8 March: Palestinian women in Israeli jails

Since Israel occupied the West Bank, East Jerusalem and Gaza Strip in 1967, an estimated 10,000 Palestinian women have been arrested or detained under Israeli military orders.

The majority of Palestinian women prisoners are subjected to mental pressure and torture through the process of their arrest. Beatings, insults, threats, sexual harassment and humiliation are all used by Israeli interrogators to intimidate women and force confessions. Harsh imprisonment conditions, such as the lack of fresh air, sunlight, cold damp cells in the winter and overheated cells in the summer, insects, dirt and overcrowding, combined with stress, poor diet and isolation from families all negatively impact on women’s health.

Pregnant prisoners transferred to the hospital to give birth are typically chained to their beds until they enter delivery rooms, and shackled once again minutes after delivery.

In the last 45 years, more than 800,000 Palestinians have been detained under Israeli military orders – around 20 per cent of the entire Palestinian population of the Occupied Palestinian Territory.

Shireen Issawi

“They think they can taunt our nerves, but we are strong and we will win, and Samer will receive his freedom.”

Shireen, her four brothers, and her sister, have all been held in Israeli detention at some time or another. Her brother Samer has currently been on hunger strike for over 200 days in protest at his incarceration, and Shireen was arrested in December 2012 whilst trying to attend his court hearing. Another of her brothers, Medhat, is also currently imprisoned – he was arrested in May 2012 whilst participating in a peaceful march against the political imprisonment of Palestinians. In 1994 her brother, 16-year old Fadi, was killed by live Israeli gunfire at a protest in Issawiya.

Hana Shalabi

Under Administrative Detention, Palestinians can be held indefinitely without charge or trial. Hana Shalabi was released from over two years in administrative detention on 18 October 2011, as part of a prisoner exchange deal. Hana was re-arrested less than four months later on 16 February 2012. She endured a 43-day hunger strike in protest at being imprisoned again without charge, which ended after international pressure against her detention. In violation of the Geneva Convention, Israel exiled her to Gaza.

Reema Oleyyan Awad

Reema and her 18-month-old daughter Qamar were arrested in January 2013 whilst trying to access Palestinian land in the south Hebron Hills, which has been illegally confiscated by the Metzpeh Yair settlement outpost.

Kifah Awni Othman Qatash

In 2005 Kifah Qatash stood for municipal elections on the Change and Reform list. Kifah was held for  368 days in detention without charge or trial, based on secret evidence not available to her or to her lawyers. Kifah suffers from numerous health problems, and her health was put at extreme risk during her interrogations and detention.

thanks to: Palestine Solidarity Campaign

Movi(e)ng to Gaza

Una produzione: Teleimmagini
Lunghezza: 72 minuti
Formato: Hd/colore
Nazionalità: Italy-Palestine

MOVIENG TO GAZA è un progetto per la realizzazione di un film collettivo. L’obbiettivo è descrivere Gaza attraverso la vita quotidiana di personaggi, caratterizzata da piccoli ma profondi segni di resistenza. Il film sarà realizzato da videomakers italiani e palestinesi, condividendo idee, storie, visioni e competenze tecniche.
Non un film su Gaza, ma con Gaza.
Una striscia di terra distrutta dalle continue guerre, una prigione a cielo aperto di cui parlano tutti i giornali ma che nasconde complessità e diversità che non sono ancora state raccontate.

CONTESTO

La Striscia di Gaza è dal 2007 sotto il controllo politico di Hamas, considerata dalle Nazioni Unite un’organizzazione terroristica. Da questo momento gli Stati Uniti, il Canada e l’Unione Europea hanno congelato tutti gli aiuti allo Stato Palestinese. Israele ha inoltre posto un embargo sulla Striscia e permette solo ad una quantità ridotta di aiuti umanitari e ospedalieri di entrare ed escludendola dal libero mercato, causando così una forte crisi energetica ed economica.

Sinossi
Il film si svolge nell’arco di una giornata. Nello scorrere naturale del tempo i personaggi mostrano attraverso le loro azioni la semplice complessità della vita della Striscia, fatta di gesti normali in un contesto che non ha nulla di normale. I personaggi verranno seguiti nello svolgersi della loro attività/arte specifica e all’interno del loro contesto familiare, lavorativo e sociale.

Metodo Narrativo
Pensiamo che per questo progetto sia sbagliato scrivere una sceneggiatura ferrea, ovvero stabilire in maniera chiusa lo svolgimento del film. Cercando di costruire una narrazione immaginata a tavolino, ricostruendo dialoghi che poi andrebbero tradotti in arabo, rischiamo di incappare fin da subito in un errore sostanziale, cioè l’interpretazione artefatta e eurocentrica della realtà di Gaza. Vogliamo che siano i palestinesi a raccontarsi, attraverso le loro azioni e attraverso dei dialoghi naturali che possiamo cogliere dalle loro conversazioni tra familiari, amici, persone per strada.

Personaggi
Il film si compone di molteplici personaggi per raccontare in maniera esaustiva la complessità della realtà di Gaza. Donne e uomini, giovani e anziani, benestanti e poveri: un mosaico di umanità, ogni persona rappresentata attraverso la sua tensione specifica.
L’ anziano contadino della Buffer Zone che coltiva la sua terra tra i colpi sparati dai soldati, il rapper che si esprime con la musica.
La giornalista agiata, chiusa nel suo microcosmo, per cui i social network sono una finestra sul mondo, la tessitrice della cooperativa di donne, la cui forza è la collettività.
I ragazzi che praticano il parkour durante I bombadamenti, i pescatori in un mare di sole 6 miglia, la donna che ha perso casa e marito nell’ultima guerra. E molti altri ancora.
Uomini e donne che resistono, capaci di tenerezza e sorrisi, determinati a non soccombere a condizioni di vita che ai nostri occhi appaiono impossibili.

NOTE DI REGIA
Raccontare la vita di Gaza City con un affresco corale, fatto di vari personaggi e situazioni, ripresi nel classico stile dell “observation movie”.
Senza dialoghi ricostruiti, ma solo intercettati dal mezzo cinematografico, a seconda di cosa succede nella realtà. Quadri per lo più fissi, utilizzando il limite dell’ inquadratura per rappresentare l’impossibilità per i nostri personaggi di superare i confini che accerchiano la striscia di Gaza.
Uno stile senza simboli, ma fatto di immagini, di realtà, di tempo.
Le leggi del movimento e della riorganizzazione del tempo in questo film non devono essere sostituite dalle leggi del tempo scenico, imposto dalla sceneggiatura.
Si tratta di scegliere e unire brani di fatti in successione, relativi alla vita dei nostri personaggi e che raccontino il contesto, ed essere in grado di vedere e di sentire quali sono i nessi, cosa li unisce indissolubilmente.
Il cinema è libero di avvalersi di qualsiasi fatto disseminato nell’arco temporale che ha scelto, può estrapolare dalla vita qualsiasi cosa.

Production plan/time of delivery

Scrittura progetto gennaio/febbraio 2012
Sopralluoghi aprile/maggio 2012
Promozione e prima raccolta fondi febbraio 2012/ febbraio 2013
Riprese febbraio/marzo 2013
Posproduzione aprile/ottobre 2013
Seconda raccolta fondi marzo 2013/ dicembre 2013
Promozione festival ed eventuale distribuzione da dicembre 2013

Business Plan
Scrittura progetto e sopralluoghi, 4.500 euro già ricavate con found raising e investite.
Riprese 6.000 euro già parzialmente ricavate con found raising e investite.
Post-produzione, promozione, distribuzione, contributi ai partner locali 15.000 euro da ricavare con found raising

Presentazione Teleimmagini

Teleimmagini è una factory di videomakers (nata nel 2000 a Bologna), che ha sempre lavorato nell’ambito della comunicazione indipendente.
Attraverso una condivisione di risorse, saperi e conoscenze tecnologiche, Teleimmagini realizza produzioni audio-video per il web, corsi di formazione sulla comunicazione, organizza eventi e cineforum, realizza inchieste, documentari e fiction.
Ha realizzato cineforum e incontri con i più importanti personaggi del cinema a Cuba; in Venezuela ha collaborato con il canale Vivetv.
Nel contesto del conflitto colombiano, dove è stata attiva per 4 anni, ha prodotto documentari sul narcotraffico e sul paramilitarismo. Nel 2005 ha fondato la Scuola di Comunicazione Popolare Alberto Grifi , uno spazio di formazione per offrire a persone da sempre escluse dal panorama della comunicazione, la possibilita di comunicare con i media mainstream.
Nel 2009 e’ attiva in Messico, dove realizza workshop nelle comunità indigene nello stato di Oaxaca. Nel 2010 la Scuola di Comunicazione ha fatto i suoi laboratori a Smira, una piccola comunità contadina in Marocco.

In Italia ha prodotto differenti inchiesta:

2011
– doc La Fabbrica dei Clandestini Capitolo 1: Il Campo sulla Manduria Oria
– doc La Fabbrica dei Clandestini Capitolo 2: Ventimiglia

2010
– doc Via Padova è Meglio di Milano , in collaborazione con Nicola Angrisano
– doc Un pò di petrolio, con InsuTv
2009
– doc Paisà – Storie di Migranti in Campania , di Manolo Luppichini, Claudio Metallo, Jacopo Mariani

2008
– doc Fratelli di TAV , di Manolo Luppichini, Claudio Metallo

2006
– doc Mercancia , di Andrea Zambelli

Partner:
Teleimmagini, Visual Communication Project, Umanità Nova, Coop Trasparenze, Palestinian Center for Humans Rights, Spa XM24, Loa Acrobax, Cs PaciPaciana, FreePalestine, Union Palestine Women Comitee, Torneo del Fubal Popolare Mirko Burgio, Kanaan Media Network , Centro Italiano di Scambio Culturale -VIK

Profilo degli Autori del Progetto

Andrea Zambelli

Lavora sui documentari di creazione dal 2000, come regista e direttore della fotografia.
Dal 2001 collabora sul territorio bergamasco con diversi registi teatrali e con la Lab80Film, con cui ha realizzato diversi documentari.
Nel 2003 lavora come assistente alla regia sul film “Dopo mezzanotte” di Davide Ferrario, collaborazione che continua poi nel 2005, quando effettua le riprese per la parte girata in Moldavia di “La strada di Levi”.
Il suo film più importante, “Di madre in figlia” (2008), è stato l’unico documentario italiano selezionato al Toronto International Film Festival 2008. Ha girato documentari in Palestina, Libano e Colombia, alcuni dei quali nell’ambito di progetti di formazione di gruppi di informazione indipendente in territori di conflitto.
Nella filmografia spiccano:
From Mother to Daughter (orig. title “Di madre in figlia”, 2008, 82’)
Toronto International Film Festival 2008 / Torino Film Festival 2008 – section “Lo Stato delle Cose” –
Premio “Maurizio Collino” / Piemonte Movie 2009 / Bergamo Film Meeting 2009 / Terra di Cinema
Tremblay-en-France 2009 / Uruguay International Film Festival 2009 – section “Focus Italia” / Kansas
City Filmakers Jubilee 2009 / Filmfest Munchen 2009 / Villerupt Italian Film Festival – Special
Event / 29th Amiens International Film Festival 2009 / Women’s World Film Festival Germany –
official selection / Rencontres du Cinema Italien de Toulouse 2009 / rassegna “Histoires d’It: le
nouveau documentaire italien” (Institut Culturel Italien de Paris) / Mantova Film Fest 2009 – 1st prize “Luoghi e storie per il cinema”

Mercancìa (2006, 23′ documentary)
Festival Fiaticorti 2006 – 1st prize section “dossier” / CortoImolaFestival 2006 – 1st prize section “documentari” / Tekfestival 2007 – 2nd prize section “AAMOD” / Festival Cinemambiente 2007 – 2nd prize section “documentario italiano”

Deheishe refugees camp (2002, 29′ documentary)
Cortopotere 2002 – 1st prize / Tonicorti 2002 – 1st prize

Farebbero tutti silenzio (2001, 28′ documentary)
Genova film festival 2002 – 2nd prize

Nicola Grignani

video/maker e tra i fondatori del collettivo video Teleimmagini. Dal 2002 Con Teleimmagini
realizza vari reportage e documentari sul tema dei migranti in italia e partecipa a progetti di comunicazione
e solidarietà internazionale in Colombia.
Nel 2007 inieme al regista Filippo Ticozzi realizza la serie di documentari in Cile “Il paese sottile” produzione MarcopoloTv,Sky Italia.
Nel 2008 filma “Historias de Guatemala” documentario di 52 min sulla situazione dei diritti umani
nel paese Centroamericano e partecipa successivamente al festival del Cinema Politico a Buenos Aires
e al Festival Latinoamericano di Trieste.
Nel 2010 è autore insieme a Claudio Metallo e Mico Meloni di “Un pagamu, la tassa della paura”
storie di persone che hanno deciso di ribellarsi al pizzo a Lamezia Terme.
Il documentario pattecipa e vince alcuni festival in italia
Efebo Corto – Premio Miglior Documentario (2012), Sila Film Festival a Roma – Premio Impegno Antimafia (2012), Val Bormida FilmFestival – Premio Miglior Documentario (2011), Film Festival di Ghedi – Premio Miglior Documentario (2011), Trani Film Festival – Menzione Speciale della Giuria (2011)
Oltre alla regia si occupa della fotografia e delle riprese di alcuni documentari. “Un cammino lungo un giorno”(Guatemala 2010, di Filippo Ticozzi). “Lugo: desafio paragayo”(Paraguay 2012, di Anna Recalde Miranda)

Luca Scaffidi

Videomaker, direttore della fotografia, esperto in comunicazione sociale e web-communication nato a Milamo il 1978 e residente a Roma. E’ tra i fondatori del collettivo di filmaker Teleimmagini, realizzando cortometraggi,reportage,inchieste e laboratori sulla comunicazione. E’ tra gli animatori di progetti quali Indymedia, NewGlobalVision e Telestreet (vincitori del premio Prix Ars Electronica). Realizza progetti sulla comunicazione in Colombia, Cuba, Venezuela. Firma la fotografia del lungometraggio indipendente “Teleaut, ultima trasmissione”, di videoclip (Radici nel Cemento), di spot, video industriali, cortometraggi e reportage (“GreenJobs” per il canale Raines24). Nel 2013 è tra i vincitori del progetto della comunità europea EURO MED Youth, in qualità di docente, sulla realizzazione di web-doc da tenersi a Nablus,Palestina. Nel 2013 realizzera’ corsi per l’Istituto europeo del Design.

Valeria Testagrossa

Videomaker, fotografa e giornalista. Il suo percorso artistico comincia con la fotografia di reportage. Nel 2010 frequenta un master in giornalismo multimedia alla University of Westminster di Londra, con specializzazione in produzione di documentari. In quell’anno comincia a lavorare come reporter e film-maker per il quotidiano Inglese TheGuardian. Nel 2011 il suo team vince il One World Media Award come miglior articolo di notizia internazionale, per una investigazione sul tema della migrazione.
Dal 2012 lavora come film-maker per una televisione catalana a Barcellona, sviluppando parallelamente progetti di comunicazione indipendente.

Sandro Di Fatta

Studia arte e  fotografia, frequenta a Roma l’ Istituto Europeo di Design si dedica esclusivamente alla fotografia di reportage, con particolare attenzione all’indagine sociale e alla descrizione ambientale. Ha pubblicato i suoi reportage su testate a livello internazionale, ha collaborato con “Humans Rights”, ha pubblicato  Vietnam 30 anni dopo, Oronero, The Red March e H2asia.

Hussien Amody

Giornalista e coordinatore locale per varie agenzie di notizie e fondazioni globali.
Ha seguito la guerra come foto-reporter freelance e fixer, lavorando con molti giornali e televisioni internazionali.
Vive nella striscia di Gaza e conosce tutti i movimenti politici locali. Conosceva molto bene Vittorio Arrigoni lavorando con lui nell’International Solidarity Movement (ISM).
Dopo la morte di Vittorio ha aperto assieme a Meri Calvelli Il Centro italiano Per Scambi Culturali Vik (VIK).

Silvia Procopio

Laureata al DAMS dell’università di Bologna con una tesi di laurea sviluppata a Bali (Indonesia) con uno studio sul ruolo della donna nel teatro, ho sviluppato un percorso artistico centrato nell’ambito degli studi visuali e documentaristi.
Nel 2004 entra a far parte della VISUAL COMMUNICATION PROJECT, un network europeo di artisti visuali, con la quale sviluppa progetti in Messico, Cuba, Colombia e Marocco legati alla documentazione di progetti per ONG, soprattutto organizzando corsi di comunicazione popolare con la SCUOLA DI COMUNICAZIONE POPOLARE ALBERTO GRIFI.
Dal 2009 vive a Berlino, città in cui ha frequentato un Master in Antropologia Visuale e dei Media alla Freie Universität sviluppando una tesi finale sui movimenti di base ecologisti.
Dopo il Master ha aperto una sede della VISUAL COMMUNICATION PROJECT fondando uno studio di produzione e post-produzione video.

Viktor Bošnjak

Registrazioni Audio in presa diretta
Nato a Linz, in Austria, da lavoratori emigrati dalla ex Jugoslavia. Affrontando fin dall’infanzia il pregiudizio verso i migranti ha sviluppato l’interesse per le problematiche sociali.
Nel 2001 ha terminato il corso per “Sound Engineer” alla SAE, School of Audio Engineering, a Vienna. Fra il 2000 ed il 2005 ha costruito diversi impianti audio (PA), organizzato oltre 70 eventi di musica elettronica in tutta l’Austria e prodotto 2 dischi poi venduti in 1000 copie in tutta Europa.
Dal 2008 si occupa di dirigere la registrazioni audio in presa diretta e la post-produzione del suono per diversi reports, documentari, spot e film.
Da citare “Un Po di petrolio” (2011, selezionato da Cinemambiente Film Festival, di Torino), “La fabbrica dei clandestini” (2011), “Marchionne in Fonderia” (2011), “Figli di Fiat” (in produzione) e “Afreaks, mission is possible” (in produzione).
Ama il lavoro preciso e meticoloso e crede nel lavoro di gruppo, come occasione per condividere saperi e problematiche. Dal 2011 decide di intraprendere la collaborazione con SMK Videofactory come responsabile di presa diretta audio.
Parla tedesco, serbo/bosniaco/croato, inglese, francese, italiano ed esperanto.

Isabella Urru

Riprese, montaggio e post-produzione video
A Dublino, a 18 anni, ha sperimentato per la prima volta la fotografia.Cresciuta con la passione per il viaggio, nel 2003 dopo la laurea in Culture e Tecniche del costume e della moda, si trasferisce in Olanda per lavorare come grafico di collezione (Karl kani e Kani Lady) presso l’azienda di moda Urbantrend.
Nel 2007 consegue il diploma come Film Designer presso l’ Istituto SAE di Amsterdam intraprendendo la strada del documentario.Nel 2008, lavora in Austria come co-regista del film “I Nix Kanak”, sulla condizione degli stranieri e i rifugiati a Linz, in collaborazione con Caritas Austria.
Attualmente sta lavorando su un nuovo soggetto documentaristico “Afreaks, mission is possible”, reportage critico girato tra Marocco, Mauritania, Mali e Burkina Faso.
In collaborazione con “Azione Climatica” di Bologna, “InsuTv” di Napoli e “Teleimmagini”, nel 2010 lavora come co-regista ed editor al mediometraggio “Un Po di petrolio. Il disastro ambientale volutamente rimosso dalla cronaca”.All’interno della Smk Videofactory si occupa di riprese, montaggio e post-produzione video.

Alberto Mussolini

Laureato al DAMS dell’università di Bologna con una tesi di laurea sulle esperienze dei nuovi linguaggi visuali attraverso i media indipendenti italiani, ho sviluppato competenze tecniche e organizzative nell’ambito di prodotti multimediali, dall’ideazione alla post-produzione.
Ho lavorato presso istituzioni italiane, olandesi e tedesche come l’Accademia delle belle arti di Carrara, il festival Transmediale di Berlino e il DEAF di Rotterdam. Sono tra i fondatori di Teleimmagini, laboratorio audiovisivo sperimentatore di nuove pratiche di comunicazione attraverso la rete, l’etere ed anche spazi sociali.
Attualmente lavoro come tecnico per la copertura di eventi con la Kreative lab di Milano e la creazione di webdoc multimediali e corsi di formazione. Nel 2013 attraverso un progetto della comunità europea EURO MED Youth, in qualità di docente, realizzerò un web-doc a Nablus, Palestina.

Contatti:
sito web: moviengtogaza.indivia.net
facebook.com/moviengtogaza
twitter.com/MoviengtoGaza
flickr.com//photos/moviengtogaza
mail: moviengtogaza@onenetbeyond.org

Sostieni il film, partecipa al progetto di finanziamento tramite la piattaforma produzionidalbasso.

The 9th Annual Israeli Apartheid Week 2013

Nona Settimana della Israeli Apartheid (febbraio – marzo 2013)

 Follow us:      Twitter      Identi.ca

 

 

Siamo entusiasti di annunciare la nona settimana dell’Apartheid Israeliano (IAW) che avrà inizio alla fine di febbraio in Europa per trasferirsi poi in vari altri paesi durante il mese di marzo.

La Israeli Apartheid Week è composta da una serie di eventi annuali di carattere internazionale (manifestazioni, conferenze, spettacoli culturali, proiezioni di film, mostre multimediali e boicottaggio di Israele) che si tengono in città e campus universitari in tutto il mondo. La IAW dell’anno scorso è stato un incredibile successo, con oltre 215 città partecipanti in tutto il mondo.

La IAW si propone di sensibilizzare l’opinione pubblica sulle politiche israeliane di apartheid nei confronti dei palestinesi e di costruire un sostegno per la crescita della campagna BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni contro Israele).

Per andare incontro ai differenti programmi universitari nelle città di tutto il mondo, la settimana della IAW si svolgerà in tempi diversi, ma comunque compresi tra i mesi di febbraio e marzo. Ecco un elenco di date per le regioni confermate finora:

Europa: 25 febbraio-10 MARZO
Palestina: 8-15 MARZO
Stati Uniti: 04-08 MARZO
Canada: 04-08 Marzo
Sud Africa: 11-17 Marzo

Se volete organizzare alcuni eventi e far parte dell’Israeli Apartheid Week nella vostra università o città vi preghiamo di mettervi in contatto con noi scrivendo a iawinfo@apartheidweek.org. Inoltre ci trovate anche su Facebook e Twitter.

Come puoi partecipare alla IAW

IAW offre a persone di tutto il mondo l’opportunità di partecipare a qualcosa di veramente globale. Se si desidera partecipare e organizzare un proprio evento o azione IAW fateci sapere in che modo possiamo condividere con voi i principi della IAW e le modalità organizzative. Di seguito alcuni modi utili per essere coinvolti attivamente:

  1. Organizzare la proiezione di un film
    Per maggiori informazioni o per suggerimenti contattarci all’indirizzo iawinfo@apartheidweek.org
  2. Organizzare una conferenza, un laboratorio, una manifestazione o protesta
    Ci sono molti oratori che vanno da accademici, politici, sindacalisti e attivisti culturali che possiamo suggerirvi per ospitare in un vostro evento. Contattateci e vi metteremo in contatto con loro. 
  3. Organizzare un’azione BDS
    Organizzare con gli altri una azione pratica di boicottaggio nei confronti di Israele o presentate una mozione BDS presso il vostro consiglio degli studenti, comune etc.
  4. Unirsi a noi on-line
    Aiutarci a diffondere la Israeli Apartheid Week
  5. Essere creativi
    Siate creativi! Attirate l’attenzione sull’apartheid israeliano con un finto muro dell’apartheid israeliano o un Checkpoint, un flash mob, un concerto o la lettura di poesie, con il teatro di strada, etc.

Info
Calendario iniziative

 

Fiat SpA, Fiat Industrial e Finmeccanica traggono profitti dall’occupazione sionista e sono complici dell’economia di guerra israeliana

Dalla relazione del sito canadese Coalition to Oppose the Arms Trade (COAT), estrapoliamo i dati relativi alle collaborazioni delle aziende italiane con Israele finalizzate a trarre profitti dall’occupazione militare sionista.

Fiat SpA

Con un patrimonio di 94 miliardi di dollari, la Fiat è la più grande produttrice di auto in Italia, e la sesta più grande al mondo. Anche se Fiat è l’acronimo di Fabbrica Italiana Automobili Torino, la parola ha un significato in latino, ed è “sia fatto”.

Nel linguaggio moderno, fiat può significare un ordine arbitrario, un decreto o un editto emanato da un governante autoritario. Tutto ciò è appropriato perché durante la seconda guerra mondiale, la Fiat ha fabbricato blindati, carri armati leggeri, aerei da combattimento, sottomarini, mitragliatrici e altre armi, non solo per il regime fascista di Mussolini, ma anche per le forze naziste di Hitler.

Fiat Chrysler e le Jeep israeliane

Nel 2009, la Fiat ha iniziato ad acquistare azioni di Chrysler, una produttrice di auto statunitense che era in gran parte detenuta da Daimler dal 1998. Dal gennaio 2012, la quota della Fiat in Chrysler è del 58,5%. La Fiat, tuttavia, ha detto che intende aumentare la sua partecipazione in Chrysler al 70%.

Chrysler ha fornito jeep ai militari israeliani a partire dal 1990. Questi veicoli militari sono basati sulle “Jeep Wrangler” di Chrysler. In Israele, queste jeep, chiamate “Storm” (o “Sufa” in ebraico), sono il cavallo di battaglia delle forze di terra dell’esercito israeliano.

L’ultimo affare di Chrysler ha raggiunto un traguardo nel mese di agosto 2011, quando la prima delle circa 550 jeep “Storm 3” sono state consegnate all’esercito di Israele. Un evento celebrativo per commemorare questa occasione è stato descritto dal giornalista automobilistico Bill Cawthon. Egli ha riferito che il generale di brigata Haim Rubin, capo della forze di terra della Brigata tecnologica delle Forze di Difesa Israeliane (IDF), ha lodato quest’ultima generazione di jeep Chrysler dicendo che è “un eccellente strumento che soddisfa le esigenze della IDF.”

Un mese dopo, la rivista “Israel Defense” ha riferito che il “Veicolo di pronto intervento, una versione da pattugliamento della jeep ‘Storm 3’ … è recentemente entrato in uso operativo” “in un certo numero di unità di forze speciali [dell’IDF, l’esercito israeliano].”

Come dimostra la fotografia di una brochure promozionale per il modello di pattugliamento/ricognizione delle “Storm 3”, questo veicolo è “particolarmente adatto ad essere equipaggiato di mitragliatrici varie o attrezzature con supporti speciali.”

Il sito israeliano Ynetnews, ha riferito che l’operazione “Storm 3” ha un valore di circa 36 milioni di dollari, di cui 23 di aiuti militari USA. Questo, ha detto, è stato “il contratto più costoso per l’acquisto di un veicolo israeliano senza blindatura ad essere firmato dal Ministero della Difesa [israeliano].”

L’affare “Storm 3” ammonta ad un prezzo unitario di circa 65.000 dollari. Questo è notevolmente superiore a quello del contratto per la precedente jeep nel 2002. A quel tempo, l’esercito israeliano ha ordinato 1500 jeep “Storm 2” per 70 milioni di dollari, per un prezzo unitario di circa 47.000 dollari. Nel report sul precedente accordo, con DaimlerChrysler, il notiziario d’economia israeliano Globes ha sottolineato che “aiuti militari statunitensi probabilmente finanzieranno la maggior parte del affare.”

Per quanto riguarda l’ultima acquisizione dell’IDF di jeep Chrysler, Globes ha riferito che i veicoli sono stati “costruiti su specifiche IDF” e pagati da un “aiuto militare degli Stati Uniti ai fondi d’Israele.” E ‘stato, riferisce sempre Globes, “un affare complicato … [che] comprende l’acquisto di kit negli Stati Uniti, da mettere insieme e armare in Israele.” Secondo le parole di Cawthon, Chrysler ha spedito “i veicoli a Israele come kit completamente smontati”, che sono stati poi assemblati da una società israeliana di stanza a Nazareth, chiamata Automotive Industries Ltd. (AIL).

Il processo di sviluppo della “Storm 3” è stato una collaborazione tra Chrysler, l’IDF e AIL. Cawthon lo descrive dicendo che nel corso del 2009, “Chrysler ha inviato tre prototipi per la verifica da parte della IDF.” Questi “veicoli sono stati guidati per decine di migliaia di chilometri” per vedere come avrebbero dovuto essere modificati per soddisfare le esigenze di IDF. Chrysler ha poi costruito i componenti per la jeep su ordinazione e li ha spediti in Israele per l’assemblaggio di AIL.

Uno dei componenti più cruciali della jeep “Storm 3”, il suo motore, è realizzato da VM Motori SpA. E’ posseduta al 50% da FPT Industrial, una controllata di Fiat Industrial.

Fiat Industrial

La società italiana, con un patrimonio di 49 miliardi di dollari, ha iniziato l’attività il 1 ° gennaio 2011, quando è stata scorporata da Fiat SpA. Tutte le tre controllate di Fiat Industrial (FI) hanno legami con il complesso industriale militare di Israele e/o con l’occupazione illegale della Palestina.

(1) Iveco

Questa società interamente controllata da FI, fabbrica camion per l’esercito e ha collaborato con i maggiori produttori di armi israeliani. Per esempio, alcuni dei suoi veicoli militari sono dotati di torrette per armi telecomandate costruite dalla più grande industria israeliana di guerra, la Elbit Systems.

Altri veicoli militari Iveco sono equipaggiati con il sistema mobile di sorveglianza costiera. Il suo radar, in grado di rilevare piccoli bersagli in mare, è costituito da Elta, una filiale di Israel Aerospace Industries (IAI). IAI è la seconda più grande impresa militare di Israele. (Vedere “Industrie belliche israeliane di proprietà dello Stato “.)

(2) CNH Global

FI detiene l’ 89,3% di questo produttore olandese di macchine per l’agricoltura e l’edilizia. Il sito “Who Profits from the Occupation” riporta che i veicoli da costruzione realizzati da CNH Global (Fiat Kobelco) sono stati utilizzati per costruire il muro di separazione israeliano, i posti di blocco e gli insediamenti illegali nei territori occupati della Cisgiordania. E, osserva, delle attrezzature Fiat sono state “usate per sradicare gli alberi dalla terra palestinese in Cisgiordania.”

La pagina web di “Who Profits” su CNH Global ha un collegamento video a YouTube descritto così: “I macchinari Fiat Kobelco utilizzati per la costruzione del muro di separazione.” Questo video, registrato nei pressi di Ni’lin, una città vicino a Ramallah, nella Cisgiordania occupata, documenta una manifestazione del 2008 in cui c’erano palestinesi ed ebrei uniti per protestare contro la costruzione del muro di separazione israeliano. Nella clip, si vede un escavatore cingolato Fiat-Hitachi EX355 dietro una barriera con filo spinato che transenna il cantiere del muro. Quando i manifestanti si sono avvicinati al sito, le truppe israeliane hanno sparato almeno due dozzine di lacrimogeni contro di loro.

Durante la loro lunga lotta contro l’occupazione israeliana, centinaia di residenti di Ni’lin “sono stati feriti, decine sono stati arrestati” e molti sono stati uccisi dalle forze israeliane.

(3) FPT Industrial

Questa filiale di FI, che realizza i motori per i veicoli prodotti da Iveco e Fiat SpA, detiene ora il 50% di VM Motori SpA, che è un produttore italiano di motori diesel. I suoi motori da 2,8 litri e 156 cavalli di potenza equipaggiano le ultime jeep utilizzate dai militari di Israele e dalla polizia, le jeep “Storm 3”. Queste jeep, assemblate in Israele, sono fabbricate da Chrysler che ora è in gran parte di proprietà di Fiat SpA. I motori di VM Motori sono utilizzati anche nelle jeep blindate israeliane chiamate “Sufa [o Storm] 2”.

Finmeccanica

Finmeccanica è stata costituita nel 1948 dalla fusione di tutte le aziende meccaniche e della costruzione navale di proprietà dello Stato che erano stati acquisiti dal governo fascista in Italia dal 1933 attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale.

Ora, con oltre 42 miliardi di dollari in attività, Finmeccanica è la più grande industria d’Italia ad alta tecnologia. Ancora in parte (30%) di proprietà delle amministrazioni pubbliche italiane, i ricavi militari dell’impresa hanno superato i 14,4 miliardi di dollari nel 2010, il che la rende l’ottava industria bellica più grande del mondo. Finmeccanica ha costantemente scalato questi ranghi dal 2000, quando era la ventottesima industria bellica più grande del mondo. Realizzando tutto, da aerei da guerra completi ed elicotteri ai satelliti e all’elettronica per molti sistemi d’arma, quasi il 60% del suo fatturato è legato all’ambito militare.

Le vendite di Finmeccanica al governo degli Stati Uniti sono quasi interamente correlate al militare. Tra il 2000 e il 2009, ha avuto contratti con il governo degli Stati Uniti per un valore di 10,9 miliardi di dollari. Di questi, 10,8 miliardi di dollari (99%) sono stati con clienti militari, in particolare l’Esercito (67%), l’Air Force (16%) e la Marina (9%). Negli anni 2000, Finmeccanica è stata sulla lista dei top 100 del Pentagono due volte, nel 2008 e nel 2009, quando si classificò rispettivamente ventitreesima e ventiseiesima.

Una delle unità di Finmeccanica, Selex Galileo, sta fornendo il suo radar Gabbiano per le due versioni di un Unmanned Aerial Vehicle israeliano (UAV, veicolo aereo senza pilota, il drone, ndt). Questi droni, l'”Hermes” 450 e 900, sono fatti da un’industria bellica al top di Israele, la Elbit Systems. L'”Hermes” 450 è stato progettato per missioni tattiche fino a 20 ore, mentre la più grande è la versione “Hermes” 900 che può volare per 30 ore senza rifornimento. Oltre a utilizzare l'”Hermes” 450 per la ricognizione/sorveglianza delle operazioni, l’Air Force israeliana li ha dotati di missili per attacchi aerei, tra cui omicidi politici. L’uso di Israele di questi droni armati comprende numerosi attacchi su Gaza, così come contro il Libano (2006) e Sudan (2009). L’israeliano “Hermes” 900 sarà presumibilmente anche armato per tali missioni.

Finmeccanica è l’appaltatore principale in Italia coinvolto nella costruzione degli F-35 “Joint Strike Fighter”, per cui Israele è previsto che ne riceva dal prime contractor, Lockheed Martin (LM). (Cfr. LM nella tabella “Investimenti CPP.”). Tre unità di Finmeccanica sono coinvolte:

(1) SELEX Galileo sta costruendo i sistemi di puntamento elettro-ottici per dirigere le armi a guida laser degli F 35.

(2) SELEX Communications sta realizzando il sistema radio UHF (Ultra High Frequency) per gli F-35, le macchine pe la navigazione, i pannelli della cabina di guida ed il sistema di illuminazione.

(3) Alenia Aeronautica sta progettando e producendo le ali per gli F35.

Nel mese di febbraio del 2012, il Ministero della Difesa israeliano ha annunciato un accordo da 1 miliardo di dollari per acquistare 30 M346 “Master”, jet da addestramento al combattimento avanzato di Alenia Aeronautica di Finmeccanica.

Finmeccanica ha da tempo collaborazioni con industrie militari israeliane. Già nel 1999, Agusta un’azienda Finmeccanica stava collaborando con l’industria aerospaziale israeliana (IAI). (Vedere IAI in “Industrie belliche israeliane di proprietà dello Stato“.) La collaborazione di Finmeccanica era con la Divisione Tamam di IAI sugli “Helicopter ATAK” della Turchia.

SELEX Communications di Finmeccanica ha annunciato nel 2010 di aver integrato la tecnologia wireless di rete a banda larga dell’israeliana Maxtech Ltd. in un dispositivo portatile di comunicazione radio per offrire voce, dati e video messaggi per gli utenti militari. Maxtech produce il Snipetech “Sistema di coordinamento Sniper” Snipetech e riferisce che i suoi clienti sono “forze speciali e unità delle Forze di Difesa israeliane SWAT [armi speciali e Tattiche].”

 

thanks to:

Indignez-vous!

L’ultima intervista video di Stephane Hessel, il padre letterario del movimento nato in Spagna e scomparso il 27 febbraio, è contenuta in un film che ripercorre la memoria di Vittorio “Vik” Arrigoni, l’attivista filo-palestinese ucciso a Gaza il 15 aprile 2011: “Restiamo Umani – The Reading Movie“. Le sue parole sono un testamento filosofico: “Non dobbiamo permettere di farci travolgere da qualsiasi forma di disumanità ed essere determinati ad esprimere la nostra indignazione di fronte ai crimini e alla violazione dell’umanità”. Un messaggio che travalica i confini israelo-palestinesi e si rivolge ai ragazzi di tutto il mondo. Così come aveva fatto con la sua fortunata pubblicazione, “Indignez-vous!”, pamphlet rivolto alle giovani generazioni venduto in oltre quattro milioni di copie in circa 100 nazioni. “Restiamo Umani – The Reading Movie” ha 19 capitoli per 19 lettori, da Brian Eno a Noam Chomsky. L’opera è prodotta in collaborazione con i lettori. La metà del budget necessario alla produzione è stato diviso in 4.500 quote da 10 euro l’una. Per sottoscrivere cliccate qui

Storie da Gaza: “Spero di essere sepolto a casa mia, a Isdod” ‘‘I hope I will be buried in my home, Isdod’’

L’ottantacinquenne Mohammed Timan di anni ne aveva 19, quando, il 20 dicembre 1948, lui e la sua famiglia furono stati costretti a lasciare la loro casa a Isdod, conosciuta oggi come Ashdod. Vittime della Nakba (la “catastrofe”), essi fuggirono assieme all’intero villaggio di 8500 abitanti. Da un po’ di tempo a Isdod arrivavano centinaia di abitanti di altri villaggi, con le loro storie terribili di massacri di cui erano stati testimoni in posti quali Qibla, Basheet, Deir Yassin o la moschea di Dahmash. Non più al sicuro dalla minaccia di attacco da parte di gruppi ebraici, con l’esercito egiziano che si ritirava dalla zona, circa 30 mila persone si incamminarono per giorni, fino a raggiungere una relativa sicurezza.

Mohammed ricorda il giorno in cui la sua famiglia fu fatta sfollare: “Avevamo tanta paura di essere uccisi. Già 48 abitanti erano stati assassinati, tra loro mio fratello Ahmed, ucciso dai coloni ebrei durante la sua attività nella resistenza. Altri 15 abitanti erano stati arrestati. Io presi nota dei nomi di tutte le vittime e delle persone arrestate, che conservo ancora. Quel giorno mio padre mi mandò a parlare con il comandante egiziano, per chiedergli cosa avrebbero fatto. Non potei vederlo, ma chiesi a un soldato egiziano se sarebbero rimasti a difenderci o se si sarebbero ritirati. Mi rispose di non sapere, ma che si sarebbe informato. Entro le 4 del pomeriggio non c’era più nessun militare, e i gruppi ebraici del vicino insediamento di Nizanim erano bene armati. Avevano armi, carri armati e aerei. Noi non avevamo nulla: dovemmo andarcene”.

Il viaggio verso sud fu difficile: “L’intero paese abbandonò le proprie case: uomini, donne, bambini. Io e la mia famiglia riuscimmo a prendere solo un po’ di farina per fare il pane e qualche vestito. Passammo una notte a Hamama, una a Al-Majdal (ora nota col nome di Ashkelon) e la terza a Herbiya. Dormivamo sotto gli alberi, e avevamo paura di venire attaccati. Non avevamo cibo. Alla fine, dopo quattro giorni raggiungemmo Khan Younis, dove abitavano degli amici. Nel caos di quei giorni alcuni membri della mia famiglia si dispersero, ma a Khan Younis ci ritrovammo. I nostri amici avevano un riparo di paglia dove potemmo sistemarci, e nello stesso luogo, alcuni anni dopo, io costruii una casa. Abbiamo vissuto lì 15 anni in tutto”.

Mohammed era sposato da poco e dovette lottare per iniziare una nuova vita con sua moglie, Basima. “Trovai un po’ di lavoro nell’agricoltura, ma guadagnavo solo 10 piastre al giorno, che a quel tempo corrispondevano a un chilo di zucchero. La nostra figlia più grande, Turkiyya, nacque nel 1949: mia moglie non stava abbastanza bene da poterla allattare, così dovemmo comprare il latte da un vicino che possedeva una vacca. L’anno seguente mia madre morì, mentre stavamo ancora nella capanna di paglia. Fu una vita amara e difficile, la povertà era diffusa. Io mi davo da fare per sostenere la mia famiglia lavorando i campi e vendendo qualche prodotto. Avevo le mani ruvide e screpolate per il gran daffare. Dopo 15 anni di sofferenze, nel 1963 l’Unrwa ci fornì un ricovero presso il campo profughi di Khan Younis, dove tuttora viviamo. L’anno successivo iniziai a lavorare per una famiglia del posto che aveva un commercio di abbigliamento”.

Durante la guerra dei sei giorni del 1967 Mohammed e la sua famiglia furono costretti ad abbandonare il campo profughi per un breve periodo: “Eravamo molto spaventati. Ci spostammo nella zona di Al-Mowasi, vicino al mare, e ci nascondemmo sotto gli alberi. Dopo sette giorni gli aerei dell’esercito israeliano lanciarono dei volantini dove ci veniva spiegato di tornare al campo profughi sventolando una bandiera bianca. Tornammo lì, ma dopo la guerra mi ritrovai disoccupato. Il nostro tenore di vita era sotto zero, così il fratello e la sorella di mia moglie, che vivevano in Israele, a Lud, mi mandarono un invito a raggiungerli e mi trovarono un lavoro come operaio”.

Dopo 20 anni Mohammed tornò a nord, al luogo natio: “Quando arrivai a Lud chiesi se mi potevano accompagnare a vedere il mio villaggio. Quando rividi Isdod risi e piansi contemporaneamente: ero contento di rivedere il mio paese, e triste di vederlo occupato”. La famiglia Tuman era una famiglia di agricoltori e proprietari terrieri, proprietari di 1200 ettari di terreno vicino al villaggio, prima di essere sfollati. Mohammed lavorava la terra con i suoi quattro fratelli e con suo padre. “Girando per i campi trovai una vecchia chiave sul terreno. La riconobbi, era la chiave che serviva ad avviare il motore del pozzo, motore nel frattempo rubato. Mi portai la chiave a Khan Younis”.

Mohammed ha continuato a lavorare in Israele fino al 1978: “A quel tempo era molto facile per i Palestinesi spostarsi da e per Gaza, per lavorare in Israele. Quando mio figlio Turkiy divenne abbastanza grande, mi raggiunse lì, e ogni due settimane o una volta al mese si tornava a Khan Younis per alcuni giorni. A Gaza non ci potevo restare, mancava il lavoro. Avevo una grande famiglia – quattro figli e cinque figlie – di cui dovevo occuparmi. In quegli anni andavo spesso a visitare il mio paese, Isdod. Poi, dopo 20 anni, tornai a Khan Younis e aprii un negozio”.

Per Mohammed è doloroso parlare delle recenti offensive israeliane sulla Striscia di Gaza, l’operazione Piombo Fuso del 2008-’09, e l’operazione Colonna di difesa del novembre 2012: “Tutta Gaza si è trovata in pericolo durante quelle settimane, e si aveva anche più paura che durante le guerre precedenti. Israele possiede una Forza militare potente, dotata di armi moderne, bombe e aerei da combattimento. Non c’era alcun luogo sicuro, a Gaza; io sono vecchio, costretto da tre anni sulla sedia a rotelle: non posso fare nulla per resistere all’occupazione”.

Più di 64 anni dopo essere stato costretto ad abbandonare la propria casa, Mohammed spera di poter ritornare alla sua Isdod. “Spero ancora di potervi ritornare. Lascerei tutto, tutto ciò che ho e ogni casa che ho abitato da quella volta, pur di ritornarvi. Sono nato lì e lì ho i miei legami. Il futuro dei miei 9 figli e dei miei 42 nipoti dipende dal nostro ritorno in Palestina. Spero di essere sepolto a casa mia, a Isdod”.

Si stima che almeno 700 mila palestinesi siano stati fatti allontanare con la forza dalle loro case, durante la Nakba del 1948. In base alla definizione che ne dà l’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per il Soccorso e l’Occupazione), i rifugiati palestinesi sono coloro il cui luogo di residenza si trovava in Palestina tra il giugno del 1946 e il maggio del 1948, e che hanno perduto la casa e i mezzi di sostentamento in seguito al conflitto arabo-israeliano del 1948. I discendenti dei profughi palestinesi originari possono essere ammessi anch’essi negli elenchi. Al 1 gennaio 2012, 4 milioni 797 mila 723 rifugiati palestinesi erano registrati presso l’Unrwa: tra questi, 1 milione 16 7mila 572 vivono nella Striscia di Gaza.

Secondo il diritto internazionale tutte le persone hanno il diritto fondamentale di ritornare a casa propria se il motivo dello spostamento è avvenuto per motivi al di fuori del loro controllo. L’obbligo degli Stati al rispetto del diritto individuale al ritorno è una norma consuetudinaria del diritto internazionale. Il diritto al ritorno per i rifugiati palestinesi è affermato in maniera specifica nella risoluzione 194 del 1948 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che prevede che ai rifugiati “sia consentito al più presto possibile far ritorno alle loro case e vivere in pace con i loro vicini”. La risoluzione prevede anche che i rifugiati che non desiderino ritornare alle loro case, o che abbiano subito danni o perdita delle loro proprietà, siano compensati dalle autorità competenti”.

Mohammed Tuman (85) was 19 years old when, on 20 December 1948, he and his family were forced to flee their home in Isdod, now known as Ashdod. Victims of the Nakba (meaning ‘catastrophe’), they fled along with their entire village of around 8,500 people. For some time before, inhabitants of other villages had been arriving in Isdod in their hundreds, bringing with them terrible accounts of the massacres they had witnessed in places such as Qibya, Basheet, Deir Yassin, and the Dahmash mosque. No longer safe from the threat of attack by Jewish groups, with the Egyptian army withdrawing from the area, some 30,000 people set out on foot and walked for days until they reached relative safety.

Mohammed recounts his memories of the day his family was displaced from their home: “We were so afraid that we would be killed. Already, 48 villagers had been killed, including my brother, Ahmed, who was killed by Jewish settlers as he took part in the resistance. 15 more had been taken prisoner. I kept a note of the name of every person who was killed or imprisoned. I have that record still. On that day, my father sent me to speak with the Egyptian commander, to ask him what they would do. I could not meet him, but I spoke to an Egyptian soldier. I asked him, “Are you going to stay and defend us, or withdraw?” He answered that he did not know, but said that he would ask someone. By 4 o’clock that afternoon, there were no soldiers left. The Jewish groups from the nearby settlement of Nizanim were well-armed. They had weapons, tanks, and warplanes. We had nothing. We had to leave.”

The journey south was arduous: “The whole village left, men, women and children. My family and I were only able to bring a small amount of flour to make bread and the clothes on our backs. We spent one night in Hamama, another in Al-Majdal [now known as Ashkelon], and the third night in Herbiya. We slept under trees, but we were scared of being attacked. We had no food. Finally, on the fourth day of our journey, we reached Khan Younis, where some friends of ours lived. Some of my family had been scattered during the chaos, but eventually we gathered together in Khan Younis. Our friends had a shelter made of straw that we were able to live in. After some years, I built a house on the site. In all, we lived there for fifteen years.”

Mohammed was newly-married, and struggled to start a new life with his wife, Basima. “I found some agricultural work, but I only earned 10 piasters per day. At the time, that was the price of a kilo of sugar. Our eldest daughter, Turkiyya, was born in 1949. My wife wasn’t well enough to breastfeed her so we had to buy milk to feed her from a neighbour who had a cow. My mother died the following year, when we were still living in that straw hut. It was a hard and bitter life. Poverty was widespread. I struggled to make enough money to provide for my family through agricultural labour and selling some of the produce. My hands were rough and cracked from using tools to work the land. We lived in suffering for fifteen years, until UNRWA provided us with a shelter in Khan Younis refugee camp in 1963, where we live still. The following year, I began to work for a local family, who had a clothing business.”

Mohammed and his family were forced to flee the refugee camp for a brief time during the Six-Day War of 1967: “We were very afraid. We moved to the El Mowasi area near the sea and hid under the trees. After seven days, Israeli army planes dropped leaflets instructing us to go back to the camp, carrying white flags. We went back. However, I became jobless after the war. Our standard of living was below zero. My wife’s sister and brother were living in Lud, in Israel. They sent me a permit to join them and found me a job as a labourer.”

After 20 years, Mohammed travelled north to the place of his birth: “When I arrived in Lud, I asked if they could bring me to see my village. When I saw Isdod, I was laughing and weeping – laughing because I was seeing my village once more, weeping because it was occupied. It was a mixture of feelings.” The Tuman family had been farmers and landowners, owning 120 dunums of land near the village before they were forcibly displaced. Mohammed had worked the land with his four brothers and their father. “As I wandered around, I found an old key on the ground. I recognised it as the key for starting the engine of the water well, which had since been stolen. I brought the key back with me to Khan Younis.”

Mohammed continued working in Israel until 1978: “At the time it was very easy for Palestinians to travel to and from Gaza to work in Israel. When my son, Turkiy, was old enough, he joined me there. Every two weeks or every month, we came back to Khan Younis for a few days. I couldn’t stay in Gaza where there was no work. I had a big family – four sons and five daughters – and I had to provide for them. During that time, I returned to visit my village, Isdod, many times. Finally, after 20 years, I returned to Khan Younis and started a shop.”

It is painful for Mohammed to speak of the more recent Israeli offensives on the Gaza Strip, ‘Operation Cast Lead’ in 2008/9 and ‘Operation Pillar of Defence’ in November 2012: “All of Gaza was in danger during those times and we were even more afraid than in previous wars. Israel has a strong military force with modern weapons, shells, and fighter jets. There was no safe place in Gaza. And I am an old man now. I have been in this wheelchair for three years. I can do nothing to resist the occupation.”

More than 64 years after Mohammed was forced to leave his home, he longs to return to Isdod. “I still wish I could return. If I could leave everything, every house that I stayed in since, everything I have, I would leave it all. I was born there and I am so attached to that place. The future of my nine children and my 42 grandchildren depends on our return to our home in Palestine. I hope I will be buried in my home, Isdod.”

It is estimated that at least 700,000 Palestinians were forcibly displaced from their homes during the Nakba of I948. Under the operational definition of the United Nations Relief Works Agency (UNRWA), Palestinian refugees are people whose normal place of residence was Palestine between June 1946 and May 1948, who lost both their homes and means of livelihood as a result of the 1948 Arab-Israeli conflict. The descendants of the original Palestine refugees are also eligible for registration. As of 1 January 2012, there were 4,797,723 Palestinian refugees registered with UNRWA. 1,167,572 of them live in the Gaza Strip.

Under international law, all individuals have a fundamental right to return to their homes whenever they have become displaced due to reasons out of their control. The obligation of states to respect the individual’s right of return is a customary norm of international law. The right of return for Palestinian refugees specifically is affirmed in UN General Assembly Resolution 194 of 1948, which “[r]esolves that the refugees wishing to return to their homes and live at peace with their neighbours should be permitted to do so at the earliest practicable date.” The resolution also provides that refugees who choose not to return, or who suffered damage or loss to their property, should be compensated by the responsible authorities.

thanks to:

                    

                     

                      Stefano Di Felice (traduzione)

UNICEF Children in israeli Military Detention: Observations and Recommendations

Hugo Chavez uno di noi

Simón Bolívar, padre della nostra Patria e guida della nostra Rivoluzione, giurò di non dare riposo alle sue braccia, né dare riposo alla sua anima, fino a vedere l’America libera. Noi non daremo riposo alle nostre braccia, né riposo alla nostra anima, fino a quando non sarà salva l’umanità. (Hugo Chavez, 1954-2013).