palestinalibera.tk

Santa Maria del Cammino

Mentre trascorre la vita
solo tu non sei mai;
Santa Maria del cammino
sempre sarà con te.

Vieni, o Madre, in mezzo a noi, vieni Maria quaggiù.
Cammineremo insieme a te verso la libertà.

Quando qualcuno ti dice:
“Nulla mai cambierà”,
lotta per un mondo nuovo,
lotta per la verità!

Vieni, o Madre, in mezzo a noi, vieni Maria quaggiù.
Cammineremo insieme a te verso la libertà.

Lungo la strada la gente
chiusa in se stessa va;
offri per primo la mano
a chi è vicino a te.

Vieni, o Madre, in mezzo a noi, vieni Maria quaggiù.
Cammineremo insieme a te verso la libertà.

Quando ti senti ormai stanco
e sembra inutile andar,
tu vai tracciando un cammino:
un altro ti seguirà.

Vieni, o Madre, in mezzo a noi, vieni Maria quaggiù.
Cammineremo insieme a te verso la libertà.

Top Secret Jewish Propaganda Manual

In this period we had seen a lot of western media reports about Gaza bombing, but these reports focused their attention on the rockets slumped over Israel emphasizing the distress of Israeli population, without take care that Israel attacked Gaza first by its missiles, killing 164 people, injuring more of 1000, bombing hospitals, TV, civilian houses, a bank, the government building and creating an ambience of end of the world in GazaStrip.
But why western people must know only a part of the facts and don’t understand the real truth about Palestinian-Israeli situation?
The answer is easy, because there is someone that want it.
On the Middle Ages in some european Jewish settlements in particular in Askenazi settlements of Germany and Italy circulated some pamphlets about anti-christian rituals like the “Toledot Jeshu” a manual about the murder rituals practiced on Passover, killing christian babies and eating their blood.
The germany versions of this little book, written in Yiddish, was trasmitted only to the members of the Jewish communities, only to the men and only whom could preserve the secrecy.
It was a top secret Jewish propaganda manual.
Today there are much propaganda manuals.
The Israel Project, an american pro-isreali organization, writed once not for distribution or publication.
In this guide, Global Language Dictionary, there are all the words that work to do propaganda to the advantage of Israel.
Its author, Dr. Frank Luntz, in the preface, remember us that it’s not what you say that counts. It’s what people hear.
In particular about Gaza situation he focus specifically on public opinion about Israel’s right to defend itself from rocket attacks.

Right to defend itself? But the public opinion is stupid? Don’t watch the Palestinian murders? They are 164, almost all civilian. Right to defende means to do a massacre? No, they don’t watch it because the western media don’t show it or if they report the number of Palestinians murdered they say that are casualities, collateral murders.
But why Israel bombs to defend itself from attacks? Why Israel doesn’t stop itself to bomb Gaza? Israel started to bomb Gaza first and then Hamas fired rockets over Israel. If Israel stops to bomb Gaza, Hamas doesn’t fire rockets.
Yes but Israel needs that Hamas fires rockets. Israel needs an enemy.
The Israelis live in an atmosphere of propaganda, they believe that Israel is the only democracy of the Middle East surrounded from states that want its destruction.
This is FALSE and everyone in the world knows that Israel isn’t a democracy because it is the only state of the world without a Costitution, because it hasn’t modern rules but halakha, the ancient Jewish laws, because their citizens can’t partecipate everyone to elections and to be voted for and anyone wants its destruction because Israel is the third nuclear power of the world with 400 atomic bombs that could use in every moment. Indeed the western media don’t say these things when they refer to Israel.
The Israelis are afraid of their neighboring populations because the propaganda everyday say them to be afraid.
On January there are new elections in Israel and who uses the fear to have votes needs to operate.
In the “Israel’s Sacred Terrorism” Livia Rokach reports the Moshe Sharett’s Personal Diaries that explains us how the propaganda works. Moshe Sharett was First Minister of Israel on the 1950s and he said that terrorism was been imported in the Middle East from Jews. He reported the method that Jews used to make terrorism together to propaganda. In particular he reported some events when Israelis killed Muslims to provocate a reply from Palestinians and then strike Palestinians charging them to started first. Or when Israelis killed Jews and accused Palestinians of killing to strike them in a second moment.
The propaganda is a powerful tool to circumvent people but there is a method to defend himself or herself, to know it.

Come volevasi dimostrare la disinformazione dilaga

Bombardamenti israeliani e il capovolgimento della ragione

Evidenza – 14/11/2012

Visto che i media occidentali (italiani in testa), come già successe con Piombo Fuso (2008-2009), invertiranno l’ordine di causa ed effetti, dando la colpa ai palestinesi per i massacri israeliani, in un gioco di manipolazione dell’informazione da manuale orwelliano, stabiliamo alcuni punti cardine:

1) gli israeliani sono la potenza occupante, gli aggressori e non gli aggrediti.
2) Netanyahu e Barak, come gli altri loro colleghi, sono in campagna elettorale, e hanno bisogno di incassare il consenso politico dei loro elettori facendo strage di gazawi.
3) Quasi due milioni di gazawi stanno vivendo nel terrore, in queste ore, a causa delle bombe e dei massacri israeliani che finora hanno ucciso 10 persone, tra cui bimbi piccolissimi, carbonizzati.
4) I leader israeliani stanno cercando di convincere il mondo che sono loro le vittime, invece hanno le mani macchiate dal sangue palestinese, e ci sono tribunali, in vari Paesi, pronti ad arrestarli appena dovessero mettere piede sui loro territori.
5) Israele ha violato una tregua mediata dall’Egitto, bombardando Gaza.
6) I palestinesi hanno il diritto, riconosciuto dalle leggi internazionali, di difendersi come ritengono opportuno, dalle aggressioni israeliane.
7) Il popolo palestinese vorrebbe vivere in pace sulla propria terra, nelle proprie case, ma Israele non lo permette.
8) Israele non può che rimproverare se stesso per l’escalation in corso.
9) La scorsa settimana, Israele ha ucciso 7 civili, e la resistenza ha risposto lanciando razzi. Ora Israele sta raccontando che i bombardamenti in corso contro la Striscia sono una rappresaglia ai razzi della resistenza, quando è vero esattamente l’opposto.
10) Israele continua a imporre da anni l’assedio alla Striscia di Gaza.

© Agenzia stampa Infopal
E’ permessa la riproduzione previa citazione della fonte “Agenzia stampa Infopal – http://www.infopal.it”;

A un solo giorno di distanza da queste profetiche parole pubblicate da infopal.it ecco le falsità che scrivono i principali media italiani pagati con il denaro delle nostre tasse:

secondo la Rai la colpa dell'offensiva israeliana su Gaza è dei Palestinesi e Israele si starebbe difendendo, FALSO.

secondo la Repubblica l'aviazione israeliana colpisce infrastutture di Hamas e cellule impegnate nel lancio di razzi, FALSO.

secondo il Corriere della Sera ci sarebbe una pesante offensiva palestinese su Israele, FALSO.
ecco la verità purtroppo:

thanks to: Angela Lano

la famiglia di Vittorio Arrigoni

Rosa Schiano

Escalation israeliana sulla Striscia di Gaza, 8-11 novembre 2012

Una nuova offensiva militare israeliana è iniziata giovedì pomeriggio.
Questa volta la maggior parte degli attacchi sono avvenuti da terra.
L’esercito israeliano ha bombardato con colpi di artiglieria molti punti della Striscia di Gaza, mentre da sabato vi sono stati anche attacchi aerei.
Sette persone sono state uccise, tra cui 3 bambini, ed almeno 50 i feriti, tra cui donne ed almeno 10 ragazzi e bambini.
Tra i feriti, 7 sono stati dichiarati clinicamente morti allo Shifa hospital. Ho fatto visita ieri al reparto di terapia intensiva, vi sono due bambini tra i 10 e 14 anni, ed un altro sui 18 che stanno lottando per sopravvivere.
Cinque persone sono state uccise sabato,tra cui 3 ragazzi. Quattro persone sono morte durante un attacco da terra in Shijaia ad est di Gaza city mentre giocavano a pallone ed almeno 38 sono rimaste ferite.
Inoltre, 2 membri della resistenza sono stati uccisi.
Sabato, 10 novembre 2012, l’esercito di Occupazione Israeliano ha sparato colpi di artiglieria colpendo alcuni bambini palestinesi che giocavano a pallone in Shijaia, quartiere est di Gaza city.
Due ragazzi sono stati uccisi: Mohammed Ussama Hassan Harara, 16 anni, e Ahmed Mustafa Khaled Harara, 17 anni.
In quel momento nella stessa area si stava anche tenendo una “tenda del lutto” presso la famiglia Harara. La famiglia stava celebrando il lutto per un parente deceduto.
Molte persone sono rimaste ferite quanto l’esercito israeliano ha sparato altri colpi di artiglieria.
Due persone sono rimaste uccise:  Ahmed Kamel Al- Dirdissawi, 18 anni e  Matar ‘Emad ‘Abdul Rahman Abu al-‘Ata, 19 anni.
Inoltre, almeno 38 persone sono rimaste ferite, tra cui 8 bambini.
Ecco le immagini dallo Shifa hospital in un video che ho girato in ospedale questa mattina.
il corpo di uno dei bambini in Terapia Intensiva. Questo bambino ha circa 10 anni.

Lo Shifa hospital ieri ha ricevuto in totale circa 40 feriti, di cui 6 ora sono in terapia intensiva, e 5 martiri. Il corpo di uno dei martiri è arrivato in pezzi in ospedale.
Il dottor Ayman Sahabany ha spiegato che questi bambini sono stati colpiti da frammenti dei colpi di artiglieria al petto, al torace, al collo, alla testa.
Alcuni hanno subito emorragia, ematoma anche alla testa, ferite alle arterie. Un altro dottore mi ha detto che non sanno se ce la faranno a sopravvivere.
Mentre il dottore ed una infermiera mi parlavano, davanti al corpo del più piccolo dei bambini, non potevo fare a meno di guardarlo, pregando dentro di me perché ce la facesse.
Impotenza. Avrei voluto avere il potere di poterlo salvare, ma posso solo sperare.
L’impotenza davanti a tanto dolore soffoca. Un’impotenza che mi fa sentire esplodere dentro, ma non fuori. Le lacrime, quelle, arrivano tutte ed improvvisamente, come un fiume inarrestabile che porta con sé tutto il dolore fino allo sfinimento.

Successivamente sono andata all’ospedale Kamal Odwan in Beit Lahia, a nord della Striscia di Gaza. I dottori mi hanno detto che ieri sera tra le undici e mezzanotte hanno ricevuto tre donne ferite in un attacco israeliano, una di 49 anni, le altre di 42 e 40 anni.  La scorsa notte infatti, verso mezzanotte, un aereo israeliano ha colpito con due missili una fabbrica di metallo in Jabalia, a nord della Striscia di Gaza, distruggendola e l’abitazione della famiglia Najjar è stata danneggiata. Nihad Fahmi al-Najjar, e le altre due donne sono rimaste ferite da frammenti di vetro sul corpo. Sono stati rilasciate perché le ferite sono superficiali. Alle 6.00 del mattino di ieri inoltre l’ospedale ha ricevuto il corpo di un martire, in pezzi. Il suo nome è Mohammed Obaid, 20 anni.

Successivamente sono andata all’European hospital in Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. Qui quattro bambini sono stati ricoverati e poi rilasciati con ferite lievi. Ho incontrato invece una donna ricoverata, Helene Najjar, 29 anni. E’ stata ferita da frammento di proiettile al fianco e forse oggi sarebbe stata operata. Ha raccontato che si trovava all’esterno l’abitazione della sua famiglia ad est di Khuza’a, a circa 500 mt dal confine, al momento dell’attacco. Con lei in ospedale c’era la madre, Samira Najjar, che ha raccontato che la casa è stata danneggiata ed i vetri crollati. Samira ha raccontato anche che prima avevano una casa vicino il confine, che è stata distrutta dai soldati israeliani durante Piombo Fuso. E suo marito, il padre di Helene, è stato ucciso durante Piombo Fuso. Helene ha due bambine ed un bambino. Tala, il piccolo, aveva lo sguardo triste. Aveva pianto molto per quello che è successo alla madre. I bambini crescono in fretta a Gaza.

Tala Najjar, figlio piccolo di Helen Najjar, ieri in ospedale accanto alla madre
Inoltre, nella stessa giornata di sabato e ieri mattina, aerei militari israeliani hanno colpito in due attacchi ed ucciso membri della resistenza palestinese, Mohammed Obaid, 20 anni (di cui ho detto prima e il cui corpo è arrivato in pezzi all’ ospedale Kamal Odwan) e Mohammed Said Shkoukani, 18 anni. 
Giovedì sera, 8 novembre 2012, un altro bambino è stato ucciso dall’esercito israeliano durante una incursione nel villaggio di Abassan, ad est di Khan Younis, a sud della Striscia di Gaza. 
Verso le 16:30 di giovedì, l’Esercito di Occupazione israeliano stava sparando dal confine indiscriminatamente contro le terre e le case dei civili palestinesi. Colpi di carro armato hanno raggiunto terreni e case. Un proiettile ha colpito il piccolo Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, 13 anni, ferendolo gravemente all’addome. Ahmed stava giocando con i suoi amici a pallone vicino la sua abitazione quando è stato ferito.
Sono andata a trovare la sua famiglia durante la “tenda del lutto”. Sua zia ha raccontato che improvvisamente Ahmed è entrato in casa gridando alla madre che aveva dolore… si sono resi conto del proiettile ed è stato portato all’ European hospital in Khan Younis, dove è morto poco dopo. Oggi tornerò a visitare la sua famiglia per poter parlare con maggior tranquillità e portar loro nuovamente la mia vicinanza e la solidarietà di tanti italiani ed internazionali.
Pubblico qui una foto di Ahmed che ho trovato su internet mentre giocava a pallone, prima di essere ucciso
Ahmed Younis Khader Abu Daqqa, 13 anni, ucciso da un proiettile dell’Esercito di Occupazione Israeliano

Dopo aver visitato la famiglia del piccolo Ahmed, abbiamo visto la strada in cui è stato colpito dal proiettile. Abbiamo incontrato lì un contadino, Iyad Qudai, la cui casa, al mattino dello stesso giorno, era stata colpita da una bomba di carro armato.
Siamo così andati a visitare la sua abitazione.
Sul terreno attorno all’abitazione c’erano colpi di carro armato.

Questa è l’abitazione del contadino Iyad Qudai, centrata da una bomba di carro armato israeliano caduta sulla camera da letto dei bambini.

un altro colpo di carro armato nel terreno accanto all’abitazione di Iyad
Iyad ci ha detto che quella mattina c’erano 12 carro armati al confine e 6 bulldozers. in più, 2 elicotteri apaches e 3 droni.
Gli attacchi da terra lungo il confine con Israele sono aumentati nell’ultimo periodo.
D’altra parte durante le scorse settimane le autorità israeliane avevano minacciato una possibile operazione militare da terra. Questi attacchi colpiscono indiscriminatamente civili, per lo più contadini, le loro terre, le loro abitazioni, le loro fattorie, terrorizzano la popolazione.
Un attacco ha colpito anche la Compagnia di distribuzione dell’Elettricità di Gaza, danneggiando pesantemente la struttura.
Diversi sono stati anche gli attacchi aerei.
Al primo mattino di ieri un aereo israeliano ha colpito con tre missili una fabbrica di cemento in Tal al-Sultan, ad ovest di Rafah, a sud della Striscia di Gaza, distruggendola.
Un altro attacco aereo è avvenuto su un allevamento di polli nell’area di al-Hashash, a nord ovest di Rafah. L’allevamento è stato distrutto e molti animali sono morti tra cui pecore e volatili. Le case nelle vicinanze dell’allevamento sono state danneggiate.
Sempre ieri mattina, un aereo militare ha colpito con un missile un deposito agricolo in Beit Lahia, distruggendolo e danneggiando abitazioni vicine.
Nel pomeriggio di ieri sono continuati gli attacchi da terra e gli scontri con la resistenza palestinese che sta rispondendo agli attacchi israeliani da nord a sud della Striscia di Gaza.
Durante la notte, verso le 2.40, un attacco israeliano ha colpito uno spazio disabitato a nord ovest di Gaza city, non si riportano feriti.
Verso le 3.20, un raid nel nord di Gaza city ed un terzo raid in Zayotun hanno colpito basi militari di Hamas, senza causare feriti. Colpi di artiglieria israeliana si riportano anche in Beit Hanoun.
La situazione rimane di altissima tensione.
Nella mia mente, i bambini visti ieri in ospedale, la speranza che li possa abbracciare vivi, che possano ritornare a giocare.
thanks to: Rosa Schiano

New report by European groups highlights growing consensus for ban on Israeli settlement goods

A coalition of 22 European NGOs along with Richard Falk, the UN special rapporteur for human rights in the occupied Palestinian territories have in the last week released significant reports on financial links with illegal Israeli settlements.

Running into 35 pages, the report from European NGOs, titled Trading Away Peace, is the most wide-ranging report yet into the various forms of economic support for illegal Israeli settlements provided by European states and corporations.

Opening with an overview of the reality for Palestinians in the West Bank, the report highlights the inconsistency between the EU’s stated opposition to settlements and its failure to take action to halt economic activity that encourages their continued existence and expansion.

The report uses Israeli government estimates of the volume of settlement trade to estimate that the EU imports fifteen times more from the illegal settlements than from the Palestinians living in the occupied territories.

Complicit companies

Profiling Israeli companies exporting consumer goods from settlements such as Ahava, SodaStream and Mehadrin, the report recommends that European governments “ensure correct consumer labeling of all settlement products as a minimum measure” and “as a more comprehensive option, ban imports of settlement products, as called for by Ireland.”

The report also calls for action to prevent European corporations like Veolia and G4S from providing infrastructure to illegal Israeli settlements, the inclusion of illegal Israeli settlements in EU agreements and the purchase of property in settlements by European citizens. In all, its 12 recommendations cover many of the main forms of financial support for illegal Israeli settlements.

What’s especially significant and heartening about the report is how widely it has been endorsed. The 22 signatories from 11 European countries include the APRODEV network of Christian development organizations, the International Federation for Human rights (FIdH) and national churches in Sweden and the UK.

Call for boycott

In a report presented to the UN General Assembly on 25 October, the UN special rapporteur on human rights in the occupied Palestinian territories, Richard Falk, went even further, calling for a “boycott [of] businesses that profit from Israeli settlements.”

Advocates of the position that governments should tackle companies complicit in settlements and not just produce made in illegal settlements, including the Palestinian Boycott, Divestment and Sanctions National Committee (BNC), point out that any business with companies exporting from or operating in settlements supports their continued growth and expansion.

“In short, businesses should not breach international humanitarian law provisions. Nor should they be complicit in any breaches. If they do, they may be subject to criminal or civil liability. And this liability can be extended to individual employees of such businesses,” Falk explained when presenting his report (download the report in full here) (extract).

The report examines 13 companies, many of which are already targeted by the BDS movement over their complicity with Israeli violations, including G4S, Mehadrin, Veolia and Caterpillar, and details their infringements of the new UN Guiding Principles on Business and Human Rights.

Falk recommends BDS

The implementation of the guidelines by states and businesses is one of Falk’s main recommendations. The report also states that the special rapporteur is committed to following up with the corporations listed in the report and “may continue to gather information and report on the involvement of corporations in Israel’s settlement activities.”

Making specific mention of the Palestinian-initiated boycott, divestment and sanctions (BDS) movement, Falk urges civil society to “vigorously pursue initiatives to boycott, divest and sanction” the businesses highlighted in his report and calls on governments to “investigate the business activities of companies registered in their own respective countries… that profit from Israel’s settlements, and take appropriate action to end such practices and ensure appropriate reparation for affected Palestinians.”

UN Secretary-General Ban Ki-moon has faced demands from the Anti-Defamation League to distance himself from the report, while the US, Canada and Israel have all called for Falk’s resignation.

Popular pressure needed

The Irish foreign minister has declared himself supportive of an EU-wide ban on settlement trade and the Norwegian foreign minister has also spoken of the need to take concrete action.

However, in a recent meeting with campaigners, a senior EU official denied reports that the EU was considering a EU-wide settlement trade ban and said that countries like France and the UK instead supported a proposal that the EU should issue new guidance ensuring the correct labeling of settlement products.

Alistair Burt, the UK government minister responsible for Middle East policy echoed that view when he said the following in response to to a question in parliament about this new Trading Away Peace report and whether the UK government would implement a ban on settlement trade:

I have seen the report and I note that one of its main recommendations is to commend the United Kingdom on its policy of voluntary labelling and to encourage other European Union countries to do the same. There is active consideration in the EU about doing just that, and we are taking part in that. So far, however, I have not seen anything that would lead us to change our policy in relation to boycotts…

Official guidance requiring the correct labeling of products from illegal settlements, as implemented by the UK, Danish and South African governments, should be seen as a welcome step towards more restrictive measures. But as Palestinian human rights organization al-Haq has argued, states are legally obliged not to provide recognition or assistance to Israeli settlements, including by ending settlement trade. Labelling alone is not sufficient – turning economic support for the colonization of Palestine into an issue of consumer choice is not an acceptable long-term proposition.

While an EU-wide ban on settlement trade may not be a realistic short term goal, it does seem possible that an individual state or group of states – Ireland, Norway or South Africa, for example – could be successfully pressured to implement such a ban.

There is also potential for more retailers to be pressured into adopting the position of the UK Co-operative supermarket, which this year announced that it would no longer deal with companies operating in illegal settlements.

Years of determined grassroots campaigning and Israel’s continued violations of international law mean that demands to end financial support for settlements are now winning unprecedented levels of support, as these two new reports demonstrate.

The challenge now for all campaigners, including supporters of a full boycott of Israel, is to build campaigns capable of pressuring governments and more retailers to take effective action against companies operating in settlements, or at least products from illegal settlements. Further victories in this area would be hugely damaging not only to Israel’s settlement regime but the entirety of its apartheid system.

thanks to: Michael Deas

The Electronic Intifada

Before Their Diaspora

Before Their Diaspora is a visual journey into Palestine before 1948. Every important aspect of Palestinian society comes to life in the nearly 500 photographs, carefully selected from thousands available in private and public collections throughout the world. Descriptive, analytical texts, introduce each of the five historical periods into which the book is divided. Carefully researched, captions identify the time, place, personalities and context of each photograph. The Institute for Palestine Studies first published it in 1984.

ABOUT THE AUTHOR

Born in Jerusalem, Walid Khalidi was educated at the University of London and Oxford University. He taught at Oxford, the American University of Beirut, and Harvard. Khalidi is the general secretary of the Institute for Palestine Studies (IPS) and a Fellow of the American Academy of Arts and Sciences.

PROMO VIDEO

WEB ACKNOWLEDGMENTS

The English side of this website was made possible by Will Youmans’ conceptualization and design, and Mohammad Rimawi’s technical implementation. Most crucially, much of the real labor was carried out with diligence and dedication by Institute for Palestine Studies’ 2011 interns Andrew Dalack and Emilee Tollefson. 2012 interns – Brianna White-Gaynor, Mac Thirkill and Farrah Skeiky - provided much needed copy editing and other finishing touches.

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Uccise 12enne, assolto poliziotto israeliano

Libero Omri Abu accusato dell’omicidio del 12enne Ahmed Mosa. Il mondo tace e lascia un bambino, difeso solo da una pietra, contro il fuoco di un fucile.

Martedì un giudice israeliano ha assolto un poliziotto dall’accusa di omicidio colposo di un bambino palestinese di 12 anni. Di nuovo a brillare sono l’impunità e il silenzio che la comunità internazionale riconosce quotidianamente ad Israele.

Il 29 luglio 2008 Ahmed Houssan Mosa, del villaggio di Ni’lin, fu centrato alla testa da un proiettile durante la tradizionale manifestazione del venerdì contro il Muro di Separazione e le colonie, che soffocano la vita della comunità. A sparare un poliziotto di frontiera*, Omri Abu, che ammise di aver aperto il fuoco due volte contro il bambino per rispettare gli ordini ricevuti dall’alto: “Non rispondere al lancio di pietre è considerata una debolezza – disse il poliziotto – Per questo l’ho colpito alla testa”.

Ahmed morì all’istante. Ma, secondo il giudice, Omri Abu non è colpevole perché non è detto che a causare la morte di Ahmed sia stata la pallottola che gli è penetrata nel cranio: l’accusa, secondo il giudice Liora Frenkel, non è stata in grado di provare “oltre ogni ragionevole dubbio” che il proiettile partito dal fucile M-16 del poliziotto abbia ucciso il dodicenne palestinese. A “confondere” le idee della corte, anche delle testimonianze, dei rapporti balistici e patologici contraddittori: la Frenkel ha ripreso la polizia israeliana perché le avrebbe sottoposto delle prove senza accompagnarle con la testimonianza di esperti in grado di dimostrarle.

Una follia giuridica. Alla fine di un processo per l’uccisione di un bambino di soli 12 anni, colpevole di marciare pacificamente per la libertà del proprio villaggio e della propria terra, il responsabile di un omicidio si ritrova condannato solo per abuso dell’arma: secondo il giudice, infatti, le sole colpe imputabili ad Omri Abu sono l’utilizzo eccessivo del fucile, seppure non fosse in pericolo, e la falsa testimonianza.

Un’accusa che il poliziotto ha sempre respinto: “Anche se ti trovi in un’auto anti-proiettile, devi rispondere. Se vedono che non reagisci, percepiscono la tua debolezza. Ero in pericolo”. Per questo ha aperto il fuoco contro un gruppo di manifestanti, per lo più bambini, che lanciavano delle pietre. Secondo le prove raccolte all’epoca dall’associazione palestinese per i diritti umani, Al Haq, Ahmed si era nascosto dietro un albero di ulivo quando il poliziotto lo ha visto, è sceso dal veicolo in cui si trovava, ha puntato la pistola e lo ha colpito da una distanza di 50 metri. Il fuoco è continuato a piovere su due manifestanti che tentavano di mettere in salvo il piccolo, ormai senza vita.

E pochi giorni dopo, al funerale di Ahmed, l’esercito israeliano ha di nuovo aperto il fuoco, uccidendo il 19enne Yousef Amira. Colpito alla testa, è morto poco dopo in ospedale.

L’impunità di cui godono le forze militari israeliane nella quotidiana occupazione della Palestina va portata sul tavolo della giustizia internazionale. Che però continua a voltare lo sguardo dall’altra parte: dal settembre 2000, anno di inizio della Seconda Intifada, al dicembre 2011, l’associazione israeliana B’Tselem ha contato 473 casi provati di violenze da parte delle forze di sicurezza contro palestinesi. Di questi solo undici hanno portato all’apertura di un’inchiesta.

Ahmed è morto mentre tentava di far sentire la propria voce, una voce flebile di fronte all’imponenza di un Muro che mangia la sua terra e strangola il lavoro, la storia e la dignità della Palestina. Un Muro che la stessa Corte Internazionale di Giustizia ha definito nel 2004 “illegale”. Eppure il mondo lascia un dodicenne solo a combattere per un diritto riconosciutogli a livello globale. Lo si lascia solo, difeso solo da una pietra, contro il fuoco di un fucile. Nena News

*La polizia di frontiera è uno dei corpi della polizia nazionale israeliana, per lo più impegnata in operazioni militari e di assistenza all’esercito in Cisgiordania e Gerusalemme Est. È considerata tra le forse di sicurezza più violente.

thanks to: Emma Mancini