. Fa comodo spiegare questa guerra come guerra religiosa o comunitaria, mentre invece si tratta di una guerra coloniale. Eccezion fatta per il massacro di Gaza dell’estate scorsa, i media in generale hanno ignorato l’UJFP. Quando partecipiamo a delle conferenze, spesso ci dicono: “Non sapevamo che ci fossero degli ebrei come voi”. Nelle manifestazioni lo striscione comune che abbiamo con i nostri compagni dell’Association des Travailleurs Maghrébins de France (“Juifs et Arabes unis pour la justice”) attira moltissimo, e la gente aderisce alle nostre associazioni. Passo per passo, la nostra voce trova ascolto. Per i media spesso il palestinese viene assimilato al terrorista. Ma se vi è un paese, governato da veri terroristi (Menachem Begin e Yitzhak Shamir), allora è Israele.

Un video importante:

https://www.youtube.com/watch?v=ERNXoBDtjso

Traduzione dal francese a cura di Promosaik

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

thanks to: Pressenza

Agip-ENI in Nigeria, perdite e promesse fasulle

We are for sharing, for transparency, for the future. We are for the energy of the heart and mind.
Eni is inspired by principles of correctness, transparency, honesty and integrity
Respect for people or the environment, for today’s world today or that of tomorrow […]  this is what we are working for every day.
Vaglielo a dire in Nigeria

Non e’ facile scrivere di Nigeria e di Agip ed essere italiani. E questo perche’ siamo al 30% noi che facciamo lo schifo laggiu’,  e nessuno che pensa di mettere pressione all’ENI, a Descalzi e a tutta la cricca di politici e di affaristi che chiudono gli occhi. La Nigeria e’ lontana, come lo sono tutti i paesi in cui noi occidentali andiamo, trivelliamo in cambio di quattro denari, molto inquinamento e tanti saluti. Per fortuna che c’e’ l’associazione Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria a cercare di denunciare e di rendere noto al grande pubblico quello che accade lontano nel silenzio generale. Il 12 Gennaio 2015 un incidente petrolifero nella zona di Kalaba, Yenagoa e nello stato di Bayelsa, dell’Agip. Viene tutto reso noto solo il 28 Gennaio. In quelle due settimane nessuno aveva fatto niente e il petrolio misto ad altre sostanze veniva bellamente rigettato in atmosfera, ricadendo poi sul suolo. Le richieste di queste associazioni? “Agip should take immediate steps to stop the spill by going to site and effect clamping” “Agip should take all necessary steps to prevent such delays in responding to spill incidents; especially when there is no security or accessibility issues”. “Agip should ensure steps are taken for the immediate clean-up of impacted environment,” La risposta dell’Agip per email di Filippo Cotalini, Media Relations Office Manager dell’Eni – stiamo investigando, appena pronto manderemo un annuncio. Campa oggi che viene domani. 18 Aprile 2015  un’altra perdita di petrolio in Nigeria, questa volta nnel campo detto Osiama, sempre nello stato del Bayelsa e sempre di proprieta’ dell’Agip-ENI. Ancora una volta gli intrepidi dell’Environmental Rights Action/ Friends of Earth Nigeria vanno a perlustrare una perdita di petrolio dall’oledotto Tebidabe-Ogboinbiri. Strada facendo hanno incontrato un altra perdita da un pozzo, a un paio di chilometri di distanza. Ovviamente nessuno aveva ancora fatto niente per ripulire ne l’oleodotto, ne il pozzo, anche nelle settimane successive al 18 Aprile. Di nuovo l’ENI sebbene contattata non ha dato risposte, secondo la stampa di Nigeria. Alla fine, esasperati, secondo Reuters il 27 Maggio 2015 in Nigeria, un altra comunita’ del Niger Delta di Bayelsa decide di chiudere i propri impianti petroliferi dell’AGIP nella zona detta Nembe 5. I membri dell’Agrisaba Oil and Gas Committee lamentano le promesse non mantenute dall’ Agip in termini di opportunita’ di lavoro e di sviluppo nella loro comunita’. E quindi chiudono i loro pozzi. Questa volta l’Agip aveva la risposta pronta, e per penna del CEO Claudio Descalzi: e’ tutto normale, non ci sono problemi, e’ tuttapposto. Evviva l’ENI.

thanks to: dorsogna

Kidney Disease Treatment Not For All in Uganda

Patient undergoing dialysis treatment at Mulago Hospital in Kampala. Credit: Rebecca Vassie

KAMPALA, Jun 15 2015 (IPS) – Vincent Mugyenyi, a 65-year-old retired pilot from the Ugandan Air Force, has lost count of how many dialysis treatment slots he has had to attend in the eight years he has been fighting chronic kidney disease.

He spends eight hours a week on a dialysis machine in Mulago National Referral Hospital that filters toxins from his blood, performing the functions of healthy kidneys. The ultimate aim of dialysis is to bridge a gap until kidney functions recover or until a transplant is available for patients.

“I used to have a small farm with about one hundred animals. I sold all those animals for treatment because I still needed life. That is how this disease has affected me. It has depleted every resource of mine … land is very important but I have sold mine just to buy life,” Mugyenyi told IPS.

Mugyenyi is both luck and unfortunate. He is one of the minority of Ugandans with chronic kidney disease who has been able to receive dialysis treatment, but he does not qualify for a kidney transplant operation because of his advanced age.

Kidney Disease Treatment Not For All in Uganda | Inter Press Service.

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax

In the early hours of Tuesday morning, Pierre Stambul and his partner were violently awoken by police at their home in the French port city of Marseille.

“It was a bad moment because the cops came in my home very, very violently,” Stambul, co-president of the French Jewish Union for Peace (Union Juive Française pour la Paix – UFJP), told The Electronic Intifada. “They broke the doors to enter. I was handcuffed for one hour and spent seven hours in jail.”

The ordeal was the result of an anonymous, false tip-off to police that Stambul had murdered his wife.

Stambul, a strong critic of Israel, believes it was intended to stop him giving a speech in Toulouse that evening on anti-Semitism and anti-Zionism.

Stambul says police put him in a cell for three hours before he was questioned. When he told them his suspicions of who had given the tip-off, they held him for another three hours while they checked out the story.

French police falsely arrest anti-Zionist Jewish leader after “murder” hoax | The Electronic Intifada.

Israeli universities help Shin Bet torturers recruit students

Israeli universities are passing on personal information about their students to Israel’s Shin Bet secret police.

According to Haaretz, the universities give the internal intelligence agency (which is notorious for its use of torture) lists of their graduates, including identity card numbers, to use in an effort to recruit them.

The revelation will likely bolster support for the international boycott of Israeli universities called for by Palestinians.

The matter came to light when “a number of social activists, along with thousands of other citizens, received a letter from the Shin Bet saying that, ‘according to the data in our possession,’ they had been deemed qualified for various positions in the Shin Bet’s intelligence operation,” Haaretz reports.

Israeli universities help Shin Bet torturers recruit students | The Electronic Intifada.

Life inside ‘freedom flotilla’ boat: the journey to Gaza

ABOARD THE MARIANNE BOAT

In a boat sailing in the Atlantic, I am one of nine people united around the same cause: lifting the nine-year-long, inhuman Israeli siege on Gaza.

This boat, a fishing vessel capable of carrying only so much aid, aims to punch above its weight and puncture a hole in this blockade that chokes the lifeline to 1.8 million people.

And it is headed where tragedy hit a similar boat in 2010, when Israeli commandoes preyed upon Mavi Marmara in international waters, a Turkish ship that shared the goal of breaking this vicious circle that has enveloped Gaza.

Now it is us, this team of nine, who seek to carry the torch.

Life inside ‘freedom flotilla’ boat: the journey to Gaza Anadolu Agency.

La Freedom Flotilla parte dalla Sicilia per Gaza

ship to gaza marianne (1)

Riceviamo da Tiziano Ferri, Freedom Flotilla Italia, e pubblichiamo.

La Freedom Flotilla parte dalla Sicilia per Gaza. 

Il prossimo lunedì 15 giugno, ore 16.00 attraccherà a Palermo, al porticciolo della Cala, la Marianne av Goteborg, un peschereccio partito dalla Svezia un mese fa, per raggiungere, entro pochi giorni, il resto delle imbarcazioni della Freedom Flotilla 3, e insieme proseguire verso Gaza, il porto della Palestina.

La città di Palermo sarà la prima delle 2 tappe siciliane del viaggio di “Marianne”; il programma delle iniziative pubbliche a Palermo, tutte presso l’approdo della “Marianne” alla Cala, è il seguente:

15 giugno

ore 16.00 arrivo “Marianne av Goteborg”, manifestazione d’accoglienza (Anpi, Auser, Cesie, Moltivolti, e altri)

ore 18.00 Racconti di Viaggio dell’equipaggio composto da attivisti

ore 19.30 flash mob “onebillionraising” delle “Donne di Palermo contro la violenza”

ore 20.30 cena offerta dalla comunità araba locale

ore 21.30 esibizione artistica

ore 22.00 trasmissione video ed immagini

16 giugno

ore 12.00 conferenza stampa per incontrare gli attivisti a bordo della Marianne, con la presenza di Rosario Crocetta, Presidente della Regione Sicilia, Vincenzo Cannatella, Commissario Straordinario Autorità Portuale di Palermo, Zaher Darwish, Presidente del Coordinamento di solidarietà con la Palestina di Palermo e Paola Mandato della Freedom Flotilla Italia. Prossima destinazione siciliana della “Marianne”, prima di salpare per Gaza? Sarà annunciata nel corso della conferenza stampa.

ore 17.30 dibattito

ore 20.00 intervento artistico

17 giugno

ore 16.00 “Marianne” lascia il porto di Palermo (comitato di saluto delle barche del Velaclub Palermo)

Facciamo appello a voi, professionisti dell’informazione, per divulgare la notizia del coinvolgimento del porto italiano di Palermo in questa iniziativa umanitaria, coordinata a livello internazionale, che chiede il ripristino della legalità e dei diritti umani in una parte del Mediterraneo che ha bisogno urgente di trovare giustizia e pace.

Contatti :

Tiziano Ferri – Freedom Flotilla Italia

+39 334 1737274 freedomflotillaitalia@gmail.com

Zaher Darwish – Coordinamento di Solidarietà con la Palestina e Freedom Flotilla Sicilia

+39 340 1723999 palermopalestinese@gmail.com

Alcune informazioni sulla Freedom Flotilla 3:

La FF3 è una coalizione internazionale di attivisti non violenti – di cui fa parte anche la Freedom Flotilla Italia – che organizzano periodicamente delle flottiglie umanitarie con l’obiettivo principale di interrompere il blocco militare imposto da Israele ai palestinesi che vivono nella Striscia di Gaza fin dal 2007.

La Striscia di Gaza è stata oggetto, per la terza volta dal 2008, di una recente operazione militare israeliana denominata “Protective Edge” – tra il 7 luglio e il 26 agosto del 2014 – che ha provocato la morte di 2.220 palestinesi, tra i quali 1.492 civili e, tra essi, 550 bambini, e la distruzione totale o parziale di oltre 19.000 unità abitative (dati OCHA).

Finita la guerra, e spenti i riflettori accesi sulla Striscia, non sono finite tuttavia le sofferenze dei palestinesi di Gaza. La Striscia di Gaza, infatti, ormai da 8 anni, è sottoposta ad un disumano blocco totale imposto dalle autorità israeliane.

L’obiettivo principale della Freedom Flotilla 3 è dunque quello di far sì che il mondo non si dimentichi di Gaza e della Palestina, di riportare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale su questa tragica e irrisolta ingiustizia che costringe i palestinesi della Striscia a una vita di stenti e di miseria.

E gli attivisti a bordo della Marianne lo fanno a loro rischio e pericolo, perché Israele non “ama” le flottiglie, dato che mettono in evidenza il blocco militare imposto a Gaza che, in quanto punizione collettiva, è proibito dal diritto internazionale e costituisce un crimine umanitario. Così nel 2011, nel corso di una delle precedenti spedizioni, la marina israeliana uccise dieci attivisti turchi imbarcati a bordo della nave Mavi Marmara, abbordata da un commando di una unità speciale denominata Shayetet 13.

La Freedom Flotilla 3, con la sua imbarcazione Marianne, farà tappa a Palermo il 15 giugno, dopo essere stata in vari porti europei tra cui Brest e Lisbona. A riceverla a Palermo sarà il Presidente della Regione siciliana Rosario Crocetta e una folta rappresentanza della cittadinanza palermitana. Sono previsti, a contorno, dibattiti e momenti di spettacolo, mentre le donne del Coordinamento di solidarietà con il popolo palestinese – Palermo stanno preparando un video messaggio per portare alle donne di Gaza una testimonianza di sostegno e di solidarietà.

Oltre all’obiettivo principale della missione – che consiste nel denunciare l’illegalità del blocco israeliano e nel chiedere la riapertura del porto di Gaza – la Marianne tenterà di portare a Gaza dei pannelli solari per l’ospedale al-Shifa ed equipaggiamento medico per l’ospedale al-Wafa, e soprattutto porterà con sé un dono dall’importanza inestimabile: i disegni dei bambini di tante scuole italiane, anche di Palermo, che saranno consegnati ai bambini delle scuole della Striscia di Gaza, come segno di affetto, di solidarietà e di attenzione, cose di cui i Palestinesi hanno bisogno tanto quanto degli aiuti umanitari.

thanks to: Infopal

Giovane ferito da soldati israeliani viene schiacciato da una jeep e lasciato morire

336558CRamallah (Ma’an). Un Palestinese ferito dalle forze israeliane, domenica, a Kufr Malik, vicino a Ramallah, è stato lasciato sotto una jeep militare israeliana per tre ore, prima di spirare.

Nabil Abd al-Karim, un testimone oculare, ha raccontato i dettagli dei fatti dicendo che Abdullah Iyad Ghuneimat, 22 anni, si stava dirigendo al proprio lavoro, in un’azienda avicola, quando le forze israeliane gli hanno sparato alla schiena, dandogli la caccia con una jeep.

La jeep poi ha colpito Ghuneimat spingendolo contro un muro, che è collassato su di lui, e facendo sì che anche l’automezzo gli si rovesciasse addosso, ha detto Abd al-Karim. I soldati sono usciti dalla jeep e hanno lasciato Ghuneimat di sotto, con la schiena rotta e le gambe spezzate, e schiacciato dal veicolo.

Il giovane è stato lasciato sotto la jeep, gridando dal dolore, mentre il gas e l’olio fuoriuscivano dal mezzo, colandogli addosso. Dopo che per tre ore le forze di occupazione hanno impedito i soccorsi, i residenti hanno attaccato i soldati israeliani a mani nude e cercato di sollevare la jeep da sopra il giovane, ma Ghunaimat era già morto. Il corpo è stato portato in ambulanza al Palestine Medical Complex. A migliaia hanno partecipato al suo funerale, partito dalla moschea del villaggio, fino al cimitero.

I partecipanti al funerale hanno intonato slogan che chiedevano vendetta. La madre del giovane, che alla notizia della morte del figlio s’è sentita male ed è stata soccorsa, ha dichiarato che Abdullah è stato ucciso a sangue freddo dalle forze israeliane.

L’esercito israeliano ha dichiarato, come consueto, che un “sospetto” stava tentando di lanciare un cocktail molotov e che la jeep ha perso il controllo per caso.

thanks to: Infopal

Sardegna. Tre manifestanti raccontano le cariche a Decimomannu

A proposito della manifestazione dell’11 giugno contro la base e l’aeroporto militare di Decimomannu, a pochi chilometri da Cagliari, e delle fuorvianti notizie diffuse da alcune reti televisive regionali (in particolare RAI3, Sardegna1 e Videolina), alcuni partecipanti alla contestazione hanno diffuso la loro versione dei fatti.

Sardegna. Tre manifestanti raccontano le cariche a Decimomannu

Noi eravamo presenti. E’ stata una manifestazione partecipata, pacifica e gioiosa anche se  disturbata dal continuo volteggiare di elicotteri che ci ronzavano intorno e dalla presenza eccessiva  ed opprimente della polizia. Arrivati nei pressi della base notiamo la presenza di un numero rilevante di poliziotti in tenuta antisommossa, pronti all’attacco. Ci chiediamo se in uno stato  democratico una pacifica manifestazione possa essere intimidita e minacciata dalla presenza di un  esercito in assetto di guerra! Arrivati alla recinzione della base un gruppo di manifestanti poggia le  mani sulla rete e urla slogan contro le basi. E’ a questo punto che avviene l’inimmaginabile.

La polizia si avvicina minacciosa e ‘a freddo’ carica, in uno scenario incredibile: i poliziotti si  scatenano a picchiare, minacciare e manganellare; noi impotenti urliamo “vergogna!” “Picchiatori”, “perchè attaccate una manifestazione pacifica?”etc.., sconvolti da tali fatti e molto arrabbiati per la  brutalità e violenza cui assistevamo. Loro continuano a picchiare! Noi urliamo a voce sempre più  alta e vola anche qualche pietra, senza peraltro raggiungere l’ obiettivo e con il palese intento di  bloccare tanta violenza. In un attimo siamo stati tutti circondati e contemporaneamente si è  scatenata la caccia ai pochi che tentavano di avvicinarsi nuovamente alla recinzione della base.

Alcuni manifestanti avevano l’intento di aprire varchi? Non lo sappiamo e comunque non è  rilevante e non ci interessa. Chi era presente ha visto violenze solo verso i manifestanti e i contusi  e feriti sono stati tra noi; dopo di che si è scatenata la rabbia. Ma il nostro sdegno non finisce qui!

Purtroppo conosciamo quale è spesso l’agire delle “forze dell’ordine”. E’ stato ancora più bruciante,  seguendo i vari notiziari dell’ 11/06, sentire notizie false e tendenziose: c’erano più di 100 blackbloc venuti da non so dove; le forze di polizia sono state aggredite; tra le forze di polizia 11  contusi (ma dove erano? Noi abbiamo visto solo manifestanti feriti!) e, come conclusione, un  elogio della professionalità della polizia ed un ringraziamento per aver scongiurato una strage!! I vari servizi non sono accompagnati da alcuna ripresa sulle cariche della polizia e nessun  giornalista o fotografo delle vostre reti, che ci risulti, era presente. Quindi come potete asserire che  i poliziotti sono stati aggrediti e, grazie a loro, si è scongiurato un grave pericolo? E’ forse “democrazia” criminalizzare il dissenso diffondendo notizie false? E’ forse “alta professionalità”  manganellare pacifici manifestanti? Appare evidente quale sia stata la fonte ‘unica’ delle vostre  notizie. Siamo molto indignate. Vergognatevi.

Rosalba, Dina e Pierluisa

thanks to: contropiano

Missili Usa per i nazisti ucraini. Altri bombardamenti, altri morti

Missili Usa per i nazisti ucraini. Altri bombardamenti, altri morti

Ancora ieri RT riportava la nota del Ministero degli esteri russo, secondo cui “avanzando accuse infondate, gli USA, a differenza della Russia, non solo non intraprendono il minimo sforzo per regolare la crisi ucraina, ma spingono Kiev a continuare il conflitto nel Donbass”. Oggi, il servizio ucraino della BBC diffonde al mondo il verbo del rappresentante permanente statunitense all’ONU, Samantha Power che, in visita a Kiev, assicura che “non si è mai arrestato il flusso di armi russe di ogni tipo, tra cui anche i sistemi di razzi terra-aria, alle milizie” e, con quell’assoluta petitio principii tipica dell’amministrazione USA, lamenta “la presenza russa in Ucraina”.
Ma sempre oggi, secondo Interfax, Kiev conferma l’arrivo in Ucraina di alcune centinaia di mezzi militari USA, compresi sistemi missilistici Nato “Uragan”. Secondo, l’addetto stampa del Servizio di frontiera ucraino, interpellato da alcuni giornalisti ungheresi, il transito dei mezzi per la frontiera ungherese-ucraino si spiega con le diverse fasi (l’avvio si era avuto lo scorso 20 aprile) del programma di addestramento della Guardia nazionale ucraina da parte di 300 paracadutisti statunitensi e militari canadesi, polacchi e britannici nell’area di Lvov (nella regione occidentale della Galizia) e l’inizio di manovre militari congiunte. A conclusione delle manovre, la Guardia nazionale ucraina dovrebbe “ereditare” munizionamento e materiale di collegamento, mentre, ufficialmente, mezzi corazzati e artiglierie dovrebbero lasciare il territorio ucraino… Al momento, non è dato sapere da chi verrà curato il controllo su tali spostamenti di mezzi da guerra.

Fin qui, sembra conflitto esclusivo di parole, dirette a mascherare la realtà. Come le parole con cui Kiev accusa oggi le milizie di aver colpito ieri almeno una trentina di volte le posizioni delle truppe governative con artiglierie e mortai pesanti che, in base agli accordi di Minsk, dovrebbero trovarsi distanti dalla linea di demarcazione. Ma evidentemente, secondo Kiev, solo le armi delle Repubbliche Popolari dovrebbero rispettare l’arretramento di 50 chilometri dalla linea di contatto tra le parti. Le artiglierie governative invece – il cui avanzamento in violazione agli accordi di Minsk era stato declamato dallo stesso presidente Porošenko lo scorso 3 giugno, in contemporanea alla massiccia offensiva ucraina su Marjnka e Krasnogorovka – secondo Kiev possono benissimo essere dislocate direttamente a ridosso del fronte. In base a quanto dichiarato a più riprese dal Ministero della difesa della Repubblica Popolare di Donetsk, le artiglierie e i mezzi corazzati della DNR, a differenza di quelli ucraini, il cui ridislocamento a ridosso della linea di demarcazione è stato fissato dagli stessi satelliti USA (nonostante Washington accusi le milizie e Mosca di “aggressione”) non hanno mai lasciato i siti in cui erano stati arretrati dopo Minsk. Si spiega così la dichiarazione del Capo dell’amministrazione di Donetsk, Maksim Leščenko, riportata da RT, secondo cui Kiev attribuisce alle milizie anche i tiri di artiglieria sui quartieri civili delle città del Donbass, che persino gli stessi osservatori Osce confermano provenire da parte delle forze ucraine. E’ stato il caso, nei giorni scorsi, di “Gorlovka, in cui è rimasta uccisa un’intera famiglia, o di Telmanovo, dove un bambino è morto colpito in un’area giochi. “Kiev dichiara che le milizie bombardano se stesse, i propri cittadini e presenta ciò come violazione degli accordi di Minsk”, ha detto Leščenko. E per i bombardamenti della scorsa notte su Donetsk, sono morti ancora due civili.

In effetti, secondo l’agenzia Novorossija, gli osservatori Osce confermano la situazione estremamente critica della periferia di Donetsk, in particolare dell’area dell’aeroporto, su cui sono stati registrati nelle ultime ore 216 tiri di artiglieria e circa 300 esplosioni. Una situazione tornata di nuovo incandescente per i bombardamenti governativi e che permette a Porošenko – così come la sua offensiva su Marjnka era servita da pretesto al G7 per prorogare le sanzioni contro Mosca – di dichiarare che non ha alcuna intenzione di togliere il blocco economico, energetico e sociale decretato contro il Donbass, finché non si registrerà un sensibile progresso nell’attuazione degli accordi di Minsk; attuazione ostacolata per l’appunto dall’acutizzarsi delle azioni di guerra di Kiev contro le Repubbliche. Per rendere ancora più esplicita la sua volontà di andare in senso contrario proprio a quegli accordi, Porošenko ha anche ufficialmente detto di non voler prendere in esame le proposte avanzate nei giorni scorsi dai rappresentanti di DNR e LNR in seno al Gruppo di contatto, sulle modifiche alla Costituzione ucraina nel senso della decentralizzazione che concederebbe autonomia locale (una richiesta in tale direzione è giunta ieri anche dal Consiglio municipale di Zaporože, capoluogo della regione a occidente di Donetsk) alle regioni del Donbass all’interno della compagine ucraina.

Non stupisce quindi che il Presidente della DNR, Aleksandr Zakharčenko, dichiari oggi di non vedere né se stesso, né la Repubblica di Donetsk quale parte dell’Ucraina: “né quale soggetto autonomo, né di altro tipo. Io vedo noi come partner di pari diritti; quali buoni vicini o semplicemente quali vicini. Vedo la Novorossija come un forte Stato”, aggiungendo che, a suo parere, altre Repubbliche popolari potrebbero sorgere in qualunque regione dell’attuale Ucraina – Odessa, Kharkov, Kiev, Mukačevo. “L’Ucraina in quanto Stato ha già fatto il suo tempo” ha detto Zakharčenko, “soprattutto dopo i bombardamenti aerei su Donetsk e Lugansk. Dopo di questi c’è stata semplicemente l’agonia del potere”.

Un’agonia che non impedisce però, come dichiara il Presidente del Parlamento della DNR, Andrej Purghin, di utilizzare la costruzione del vallo e delle fortificazioni lungo la frontiera con il Donbass a spese del bilancio statale – secondo Porošenko, ieri in visita a Mariupol, le fortificazioni che devono circondare il Donbass saranno pronte per fine luglio – per l’arricchimento degli oligarchi ucraini e per il riciclaggio di denaro pubblico con cui gli stessi alti funzionari pubblici stanno costruendo sontuose ville, come testimoniato dagli stessi canali televisivi ucraini. Un’agonia, ancora, che non impedisce a Kiev di continuare a “educare” i propri giovanissimi in uno spirito che l’agenzia Novorossija definisce da “Hitlerjugend”. Se nel periodo scolastico si descrivono i russi e la popolazione di lingua russa quali “cannibali, che bombardano i villaggi ucraini”, nel periodo delle vacanze estive si porta avanti “l’educazione patriottica” a cura di Pravyj sektor, nei cui accampamenti i giovani “si addestrano insieme ai combattenti” al montaggio e smontaggio delle armi, al loro uso e ad altre delizie che, nella Germania prebellica, prepararono migliaia di giovanissimi tedeschi a diventare SS.

  • Venerdì, 12 Giugno 2015 12:26
  •  Fabrizio Poggi
  • thanks to: contropiano

    Francia: si intensifica la guerra ai migranti

    Striscione dei solidali durante lo sgombero del campo di La Chapelle

    Francia: L’umanitarismo in azione nello sgombero degli accampamenti dei migranti

    (Traduzione da: Rabble.co.uk)

    Martedì scorso, a Parigi e a Calais, sono stati effettuati dagli sbirri sgomberi in simultanea dei campi dei rifugiati provenienti da Sudan, Eritrea, Afghanistan e Siria .

    A Parigi, il campo è vicino a Gare du Nord e l’area è spesso utilizzata dai migranti che hanno bisogno di una tregua dalla “prima linea” a Calais. La lotta è continua, con nuovi sgomberi e migranti costantemente costretti a spostarsi da un posto all’altro.

    Da Calais Migrant Solidarity:

    Oggi (martedì 2 giugno) la polizia francese ha sgomberato lo Squat Galloo e la “jungle” vicino il supermarket Leader Price. Aperto nel luglio del 2014 da una collaborazione tra associazioni, migranti e attivisti, e arrivato ad ospitare oltre 300 persone, Galloo era uno spazio di Calais per incontrarsi, condividere il pasto, ricaricare i telefoni e riposarsi. Era una casa del popolo.

    Lo sgombero del Galloo è iniziato questa mattina alle 6 e alle 10 i poliziotti presenti erano aumentati. La polizia ha circondato l’edificio – uno spazio di 12.000 metri quadrati usato una volta come centro di recupero di metallo in disuso – bloccando tutte le possibili uscite. Le persone che erano all’interno hanno avuto un tempo limitato per raccogliere le loro cose e sono state scortate fuori dall’edificio attraverso un’entrata laterale. I verbali parlano dell’arresto di 66 persone e circa 40 di loro sono state trasportate nel centro di detenzione a Coquelles.

    Nella jungle di Leader Price, che ha già dovuto sperimentare un semi-sgombero nel corso dell’anno, dozzine di poliziotti hanno rastrellato l’area intorno al supermarket, costringendo le persone ad andare via dagli spazi dove dormivano. Anche in questo caso ci sono stati arresti.

    La nuova destinazione per le persone espulse dai propri rifugi, è la prigione a cielo aperto nella periferia di Calais, la nuova “jungle” che circonda il Centro Jules Ferry (per maggiori informazioni, qui un articolo ).

    Le persone sgomberate oggi sono coloro che hanno resistito per due mesi allo spostamento “volontario” nel nuovo centro diurno, spinti dalla pressione della polizia e di altre organizzazioni statali ad andarsene alla fine di marzo.

    Questa operazione di polizia è stata coordinata con lo sgombero di una grande jungle (accampamento) a La Chapelle a Parigi, che ospitava oltre 350 persone.

    Da Paris-Luttes.info:

    (Sunto da vari articoli tradotti da Rabble)

    L'accampamento di La Chapelle, prima dello sgombero

    Lo sgombero dei circa 600 profughi africani, per lo più provenienti dal Corno D’Africa, del campo di La Chapelle, a Parigi, avvenuto Martedì, è stata accompagnato dal coro consolatorio dell’umanitarismo liberale. Per tutto il giorno, la radio e la TV hanno martellato sull’emergenza sanitaria e la necessità umanitaria delle operazioni di sgombero del campo che si trova vicino alla Gare du Nord. Decine di cellulari della polizia antisommossa e un gran numero di poliziotti in borghese – identificabili dai loro arroganti bracciali arancioni – sono arrivati sul sito intorno alle 5.45 di mattina. In una routine spaventosamente familiare, gli abitanti del campo sono stati metodicamente divisi in gruppi e caricati sugli autobus: famiglie o persone singole; richiedenti asilo o di altre nazionalità; ‘veri’ o ‘falsi’ eritrei. A separare il grano dal loglio sono stati i lavoratori delle ONG Emmaüs e France Terre d’Asile, distinguibili dai poliziotti in borghese solo per i i loro bracciali verdi, e presumibilmente, per la loro apparenza amichevole. Una piccola folla di manifestanti guardava e gridava dai lati del campo, tenuta a bada da cordoni di polizia.

    Per concludere questo spettacolo “umanitario”, alcuni degli abitanti del campo sono stati trasportati in autobus verso diversi rifugi per senzatetto in tutta Parigi e non solo, lasciando le ruspe libere di radere al suolo le loro tende e i loro beni. Questi alloggi offrono ospitalità solo per pochi giorni – giusto il tempo per convincere la gente ad abbandonare il posto dove vivevano prima.

    Giovedi e Venerdì, migranti e compagni hanno cercato di riorganizzarsi di fronte a una chiesa vicino al luogo dello sgombero, prima di essere rapidamente circondati dalla polizia. Sono stati fatti tentativi di occupare una chiesa e una palestra, ma la polizia li ha bloccati e violentemente sgomberati. I media hanno anche annunciato l’intenzione di sgomberare un altro campo più piccolo, vicino alla Gare d’Austerlitz. La lotta continua…

    Cronologia di una settimana di lotte, occupazioni e sgomberi a Parigi

    (traduzione da Paris luttes )

    Martedi 2 Giugno

    Circa 450 migranti che si erano accampati a La Chapelle sono stati sgomberati . Di questi solo 160 avrebbero diritto, secondo i criteri francesi, a richiedere asilo politico. L’accampamento era nato nell’estate 2014 ed era diventato un punto di riferimento per i migranti arrivati dall’Italia, come tappa per poi dirigersi verso Calais e la Gran Bretagna o altri paesi del nord Europa. Il sindaco e il prefetto di Parigi ( e ricordiamo che nell’Ile de France, da 11 anni governa un’alleanza “di sinistra” tra socialisti, verdi e partito comunista) da tempo spingevano per lo smantellamento del campo, con la scusa del rischio sanitario e con il supporto di alcune ONG “umanitarie”.

    Dopo lo sgombero, lungi dall’offrire soluzioni a queste persone, la prefettura e il municipio li hanno sparpagliati sull’Ile de France. Giovedi sera, alcuni di loro si sono raggruppati di fronte alla chiesa di Saint-Bernard nel 18° arrondissement. Espulsi di nuovo venerdì 4 giugno dal sabato hanno occupato la piazza Nathalie Sarraute (via Pajol). Sempre accompagnati delle molestie della polizia e dal movimento di solidarietà.

    Giovedi, 4 giugno

    Grosso dispiegamento di polizia nella notte di Giovedi per prevenire che gli “sgomberati” da La Chapelle occupino la chiesa di San Bernardo (18 °).

    Il volantino distribuito in loco:

    COMUNICATO DEI MIGRANTI ESPULSI DA LA CHAPELLE:

    Siamo delle persone pacifiche

    Siamo dei richiedenti asilo

    Chiediamo i documenti

    Vogliamo che i nostri diritti siano rispettati

    Venerdì 5 giugno

    15:00 : la polizia è intervenuta in forze in piazza per disperdere i migranti e solidali.

    15:30 : i poliziotti hanno circondato la piazza antistante la chiesa di San Bernardo e cercano di espellere i migranti.

    16:00 : decine di migranti bloccati in una trappola.

    16:30 : i “migranti” sono costretti a ripiegare verso la metropolitana di La Chapelle

    17:00 : dopo aver tentato di forzare i manifestanti a tornare nella linea 2 della metropolitana La Chapelle, la polizia li fa uscire. La metropolitana è stata bloccato per quindici minuti. E’ stata organizzata una trappola per bloccare tutti, migranti e solidali.

    17:15 : la polizia separa i manifestanti dai migranti , in modo che questi ultimi possano essere controllati . Carica della polizia antisommossa su Place de la Chapelle.

    17:30 : un migrante colpito dalla polizia viene arrestato

    17:50 : si parte in corteo verso Marx Dormoy. Circa 150 i partecipanti. Sempre scortati da un elevato numero di poliziotti

    18:00 : gran parte del corteo è stata presa in trappola. I poliziotti spingono il corteo verso Marx Dormoy. Impediscono ai manifestanti di tornare nella piazza della chiesa di San Bernardo.

    18:30 : La palestra Ostermeyer, al 22 di via Pajol è stata occupata dai manifestanti. I poliziotti sono stati in grado di evacuarla rapidamente e violentemente. Ci raggruppiamo nel piazzale della palestra. La celere gioca allo sfinimento.

    19:00 : la manifestazione fa una pausa davanti alla palestra Ostermeyer, strada Pajol. Sempre massiccia la presenza della polizia.

    Sabato 6 Giugno:

    palestra11:20 : Continue molestie: sgombero in corso nel piazzale davanti alla palestra Ostermeyer (via Pajol), dove i migranti espulsi hanno trascorso la notte.

    18:00 : Al momento, un centinaio di persone si sono radunate sulla strada fuori dell’ostello Pajol in seguito all’appello pubblico di oggi. Si organizza una mensa mentre la polizia continua ad essere molto presente.

    Domenica 7 Giugno:

    Comunicato dei genitori degli studenti del 18° arrondissement:

    Signore e Signori,

    Siamo un gruppo di genitori di studenti delle scuole pubbliche del 18 ° arrondissement, siamo molto arrabbiati per la situazione contro i migranti accampati sotto la metropolitana de la Chapelle, soprattutto dopo lo sgombero di martedì mattina con un dispiegamento di forze dell’ordine spropositato. La presenza poliziesca che ha invaso lo spazio pubblico è più aggressiva e violenta per noi e per i nostri figli che la presenza dei migranti. Siamo indignati dal fatto che le piazze che dovrebbero essere spazi per tutti, siano ormai inaccessibili e chiuse senza che alcuna soluzione seria venga offerta ai migranti. Abbiamo visto i mezzi impiegati dai servizi pubblici della città: la direzione prevenzione e protezione impegnata nell’evacuazione della piazza Said Bouziri, il Servizio tecnico della pulizia di Parigi mobilitato per rimuovere tende, materassi, coperte … dove è il servizio di alloggiamento?

    Noi, gli abitanti, possiamo confermare che le persone che hanno dormito presso la Salle San Bruno, poi nella piazza, poi nel piazzale Pajol sono coloro che sono stati espulsi da la Chapelle. Ci aspettiamo una soluzione duratura per offrire un rifugio e proteggere le centinaia di migranti, uomini, donne, bambini, che la polizia tenta inutilmente di disperdere.

    Dal Venerdì pomeriggio, molti di noi sono mobilitati; eravamo sul piazzale Nathalie Sarraute e abbiamo fornito il sostegno e la solidarietà necessaria. Contiamo sul vostro senso di libertà, uguaglianza, fraternità.

    I migranti chiedono la nostra solidarietà, rispondiamo.

    Info Point Domenica 7 giugno:

    Manifestazione antifascista per ricordare Clement Meric

    Sabato pomeriggio, un centinaio di persone sgomberate da la Chapelle ha raggiunto la manifestazione antifascista in onore di Clemente Meric. Dopo la discesa di via Oberkampf, dopo la stazione Ménilmontant, nonostante le pressioni della polizia, sono stati ben accolti e hanno preso la testa del corteo. Arrivati a Ménilmontant, hanno parlato con altri collettivi in lotta. Un fondo di solidarietà è stato fatto girare per raccogliere soldi per organizzare una cena quella sera e acquistare teloni e coperte (i migranti hanno perso la maggior parte della loro cose durante lo sgombero de la Chapelle).

    In serata ci si è organizzati per fornire un pasto caldo, nonostante la pressione della polizia. Molte persone hanno mostrato la loro solidarietà con i migranti portando vestiti, coperte e cibo.

    Lunedi 8 Giugno:

    Un’altra notte per strada. 180 migranti hanno dormito qui, molti altri sono venuti a vedere il loro accampamento… Non hanno più alcun accesso ai servizi igienici. Hanno pubblicato due comunicati .

    12:00 : Scarsa presenza della polizia , ma gli agenti filmano incessantemente i presenti. Secondo alcuni politici, l’espulsione del campo Austerlitz dovrebbe avvenire domani.

    Assemblea dei migranti a Pajol

    12.30 : A seguito di una riunione di diverse decine di immigrati (e chiusa ai non immigrati), i rifugiati del campo di Pajol hanno annunciato l’inizio di uno sciopero della fame.

    14:30 : La polizia antisommossa CRS ha iniziato lo sgombero dell’accampamento in via Pajol. Hanno bastonato i solidali al fine di caricare i profughi. Due auto piene di rifugiati saranno condotte al commissariato de l’Evangile. E’ il luogo speciale utilizzato dai poliziotti parigini per gli arresti di massa. I solidali che sono intervenuti sono attualmente sotto controllo, almeno una persona è stata arrestata.

    15:00 : la violenza della polizia ha provocato almeno un ferito tra i rifugiati. 200 solidali sul posto, ma la presenza della polizia è imponente. Il tendone installato in loco è stato distrutto. Un prima auto della polizia sarebbe arrivata al commissariato in via de l’Evangile.

    15.15 : dei rinforzi hanno permesso alla polizia antisommossa di dividere la piazza e i manifestanti in due parti.

    I migranti catturati e caricati sui bus

    15:30 : I poliziotti cominciano a caricare i migranti sui bus. Rifugiati e i solidali resistono per quanto possibile, circondati da decine di poliziotti in tenuta antisommossa.

    16:20 : La polizia ha caricato violentemente facendo un uso spropositato di gas lacrimogeni. Una persona è chiaramente in preda ad un attacco d’asma a causa del gas e si trova accasciata sul marciapiede. I poliziotti non fanno nulla per aiutarla e impediscono alle ambulanze di passare.

    cordone

    16:30 : Molti migranti sono riusciti a scappare correndo durante la carica, approfittando anche della catena umana creata dai solidali. Per contro i solidali sono stati caricati. I poliziotti non facevano distinzione. Un ferito grave tra i migranti è riuscito a partire alla volta dell’ospedale grazie ai vigili del fuoco. I manifestanti hanno cercato di rallentare la partenza di due autobus pieni di persone arrestate.

    16:40 : a parte questo, un giornalista della BFM ha dato uno schiaffo a un manifestante che lo accusava di dire sciocchezze … Non solo non scrivono niente di vero, giocano pure a fare gli sbruffoni

    16:45 : non ci sono più persone circondate dalle forze dell’ordine, ma la gente ancora cerca di bloccare il secondo furgone della polizia pieno di migranti. Almeno quattro persone risultano ferite.

    17:00 : lo sgombero è stato completato; un gruppo di solidali rimane fuori dalla stazione di polizia in via de l’Evangile in attesa di un possibile rilascio dei migranti. Per ora solo i minori sono stati liberati, una decina di persone (su cento) sono state arrestate. E’ probabile che questo scenario si ripeta nei prossimi giorni in quanto la situazione dei migranti non è affatto cambiata.

    19:45 : almeno 20 migranti arrestati durante lo sgombero del piazzale della sala Pajol sono arrivati al centro di detenzione di Vincennes. Una cinquantina di solidali sono fuori dal commissariato di polizia : 80 profughi sono ancora detenuti nella stazione di polizia.

    21:15 : Dopo un tentativo di occupazione di un piccolo parcheggio in via Pajol da parte di residenti, solidali e migranti, una ventina di furgoni della polizia sono arrivati per sgomberarli. La situazione è tesa.

    22:15 : Una quarantina di migranti arrestati nel pomeriggio in via Pajol sono stati reclusi nel centro di detenzione amministrativa di Vincennes. La polizia è ancora presente sulla spianata. Un nuovo incontro è stato fissato per martedì 9 giugno alle 18 davanti alla sala Pajol.

    Martedì 9 Giugno:

    11:00 : 30 persone sono state poste in regime di detenzione amministrativa a Vincennes, 16 al CRA (Centro Detenzione Amministrativa) di Mesnil-Amelot, 14 a Vincennes. Un attivista è ancora in custodia da ieri. Una manifestazione è stata indetta alle ore 18 davanti alla sala Pajol.

    13:00 : 8 migranti arrestati sabato saranno condotti al tribunale amministrativo questo pomeriggio … Scommettiamo che lo stato farà quello che sa fare meglio, “l’accompagnamento alla frontiera”, cioè un’espulsione con volo charter di cui conosciamo tutta la violenza.

    13:10 : gli immigrati che non sono stati arrestati sono ancora in strada. Rimangono in un giardino nel 18 ° arrondissement: Bois Dormoy, citè de la Chapelle. Nessuna sistemazione alternativa naturalmente…

    18:15 : La manifestazione è stata vietata. Enorme presenza di polizia. La celera blocca via Pajol. Diverse centinaia di persone. Sovrarappresentazione della sinistra istituzionale con la presenza di molti eletti, venuti qui, come ieri, per farsi fotografare.

    9 Giugno: manifestazione di solidarietà agli sgomberati di via Pajol

    18:25 : Un presidio si tiene all’angolo tra via Riquet e Via Pajol. Circa 500 persone in questo momento, ma potrebbe crescere dal momento che molte persone stanno ancora cercando di raggiungere il raduno. Per ora la gli interventi sono tenuti dai politici.

    19:00 : il presidio diventa un corteo, da via Riquet. Più di mille persone.

    19:15 : Il corteo prosegue lungo il viale Max Dormoy. Sempre affollato e con un’ottima accoglienza tra i locali.

    19:30 : La manifestazione è bloccata da un cordone di polizia antisommossa in via Mac Dormoy.

    19:35 : Il cordone di poliziotti sotto pressione del corteo indietreggia fino a La Chapelle. Atmosfera tesa.

    19:45 : Ci si riunisce sotto la metropolitana sopraelevata. Sempre molta gente. I poliziotti si sono ritirati…

    thanks to: hurriya

    “Gaza e l’industria israeliana della violenza”

    https://i2.wp.com/www.ism-italia.org/wp-content/uploads/Shejaiya-Gaza.jpg

    Il saggio Gaza e l’industria della violenza israeliana è stato scritto da Enrico Bartolomei, Diana Carminati e Alfredo Tradardi con una postfazione di Anna Delfina Arcostanzo.

    Il saggio sarà nelle librerie a partire dal 24 giugno 2015.

    Per presentazioni sarà disponibile a partire dal 16 giugno.

    La richiesta di presentazioni va inviata a:

    Alfredo Tradardi alfredo.tradardi@gmail.com o a

    Enrico Bartolomei bartolomeienrico@yahoo.it

    Per la scheda di presentazione del saggio scaricare il file seguente:

    Scheda del saggio Gaza e l’industria della violenza israeliana

    La scheda di presentazione contiene la foto della copertina, una dedica , una sintesi del saggio, l’indice e i curricula degli autori.

    La dedica del saggio:

    Nel gennaio 2014, uno degli autori ha partecipato con un gruppo di

    attivisti a una missione di solidarietà nella Striscia di Gaza.

    Una mattina, mentre raccoglieva conchiglie sulla spiaggia vicino al

    porto, un gruppo di bambini si è avvicinato entusiasta, riempiendogli

    il palmo delle mani con un mucchietto di conchiglie.

    Il 16 luglio del 2014 i corpicini di Ahed e Zakaria, 10 anni, Mohamed,

    11 anni, Ismail, 9 anni, tutti cugini della famiglia Bakr, venivano fatti a pezzi

    da due missili mentre giocavano sulla stessa spiaggia

    Questo libro è dedicato alla loro  memoria, con la promessa di restituire

    un giorno quelle conchiglie alla spiaggia di una Gaza liberata

    thanks to: ISM-Italia

    50 países pactan en secreto un tratado aún más antidemocrático y neoliberal que el TTIP

    Wikileaks filtra el contenido de las negociaciones clandestinas entre medio centenar de gobiernos para establecer un acuerdo mundial secreto de comercio internacional de servicios que estará por encima de todas las regulaciones y normativas estatales y parlamentarias, en beneficio de las corporaciones

    Viñeta de Wikileaks sobre el acuerdo TiSA.

    Viñeta de Wikileaks sobre el acuerdo TiSA.

    El secretista tratado de libre comercio TTIP entre EEUU y la UE parecía imbatible como Caballo de Troya de las multinacionales. Pero en realidad es casi una cortina de humo para tapar la verdadera alianza neoliberal planetaria: el Trade in Services Agreement (TiSA), un acuerdo todavía más antidemocrático de intercambio de servicios entre medio centenar de países, incluida España, que no sólo se está negociando en el más absoluto de los secretos sino que se pretende que siga clasificado, oculto al conocimiento público, durante otros cinco años cuando ya haya entrado en vigor y esté condicionando el 68,2% del comercio mundial de servicios.

    El nivel de encubrimiento con el que se elaboran los artículos y anexos del TiSA –que cubren todos los campos, desde telecomunicaciones y comercio electrónico hasta servicios financieros, seguros y transportes– es incluso superior al del Trans-Pacific Partnership Agreement (TPPA) entre Washington y sus socios asiáticos, para el que se prevén cuatro años de vigencia en la clandestinidad. Sin embargo, Público ha accedido –gracias a su colaboración con Wikileaks–, en exclusiva para España, a los documentos originales reservados de la negociación en curso, donde queda patente que se está construyendo un complejo entramado de normas y reglas diseñadas para evadir las regulaciones estatales y burlar los controles parlamentarios sobre el mercado global.

    Los asociados periodísticos de Wikileaks que participan junto a Público en esta exclusiva mundial son: The Age (Australia), Süddeutsche Zeitung (Alemania), Kathimerini (Grecia), Kjarninn (Islandia), L’Espresso (Italia), La Jornada (México), Punto24 (Turquía), OWINFS (Estados Unidos) y Brecha (Uruguay).

    Además, el TiSA es impulsado por los mismos gobiernos (EEUU y los de la UE) que impusieron el fallido modelo financiero desregulado de la Organización Mundial de Comercio (OMC) y que provocaron la crisis financiera global de 2007-2008 (el crash del casino bursátil mundial simbolizado por el hundimiento de Lehman Brothers) que arrastró a las economías occidentales y todavía estamos pagando tras casi un decenio de austeridad empobrecedora, recortes sociales y rescates bancarios. Y lo que precisamente trata de imponer este nuevo pacto neoliberal mundial es la continuidad e intensificación de ese sistema, en beneficio desorbitado de las grandes compañías privadas transnacionales y atando las manos de gobiernos e instituciones públicas.

    Esos objetivos son evidentes en la intención de mantener el tratado secreto durante años, puesto que así se impide que los gobiernos que lo ejecutan tengan que rendir cuentas ante sus parlamentos y ciudadanos. También es patente la intención fraudulenta de esa negociación clandestina por su descarada violación de la Convención de Viena sobre la Ley de Tratados, que requiere trabajos preparatorios y debates previos entre expertos y académicos, agencias no gubernamentales, partidos políticos y otros actores… algo a todo punto imposible cuando la elaboración de un acuerdo se efectúa en estricto secreto y a escondidas de la luz pública.

    Por el momento, los gobiernos implicados en la negociación secreta del TiSA son: Australia, Canada, Chile, Colombia, Corea del Sur, Costa Rica, Estados Unidos, Hong Kong, Islandia, Israel, Japón, Liechtenstein, México, Nueva Zelanda, Noruega, Pakistán, Panamá, Paraguay, Perú, Suiza, Taiwán, Turquía y la Comisión Europea, en representación de los 28 países miembros de la UE, pese a ser un organismo no electo por sufragio universal. Además, entre los socios hay tres paraísos fiscales declarados, que participan activamente en la elaboración de los artículos, especialmente Suiza.

    Los textos de la negociación secreta del TiSA que ahora desvela Wikileaks muestran que lo que se pretende es eliminar todos los controles y obstáculos para la liberalización global de los servicios financieros, suprimiendo todo límite a sus instituciones y cualquier restricción a sus productos innovadores, a pesar de que fueron precisamente esos inventos financieros, como los derivados o los CDS (credit default swaps) –auténticas apuestas sobre posibles quiebras–, los que generaron la burbuja bursátil mundial que al estallar en 2007-2008 destruyó los fundamentos económicos de las potencias occidentales y obligó al rescate de esas entidades con cientos de miles de millones en fondos públicos.

    Hace un año, Wikileaks ya filtró una pequeña parte de la negociación del TiSA (el anexo referido a Servicios Financieros, a fecha 19 de junio de 2014), pero hasta hoy no se había tenido acceso a las actas de las negociaciones secretas sobre todos los aspectos que cubrirá el futuro acuerdo: Finanzas (lo acordado a 23 de febrero de 2015), Telecomunicaciones, Comercio Electrónico, Transporte Aéreo y Marítimo, Distribución y Envíos, Servicios Profesionales, Transparencia, Movimientos de Personas Físicas, Regulaciones Nacionales Internas, Servicios Postales Universales…

    Público ha tenido incluso acceso a las notas internas sobre las negociaciones con Israel y Turquía para que se adhiriesen al tratado secreto, algo que en cambio se negó a China y Uruguay cuando lo solicitaron, probablemente temiendo que filtrarían los contenidos del pacto en cuanto comprendieran el alcance de lo que se pretende.

    Es revelador el listado de las naciones latinoamericanas que participan en el TiSA, todas ellas fieles aliadas de EEUU como Colombia, México y Panamá (paraíso fiscal que es muy activo en la negociación), así como la exclusión no sólo de los países bolivarianos sino incluso de Brasil y otras potencias regionales de las que Washington no se fía. En realidad, todas las potencias emergentes del llamado BRICS (Brasil, Rusia, India, China y Suráfrica) han quedado apartadas del tratado secreto, precisamente porque serán las que más pierdan al aplicarse las condiciones pactadas.

    No cabe duda de que se busca impedir el debate que reclamaron muchos países, sobre todo Ecuador, tras el crash financiero sobre las razones que lo provocaron y las soluciones para que no vuelva a producirse. EEUU, Canadá, Australia, Suiza y la UE se opusieron frontalmente incluso a las conclusiones de la Comisión Stiglitz de la ONU, en 2009, negándose a aceptar la evidente relación entre la desregulación bancaria/bursátil y la crisis, y en 2013 bloquearon todo intento de discutirlo en el seno de la OMC.

    Entre lo más sarcástico del contenido del TiSA que ahora sale a la luz está la exigencia de transparencia total a las autoridades nacionales, que deberán anunciar de antemano y abrir a discusión previa todas las regulaciones y normativas que se dispongan a aplicar, asegurando así que las grandes corporaciones y los lobbies comerciales internacionales tengan tiempo y recursos para contrarrestar, modificar o incluso impedir esas decisiones soberanas en función de sus intereses.

    Una imposición a los estamentos públicos que exigen los que no sólo pactan en secreto su propio modus operandi, sino que incluso pretenden que sus acuerdos ya en vigor permanezcan durante años como top secret, negando a los órganos de la soberanía popular hasta el conocimiento de las reglas que van a aplicar los gobiernos de cada país en sus relaciones internacionales.

    En cambio, los acuerdos del TiSA –que se negocian al margen del Acuerdo General de Comercio en Servicios (GATS) y de la OMC– toman en cuenta todas y cada una de las exigencias de la industria financiera de Wall Street y la City londinense, así como los intereses de las grandes corporaciones multinacionales, para las que el tratado no sólo no es secreto sino su propio engendro. Como alertó hace meses la catedrática de Derecho de la Universidad de Auckland (Nueva Zelanda), Jane Kelsey, “el mayor peligro es que el TiSA impedirá a los gobiernos fortalecer las reglas del sector financiero”.

    Diseñado en estrecha consulta con ese sector financiero mundial, el TiSA obligará a los gobiernos firmantes a apuntalar y ampliar la desregulación y liberalización bursátil causantes de la crisis; les quitará el derecho de mantener y controlar los datos financieros dentro de sus territorios; los forzará a aceptar derivados crediticios tóxicos; y los atará de manos si tratan de adoptar medidas para impedir o responder a otra recesión inducida por el neoliberalismo. Y todo ello será impuesto por unos acuerdos secretos, sin que la opinión pública se pueda enterar de los verdaderos motivos que arrastran su sociedad a la ruina.

    A menos que los órganos de la soberanía popular impidan este golpe de Estado económico mundial.

    thanks to: Publico

    50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP

    50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP

    Pressenza – 50 paesi preparano in segreto un trattato ancora peggiore del TTIP.

    Dal 1967: 95.000 minorenni palestinesi sono stati incarcerati da Israele

    Ichildarrestdopmemc. Un gruppo per i diritti umani ha sottoposto mercoledì un rapporto all’Onu sulle torture e i maltrattamenti di bambini palestinesi da parte di Israele.

    Military Court Watch (MCW) ha sottoposto un rapporto al Relatore Speciale dell’ONU per le Torture e altri Trattamenti o Punizioni Crudeli, Disumani o Degradanti, allegando più di 300 pagine di prove relative al trattamento di bambini tenuti prigionieri nelle carceri militari israeliane.

    Il MCW ha affermato, secondo il Days of Palestine, che le prove includono i casi di 200 minorenni detenuti nelle carceri militari israeliane nella Cisgiordania, tra gennaio 2013 e maggio 2015.

    A seguito di un esame delle prove, il rapporto ha confermato una ricerca anteriore dell’UNICEF che afferma che “il maltrattamento dei bambini che entrano in contatto con il sistema di detenzione militare sembra essere diffuso, sistemico e istituzionalizzato.

    “Questa scoperta si basa sulla recente prova che mostra che intimidazione, minacce, violenza verbale e fisica, e il rifiuto dei diritti fondamentali legali sono ancora comuni nel sistema”, afferma il MCW.

    Basato sui dati forniti dall’Esercito israeliano e dalle Nazioni Unite, la relazione ha stimato che, da quando la legge marziale è stata imposta nella Cisgiordania, 48 anni fa, circa 95 mila minorenni palestinesi sono stati arrestati e 59 mila di questi probabilmente hanno sofferto per le violenze fisiche.

    In aggiunta, il MCW ha affermato: “Basata sulle prove, la relazione ha anche fatto un collegamento tra questo abuso in scala industriale e il mantenimento delle colonie israeliane in Cisgiordania”.

    “La relazione ha concluso che, al fine di permettere a 370 mila coloni israeliani di vivere in Cisgiordania, in violazione delle leggi internazionali, l’Esercito è obbligato a adottare strategie di intimidazione di massa e punizioni collettive”.

    Traduzione di F.H.L.

    thanks to: Infopal

    Solidarietà a Ronnie Barkan, cittadino israeliano militante di Stop the Wall e di Boycott Within, attaccato e insultato dai media sionisti per la sua adesione alla campagna di Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni contro Israele

    Un’ intervista di una televisione israeliana a Ronnie Barkan, cittadino israeliano militante di Stop the Wall e di Boycott Within.
    Ronnie viene intervistato sul BDS, ma in realtà viene aggredito dall’intervistatore con una fortissima virulenza, ma Ronnie non si scompone. “Stai danneggiando il tuo paese” e ancora “Sei un bugiardo” e via di questo passo.
    Alla fine il conduttore, inviperito che un israeliano possa essere favorevole al BDS con Ronnie che chiede la fine dell’occupazione, parità di diritti per i palestinesi israeliani e diritto al ritorno dei profughi, gli chiede (ossia quasi gli intima) di rinunziare alla cittadinanza israeliana. Di fronte alla calma di Ronnie che non cede e afferma che Israele è un regime di apartheid, il conduttore toglie il collegamento.
    Il video è sottotitolato in inglese.

    Arrestata l’attivista italiana Samantha Comizzoli

    FreeSAM12 giugno 2015. Alle 10, ore italiane, Samantha Comizzoli è stata fermata mentre si stava recando ad una manifestazione, come tutti i venerdì, per presenziare, testimoniare e poi divulgare le informazioni sugli orrori quotidiani nella Palestina occupata dal mostro.  Le è stato immediatamente sequestrato il passaporto, probabilmente per il visto scaduto, mentre rapidamente hanno provveduto a fotografarla, schedarla, interrogarla per poi trasferirla nel carcere di Ariel, uno dei più grandi insediamenti di coloni. Da più di un anno Samantha è in Palestina, il visto concesso da Israele scade dopo tre mesi, ma lei ha continuato a resistere giorno dopo giorno, anche durante i bombardamenti della scorsa estate, ha resistito alle persecuzioni ed agli accanimenti di squallidi sionisti , una vera e propria campagna diffamatoria che, a più riprese, ha tentato inutilmente di screditarla. Sul sul blog, giorno dopo giorno, prendevano forma gli orrori di un’oppressione che non risparmiava neanche i bambini, protagonisti sia del suo primo documentario, Shoot, che del secondo, “israele, il cancro”  presentato di recente in un tour in tutta Italia e anche questa volta con una corsa ad ostacoli senza precedenti.

    Proprio qualche giorno fa Samantha aveva scritto sul suo profilo Facebook un messaggio dal quale si capiva chiaramente che era consapevole che il proprio tempo fosse ormai scaduto, queste le sue parole:

     NON HO PAURA

    Avrei voluto aspettare la proiezione del film a Ravenna per pubblicare questa dichiarazione, ma come ho detto più volte.. “in Palestina non puoi programmare nulla”.
    Mi chiamo Samantha Comizzoli e sono entrata in Palestina, tramite volo a Tel Aviv, l’11 febbraio 2014. Ho avuto un “visto turistico” dal terrorista israele per 3 mesi. Dopo mi è scaduto e sono diventata “illegale” o “clandestina”. Sono qui con la mia faccia e il mio nome e ho sempre reso tutto pubblico.
    Avevo la possibilità, forse, di regolarizzare la mia presenza qui, ma non l’ho fatto. Non l’ho fatto perchè non vado dai nazisti a chiedergli “un permesso” e non vado nemmeno dai loro amici (l’autorità palestinese) a chiedere il permesso di esistere dove cazzo mi pare.E’ una forma di Resistenza, personale certo, ma sono qui dopo un anno e 4 mesi alla faccia del mostro. Questo ha portato molte conseguenze: i primi tempi salivo sul service per fare anche solo 10 km con le chiappe strette perchè avevo paura che mi beccassero, dopo ho iniziato a non dare più il passaporto ai checkpoint volanti e a rispondergli sui denti, ogni volta che vado in mezzo agli scontri il timore non è che mi sparino, ma che mi prendano. Mi è andata sempre bene? No, non credo, israele non è stupido. E’ una mente più complessa di quanto uno possa immaginare.
    Più il tempo passava e più mi chiedevo perchè mi lasciavano qui. Forse perchè mi usano, forse perchè non sanno cosa fare, forse perchè hanno fatto così tante pressioni su di me che preferiscono aspettare che io me ne vada esausta.
    Invece, inizio a pensare che la motivazione è più agghiacciante: israele ha dimostrato e mi ha dimostrato che anche se uno sacrifica la propria vita, sta qui con il suo nome e la sua faccia e pubblica tutta (ma veramente tutta) la merda che accade; non cambia nulla. Ha dimostrato che è tutto inutile e che il mondo se ne fotte e non ferma israele.
    Ho deciso di scriverlo adesso tutto questo perchè 3 giorni fa purtroppo è accaduta una cosa…. Qualcuno mi ha messo in casa qualcosa che non deve assolutamente esserci. Me ne sono liberata quando ho capito, subito, il giorno dopo e sono stata, sì, fortunata che i soldati non sono venuti quella notte. Questo però mi ha portato a pensare che abbiano deciso di venire qui, ma soprattutto che prima di venire a prendermi vogliono screditarmi e distruggere il mio lavoro. Così anche il Governo italiano sarà fuori dall’imbarazzo.
    Io sono pronta, non ho paura; prima però ho voluto scrivere tutto questo affinchè rimanga scritto e voglio aggiungere che mentre lo scrivo sto bevendo una birra e anche c