“Sionisti carogne tornate nelle fogne” Milano 25 aprile, vergognosa presenza degli amici di Israele.

Finalmente quest’anno la questione è emersa con tutte le sue contraddizioni; sinora si era stancamente trascinata tra sterili polemiche a ridosso della scadenza. Le mie lettere all’avv. Maris quale presidente dell’ANED sono rimaste sempre senza risposta così come la mia lettera dello scorso anno al sindaco Pisapia. Avvantaggiato dalla comune professione e dalla reciproca conoscenza, nelle lettere affrontavo la questione in modo assolutamente sereno, forte delle mie ragioni. Ciononostante nessuna risposta. L’assenza di argomenti da contrapporre appariva palese.

Andiamo per ordine. Iniziamo col distinguere gli ebrei italiani che hanno partecipato alla guerra di liberazione nelle diverse formazioni partigiane sotto il Comitato di liberazione nazionale dagli ebrei arruolati nella brigata facente parte della 8° Armata britannica. Costoro provenivano tutti dalla Palestina mandataria britannica.

Un libro recente (La brigata ebraica, Soldiershop, novembre 2012) ripercorre nel dettaglio tutta la storia della brigata; uno degli autori, Samuel Rocca, ha prestato servizio nell’esercito israeliano. Il libro ricorda che nell’esercito britannico vi erano compagnie di arabi e di ebrei: miste nei Pionieri, divise nella Fanteria. Nel 1943 le compagnie formate da soli ebrei ottengono di potere usare la bandiera sionista, oltre quella della Palestina mandataria raffigurante al suo interno anche la bandiera inglese. La brigata ebraica che opera in Italia è costituita verso la fine della guerra, fine settembre 1944, e sino al marzo 1945 la sua attività si limita alla acquisizione di addestramento. Combatte tra marzo e aprile 1945 nelle zone di Ravenna e Brisighella. Viene smantellata nel 1946. Dal libro non emerge con chiarezza quale sia la sua bandiera ufficiale ed in particolare se la stella di Davide sia gialla come raffigurata in copertina o azzurra come sembrerebbe da un passo a pag. 50 ove si legge che : “ è l’attuale bandiera di Israele”.

A me sembra che poco importi il colore della stella e possiamo attenerci, per quel che qui interessa, alla definizione del libro che parla di “ bandiera sionista”.

In conclusione: la brigata ebraica usava la bandiera sionista e ha combattuto negli ultimi due mesi di guerra. Queste circostanze di fatto rendono plausibile una valutazione fatta in un altro libro ( “Relazioni pericolose”, di Faris Yahia, Città del sole), libro sui rapporti tra l’Agenzia ebraica, il nazismo e il fascismo. Afferma l’autore, pag. 84, che la brigata più che per combattere il nazifascismo fu costituita per supportare l’idea della entità nazionale ebraica ( quindi una operazione di propaganda) e per acquisire esperienza militare ( questo spiegherebbe la lunga fase di addestramento). Significativamente, finita la guerra e prima di essere smantellata, la brigata si occupò della organizzazione di flussi migratori verso la Palestina.

I membri della brigata andarono a formare il futuro esercito di Israele, unendosi ai colleghi provenienti dall’Haganà e dalle sue emanazioni: l’Irgun di Jabotinsky e poi di Begin e la banda Stern. Emanazioni queste piuttosto imbarazzanti: come è noto, le due organizzazioni sono responsabili di attacchi terroristici a obiettivi britannici, arabi ed…ebraici. Ricordiamo solo i più noti: l’esplosione sulla nave Patria nel 1940 ad opera dell’Haganà ( 202 ebrei uccisi); l’attentato all’hotel King David di Gerusalemme, sede del governo mandatario inglese, nel 1946 ad opera dell’Irgun con vittime inglesi, arabe ed ebree.

Per non dire della banda Stern, guidata dal fondatore Stern e poi da Shamir, banda che non ha disdegnato rapporti e accordi con i nazisti sino a giungere alla proposta di alleanza militare fatta all’Asse nel 1940/41.

La bandiera sionista ha quindi sempre sventolato senza soluzione di continuità dalla repressione ad opera di Haganà e britannici della rivolta araba del 1936/39, alla Nakba del 1947/48, alle guerre successive di Israele sino alle stragi di Gaza dei nostri giorni. Sventola sui carri armati mentre distruggono gli olivi, abbattono le case, occupano i campi profughi, affiancano i coloni; sventola sul muro di separazione e sui tetti delle colonie. Insomma, ha accompagnato e accompagna tutti i crimini sionisti.

Come possa, con queste credenziali, questa bandiera sventolare in un corteo antifascista col pretesto di un paio di mesi di operatività a fianco degli alleati non è dato capire.

Restiamo nell’ambito della ricostruzione storica per parlare del Gran Muftì di Gerusalemme, evocato a pretesa dimostrazione della alleanza degli arabi con i nazisti.

Che cosa c’entra il Muftì ? all’evidenza nulla ma, si sa, quando scarseggiano gli argomenti ci si attacca a tutto. Come ha detto Moni Ovadia (Manifesto, 11/4): “ Richiamare il Gran Muftì è un pretesto capzioso e strumentale”. La propaganda e la mistificazione storica sionista ci hanno però abituato a tutto.

Il Muftì Amin Husseini cercava, comprensibilmente vista la situazione in Palestina, alleati contro i sionisti e i britannici. Scrive lo storico francese Henry Laurens, riportato da “Palestina”, AA.VV., Zambon ed.,pag.44: ” Husseini era convinto che il fine ( dei sionisti, NDR) fosse quello di espellere gli arabi dalla Palestina e impadronirsi della Spianata delle moschee per costruirvi il Terzo Tempio”. Non fu antisemita ma antisionista. Disse a Hitler che gli parlava del complotto giudaico mondiale e della necessità di combattere gli ebrei: “ Noi arabi pensiamo che è il sionismo all’origine di tutti questi sabotaggi e non gli ebrei”.

Col senno di poi, non si può dire che Husseini si sia sbagliato, né sulla volontà sionista di espellere tutti gli arabi né sui progetti per la Spianata. Certo, la frequentazione di Hitler non è commendevole ma da quale pulpito viene la predica, dopo quello che si è detto sulla banda Stern, con quello che si sa sulle simpatie di Jabotinsky e tutto quello che rivela il libro “ Relazioni pericolose”?

Vogliamo parlare dell’accordo della Ha’avarah per il trasferimento di capitali ebraici in Palestina nel 1933 o dell’accordo del 1938 sulla emigrazione ( ispirato a criteri non propriamente umanitari visto che l’Agenzia ebraica sceglieva gli ebrei da mandare in Palestina in base a censo, età e affidabilità ideologica)? O anche dello sterminio di migliaia di ebrei ungheresi nel 1944 in cambio della salvezza di 600 notabili sionisti ( accordo tra l’ebreo Kastner e il sig. Eichmann). O, per restare in casa nostra, che dire del gruppo fascista ebraico di Ettore Ovazza “ La nostra bandiera” nel 1935? ( per un approfondimento di questi temi, Yahia, op.cit.).

Almeno il Gran Muftì aveva le sue motivazioni politiche e religiose e seguiva la regola per cui “il nemico del mio nemico è mio amico”, regola discutibile ma ampiamente osservata soprattutto in quegli anni: si pensi ai Finlandesi pro-nazisti in funzione antisovietica o alle condoglianze espresse dal primo ministro irlandese all’ambasciata tedesca il giorno dopo la morte di Hitler in funzione antiinglese.

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Coloro che vorrebbero screditare i Palestinesi usando il Gran Muftì si guardano bene dal ricordare l’ampia partecipazione dei Palestinesi alla lotta al nazifascismo, arruolati anche loro come volontari nell’esercito inglese. Il Dossier del Colonial Office n.537/1819, in 34 pagine fornisce i dati relativi al reclutamento dei Palestinesi nelle Forze britanniche in Medio Oriente. Nelle pagine 13 e 14 si legge che l’epoca di arruolamento va dal 1° settembre 1939 al 31/12/1945; in questo periodo furono aggregati all’esercito inglese 12.446 Palestinesi di cui 148 donne; per l’esattezza 83 nella marina e gli altri nell’esercito. A pag. 16 si riportano le perdite: 701.

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Per quanto riguarda le bandiere palestinesi e la legittimazione della loro presenza nel corteo non occorrono molte parole. Basta rileggersi, come giustamente ricordato da Angelo D’Orsi ( Manifesto, 9/4), l’art. 2 dello Statuto dell’ANPI che prevede l’obbligo di appoggiare tutti coloro che si battono per la libertà e la democrazia. E quale movimento di liberazione e di resistenza ha oggi più legittimazione di quello palestinese sul piano giuridico, politico, storico ed etico?

E’ un caso che protagonisti della rivolta del ghetto di Varsavia si siano pronunciati contro l’occupazione ( ad esempio Chavka Fulman Raban) o addirittura abbiano espresso solidarietà ai combattenti palestinesi, come il vicecomandante Marek Edelman nella lettera alla Resistenza palestinese del 10/8/2002? Debbo ricordare che Stephane Hessel nel suo “Indignatevi” ha dedicato un intero capitolo proprio alla sua principale indignazione: l’occupazione della Palestina?

Non da ultimo, è anche il caso di ricordare il contributo di sangue palestinese versato nella guerra contro il nazifascismo, nonostante l’oppressione subita ad opera degli Inglesi nella fase mandataria.

Ed allora? Sembra che il PD offra ospitalità alla brigata. Qualcuno si stupisce? Le simpatie sioniste del partito sono dichiarate. Ed è in buona compagnia: nel 2013 fu la destra a sfilare dietro la bandiera della brigata, si veda il “lamento” di Gad Lerner in “ Gli abusatori della brigata ebraica”. Chi oggi, in campo sionista, continua a parlare della soluzione “Due popoli due Stati” sa di essere favorevole in realtà alla soluzione di un unico Stato, non quello democratico binazionale, auspicato da una parte del movimento di solidarietà con la Palestina, ma quello di Israele, etnico, confessionale e razzista. Netanyahu ha detto chiaro ai primi di marzo: “ Non ci sarà mai uno stato palestinese”. Chi è così ingenuo da credere che la sua sia stata solo una boutade elettorale?

Che dire dell’ANED? A Roma ha chiesto l’allontanamento delle bandiere palestinesi e questo dopo avere assistito passivamente allo smantellamento del proprio memoriale ad Auschwitz, colpevole di raffigurare Gramsci e di ricordare anche le vittime diverse dagli ebrei.

Mi interessa di più l’ANPI. Nel 2006 l’ANPI ha aperto le iscrizioni agli antifascisti: forti della memoria, ci si apriva all’attualità, in linea col motto “Ora e sempre Resistenza”. Il Presidente Smuraglia nel 2012, rispondendo all’ennesimo appello di iscritti ANPI per una presa di posizione chiara sulla Palestina ha scritto:” La manifestazione del 25 Aprile non può che essere aperta a tutti e dunque non accoglie questo o quello ma si limita a prendere atto delle presenze, spesso assai variegate, ma che devono condividere i temi fondamentali del 25 Aprile.

Questo è il punto!! La condivisione dei valori della Resistenza. Quali?

  • La pace e il ripudio della guerra, valore contraddetto dalla storia di Israele, dalle stragi periodiche a Gaza e dallo stillicidio di uccisi quotidiani nella West Bank

  • La libertà, valore contraddetto dai milioni di profughi palestinesi, dalle migliaia di prigionieri, dal muro, dalle centinaia di check points, dalla realtà di Gaza

  • L’uguaglianza, valore contraddetto dalla pretesa di Israele di essere uno stato etnico/confessionale riservato ai solo ebrei e dalle discriminazioni ai danni dei Palestinesi con cittadinanza israeliana

  • La giustizia, valore contraddetto dalle continue violazioni delle risoluzioni dell’ONU, dalla indifferenza dinanzi alle denunce di crimini di guerra e crimini contro l’umanità della Corte di giustizia de L’Aja e della Commissione per i diritti umani dell’ONU; per non dire, a livello interno, dei processi farsa contro i Palestinesi e della impunità dei crimini di soldati e coloni

  • Il valore della resistenza e della autodifesa, riconosciuto dallo Statuto dell’ONU e negato dalla pulizia etnica in corso.

Chi non riconosce questi valori non può stare nel corteo.

Per questi motivi noi nel corteo ci saremo, con le bandiere palestinesi e con lo striscione con la frase di Nelson Mandela che ricorda che non c’è libertà senza la libertà della Palestina; grideremo forte il nostro “NO” alla bandiera sionista che mortifica la manifestazione e i valori che il 25 Aprile rappresenta.

Ugo Giannangeli

thanks to: Palestina Rossa

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Chi minaccia chi. La memoria corta di chi ha la coscienza sporca

di Fronte Palestina

 

 

 

 

A seguito della voluta confusione concepita sugli organi di stampa crediamo siano utili alcune ulteriori precisazioni in merito alle nostre posizioni.

 

L’antifascismo non si può racchiudere dentro recinti ideologici che servono solo a mascherare opportunismi di oggi. Noi ci rifacciamo a quanto l’ANPI affermava nel suo primo Congresso svolto a Roma tra il 06 ed il 09 dicembre del 1947: «l’antifascismo deve essere inteso come lotta contro chi minaccia le libertà individuali, nega la giustizia sociale e discrimina i cittadini». Per noi quindi schierarsi al fianco di tutti i popoli che lottano per le libertà individuali, per la giustizia sociale e contro la discriminazione è un atto doveroso ed inevitabile.

 

Oggi ci sono popoli simbolo di questa lotta ed uno di questi è il popolo palestinese, che resiste ad una vile occupazione da quasi 70 anni. Israele è lo Stato che, appunto, da decenni compie ogni sorta di prepotenza contro i palestinesi. Non è passato nemmeno un anno dall’ultimo massacro israeliano a Gaza: oltre duemila assassinati sotto i bombardamenti sionisti, centinaia furono bambini.

 

Sono migliaia i palestinesi dentro le prigioni sioniste, centinaia in detenzione amministrativa senza né accuse né condanne in base ad una legge ritenuta illegale dalla Comunità Internazionale; sono oltre settanta le Risoluzioni ONU non rispettate dallo stato sionista. Quindi uno Stato illegale dinnanzi agli occhi di tutto il mondo.

 

Ora, per entrare nel merito della questione provando a fare un po’ di chiarezza è necessario ricostruire gli eventi passati. Andiamo per ordine: a Roma il 25 aprile dello scorso anno una squadra della Comunità ebraica romana ha aggredito brutalmente un gruppo di militanti antifascisti che stavano raggiungendo il corteo sventolando le bandiere della Palestina. La polizia è intervenuta prendendo le parti degli aggressori e impedendo alle bandiere palestinesi l’ingresso nel corteo, che a quel punto si è spaccato perché molti dei partecipanti hanno deciso coraggiosamente di stare dalla parte degli aggrediti, sfilando con loro in un corteo alternativo. Impeditogli successivamente l’intervento dal palco, così si esprimeva qualche giorno dopo il capo degli squadristi, nonché Presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici con tono più adatto ad un bullo di periferia (Corriere della Sera 28 aprile 2014): «Il prossimo anno saremo tutti a Milano e vediamo se avranno il coraggio di continuare a insultarci. Basta». Chi minaccia chi? Ovvio che le sue e loro minacce non ci spaventano.

 

Ed ecco che all’avvicinarsi dell’appuntamento annuale si ritorna a parlare dei “valori del 25 Aprile”, ma ancora una volta ognuno strumentalizza a proprio piacimento la circostanza. La Palestina è ancora occupata, quindi noi ci sentiamo in dovere di sostenerne la Resistenza, portando le sue istanze al corteo del 25 Aprile e denunciando al contempo la presenza delle bandiere israeliane, che rappresentano oppressione e ingiustizia. Queste invece le prime retoriche dichiarazioni dei “sionisti di casa nostra”: «Dato che sarà Shabbat non saremo presenti, ma non ci saremo anche perché i palestinesi, che saranno al corteo, durante la guerra erano alleati dei nazisti».

 

http://ilmessaggero.it/ROMA/CRONACA/roma_25_aprile_corteo_ebrei/notizie/1276785.shtml

 

«Le organizzazioni pro Palestina pretendono che non ci sia quel giorno il simbolo della brigata ebraica che liberò l’Italia dal nazifascismo insieme alle truppe alleate e ai partigiani. E sulla rete si stanno organizzando scrivendo che se ci saremo ci picchieranno. Tutto questo è assurdo» …e anche beffardo, aggiungeremmo: la nostra contestazione non è inerente alla presenza della Brigata ebraica in ma alla presenza delle bandiere israeliane (che sono altra cosa) e contro coloro che si fanno promotori della loro presenza in corteo. A tal proposito ricordiamo le parole del presidente dell’associazione Amici Di Israele Eyal Mizrahi: «Cari Amici Di Israele e simpatizzanti, anche quest’anno l’associazione Amici Di Israele sfilerà al corteo del 25 Aprile a Milano sotto lo striscione della Brigata Ebraica. Il punto di raccolta sarà in Corso Venezia angolo Via Boschetto alle ore 14.00. La partenza del corteo avverrà alle ore 14.30 ma ci riuniremo un po’ prima per poterci organizzare meglio. Vi invitiamo a portare le bandiere israeliane che avete […]»; ancora una volta e come spesso succede a far chiarezza sono gli stessi sionisti. D’altronde non si può non riconoscere la stessa pratica mistificatoria dei fatti propria dello Stato d’Israele: gli aggressori diventano le vittime e gli aggrediti diventano i carnefici.

 

Proviamo a rileggere il vero “assurdo” delle dichiarazioni e le dinamiche che si innescano. Innanzitutto l’accusa che i palestinesi fossero alleati con i nazisti decade banalmente studiando la storia, invitiamo i lettori a riferirsi ai seguenti articoli-comunicati scritti in precedenza per comprendere quanto sia tendenziosa la frase di Pacifici: PER LA VERITÀ STORICA. CONTRO LE MENZOGNE MEDIATICHE SUL 25 APRILE. In secondo luogo ricordiamo che gli episodi accaduti a Roma lo scorso anno hanno visto i filo-palestinesi aggrediti da picchiatori appartenenti alla Comunità ebraica romana.

 

Va registrato oltretutto che, curiosamente, per i sionisti il 25 aprile 2015 cade di sabato solo a Roma: stando alle dichiarazioni dello stesso Pacifici quest’anno la giornata della Liberazione cade di sabato, per gli ebrei festa del riposo, pertanto non avrebbero partecipato al corteo nel 70° anniversario; ma questo vale sono a Roma, perché invece a Milano parteciperanno. Come mai? I piani sono chiari (non ai più evidentemente grazie al rimescolo di carte che non a caso hanno architettato): questo è l’anno di Expo 2015, esposizione internazionale dove lo Stato d’Israele avrà un ruolo da protagonista, una nuova Kermesse sionista grazie alla quale si tenterà da una parte di ripulire la faccia di uno Stato colonialista e razzista e dall’altra di stringere nuove relazioni economiche, militari, etc. Ecco quindi che a seguito delle degne contestazioni che hanno subito negli scorsi anni per aver scelto di portare in corteo quelle bandiere simbolo di occupazione e tutt’altro che libertà, quest’anno hanno pensato di sfilare tutti in massa a Milano per provare ad egemonizzare la piazza.

 

Abbiamo precedentemente riportato la belligerante dichiarazione di Pacifici, ma vogliamo ulteriormente sottolineare le intenzioni altrettanto belliciste dei “nostri”. Dalla stampa veniamo a sapere che le bandiere di Israele saranno scortate dal PD, ossia da chi onora nazifascisti come Mori (onorificenza che anziché sospendere dovrebbero annullare!). Questa operazione, ribadiamo, è stata preparata e voluta da tempo: la prima iniziativa svolta a Milano per commemorare la Resistenza partigiana italiana è stata dedicata al ruolo della Brigata ebraica che, ricordiamo, ha combattuto in Italia per circa un mese tra le file dell’esercito britannico (eppure guardate quanta importanza viene conferita da questo partito oggi al potere in Italia).

 

Il PD sappiamo essere governato letteralmente da elementi legati mani e piedi allo stato sionista, lo dimostra anche l’ultima novità milanese: il futuro candidato sindaco di Milano dovrebbe essere un sionista come Emanuele Fiano che vive tra Milano ed Israele, così come il suo connazionale Itzhak Yoram Gutgeld, consigliere economico di Renzi, deputato PD, ex specialista dell’intelligence militare sionista (AMAN- Unit 8200) e dirigente della multinazionale McKinsey, nonché responsabile delle politiche guerrafondaie dello stesso governo PD.

 

Ancora una volta ci chiediamo: chi minaccia chi? Noi promotori della contestazione argomentiamo con fatti storici le nostre posizioni e ci organizziamo alla luce del sole; l’occupazione della Palestina ed i crimini israeliani perseverano e sono sotto gli occhi di tutti, a prescindere da quanto l’informazione ufficiale si renda complice di tali crimini e criminali occultando le malefatte sioniste. Dall’altra parte inventano minacce e fomentano un clima di massimo allarmismo anche grazie e soprattutto al servilismo dei media che si prestano a riportare in maniera acritica quanto “dettato”, senza tra l’altro concedere alcuno spazio alla contestazione e alle sue ragioni. Ma, ribadiamo, convinti di stare dalla parte della giustizia, non ci facciamo intimidire da squallide provocazioni.

 

Per concludere: noi pensiamo che non si possa permettere la presenza di bandiere dello Stato che occupa la Palestina da decenni, che nei confronti dei palestinesi commette quotidianamente crimini contro l’umanità. Crediamo che la Milano Medaglia d’Oro alla Resistenza non meriti tale affronto, questa Milano viene già troppe volte umiliata ogni volta che si permette ai fascisti di girare per le vie del centro con i loro simboli nazisti, ragion per cui dopo il 25 saremo nuovamente in piazza il 29 aprile contro la parata nazifascista indetta a Milano.

 

Crediamo che dovrebbe essere l’ANPI in primis a tutelare lo spirito della manifestazione, schierandosi contro la presenza di quelle bandiere che oltraggiano il corteo, accogliendo invece le istanze dei popoli che ancora oggi sono costretti a resistere e a combattere per la propria libertà negata da interessi colonialisti ed imperialisti.

 

Il corteo del 25 Aprile non è una ricorrenza da commemorare, anche se le istituzioni tendono a trasformarla in una forma di pacificazione sociale da buoni democristiani, la resistenza continua ancora oggi: prosegue in Palestina contro l’Occupazione sionista, ma anche in Val Susa contro la criminale militarizzazione del cantiere atta a proteggere gli interessi capitalisti a danno dei cittadini che vivono su quel territorio, prosegue contro quei modelli propagandati (e che verranno instaurati) dal paradigma Expo, prosegue contro la continua rapina dei diritti dei lavoratori (il PD è il promotore di riforme come il Job Acts che annullerà una volta per tutte ogni forma di organizzazione sindacale e quindi di lotta collettiva dei lavoratori, sempre più isolati), prosegue con la resistenza dei paesi latinoamericani minacciati costantemente dall’imperialismo USA, soprattutto quando creano modelli di sviluppo alternativi diventando quindi antagonisti al “sistema”.

 

Crediamo che una società migliore sia possibile, ma il percorso non può che passare per la vittoria di queste resistenze, che oggi i cittadini in Italia ed i popoli oppressi in tutto il mondo continuano a portare avanti con coraggio e dignità.

 

Contro il sionismo! Contro il fascismo!
Non siamo antisemiti, ma resistenti e partigiani del nuovo millennio

 

Appello per un 25 Aprile antisionista: http://www.frontepalestina.it/?q=content/appelli/appello-un-25-aprile-di-liberazione-e-antisionista

Fronte Palestina – Milano

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Ron Paul: Who Profits From America’s New Militarism?

Former United States Congressman Ron Paul accused military contractors and think tanks of manufacturing potential threats around the world in an effort to spur military spending and profit from the “new Cold War.”

In a column posted to his website on Sunday, Paul says the plan seems to be paying off for contractors and think tanks, as governments around the world are investing more and more into their military.

“The new ‘threats’ that are being hyped bring big profits to military contractors and the network of think tanks they pay to produce pro-war propaganda,” he writes.

The former presidential candidate called out Germany, which announced last week that it would purchase 100 “Leopard” tanks. The purchase bucks a trend for a country that had greatly reduced its tank inventory since the end of the Cold War, but now sees a potential foe in Russia.

“Never mind that Russia has neither invaded nor threatened any country in the region, much less a NATO member country,” Paul writes.

Paul also noted that since 2013, the Pentagon has awarded contracts worth more than $850 million for work related to Cheyenne Mountain, the Cold War-era nuclear bunker under a mountain in Colorado. Last month, the Pentagon awarded American defense firm Raytheon a $700-million contract to install new equipment inside the bunker.

“Raytheon is a major financial sponsor of think tanks like the Institute for the Study of War, which continuously churn out pro-war propaganda,” Paul writes. “I am sure these big contracts are a good return on that investment.”

NATO – which Paul believes “should have been shut down after the Cold War ended” – also will be the recipient of an upgrade. The Alliance commissioned a new headquarters building in Brussels, Belgium, in 2010.On top of resembling a “hideous claw,” according to Paul, the final cost will exceed $1 billion – more than twice what was originally budgeted.”What a boondoggle!” Paul fumes. “Is it any surprise that NATO bureaucrats and generals continuously try to terrify us with tales of the new Russian threat? They need to justify their expansion plans!”And while it may seem that countries like Russia, Iran and Cuba are adversaries, the real enemy, Paul writes, is the taxpayer, middle class and the productive sectors of the economy, which suffer the most from runaway military spending.

Paul dismisses as a “dangerous myth” the belief that military spending benefits the economy. Instead, it benefits a “thin layer of well-connected and well-paid elites,” and diverts scarce resources from the public that most needs them and uses them to manufacture war machines.

“The elites are terrified that peace may finally break out, which will be bad for their profits,” Paul writes. “That is why they are trying to scuttle the Iran deal, nix the Cuba thaw, and drum up a new ‘Red Scare’ coming from Moscow. We must not be fooled into believing their lies.”

La perversione del senso del 25 aprile

di Moni Ovadia 

Nel corso della mia vita e da che ho l’età della ragione, ho cercato di partecipare, anno dopo anno a ogni manifestazione del 25 aprile. Un paio di anni fa, percorrendo il corteo alla ricerca della mia collocazione sotto le bandiere dell’Anpi, mi imbattei nel gruppo che rappresentava i combattenti della “brigata ebraica”, aggregata nel corso della seconda guerra mondiale alle truppe alleate del generale Alexander e impegnata nel conflitto contro le forze nazifasciste. Qualcuno dei componenti di quel drappello mi riconobbe e mi salutò cordialmente, ma uno di loro mi rivolse un invito sgradevole, mi disse: «Vieni qui con la tua gente». Io con un gesto gli feci capire che andavo più avanti a cercare le bandiere dell’Anpi che il 25 aprile è «la mia gente» perché io sono iscritto all’Anpi con il titolo di antifascista. Lui per tutta risposta mi apostrofò con queste parole: «Sì, sì, vai con i tuoi amici palestinesi».

Il tono sprezzante con cui pronunciò la parola palestinesi sottintendeva chiaramente «con i nemici del tuo popolo». Io gli risposi dandogli istintivamente del coglione e affrettai il passo lasciando che la sua risposta, sicuramente becera si disperdesse nell’allegro vociare dei manifestanti.
Questo episodio, apparentemente innocuo, mi fece scontrare con una realtà assai triste che si è insediata nelle comunità ebraiche. I grandi valori universali dell’ebraismo sono stati progressivamente accantonati a favore di un nazionalismo israeliano acritico ed estremo. Un nazionalismo che identifica stato con governo.

Naturalmente non tutti gli ebrei delle comunità hanno imboccato questa deriva sciovinista, ma la parte maggioritaria, quella che alle elezioni conquista sempre il “governo” comunitario, fa dell’identificazione di ebrei e Israele il punto più qualificante del proprio programma al quale dedica la prevalenza delle sue energie.

Io ritengo inaccettabile questa ideologia nazionalista, in primis come essere umano perché il nazionalismo devasta il valore integro e universale della persona, poi come ebreo, perché nessun altro flagello ha provocato tanti lutti agli ebrei e alle minoranze in generale e da ultimo perché, come insegna il lascito morale di Vittorio Arrigoni, io non riconosco altra patria che non sia quella dei diseredati e dei giusti di tutta la terra.

L’ideologia nazionalista israeliana negli ultimi giorni ha fatto maturare uno dei suoi frutti tossici: la decisione presa dalla comunità ebraica di Roma, per il tramite del suo presidente Riccardo Pacifici, di non partecipare al corteo e alla manifestazione del prossimo 25 aprile. La ragione ufficiale è che nel corteo sfileranno bandiere palestinesi, vulnus inaccettabile per il presidente Pacifici, in quanto nel tempo della seconda guerra mondiale, il gran muftì di Gerusalemme Amin al Husseini, massima autorità religiosa sunnita in terra di Palestina fu alleato di Hitler, favorì la formazione di corpi paramilitari musulmani a fianco della Germania nazista e fu fiero oppositore dell’instaurazione di uno stato Ebraico nel territorio del mandato britannico. Mentre la brigata ebraica combatteva con gli alleati contro i nazifascisti. Tutto vero, ma il muftì nel 1948 venne destituito e arrestato: oggi vedendo una bandiera palestinese a chi viene in mente il gran muftì di allora? Praticamente a nessuno, se si eccettua qualche ultrà del sionismo più isterico o a qualche fanatico modello Isis.

Oggi la bandiera palestinese parla a tutti i democratici di un popolo colonizzato, occupato, che subisce continue e incessanti vessazioni, che chiede di essere riconosciuto nella sua identità nazionale, che si batte per esistere contro la politica repressiva del governo di uno stato armato fino ai denti che lo opprime e gli nega i diritti più elementari ed essenziali. Un governo che lo umilia escogitando uno stillicidio di violenze psicologiche e fisiche e pseudo legali per rendere esausta e irrilevante la sua stessa esistenza. Quella bandiera ha pieno diritto di sfilare il 25 aprile — com’è accaduto per decenni e senza polemica alcuna — e glielo garantisce il fatto di essere la bandiera di un popolo che chiede di essere riconosciuto, un popolo che lotta contro l’apartheid, contro l’oppressione, per liberarsi da un occupante, da una colonizzazione delle proprie legittime terre, legittime secondo la legalità internazionale, un popolo che vuole uscire di prigione o da una gabbia per garantire futuro ai propri figli e dignità alle proprie donne e ai propri vecchi, un popolo la cui gente muore combattendo armi alla mano contro i fanatici del sedicente Califfato islamico nel campo profughi di Yarmouk, nella martoriata Damasco. E degli ebrei che si vogliono rappresentanti di quella brigata ebraica che combatté contro la barbarie nazifascista hanno problemi ad essere un corteo con quella bandiera?

Allora siamo alla perversione del senso ultimo della Resistenza.

La verità è che quella del gran muftì di allora è solo un pretesto capzioso e strumentale. Il vero scopo del presidente Pacifici e di coloro che lo seguono — e addolora sapere che l’Aned condivide questa scelta -, è quello di servire pedissequamente la politica di Netanyahu, che consiste nello screditare chiunque sostenga le sacrosante rivendicazioni del popolo palestinese.

Per dare forza a questa propaganda è dunque necessario staccare la memoria della persecuzione antisemita dalle altre persecuzioni del nazifascismo e soprattutto dalla Resistenza espressa dalle forze della sinistra. È necessario discriminare fra vittima e vittima israelianizzando la Shoah e cortocircuitando la differenza fra ebreo d’Israele ed ebreo della Diaspora per proporre l’idea di un solo popolo non più tale per il suo legame libero e dialettico con la Torah, il Talmud e il pensiero ebraico, bensì un popolo tribalmente legato da una terra, da un governo e dalla forza militare.

Se come temo, questo è lo scopo ultimo dell’abbandono del fronte antifascista con il pretesto che accoglie la bandiera palestinese, la scelta non potrà che portare lacerazioni e sciagure, come è vocazione di ogni nazionalismo che non riconosce più il valore dell’altro, del tu, dello straniero come figura costitutiva dell’etica monoteista ma vede solo nemici da sottomettere con la forza.

thanks to: Forumpalestina

Lo sfruttamento dei minori palestinesi nella Valle del Giordano

Uno degli aspetti meno dibattuti dell’occupazione israeliana della Cisgiordania è lo sfruttamento della manodopera palestinese, soprattutto di quella minorile. Un rapporto intitolato “Maturi per l’abuso: il lavoro minorile palestinese negli insediamenti agricoli israeliani in Cisgiordania”, pubblicato ieri dalla ong Human Rights Watch (HRW), rivela che le colonie, principalmente quelle della Valle del Giordano, impiegano bambini palestinesi anche di 11 anni pagandoli poco e in condizioni di lavoro definite “pericolose”.

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Le parole di fuoco del grande scrittore Eduardo Galeano su Gaza

Per giustificarsi, il terrorismo di Stato produce terroristi: semina odio e raccoglie alibi. Tutto sta ad indicare che questa carneficina a Gaza, che secondo i suoi autori vuole eliminare i terroristi, riuscirà a moltiplicarli.

Dal 1948, i palestinesi vivono condannati ad una umiliazione perpetua. Non possono nemmeno respirare senza permesso. Hanno perso la loro patria, le loro terre, la loro acqua, la loro libertà il loro tutto. Non hanno nemmeno il diritto di eleggere i loro governanti. Quando votano chi non devono votare vengono puniti.

Gaza sta subendo una punizione. Da quando Hamas ha vinto in modo regolare le elezioni del 2006, è diventata una trappola senza uscita. Qualcosa di simile era successo anche nel 1932, quando il Partito Comunista trionfò nelle elezioni de El Salvador. Zuppi di sangue i salvadoregni dovettero espiare la loro cattiva condotta e da allora hanno dovuto vivere sottomessi alle dittature militari. La democrazia è un lusso che non tutti meritano.

Sono figli dell’impotenza i razzi rudimentali che i militanti di Hamas, assediati a Gaza, lanciano con scarsa precisione sulle terre che un tempo erano dei palestinesi e che l’occupazione israeliana ha usurpato. E la disperazione, al limite della follia suicida, è la madre delle bravate che negano il diritto all’esistenza d’Israele. Urla senza alcuna efficacia. Mentre la efficacissima guerra di sterminio sta negando, da anni, il diritto all’esistenza della Palestina. Ormai rimane poco della Palestina. Giorno dopo giorno, Israele la sta cancellando dalle mappe. I coloni invadono, e dietro di loro i soldati ne modificano i confini. I proiettili consacrano l’espropriazione alla legittima difesa. Non esiste guerra aggressiva che non dichiari di essere una guerra difensiva. Hitler invase la Polonia per evitare che la Polonia invadesse la Germania. Bush ha invaso l’Irak per evitare che l’Irak invadesse il mondo. In ciascuna delle sue guerre difensive, Israele si è mangiato un pezzo della Palestina e i banchetti vanno avanti. Questo divorare è giustificato dai titoli di proprietà che la Bibbia ha ceduto, per i duemila anni di persecuzione che il popolo giudaico ha subito, e per il panico che i palestinesi creano all’assedio.

Israele è il paese che non ha mai rispettato le raccomandazioni, né le risoluzioni delle Nazioni Unite, che non ha mai raccolto le sentenze dei tribunali internazionali, che si prende gioco delle leggi internazionali, è l’unico paese che ha legalizzato la tortura dei prigionieri. Chi gli ha regalato il diritto di negare il diritto? Da dove viene l’impunità con cui Israele sta eseguendo la mattanza a Gaza? Il governo spagnolo non avrebbe potuto bombardare impunemente il Paese Basco per eliminare l’ETA. Il governo britannico non avrebbe potuto distruggere l’Irlanda per liquidare l’IRA. Per caso la tragedia dell’Olocausto implica una polizza di eterna impunità? O questa luce verde proviene dalla potenza capetto che ha in Israele il più incondizionato dei suoi vassalli? L’esercito israeliano, il più moderno e sofisticato al mondo, sa chi ammazza. Non uccide per errore. Uccide per orrore. Le vittime civili si chiamano danni collaterali, secondo il dizionario di altre guerre imperiali. A Gaza, su 10 danni collaterali, 3 sono bambini. E sono migliaia i mutilati, vittime della tecnologia dello sventramento umano che l’industria militare sta provando con successo in questa operazione di pulizia etnica. E come sempre, è sempre la stessa storia: a Gaza, cento a uno. A fronte di cento palestinesi morti, un israeliano. Persone pericolose, avverte l’altro bombardamento, a cura dei grandi media di manipolazione, che ci invitano a credere che una vita israeliana vale cento vite palestinesi. Questi stessi media ci invitano a credere che sono umanitarie le duecento testate atomiche d’Israele e che una potenza nucleare chiamata Iran è stata quella che ha raso al suolo Hiroshima e Nagasaki.

La cosiddetta Comunità Internazionale esiste?

Oltre ad essere un club di commercianti, banchieri e guerrieri, cos’altro è? Cos’altro è oltre a un nome artistico che gli USA usano per le loro performance teatrali?
Di fronte alla tragedia di Gaza, l’ipocrisia mondiale ancora una volta si fa notare. Come sempre l’indifferenza, i discorsi di circostanza, le vuote dichiarazioni, le declamazioni altisonanti, le posizioni ambigue, rendono tributo alla sacra impunità.

Della tragedia di Gaza, i paesi arabi se ne lavano le mani. Come sempre. E come sempre, i paesi europei se le sfregano le mani.

La vecchia Europa, così piena di bellezza e perversità, sparge qualche lacrima mentre segretamente celebra questa tiro maestro. Perché la caccia agli ebrei è sempre stata un’abitudine europea, ma da più di mezzo secolo, questo debito storico lo si sta facendo pagare ai palestinesi, anch’essi semiti, che mai sono stati né lo sono, antisemiti. Stanno pagando con il sangue contante e sonante un conto non loro.


Eduardo Galeano

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German anti-Israeli writer Günter Grass dies at 87

Picture taken on December 10, 1999, shows German novelist and literature Nobel Prize winner Günter Grass (L) receiving the Nobel Prize from Swedish King Carl Gustaf in Stockholm. (© AFP)

Picture taken on December 10, 1999, shows German novelist and literature Nobel Prize winner Günter Grass (L) receiving the Nobel Prize from Swedish King Carl Gustaf in Stockholm. (© AFP)

Germany’s respected author and noble winning novelist, Günter Grass, known for his sharp criticism of Israel and those supporting the Tel Aviv regime, has died at the age of 87.

Germany’s Steidl publishing house announced Monday that Grass died at a hospital in the northern city of Lübeck.

Best known for his 1959 novel The Tin Drum, the German author won many international awards, with the most notable of them the Nobel Prize in Literature in 1999.

Many still continue to relish the novels, poems and stories written by Grass, especially those created in his 80s, but the mustached literary icon took to the headlines by lashing out at Israel over the regime’s continuous spread of hatred and fear in the Middle East and the world.

In his famous poem entitled “What Must Be Said” (“Was gesagt werden muss”), which was published in several prestigious European newspapers in 2012, Grass called the Tel Aviv regime the greatest threat to the peace in the world. He also criticized the hypocrisy of the German government for its open military support of the Israelis, who according to Grass, obtain military hardware like German submarines to launch nuclear warheads against Iran.

Grass said such equipment “could annihilate Iranian people.”

German author and Nobel literature laureate Günter Grass participates in a discussion at the Frankfurt Book Fair on October 6, 2006. (© AFP)  

Those comments triggered fierce criticism inside Israel, with Prime Minister Benjamin Netanyahu calling the remarks “shameful.”

Grass regretted that he kept silent for many years on the secret relations between Germany and Israel, just over fears that he may be branded anti-Semite.

In his final years, Grass also criticized some major politicians and heads of state, including the former US President George W. Bush for his use of religion and religious terms as a pretext to justify the so-called “war on terror.”

MS/HMV/SS

PressTV-German anti-Israeli writer dies at 87.

Diaz

La sentenza della Corte Europea, ha avuto ampio spazio sui media. Tutti (o quasi) concordi nel denunciare la gravità di quanto avvenuto e le responsabilità della polizia. Eppure la Corte si è limitata a “ratificare” quanto affermato dai magistrati italiani nelle sentenze dei processi Diaz e Bolzaneto.

Ma quando il 5 luglio 2012 la Cassazione confermò le condanne, i principali editorialisti criticarono la sentenza. Vi fu anche chi, giornalista democratico, scrisse che tali condanne erano “ forse giuste ma certamente inopportune”. Il senso era chiaro: la ragione di Stato avrebbe dovuto prevalere. Se fosse stato per i vertici della politica e delle forze dell’ordine oggi avremmo ancora alla direzione dei nostri servizi di sicurezza qualche dirigente di polizia coinvolto nella notte cilena.

Diaz

Pressenza – Diaz.