“Sionisti carogne tornate nelle fogne” Milano 25 aprile, vergognosa presenza degli amici di Israele.

Finalmente quest’anno la questione è emersa con tutte le sue contraddizioni; sinora si era stancamente trascinata tra sterili polemiche a ridosso della scadenza. Le mie lettere all’avv. Maris quale presidente dell’ANED sono rimaste sempre senza risposta così come la mia lettera dello scorso anno al sindaco Pisapia. Avvantaggiato dalla comune professione e dalla reciproca conoscenza, nelle lettere affrontavo la questione in modo assolutamente sereno, forte delle mie ragioni. Ciononostante nessuna risposta. L’assenza di argomenti da contrapporre appariva palese.

Andiamo per ordine. Iniziamo col distinguere gli ebrei italiani che hanno partecipato alla guerra di liberazione nelle diverse formazioni partigiane sotto il Comitato di liberazione nazionale dagli ebrei arruolati nella brigata facente parte della 8° Armata britannica. Costoro provenivano tutti dalla Palestina mandataria britannica.

Un libro recente (La brigata ebraica, Soldiershop, novembre 2012) ripercorre nel dettaglio tutta la storia della brigata; uno degli autori, Samuel Rocca, ha prestato servizio nell’esercito israeliano. Il libro ricorda che nell’esercito britannico vi erano compagnie di arabi e di ebrei: miste nei Pionieri, divise nella Fanteria. Nel 1943 le compagnie formate da soli ebrei ottengono di potere usare la bandiera sionista, oltre quella della Palestina mandataria raffigurante al suo interno anche la bandiera inglese. La brigata ebraica che opera in Italia è costituita verso la fine della guerra, fine settembre 1944, e sino al marzo 1945 la sua attività si limita alla acquisizione di addestramento. Combatte tra marzo e aprile 1945 nelle zone di Ravenna e Brisighella. Viene smantellata nel 1946. Dal libro non emerge con chiarezza quale sia la sua bandiera ufficiale ed in particolare se la stella di Davide sia gialla come raffigurata in copertina o azzurra come sembrerebbe da un passo a pag. 50 ove si legge che : “ è l’attuale bandiera di Israele”.

A me sembra che poco importi il colore della stella e possiamo attenerci, per quel che qui interessa, alla definizione del libro che parla di “ bandiera sionista”.

In conclusione: la brigata ebraica usava la bandiera sionista e ha combattuto negli ultimi due mesi di guerra. Queste circostanze di fatto rendono plausibile una valutazione fatta in un altro libro ( “Relazioni pericolose”, di Faris Yahia, Città del sole), libro sui rapporti tra l’Agenzia ebraica, il nazismo e il fascismo. Afferma l’autore, pag. 84, che la brigata più che per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea della entità nazionale ebraica ( quindi una operazione di propaganda) e per acquisire esperienza militare ( questo spiegherebbe la lunga fase di addestramento). Significativamente, finita la guerra e prima di essere smantellata, la brigata si occupò della organizzazione di flussi migratori verso la Palestina.

I membri della brigata andarono a formare il futuro esercito di Israele, unendosi ai colleghi provenienti dall’Haganà e dalle sue emanazioni: l’Irgun di Jabotinsky e poi di Begin e la banda Stern. Emanazioni queste piuttosto imbarazzanti: come è noto, le due organizzazioni sono responsabili di attacchi terroristici a obiettivi britannici, arabi ed…ebraici. Ricordiamo solo i più noti: l’esplosione sulla nave Patria nel 1940 ad opera dell’Haganà ( 202 ebrei uccisi); l’attentato all’hotel King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese, nel 1946 ad opera dell’Irgun con vittime inglesi, arabe ed ebree.

Per non dire della banda Stern, guidata dal fondatore Stern e poi da Shamir, banda che non ha disdegnato rapporti e accordi con i nazisti sino a giungere alla proposta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940/41.

La bandiera sionista ha quindi sempre sventolato senza soluzione di continuità dalla repressione ad opera di Haganà e britannici della rivolta araba del 1936/39, alla Nakba del 1947/48, alle guerre successive di Israele sino alle stragi di Gaza dei nostri giorni. Sventola sui carri armati mentre distruggono gli olivi, abbattono le case, occupano i campi profughi, affiancano i coloni; sventola sul muro di separazione e sui tetti delle colonie. Insomma, ha accompagnato e accompagna tutti i crimini sionisti.

Come possa, con queste credenziali, questa bandiera sventolare in un corteo antifascista col pretesto di un paio di mesi di operatività a fianco degli alleati non è dato capire.

Restiamo nell’ambito della ricostruzione storica per parlare del Gran Muftì di Gerusalemme, evocato a pretesa dimostrazione della alleanza degli arabi con i nazisti.

Che cosa c’entra il Muftì ? all’evidenza nulla ma, si sa, quando scarseggiano gli argomenti ci si attacca a tutto. Come ha detto Moni Ovadia (Manifesto, 11/4): “ Richiamare il Gran Muftì è un pretesto capzioso e strumentale”. La propaganda e la mistificazione storica sionista ci hanno però abituato a tutto.

Il Muftì Amin Husseini cercava, comprensibilmente vista la situazione in Palestina, alleati contro i sionisti e i britannici. Scrive lo storico francese Henry Laurens, riportato da “Palestina”, AA.VV., Zambon ed.,pag.44: ” Husseini era convinto che il fine ( dei sionisti, NDR) fosse quello di espellere gli arabi dalla Palestina e impadronirsi della Spianata delle moschee per costruirvi il Terzo Tempio”. Non fu antisemita ma antisionista. Disse a Hitler che gli parlava del complotto giudaico mondiale e della necessità di combattere gli ebrei: “ Noi arabi pensiamo che è il sionismo all’origine di tutti questi sabotaggi e non gli ebrei”.

Col senno di poi, non si può dire che Husseini si sia sbagliato, né sulla volontà sionista di espellere tutti gli arabi né sui progetti per la Spianata. Certo, la frequentazione di Hitler non è commendevole ma da quale pulpito viene la predica, dopo quello che si è detto sulla banda Stern, con quello che si sa sulle simpatie di Jabotinsky e tutto quello che rivela il libro “ Relazioni pericolose”?

Vogliamo parlare dell’accordo della Ha’avarah per il trasferimento di capitali ebraici in Palestina nel 1933 o dell’accordo del 1938 sulla emigrazione ( ispirato a criteri non propriamente umanitari visto che l’Agenzia ebraica sceglieva gli ebrei da mandare in Palestina in base a censo, età e affidabilità ideologica)? O anche dello sterminio di migliaia di ebrei ungheresi nel 1944 in cambio della salvezza di 600 notabili sionisti ( accordo tra l’ebreo Kastner e il sig. Eichmann). O, per restare in casa nostra, che dire del gruppo fascista ebraico di Ettore Ovazza “ La nostra bandiera” nel 1935? ( per un approfondimento di questi temi, Yahia, op.cit.).

Almeno il Gran Muftì aveva le sue motivazioni politiche e religiose e seguiva la regola per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, regola discutibile ma ampiamente osservata soprattutto in quegli anni: si pensi ai Finlandesi pro-nazisti in funzione antisovietica o alle condoglianze espresse dal primo ministro irlandese all’ambasciata tedesca il giorno dopo la morte di Hitler in funzione antiinglese.

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Coloro che vorrebbero screditare i Palestinesi usando il Gran Muftì si guardano bene dal ricordare l’ampia partecipazione dei Palestinesi alla lotta al nazifascismo, arruolati anche loro come volontari nell’esercito inglese. Il Dossier del Colonial Office n.537/1819, in 34 pagine fornisce i dati relativi al reclutamento dei Palestinesi nelle Forze britanniche in Medio Oriente. Nelle pagine 13 e 14 si legge che l’epoca di arruolamento va dal 1° settembre 1939 al 31/12/1945; in questo periodo furono aggregati all’esercito inglese 12.446 Palestinesi di cui 148 donne; per l’esattezza 83 nella marina e gli altri nell’esercito. A pag. 16 si riportano le perdite: 701.

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Per quanto riguarda le bandiere palestinesi e la legittimazione della loro presenza nel corteo non occorrono molte parole. Basta rileggersi, come giustamente ricordato da Angelo D’Orsi ( Manifesto, 9/4), l’art. 2 dello Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si battono per la libertà e la democrazia. E quale movimento di liberazione e di resistenza ha oggi più legittimazione di quello palestinese sul piano giuridico, politico, storico ed etico?

E’ un caso che protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia si siano pronunciati contro l’occupazione ( ad esempio Chavka Fulman Raban) o addirittura abbiano espresso solidarietà ai combattenti palestinesi, come il vicecomandante Marek Edelman nella lettera alla Resistenza palestinese del 10/8/2002? Debbo ricordare che Stephane Hessel nel suo “Indignatevi” ha dedicato un intero capitolo proprio alla sua principale indignazione: l’occupazione della Palestina?

Non da ultimo, è anche il caso di ricordare il contributo di sangue palestinese versato nella guerra contro il nazifascismo, nonostante l’oppressione subita ad opera degli Inglesi nella fase mandataria.

Ed allora? Sembra che il PD offra ospitalità alla brigata. Qualcuno si stupisce? Le simpatie sioniste del partito sono dichiarate. Ed è in buona compagnia: nel 2013 fu la destra a sfilare dietro la bandiera della brigata, si veda il “lamento” di Gad Lerner in “ Gli abusatori della brigata ebraica”. Chi oggi, in campo sionista, continua a parlare della soluzione “Due popoli due Stati” sa di essere favorevole in realtà alla soluzione di un unico Stato, non quello democratico binazionale, auspicato da una parte del movimento di solidarietà con la Palestina, ma quello di Israele, etnico, confessionale e razzista. Netanyahu ha detto chiaro ai primi di marzo: “ Non ci sarà mai uno stato palestinese”. Chi è così ingenuo da credere che la sua sia stata solo una boutade elettorale?

Che dire dell’ANED? A Roma ha chiesto l’allontanamento delle bandiere palestinesi e questo dopo avere assistito passivamente allo smantellamento del proprio memoriale ad Auschwitz, colpevole di raffigurare Gramsci e di ricordare anche le vittime diverse dagli ebrei.

Mi interessa di più l’ANPI. Nel 2006 l’ANPI ha aperto le iscrizioni agli antifascisti: forti della memoria, ci si apriva all’attualità, in linea col motto “Ora e sempre Resistenza”. Il Presidente Smuraglia nel 2012, rispondendo all’ennesimo appello di iscritti ANPI per una presa di posizione chiara sulla Palestina ha scritto:” La manifestazione del 25 Aprile non può che essere aperta a tutti e dunque non accoglie questo o quello ma si limita a prendere atto delle presenze, spesso assai variegate, ma che devono condividere i temi fondamentali del 25 Aprile.

Questo è il punto!! La condivisione dei valori della Resistenza. Quali?

  • La pace e il ripudio della guerra, valore contraddetto dalla storia di Israele, dalle stragi periodiche a Gaza e dallo stillicidio di uccisi quotidiani nella West Bank

  • La libertà, valore contraddetto dai milioni di profughi palestinesi, dalle migliaia di prigionieri, dal muro, dalle centinaia di check points, dalla realtà di Gaza

  • L’uguaglianza, valore contraddetto dalla pretesa di Israele di essere uno stato etnico/confessionale riservato ai solo ebrei e dalle discriminazioni ai danni dei Palestinesi con cittadinanza israeliana

  • La giustizia, valore contraddetto dalle continue violazioni delle risoluzioni dell’ONU, dalla indifferenza dinanzi alle denunce di crimini di guerra e crimini contro l’umanità della Corte di giustizia de L’Aja e della Commissione per i diritti umani dell’ONU; per non dire, a livello interno, dei processi farsa contro i Palestinesi e della impunità dei crimini di soldati e coloni

  • Il valore della resistenza e della autodifesa, riconosciuto dallo Statuto dell’ONU e negato dalla pulizia etnica in corso.

Chi non riconosce questi valori non può stare nel corteo.

Per questi motivi noi nel corteo ci saremo, con le bandiere palestinesi e con lo striscione con la frase di Nelson Mandela che ricorda che non c’è libertà senza la libertà della Palestina; grideremo forte il nostro “NO” alla bandiera sionista che mortifica la manifestazione e i valori che il 25 Aprile rappresenta.

Ugo Giannangeli

thanks to: Palestina Rossa

Chi minaccia chi. La memoria corta di chi ha la coscienza sporca

di Fronte Palestina

 

 

 

 

A seguito della voluta confusione concepita sugli organi di stampa crediamo siano utili alcune ulteriori precisazioni in merito alle nostre posizioni.

 

L’antifascismo non si può racchiudere dentro recinti ideologici che servono solo a mascherare opportunismi di oggi. Noi ci rifacciamo a quanto l’ANPI affermava nel suo primo Congresso svolto a Roma tra il 06 ed il 09 dicembre del 1947: «l’antifascismo deve essere inteso come lotta contro chi minaccia le libertà individuali, nega la giustizia sociale e discrimina i cittadini». Per noi quindi schierarsi al fianco di tutti i popoli che lottano per le libertà individuali, per la giustizia sociale e contro la discriminazione è un atto doveroso ed inevitabile.

 

Oggi ci sono popoli simbolo di questa lotta ed uno di questi è il popolo palestinese, che resiste ad una vile occupazione da quasi 70 anni. Israele è lo Stato che, appunto, da decenni compie ogni sorta di prepotenza contro i palestinesi. Non è passato nemmeno un anno dall’ultimo massacro israeliano a Gaza: oltre duemila assassinati sotto i bombardamenti sionisti, centinaia furono bambini.

 

Sono migliaia i palestinesi dentro le prigioni sioniste, centinaia in detenzione amministrativa senza né accuse né condanne in base ad una legge ritenuta illegale dalla Comunità Internazionale; sono oltre settanta le Risoluzioni ONU non rispettate dallo stato sionista. Quindi uno Stato illegale dinnanzi agli occhi di tutto il mondo.

 

Ora, per entrare nel merito della questione provando a fare un po’ di chiarezza è necessario ricostruire gli eventi passati. Andiamo per ordine: a Roma il 25 aprile dello scorso anno una squadra della Comunità ebraica romana ha aggredito brutalmente un gruppo di militanti antifascisti che stavano raggiungendo il corteo sventolando le bandiere della Palestina. La polizia è intervenuta prendendo le parti degli aggressori e impedendo alle bandiere palestinesi l’ingresso nel corteo, che a quel punto si è spaccato perché molti dei partecipanti hanno deciso coraggiosamente di stare dalla parte degli aggrediti, sfilando con loro in un corteo alternativo. Impeditogli successivamente l’intervento dal palco, così si esprimeva qualche giorno dopo il capo degli squadristi, nonché Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici con tono più adatto ad un bullo di periferia (Corriere della Sera 28 aprile 2014): «Il prossimo anno saremo tutti a Milano e vediamo se avranno il coraggio di continuare a insultarci. Basta». Chi minaccia chi? Ovvio che le sue e loro minacce non ci spaventano.

 

Ed ecco che all’avvicinarsi dell’appuntamento annuale si ritorna a parlare dei “valori del 25 Aprile”, ma ancora una volta ognuno strumentalizza a proprio piacimento la circostanza. La Palestina è ancora occupata, quindi noi ci sentiamo in dovere di sostenerne la Resistenza, portando le sue istanze al corteo del 25 Aprile e denunciando al contempo la presenza delle bandiere israeliane, che rappresentano oppressione e ingiustizia. Queste invece le prime retoriche dichiarazioni dei “sionisti di casa nostra”: «Dato che sarà Shabbat non saremo presenti, ma non ci saremo anche perché i palestinesi, che saranno al corteo, durante la guerra erano alleati dei nazisti».

 

http://ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/roma_25_aprile_corteo_ebrei/notizie/1276785.shtml

 

«Le organizzazioni pro Palestina pretendono che non ci sia quel giorno il simbolo della brigata ebraica che liberò l’Italia dal nazifascismo insieme alle truppe alleate e ai partigiani. E sulla rete si stanno organizzando scrivendo che se ci saremo ci picchieranno. Tutto questo è assurdo» …e anche beffardo, aggiungeremmo: la nostra contestazione non è inerente alla presenza della Brigata ebraica in ma alla presenza delle bandiere israeliane (che sono altra cosa) e contro coloro che si fanno promotori della loro presenza in corteo. A tal proposito ricordiamo le parole del presidente dell’associazione Amici Di Israele Eyal Mizrahi: «Cari Amici Di Israele e simpatizzanti, anche quest’anno l’associazione Amici Di Israele sfilerà al corteo del 25 Aprile a Milano sotto lo striscione della Brigata Ebraica. Il punto di raccolta sarà in Corso Venezia angolo Via Boschetto alle ore 14.00. La partenza del corteo avverrà alle ore 14.30 ma ci riuniremo un po’ prima per poterci organizzare meglio. Vi invitiamo a portare le bandiere israeliane che avete […]»; ancora una volta e come spesso succede a far chiarezza sono gli stessi sionisti. D’altronde non si può non riconoscere la stessa pratica mistificatoria dei fatti propria dello Stato d’Israele: gli aggressori diventano le vittime e gli aggrediti diventano i carnefici.

 

Proviamo a rileggere il vero “assurdo” delle dichiarazioni e le dinamiche che si innescano. Innanzitutto l’accusa che i palestinesi fossero alleati con i nazisti decade banalmente studiando la storia, invitiamo i lettori a riferirsi ai seguenti articoli-comunicati scritti in precedenza per comprendere quanto sia tendenziosa la frase di Pacifici: PER LA VERITÀ STORICA. CONTRO LE MENZOGNE MEDIATICHE SUL 25 APRILE. In secondo luogo ricordiamo che gli episodi accaduti a Roma lo scorso anno hanno visto i filo-palestinesi aggrediti da picchiatori appartenenti alla Comunità ebraica romana.

 

Va registrato oltretutto che, curiosamente, per i sionisti il 25 aprile 2015 cade di sabato solo a Roma: stando alle dichiarazioni dello stesso Pacifici quest’anno la giornata della Liberazione cade di sabato, per gli ebrei festa del riposo, pertanto non avrebbero partecipato al corteo nel 70° anniversario; ma questo vale sono a Roma, perché invece a Milano parteciperanno. Come mai? I piani sono chiari (non ai più evidentemente grazie al rimescolo di carte che non a caso hanno architettato): questo è l’anno di Expo 2015, esposizione internazionale dove lo Stato d’Israele avrà un ruolo da protagonista, una nuova Kermesse sionista grazie alla quale si tenterà da una parte di ripulire la faccia di uno Stato colonialista e razzista e dall’altra di stringere nuove relazioni economiche, militari, etc. Ecco quindi che a seguito delle degne contestazioni che hanno subito negli scorsi anni per aver scelto di portare in corteo quelle bandiere simbolo di occupazione e tutt’altro che libertà, quest’anno hanno pensato di sfilare tutti in massa a Milano per provare ad egemonizzare la piazza.

 

Abbiamo precedentemente riportato la belligerante dichiarazione di Pacifici, ma vogliamo ulteriormente sottolineare le intenzioni altrettanto belliciste dei “nostri”. Dalla stampa veniamo a sapere che le bandiere di Israele saranno scortate dal PD, ossia da chi onora nazifascisti come Mori (onorificenza che anziché sospendere dovrebbero annullare!). Questa operazione, ribadiamo, è stata preparata e voluta da tempo: la prima iniziativa svolta a Milano per commemorare la Resistenza partigiana italiana è stata dedicata al ruolo della Brigata ebraica che, ricordiamo, ha combattuto in Italia per circa un mese tra le file dell’esercito britannico (eppure guardate quanta importanza viene conferita da questo partito oggi al potere in Italia).

 

Il PD sappiamo essere governato letteralmente da elementi legati mani e piedi allo stato sionista, lo dimostra anche l’ultima novità milanese: il futuro candidato sindaco di Milano dovrebbe essere un sionista come Emanuele Fiano che vive tra Milano ed Israele, così come il suo connazionale Itzhak Yoram Gutgeld, consigliere economico di Renzi, deputato PD, ex specialista dell’intelligence militare sionista (AMAN- Unit 8200) e dirigente della multinazionale McKinsey, nonché responsabile delle politiche guerrafondaie dello stesso governo PD.

 

Ancora una volta ci chiediamo: chi minaccia chi? Noi promotori della contestazione argomentiamo con fatti storici le nostre posizioni e ci organizziamo alla luce del sole; l’occupazione della Palestina ed i crimini israeliani perseverano e sono sotto gli occhi di tutti, a prescindere da quanto l’informazione ufficiale si renda complice di tali crimini e criminali occultando le malefatte sioniste. Dall’altra parte inventano minacce e fomentano un clima di massimo allarmismo anche grazie e soprattutto al servilismo dei media che si prestano a riportare in maniera acritica quanto “dettato”, senza tra l’altro concedere alcuno spazio alla contestazione e alle sue ragioni. Ma, ribadiamo, convinti di stare dalla parte della giustizia, non ci facciamo intimidire da squallide provocazioni.

 

Per concludere: noi pensiamo che non si possa permettere la presenza di bandiere dello Stato che occupa la Palestina da decenni, che nei confronti dei palestinesi commette quotidianamente crimini contro l’umanità. Crediamo che la Milano Medaglia d’Oro alla Resistenza non meriti tale affronto, questa Milano viene già troppe volte umiliata ogni volta che si permette ai fascisti di girare per le vie del centro con i loro simboli nazisti, ragion per cui dopo il 25 saremo nuovamente in piazza il 29 aprile contro la parata nazifascista indetta a Milano.

 

Crediamo che dovrebbe essere l’ANPI in primis a tutelare lo spirito della manifestazione, schierandosi contro la presenza di quelle bandiere che oltraggiano il corteo, accogliendo invece le istanze dei popoli che ancora oggi sono costretti a resistere e a combattere per la propria libertà negata da interessi colonialisti ed imperialisti.

 

Il corteo del 25 Aprile non è una ricorrenza da commemorare, anche se le istituzioni tendono a trasformarla in una forma di pacificazione sociale da buoni democristiani, la resistenza continua ancora oggi: prosegue in Palestina contro l’Occupazione sionista, ma anche in Val Susa contro la criminale militarizzazione del cantiere atta a proteggere gli interessi capitalisti a danno dei cittadini che vivono su quel territorio, prosegue contro quei modelli propagandati (e che verranno instaurati) dal paradigma Expo, prosegue contro la continua rapina dei diritti dei lavoratori (il PD è il promotore di riforme come il Job Acts che annullerà una volta per tutte ogni forma di organizzazione sindacale e quindi di lotta collettiva dei lavoratori, sempre più isolati), prosegue con la resistenza dei paesi latinoamericani minacciati costantemente dall’imperialismo USA, soprattutto quando creano modelli di sviluppo alternativi diventando quindi antagonisti al “sistema”.

 

Crediamo che una società migliore sia possibile, ma il percorso non può che passare per la vittoria di queste resistenze, che oggi i cittadini in Italia ed i popoli oppressi in tutto il mondo continuano a portare avanti con coraggio e dignità.

 

Contro il sionismo! Contro il fascismo!
Non siamo antisemiti, ma resistenti e partigiani del nuovo millennio

 

Appello per un 25 Aprile antisionista: http://www.frontepalestina.it/?q=content/appelli/appello-un-25-aprile-di-liberazione-e-antisionista

Fronte Palestina – Milano

15-4-15_25Aprile-FrontePalestina.

Freedom for Palestine; Freedom for Palestinian Political Prisoners held captive in Zionist Dungeons

My Palestine

Palestinian political prisoners © google images Palestinian political prisoners © google images

They meet behind Zionist bars; fathers and sons, mothers and daughters, teachers and students, friends, neighbours, townspeople, relatives, comrades. They unite in their defiance of injustice; men, women, children, elderly…. none of them a stranger to the other, none of them a stranger to us, none of them a stranger to Palestine. They are held captive in dungeons, denied the air of Palestine, denied the sunrise and the sunset, denied the laughter of a family member, denied the tear over a martyred comrade. They sacrificed their freedom willingly, so the children of Palestine may enjoy a life free of occupation and oppression. They are buried alive in grave-like cells, so the future generations of Palestine may enjoy the sunrise over the mountains of Jerusalem and Safad, the fresh breeze over the meadows of Jenin and Bisan, the wind playing with the waters of Gaza…

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Ron Paul: Who Profits From America’s New Militarism?

Former United States Congressman Ron Paul accused military contractors and think tanks of manufacturing potential threats around the world in an effort to spur military spending and profit from the “new Cold War.”

In a column posted to his website on Sunday, Paul says the plan seems to be paying off for contractors and think tanks, as governments around the world are investing more and more into their military.

“The new ‘threats’ that are being hyped bring big profits to military contractors and the network of think tanks they pay to produce pro-war propaganda,” he writes.

The former presidential candidate called out Germany, which announced last week that it would purchase 100 “Leopard” tanks. The purchase bucks a trend for a country that had greatly reduced its tank inventory since the end of the Cold War, but now sees a potential foe in Russia.

“Never mind that Russia has neither invaded nor threatened any country in the region, much less a NATO member country,” Paul writes.

Paul also noted that since 2013, the Pentagon has awarded contracts worth more than $850 million for work related to Cheyenne Mountain, the Cold War-era nuclear bunker under a mountain in Colorado. Last month, the Pentagon awarded American defense firm Raytheon a $700-million contract to install new equipment inside the bunker.

“Raytheon is a major financial sponsor of think tanks like the Institute for the Study of War, which continuously churn out pro-war propaganda,” Paul writes. “I am sure these big contracts are a good return on that investment.”

NATO – which Paul believes “should have been shut down after the Cold War ended” – also will be the recipient of an upgrade. The Alliance commissioned a new headquarters building in Brussels, Belgium, in 2010.On top of resembling a “hideous claw,” according to Paul, the final cost will exceed $1 billion – more than twice what was originally budgeted.”What a boondoggle!” Paul fumes. “Is it any surprise that NATO bureaucrats and generals continuously try to terrify us with tales of the new Russian threat? They need to justify their expansion plans!”And while it may seem that countries like Russia, Iran and Cuba are adversaries, the real enemy, Paul writes, is the taxpayer, middle class and the productive sectors of the economy, which suffer the most from runaway military spending.

Paul dismisses as a “dangerous myth” the belief that military spending benefits the economy. Instead, it benefits a “thin layer of well-connected and well-paid elites,” and diverts scarce resources from the public that most needs them and uses them to manufacture war machines.

“The elites are terrified that peace may finally break out, which will be bad for their profits,” Paul writes. “That is why they are trying to scuttle the Iran deal, nix the Cuba thaw, and drum up a new ‘Red Scare’ coming from Moscow. We must not be fooled into believing their lies.”

La perversione del senso del 25 aprile

di Moni Ovadia 

Nel corso della mia vita e da che ho l’età della ragione, ho cercato di partecipare, anno dopo anno a ogni manifestazione del 25 aprile. Un paio di anni fa, percorrendo il corteo alla ricerca della mia collocazione sotto le bandiere dell’Anpi, mi imbattei nel gruppo che rappresentava i combattenti della “brigata ebraica”, aggregata nel corso della seconda guerra mondiale alle truppe alleate del generale Alexander e impegnata nel conflitto contro le forze nazifasciste. Qualcuno dei componenti di quel drappello mi riconobbe e mi salutò cordialmente, ma uno di loro mi rivolse un invito sgradevole, mi disse: «Vieni qui con la tua gente». Io con un gesto gli feci capire che andavo più avanti a cercare le bandiere dell’Anpi che il 25 aprile è «la mia gente» perché io sono iscritto all’Anpi con il titolo di antifascista. Lui per tutta risposta mi apostrofò con queste parole: «Sì, sì, vai con i tuoi amici palestinesi».

Il tono sprezzante con cui pronunciò la parola palestinesi sottintendeva chiaramente «con i nemici del tuo popolo». Io gli risposi dandogli istintivamente del coglione e affrettai il passo lasciando che la sua risposta, sicuramente becera si disperdesse nell’allegro vociare dei manifestanti.
Questo episodio, apparentemente innocuo, mi fece scontrare con una realtà assai triste che si è insediata nelle comunità ebraiche. I grandi valori universali dell’ebraismo sono stati progressivamente accantonati a favore di un nazionalismo israeliano acritico ed estremo. Un nazionalismo che identifica stato con governo.

Naturalmente non tutti gli ebrei delle comunità hanno imboccato questa deriva sciovinista, ma la parte maggioritaria, quella che alle elezioni conquista sempre il “governo” comunitario, fa dell’identificazione di ebrei e Israele il punto più qualificante del proprio programma al quale dedica la prevalenza delle sue energie.

Io ritengo inaccettabile questa ideologia nazionalista, in primis come essere umano perché il nazionalismo devasta il valore integro e universale della persona, poi come ebreo, perché nessun altro flagello ha provocato tanti lutti agli ebrei e alle minoranze in generale e da ultimo perché, come insegna il lascito morale di Vittorio Arrigoni, io non riconosco altra patria che non sia quella dei diseredati e dei giusti di tutta la terra.

L’ideologia nazionalista israeliana negli ultimi giorni ha fatto maturare uno dei suoi frutti tossici: la decisione presa dalla comunità ebraica di Roma, per il tramite del suo presidente Riccardo Pacifici, di non partecipare al corteo e alla manifestazione del prossimo 25 aprile. La ragione ufficiale è che nel corteo sfileranno bandiere palestinesi, vulnus inaccettabile per il presidente Pacifici, in quanto nel tempo della seconda guerra mondiale, il gran muftì di Gerusalemme Amin al Husseini, massima autorità religiosa sunnita in terra di Palestina fu alleato di Hitler, favorì la formazione di corpi paramilitari musulmani a fianco della Germania nazista e fu fiero oppositore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel territorio del mandato britannico. Mentre la brigata ebraica combatteva con gli alleati contro i nazifascisti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne destituito e arrestato: oggi vedendo una bandiera palestinese a chi viene in mente il gran muftì di allora? Praticamente a nessuno, se si eccettua qualche ultrà del sionismo più isterico o a qualche fanatico modello Isis.

Oggi la bandiera palestinese parla a tutti i democratici di un popolo colonizzato, occupato, che subisce continue e incessanti vessazioni, che chiede di essere riconosciuto nella sua identità nazionale, che si batte per esistere contro la politica repressiva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più elementari ed essenziali. Un governo che lo umilia escogitando uno stillicidio di violenze psicologiche e fisiche e pseudo legali per rendere esausta e irrilevante la sua stessa esistenza. Quella bandiera ha pieno diritto di sfilare il 25 aprile — com’è accaduto per decenni e senza polemica alcuna — e glielo garantisce il fatto di essere la bandiera di un popolo che chiede di essere riconosciuto, un popolo che lotta contro l’apartheid, contro l’oppressione, per liberarsi da un occupante, da una colonizzazione delle proprie legittime terre, legittime secondo la legalità internazionale, un popolo che vuole uscire di prigione o da una gabbia per garantire futuro ai propri figli e dignità alle proprie donne e ai propri vecchi, un popolo la cui gente muore combattendo armi alla mano contro i fanatici del sedicente Califfato islamico nel campo profughi di Yarmouk, nella martoriata Damasco. E degli ebrei che si vogliono rappresentanti di quella brigata ebraica che combatté contro la barbarie nazifascista hanno problemi ad essere un corteo con quella bandiera?

Allora siamo alla perversione del senso ultimo della Resistenza.

La verità è che quella del gran muftì di allora è solo un pretesto capzioso e strumentale. Il vero scopo del presidente Pacifici e di coloro che lo seguono — e addolora sapere che l’Aned condivide questa scelta -, è quello di servire pedissequamente la politica di Netanyahu, che consiste nello screditare chiunque sostenga le sacrosante rivendicazioni del popolo palestinese.

Per dare forza a questa propaganda è dunque necessario staccare la memoria della persecuzione antisemita dalle altre persecuzioni del nazifascismo e soprattutto dalla Resistenza espressa dalle forze della sinistra. È necessario discriminare fra vittima e vittima israelianizzando la Shoah e cortocircuitando la differenza fra ebreo d’Israele ed ebreo della Diaspora per proporre l’idea di un solo popolo non più tale per il suo legame libero e dialettico con la Torah, il Talmud e il pensiero ebraico, bensì un popolo tribalmente legato da una terra, da un governo e dalla forza militare.

Se come temo, questo è lo scopo ultimo dell’abbandono del fronte antifascista con il pretesto che accoglie la bandiera palestinese, la scelta non potrà che portare lacerazioni e sciagure, come è vocazione di ogni nazionalismo che non riconosce più il valore dell’altro, del tu, dello straniero come figura costitutiva dell’etica monoteista ma vede solo nemici da sottomettere con la forza.

thanks to: Forumpalestina

Lo sfruttamento dei minori palestinesi nella Valle del Giordano

Uno degli aspetti meno dibattuti dell’occupazione israeliana della Cisgiordania è lo sfruttamento della manodopera palestinese, soprattutto di quella minorile. Un rapporto intitolato “Maturi per l’abuso: il lavoro minorile palestinese negli insediamenti agricoli israeliani in Cisgiordania”, pubblicato ieri dalla ong Human Rights Watch (HRW), rivela che le colonie, principalmente quelle della Valle del Giordano, impiegano bambini palestinesi anche di 11 anni pagandoli poco e in condizioni di lavoro definite “pericolose”.

15-4-15_Sfruttamento-Minori.

Le parole di fuoco del grande scrittore Eduardo Galeano su Gaza

Per giustificarsi, il terrorismo di Stato produce terroristi: semina odio e raccoglie alibi. Tutto sta ad indicare che questa carneficina a Gaza, che secondo i suoi autori vuole eliminare i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Dal 1948, i palestinesi vivono condannati ad una umiliazione perpetua. Non possono nemmeno respirare senza permesso. Hanno perso la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà il loro tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i loro governanti. Quando votano chi non devono votare vengono puniti.

Gaza sta subendo una punizione. Da quando Hamas ha vinto in modo regolare le elezioni del 2006, è diventata una trappola senza uscita. Qualcosa di simile era successo anche nel 1932, quando il Partito Comunista trionfò nelle elezioni de El Salvador. Zuppi di sangue i salvadoregni dovettero espiare la loro cattiva condotta e da allora hanno dovuto vivere sottomessi alle dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.

Sono figli dell’impotenza i razzi rudimentali che i militanti di Hamas, assediati a Gaza, lanciano con scarsa precisione sulle terre che un tempo erano dei palestinesi e che l’occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della follia suicida, è la madre delle bravate che negano il diritto all’esistenza d’Israele. Urla senza alcuna efficacia. Mentre la efficacissima guerra di sterminio sta negando, da anni, il diritto all’esistenza della Palestina. Ormai rimane poco della Palestina. Giorno dopo giorno, Israele la sta cancellando dalle mappe. I coloni invadono, e dietro di loro i soldati ne modificano i confini. I proiettili consacrano l’espropriazione alla legittima difesa. Non esiste guerra aggressiva che non dichiari di essere una guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Irak per evitare che l’Irak invadesse il mondo. In ciascuna delle sue guerre difensive, Israele si è mangiato un pezzo della Palestina e i banchetti vanno avanti. Questo divorare è giustificato dai titoli di proprietà che la Bibbia ha ceduto, per i duemila anni di persecuzione che il popolo giudaico ha subito, e per il panico che i palestinesi creano all’assedio.

Israele è il paese che non ha mai rispettato le raccomandazioni, né le risoluzioni delle Nazioni Unite, che non ha mai raccolto le sentenze dei tribunali internazionali, che si prende gioco delle leggi internazionali, è l’unico paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri. Chi gli ha regalato il diritto di negare il diritto? Da dove viene l’impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza a Gaza? Il governo spagnolo non avrebbe potuto bombardare impunemente il Paese Basco per eliminare l’ETA. Il governo britannico non avrebbe potuto distruggere l’Irlanda per liquidare l’IRA. Per caso la tragedia dell’Olocausto implica una polizza di eterna impunità? O questa luce verde proviene dalla potenza capetto che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli? L’esercito israeliano, il più moderno e sofisticato al mondo, sa chi ammazza. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. A Gaza, su 10 danni collaterali, 3 sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello sventramento umano che l’industria militare sta provando con successo in questa operazione di pulizia etnica. E come sempre, è sempre la stessa storia: a Gaza, cento a uno. A fronte di cento palestinesi morti, un israeliano. Persone pericolose, avverte l’altro bombardamento, a cura dei grandi media di manipolazione, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale cento vite palestinesi. Questi stessi media ci invitano a credere che sono umanitarie le duecento testate atomiche d’Israele e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha raso al suolo Hiroshima e Nagasaki.

La cosiddetta Comunità Internazionale esiste?

Oltre ad essere un club di commercianti, banchieri e guerrieri, cos’altro è? Cos’altro è oltre a un nome artistico che gli USA usano per le loro performance teatrali?
Di fronte alla tragedia di Gaza, l’ipocrisia mondiale ancora una volta si fa notare. Come sempre l’indifferenza, i discorsi di circostanza, le vuote dichiarazioni, le declamazioni altisonanti, le posizioni ambigue, rendono tributo alla sacra impunità.

Della tragedia di Gaza, i paesi arabi se ne lavano le mani. Come sempre. E come sempre, i paesi europei se le sfregano le mani.

La vecchia Europa, così piena di bellezza e perversità, sparge qualche lacrima mentre segretamente celebra questa tiro maestro. Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un’abitudine europea, ma da più di mezzo secolo, questo debito storico lo si sta facendo pagare ai palestinesi, anch’essi semiti, che mai sono stati né lo sono, antisemiti. Stanno pagando con il sangue contante e sonante un conto non loro.


Eduardo Galeano

thanks to: forumpalestina

German anti-Israeli writer Günter Grass dies at 87

Picture taken on December 10, 1999, shows German novelist and literature Nobel Prize winner Günter Grass (L) receiving the Nobel Prize from Swedish King Carl Gustaf in Stockholm. (© AFP)

Picture taken on December 10, 1999, shows German novelist and literature Nobel Prize winner Günter Grass (L) receiving the Nobel Prize from Swedish King Carl Gustaf in Stockholm. (© AFP)

Germany’s respected author and noble winning novelist, Günter Grass, known for his sharp criticism of Israel and those supporting the Tel Aviv regime, has died at the age of 87.

Germany’s Steidl publishing house announced Monday that Grass died at a hospital in the northern city of Lübeck.

Best known for his 1959 novel The Tin Drum, the German author won many international awards, with the most notable of them the Nobel Prize in Literature in 1999.

Many still continue to relish the novels, poems and stories written by Grass, especially those created in his 80s, but the mustached literary icon took to the headlines by lashing out at Israel over the regime’s continuous spread of hatred and fear in the Middle East and the world.

In his famous poem entitled “What Must Be Said” (“Was gesagt werden muss”), which was published in several prestigious European newspapers in 2012, Grass called the Tel Aviv regime the greatest threat to the peace in the world. He also criticized the hypocrisy of the German government for its open military support of the Israelis, who according to Grass, obtain military hardware like German submarines to launch nuclear warheads against Iran.

Grass said such equipment “could annihilate Iranian people.”

German author and Nobel literature laureate Günter Grass participates in a discussion at the Frankfurt Book Fair on October 6, 2006. (© AFP)  

Those comments triggered fierce criticism inside Israel, with Prime Minister Benjamin Netanyahu calling the remarks “shameful.”

Grass regretted that he kept silent for many years on the secret relations between Germany and Israel, just over fears that he may be branded anti-Semite.

In his final years, Grass also criticized some major politicians and heads of state, including the former US President George W. Bush for his use of religion and religious terms as a pretext to justify the so-called “war on terror.”

MS/HMV/SS

PressTV-German anti-Israeli writer dies at 87.

Diaz

La sentenza della Corte Europea, ha avuto ampio spazio sui media. Tutti (o quasi) concordi nel denunciare la gravità di quanto avvenuto e le responsabilità della polizia. Eppure la Corte si è limitata a “ratificare” quanto affermato dai magistrati italiani nelle sentenze dei processi Diaz e Bolzaneto.

Ma quando il 5 luglio 2012 la Cassazione confermò le condanne, i principali editorialisti criticarono la sentenza. Vi fu anche chi, giornalista democratico, scrisse che tali condanne erano “ forse giuste ma certamente inopportune”. Il senso era chiaro: la ragione di Stato avrebbe dovuto prevalere. Se fosse stato per i vertici della politica e delle forze dell’ordine oggi avremmo ancora alla direzione dei nostri servizi di sicurezza qualche dirigente di polizia coinvolto nella notte cilena.

Diaz

Pressenza – Diaz.

No Nato: ecco i motivi per i quali urge firmare la petizione

Manifesto dell’assemblea costitutiva del Gruppo della Svizzera Italiana del Movimento Svizzero per la Pace, sezione svizzera del Consiglio Mondiale per la Pace, tenutasi il 23 marzo 2014 a Bellinzona.

Bisogna uscire dalla Nato, sostengono i due gruppi, perché questa organizzazione, nata in funzione difensiva euro-atlantica nel 1949, dal 1990-91 invece si è trasformata in uno strumento di aggressione planetaria. Ciò rende l’appartenenza, almeno per l’Italia, due volte anticostituzionale:

  • la svolta del 1990-91, confermata poi formalmente a Chicago il 20-21 maggio 2012, prevede ineluttabilmente missioni di attacco all’estero e ciò viola l’art. 11 della Costituzione italiana;
  • questa svolta da ruolo difensivo a ruolo offensivo non è stata ratificata da nessuna votazione in Parlamento e ciò viola gli artt. 72 e 80 della Costituzione, che impongono invece la ratifica formale di cambiamenti sostanziali nei trattati internazionali già stipulati.

No Nato: ecco i motivi per i quali urge firmare la petizione.

L’altra faccia di Expo

Una grande fiera, vetrina per multinazionali che, con le loro politiche, affamano il pianeta e nutrono solo le loro tasche. Chi sono gli sponsor, le sigle, i peccati originali dei principali partner di Expo.

“Allo stato attuale la produzione agricola mondiale potrebbe  facilmente sfamare 12 miliardi  di  persone… Si potrebbe quindi  affermare che ogni bambino  che muore per denutrizione oggi è di fatto ucciso”: così scrive Jean Ziegler, già Relatore Speciale delle Nazioni Unite sul diritto al cibo.

Expo, stando allo slogan che lo qualifica: “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, dovrebbe rappresentare un’occasione unica per avviare una riflessione globale, sociale e istituzionale su questa enorme contraddizione che produce un miliardo di affamati e 800 milioni di obesi. Due facce dello stesso problema che abitano questo nostro tempo: la povertà, in aumento non solo nel Sud del mondo, ma anche nelle nostre periferie sempre più degradate.

Occasione che, se ben utilizzata, avrebbe potuto fare piazza pulita delle ragioni esposte da coloro, come il sottoscritto, che erano contrari alla realizzazione a Milano di tale evento, temendo che si trasformasse in un inestricabile intreccio di tangenti, consumo di suolo e in una indecorosa vetrina per le grandi multinazionali del cibo.

Purtroppo lo spettacolo al quale stiamo assistendo conferma tutti i timori di chi fin dall’inizio si è mostrato più che scettico su tale evento. In questa sede mi limiterò ad analizzare quanto sta avvenendo sul tema oggetto di EXPO; tralascio, per questioni di spazio, tutto quanto riguarda gli aspetti della legalità o meglio della corruzione che, per altro, sono ampiamente documentati quotidianamente sui media.

Protocollo di Milano

Per capire cosa sta accadendo è utile partire dal “Protocollo di Milano”, il documento che già ora viene presentato come il semilavorato di quella che sarà la dichiarazione conclusiva dell’EXPO: la “Carta di Milano”. Questa dovrebbe contenere le future linee guida per combattere la fame nel mondo. Ma la regia del protocollo, al quale hanno già aderito il Presidente del Consiglio e le istituzioni locali, è stata affidata alla Fondazione Barilla Center for Food & Nutrition.

Un’azienda che, con Nestlè, Coca Cola, Syngenta (OGM e farmaci) e altre grandi multinazionali è, solo per fare un esempio, membro del Water Resource Group, che non poco può influenzare la politica e il mercato dell’acqua, del cibo e delle sementi.

Poco cambia che la gestione di tale Protocollo sia ora passata in altre mani, in quelle della Fondazione Feltrinelli, più presentabile al grande pubblico, e che, con un’operazione di maquillage, il “Protocollo di Milano” si chiamerà “Carta di Milano”. La sostanza non cambia e infatti, sull’homepage del proprio sito, la Fondazione Barilla scrive orgogliosamente “Milan Protocol: il nostro protocollo per l’alimentazione per costruire la Carta  di Milano per EXPO 2015”.

Gli estensori del documento hanno cercato di mutuare il linguaggio delle organizzazioni contadine e dei movimenti antiliberisti, stando però ben attenti a evitare di assumerne le posizioni sui punti salienti. Infatti, non c’è il rifiuto degli OGM, che sono il paradigma dell’espropriazione della sovranità dei contadini sui semi, il perno di un modello globalizzato di agricoltura e di produzione di cibo che inquina con i diserbanti, consuma energia da petrolio, è idrovoro e contribuisce ampiamente al riscaldamento  climatico.

Non c’è la richiesta di tagliare i sussidi che l’UE e gli USA continuano a stanziare per le proprie multinazionali del settore agricolo con il risultato di distruggere sia le imprese agricole medio/piccole dei propri Paesi e sia parte significativa della produzione di cibo dei Paesi del sud del mondo.

Non c’è alcuna condanna degli EPA, gli accordi di partenariato economico che l’UE, con l’appoggio del WTO, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, ha imposto ai Paesi africani, distruggendo buona parte dell’agricoltura locale, che garantiva una discreta sovranità alimentare fondata sulla filiera corta, per sostituirla con produzioni di monoculture finalizzate all’esportazione.

Al fenomeno dell’accaparramento di terre, il cosiddetto “Land Grabbing”, si dedica qualche riga, ma senza individuare in modo preciso le responsabilità, solo qualche generica condanna, senza denunciare, ad esempio, che distese sempre maggiori di terre vengono sottratte ai contadini per essere destinate a produrre biocombustibili.

Questi alcuni dei limiti strutturali del protocollo; ma si pone anche una questione di metodo, che di per sé è anche di sostanza: è stato totalmente stravolto, ribaltato, l’iter secondo il quale vengono elaborate e approvate le linee guida su un tema di tale importanza per il futuro dell’umanità. Mai era accaduto che simili documenti fossero scritti da multinazionali e sottoscritte dai governi con l’invito alle istituzioni internazionali a fare altrettanto.

Vendendo acqua

Nonostante l’acqua di Milano sia ritenuta, come qualità, una delle migliori d’Italia, EXPO ha siglato una partnership con Nestlè attraverso la sua controllata S.Pellegrino per diffondere 150 milioni di bottiglie di acqua con la sigla EXPO in tutto il mondo. Il Presidente di Nestlé Worldwide, già da qualche anno sostiene l’istituzione di una borsa per l’acqua così come avviene per il petrolio.

ACQUAE, VENEZIA”, è l’Expo sull’acqua che si svolge a Venezia con l’azienda israeliana Mekerot nella veste di uno dei maggior partner. Il sito ufficiale recita: “ACQUAE VENEZIA 2015…unisce alle valenze puramente informative, ludiche ed esperienziali, tipiche delle esposizioni universali, una connotazione fortemente business” e termina invitando tutte le aziende a partecipare per creare “nuove occasioni di business in Italia e all’estero”.

L’acqua, senza la quale non potrebbe esserci vita nel nostro pianeta, dovrebbe quindi essere trasformata in una merce sui mercati internazionali a disposizione solo di chi ha le risorse per acquistarla. E questo avviene nel Paese che solo quattro anni fa ha votato, quasi all’unanimità, contro qualunque tentativo di privatizzarne la distribuzione!

Expo è diventata una delle tante vetrine per nutrire le multinazionali, non certo il pianeta. Come si può pensare, infatti, di garantire cibo e acqua a sette miliardi di persone affidandosi a coloro che del cibo e dell’acqua hanno fatto la ragione del loro profitto senza prestare la minima attenzione ai bisogni primari di milioni di persone?

Sponsor e non solo

Tra gli sponsor principali c’è l’ENI, coinvolta in un enorme scandalo in Nigeria con accuse di tangenti. C’è l’ENEL che, attraverso l’acquisizione della società elettrica spagnola ENDESA, controlla alcune delle principali fonti d’acqua della Patagonia, privatizzate a suo tempo dal dittatore Pinochet. Lo sfruttamento di quelle fonti sta producendo un disastro naturale e obbliga intere popolazioni ad abbondare la regione. E questi sarebbero i partner della sostenibilità?

Oppure si dà da mangiare al pianeta con la Selex ES? Altra sigla che compare tra i principali partner di EXPO, un’industria di Finmeccanica che produce sistemi di puntamento per carri armati, navi da guerra e armamenti di ogni tipo venduti a eserciti di vari Stati, tra i quali USA, Israele e Turchia.

Ma non c’è limite al peggio. Dopo Nestlè e Coca Cola, alla “fiera del cibo” non poteva mancare il simbolo stesso della cattiva alimentazione globalizzata, ovvero: McDonald’s. Sarà presente con un ristorante da 300 posti.

È sufficiente ricordare, a proposito dell’industria del fast food, che gran parte del mangime di soia, utilizzato per far ingrassare alla velocità della luce i polli, è coltivato in Amazzonia attraverso la distruzione di rilevanti porzioni di foresta e che 1Kg di carne e frattaglie tritate produce oltre 10Kg di anidride carbonica con un disastroso equilibrio fra rendimento alimentare ed inquinamento. Inoltre, non è un segreto il contributo che questo tipo di alimentazione fornisce all’obesità e all’ipertensione.

Expo non si rivolge e non coinvolge i poveri delle megalopoli di tutto il mondo, non si interroga su cosa mangiano, non parla ai contadini privati della terra e dell’acqua, espulsi dalle grandi dighe, dallo sviluppo dell’industria estrattiva ed energetica, dalla perdita di sovranità sui semi per via degli OGM e costretti quindi a diventare profughi e migranti.

E non cambia certo la situazione qualche invito a singoli personaggi dell’associazionismo provenienti da ogni angolo della terra e impegnati nella lotta per la giustizia sociale. Uno specchietto per allodole che, al massimo, serve per creare un momentaneo diversivo. In questa situazione è doveroso rivolgere un appello alla riflessione a quanti, pur impegnati in prospettive alternative alla globalizzazione alimentare, hanno dato la loro adesione al contenitore Expo, fornendogli l’alibi di un impegno sociale per il bene comune del quale francamente si fatica a trovarne traccia.

thanks to: mosaico di pace

Le verità storiche e inconfessate del collaborazionismo sionista con l’antisemitismo nazifascista

di Fronte Palestina 

Nel 70° Anniversario della Liberazione dal nazifascismo,
contro il revisionismo storico e il negazionismo sionista

Il presente lavoro di approfondimento storico e politico si è reso necessario a fronte dei ripetuti assalti alla ricorrenza della Liberazione dal nazifascismo, condotta dall’Ambasciata d’Israele tramite le frange sioniste e più aggressive delle comunità ebraiche in Italia. Negli ultimi anni, infatti, si sono moltiplicati i tentativi, diretti e indiretti, di queste agenzie di manipolare la Storia, tentando di piegarla alla propria agenda politica e istituzionale. Con un duplice obiettivo: riscrivere gli avvenimenti storici in modo da “intestarsi” una tappa cruciale, espropriandola dei suoi contenuti politici di classe e antifascisti, sostituendoli con una memoria parziale ed esclusiva per le vittime ebree, escludendo tutte le altre vittime dei campi di concentramento (prigionieri politici, cittadini sovietici, altre minoranza etniche, religiose e sessuali, etc) e, di conseguenza, far lavorare questa “nuova” narrazione con lo scopo di legittimare l’Entità sionista e la sua politica colonialista e di Apartheid contro gli arabo-palestinesi.

Il leit motiv ideologico è che i palestinesi dovrebbero pagare, con il proprio genocidio, il prezzo storico dello sterminio degli ebrei operato dai regimi nazifascisti, la cui colpa ricade invece sulle classi dominanti europee, oggi presuntamente democratiche, che utilizzarono la ferocia e il razzismo delle camicie nere contro il movimento operaio e comunista. E ancora che l’entità sionista, in quanto “stato ebraico”, costituirebbe una dovuta compensazione e una necessità difensiva per gli ebrei che vi sono giunti come coloni e addirittura per gli ebrei di tutto il mondo, alla quale dunque dovrebbe essere data licenza piena di azione politica e militare, in senso espansionista, guerrafondaio e destabilizzante, in Medio Oriente, in tutto il mondo arabo e a livello globale.

Il Cavallo di Troia di questa operazione è, innanzitutto, la sopravvalutazione del ruolo della Brigata Ebraica ai danni della guerriglia partigiana antifascista e comunista, inversamente ridimensionata col beneplacito della borghesia italiana, in particolare con l’accondiscendenza dei partiti della “sinistra” istituzionale e di alcuni dirigenti dell’ANPI, da questi eterodiretti.

Un tentativo che ripete quello precedentemente andato “in porto” con la manipolazione del “Giorno della Memoria” del 27 Gennaio (Legge 20/7/2000 n. 211, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31/7/ 2000), che originariamente deliberato come “Istituzione del Giorno della Memoria in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti”, sotto l’incalzare del pressoché unanime allineamento sionista a livello politico-mediatico è stato “mutilato” dei contenuti antifascisti e anticollaborazionisti, divenendo unicamente il Ricordo della Shoa, di stampo revisionista.

Un assalto in cui, come a Roma il 25 Aprile 2014, non sono mancati episodi squadristici da parte delle organizzazioni sioniste come la LED di Roma, capeggiata dal fascistoide e paradossale rampollo (Riccardo) di una famiglia (Pacifici) di ebrei deportati ad Auschwitz, che aggredivano militanti antisionisti e filopalestinesi colpevoli di sventolare le bandiere palestinesi nella manifestazione cittadina organizzata dall’ANPI, volendo imporre le bandiere dello Stato d’Israele mistificandole come quelle della Brigata Ebraica. Addirittura tentando l’assalto al palco dell’ANPI per imporre il proprio comizio, fieramente respinto dalla piazza.

Questa manovra, non casualmente, fa il paio con il contestuale disegno di legge approvato praticamente all’unanimità al Senato nel febbraio 2015 e che “punisce il negazionismo, l’apologia e la minimizzazione della Shoah, dei genocidi, dei crimini contro l’umanità e dei crimini di guerra con la reclusione fino a tre anni”, modificando l’articolo 3 della legge 13 ottobre 1975, n. 654 della cosiddetta legge Reale.

“La norma è stata il frutto di una lunga collaborazione tra le istituzioni italiane e le Comunità ebraiche e porterà all’attuazione anche in Italia della Decisione quadro europea 2008/913/GAI che obbliga gli Stati membri a combattere e a sanzionare penalmente certe forme – anziché tutte, ndr – ed espressioni di razzismo, xenofobia e dell’istigazione all’odio” come ha sottolineato in una nota, il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna.

Fare una legge sul negazionismo praticando il negazionismo e il revisionismo storico sembra essere la cifra dell’agire sionista di oggi, che riproduce il simile modus operandi, cinico e collaborazionista, dei sionisti di ieri al cospetto del Fascismo e del Nazismo. Dai fatti storici analizzati si evince, infatti, una spregiudicatezza nella direzione e nelle formazioni sioniste di allora che, mentre le comunità ebraiche europee venivano spazzate via dalla furia antisemita dell’Asse nazifascista, con lo stesso intrattenevano immorali “convergenze” politiche e logistiche con i pianificatori dello sterminio, per pianificare e trarne in qualche modo vantaggio nella prospettiva della colonizzazione della Palestina. I martiri dei lager non possono essere utilizzati per giustificare il progressivo olocausto che il sionismo sta praticando in Palestina dal 1948 ad oggi.

Per questo sarebbe un gravissimo errore politico e storico quello di non lottare contro il negazionismo storico della classe dirigente imperial-sionista italiana affinché non riesca in questa operazione di manipolazione. Per questo sarà importante denunciarla e impedirla in tutte le occasioni propizie. A partire dal prossimo 25 Aprile 2015, in cui cade il 70° Anniversario della Liberazione dal Nazifascismo, ricordiamo che quella guerra di popolo fu innanzitutto condotta dalle formazioni partigiane proletarie – soprattutto comuniste – e non da qualche colono sionista inquadrato in qualche distaccamento anglofono “alleato”.

thanks to: forumpalestina

La rimozione nascosta della memoria

Ad Ausch­witz, uno dei monu­menti più note­voli tra quelli dedi­cati alle varie comu­nità degli inter­nati è il cosid­detto «Memo­riale Ita­liano». Un paio di anni or sono le auto­rità polac­che deci­sero di chiu­derlo al pub­blico, nel silen­zio del governo ita­liano, e dell’Aned, in teo­ria pro­prie­ta­ria dell’opera. Pochi mesi fa la sovrin­ten­denza del campo, ormai museo, ha deciso di pro­ce­dere alla rimo­zione del Memo­riale. La sua colpa? Quella di ricor­dare che nei lager non furono sol­tanto depor­tati e ster­mi­nati gli ebrei, ma gli slavi, i sinti, i rom, i comu­ni­sti insieme a social­de­mo­cra­tici e cat­to­lici, gli omo­ses­suali, i disa­bili. Quel Memo­riale opera egre­gia, alla cui idea­zione, su pro­getto dello stu­dio BBPR (Banfi Bel­gio­joso Perus­sutti Rogers, il pre­sti­gioso col­let­tivo mila­nese di cui faceva parte Ludo­vico Bel­gio­joso, già inter­nato a Buche­n­wald) col­la­bo­ra­rono Primo Levi, Nelo Risi, Pupino Samonà, Luigi Nono…, ha dei «torti» aggiun­tivi, come l’accogliere fra le sue tante deco­ra­zioni e sim­bo­lo­gie anche una falce e mar­tello, e una imma­gine di Anto­nio Gram­sci, icona di tutte le vit­time del fasci­smo.

Ora, ai gover­nanti polac­chi, desi­de­rosi di rimuo­vere il pas­sato, distur­bano quei richiami, agli ebrei il fatto che il monu­mento metta in crisi «l’esclusiva» ebraica rela­tiva ad Ausch­witz. Ed è grave che una città ita­liana, Firenze, si sia detta pronta ad acco­glierlo. Con­tro que­sta scel­le­rata ini­zia­tiva si sta ten­tando da tempo una mobi­li­ta­zione cul­tu­rale, che si spera possa avere un riscon­tro poli­tico forte e oggi su que­sto si svol­gerà nel Senato ita­liano una ini­zia­tiva di denun­cia pro­mossa da Ghe­rush 92-Committee for Human Right e dall’Accademia di Belle Arti di Brera. Spo­stare quel monu­mento dalla sua sede natu­rale, equi­vale a tra­sfor­marlo in mero oggetto deco­ra­tivo, men­tre esso deve stare dove è nato, per il sito per il quale fu pen­sato, a ricor­dare, pro­prio là, die­tro i can­celli del campo di ster­mi­nio, cosa fu il nazi­smo e il suo lucido pro­getto di annien­ta­mento, che, appunto, non con­cer­neva solo gli ebrei, col­lo­cati in fondo alla gerar­chia umana, ma anche tutti gli altri popoli, giu­di­cati essere «razze infe­riori» come gli slavi, o i nemici del Reich, comu­ni­sti in testa, o ancora gli «scarti» di uma­nità, secondo le oscene teo­rie degli «scien­ziati» di Hitler.
Insomma, la rimo­zione del Memo­riale, è una rimo­zione della memo­ria e un’offesa alla sto­ria. Ebbene, l’atteggiamento dell’Aned e delle Comu­nità israe­li­ti­che ita­liane, che o hanno taciuto, o hanno appro­vato la rimo­zione del Memo­riale (in attesa della sua sosti­tu­zione con un bel manu­fatto poli­ti­ca­mente adat­tato ai tempi nuovi), appare grave.
E in qual­che modo richiama le pole­mi­che di que­sti giorni rela­tive alla mani­fe­sta­zione romana del 25 aprile.

 

 

 

Pre­messo che la cosa «si svol­gerà di sabato», e dun­que, come ha pre­te­stuo­sa­mente pre­ci­sato il pre­si­dente della Comu­nità israe­li­tica romana, gli ebrei non avreb­bero comun­que par­te­ci­pato, la denun­cia che «non si vogliono gli ebrei», è un rove­scia­mento della verità: non si vogliono i pale­sti­nesi. Ed è grave l’assenza annun­ciata dell’ANED, per la prima volta, anche se la bagarre si è sca­te­nata sull’assenza della «Bri­gata Ebraica». La quale ha le sue ori­gini remote niente meno in Vla­di­mir Jabo­tin­sky, sio­ni­sta estre­mi­sta di destra con legami negli anni ’30 mai smen­titi con Mus­so­lini, che con­vinse le auto­rità bri­tan­ni­che, nella I guerra mon­diale, a dar vita a una Legione ebraica. Nel II con­flitto mon­diale, fu Chur­chill a lasciarsi con­vin­cere a orga­niz­zare un Jewish Bri­gade Group, inqua­drato nell’esercito bri­tan­nico: 5000 uomini che ope­ra­rono in par­ti­co­lare nell’Italia cen­trale, con­tri­buendo alla libe­ra­zione di Ravenna e di altri bor­ghi. Ebbe i suoi morti, e le sue glo­rie. Bene dun­que cele­brarla. Ma non fu né avrebbe potuto avere un ruolo emi­nente, come sem­bre­rebbe a leg­gere certe dichia­ra­zioni. Ma il fuoco media­tico supera il fuoco delle armi. E che dire di ciò che avvenne dopo? Come sto­rico ho il dovere di ricor­darlo. Quei sol­dati diven­nero il nucleo ini­ziale delle mili­zie dell’Irgun e del Haga­nah — quelle che cac­cia­rono i pale­sti­nesi nella Nakba — e poi dell’esercito del neo­nato Stato di Israele, al quale offri­rono anche la ban­diera.

 

 

 

Si capi­sce l’imbarazzo dell’Anpi di Roma, tra l’incudine e il mar­tello. Ma quando leggo che il suo pre­si­dente afferma che «i pale­sti­nesi non c’entrano con lo spi­rito della mani­fe­sta­zione», mi vien voglia di chie­der­gli se gli amici di Neta­nyahu c’entrino di più. Altri hanno dichia­rato in que­sti giorni che biso­gna lasciar par­lare solo chi ha fatto la guerra di libe­ra­zione; ma se così intanto andreb­bero cac­ciati dai pal­chi tanti trom­boni in cerca di applausi; e soprat­tutto se si adotta que­sta logica è evi­dente che tra poco non ci sarà più modo di festeg­giare il 25 aprile, per­ché, ahimè, i par­ti­giani saranno tutti scom­parsi.
E allora — visto l’articolo 2 dello Sta­tuto dell’Anpi che riven­dica un pro­fondo legame con i movi­menti di libe­ra­zione nel mondo — come non dare spa­zio a chi oggi lotta per libe­rarsi da un regime oppres­sivo, discri­mi­na­to­rio come quello israe­liano, rap­pre­sen­tato ora dal governo di destra di Neta­nyahu? Chi più dei pale­sti­nesi ha diritto oggi a recla­mare la «libe­ra­zione»? E invece temo si vada verso que­sto (addi­rit­tura in que­ste ore in forse a Roma) e i pros­simi 25 Aprile inges­sati e reistituzionalizzati

 

Liste degli attacchi dell’Irgun durante gli anni ’30 (da wikipedia.it)

 

Lista dal sito dell’Irgun

 

Nel sito web dell’Irgun che descrive il corso degli eventi in quegli anni, molti degli attacchi sottostanti non sono neppure menzionati, essendo l’attribuzione di questi atti contestata, mentre il sito web si assume la responsabilità solo degli attacchi direttamente portati a termine dall’organizzazione.

 

Di seguito è riportata la lista degli attacchi che sono stati attribuiti all’Irgun e che sono avvenuti nel corso degli anni ’30.

 

·       20 aprile 19362 lavoratori arabi in una piantagione di banane uccisi.

 

·       marzo 19372 arabi uccisi sulla spiaggia di Bat-Yam.

 

·       14 novembre 19376 arabi sono uccisi in vari scontri a fuoco a Gerusalemme.

 

·       12 aprile 19382 arabi e 2 poliziotti britannici sono uccisi da una bomba su un treno a Haifa.

 

·       17 aprile 1938 – Un arabo è ucciso da una bomba esplosa in un caffè a Haifa.

 

·       17 maggio 1938 – Un poliziotto arabo è ucciso in un attacco a un autobus lungo il tragitto Gerusalemme-Hebron

.

·       24 maggio 1938 – 3 arabi sono fatti oggetto di colpi d’arma da fuoco e uccisi a Haifa.

 

·       23 giugno 1938 – 2 arabi sono uccisi presso Tel-Aviv.

 

·       26 giugno 1938 – 7 arabi sono uccisi da una bomba a Giaffa.

 

·       27 giugno 1938 – Un arabo è ucciso nel cortile di un ospedale a Haifa.

 

·       5 luglio 1938 – 7 arabi sono uccisi in numerosi scontri a fuoco a Tel-Aviv.

 

·       Lo stesso giorno, 3 arabi sono uccisi da una bomba esplosa in un autobus a Gerusalemme.

 

·       Lo stesso giorno, un arabo è ucciso in un altro attacco a Gerusalemme.

 

·       6 luglio 1938 – 18 arabi e 5 ebrei sono uccisi da due bombe esplose simultaneamente nel mercato arabo dei meloni a Haifa.

 

·       8 luglio 1938 – 4 arabi sono uccisi da una bomba a Gerusalemme.

 

·       16 luglio 1938 – 10 arabi sono uccisi da una bomba in un mercato di Gerusalemme.

 

·       25 luglio 1938 – 39 arabi sono uccisi da una bomba in un mercato di Haifa.

 

·       26 agosto 1938 – 24 arabi sono uccisi da una bomba in un mercato di Giaffa.

 

·       27 febbraio 1939 – 33 arabi sono uccisi in attacchi multipli, 24 a causa di una bomba nel mercato arabo nel quartiere dei Suq a Haifa e 4 da un’altra bomba nel mercato arabo delle verdure a Gerusalemme.

 

·       29 maggio 19395 arabi sono uccisi da una mina esplosa nel cinema Rex a Gerusalemme.

 

·       Lo stesso giorno, 5 arabi sono colpiti da armi da fuoco e uccisi nel corso di un raid nel villaggio di BiyarAdas.

 

·       2 giugno 19395 arabi sono uccisi da una bomba alla Porta di Giaffa a Gerusalemme.

 

·       12 giugno 1939 – Un ufficio postale a Gerusalemme è dinamitato e un esperto di esplosivi britannico che tenta di disinnescare l’ordigno muore.

 

·       16 giugno 19396 arabi sono uccisi in vari attacchi a Gerusalemme.

 

·       19 giugno 1939 – 20 arabi sono uccisi da cariche esplosive montate su un asino in un mercato di Haifa.

 

·       29 giugno 193913 arabi sono uccisi in sparatorie multiple nel giro di un’ora.

 

·       30 giugno 1939Un arabo è ucciso in un mercato di Gerusalemme.

 

·       Lo stesso giorno, 2 arabi sono colpiti da armi da fuoco e uccisi a Lifta.

 

·       3 luglio 1939Un arabo è ucciso da una bomba in un mercato di Haifa.

 

·       4 luglio 19392 arabi sono uccisi in due attacchi a Gerusalemme.

 

·       20 luglio 1939Un arabo è ucciso in una stazione ferroviaria a Giaffa.

 

·       Lo stesso giorno, 6 arabi sono uccisi in vari attacchi a Tel-Aviv.

 

·       Lo stesso giorno, 3 arabi sono uccisi a Rehovot.

 

·       27 agosto 19392 ufficiali britannici sono uccisi da una mina a Gerusalemme.

 

Sono riportate solo le operazioni conclusesi con la morte. L’Irgun ha condotto almeno 60 operazioni durante questo periodo (Perliger e Weinberg p. 101).

 

 

Fonte: il manifesto, 9 aprile 2015

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#OpIsrael, hackerati i siti della Knesset e della polizia israeliana

Le autorità israeliane parlano di fiasco dei pirati informatici di Anonymous, ma stamattina molti siti istituzionali erano irraggiungibili. Centinaia di account Twitter pubblicati con le password.

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di Raffaele Angius

Gerusalemme, 7 aprile 2015, Nena News – “Centinaia di siti israeliani e organizzazioni sono state colpite”, ha dichiarato Anonymous attraverso i propri canali di informazione. Il collettivo di hacker chiamato Anonymous, che il mese scorso aveva annunciato di voler attaccare Israele il 7 aprile, alla fine ha colpito. #OpIsrael, così il nome in codice dell’operazione informatica, ha preso di mira siti istituzionali, banche, siti governativi e account twitter e facebook.

Nonostante in mattinata fonti governative si siano affrettate a dichiarare che l’attacco è stato un fiasco, i canali Twitter e Facebook legati al collettivo snocciolano link ai siti che sono stati “abbattuti”. Tra questi il sito della Polizia, della Knesset e del Ministero dello Sviluppo israeliani, i quali, effettivamente, risultavano irraggiungibili questa mattina.

All’ultimo aggiornamenti risultano “down” anche il sito del Ministero della Salute e dell’Autorità Israeliana per la Certificazione dei Laboratori, oltre a quelli di diverse aziende private come la Reshef Technologies, azienda che produce congegni bellici in dotazione all’esercito israeliano.

Al bottino di Anonymous si aggiungono centinaia di account Twitter e 150mila informazioni, tra cui account di posta elettronica e numeri telefonici. In una seconda ondata sono stati pubblicati circa mille indirizzi e-mail con le relative password.

Ynet News, sito di informazione israeliano, stamattina denunciava che, in seguito al fallimento di Anonymous nell’attaccare siti governativi,  gli hacker si sarebbero sfogati contro siti di musicisti e di organizzazioni per l’educazione. Tuttavia nessuno ha riportano finora i link dei siti in questione, rendendo impossibile la verifica di queste accuse.

Nei giorni scorsi il gruppo di hacker aveva pubblicato un video, in inglese con sottotitoli in arabo, con la consueta immagine di uno speaker in abito scuro con il volto coperto da una maschera di Guy Fawkes e immagini di repertorio di vari momenti di violenza da parte dell’esercito e dei coloni israeliani nei confronti della popolazione civile palestinese: “Come di consueto, attaccheremo i vostri server, siti governativi, siti dell’esercito israeliano, banche e istituzioni pubbliche. Vi cancelleremo dal cyber spazio come facciamo ogni anno, il 7 aprile 2015, sarà un olocausto elettronico”.

Negli ultimi anni il collettivo Anonymous ha portato avanti numerosi attacchi nei confronti delle infrastrutture israeliane, istituendo la data del 7 aprile come un appuntamento fisso per i milioni di hacker del collettivo: “Non avete fermato le vostre infinite violazioni dei diritti umani. Non avete fermato gli insediamenti illegali. Avete ucciso migliaia di persone come nell’ultimo attacco a Gaza nel 2014. Avete dimostrato di non rispettare le leggi internazionali. Ecco perché il 7 aprile 2015 cyber-squadre d’elìte si uniranno in solidarietà con il popolo palestinese contro Israele come una cosa sola per distruggere e cancellare Israele dal cyber spazio”.

thanks to: Nena News

Grandi opere a Sigonella per i nuovi droni e pattugliatori Usa

 

Grandi opere a Sigonella per i nuovi droni e pattugliatori Usa

  • Venerdì, 10 Aprile 2015 16:56
  • Antonio Mazzeo
  • 18

Grandi opere a Sigonella per i nuovi droni e pattugliatori Usa La stazione aeronavale di Sigonella sarà ulteriormente potenziata e ospiterà i droni “Triton” e i pattugliatori marittimi a lungo raggio “Poseidon” in via d’acquisizione da parte della Marina militare degli Stati Uniti d’America. Il 2 febbraio scorso, il Dipartimento della difesa ha chiesto al Congresso l’autorizzazione per l’anno fiscale 2016 a spendere 102.943.000 dollari per costruire nella base siciliana gli hangar e una serie di infrastrutture di supporto per i nuovi velivoli senza pilota e gli aerei da guerra. Il prossimo anno saranno stanziati invece 54.530.000 dollari per avviare i lavori di una Stazione di telecomunicazione e, tra il 2017 e il 2019, saranno richiesti per Sigonella “investimenti aggiuntivi” per 236.366.000 dollari.

Grandi opere a Sigonella per i nuovi droni e pattugliatori Usa – contropiano.org.

25 APRILE Comunicato Stampa Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

25 APRILE

Comunicato Stampa Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Si apprende, da un articolo apparso ieri su La Repubblica, che l’Aned, che sino ad allora aveva dichiarato insieme alla Comunità Ebraica Romana che non avrebbe partecipato alle celebrazioni del 25 aprile, intende invece parteciparvi a condizione però che non vi siano bandiere palestinesi. Pure la Brigata Ebraica, a quanto riportato nello stesso articolo, pone la medesima condizione.
Al di là delle pretestuose motivazioni addotte, e cioè che i Palestinesi sarebbe stati alleati dei nazisti e che vi sono altri 364 giorni per occuparsi della Palestina, la ragione per la quale non si vuole la presenza della bandiera palestinese appare più che evidente. La giornata del 25 aprile non è dedicata solo a fare memoria della guerra partigiana e dei suoi caduti, ma è la celebrazione dei valori per i quali i partigiani combatterono ed a migliaia morirono: l’antifascismo, la libertà, la giustizia. Valori che in Italia, come altrove, dopo averli conquistati vanno riaffermati e difesi anche oggi e per i quali altri popoli, che ne sono privi, stanno ora lottando. Il 25 aprile non si celebra, dunque, solo la Resistenza italiana di settant’anni fa, ma anche la Resistenza di tutti i popoli che lottano oggi per conquistare il proprio diritto alla libertà.
Ecco perché si tenta di negare la partecipazione della bandiera palestinese alle celebrazioni del 25 aprile: la sua presenza è testimonianza che in Palestina c’è una Resistenza in atto, una Lotta di Liberazione da un oppressore: lo Stato di Israele; è un esplicito atto di accusa nei confronti di Israele.
Questo è ciò che Aned e Brigata Ebraica vorrebbero evitare.
Ma la realtà non si può nascondere. Lo Stato Israeliano è uno stato invasore e coloniale che occupa abusivamente territori non suoi, tiene sotto occupazione la popolazione palestinese della Cisgiordania, assedia la Striscia di Gaza nella quale 1.800.000 palestinesi sono ridotti come in prigionia e vengono periodicamente massacrati. Le migliaia di morti che Israele ha causato in Palestina non si cancellano negando la partecipazione della loro bandiera alle celebrazioni del 25 aprile. Quel giorno vanno commemorati anche loro.

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Sul 25 Aprile

La questione che si pone dagli ebrei Italiani sulla presenza della bandiera dello stato Israeliano e dei suoi alfieri e di quella del popolo Palestinese e dei Palestinesi è davvero di poca onestà intellettuale ed è “malizioso” fare finta che le obbiezioni che si alzano da molte parti siano una questione di antisemitismo o di mancanza di “gratitudine”.

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Muhammad Ali Net, 20 anni – Muhammad Jasser Abdullah Krakrh, 30 anni – Mohammed Jamal

di Samantha Comizzoli

 

Muhammad Ali Net (20 anni) di Jalazoun, Ramallaah. Una settimana fa i soldati israeliani gli hanno sparato al petto proiettili veri. E’ morto oggi.

Altro palestinese morto…nella prigione palestinese di Al Kahlil per un incendio….scontri in corso … Io la parola la voglio usare anche qui… martire. Il martire morto ad Al Kahlil nella prigione palestinese è Mohammed Jamal e sembra sia morto per le ferite riportate durante l’interrogatorio (credo del Wucoi). Di seguito è scoppiato l’incendio nella prigione, quindi tutto fa pensare sia stato provocato per coprire il morto. Gli agenti che hanno fatto l’interrogatorio sono stati arrestati

Martire a Beit il, Ramallah, ucciso dai coloni israeliani. Mezz’ora fa quando sono passata dalla strada, il corpo era ancora lì, circa un centinaio di soldati attorno. Rallentamenti sulla strada Ramallah – Nablus, si apprestavano a chiudere Zaatara checkpoint. Il martire è Mohammed Jassem del villaggi di Sinji, che dista solo pochi metri dal luogo dell’assassinio.
Ero al Ramallah Hospital..è arrivata la notizia del martire in questo modo “gli hanno sparato i coloni israeliani, lui aveva cercato di fermare l’auto, era da solo e a piedi”. Ora la notizia che viene passata è “ha tentato di accoltellare due soldati e i soldati gli hanno sparato”. Qualcosa non torna.
Dalle testimonianze sul martirio di oggi: operaio edile. Parrebbe fosse con altri due amici che sono fuggiti. I soldati feriti da Muhammad sono sono due, uno grave. E’ stato difficile il riconoscimento di Muhammad perchè gli hanno sparato in faccia e in testa. I soldati israeliani hanno attaccato il villaggio di Sinji in gran numero e con raid nelle case. Chiusi i villaggi di Sinji, Beit Ili e Turmus Aya. Si segnala ancora numero massiccio di soldati sulla strada Ramallah- Nablus e si temono reazioni questa notte.

Fonte:
https://www.facebook.com/samantha.comizzoli?fref=ts

10-4-15_Uccisi.

Al Pacifico, il nuovo film in tutte le sale.

“Dato che sarà Shabbat non saremo presenti, ma non ci saremo anche perchè i palestinesi, che chiedono di essere al corteo, durante la guerra erano alleati dei nazisti”, ha fatto sapere il capo dell’anima oltranzista della Comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici. E la racconta così: “lo scorso anno è stato l’epilogo di una sommatoria di incidenti, insulti e tensioni che ogni anno si ripetono. Il 25 aprile dovrebbe essere una giornata di festa, invece lo scorso anno mi hanno dato del fascista. Le organizzazioni pro Palestina – aggiunge – pretendono che non ci sia quel giorno il simbolo della brigata ebraica che liberò l’Italia dal nazifascismo insieme alle truppe alleate e ai partigiani. E sulla rete si stanno organizzando scrivendo che se ci saremo ci picchieranno. Tutto questo è assurdo.

Ovviamente questa è la tesi falsata e autoconsolatoria con cui la parte più estremista della comunità ebraica, racconta quanto accaduto lo scorso anno e la discussione di quest’anno a chi è disposto a crederci senza fare troppe domande né approfondire la verità.

Lo scorso anno, come noto, la manifestazione per il 25 aprile venne funestata dall’aggressione a freddo del servizio d’ordine della Led (Lega Difesa Ebraica) contro un gruppo di manifestanti che, come è consuetudine, sventolavano le bandiere palestinesi nel corteo che celebra la Resistenza al nazifascismo. Azioni simili erano avvenute anche negli anni precedenti ma in modo più circoscritto – anche se per questo non meno grave.

QUI Il video sull’aggressione dei sionisti lo scorso anno

(foto di Stefano Montesi)

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Raid israeliano nel villaggio beduino della “Scuola di Gomma”

Tre giorni fa le forze armate israeliane hanno fatto irruzione nel villaggio beduino di al-Khan al-Ahmar e, secondo un ufficiale di Fatah, avrebbero sequestrato 12 pannelli solari portatili donati agli abitanti dall’Istituto di Ricerca Applicata di Gerusalemme. Nel corso del raid militare un bambino è stato aggredito ed è stato portato all’ospedale di Gerico in stato di incoscienza.

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L’università di Southampton cancella una conferenza su Israele

Lo storico israeliano Ilan Pappè: “le lobby ebraiche nel Regno Unito hanno usato ancora una volta l’intimidazione per colpire la libertà di parola”.

A un mese e mezzo dalla decisione dell’Università di Roma Tre di cancellare l’incontro con Ilan Pappè sul tema “Europa e Medio Oriente oltre gli identitarismi” che già aveva fatto discutere e aveva dato il via ad una lettera aperta firmata da migliaia di docenti e ricercatori delle università di tutto il mondo, l’Università di Southampton decide di cancellare il ciclo di incontri dal titolo: “Diritto Internazionale e lo Stato di Israele: Legittimazione, Responsabilità e Eccezioni” che si sarebbe dovuto tenere dal 17 al 19 aprile presso gli spazi dell’importante accademia inglese.

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La Francia richiama le imprese con attività nelle colonie israeliane. Che fa l’Italia?

Due imprese francesi si ritirano dalla costruzione della funivia a Gerusalemme. In Italia, la Pizzarotti e l’Acea hanno collaborazioni in attività presenti nei Territori palestinesi occupati e il governo tace.

A fine marzo, due imprese francesi, la Safege, filiale della Suez Environnement, e la Poma, si sono ritirate dal progetto per la costruzione della funivia che, in violazione del diritto internazionale, collegherebbe a Gerusalemme insediamenti illegali di Israele. A seguito di un recente richiamo da parte dei Ministeri francesi della Finanza e degli Esteri circa i rischi a cui potrebbero essere esposte per violazione del diritto, le due imprese hanno annunciato il loro ritiro.[1]

Nell’estate 2014, in un’azione coordinata, 19 stati membri dell’Unione europea, tra cui Francia e anche Italia, hanno pubblicamente messo in guardia le imprese sui rischi economici, legali e di credibilità in cui sarebbero incorse causa attività condotte negli insediamenti israeliani in Cisgiordania, a Gerusalemme Est e nelle alture del Golan.

L’allora Ministro degli Esteri, Federica Mogherini, attuale capo della diplomazia UE, aveva dichiarato che l’avviso pubblicato dall’Italia era “in sintonia con altri Paesi europei”.[2] Tuttavia, a differenza di altri governi europei, il governo italiano non ha mai preso misure nei confronti delle imprese italiane che fanno affari con l’occupazione israeliana.

A dicembre 2013, durante il vertice Italia-Israele, l’Acea SpA, che per il 51% è di proprietà del Comune di Roma, ha firmato un Memorandum d’intesa con la Mekorot, società idrica nazionale di Israele. La Mekorot sottrae acqua illegalmente dalle falde palestinesi e fornisce alle colonie israeliane illegali l’acqua rubata, come documentato da organizzazioni internazionali quali Human Rights Watch e Amnesty International. Inoltre, l’organizzazione israeliana Who Profits afferma che la Mekorot “è attivamente impegnata nella conduzione e nel mantenimento” della occupazione israeliana.[3]

Vitens, il primo fornitore di acqua in Olanda, a seguito delle indicazioni del proprio governo, ha interrotto un analogo accordo con la Mekorot, motivando la decisione con il proprio impegno a rispettare la legalità internazionale.[4]

Anche la Pizzarotti SpA, società privata che campa con i lavori pubblici, fa affari con l’occupazione israeliana. L’impresa di Parma sta costruendo la TAV israeliana che collegherà Tel Aviv e Gerusalemme attraversando per 6,5 km la Cisgiordania occupata e confiscando terre palestinesi, per realizzare un mezzo di trasporto che sarà riservato esclusivamente ad israeliani.[5]

La nota organizzazione palestinese per i diritti umani, Al Haq, ha affermato, in un parere legale, che ci sono “fondati motivi” per ritenere Pizzarotti responsabile di “atti che possono costituire gravi violazioni del diritto internazionale, come i crimini di guerra di saccheggio e di distruzione e appropriazione di beni”.[6]

Già dapprima la Deutsche Bahn (ferrovie tedesche) si era ritirata dal progetto su suggerimento del Ministero tedesco dei Trasporti, perché “ha ricadute problematiche in ambito di politica estera e potenzialmente contrarie al diritto internazionale”.[7]

La complicità con le violazioni israeliane del diritto internazionale da parte dell’Acea e della Pizzarotti vengono denunciate da tempo dalle campagne No all’Accordo Acea-Mekorot e Stop That Train, nell’ambito del movimento internazionale per il boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele.[8]

Il governo italiano, che ai sensi del diritto internazionale ha il dovere di intervenire, fino ad ora ha colpevolmente taciuto, implicitamente permettendo alle imprese italiane succitate di lucrare sulle violazioni dei diritti umani.

Si ricorda che la Corte Penale Internazionale ha avviato una istruttoria, tra l’altro, proprio sugli insediamenti nei territori occupati, considerati dal Diritto Internazionale crimini di guerra. Ciò significa che il nostro Governo acconsente al perpetuarsi di tali crimini.

Chiediamo quindi con forza al Governo di intervenire e porre fine a tale illegalità.

Comitato No all’Accordo Acea Mekorot
fuorimekorotdallacea@gmail.com

Coalizione Italiana Stop That Train
fermarequeltreno@gmail.com

Note:

[1] http://www.lefigaro.fr/societes/2015/03/25/20005-20150325ARTFIG00062-telepherique-a-jerusalem-est-suez-environnement-jette-l-eponge.php

[2] http://www.lastampa.it/2014/06/27/esteri/litalia-alza-il-tiro-contro-israele-stop-agli-affari-nelle-colonie-bRDWy513nUzJGa6FxyDFyN/pagina.html

[3] http://www.hrw.org/sites/default/files/reports/iopt1210webwcover_0.pdf
http://www.amnestyusa.org/pdf/mde150272009en.pdf
http://www.whoprofits.org/content/mekorot%E2%80%99s-involvement-israeli-occupation

[4] http://www.vitens.nl/overvitens/organisatie/nieuws/Paginas/Vitens-be%C3%ABindigt-samenwerking-Mekorot.aspx

[5] http://bdsitalia.org/index.php/campagne-footer/stop-that-train/307-dossier-crossing-the-line-il-treno-ad-alta-velocita-tel-aviv-gerusalemme

[6] http://bdsitalia.org/index.php/comunicati-pizzarotti/789-alhaq-pizzarotti

[7] http://www.inge-hoeger.de/start/regionalesnrw/detail/browse/64/kategorie/inge-hoeger-1/zurueck/regionalesnrw/artikel/bundesregierung-findet-israelisches-bahnprojekt-politisch-sensibel/suchen/

[8] http://bdsitalia.org/index.php/campagne/no-mekorot
http://bdsitalia.org/index.php/campagne/stop-that-train

thanks to: Palestina Rossa

La Palestina aderisce al Tribunale dell’Aja

L’occupazione israeliana dei Territori e i bombardamenti di Gaza. Questi i casi del dossier che i palestinesi presenteranno alla Corte per denunciare le violazioni israeliane. Iniziate le indagini preliminari

L’Autorità nazionale palestinese (Anp) oggi diventa formalmente membro (il 123esimo) della Corte penale internazionale (ICC), quando sono trascorsi due mesi dall’adesione al Trattato di Roma che ha costituito il tribunale con sede all’Aja, Paesi Bassi, dove oggi si tiene la cerimonia ufficiale.

L’obiettivo palestinese è di portare Israele davanti alla Corte per i crimini legati all’occupazione dei Territori palestinesi e all’offensiva militare contro la Striscia di Gaza della scorsa estate. Una mossa a cui Tel Aviv si è fermamente opposta, con provvedimenti duri nei confronti dei palestinesi, come il congelamento dei proventi fiscali: 127 milioni di dollari in entrate fiscali su cui Tel Aviv mantiene il controllo e che non ha consegnato all’Anp, come previsto dagli accordi di Oslo.

I tre mesi di sospensione hanno duramente colpito l’economia palestinese, costringendo a tagliare temporaneamente gli stipendi degli statali, ma hanno anche scatenato un coro di critiche da parte della cosideetta comunità internazionale. Venerdì scorso il governo israeliano ha sbloccato i proventi fiscali sostenendo la necessità di “agire responsabilmente” data la “situazione in Medio Oriente”. Si era diffusa la notizia, data dalla stampa israeliana e smentita dai palestinesi, di un tacito accordo con l’Anp affinché escludesse dalla denuncia all’ICC le violazioni nei Territori occupati. Ma non è questa l’intenzione dei palestinesi.

Jamal Muheisen, membro della segreteria di Fatah, ha sottolineato che “l’attività di colonizzazione è considerata un crimine di guerra secondo il diritto internazionale” e che si farà in modo “ che Israele sia tenuto a risponderne”. Niente accordi sottobanco, dunque. La denuncia presentata al tribunale non si limiterà a Gaza.

Mentre i palestinesi preparano il dossier, l’ICC, come previsto dal suo stesso statuto, ha aperto un’indagine preliminare proprio sugli insediamenti in Cisgiordania e a Gerusalemme est e sui 50 giorni di bombardamenti israeliani a Gaza, che hanno fatto oltre duemila morti e migliaia di feriti. In base ai risultati di questa indagine e alle prove presentate dai palestinesi, il procuratore del tribunale deciderà se procedere o meno con l’indagine.

L’ICC ha giurisdizione su quanto accade negli Stati che hanno aderito, quindi sui Territori palestinesi (Gerusalemme est, Cisgiordania e Gaza) che d’ora in avanti, almeno in teoria, saranno sotto la giurisdizione del tribunale. Inoltre, procede contro le persone in posizione di comando che sono accusate di crimini, non contro gli Stati. Israele non ha aderito alla Corte e ha sempre dichiarato di non volerlo fare.

thanks to: forumpalestina

Nena News

Veolia sells Israel businesses targeted by Palestinian-led boycott campaign

Photo credit: Adri Nieuwhof

  • BDS campaign has cost Veolia billions of dollars in lost contracts
  • But Veolia remains involved in Jerusalem Light Rail, boycott campaign set to continue

Palestinian civil society activists have heralded the decision by French corporate giant Veolia to sell off nearly all of its business activity in Israel as a huge victory for the global Boycott, Divestment and Sanctions (BDS) movement. The sale follows a worldwide campaign against the company’s role in illegal Israeli settlements that cost the firm billions of dollars of lost contracts.

The boycott Veolia campaign was launched in Bilbao, the Basque Country, in November 2008, to pressure the company to end its involvement in illegal Israeli projects that serve settlements in the occupied Palestinian territory (OPT).

​Under BDS pressure, Veolia has failed to win massive contracts with local authorities across Europe​,​ the US​ and Kuwait​​. City councils across Europe have passed resolutions ​excluding the firm from ​tenders ​due to its involvement in Israeli human rights violations.

Veolia executives have admitted that the campaign has cost the company “important contracts”, and financial analysts have repeatedly spoken about the financial cost of the campaign to Veolia.

Veolia has now reported that the sale of its water, waste and energy contracts to Oaktree Capital, a Los Angles based investment firm, has been completed, leaving its stake in the ​illegal ​Jerusalem Light Rail as its only business interest in Israel.

Mahmoud Nawajaa, the general coordinator of the Palestinian BDS National Committee (BNC), a broad Palestinian civil society coalition that leads the global BDS movement, said:

“Grassroots BDS activism across the world made it very difficult for Veolia to win public contracts in some parts of Europe, the US and the Middle East, leaving the company no choice but to significantly scale back its involvement in illegal Israeli projects.”

“The BDS movement is showing that there is a price to pay for participating in Israel’s colonisation of Palestinian land. One of Europe’s biggest companies has been forced to sell its businesses in Israel that violate international law.”

Around 10 authorities in Ireland and the UK introduced official policy barring Veolia from public contracts. Councils in at least 25 cities including London, Stockholm and Boston opted not to award or renew contracts with Veolia following public campaigns that were backed by local community leaders, churches, trade unions and mainstream political parties.

Many investors including the Dutch ASN Bank and the Quaker Friends Fiduciary Corporation have divested from Veolia over its role in Israeli settlements, while other major banks and the Swedish AP pension fund have issued public statements condemning Veolia’s role in the settlements. Several “socially responsible investment” information providers have told campaigners they have listed the firm as having serious human rights concerns.

Veolia continues to remain involved in the illegal Jerusalem Light Rail that links Israeli colonies to west Jerusalem through its holdings in Veolia Transdev, but has announced its intention to sell its holding in the railway.

In 2014, Veolia stated in letters to BDS organizers that it had also “terminated its involvement in the Tovlan landfill … over three years ago.” Tovlan processes waste from Israel and its illegal settlements in the OPT. This claim was proven to be false, however, by official records obtained from the Israeli Ministry of Environmental Protection in September 2013, which show beyond doubt that the operator of the illegal Tovlan landfill at the time was still Veolia’s subsidiary, T.M.M. Integrated Recycling Services.

Ownership of the Tovlan site and wastewater treatment contracts for illegal Israeli settlements is now expected to transfer to Oaktree.

“By buying up these businesses, Oaktree has become an active accomplice in Israel’s ongoing violations of international law,” Nawajaa added.

Mainly due to boycott pressure on it in the US and Europe, and particularly the campaign’s focus on its “apartheid bus operations,” which served Israel’s illegal settlements, Veolia had sold its entire bus operations in Israel in 2013.

Nawajaa explained that the campaign against Veolia would continue because the firm remains a shareholder in the illegal Jerusalem Light Rail project.

“The sole purpose of the Jerusalem Light Rail is to increase the appeal and facilitate the expansion of illegal Israeli settlements through the theft of Palestinian land. We will continue to boycott Veolia until it ends its participation in the Light Rail project and pays reparations to those Palestinian communities impacted by its support for Israel’s colonization of Palestinian land. International corporations cannot simply profit from Israel’s war crimes and then leave when the going gets tough, without being held accountable,” Nawajaa added.

“We warmly thank the impressive number of principled activists and civil society organizations around the world whose dedicated and strategic efforts have made the campaign against Veolia such a success,” Nawajaa concluded.

thanks to: bdsmovement.net

Nella Striscia di Gaza

A colloquio con mons. Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, al rientro da Gaza. Racconto di una visita ai territori occupati.
Intervista di Rosa Siciliano

“Una giornata indimenticabile nella Striscia di Gaza. Macerie, macerie, macerie, case distrutte, anziani senza parole davanti alle loro case ridotte a zero. E poi, bambini, tanti bambini, belli, ma scalzi, sporchi e affamati. Come prendere sonno, qui, a Gaza, stanotte? Ma la speranza….. Inshallah – Se Dio vuole, dicono gli arabi. E dobbiamo dirlo anche noi. Buona notte!”. 

Con questo sms inviatoci il 3 marzo scorso, mons. Giovanni Ricchiuti, presidente di Pax Christi Italia, ci comunicava le sue sensazioni all’arrivo a Gaza, per una visita ai Territori Occupati, accompagnato da don Nandino Capovilla, che idealmente ha sposato questa martoriata terra di Palestina. Al suo rientro, abbiamo rivolto a mons. Ricchiuti. alcune domande sul suo viaggio.

Da neopresidente di Pax Christi come hai vissuto la visita nella Striscia di Gaza: quali sentimenti ti hanno accompagnato?

L’invito a visitare la Striscia di Gaza mi era stato rivolto sin dal mese di dicembre 2014 da don Nandino Capovilla, già coordinatore nazionale del nostro movimento e promotore della Campagna Ponti e non Muri (a 10 anni dalla costruzione del muro costruito dagli israeliani) e da Annibale Rossi, presidente di Vento di Terra, una Ong presente nei territori occupati. Accettai con molto piacere l’invito perché mi offriva la possibilità di dare inizio al mio mandato con un gesto che mi appariva molto significativo. E di quei giorni conservo negli occhi e nella memoria un ricordo incancellabile. Ai moltissimi che ancora oggi mi domandano come sia andato questo viaggio in Palestina rispondo che le parole e le immagini non sono sufficienti a descrivere la drammatica situazione che si vive in quei territori. Le macerie e la distruzione di interi quartieri di Gaza e di piccoli paesi, i volti delle persone, specialmente degli anziani, e gli occhi dei bambini… non credevo ai miei occhi per quanto osservavo e ascoltavo!

La città, la gente, lo scorrere del quotidiano sotto occupazione: prova a descrivere, come in una fotografia viva, le immagini dei luoghi e delle persone che hai incontrato in Palestina.

La sera del 2 marzo vengo accompagnato, percorrendo a piedi una stradina laterale, lungo la strada che va da Gerusalemme a Betlemme, a visitare e a conoscere Dahoud, un agricoltore palestinese che non intende cedere la sua terra (quella dei miei padri, raccontava) per un nuovo insediamento israeliano. E questa sua resistenza la metteva in atto rispondendo alle frequenti intimidazioni dei soldati israeliani invocando legalità e giustizia. Aveva  inciso su una pietra posta all’ingresso della sua casa queste parole: Noi non abbiamo nemici. Bellissimo! Abbiamo trascorso, poi, due giorni a Gaza passando prima in alcuni piccoli paesi: paesaggi da seconda guerra mondiale, case e palazzi abbattuti, uomini, donne e bambini come fantasmi tra le macerie, racconti di vite spezzate, di progetti e e di sogni infranti, rovine… rovine dappertutto, rabbia mista a rassegnazione, ma, allo stesso tempo, fede, dignità e volontà di rimanere e di ricominciare lì dove è anche la loro terra. Devo confidare, come raccontavo in un sms in quei giorni, che soprattutto la due-giorni a Gaza mi ha dolorosamente impressionato tanto da faticare a prender sonno: non c’è motivazione alcuna perché un popolo venga umiliato e offeso in quel modo, nessuna giustificazione all’arroganza e al progetto di Israele che intende molto probabilmente annientare nella sua dignità il popolo palestinese. Quanti abbiamo incontrato e ascoltato ci hanno raccomandato  di raccontare ciò che stavamo vedendo mentre ci confidavano, come i pescatori di Gaza, la loro determinazione a continuare a vivere lì e a sperare in un futuro migliore.

Il riconoscimento dello Stato Palestinese da parte del Parlamento italiano: cosa ne pensi del dibattito che lo ha preceduto? Quali ricadute può avere a livello politico e culturale in senso lato?

Grande è stata la delusione per la decisione del nostro Parlamento di approvare due mozioni, tra loro discordanti, sul riconoscimento dello Stato palestinese. Una decisione poco coraggiosa che tra l’altro non ha saputo raccogliere il desiderio di tanti italiani desiderosi di veder sorgere un giorno nuovo nei rapporti tra Israele e Palestina. Da decenni i due popoli non fanno che contare i loro morti in un crescendo continuo, di incomprensione,  di odio, di violenza e di guerra che allontana la speranza. E, da parte di Israele, la continua espansione e occupazione del territorio palestinese alimenta una cultura di sopraffazione e di emarginazione inaccettabile. Politicamente significa destabilizzazione in un’area, quale quelle mediorientale, da tutti ritenuta decisiva per la pace nel mondo.

Dai leaders cristiani di quella terra ci giungono continui appelli contro l’occupazione israeliana. Come Chiesa italiana possiamo unire la nostra voce, e in che modo?

La terra abitata oggi da israeliani e palestinesi in qualche modo la sentiamo, noi cristiani, per ragioni storiche, religiose e fraterne, che tutti noi conosciamo, anche nostra. E la presenza di cristiani, tra gli ebrei e gli arabi, è presenza di pace, di riconciliazione e di carità. Purtroppo anche i cristiani, in particolare le comunità che vivono nei territori occupati, non ce la fanno più a resistere e moltissimi, se possono, vanno via privando così quel territorio di una presenza molto significativa. L’incontro a Gaza con il parroco e il vicario parrocchiale della Parrocchia della Santa Famiglia, 150 cattolici (ci vivono anche 1200 ortodossi a Gaza) è stata occasione per me di raccogliere ancora una volta il loro appello perché non li abbandoniamo. Ed è uno dei tanti appelli che le Chiese che sono in Italia non possono non raccogliere entrando  in rapporti e in relazioni di conoscenza (penso ai nostri pellegrinaggi) con i cristiani di Palestina per far sentire loro vicinanza di fraternità e di aiuto. Non possiamo lasciarli soli!

thanks to: mosaico di pace